PERCHÉ LA “LEZIONE” DI DANTE È ANCORA COSÌ ATTUALE?

In occasione della celebrazione del primo #Dantedì, una riflessione sull’attualità della “lezione” che Dante ci trasmette da più di 700 anni mi pare doverosa.

Il poema dantesco, capolavoro non solo dell’autore Dante Alighieri ma anche della letteratura italiana delle origini, croce e delizia per generazioni e generazioni di studenti liceali e no, costituisce ancor oggi un punto fermo per comprendere quanto quel mondo medievale etichettato da sempre come “oscuro” abbia invece trovato la luce proprio grazie alla Commedia (l’aggettivo “divina” affibbiato da Boccaccio e comparso per la prima volta nell’edizione a stampa cinquecentesca dell’opera, appare agli studiosi assai limitativo rispetto alla complessità dell’opera) che continua a insegnarci, in un certo senso, come l’uom s’etterna. Grazie agli insegnamenti di Brunetto Latini, che Dante incontra nell’Inferno tra i sodomiti, la lezione impartita all’auctor, della quale l’agens si fregia con malcelato orgoglio, travalica i secoli e ci ricorda che noi siamo oggi quello che il passato ci ha aiutato a diventare. La lettura del classici, infatti, ha un involontario intento didascalico a lungo termine che noi, uomini e donne del XXI secolo, abbiamo ancora l’obbligo di cogliere. E ciascuno di noi può lasciare un’orma più o meno vasta da tramandare ai posteri.

Come dobbiamo leggere oggi la Commedia?

Il poema dantesco, come tutti sanno, descrive il viaggio di un peccatore, perdutosi nella selva oscura, che va alla ricerca del Bene e per farlo deve compiere un percorso completo, tra i dannati, i penitenti e le anime beate, con lo scopo primario di comprendere l’origine del Male per non commetterlo più e salvare la propria anima.

Al di là del contesto storico (nel Medioevo la vita terrena era considerata un banco di prova per conquistarsi un posto nell’oltretomba con tanto di premi o punizioni dettati dai comportamenti assunti in vita) e della specifica esperienza di Dante agens, mi chiedo: quante volte noi, uomini e donne moderni, ci sentiamo intrappolati nella selva oscura, smarriti e incapaci di trovare la via d’uscita – un po’ come succede nella casa degli specchi dei luna park – e soprattutto, indifesi, imploriamo l’arrivo di un Virgilio che ci soccorra per non perderci del tutto?

Mai come in questo tempo oscuro di pandemia sentiamo la necessità di una guida sicura, di coesione, solidarietà (come insegna anche Leopardi con l’esempio della ginestra… altro classico che ancora ci parla, basta ascoltarlo), invochiamo una comunione d’intenti che non in una città partita, come la Firenze di Dante, ma in uno Stato incapace di rappresentare l’ancora di salvezza di cui abbiamo bisogno è un obiettivo difficile da raggiungere.

Ahi serva Italia, di dolore ostello,

nave sanza nocchiere in gran tempesta,

non donne di province, ma bordello! (Purgatorio, VI, vv. 76-78)

Quante volte, negli ultimi tempi, sono stati rispolverati questi versi danteschi per descrivere la situazione attuale? Che cosa diversifica il poeta fiorentino da noi?

Dante amava la sua città ma anche la politica. Ne coglieva il senso genuino, quello che etimologicamente rimanda alla polis greca, la città-stato, e ai polìtai, i cittadini. Fare politica, ai tempi dell’antica Grecia, era sinonimo di operare per il bene della comunità, pur con tutti i limiti di una democrazia non perfetta che conosciamo.

Dante soffriva per la situazione in cui versava l’Italia, anche se in fondo al suo cuore gli interessava che la pace fosse riportata a Firenze. Certo, la sua posizione di Guelfo bianco contrastava con quella degli avversari, i Neri. In politica è sempre stato così: ognuno vuol aver ragione e si è poco disposti a dar ragione agli altri, anche quando c’è di mezzo il bene comune.

Negli ultimi tempi, affrontando la pandemia, abbiamo compreso quanto questa unità di intenti sia difficile a livello politico. Eppure il bene comune è di fronte agli occhi di tutti: uscire al più presto dal pericolo costante del Covid19 che continua a fare strage. Il numero dei morti ormai non fa più paura: è come se ci fossimo abituati a guardare da lontano, arroccandoci nelle nostre certezze, qualcosa che non ci riguarda. Almeno finché la potenza del virus non bussi alla nostra porta ed entri nelle nostre case senza alcun invito. La nostra è una battaglia diversa da quella combattuta da Dante, feditore a cavallo, a Campladino. Non abbiamo lance da scagliare per aggredire o difenderci, se non la fiducia cieca nella scienza che, tuttavia, ci disorienta con le continue e diverse prese di posizione. Anche l’Alighieri, dopo la battaglia di Lastrassigna, nel 1304, in cui i Bianchi subiscono la sconfitta definitiva, deluso decide di separarsi dai suoi compagni e di far parte per se stesso. Così anche noi ci troviamo senza guida, delusi e impotenti nell’affrontare il nemico invisibile.

Per tutta la vita, l’Alighieri rincorre un ideale: quello dell’impero universale. Confidava nell’opera dell’imperatore Arrigo VII che avrebbe potuto ripristinare la pace a Firenze, ma non fu in grado di compiere la missione che Dante gli attribuiva poiché morì a Buonconvento presso Siena nel 1313.

Ancora nel VI canto del Purgatorio, non a caso un canto politico come tutti i sesti canti della Commedia, l’autore si scaglia contro l’impero che, decentrando gli interessi nella parte continentale, aveva lasciato l’Italia in balia di se stessa. In particolare se la prende con Alberto d’Asburgo:

O Alberto tedesco ch’abbandoni 
costei ch’è fatta indomita e selvaggia, 
e dovresti inforcar li suoi arcioni, 
                               99

Costei ch’è fatta indomita e selvaggia è la bestia indomabile in cui si è trasformata l’Italia ormai negletta, mentre dovrebbe essere lui a domarla. Ma non c’è alcuna speranza che tale situazione si risollevi in quanto la colpa primaria è da attribuire al contrasto tra impero e papato, che come ben sappiamo caratterizza tutto il Medioevo, soprattutto a causa dell’ingerenza del Papa negli affari politici. Dante lo sa bene dal momento che, quand’era priore inviato a Roma come ambasciatore, fu trattenuto da Bonifacio VIII che, nel frattempo, portò a compimento il disegno di riportare i Guelfi neri al potere nella città di Dante, grazie all’intervento di Carlo di Valois. Da quel dì il poeta, colpito dal bando d’esilio successivamente tramutato in condanna a morte, non fece più ritorno nella città natale.

Mi chiedo: l’Italia non è forse tuttora ostaggio della politica comunitaria? Quando sentiamo parlare di MES o Recovery Fund non ci sembrano una spada di Damocle che dobbiamo sopportare sulle nostre teste, senza che ci sia una guida politica sicura, nel nostro Paese e al di fuori dei confini nazionali, che operi per il bene della comunità tutta? Certamente la UE non è l’impero ma, senza polemica e in modo apolitico, possiamo dire che al posto dell’Alberto tedesco abbiamo l’Angela tedesca?

Nel III trattato della Monarchia Dante riprende la “teoria dei due soli” per sottolineare l’importanza che l’Impero e il Papato non dovessero essere antagonisti ma accompagnare gli uomini come due guide necessarie alla pace e alla felicità: non doveva il Papa arrogarsi il diritto di avere il potere temporale oltreché quello spirituale ma doveva mettersi al servizio del suo popolo, accompagnare il cammino degli esseri umani sulla terra come guida spirituale. Da parte sua, il Principe Romano [l’imperatore] deve tendere con tutte le sue forze a questo scopo, cioè a far sì che in questa aiuola umana si possa vivere nella libertà e nella pace

E in questa aiuola umana, che ci appare sempre più spoglia specialmente di valori e buone azioni comuni, non abbiamo forse bisogno di due guide? Al di là della Fede, che non siamo obbligati ad avere, non è forse utile anche ascoltare le parole del Pontefice il quale, stando all’etimologia del termine, cerca di “costruire ponti” e abbattere muri e confini? Nessuno è obbligato, s’intende, a condividere quanto il Papa, per dovere, esprime a livello dottrinale, ma stando anche alle parole di Francesco, “Nessuno si salva da solo”, forse qualche insegnamento laico potremmo anche ottenerlo. E proprio oggi, Papa Bergoglio riconosce nella figura di Dante, profeta di speranza e testimone del desiderio umano di felicità, quella di chi può ancora donarci parole ed esempi che danno slancio al nostro cammino. (LINK)

Non dimentichiamo che l’ostilità del nostro autore nei confronti di Bonifacio VIII (e indirettamente anche verso Celestino V, colui che fece per viltade il gran rifiuto [cfr. Inferno, III, v. 60] perché aveva reso possibile l’elezione del papa nemico) è anche una questione politica. Tant’è che l’Alighieri fu costretto all’esilio.

Siamo anche noi un po’ esuli, allo sbando, quando diventiamo oggetto di derisione, quando non troviamo comprensione in chi ci dovrebbe ascoltare e invece si gira dall’altra parte, quando ci sentiamo diversi e incapaci di tramettere al prossimo non solo la possibilità di trovare un elemento di unione ma anche di far capire quanto le peculiarità di ciascuno possano diventare ricchezza da condividere. E siamo esuli ogni volta che sentiamo stretti i confini del nostro bel Paese (per dirla con Dante) e ci allontaniamo forse con la speranza di tornare ma anche con la consapevolezza di cercar fortuna in altri luoghi, su altre spiagge, un po’ come anime del purgatorio che attendono l’angelo nocchiero sulle rive del Tevere. Perché a volte lasciare le proprie cose e sperimentare come sa di sale lo pane altrui sembra quasi una penitenza da scontare per poter vedere, grazie agli sforzi del nostro ingegno e sopportando le privazioni affettive, finalmente riconosciuto il nostro valore.

Potrei portare ancora numerosi esempi e so che quanto detto può non essere condiviso da tutti. Mi fermo qui perché la “lezione” più grande e magnifica che Dante, dopo sette secoli, ci trasmette ancora è l’amore per la conoscenza. Ognuno tragga il proprio insegnamento dalle cose che sa. Perché la conoscenza è la luce che rischiara il mondo che abbiamo davanti, grazie anche al contributo delle menti illuminate che ci hanno preceduto.

Informazioni su marisamoles

Da piccola preferivo parlare ... oggi mi piace scrivere

Pubblicato il 25 marzo 2021 su Senza categoria. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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