Odi et Amo: l’amore tormentato di Catullo per Lesbia

catullo e lesbiaNei tempi antichi l’amore inteso come trasporto passionale (eros) era un sentimento del tutto estraneo all’interno del matrimonio. Gli sposi, infatti, prima di arrivare all’ “altare” non si conoscevano nemmeno, o si erano appena intravisti. Questo comportava non pochi problemi: dietro la pietosa scusa che per un legame duraturo e fedele non ci fosse bisogno di essere innamorati, si nascondevano spesso unioni infelici, almeno per quanto riguarda le donne. Gli uomini, infatti, si concedevano delle libertà –più o meno come ai giorni nostri, almeno per quanto ci è dato sapere dai gossip– che, se fossero state appannaggio delle donne, avrebbero irrimediabilmente minato la loro reputazione. Detto in soldoni, le donne qualora si concedessero delle distrazioni, erano classificate come appartenenti al genere muliebre che prestava servizio nei lupanari, ovvero le case di tolleranza che offrivano sollazzi agli antichi Romani.

Il matrimonio, dunque, era un affare come un altro: il futuro sposo, infatti, donava alla donna l’anello nuziale (anulus pronubus), simbolo di fedeltà, e una caparra (arrha) al futuro suocero quale pegno del contratto matrimoniale. Questo poteva succedere quando la fidanzata era ancora molto piccola, dato che a quei tempi le ragazze a quattordici anni erano già spose e madri. Allora la vita media, infatti, era molto più breve rispetto ad oggi, quindi bisognava un po’ accelerare i tempi. La donna, poi, passava da un padrone all’altro: dalla tutela del padre a quella dello sposo. A seconda dei periodi poteva, tuttavia, godere di alcune libertà: uscire per andare a far visita alle amiche e per lo shopping, assistere col marito ai ricevimenti o partecipare ai banchetti, astenendosi dal bere vino onde evitare di fare brutte figure qualora avesse alzato un po’ il gomito, ma quando la cena, giunta alla comissatio, diveniva eccessivamente animata, ovvero entravano in scena le fanciulle danzanti e disponibili ad intrattenere gli ospiti, la donna per bene, la matrona, doveva andarsene Inoltre, quando appariva in pubblico, la matrona romana ideale doveva comportarsi nel rispetto delle tradizionali austerità e compostezza, in modo che sempre le si potesse riferire l’antichissima epigrafe, divenuta proverbiale: Casta fuit, domum servavit, lanam fecit (Fu casta, custodì la casa, filò la lana). Vita grama davvero quella delle donne dell’epoca!

Ma anche se i tempi cambiano, i vizi sembrano non mutare mai. Infatti c’erano anche nell’antica Roma le dovute eccezioni. In una di queste s’imbatté il nostro povero Catullo. Egli si innamorò di una certa Lesbia, almeno così il poeta chiama la sua donna nelle numerose poesie a lei dedicate. Ma si tratta certo di uno pseudonimo, un nome fittizio usato per mascherare quello vero, in modo che la buona reputazione della donna in questione non venisse intaccata. Operazione che a Catullo, nonostante la più buona volontà, riuscì piuttosto male visto che tutti a Roma -e pure noi dopo più di duemila anni- sapevano che la fanciulla in questione era una tal Clodia, gentildonna della “Roma bene” che, in quanto a fama, non faceva certo parte della schiera di donne virtuose descritte nell’epigrafe citata.

Catullo era doppiamente sfortunato: in primo luogo apparteneva al gruppo dei Poetae Novi che, seguendo l’antica tradizione greca, si dedicavano alla stesura di poesie “liriche”, affidando ai versi l’espressione dei più intimi sentimenti. Allora, però, questi poeti erano alquanto snobbati; la poesia, quella vera, era considerata l’epica, volta alla celebrazione delle eroiche imprese con fine prettamente didascalico. Ora, cos’aveva da insegnare Catullo e gli altri Poetae Novi assieme a lui? Nulla. A parte, forse, come evitare di diventare lo zerbino di un’amante ingrata che si prende gioco degli sciocchi che le corrono dietro, nonché lo zimbello di tutti. Ma forse questa non era la materia didascalica per eccellenza. Da che mondo è mondo, infatti, per amore si soffre e, nonostante gli esempi illustri di chi si è rovinato per correre dietro alle gonnelle, non s’imparerà mai abbastanza. Ogni esperienza è personale e a nulla vale l’esempio di altri, nel bene e nel male.
L’Altro motivo per cui si può con certezza affermare che Catullo fosse sfortunato è che questa Lesbia, o Clodia che dir si voglia, non se lo filava per niente, o meglio, cedeva alle di lui lusinghe quando non aveva altro da fare o nessun altro pollo da spennare. Non ci stupiremmo, quindi, se il poeta soffrisse di qualche complesso … per dirla con Freud, di traumi deve averne subiti parecchi e la rimozione non sembra gli riuscisse alla perfezione. Eh no, povero Catullo, il pensiero tornava sempre là, alla sua Clodia o Lesbia, insomma pare volesse incrementare la sua infelicità quando non gli pareva d’essere sufficientemente infelice, in una sorta di autolesionismo quasi cronico.

Ma Lesbia non era una donna come le altre. Pare fosse più vecchia di lui di una decina d’anni, sorella del tribuno Publio Clodio e moglie, nonché vedova in seguito, di Quinto Cecilio Metello. Tuttavia l’identità vera della donna in questione non ha importanza primaria; quel che conta, infatti, è ciò che per Catullo Lesbia rappresentò: l’oggetto di un amore altalenante fra momenti di felicità sublime e momenti di più cupa infelicità, da cui derivarono gioie intensissime e acuta sofferenza. Questo stato d’animo così oscillante è perfettamente rappresentato da uno dei carmi più celebri del poeta veronese: Odi et amo (c. 85).

Odi et amo. Quare Id faciam,fortasse requiris.
Nescio,sed fieri sentio et excrucior
.

[Odio e amo. Forse mi chiedi come io faccia.
Non lo so, ma sento che ciò accade, e mi tormento.]

In questa poesia si esemplifica l’ossimoro catulliano: amore e odio, sentimenti contrastanti di cui il poeta non si capacita. Si chiede, infatti, perché possa succedere di amare e odiare nello stesso tempo la sua donna, ma non sa darsi risposta e, rassegnato nonché disperato, risponde che è così e basta.

Sulla scia di Catullo molti hanno ripreso quest’ossimoro, anche nelle canzoni.
Totò, ad esempio, nel testo di una delle più famose canzoni italiane, Malafemmena, scrisse:

Femmena,
tu si’ a cchiù bella femmina …
Te voglio bene e t’odio,
nun te pozzo scurdà
.

senza riuscire a scordare colei che era per lui fonte di dolore. Ma in tempi più recenti, anche Mina gridava ad un suo fantomatico amante:

Ti odio, poi ti amo,
poi ti amo, poi ti odio,
poi ti amo…
Non lasciarmi mai più:
sei grande, grande, grande,
come te sei grande solamente tu
.

anche se, nonostante l’odio, l’amore aveva la meglio, se definiva l’uomo “grande”, anzi quattro volte “grande”. Anche il dolcissimo Baglioni, alle prese con un amore totalizzante, cantava:

Io ti odio ti odio ti odio,
ma perché sei tanto bella
ti odio perché non scompari,
perché non ti uccidi
e perché ti voglio tanto io

salvo volere la morte della donna in questione, giusto per liberarsi dal fastidioso legame con una donna troppo bella. Valli a capire i cantautori! E non è da meno Adriano Celentano che, passibile di denuncia per plagio, mette in musica i versi di Catullo, precisi precisi:

A chi vorrai sembrar bella
di nessuno… ti importerà
[…]
Di chi sarai? Chi bacerai?
A chi tu morderai
Le labbra sue
Come facevi a me
Mentre io… morivo per te
? (Sarai uno straccio)

Infatti, se confrontiamo i versi 16-18 del carme 8 di Catullo:

Quis nunc te adibis? Cui videberis bella?
Quem nunc amabis? Cuius esse diceris?
Quem basiabis? Cui labella mordebis?

[Da chi ora te ne andrai? A chi parrai bella?
Chi ora amerai? Di chi si dirà che tu sei?
Chi bacerai? A chi morderai le labbra?]

non può non saltare all’occhio la somiglianza quasi letterale tra i due testi.

Quest’ultima poesia mette in luce la grande amarezza provata dal povero Catullo in conseguenza di uno dei tanti abbandoni da parte di Lesbia. Lei era fatta così; ogni tanto si stufava e lo ignorava, pur sapendo che se ne sarebbe pentita e sarebbe ricaduta fra le sue braccia. Ma per lui ogni abbandono era come se fosse il definitivo; chi ha provato ad innamorarsi di una persona volubile, per dirla con un eufemismo, lo sa bene. Ogni volta che si viene abbandonati ci si dispera e si giura che basta, anche se poi l’amante si rifarà vivo o viva, lo/la si manderà a quel paese. Anche Catullo ogni tanto ci cascava, senza rendersi conto che lei si divertiva a calpestare la sua dignità, che lo faceva apparire lo zimbello di cui tutti si prendevano gioco. Insomma, quasi quasi la storia di Catullo e del suo infelice amore assomiglia alla trama di qualche gossip attuale, ma allora il marchio di “cornuto e felice” non era così facile da sopportare. Pensate poi che lui era un poeta, che i suoi tormenti li metteva in versi, di conseguenza smettevano di essere fatti privati e lo esponevano al pubblico ludibrio. Come quella volta in cui, stufo di essere preso per i fondelli, decise che non meritava “uscire pazzo” per Lesbia che aveva perso l’occasione di avere un partner fedele (il foedus, cioè il patto di fedeltà, era fondamentale per gli antichi Romani nei rapporti amorosi); peggio per lei. (cfr. c. 8).

Però un po’ di comprensione la merita anche lei, Lesbia. Catullo, infatti, doveva essere un po’ ossessivo, mai sazio di baci, ad esempio, visto che ai vv. 7-11 del carme 5 scrive:

da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum.
dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus
[…]

[Dammi mille baci, e poi cento,
e poi altri mille, e poi di nuovo cento,
e poi ancora mille, poi cento.
Poi, quando ne avremo sommate molte migliaia,
li confonderemo per non sapere quanti ce ne siamo scambiati. ]

Forse lei alla fine aveva perso il conto e lui se l’era presa. Mi torna in mente un’altra canzone, “Creola” cantata dalla Cinquetti, che dice “Straziami ma di baci saziami”. Ecco forse Catullo aveva straziato abbastanza la sua Lesbia che l’aveva, per l’ennesima volta, abbandonato. Ma lui, alla fine, comprendendo che di lei non poteva fare a meno, in un’altra poesia scrisse:

Dicebas quondam solum te nosse Catullum,
Lesbia, nec prae me velle tenere Iovem.
Dilexi tum te non tantum ut vulgus amicam,
sed pater ut gnatos diligit et generos.
Nunc te cognovi: quare etsi impensius uror,
multo mi tamen es vilior et levior.
“Qui potis est”, inquis? Quod amantem iniuria talis
cogit amare magis, sed bene velle minus
. (c.72)

[Un tempo dicevi di amare soltanto Catullo,
o Lesbia, e di non volere nemmeno Giove al posto mio.
Allora ti amai, non solo come la gente ama l’amica,
ma come il padre ama i suoi figli e i suoi generi.
Ora ti ho conosciuta; perciò anche se brucio più ardentemente,
tuttavia per me sei molto più spregevole e insignificante.
“Come è possibile?”, dici. Perché tale offesa costringe
l’amante ad amare di più, ma a volere meno bene.]

Forse a noi sfugge la differenza tra “amare” e “voler bene”, ovvero non comprendiamo fino in fondo quale fosse il significato attribuito a tali espressioni dai Romani. In realtà il verbo “amare” faceva riferimento esclusivamente al rapporto carnale, passionale, l’eros insomma, mentre con l’espressione “bene velle”, che traduciamo alla lettera senza renderle giustizia, s’intendeva un rapporto di stima e fiducia reciproca. Detto altrimenti, Catullo aveva perso la stima in lei, soprattutto perché Lesbia aveva mancato più volte al foedus, anche se non disdegnava d’infilarsi nel suo letto. Quindi, a rigor di logica, aveva accettato di fare sesso senza amore, cosa che per lei, suppongo, non doveva essere poi così difficile. Né Catullo era all’oscuro delle di lei tresche, visto che nei versi finali del carme 11 declama:

cum suis uiuat ualeatque moechis,
quos simul complexa tenet trecentos,
nullum amans uere, sed identidem omnium
ilia rumpens;
nec meum respectet, ut ante, amorem,
qui illius culpa cecidit uelut prati
ultimi flos, praetereunte postquam
tactus aratro est
.

[viva pure e goda con i suoi amanti, (lett. “ganzi”)
tenendone trecento fra le braccia,
e non amandone sinceramente nessuno
ma ugualmente rompendo i fianchi di tutti;
e non aspetti, come prima, il mio amore,
che per sua colpa cadde come fiore dell’ultimo prato,
dopo che fu toccato da un aratro che passava.]

Insomma, dalla lettura del carme pare che Catullo si fosse rassegnato, tanto da rivolgersi ad un rivale, tale Celio, con queste parole:

Caeli, Lesbia nostra, Lesbia illa,
illa Lesbia, quam Catullus unam
plus quam se atque suos amavit omnes,
nunc in quadriviis et angiportis
glubit magnanimi Remi nepotes
. (c. 58)

[O Celio, la nostra Lesbia, quella Lesbia,
quella Lesbia che, sola, Catullo
amò più di se stesso e di tutti i suoi cari,
ora agli incroci delle strade e nei vicoli
“scortica” i nipoti del magnanimo Remo.]

Su chi fosse questo Celio, si possono fare solo delle congetture. Potrebbe trattarsi di M. Celio Rufo, oratore difeso da Cicerone nella celebre orazione Pro Coelio (56 a.C.) che pare fosse stato l’amante di Clodia dal 59 al 57 a.C, da lei accusato di gravissime colpe. Può essere che Catullo gli fosse amico prima della sua relazione con Lesbia, dato che nel c. 77 gli rimprovera di aver tradito l’amicizia rubandogli il suo amore:

Rufe, mihi frustra ac nequiquam credite amice
(frustra? immo magno cum pretio atque malo),
sicine subrepsti mi, atque intestina perurens
ei misero eripuisti omnia nostra bona?
eripuisti, heu heu nostrae crudele venenum
vitae, heu nostrae pestis amicitiae
.

[O Rufo, io mi sono fidato di te, come di un amico, ma senza frutto e inutilmente
(senza frutto? che dico? l’ho pagata cara e salata),
così ti sei insinuato nel mio cuore, e, bruciando ogni mio affetto,
così hai strappato, a me infelice, ogni mia gioia.
Sì, l’hai strappata, acerbo veleno
della nostra vita, ohimè, infamia della nostra amicizia.]

Se l’identificazione fosse esatta, si potrebbe dire che al nostro Catullo non gliene andasse bene una: oltre a rimanere senza donna, resta pure senza l’amico. Ma come nelle migliori tradizioni, non parrebbe strano che l’amico più caro gli soffiasse la donna, pur essendo improbabile che, dopo l’ennesima rottura con Lesbia, Catullo andasse in cerca proprio di questo Rufo. O forse si tratta d un altro Celio, un tale proveniente da Verona, che viene nominato anche al carme 100, e a lui sarebbero quindi indirizzati questi versi in cui, diciamolo, la fanciulla non viene dipinta come donna virtuosa. Infatti il verbo globo ha una valenza piuttosto negativa; letteralmente significa “levare la scorza” e facilmente si può intuire il suo significato traslato. D’altra parte, da una che frequenta gli angiporti, ovvero le viuzze dove si trovavano le stanze delle meretrici, non ci si può aspettare nulla di meglio. Eppure Catullo ce ne mise di tempo per capire che Lesbia non se lo filava per niente, che lui era solo un trastullo di cui lei si stufava presto e che prendeva e mollava a piacimento. Lui, poi, era anche squattrinato, come osserva nel carme dedicato a Fabullo, un amico un po’screanzato che si era autoinvitato a cena (cfr. carme 13). Il poeta, un po’ ironicamente in verità, non rifiuta di accoglierlo come ospite ma gli dice di portarsi dietro la cena perché tui Catulli plenus sacculus est aranearum (il portamonete del tuo Catullo è pieno di ragnatele). Certo, di un poeta povero in canna Lesbia non se ne faceva proprio nulla visto che poteva avere quanti uomini voleva ed essere anche pagata. Una specie di escort moderna, insomma.

Quello che la donna crudele e ingrata non comprese mai fu quanto lui l’amasse. Nel carme 87, una vera e propria dichiarazione d’amore di cui, probabilmente, ancor oggi qualcuna vorrebbe essere destinataria, un Catullo rassegnato ma non pentito scrisse:

Nulla potest mulier tantum se dicere amatam
vere, quantum a me Lesbia amata mea est.
Nulla fides ullo fuit umquam foedere tanta,
quanta in amore tuo ex parte reperta mea est
.

[Nessuna donna può dire di essere stata amata così
sinceramente, quanto la mia Lesbia fu amata da me.
Mai in nessun patto ci fu tanta fedeltà,
quanta si è potuta riscontrare nel mio amore per te.]

Un peccato davvero che Lesbia, anche se bella e desiderata da molti, sia stata così ottusa. Mai un “canzoniere” così ricco di emozioni e di sentimenti, pur contrastanti, fu scritto per altre. A Catullo dobbiamo attribuire almeno questo merito, se non altro. Forse gli studenti che si apprestano a fare le traduzioni delle sue liriche non riescono ad apprezzare fino in fondo i suoi versi; leggere una buona traduzione semplicemente per diletto lo farebbe senz’altro rivalutare anche dai più giovani.

[Nell’immagine: dipinto di Godward]

  1. Un’analisi davvero eccezionale per i sentimenti che riesce a toccare. Solo con la comprensione che per quanto siamo lontani, socialmente e culturalmente, dai nostri antenati, i sentimenti umani accomunano l’umanità tutta nel tempo e nello spazio, rendendo vive al di là dei secoli le parole di un poeta che ha amato, odiato e sofferto. Come ciascuno di noi

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  2. Ciao😀 davvero belle parole! Posso sapere come va a finire? ovvero, se lui riesce a resisterle e a dimenticarla!

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  3. Mi piacerebbe molto trovare una analisi non solo dei carmina più noti ed apprezzati di Catullo, ma anche del suo aspetto più violento, per i componimenti di forte invettiva. I carmina 16 e 42 sono pienamente rappresentativi di ciò, ma trovarne informazioni (mi riferisco all’ analisi dettagliata di figure retoriche e costrutti della lingua catulliana) è pressochè impossibile. Come mai? Qualcuno può aiutarmi?

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    • Sul web si trovano i testi ma non le spiegazioni perché, come facilmente si può intuire, non sono poesie da leggere in classe. Comunque le consiglio un buon libro, scritto da una curatrice di manuali di storia antica: “Dammi mille baci” di Eva Cantarella (Feltrinelli). Se non sbaglio nelle librerie Feltrinelli in questi giorni c’è lo sconto del 25%.

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  4. Bellissimo post, profondamente esaustivo e che non fa che aumentare la tenerezza che ho provato nei confronti di Catullo a seguito delle scarse conoscenze che ho avuto modo di acquisire… grazie per averlo proposto, l’ho davvero gradito perchè solo approfondendo taluni argomenti si riesce ad apprezzarli, scevri dal fanatismo scolastico di alcuni docenti che ottengono l’unica finalità di farti odiare la materia!
    Ciao, Tatiana

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    • Ciao, Tatiana, benvenuta!
      Questo è il mio blog interamente dedicato alla scuola (cliccando sul mio nome nei commenti, invece, si viene dirottati sul mio blog principale). Cerco, come posso, di rendere meno noiose le lezioni, anche perché le materie che insegno non sono di certo le più apprezzate da chi frequenta il liceo scientifico. La tua riflessione sui docenti che ottengono l’unica finalità di farti odiare la materia è quanto mai attuale, purtroppo.
      Se ti piace il genere, ho scritto alcune “Pagine d’Epica”. Ne è uscito un “libro” che vorrei pubblicare ma sono talmente pigra da non avere voglia di mandare il “manoscritto” alle case editrici. Così ne ho pubblicato una parte (questo è il link) in attesa che qualcuno si accorga di me.🙂

      Alla prossima. Un abbraccio.

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  5. Grazie di avermelo evidenziato, appena rincaso e mi lasciano qualche minuto di silenzio me lo leggo molto volentieri….
    Un abbraccio a te!🙂

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  6. gabriele parenti

    Davvero grazie per questo splendido articolo ….ho anch’io esperienza di docenti che riuscivano perfettamente a farti odiare la materia. Ma la mia esperienza è di 50 anni fa e passa….al Liceo classico vigeva la norma ripetuta da molti prof “hai voluto la bicicletta ora ,pedala” quindi nozionismo, e l’unico scopo per noi studenti era evitare stangate e e bocciature che avvenivano a valanga . io ero tra i primi della classe
    ma la bellezza del latino e del greco l’ho capita solo molti, molti anni dopo, ripercorrendo come un viaggiatore solitario che ammira il panorama, le strade che allora avevo percorso meccanicamente a suon di regole mnemoniche

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  7. gabriele parenti

    splendido commento… a proposito di professori che riescono a farti odiare la materia ne ho esperienza datata 50 e passa anni fa quando si studiava per il voto e per non incappare nella mannaia della bocciatura che spesso falcidiava le classi .Non ho mai odiato latino e greco perché ero fra gli sgobboni primidellaclasse ma ho cominciato a trarne piacere solo molti molti anni dopo ripartendo da me a leggere con occhi diversi …come un viaggiatore che
    può finalmente gustarsi un panorama che prima non vedeva nemmeno essendo tutto intento a guidare il veicolo verso la meta (la temibile e fatidica maturità) e il commento di alcuni prof di allora era avete voluto la bicicletta? ora pedalate…. .. bah!

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  8. Da quando ho sentito questa poesia al liceo l’ho amata. Non c’è niente di meglio per rappresentare il conflitto perenne dell’essere umano col mondo stesso e specialmente il contrasto dei sentimenti nell’amore.

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