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STANZIATI 15 MILIONI PER WIFI IN 1.554 SCUOLE SUPERIORI … MA INTANTO LE SCUOLE CADONO A PEZZI

lavagna multimediale
Il decreto legge 104/2013 “L’istruzione riparte” (convertito dalla legge 128) ha stanziato 15 milioni per impianti wireless nelle scuole. 1.554 scuole italiane (istituti secondari di II grado) beneficeranno dei milioni stanziati dal decreto: 5 milioni per il 2013 e 10 milioni per il 2014.

Continua il programma di digitalizzazione della scuola, già iniziato dal governo Berlusconi, grazie all’interessamento dell’ex ministro Renato Brunetta (ne ho parlato QUI), proseguito dall’ex ministro Francesco Profumo (ne ho parlato QUI) e portato avanti con grande sollecitudine e convinzione dall’attuale ministro del MIUR Maria Chiara Carrozza.

La digitalizzazione della scuola italiana stenta a decollare: il registro elettronico, tanto per fare un esempio, che a detta dell’ex ministro Profumo avrebbe dovuto essere in dotazione in tutte le classi scolastiche di medie e superiori, di fatto non è presente in tutte le scuole. Molti istituti, tra l’altro, devono ancora ultimare la cablatura, senza la quale non è possibile l’accesso ad internet in ogni aula.

In Europa la situazione è molto diversa. L’Italia, secondo l’Eurispes, impiegherà quindici anni per mettersi alla pari con gli altri Paesi europei. Troppo poche le risorse stanziate: solo 5 euro a studente, considerati i 30 milioni già stanziati.
Secondo i ricercatori, nel nostro Paese si contano 416 «Cl@ssi 2.0»: 124 classi, 240 docenti e 2.400 studenti nella scuola primaria; 156 classi, 1.400 docenti e 3.300 studenti nella secondaria di primo grado; 136 classi, 1.360 docenti e 2.900 studenti nella secondaria di secondo grado.

Grande interesse ha suscitato l’introduzione in aula della LIM (lavagna multimediale), ma le richieste superano di gran lunga i fondi che lo Stato è disposto a stanziare: ad oggi si contano 70mila lavagne interattive in 1.200 classi e solo 36 scuole sono coinvolte nelle nuove sperimentazioni didattiche. Circa 80mila sono gli insegnanti che hanno partecipato ad attività formative sull’uso di questo supporto digitale. Ma ne servirebbero un numero dieci volte maggiore per accontentare tutti.

Intervenendo mercoledì al Convegno «Educare alla Rete», in occasione della Giornata europea della protezione dei dati personali 2014, il ministro Maria Chiara Carrozza, riferendosi all’educazione digitale, l’ha paragonata a «un’educazione civica che si rinnova», aggiungendo che «la scuola deve cambiare la sua struttura seguendo il nuovo modo in cui il sapere si trasmette». Per i docenti, questo non dovrebbe essere «un elemento aggiuntivo, ma parte della propria professionalità».

Belle parole e buoni propositi. Intendiamoci, io non sono contraria alla digitalizzazione della scuola (non sarei una prof on line, altrimenti!), però penso che le priorità siano altre.

Secondo il recente Rapporto su sicurezza, qualità e accessibilità a scuola, una scuola su sette ha lesioni strutturali evidenti, presenti soprattutto sulle facciate. Muffe, infiltrazioni, aule con intonaci staccati sono la norma nel 20% degli edifici. Il 39% di questi non prevede alcun piano di manutenzione adeguato e il degrado crescente è testimoniato dal fatto che solo nel 2012 era il 21% a non prevederlo.
Non è tutto: nonostante il numero consistente di alunni disabili (207.244) che frequentano le scuole della nostra penisola, il 27% degli istituti non è dotato di rampe d’accesso, il 35% degli edifici scolastici non ha l’ascensore, nel 23% dei casi non è presente il bagno per disabili, il 44% delle aule non ha banchi adattabili ad una carrozzina, il 57% non ha attrezzature didattiche o tecnologiche per permettere una partecipazione valida degli studenti con disabilità alle lezioni. Non c’è spazio per carrozzine nei laboratori, nelle biblioteche, nelle mense.

Allora, vista la situazione mi chiedo: non potremmo fare a meno di registri digitali, LIM, WiFi in tutte le aule e dirottare i milioni stanziati per la digitalizzazione delle scuole verso la manutenzione, ordinaria e straordinaria, degli edifici scolastici? In fondo, stiamo parlando solo di sicurezza … che se ne fa uno studente della LIM quando il soffitto rischia di piombargli addosso?

Senza contare che non vedo di quale utilità possa essere il tablet sul banco se poi in bagno manca la carta igienica. A meno che non si voglia seguire l’esempio dello spot che ha come protagonista la povera Emma.

[fonti: Tuttoscuola, L’olandese Volante e Corriere; immagine da questo sito]

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SPENDERE DI PIÙ PER LA SCUOLA INVESTENDO MEGLIO

Valutazione_PeanutsNell’attesa dei risultati delle elezioni politiche 2013, il cui spoglio delle schede è tuttora in corso, urge una riflessione sul futuro della scuola pubblica.
Nei vari programmi elettorali più o meno tutti hanno parlato di scuola, perlopiù demolendo ciò che negli anni passati è stato fatto senza, tuttavia, fare delle proposte serie per rilanciare la cultura e l’educazione ormai oppresse sotto il peso di tagli ingiustificati che hanno portato ad un peggioramento delle condizioni dei docenti con il conseguente abbassamento della qualità del servizio offerto.

Secondo me l’errore più diffuso negli anni passati è stato quello di pensare a contenere le spese senza tener conto dello sviluppo. Per fare scuola non è solo necessario un tot numero di docenti – sempre minore con aggravio dei compiti sul singolo – ma è soprattutto indispensabile far funzionare l’intero sistema con delle innovazioni serie, per ciò che concerne i programmi scolastici e l’aggiornamento degli insegnanti.

Leggo su Tuttoscuola.com un elenco di proposte per un serio rinnovamento del sistema scuola, che condivido pienamente. Eccolo:

1) realizzare iniziative sistematiche e periodiche di formazione in servizio obbligatoria;

2) introdurre una diversificazione nella carriera (e quindi nella retribuzione) del personale scolastico, in proporzione all’impegno che si intende profondere;

3) potenziare i sistemi di valutazione;

4) sviluppare la ricerca di base e applicata, anche nella forma della ricerca-azione, sull’innovazione educativa;

5) rafforzare la comunicazione orizzontale tra le scuole e la diffusione delle buone pratiche;

6) utilizzare al meglio le risorse umane e tecniche disponibili, attraverso una riorganizzazione delle condizioni di lavoro funzionale al miglioramento del servizio offerto;

7) migliorare la qualità degli ambienti (aule, laboratori, attrezzature) nei quali si svolge l’apprendimento;

8) promuovere e sostenere anche con incentivi gli interventi nelle scuole a rischio.

Un punto su cui penso sia necessario intervenire con urgenza è il secondo che, inevitabilmente, è legato al terzo.
Fino ad ora il lavoro degli insegnanti non è stato controllato né valutato, e neppure è mai stato tenuto nel debito conto il fatto che insegnare una qualsiasi disciplina non è come insegnare una disciplina qualsiasi … e scusate il gioco di parole. Trovo sia ingiusto che alcuni docenti abbiano pacchi e pacchi di compiti da correggere e alcuni nessuno o comunque un numero limitato di prove (spesso con valutazione orale) non troppo impegnative per la correzione. Anche l’impegno che richiede il numero delle classi in cui si insegna – e conseguentemente il numero totale degli allievi – è differente, sempre in riferimento al “lavoro domestico”.
Non trascurabile, inoltre, è il fatto che spesso il lavoro non viene né quantificato né valutato in termini di qualità. E ciò, se da una parte può essere un bel vantaggio per chi fa il minimo indispensabile, per chi lavora seriamente, almeno il doppio dell’orario settimanale di cattedra, è quanto meno demoralizzante.

Il problema della valutazione non è di facile soluzione. L’ex ministro Gelmini, nonostante le promesse di differenziare gli stipendi degli insegnanti sulla base dell’effettivo lavoro svolto nonché sui risultati ottenuti, non ha mai fatto proposte serie. Da parte sua, il ministro uscente Francesco Profumo ha varato il progetto VALeS (progetto sperimentale per individuare criteri, strumenti e metodologie per la valutazione esterna delle scuole e dei dirigenti scolastici) che in ogni caso viaggia sul binario della sperimentazione, senza fare proposte molto diverse rispetto alla sperimentazione del merito di gelminiana memoria.

Una cosa, fra tutte, non condivido: affidare all’onnipresente InValsi il compito di valutare gli apprendimenti e, di conseguenza, le scuole. In primo luogo perché i costi dell’InValsi sono proibitivi, in secondo luogo perché i test fino ad oggi proposti sono risultati poco affidabili. Senza contare che il timore di “fare una brutta figura” ha portato sempre più docenti al training to the test, deleterio per l’apprendimento permanente e volto soltanto all’acquisizione di nozioni minime, indispensabili solo a superare il test e subito dimenticate. Mi riferisco soprattutto ai test di matematica la cui affidabilità è stata più volte messa in discussione da una voce ben più autorevole di me: quella del prof. Giorgio Israel che dice no anche alla valutazione dei docenti affidata a studenti e famiglie. E fa l’unica osservazione che merita attenzione: »La questione della valutazione dei docenti ritorna sempre, ed è innegabile che la riqualificazione della professione passa per un buon sistema di valutazione. Ma è noto che sul tema siamo sempre in alto mare, essenzialmente perché non si vuol prendere atto che l’unico sistema valido è quello delle ispezioni, concepito come un processo interattivo all’interno del sistema capace di attivare il fine autentico della valutazione, ovvero un processo di crescita culturale.» (LINK)

Ecco, investire nella scuola significa anche questo: trovare un sistema di valutazione super partes. Rimarrebbe sempre il dubbio che gli ispettori – per la maggior parte ex dirigenti – non lo siano del tutto o non siano in grado di dare una valutazione oggettiva, in mancanza di strumenti atti allo scopo. Sarebbe, comunque, un bel passo avanti.

LO SNALS PROPONE LE LEZIONI PRIVATE INTRAMOENIA


Sono anni che mi chiedo perché mai i docenti non possano dare le lezioni private intrameoenia (ovviamente non ai propri studenti né a quelli della scuola in cui prestano servizio), come avviene per la libera professione dei medici che ricevono in ospedale. Sarebbe un modo per evitare il lavoro nero, e quindi l’evasione fiscale, e per arrotondare il magro stipendio.

Ora la proposta parte dal sindacato della scuola SNALS che, come pare, l’aveva già proposto all’ex ministro Gelmini e anche all’attuale titolare di viale Trastevere. Francesco Profumo.

Il segretario del sindacato, Marco Paolo Nigi, fa sapere che intende sottoporre la proposta alle parti politiche in previsione del voto nella primavera del 2013. Si potrebbe dare un incentivo alla regolarizzazione delle lezioni private, spesso incanalate nel sommerso e senza una disciplina o un controllo sia delle capacità degli insegnanti che delle retribuzioni, spiega Nigi e aggiunge: Ci sembra una buona idea e la nostra intenzione è quella di portarla avanti dopo le elezioni.

Io sono d’accordo anche perché non solo i docenti avrebbero la possibilità di pagare le tasse, come credo vorrebbe la maggior parte di chi dà lezioni private, ma anche per le famiglie la proposta sarebbe conveniente poiché si stabilirebbero delle tariffe massime e si eviterebbe la speculazione dei professori di Latino, Greco e Matematica che a volte sparano delle cifre assurde per un’ora di lezione al proprio domicilio.

AUMENTO DELL’ORARIO DI CATTEDRA DA 18 A 24 ORE: ANCHE I DIRIGENTI DALLA PARTE DEI DOCENTI CONTRO PROFUMO

Pubblico alcuni stralci della lettera aperta al ministro Profumo inviata dal presidente dell’Anp (Associazione Nazionale Dirigenti e Alte Professionalità della Scuola, Giorgio Rembado. All’intero documento si può accedere attraverso questo LINK.

[…]
l’Anp esprime un netto dissenso sulla strada seguita dal Governo per introdurre l’orario settimanale d’obbligo d’insegnamento di 24 ore dei docenti di scuola secondaria, a costo zero e a fronte di un aumento delle ferie. Aumento peraltro solo simbolico, dato che risulterebbe fruibile unicamente in periodi nei quali già adesso i docenti sono di fatto liberi da impegni.

Le ragioni del nostro dissenso sono essenzialmente tre:
1) si viene a creare una grave rottura del rapporto sinallagmatico tra prestazione lavorativa e retribuzione dei docenti (sostanzialmente a circa un terzo di orario obbligatorio aggiuntivo non corrisponde alcun compenso economico);

2) la modalità della decisione e la misura inusualmente elevata dell’aggravio di lavoro imposto suonano come uno “schiaffo morale” alla categoria dei docenti, il cui lavoro viene implicitamente considerato di così poco momento da poterne variare l’entità in qualunque misura e in qualunque occasione, senza alcuna condivisione con gli interessati e senza corrispettivi sostanziali. C’è da chiedersi come mai solo a loro si imponga unilateralmente un consistente incremento della loro attività di insegnamento.
E la risposta è semplice: si perpetua lo stereotipo dell’insegnante come un lavoratore a tempo parziale, dimentichi del fatto che i docenti non lavorano diciotto ore alla settimana, ma fanno lezione per diciotto ore con tutto quello che ne consegue. Di tutto ha bisogno la nostra scuola fuorché di un ulteriore messaggio che ne riproduca i pregiudizi e ne svilisca la rilevanza agli occhi della pubblica opinione;

3) si determina una ri‐pubblicizzazione coatta del rapporto di lavoro della categoria dei docenti nella scuola – contrariamente a quanto avviene nelle altre pubbliche amministrazioni – considerato, invece, che dall’entrata in vigore della legge n. 421/1992 anche per gli insegnanti vale la definizione per via contrattuale degli aumenti retributivi corrispondenti agli impegni lavorativi. E in aggiunta, stante l’attuale moratoria contrattuale, la funzione docente è di fatto mortificata per l’assenza di ogni possibile diversificazione e sviluppo. Spetterebbe al legislatore riconoscere e valorizzare una funzione necessaria per dar vita ad ambienti di apprendimento efficaci e rispondenti ai bisogni delle giovani generazioni. Occorre, pertanto, ripensare l’attuale condizione degli insegnanti, tenendo conto della profonda trasformazione che nei fatti essa ha già subito, sia per effetto dell’autonomia scolastica che per gli interventi della Funzione pubblica sulla dirigenza e sulle regole di funzionamento delle amministrazioni pubbliche.

Inoltre, se si pone attenzione, come la presente Associazione si è sempre proposta di fare ai problemi della qualità del servizio e conseguentemente della prestazione professionale dei docenti, un aumento delle ore settimanali d’obbligo di insegnamento tout court ‐ così come previsto nel disegno di legge del Governo ‐ non sembra andare nella direzione auspicata del miglioramento di qualità dell’istruzione e della formazione. […]

DDL STABILITA’ E CATTEDRE DI 24 ORE: ANCORA DUBBI E BUGIE. ORA LO CHIAMANO “BISOGNO PROFONDO DI INNOVAZIONE”

Non c’è vergogna né pudore: dopo aver inserito nel ddl Stabilità l’art. 3, comma 42 che prevede l’innalzamento dell’orario di insegnamento per i docenti delle scuole secondarie di I e II grado dalle attuali 18 ore a 24, invocando la necessità di “equiparare l’impegno dei docenti italiani a quello dei colleghi dell’Europa occidentale” (che, guarda caso lavorano in media di meno delle attuali 18 ore), celando in modo alquanto maldestro la volontà di far cassa attraverso i famigerati tagli, ora il ministero dichiara che si tratta di un “profondo bisogno di innovazione nell’ambito dell’istruzione e della formazione“.

Onestamente non so di cosa si stia parlando. So che di ora in ora si rincorrono conferme e smentite. Tant’è che i timori a volte sembrano esagerati altre più che fondati. Nel frattempo il malumore serpeggia nei corridoi, nelle sale insegnanti, nelle alule scolastiche. Si sta pensando a come reagire, cosa fare, cosa proporre, indire assemblee, coinvolgere chi … non si sa. C’è tanta confusione e un’apprensione che mai, almeno per chi come me sta in cattedra da tanti anni, si era provata.

Ad ogni proposta precedente, da qualsiasi ministro provenisse, si assumeva una posizione di diffidenza, visto che l’abilità che, negli ultimi vent’anni almeno, tutti hanno palesemente manifestato è stata quella di cambiare le carte in tavola. Detta una cosa, subito se ne diceva un’altra per poi farne una terza. Arrivavano le smentite delle smentite e, di fronte a un atteggiamento del genere, si prendevano le distanze. Si diceva: tanto non fanno sul serio. Poi, quando davvero ci si rendeva conto che non scherzavano, si incassava il tutto con quella rassegnazione che è tipica di chi si sente una marionetta i cui fili possono essere tirati a piacere senza poter fare assolutamente nulla, senza poter opporre alcuna resistenza.

Mai, però, si era arrivati a sentirsi meno di una marionetta, meno di un burattino, piuttosto un sacco delle immondizie pronto ad essere gettato nella discarica dei senza dignità. Di quelli che contano meno di zero che, però, hanno in mano il futuro di chi un giorno farà parte del mondo del lavoro, della politica, della magistratura, della sanità … Andando avanti di questo passo, il nostro Paese sarà davvero in buone mani.

La scuola e il sistema di formazione dovrebbero essere una priorità assoluta per chi ci governa. Eppure non è mai stato così. L’Italia è fra i tre Paesi europei che spende meno per l’istruzione, solo lo 0,8 del PIL (vedi Rapporto EURYDICE 2012). Sulla scuola si risparmia, si taglia, si “ottimizzano le risorse”. La formazione degli insegnanti è sempre stata un problema di coscienza del singolo, mai sentita come necessità per migliorare il sistema scolastico. Il lavoro dei docenti è sempre stato basato sulla buona volontà di chi dà il giusto valore alla professione che svolge e sull’assoluta noncuranza di quelli che, invece, pensano di risparmiare energie lavorando il meno possibile. Tanto per quel che si guadagna …

Lo stipendio degli insegnanti italiani è agli ultimi posti in Europa (per fare un esempio, i finlandesi, l’eccellenza europea secondo i dati OCSE, guadagnano sino a 61mila euro annui lordi dopo 16 anni di servizio, mentre, in Italia, si arriva a 48mila euro lordi dopo 35 anni di servizio), ma questo non lo si dice. Ci sbandierano, invece, delle falsità sull’impegno didattico (ovvero, le ore di insegnamento frontale, a scanso di equivoci) dei colleghi europei che in media lavorano 16,3 ore. Altro che le 18 attuali e le 24 che il ddl vorrebbe affibbiarci!

Le prospettive sono tutt’altro che rosee. Eravamo abituati a essere considerati l’ultima ruota del carro, anzi, del carrozzone sgangherato come ormai è considerata la scuola pubblica, ma fino a questo punto … Profumo, dopo aver annunciato l’aumento delle ore, pensa di darci il contentino con 15 giorni di ferie in più. Sapete qual è il commento di gran parte dell’opinione pubblica? Ancora ferie? Ma se hanno già tre mesi … Nessuno considera che quei 15 gg in più sarebbero da fruire sempre nel periodo estivo, quando comunque non si è in servizio attivo a scuola, essendo sospese le attività didattiche. Quello che poi la gente non capisce è che questo contentino equivarrebbe a uno specchio per le allodole qualora lo fossimo. Ma non lo siamo e comprendiamo fin troppo bene che pochi potrebbero davvero usufruire delle ferie supplementari. Vediamo perché.

Chi insegna alle superiori ed è impegnato negli esami di Stato di fatto è in servizio attivo fino a metà luglio, più o meno. Sempre nello stesso ordine e grado di scuola da qualche anno c’è l’onere dei Debiti Formativi che gli studenti devono superare per essere ammessi alla classe successiva. Da anni i dirigenti tentano di far svolgere le prove per il superamento dei DF entro la fine di agosto, e in molti casi ci riescono pure. La tendenza generale è di rimandare il tutto a settembre, concludendo le operazioni (scrutini compresi) entro la prima settimana del mese, anche se in qualche caso si arriva a un compromesso e si iniziano gli “esami” l’ultimo lunedì di agosto. Ne consegue che, visto che il ddl specifica che tale periodo supplementare di ferie debba essere goduto nei giorni di sospensione delle lezioni definiti dai calendari scolastici regionali ad esclusione di quelli destinati agli scrutini, agli esami di Stato e alle attività valutative, velato riferimento agli “esami di settembre”, sarebbe comunque difficile per molti poter davvero farsi tutti e 51 giorni di ferie (suddivisi in: 32 di ferie vere e proprie + 4 gg di recupero delle festività soppresse + 15 gg supplementari proposti). Senza contare che i 6 gg cui avremmo diritto nel periodo delle lezioni, di fatto non li possiamo chiedere perché spesso i dirigenti pongono un limite al numero delle richieste, esigono che si trovino dei docenti disponibili per la sostituzione (il che implica che poi quelle ore le si debba restituire … ma allora di che ferie stiamo parlando?!) e che venga rispettata la norma che prevede la concessione delle ferie a patto che non ci siano oneri aggiuntivi per l’amministrazione.

Ma veniamo, dunque, agli effetti che avrebbe l’aumento delle ore di lezione sull’occupazione. Le ultime notizie parlano di chiarimenti sulla base della relazione tecnica che accompagna il ddl, in particolare il comma 42 dell’art. 3. “la norma in questione non comporta modifiche e in particolare riduzioni di organico … mantiene immutato l’orario di cattedra”, si legge a pagina 68. Ma allora perché finora si è parlato di un aumento delle ore di insegnamento? Pare che le ore aggiuntive debbano essere usate per la copertura degli spezzoni orario disponibili nella istituzione scolastica di titolarità, per spezzoni di sostegno e per le supplenze brevi e saltuarie. La corretta interpretazione va, però, in un’altra direzione rispetto alle voci della prima ora: la nuova norma prevede che il personale in questione sarà d’ora in poi obbligato alla copertura dello spezzone senza ricevere più una remunerazione aggiuntiva per questo.

Fin qui c’eravamo arrivati. Ma, fatti due conti, ci era parso di capire che a seguito dell’applicazione delle nuove disposizioni, il 30% delle cattedre venisse coperto dal personale superstite, dopo l’innalzamento delle ore di cattedra da 18 a 24. Sembra che le cose non stiano proprio così. Sarà il dirigente scolastico ad assegnare le ore in più ai docenti, con quale criterio non è dato sapere, coprendo più della metà degli spezzoni disponibili (9.269) mentre i rimanenti (11.483) saranno assegnati a personale precario, con supplenze fino al termine delle attività.
Agendo in questo modo, si arriverebbe a un risparmio di 265.705.154 euro, risparmio che deve essere garantito, come ha detto il ministro Profumo a Bersani che ha criticato questa parte del ddl, qualora si trovassero delle soluzioni alternative.

Così commenta la proposta di Profumo il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Piero Giarda: «L’ispirazione della proposta muove dal dibattito culturale nel Paese sulla centralità della scuola. È infatti evidente ed emerge da tutta la letteratura pedagogica e organizzativa nonché dai confronti con le scuole europee che il nostro sistema di istruzione e formazione ha un bisogno profondo di innovazione». «Sarebbe importante riflettere sulla possibilità di considerare l’orario di lavoro dei docenti in modo nuovo, flessibile, capace di rispondere alle esigenze formative di tutti e di ciascuno, di programmare e autovalutare azioni innovative molteplici, di progettare percorsi di recupero e di valorizzazione delle inclinazione e dei talenti di ciascuno. Si tratta di una prospettiva culturale e politica seria sulla quale il ministro dell’Istruzione auspica che, a prescindere dalle soluzioni, anche diverse, che si troveranno per rispondere alle esigenze di bilancio, si possano confrontare le diverse opzioni miranti a costruire una scuola più equa, più solidale e più moderna».

Le osservazioni di Giarda sono certamente condivisibili. Quel che stona, in questo frangente, è l’invocare innovazione e flessibilità calando dall’alto un aumento dell’orario di cattedra, non si sa se per tutti o per qualcuno, né si capisce con quali criteri avverrà l’assegnazione delle ore in più per coprire spezzoni e supplenze brevi, per una questione dichiaratamente economica. Sono ancora necessari dei tagli? Ditelo senza tirar fuori scuse e soprattutto senza parlare di innovazione perché la scuola è già stata penalizzata negli ultimi anni dai tagli imposti dalla Gelmini e da Tremonti e per migliorarne la qualità o anche solo l’organizzazione non si può continuare a tagliare indiscriminatamente senza considerare che l’orario di lavoro – per tutti i dipendenti, pubblici e privati – è stabilito da un regolare contratto. Il nostro è scaduto da anni e, invece di rinnovarlo per poter offrire ai docenti uno stipendio più decoroso e finanziare la scuola investendo in qualità e formazione degli insegnanti (altro che digitalizzazione… ), si porta all’esasperazione anche i docenti che hanno sempre lavorato con impegno e coscienza ma che hanno evidentemente raggiunto il limite della sopportazione, e fisica e morale.

Tante belle parole non bastano per chiedere un sacrificio. Gli insegnanti hanno già fatto molti sacrifici. Ora è il turno dei politici. Che incomincino a tagliare stipendi e numero di parlamentari, perlopiù assenteisti. Poi, caso mai, potranno chiedere anche a noi qualche sacrificio in più.

[fonti: ilSole24ore e Tuttoscuola.com]

SCUOLA SECONDARIA: AUMENTO DELL’ORARIO A 24 ORE? CARO MINISTRO, CI VUOLE TUTTI PAZZI?


Da quarantotto ore le voci si rincorrono e pare che la conferma sia arrivata dal ministro Profumo. In un articolo pubblicato su Repubblica si rende noto che i ddl Stabilità prevede che le ore settimanali degli insegnanti delle scuole secondarie debbano passare da 18 a 24.

Già ieri mattina a scuola c’era un bel po’ di maretta. Ah, a proposito, ci sarebbe stato sciopero ma eravamo tutti lì, o quasi. Non conosco i dati sulla partecipazione ma almeno qui la situazione era tranquilla. D’altra parte, di questi tempi chi rinuncia a 80 euro in busta paga per protestare contro i sordi? Sì, perché se erano sordi i politici non è che questi tecnici (dei miei stivali, aggiungerei) lo siano di meno. Fanno e disfanno ciò che vogliono atteggiandosi a salvatori della patria. Peccato che calpestino i diritti dei più poveri e indifesi, delle categorie maggiormente discriminate, come la scuola, per mantenere i propri privilegi e quelli dei compari politici. Perché è ovvio che questi tecnici stiano già pensando alla politica …

Ma veniamo al dunque: tutti a scuola per 24 ore settimanali, senza aumenti di stipendio (ma va?), anzi, pare che chi vorrà lavorare 18 ore, si vedrà decurtare il misero mensile. Tutto ciò, nonostante il contratto sia scaduto da quattro anni (e un’indennità di vacanza contrattuale di circa 13 euro mensili che dal prossimo anno verrà tolta!) e gli scatti bloccati fino al 2015 (qualcuno dice fino al 2017). Mentre i costi aumentano sempre più e il potere d’acquisto degli stipendi cala inesorabilmente, i docenti italiani saranno i nuovi poveri del futuro.

Io, lo confesso, questa strategia volta a tartassare i più deboli, a ridurre la cultura al ruolo di cenerentola relegata accanto al camino mentre la politica può andare al ballo tutte le sere, non la capisco. C’è la crisi economica, da una parte aumentano le tasse e dall’altra ci abbassano gli stipendi: COME PENSANO DI FAR DECOLLARE L’ECONOMIA QUESTI TECNICI DEI MIEI STIVALI?

Il nostro ministro tecnico fa rimpiangere persino la Gelmini – Pinocchio che, appena avuto il mandato, a proposito degli stipendi degli insegnanti, aveva detto che erano troppo bassi e che dovevano essere allineati alla media europea; poi, rimangiandosi tutto, ha partorito (oltre che la figlia Emma) la sperimentazione del merito, premiando i docenti più bravi e le scuole migliori, ovviamente stabilendo arbitrariamente la rosa dei partecipanti e senza obbligare nessuno. Democratico, no?

E ora arriva Profumo che dichiara che bisogna portare il livello di impegno dei docenti sugli standard dell’Europa occidentale. Ok, mi sta bene. Allora EQUIPARIAMO ANCHE GLI STIPENDI ALLO STANDARD DELL’EUROPA OCCIDENTALE. Eh, no, signori miei, l’aumento di stipendio, seppur legittimo, è impossibile per il Paese. Quindi, siamo noi i nuovi eroi, quelli che salvano la Patria, lavorando di più (con la conseguenza di un bel po’ di posti di lavoro in meno! Mi domando perché mai facciano i concorsi …) senza chiedere nulla in più perché pronti al sacrificio.

Chiediamo alla scuola un atto di generosità. Di più, un patto che rifondi questo mestiere così importante. Così si esprime il ministro. Ma di quale patto sta parlando? Un patto presuppone un’intesa fra le parti, o no? Ha chiesto il nostro parere? E come pensa di riuscire a rifondare questo mestiere così importante se lo sta affossando del tutto? E se è così importante, se viene ad esso riconosciuto il giusto valore, perché non gratificarlo, in modo che la gente (non oso più parlare di docenti) lavori meglio, invece di continuare a dare mazzate ai dipendenti scolastici, fino a ridurli in schiavitù?

E poi la beffa, oltre che il danno. La classica ciliegina sulla torta che a me, personalmente non piace tant’è che la sputo: in cambio di questo sacrificio, i docenti avranno dei giorni di ferie in più, naturalmente da spendere durante il periodo estivo quando le attività didattiche sono sospese. Un contentino che, pur senza responsabilità da parte nostra, abbiamo di fatto sempre avuto. Chi mai viene richiamato in servizio d’estate? E non siamo certo noi a chiedere di rimanere a casa. Ma allora, mi domando, se Profumo vuole zittire le malelingue che ci rinfacciano, puntualmente ad ogni inizio delle vacanze estive, che abbiamo troppe ferie, perché mai ce ne concede di più, con tutti i crismi dell’ufficialità, e ci fa lavorare sei ore in più alla settimana durante l’anno scolastico, quando siamo già oberati dal lavoro, senza tregua nemmeno durante il week-end? Perché, invece, non ci costringe a lavorare d’estate, con calma, nella progettazione didattica e nell’autoaggiornamento?

E non dimentichiamo che lo stress, già a livelli difficilmente tollerabili, dovuto all’aumento di allievi per classe e al numero di classi per ciascun dipendente, con relativo aumento di carico di lavoro DA SVOLGERE A CASA, NEI POMERIGGI, DI NOTTE, NEI WEEK-END, SENZA DIRITTO NEMMENO ALL’ORA D’ARIA DI CUI GODONO QUOTIDIANAMENTE I CARCERATI, mieterà sempre più vittime. In termini medici si chiama Stress Lavoro Correlato (SLC) ed è un fenomeno sempre più in aumento. Secondo un recente studio del dott. Vittorio Lodolo D’Oria (che mi ha gentilmente inviato il file per e-mail e mi ha autorizzato a diffonderlo) tale sindrome è costantemente in aumento e colpisce il personale della scuola con una media di vent’anni di servizio continuativo in cattedra. Immaginiamoci come sarà la situazione in futuro grazie all’allungamento dell’età pensionabile.

Andando avanti di questo passo, non ci resta che impazzire del tutto. A tale proposito, mi torna in mente un convegno cui ho partecipato qualche anno fa (aneddoto che conclude questo mio post): la sede scelta era il Centro d’igiene mentale, ovvero l’ex ospedale psichiatrico cittadino. Il direttore del corso, nonché direttore della ASL locale, ha accolto noi docenti con questa frase:
Dicono che a fare i prof si diventa pazzi. Abbiamo voluto accogliervi qui per il corso, così almeno iniziate a familiarizzare con l’ambiente”.
Quindici anni fa poteva sembrare una battuta, ora sembrerebbe quasi un triste presagio.

AGGIORNAMENTO DEL POST

Riporto da Tuttoscuola.com:

La legge di stabilità, secondo una bozza diffusa dai sindacati in attesa di definitiva convalida, prevede che “dal 10 settembre 2013 l’orario di servizio del personale docente della scuola primaria e secondaria di primo e di secondo grado, incluso quello di sostegno, è di 24 ore settimanali. Nelle sei ore eccedenti l’orario di cattedra il personale docente non di sostegno della scuola secondaria titolare su posto comune è utilizzato per la copertura di spezzoni orario disponibili nell’istituzione scolastica di titolarità e per l’attribuzione di supplenze temporanee per tutte le classi di concorso per cui abbia titolo nonché per posti di sostegno, purché in possesso del relativo diploma di specializzazione. Le 24 ore di servizio del personale docente di sostegno sono dedicate interamente ad attività di sostegno”.

Per quanto riguarda le ferie la bozza stabilisce anche che “il periodo di ferie retribuito del personale docente di tutti i gradi di istruzione è incrementato di 15 giorni su base annua. Il personale docente fruisce delle ferie nei giorni di sospensione delle lezioni definiti dai calendari scolastici regionali ad esclusione di quelli destinati agli scrutini, agli esami di Stato e alle attività valutative. Durante la rimanente parte dell’anno la fruizione delle ferie è consentita per un periodo non superiore a sei giornate lavorative subordinatamente alla possibilità di sostituire il personale che se ne avvale senza che vengano a determinarsi oneri aggiuntivi per le finanze pubbliche”.

Contro queste norme, se saranno confermate, il Codacons e l’Anief hanno già preannunciato il ricorso alla Corte costituzionale.

CREDO SIA NECESSARIO FERMARE QUESTO ASSURDO DDL. PER QUESTO CHIEDO A TUTTI DI FIRMARE LA PETIZIONE CONTRO LE 24 ORE DI INSEGNAMENTO: CLICCA QUI.

IL MINISTRO PROFUMO CONTRO L’ORA DI RELIGIONE FA INFURIARE IL MONDO CATTOLICO

Venerdì sera a Torino, in occasione della festa di Sinistra Ecologia e Libertà, il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo ha criticato l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole.

«Credo che l’insegnamento della religione nelle scuole così come è concepito oggi non abbia più molto senso. Nelle nostre classi il numero degli studenti stranieri e, spesso, non di religione cattolica tocca il 30%.», queste le parole del ministro la cui proposta è, dunque, quella di «meglio adattare l’ora di religione – ha precisato Profumo – trasformandola in un corso di storia delle religioni o di etica».

Lasciamo in sospeso, per ora, la trasformazione dell’IRC in qualcos’altro. Facciamo attenzione ai dati forniti (non si sa sulla base di quali statistiche) dal ministro sul numero degli allievi stranieri che popolano le classi delle diverse scuola italiane.

Come fa giustamente notare Tuttoscuola.com, la percentuale di alunni con cittadinanza non italiana nelle scuole statali è molto più bassa e non arriva nemmeno al 10% (7,9% due anni fa come da fonte ufficiale del Miur; il 9% nella primaria che è il settore più affollato). Ed è più bassa ancora nelle scuole paritarie. La percentuale più elevata si registra in Emilia con il 14%. Se però fosse vero quel 30%, vorrebbe dire che di alunni stranieri nella scuola statale, anziché essere 730mila circa, dovrebbero essere intorno ai 2,4 milioni!

Che dire? Un ministro dovrebbe almeno conoscere i dati diffusi dal suo stesso staff.

Passiamo ora alla proposta di Profumo e alle polemiche che ne sono scaturite. In prima linea troviamo CulturaCattolica.it che fa notare al ministro che l’IRC è regolato dal Concordato tra Stato e Chiesa e che gli articoli interessati giustificano la presenza dell’insegnamento nelle scuole della nostra penisola. Inoltre, per difendere l’ora di religione, vengono citate due fonti autorevoli: il cardinale Carlo Maria Martini che ha trattato la questione nella lettera pastorale “Andiamo a scuola” nel 1985, dopo l’approvazione della riforma del Concordato; il dottor Paolo Mieli che, il 7 maggio 2002, durante il Convegno “Ora di religione e riforma della scuola”, partendo dalla propria esperienza personale, dichiarò di aver scelto, nonostante le origine ebree, l’IRC per confrontarsi e crescere. (QUI si possono leggere le due testimonianze)

Secondo Gabriele Mangiarotti, autore dell’articolo, «È – l’ora di religione CATTOLICA – un servizio che vale per gli alunni che vogliano essere consapevoli della propria storia ed identità. E, nel caso di stranieri, anche se (o proprio se) di altra religione, l’occasione per integrarsi nell’ambiente e nella cultura in cui sono chiamati a vivere, anche da protagonisti!». Quindi, in risposta al ministro, osserva: «Credo che un ministro incompetente sugli argomenti che tratta non abbia più molto senso».

Da parte mia, ho sempre difeso l’insegnamento della religione nelle scuole, anche se trovo corretto il fatto che sia diventato facoltativo. Anche recentemente, in occasione del dibattito cui ha dato l’avvio l’Uaar proponendo una vera “ora alternativa”, che di fatto non esiste, impiegando quei docenti che altrimenti rischierebbero il posto per la contrazione delle cattedre, ho difeso l’IRC anche se appoggio l’idea di proporre delle alternative vere. Tuttavia, ho espresso delle perplessità riguardo alla possibilità che si propongano come alternative lezioni su argomenti più interessanti per gli studenti, paventando un fuggi fuggi di massa durante l’ora di religione. (LINK)

Mi sento, tuttavia, di appoggiare in parte la proposta di Profumo, anche se trovo il suo tono particolarmente arrogante (Monti docet). Sarebbe utile, infatti, un insegnamento aperto anche verso le altre religioni, nell’ottica di quel dialogo inter-religioso che l’indimenticato Papa Wojtyla aveva iniziato molti anni fa. Però mi pare che la maggior parte dei docenti di religione, specie nelle scuole secondarie, impostino già la loro didattica non tanto sui dogmi della Chiesa quanto sulla varietà delle religioni professate nel mondo nonché sulle problematiche legate all’universo giovanile, nelle relazioni familiari e non, contribuendo così alla formazione completa dei ragazzi nella prospettiva auspicata dal cardinale Martini che, rispondendo alla domanda: “Perché e come entra l’insegnamento della religione nel quadro delle finalità della scuola?, aveva osservato:

Entra per svolgere un servizio alla scuola e alle sue finalità. Abbiamo visto che una finalità della scuola è quella di porre il problema del rapporto dei dati scientifici e storici con il significato che essi hanno per la coscienza e la libertà. Orbene la coscienza e la libertà chiamano in causa i beni ultimi, universali, fondamentali dell’esistenza. Quello che, poi, la coscienza e la libertà decideranno circa questi beni, è un compito delle singole persone. Ma è compito della scuola porre correttamente il problema. L’insegnamento della religione, che riguarda appunto le questioni decisive, i fini ultimi della vita, aiuta la scuola a svolgere questo compito. L’aiuta entrando in dialogo con le altre materie di insegnamento, ma conservando una propria specificità

FRIULI – VENEZIA GIULIA: FINANZIAMENTO REGIONALE DI UN MILIONE DI EURO PER LA SCUOLA DIGITALE

Solo tre giorni fa il ministro del MIUR, Francesco Profumo, ha reso noto il programma di digitalizzazione della scuola per i prossimi anni. A breve scompariranno i registri e le pagelle in formato cartaceo. Già dallo scorso anno le iscrizioni nelle scuola di ogni ordine e grado erano possibili anche on line. La crisi economica ha reso necessari i tagli delle spese visto che il titolare dell’Istruzione, sentendo parlare di spending review, ha messo le mani avanti: il personale della scuola non si tocca. Salvi gli stipendi, seppur notevolmente assottigliati dall’aggravio fiscale e congelati per i prossimi tre anni (gli scatti di anzianità, infatti, sono bloccati), il risparmio di spesa doveva per forza trovare altre vie.

La scuola digitale, però, parte dal sud. Profumo ha, infatti, promesso la distribuzione di un tablet ad ogni insegnante delle scuole secondarie della Puglia, Campania, Sicilia e Calabria. Ma non per questo le rimanenti regioni se ne stanno a guardare.

La Regione Autonoma Friuli – Venezia Giulia, ad esempio, ha stanziato un milione di euro, per il 2012, al fine di digitalizzare le scuole secondarie con una dotazione di 839 lavagne interattive multimediali (Lim). Già dallo scorso anno scolastico è iniziata la formazione degli insegnanti e 16.800 studenti, il 13% del totale, hanno potuto far lezione con le lavagne digitali.

Il progetto, stando a quanto dichiarato dall’assessore regionale all’Istruzione Roberto Molinaro, ha una durata triennale e prevede anche il comodato dei libri di testo (già in essere da parecchi anni, per tutti gli studenti che frequentano la scuola dell’obbligo) non più solo in forma cartacea ma anche sotto forma di e-book. Verranno messe a disposizione degli studenti friulan-giuliani ancora 500 lavagne Lim e altre apparecchiature e attrezzature informatiche. Le istituzioni scolastiche interessate hanno tempo fino al 25 ottobre per presentare domanda ai competenti uffici regionali.

Un piccolo inizio, è vero, ma è la dimostrazione di quanto possa funzionare bene una regione autonoma, senza sprechi di sorta e soprattutto con delle innovazioni che risultano vantaggiose oltre che per gli studenti e gli insegnanti, anche per il ministero stesso che può tirare un sospiro di sollievo. Con buona pace anche di quelli della Lega.

[fonte: Messaggero Veneto]

LA SCUOLA DIGITALE DI PROFUMO PARTE DAL SUD. SCOPPIA LA POLEMICA LEGHISTA


Devo nuovamente parlare di spending review. Pare che in questo inizio d’anno scolastico sia la parola d’ordine da cui non si può prescindere.

Come si sa, il ministro del MIUR, Francesco Profumo, ha annunciato che, sempre nell’ambito della razionalizzazione delle spese, le pagelle saranno consultabili on line e in ogni aula ci sarà il registro elettronico. Poi, visto che oltre ai registri di classe ci sono quelli personali degli insegnanti, va da sé che anch’essi devono essere dotati degli idonei supporti elettronici. Il risparmio di spesa si aggirerà sui 30 milioni di euro. Non proprio bazzecole.

Ieri, in occasione dell’inaugurazione del nuovo anno scolastico, Profumo ha reso noto che tutte le classi scolastiche di medie e superiori avranno un computer e ogni insegnante delle regioni Puglia, Campania, Sicilia e Calabria, sarà dotato di un tablet. La spesa dell’operazione, annunciata per le prossime settimane, è di 24 milioni di euro; 8.647 milioni per fornire di un computer le 34.558 classi di scuole medie e 15mila 650 milioni per rifornire le 62.600 classi delle superiori.

L’operazione di digitalizzazione delle scuole e la fornitura degli strumenti informatici per i docenti del sud Italia ha un finanziamento: grazie a Formez (tristemente noto per l’elaborazione dei test di pre-selezione del concorso per Dirigenti scolastici) e ai fondi europei di cui può usufruire 712 scuole in Campania (59,9%), 599 in Puglia (85,3%), 233 in Calabria (57,2%) e 584 in Sicilia (58,3%) godranno di questo privilegio senza aggravi per la PA.

Com’era facilmente intuibile, i docenti del nord protestano, almeno quelli che condividono le parole del segretario della Lega Nord, Roberto Maroni che, ai microfoni di Radio Anch’io, ha dichiarato: «Non ho ben capito perchè i tablet vanno solo ai professori del Sud, poi si dice che la Lega è razzista. Qui un membro del governo dice: ‘favoriamo solo i professori del Sud’. È un atto di discriminazione incomprensibile, spero che il governo ci ripensi e faccia retromarcia. È una cosa pazzesca, una odiosa discriminazione che non ha alcun senso».

Al di là dell’interpretazione che viene data alla mossa del ministro Profumo, credo che la cosa più importante sia che le scuole del sud, sempre sotto accusa visti i risultati non sempre brillanti dei test InValsi, abbiano uno strumento per rinnovarsi. E’ certamente un piccolo passo e non vedo la ragione di protestare. A me personalmente sembra un gesto di grande civiltà.
Non è il caso di fare le bizze come i bambini che si contendono il giocattolo nuovo. Il tablet arriverà anche per noi. Piuttosto mi chiedo: chi finanzierà i corsi di formazione per i docenti, visto che non è obbligatorio saper utilizzare un tablet?

[fonte: Il Corriere; immagine da questo sito]

SCUOLA: ESCE IL BANDO DI CONCORSO PER RECLUTARE QUASI 12MILA DOCENTI, DOPO TREDICI ANNI

Tredici anni di attesa ma alla fine eccolo qui: il concorso per reclutare quasi 12mila docenti (per la precisione sono 11.892 i posti vacanti per i docenti. Altrettanti posti saranno riservati al personale in graduatoria. La Gelmini l’aveva promesso, Profumo ha concretizzato il progetto.

Il bando verrà pubblicato il 24 settembre. A gennaio si svolgerà la prova scritta (una prova strutturata di verifica delle competenze disciplinari), e le prove orali si svolgeranno in tempo per pubblicare le graduatorie in tempo utile per l’immissione in ruolo per l’anno scolastico 2013/2014.

Quattro nuovi decreti, sempre in materia di scuola, sono stati esaminati e approvati in serata dal Consiglio dei Ministri. Uno prevede l’assunzione a tempo indeterminato, già a partire dal prossimo anno scolastico (2012/13), di 1213 dirigenti scolastici e della trattenuta in servizio di altri 134, oltre all’assunzione di 21.112 unità di personale docente ed educativo; un altro l’assunzione di 60 docenti di I e II fascia per le Accademie e i Conservatori di Musica. Infine, via libera anche a un piano straordinario di assunzioni per professori universitari associati: per l’anno in corso si prevede l’assegnazione agli atenei della seconda tranche di risorse destinate alla chiamata di professori di II fascia per un importo di 15 milioni di euro relativo al 2012 pari ad una spesa annua a regime di 90 milioni di euro. Tali risorse consentiranno l’assunzione di un numero di professori di II fascia compreso tra 2.500 e 3.000.

[fonte: Il Corriere]

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