CARA SCUOLA, TI AMO DA IMPAZZIRE

Checché se ne dica, la maggior parte degli insegnanti ama la scuola. La ama a tal punto da passare notti insonni pensando all’onere del lavoro che spesso non riesce a sbrigare, o semplicemente rinuncia alle preziose ore di sonno per correggere i compiti. La ama a tal punto da prodigarsi di più per risolvere i “problemi” dei propri allievi piuttosto che quelli dei figli. La ama a tal punto da sacrificare i week-end per portarsi avanti con il lavoro, mettendo a rischio la pace familiare.

Quanti insegnanti, soprattutto donne, si riconoscono in questo quadretto? Credo molte anche se, probabilmente, non l’ammetteranno. Io l’ammetto così come ammetto che amo a tal punto la mia professione da non “staccare” mentalmente nemmeno d’estate. Altrimenti non starei qua a scrivere.

Il troppo amore per la scuola, però, può nuocere alla salute … mentale. Quante volte, dopo una mattinata particolarmente intensa o dopo un pomeriggio passato a lavorare a casa, senza distogliere lo sguardo, nemmeno per un istante, da quei compiti che sembrano non finire mai, anzi, sembra proprio che la pila cresca anziché diminuire, man mano che si procede con la correzione, si esclama: “Che stress!”? E quante volte, incrociandoci nei corridoi, fra colleghi ci lanciamo quegli sguardi complici, consapevoli che quel “male, lo stress, ha contagiato la maggior parte di noi, eppure non riusciamo a trarre affatto giovamento o gaudio, che dir si voglia, dal mal comune? E quante volte ci scappa, anche davanti agli allievi, nei momenti in cui ci sentiamo particolarmente vulnerabili e abbassiamo le difese, quella frase “Non ne posso più!” che pare l’anticamera della depressione? Quante volte? Tante. Ma, fortunatamente, quelle parole, “stress” e “depressione”, sono usate perlopiù in senso non letterale.

Qualcuno, però, che va letteralmente fuori di testa c’è. Anzi, più che qualcuno, tantissimi. Si chiama DMP (disagio mentale professionale da stress lavoro-correlato) ed è una patologia in aumento tra i docenti italiani. È una patologia tipica delle professioni di aiuto (helping profession) che numerosi studi hanno dichiarato a rischio. La DMP è in aumento tra i docenti italiani: le diagnosi psichiatriche sono passate dal 30% al 70% negli ultimi vent’anni nella sola città di Milano. Lo dichiara, non senza una certa preoccupazione, il dottor Vittorio Lodolo D’Oria che da anni si occupa della DMP. Ma quello che più crea apprensione è il fatto che pochissimi insegnanti sono pienamente coscienti del rischio che la loro professione comporta: solo il 19%. Non solo, pare che anche le malattie neoplastiche siano strettamente collegate all’insegnamento, tanto più che l’82% del corpo docente in Italia è costituito da donne: negli Usa già nel 2002 era stata segnalata una più alta incidenza di tumori al seno ed altre forme tumorali rispetto a quella della popolazione locale.
Se poi consideriamo che la maggior parte delle insegnanti ha superato i 50 anni, possiamo concludere, sostiene Lodolo D’Oria, che è maggiormente soggetta ad una patologia depressiva a causa del periodo perimenopausale che sta attraversando.

Sempre secondo l’esperto, lo Stato italiano sembra preoccuparsi ben poco dei rischi connessi alla professione. I ministri della Salute, delle Pari Opportunità e dell’Istruzione non hanno risposto, a tutt’oggi, a due interrogazioni parlamentari sulla materia. La prima a firma dell’On. Sbrollini nel 2009, e quella più recente portata in aula dal senatore Valditara il 12 gennaio 2011. Non solo, anche la riforma delle pensioni, che impone alle donne a rimanere in cattedra fino a 65 anni, avrà come conseguenza l’aumento delle patologie psichiatriche che potrebbe portare ad un’emergenza sociale. Quindi lo Stato, invece di correre ai ripari, rincara la dose.

Secondo Lodolo D’Orta è necessaria, innanzitutto, una formazione adeguata del personale sui rischi della DMP. Non esistono risorse per far fronte al problema, attraverso la prevenzione, anzi, la recente manovra finanziaria ha disposto il collocamento fuori ruolo dei docenti ritenuti inidonei permanentemente all’insegnamento, invitandoli (la norma non è coercitiva) a fare domanda per ottenere un posto di Assistente Tecnico o Amministrativo, mantenendo il maggior trattamento economico. Come dire: ce ne laviamo le mani.
A ciò si aggiunga la lunga lista dei collaboratori del Dirigente Scolastico, per la maggior parte donne, che si vedranno togliere il semiesonero o l’esonero totale dall’insegnamento, come richiesto dalla manovra di stabilizzazione che vuole evitare “sprechi” di denaro per pagare i supplenti, se impegnati in scuole con meno di 55 classi (80 per i circoli didattici). Considerando che il lavoro del collaboratore vicario è parecchio oneroso, anche se mal retribuito, si può prevedere un aumento del rischio DMP dato che chi avrà tale nomina dovrà continuare a fare ciò che ha fatto fino ad oggi ma rimanendo in classe per 18 ore a settimana, non una di meno.

Insomma, in Italia delle patologie mentali dei prof sembra che allo Stato non interessi granché. Non è così negli altri Paesi. Solo per fare un esempio, nei Paesi anglosassoni è presente, negli istituti scolastici, la figura del Counselor, un professionista che si occupa delle relazioni d’aiuto. In molte scuole italiane questa figura professionale esiste, viene pagata con le risorse dei singoli istituti, spesso attingendo a quel fondo determinato anche dai contributi degli studenti. Ma l’attività del counselor è pressoché finalizzata a porre rimedio al disagio degli studenti e delle loro famiglie. Pochi sono, infatti, i docenti che si rivolgono allo sportello d’ascolto, vuoi perché ritengono di non averne bisogno, vuoi per non sottrarre ore preziose agli studenti (gli interventi dei consulenti esterni sono spesso limitati come pacchetto orario, proprio per i costi che richiedono). Come dire: l’importante è che gli studenti non vadano fuori di testa. Il che apparentemente è correlato con la DMP dei docenti che, se hanno studenti più tranquilli, rischiano di meno le patologie da stress.

Ricordo che, anni fa, avevo seguito un corso tenuto da alcune psicologhe, che aveva come tema l’empowerment della persona. La sede scelta per il corso era il Centro d’igiene mentale, ovvero l’ex ospedale psichiatrico cittadino. Il direttore del corso, nonché direttore della ASL locale, ha accolto noi docenti con questa frase:
“Dicono che a fare i prof si diventa pazzi. Abbiamo voluto accogliervi qui per il corso, così almeno iniziate a familiarizzare con l’ambiente”.
Quindici anni fa poteva sembrare una battuta, ora sembrerebbe quasi un triste presagio.

SULL’ARGOMENTO INVITO A LEGGERE I SEGUENTI ARTICOLI, DA IL SUSSIDIARIO.NET:

Lodolo D’Oria: raddoppiano i docenti malati, perché il governo non fa nulla?

Lodolo D’Oria: 4 cose da fare per insegnare senza dire addio alla salute

Anna Di Gennaro, Lo stress dei prof, il “nemico invisibile” che si aggira per gli esami

[immagine da questo sito]

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Da piccola preferivo parlare ... oggi mi piace scrivere

Pubblicato il 18 luglio 2011, in docenti, scuola con tag , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

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