STUDENTE 16ENNE MUORE IN UN INCIDENTE. IL PROF: “MEGLIO COSÌ”

la disperazioneFaccio una premessa: trattandosi di un articolo di cronaca e non conoscendo i fatti, mi fido di quanto riportato dalla testata Il Piccolo. Se il fatto è stato riportato fedelmente, c’è da chiedersi a chi vengono affidate delle giovani menti che, oltreché cultura, chiedono soprattutto comprensione e una guida nel difficile cammino della vita.
Dal fatto di cronaca è nata una riflessione che mi fa piacere condividere con i lettori.

Il fatto.
Davide Zamparelli, un sedicenne che abitava in un paese del Friuli, è deceduto qualche giorno fa in un incidente con la moto. Una giovane vita troncata nel fiore degli anni. Una notizia che ha provocato sconcerto nella piccola comunità e profondo dolore alla famiglia, agli amici e ai compagni di scuola.

Il commento del prof.
Uno degli insegnanti di Davide, che frequentava la scuola media “Perco” di Lucinico (Gorizia), avrebbe commentato così la tragica fine del ragazzo: «È meglio che sia morto, così ha evitato altre delusioni dalla vita».
Un commento cinico che si può spiegare, almeno facendo una congettura, in questo modo: Davide aveva sedici anni e frequentava la scuola media, quindi doveva essere stato bocciato e, si sa, chi non ce la fa alle medie non è uno studente modello. Da qui la “delusione” cui fa riferimento il prof nel suo infelice commento. Dunque, secondo la visione di quel docente, la vita di Davide non avrebbe mai potuto essere segnata dai successi, né a scuola tanto meno nel mondo del lavoro. Insomma, un fallito senza futuro. Meglio morire, certamente.

Solo una congettura.
Ovviamente la mia è solo una ipotetica spiegazione di ciò che può essere passato nella mente di quel docente. Una spiegazione che, qualora sia azzeccata, deve far riflettere.
La scuola è realmente una parte importante nella vita di tutti. Ma non tutti sono tagliati per la scuola e molto spesso non è l’indolenza, come pensiamo, a determinare un fallimento nel percorso scolastico dei giovani. Molte volte il dito deve essere puntato sull’insegnamento e sugli scopi (non obiettivi, quelli lasciamoli alla programmazione annuale) che ci prefiggiamo quando sediamo in cattedra.
Trasmettere contenuti, verificare le conoscenze, le competenze e le abilità, svolgere rigorosamente i programmi ministeriali … sono questi gli unici scopi che ci prefiggiamo?

Gli studenti sono innanzitutto persone.
Con le loro fragilità, i loro interrogativi sulla vita, i loro punti di forza, perché no, ma anche la loro autostima che spesso è proprio bassa, i dubbi sul loro operato, le incertezze sul futuro, le domande che si pongono su ciò che fanno, ciò che potrebbero fare, ciò che vogliono fare ma non possono.
Insomma, abbiamo davanti persone non solo studenti. E abbiamo davvero il tempo di pensare a loro come persone? O sono solo numeri su un registro, in cui diligentemente annotiamo le assenze e i voti?

Insegnare è sempre più difficile.
Forse dovremmo chiederci, noi prof, quanto tempo dedichiamo a loro, parliamo con loro della vita, di quanto sia preziosa, da non buttare via. Noi che ogni mattina ci troviamo seduti in cattedra e ci arrabbiamo se gli studenti arrivano in ritardo o se non hanno i libri oppure hanno dimenticato di fare i compiti. Noi che minacciamo la nota sul libretto perché le regole devono essere rispettate, perché non si può dire mille volte le stesse cose e non essere ascoltati … già, noi pretendiamo di essere ascoltati, ma quando ascoltiamo loro? Durante le interrogazioni. Ma quelli che abbiamo davanti in quel momento sono gli studenti, e le persone?
Ci chiediamo mai se soffrono, se dono delusi, se innamorati, felici di vivere l’età più bella? C’è chi, commentando la Canzone di Bacco e Arianna di Lorenzo il Magnifico (quella che inizia con: Quant’è bella giovinezza / che si fugge tuttavia! / Chi vuol esser lieto, sia: / di doman non c’è certezza), mi ha detto: “macché bella e bella, dobbiamo studiare sempre, spesso con risultati deludenti, siamo sempre sotto pressione, facciamo un compito e l’indomani abbiamo già dimenticato tutto perché dobbiamo resettare il cervello e ricominciare con un’altra materia”. Ecco come vedono la scuola gli studenti (e non sto parlando affatto dei mediocri): una vera tortura, peraltro inutile.

Ecco, a me sembra che la “logica” di quell’insegnante non sia in fondo sbagliata, pur essendo la battuta biasimabile. Si è calato nelle vesti dei ragazzi e ha pensato che se la vita dev’essere soprattutto una delusione continua, tanto vale non viverla. Non si è chiesto, però, di chi è la colpa.

Io me lo chiedo ogni giorno.

Informazioni su marisamoles

Da piccola preferivo parlare ... oggi mi piace scrivere

Pubblicato il 8 marzo 2013, in docenti, scuola, studenti con tag , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 12 commenti.

  1. Quando ho letto le possibili motivazioni di una certa affermazione (alla quale mi permetto di credere fino a un certo punto, conoscendo le verità surrettizie dei giornali, quando non proprio menzogne), me ne è venuta in mente una terza: un insegnante depresso, che ha proiettato sull’incidente il suo proprio stato d’animo, una visione fosca della vita che gli comincia a pesare e per cui, facendo un bilancio, quasi invidia chi non è costretto a viverla.

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    • Può essere ma, ripeto, entrando nella logica di certi prof, la mia congettura è abbastanza calzante.
      Anch’io prendo con le pinze ciò che scrivono i giornali ma nell’articolo le reazioni riportate, da parte degli studenti, non lasciano molti dubbi. Poi, è anche vero che gli studenti “interpretano” certe affermazioni e ne stravolgono il senso. Come osserva la dirigente, non ci sono riscontri oggettivi.

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  2. laGattaGennara

    Non dovremmo mai rilasciare interviste, in casi del genere. Sono d’accordo con te sulla possibile interpretazione, mentre leggevo ho anticipato il pensiero, leggevo sedicenne, poi terza media e mi dicevo ci sarà un errore. Alla fine del post ho capito che cadiamo in questa trappola, della scuola come misura di tutte le cose.

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    • Una trappola, davvero. A volte riteniamo che il valore di una persona sia determinato dal successo scolastico, dimenticando quante altre potenzialità si nascondano dietro i numeri che annotiamo sul registro.

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  3. L’affermazione è sicuramente infelice, ma non mi sento di giudicare qualcosa estrapolata dal contesto e senza conoscere la realtà. Posso anche pensare che l’uscita così cinica non corrisponda ad un preciso intento di ferire o offendere, ma sia proprio un modo sbagliato di esprimere altri pensieri. E’ vero che il lavoro dell’insegnante va oltre la semplice didattica e non può prescindere da un interesse nei confronti dell’alunno percepito come persona. E’ altrettanto vero che, in alcuni casi, credere in un recupero della persona al 100% è irreale, questo non significa che sia meglio la morte, ma che il lavoro da fare sarà tanto, duro, continuo e non ci si può aspettare chissà che risultati. E non è facile per nessuno lavorare in certe condizioni…

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    • Certo, non è facile lavorare soprattutto quando dall’altra parte c’è la chiusura totale. E non parliamo dei genitori che talvolta metto i bastoni tra le ruote.
      Tuttavia, vedo arrivare in quinta studenti che ritenevo spacciati già all’inizio della terza. E’ anche vero, però, che con la crescita le cose possono cambiare, mentre è più difficile “trattare” con i piccoli delle medie.

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  4. Non sono un’insegnante ,ma ho interpretato la cosa come un segno dei tempi difficili che stiamo vivendo.
    Forse l’insegnante addolorato intendeva dire che il povero ragazzo sarà uno di quelli senza preoccupazione per il futuro,ma non credo che nelle sue intenzioni ci fosse cattiveria o cinismo ma delusione per ciò che l’Italia sta subendo.
    E’ una supposizione tirata per i capelli ,ma per un attimo mi sono messa nei suoi panni,
    5 giorni fa in paese è morto un ragazzo di 35 anni per una banale caduta da una bici,appena mio marito e mio figlio mi hanno dato la notizia, la mia prima reazione dovuta alla rabbia e al dispiacere per una morte tanto assurda è stato esclamare ” Almeno non si dovrà più preoccupare per la pensione”.
    Piangevo mentre lo dicevo!
    Ciao Marisa.
    liù

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    • Forse hai ragione, forse l’insegnante in questione (sempre che abbia detto quello che viene riportato!) è sfiduciato e la battuta era riferita ai tempi difficili in generale. Certo è che se si è espresso veramente in quel modo, un adulto può essere anche depresso, sfiduciato e pessimista, ma deve soppesare le parole, anche per non essere frainteso.
      Altro discorso è ciò che si dice in famiglia.
      Ciao, cara. Un abbraccio.

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  5. “Strappato al male a venire”(Johnnie Sayre in “Antologia di Spoon River”).A voler essere buoni,forse il professore voleva dire questo. Ma il commento resta sempre infelice e penso che sia un male per la scuola avere docenti troppo letterati e depressi,incapaci di trasmettere messaggi positivi e di aiutare i ragazzi a trovare la loro strada nella vita. E penso al mio macellaio, che è stato mio alunno negli ultimi due anni della scuola media,che ha conseguito la licenza media a quasi 17 anni, ed ora è un buon lavoratore e padre di famiglia:capisco adesso perchè è tanto affettuoso con me

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    • Non so se quel professore avesse in mente l'”Antologia di Spoon River”.
      Il tuo macellaio è l’esempio di ciò che intendeva Pasteur dicendo: “Non è il lavoro che onora l’uomo ma l’uomo che onora il lavoro”.

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  6. Insegnare è porre dei “segni” dentro le persone. Non dovremmo mai dimenticarlo, anche nelle giornate per noi più buie.
    Un abbraccio, Es.

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    • Hai ragione. Ma errare è umano e in fondo anche noi siamo essere umani. Per questo credo che sia indispensabile fate dei controlli ai docenti, ogni tot anni. Specie ora che l’età della pensione è sempre più lontana.
      Ciao, cara. A presto.

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