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IL BUSINESS DELLE LEZIONI PRIVATE SI PUO’ EVITARE. ECCO COME

lezioni private
Non è la prima volta che affronto l’argomento (leggi QUI). Già nel 2012 lo SNALS aveva proposto, prima al ministro Gelmini e poi a Profumo, di permettere ai docenti di dare lezioni private intramoenia, esattamente come è possibile che i medici in servizio in ospedale ricevano i pazienti all’interno della struttura pubblica in regime privato.

Ora questa proposta, che approvo pienamente, mi pare più che mai urgente.

Come si sa, nel 1995 vennero aboliti i cosiddetti esami di riparazione alle superiori. Allora questa decisione fu giustificata dalla volontà di mettere in crisi il mercato delle lezioni private e contrastare, quindi, il lavoro nero dei prof che le impartivano. Ma il Decreto ministeriale n. 80 del 3 ottobre 2007 (firmato dall’allora ministro dell’Istruzione Fioroni) che ha introdotto la “sospensione del giudizio” a giugno e l’obbligo di saldare i debiti formativi entro l’inizio del successivo anno scolastico, ha di fatto ripristinato l’antico. Cambia la forma ma non la sostanza.

Secondo quanto si legge in un articolo pubblicato sulla rivista specializzata La tecnica della Scuola, un sondaggio effettuato dalla Fondazione Einaudi sul mercato delle ripetizioni private, rivela un giro d’affari che si aggira intorno agli 810 milioni circa di euro e che grava sul bilancio di una famiglia italiana per 1620 euro all’anno. Infatti il 90% delle lezioni private non sono dichiarate al fisco.

Così conclude la relazione:

Come Fondazione Luigi Einaudi crediamo che le lezioni private devono essere regolarizzate, accompagnando la regolamentazione da un incentivo fiscale mirato.
Tuttavia, pur riconoscendo la libertà di scelta da parte di studenti e famiglie, crediamo che un numero così alto di studenti che prendono lezioni private nel tempo trascorso dopo l’attività scolastica regolare, dimostra il fallimento del sistema scolastico attuale e l’inadeguatezza della didattica, dei programmi, e spesso anche degli insegnanti.

Se da una parte appoggio la vecchia proposta del sindacato della scuola di regolamentare il “giro” di lezioni private facendole tenere dai docenti (ovviamente su libera adesione e non ai propri allievi, cosa vietata anche se, a volte, tollerata) nelle scuole stesse, dall’altra devo fare una riflessione su quanto dichiarato dalla Fondazione Einaudi circa l’inadeguatezza della didattica, dei programmi, e spesso anche degli insegnanti.

Prima domanda: perché le famiglie sono disposte a svenarsi, con la consapevolezza di favorire l’evasione fiscale da parte degli insegnanti, per mandare i propri figli a “ripetizione”?

Personalmente mi arrabbio quando vengo avvertita dai genitori che il proprio figlio è seguito da un insegnante privato. Tuttavia posso capire che nel rapporto “uno a uno” ci siano dei vantaggi che le classi numerose (26-28 allievi) precludono. Anche se si fa costantemente il ripasso dei contenuti, ci si esercita in classe e si cerca di venire incontro alle difficoltà di tutti, è ben difficile capire quali siano le difficoltà di ciascuno.

Spesso capita che un ragazzo insufficiente non abbia il coraggio di ammettere di non aver capito, rinunci a chiedere chiarimenti anche perché teme di essere preso in giro dagli altri, oppure ha paura di essere etichettato come “stupido” dall’insegnante stesso. E’ palese che ogni studente conosce il docente che ha di fronte e anche il clima che si respira in aula.
In casi come quello descritto, qualche lezione privata può essere risolutiva.

D’altro canto, se l’allievo insufficiente non si impegna, non sta attento in classe, non si esercita a casa, la presenza di un docente tutto per lui può sollecitare l’attenzione del momento, può anche risolvere qualche problema, ma se l’atteggiamento non muta, poco gioverà allo studente il sacrificio economico della famiglia.

Seconda domanda: perché mai, nonostante le scuole (mi riferisco ovviamente alle superiori) abbiano l’obbligo di organizzare attività di recupero durante l’anno, spesso affiancate da periodi di “pausa didattica” in cui ogni docente è tenuto ad intervenire in classe per colmare le lacune e venire incontro alle difficoltà degli allievi, molte famiglie rinunciano a questa opportunità preferendo mandare i ragazzi a ripetizione?

A volte può sembrare snobismo, altre semplicemente incuria. Se le condizioni economiche lo consentono, i genitori preferiscono affidare i figli alle cure di un insegnante privato (non sempre qualificato, tra l’altro). In altri casi, gli impegni extrascolastici dei figli (il più delle volte sportivi), oppure la lontananza della scuola dal proprio domicilio e la scomodità dei mezzi pubblici che hanno orari poco agevoli, spingono le famiglie a firmare le “liberatorie”, rinunciando al servizio offerto gratuitamente dagli istituti.

Parlo per esperienza, naturalmente, e mi riferisco alla realtà che conosco, insegnando in un liceo cittadino frequentato da molti studenti che vivono a distanza di molti chilometri dalla scuola, in paesini sperduti poco serviti dai trasporti pubblici.

Terza domanda: perché capita che i ragazzi che vengono indirizzati ai corsi o agli sportelli organizzati per il recupero, non ottengano i risultati sperati, costringendo le famiglie a porre rimedio ricorrendo alle ripetizioni private?

Sempre per esperienza posso dire che molto spesso succede che gli allievi frequentino i corsi e/o gli sportelli ma che mantengano lo stesso atteggiamento passivo, quando non di disturbo, che assumono in classe durante le ore curricolari. Giocherellano con il cellulare (che viene regolarmente ritirato e consegnato in presidenza, come avviene al mattino), parlottano, arrivano senza materiale (né libri né quaderni né fotocopie consegnate dall’insegnante) e senza aver svolto le attività assegnate.
I genitori di questi ragazzi li difendono osservando che, presentarsi a scuola nel pomeriggio, dopo un’intensa (?) mattinata di lezione, è molto faticoso e certamente non facilita la concentrazione. Le dimenticanze, poi, sono giustificate con la grande quantità di libri e quaderni che già devono portare per le lezioni mattutine, quindi lo zaino è stracolmo e non può contenere altro materiale. Sta di fatto che nella maggior parte dei casi, i libri e i quaderni li hanno già utilizzati la mattino e che le fotocopie di per sé non pesano tanto e occupano poco spazio.

Questi stessi genitori, poi, firmano le giustificazioni per le assenze pomeridiane e, adducendo come pretesto la scarsa efficacia delle attività di recupero (sic!), informano i docenti di essere stati costretti a mandare i figli a lezione. Inutile dire che, nella quasi totalità dei casi (in riferimento a quanto descritto sopra), quegli allievi non colmeranno comunque le lacune.

Detto questo, per tornare alla relazione della Fondazione Luigi Einaudi, io non credo che tutte le colpe debbano essere attribuite all’inadeguatezza della didattica, dei programmi, e spesso anche degli insegnanti. Non voglio assolvere tout court l’istituzione scolastica, perché sono consapevole che i programmi necessitino di una revisione, che la didattica in alcuni casi (non nella maggioranza, comunque!) lasci a desiderare e che ci siano insegnanti (anche qui credo non si tratti della maggior parte di essi) inadeguati. Tuttavia mi pare semplicistica la conclusione della Fondazione Einaudi, soprattutto perché ignora (o almeno credo) le dinamiche da me descritte. Come sempre, i conti non si devono fare senza l’oste.

[immagine da questo sito]

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COSI’ SONO DIVENTATA LA PROF CHE SOGNAVO

teacher-640x480Ho indugiato un po’ prima di decidermi a pubblicare anche qui il mio nuovo post pubblicato sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita”. Il motivo? E’ troppo autoreferenziale. Tuttavia, mi sono detta, deve esserlo per forza in quanto racconta la mia storia, ripercorrendo le tappe che mi hanno portata a diventare un’insegnante. Questo articolo, infatti, nasce dall’invito che il Corriere.it ha rivolto a tutti gli insegnanti, chiedendo loro di raccontare come sono diventati dei bravi insegnanti. Il problema è che non spetta a noi decidere se siamo bravi o meno. Diciamo che, nel momento in cui siamo appassionati, cerchiamo di migliorarci giorno dopo giorno, non ci arrendiamo di fronte alle difficoltà né ci sconfortiamo quando dobbiamo fare i conti anche con gli aspetti negativi della nostra professione, ecco che, se non siamo bravi, ce la mettiamo tutta.
Quando il mio post è stato pubblicato (il 14 giugno) sono rimasta spiazzata dal titolo (che non decido quasi mai io!). L’ho fatto notare alla redattrice con cui sono in contatto, ma non è stato cambiato anche se l’articolo poi è stato pubblicizzato sui social con il titolo che ho scelto per la pubblicazione qui.
Rileggendolo mi sono commossa. E’ un pezzo di vita, in fondo.
Buona lettura a voi!

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Sono una brava insegnante? Onestamente credo non spetti a me dirlo. Mi riferisco all’invito che il Corriere rivolge ai docenti chiedendo di raccontare la loro storia: «Così sono diventato un bravo insegnante».

Con più di trent’anni di carriera alle spalle posso dire di essere diventata più brava di quanto non fossi agli inizi. Banale, direte. Mica tanto. Conosco professori che insegnano allo stesso modo da sempre. Non si schiodano dal modello che avevano in mente ad inizio carriera, senza nemmeno porsi il problema di quanto siano cambiati, nel frattempo, i bambini e gli adolescenti. Un passaggio da una generazione all’altra che non supera i 5 anni. Gli anni che i liceali ci mettono per arrivare al diploma. Loro escono, altri entrano: un altro mondo.

Non so se sono una brava insegnante ma posso raccontarvi come sono diventata una professoressa.

Da bambina mettevo le bambole in fila sedute sul letto e facevo lezione. Ripetevo loro quanto imparato a scuola. In un tema di quinta elementare la decisione era già presa: da grande avrei fatto l’insegnante. Ma non era l’unico sogno. In famiglia feci il grande annuncio: “Prima la laura poi mi sposo”. Mio padre, vecchio stampo e con sangue napoletano nelle vene, anche se sempre vissuto al Nord, si affrettò a correggermi: “Volevi dire laurea, immagino. Perché se fai prima la laura e poi ti sposi, sono guai seri”.

Sono sempre stata determinata, mai un ripensamento. Il liceo classico, la laurea in Lettere (anche se il sogno vero era quello di insegnare Inglese), le supplenze ancor prima di stringere tra le mani, con infinito orgoglio, il diploma di laurea.

Mi capitò la prima supplenza in un corso serale per lavoratori (le 150 ore necessarie gli adulti per ottenere il diploma di terza media). Ricordo quella sera come fosse oggi. Mi sedetti in cattedra – una di quelle in formica, debitamente appoggiata sulla pedana di legno – e mi convinsi che quello fosse il posto in cui volevo stare. Mi sembrò di esserci nata.

Poi, però, dovetti fare i conti con quegli strani alunni: il fornaio, ad esempio, con il doppio dei miei anni, semidisteso sul banco, profondamente addormentato. Al mio “Wake up, please” (allora insegnavo inglese), più che urlato direi quasi timidamente uscito dalle mie labbra, forse perché inconsciamente mi dispiaceva davvero svegliarlo, lui apriva un occhio e mi diceva, con fare supplichevole: “Ma io sto in piedi dalle tre di stamattina…”.

Mi resi subito conto che non sarebbe stato facile. Ce la misi tutta e a un anno esatto dalla laurea vinsi il mio primo concorso, alla scuola media. Destinazione uno sperduto paese di montagna a un’ora e mezza di pullman da casa. L’anno seguente ne vinsi un altro: avrei insegnato in un istituto tecnico, sempre in montagna ma un po’ più in basso. Salutavo alla stazione i miei “vecchi” colleghi che dovevano prendere un altro pullman. Ero felice di aver accorciato di mezz’ora il mio viaggio.

Ma ero una brava insegnante? Lo credevo. Insomma, svolgere con passione l’unico lavoro per cui mi vedevo tagliata, penso alzasse almeno un po’ la mia cronicamente bassa autostima.

Dopo aver messo al mondo due bambini in 22 mesi (forse la prova più dura che la vita mi ha riservato, anche se infinitamente meravigliosa), trovai le forze per prendere la terza abilitazione: avrei insegnato al liceo. Soprattutto riuscii ad azzerare, o quasi, la distanza tra casa e scuola. Con due figli la cosa fu di vitale importanza.

Ho bruciato le tappe, considerando che oggi ci sono i precari storici che hanno poco meno della mia età. Io a venticinque anni ero di ruolo. Il che mi ha permesso di godere di una certa stabilità, non solo economica. Sapere quale classi ci aspettano l’anno successivo, non è cosa di poco conto.

Per dodici anni ho insegnato in uno dei licei scientifici della mia città. Sono stati anni di grande arricchimento professionale: si faceva di tutto, progetti a non finire, aggiornamento e auto-aggiornamento, ore e ore passate a scuola nel pomeriggio a discutere, confrontarsi, condividere. Mi sembrò logico, in quel clima, partecipare a un concorso nazionale che premiava le buone pratiche didattiche (l’archivio nazionale GOLD, ancora poco conosciuto anche dagli stessi addetti ai lavori). La documentazione del mio lavoro fu premiata, ne parlarono tutti a scuola, ero conosciuta negli uffici dell’IRRSAE (ora IRRE, si tratta degli istituti regionali di ricerca educativa), fui contattata dalla responsabile dell’INDIRE (Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca educativa) che mi intervistò e divulgò il mio progetto, portandolo come modello in molti corsi di formazione sulla documentazione didattica.

Ero diventata una brava prof? Forse sì, anche considerate le parole di elogio che sentivo a destra e a manca. Ma a me non è mai interessato farmi notare, anzi, mi sentivo un po’ a disagio. Poi scoprii che nel liceo dove insegnavo si era diffuso un mostro che ancor oggi detesto: l’invidia.

Me ne andai. Chiesi trasferimento in un altro liceo scientifico che tutti consideravano di serie B. Ma a me piace andare controcorrente. Soprattutto mi piacciono le sfide.

Sto concludendo il mio undicesimo anno nel “nuovo” liceo. Più di dodici di solito non resisto. Non potendo cambiare sede, dato che con le regole della #buonascuola mi ritroverei nell’albo regionale e io non ho più la forza di ricominciare daccapo, devo inventarmi qualcosa di nuovo. Dedicarmi, ad esempio, alle famiglie e agli allievi con qualche “disagio” (nulla di grave, eh, solo ansia…), programmando incontri con esperti per una scuola più a misura di studente.

Questo fa di me una brava prof? Non lo so ma so che mi piace da morire fare sempre qualcosa di diverso, sperimentare, trovare altre vie, una nuova didattica ma non solo…

Che cosa mi resta di quest’anno scolastico che si sta concludendo?

  • Un mazzo di rose gigante, affettuosamente offerto dalla mia quinta che non accompagnerò all’esame, ma che rimarrà sempre nel mio cuore.
  • Una mamma che, ascoltandomi parlare del figlio, mio allievo di seconda, mi dice: «Mi parla di lui e io ho di fronte proprio mio figlio, così com’è, ma proprio tale e quale. Ma come fa, con tanti studenti, a conoscerli uno per uno?».
  • Un ragazzo di seconda che l’anno scorso non riusciva a schiodarsi dall’insufficienza cronica in latino e quest’anno il 6 (e anche qualche 7) se l’è guadagnato con le sue forze. Sapendo che l’anno prossimo probabilmente dovrà cambiare insegnante, con lo sguardo smarrito di chi vede di fronte a sé un futuro incerto, ma sa apprezzare il presente, mi fa: «Ma io sarei proprio contento se lei continuasse ad essere la mia insegnate di latino».

Non so se sono diventata una brava insegnate. So di avere ancora tanto da imparare e so che quotidianamente imparo molto dai miei stessi studenti. Ma 24 maturandi, una mamma e un allievo che probabilmente il prossimo anno non sarà più “mio” mi incoraggiano a continuare, nonostante la fatica e il peso degli anni che passano, quello che non solo ritengo essere l’unico lavoro che posso fare ma che credo essere in assoluto il più bello del mondo.

Forse sono sulla buona strada. Ma c’è ancora tanto da fare.

LINK all’articolo originale

[immagine dal sito del Corriere.it linkato nel post]

MA I PROF NON DEVONO ANCHE INSEGNARE A VIVERE?

insegnare a vivere

Il mio nuovo articolo pubblicato sul Blog “Scuola di Vita” del Corriere.it in realtà è una rivisitazione di un post pubblicato su questo blog tempo fa, una riflessione che era nata in seguito al suicidio di una giovanissima. Lo ripropongo perché purtroppo eventi luttuosi che riguardano giovani studenti sono sempre più attuali. L’ultimo riguarda una sedicenne di Forlì che, tra l’altro, era bravissima a scuola ma odiava i suoi genitori perché non le permettevano di rincorrere i suoi sogni. Ora questi genitori sono indagati per maltrattamenti in famiglia e di istigazione al suicidio. (LINK)
Vi invito, come al solito, a continuare la lettura sul sito del Corriere.it.

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Gli studenti, tranne quelli che stanno affrontando l’esame di Stato, sono ormai in vacanza. L’ultima campanella per quest’anno scolastico è suonata da un bel po’ e noi prof abbiamo da poco terminato di espletare tutte quelle formalità burocratiche di fine anno: relazioni, programmi svolti, scrutini. Qualcuno è ancora impegnato nelle commissioni d’esame. Ancora una volta siamo i “giudici” dei nostri studenti. Ma noi un esame di coscienza ce lo facciamo mai?

Stritolati dalla burocrazia, nel compilare i programmi ben scritti e ordinati, rigorosamente salvati in un file del nostro pc, ci chiediamo cosa abbiamo fatto di buono quest’anno? E non mi riferisco agli argomenti trattati, alle poesie lette, ai capitoli spiegati, alle regole illustrate per bene alla lavagna. Per “buono” intendo qualcosa di umano, al di là dei numeri.

Docenti e studenti sono accomunati dalla stesso destino. Per il Ministero dell’Istruzione siamo solo numeri: 18 ore per docente, tot classi per scuola, 27-30 allievi per classe, e non importa se le aule sono troppo piccole per contenerli tutti. Non importa se le ore a volte sono troppo poche per svolgere i programmi, fare le verifiche, interrogare … troppo poche per accorgerci che quelli che abbiamo di fronte non sono solo numeri, sono piccoli uomini e piccole donne che attraversano un momento delicato, quello dell’adolescenza, che ha bisogno di molta attenzione.

Troppo spesso, presi come siamo dai mille oneri che la scuola ci impone, non ci accorgiamo dei loro disagi, delle loro lacrime, dei loro sospiri, del loro continuo chiedere di andare ai servizi, del movimento perpetuo che compiono nei loro banchi troppo stretti, troppo scomodi, troppo scolastici. Già, che cosa ci può essere di più scolastico di un’aula? Nulla. Forse dovremmo rendere quelle aule più umane e meno scolastiche, avere il coraggio di dire al diavolo i programmi, le verifiche, le interrogazioni, occupiamoci un po’ di loro.

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[immagine dal sito linkato; logo blog “Scuola di Vita” © Corriere.it]

UDITE UDITE: PER L’ONOREVOLE ILARIA CAPUA GLI INSEGNANTI ITALIANI SONO PAGATI ANCHE TROPPO

capuaC’eravamo quasi dimenticati dell’infelice uscita di Renato Brunetta che, nel settembre 2010, aveva dichiarato: “Abbiamo un corpo insegnante forse tra i più pletorici generosi dei paesi industrializzati le performance della scuola non sono le migliori, il livello di apprendimento dei nostri scolari non è paragonabile a quello degli altri paesi. Il sistema costa tanto e rende poco. Non è neanche vero che gli insegnanti sono pagati poco, perché in altri paesi guadagnano di più perché lavorano di più.”(ne ho parlato QUI)

Non avevamo dimenticato, invece, il più recente progetto dell’ex premier Monti che ci voleva aumentare l’orario da 18 a 24 ore di cattedra, con l’unico scopo di risparmiare sugli stipendi e di creare un po’ di disoccupazione. Le battute infelici possiamo anche dimenticarcele, gli insulti no. E quella proposta era un vero e proprio insulto nei confronti di chi lavora seriamente, ben oltre le 18 ore passate in aula, e che vuole continuare a farlo.

Ma il Montipensiero fa proseliti e la calza della befana ci ha portato un regalo inatteso: l’intervista dell’onorevole Ilaria Capua (Scelta Civica) a Tuttoscuola (LINK)
Fra le altre (infelici) cose dette, c’è qualcosa che conferma, anche se onestamente non ne sentivamo il bisogno, di quanto poco del nostro lavoro capisca chi fa politica.

Il corpo docente è profondamente sottoutilizzato. Perché i professori lavorano 18 ore a settimana e hanno un giorno libero: questo oggigiorno non lo può fare nessun lavoratore. Occorre utilizzare gli insegnanti facendoli lavorare qualche ora in più a settimana: per contribuire al recupero degli allievi più fragili, per organizzare dei centri estivi, per andare incontro alle famiglie e ai bisogni della società odierna, diversa da quella di 20/30/40 anni fa, quando la scuola è stata arricchita di un corpo insegnante così numeroso. Penso che nessun lavoratore abbia così tanti privilegi. I docenti dicono di essere pagati poco, ma secondo me non sono poi pagati così tanto poco …”

Io cerco di non arrabbiarmi e per questo mi tengo calma. Dico solo che, parlando di privilegi, le mie lunghe vacanze di Natale sono state, com’era prevedibile, di grande lavoro con 150 prove da correggere. In pratica mi sono concessa solo due giornate senza compiti: il 25 dicembre e il 1 gennaio. Per il resto, ho sempre lavorato.

Alla signora onorevole, che fa la veterinaria – almeno faceva, visto che ora è occupata in politica, attività che le permette di godere di ben altri privilegi e soprattutto di ben altro stipendio – dico solo: «Venga pure a fare il mio lavoro, cara signora, e dopo mi saprà dire se i soldi che guadagno al mese, dopo trent’anni di “carriera”, sono troppi».

Ah, un’ultima cosa: io lavoro sabato e sto a casa lunedì. Che mi dice di tutti gli impiegati che hanno il sabato libero? Davvero è convinta che “questo oggigiorno non lo può fare nessun lavoratore”? E poi, con la sua laurea in veterinaria andrebbe a lavorare in un centro estivo? Io con la mia in Lettere no. E non dica che sono choosy, per favore. Tanto a scuola fino a metà luglio ci starò ugualmente: a fare i corsi di recupero per gli studenti con il Debito Formativo, le verifiche e gli scrutini. Come vede non ho alcun bisogno di essere spedita in un centro estivo. Anche se … là forse almeno mi riposerei.

STUDENTE 16ENNE MUORE IN UN INCIDENTE. IL PROF: “MEGLIO COSÌ”

la disperazioneFaccio una premessa: trattandosi di un articolo di cronaca e non conoscendo i fatti, mi fido di quanto riportato dalla testata Il Piccolo. Se il fatto è stato riportato fedelmente, c’è da chiedersi a chi vengono affidate delle giovani menti che, oltreché cultura, chiedono soprattutto comprensione e una guida nel difficile cammino della vita.
Dal fatto di cronaca è nata una riflessione che mi fa piacere condividere con i lettori.

Il fatto.
Davide Zamparelli, un sedicenne che abitava in un paese del Friuli, è deceduto qualche giorno fa in un incidente con la moto. Una giovane vita troncata nel fiore degli anni. Una notizia che ha provocato sconcerto nella piccola comunità e profondo dolore alla famiglia, agli amici e ai compagni di scuola.

Il commento del prof.
Uno degli insegnanti di Davide, che frequentava la scuola media “Perco” di Lucinico (Gorizia), avrebbe commentato così la tragica fine del ragazzo: «È meglio che sia morto, così ha evitato altre delusioni dalla vita».
Un commento cinico che si può spiegare, almeno facendo una congettura, in questo modo: Davide aveva sedici anni e frequentava la scuola media, quindi doveva essere stato bocciato e, si sa, chi non ce la fa alle medie non è uno studente modello. Da qui la “delusione” cui fa riferimento il prof nel suo infelice commento. Dunque, secondo la visione di quel docente, la vita di Davide non avrebbe mai potuto essere segnata dai successi, né a scuola tanto meno nel mondo del lavoro. Insomma, un fallito senza futuro. Meglio morire, certamente.

Solo una congettura.
Ovviamente la mia è solo una ipotetica spiegazione di ciò che può essere passato nella mente di quel docente. Una spiegazione che, qualora sia azzeccata, deve far riflettere.
La scuola è realmente una parte importante nella vita di tutti. Ma non tutti sono tagliati per la scuola e molto spesso non è l’indolenza, come pensiamo, a determinare un fallimento nel percorso scolastico dei giovani. Molte volte il dito deve essere puntato sull’insegnamento e sugli scopi (non obiettivi, quelli lasciamoli alla programmazione annuale) che ci prefiggiamo quando sediamo in cattedra.
Trasmettere contenuti, verificare le conoscenze, le competenze e le abilità, svolgere rigorosamente i programmi ministeriali … sono questi gli unici scopi che ci prefiggiamo?

Gli studenti sono innanzitutto persone.
Con le loro fragilità, i loro interrogativi sulla vita, i loro punti di forza, perché no, ma anche la loro autostima che spesso è proprio bassa, i dubbi sul loro operato, le incertezze sul futuro, le domande che si pongono su ciò che fanno, ciò che potrebbero fare, ciò che vogliono fare ma non possono.
Insomma, abbiamo davanti persone non solo studenti. E abbiamo davvero il tempo di pensare a loro come persone? O sono solo numeri su un registro, in cui diligentemente annotiamo le assenze e i voti?

Insegnare è sempre più difficile.
Forse dovremmo chiederci, noi prof, quanto tempo dedichiamo a loro, parliamo con loro della vita, di quanto sia preziosa, da non buttare via. Noi che ogni mattina ci troviamo seduti in cattedra e ci arrabbiamo se gli studenti arrivano in ritardo o se non hanno i libri oppure hanno dimenticato di fare i compiti. Noi che minacciamo la nota sul libretto perché le regole devono essere rispettate, perché non si può dire mille volte le stesse cose e non essere ascoltati … già, noi pretendiamo di essere ascoltati, ma quando ascoltiamo loro? Durante le interrogazioni. Ma quelli che abbiamo davanti in quel momento sono gli studenti, e le persone?
Ci chiediamo mai se soffrono, se dono delusi, se innamorati, felici di vivere l’età più bella? C’è chi, commentando la Canzone di Bacco e Arianna di Lorenzo il Magnifico (quella che inizia con: Quant’è bella giovinezza / che si fugge tuttavia! / Chi vuol esser lieto, sia: / di doman non c’è certezza), mi ha detto: “macché bella e bella, dobbiamo studiare sempre, spesso con risultati deludenti, siamo sempre sotto pressione, facciamo un compito e l’indomani abbiamo già dimenticato tutto perché dobbiamo resettare il cervello e ricominciare con un’altra materia”. Ecco come vedono la scuola gli studenti (e non sto parlando affatto dei mediocri): una vera tortura, peraltro inutile.

Ecco, a me sembra che la “logica” di quell’insegnante non sia in fondo sbagliata, pur essendo la battuta biasimabile. Si è calato nelle vesti dei ragazzi e ha pensato che se la vita dev’essere soprattutto una delusione continua, tanto vale non viverla. Non si è chiesto, però, di chi è la colpa.

Io me lo chiedo ogni giorno.

A SCUOLA NON C’È MAI TEMPO by ALESSANDRO D’AVENIA

Che ne pensate?

Una ragazza ha letto in classe un articolo sul primo giorno di scuola che avrei voluto se fossi stato un alunno, apparso su un quotidiano all’inizio dell’anno scolastico e divenuto per molti ragazzi e professori un banco di discussione interessante. La classe di questa ragazza ha reagito con un entusiasmo che lei stessa non si aspettava. Hanno quindi deciso di fotocopiare l’articolo e metterlo nelle caselle dei professori, in trepidante attesa di una reazione. Avevano l’impressione di scatenare una rivoluzione pacifica, fatta di idee, che avrebbe aperto uno spazio, una speranza. Cosa è accaduto?

“Volevo raccontarti le reazioni (magari avessero reagito, in realtà) al tuo articolo. All’inizio avevamo scritto due righe spiegando che l’articolo aveva particolarmente colpito tutta la classe e che ci sarebbe piaciuto parlarne con loro… Ciò che ci ha colpito, in negativo, è che per la maggior parte non hanno reagito, o non hanno il tempo per reagire”.

Nessuna reazione: non c’è il tempo. Non c’è mai tempo per ascoltare la vita che chiede verità. Se protestano con violenza, se occupano, non c’è lo spazio: non si è nello stesso luogo. Se provano a ragionare con parole che hanno discusso e fatto proprie, non vengono ascoltati. Non c’è tempo. Tempo! Ecco ciò che serve ad educare: spazio e tempo. Spazio e tempo preso e dato a loro. É vero noi insegnanti abbiamo poco tempo tra programmi e interrogazioni, ma non possiamo ogni tanto fare qualcosa di straordinario, magari fuori orario? Trovare un po’ di tempo per ascoltare, soprattutto quando hanno qualcosa da proporre? Non avere tempo o non trovarlo è dire: non lo meriti. E fa tanto più male quanto più un ragazzo ha sperato di riceverlo.

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