Ovidio, Heroides (testo completo in traduzione)

Ovidio: Eroidi

I PENELOPE A ULISSE

Questa lettera te la invia la tua Penelope, o Ulisse che indugi a tornare.
Ma non rispondermi, vieni di persona! Troia, odiata dalle donne greche, di
certo è abbattuta; Priamo e Troia tutta a malapena valevano tanto! Oh se
allora, quando con la nave si dirigeva verso Lacedemone, l’adultero fosse
stato sommerso dal furore delle acque! Io non sarei rimasta nel gelo di un
letto vuoto e, abbandonata, non mi sarei lamentata dell’interminabile
trascorrere dei giorni, né, mentre cercavo di ingannare il grande spazio
della notte, la tela ricadente avrebbe stancato le mie mani, prive di te.
Quando non ebbi a temere pericoli più spaventosi di quelli reali? L’amore
è un sentimento permeato di paure angosciose. Immaginavo i Troiani che
stavano per scagliarsi con violenza contro di te; all’udire il nome di
Ettore impallidivo sempre; se qualcuno raccontava che Antiloco era stato
vinto da Ettore, era Antiloco la causa della mia paura; se si raccontava
che il figlio di Menezio era caduto mentre indossava armi non sue,
lamentavo che gli inganni potessero non avere buon esito. Con il suo
sangue Tlepolemo aveva intiepidito l’asta licia: la mia angoscia fu
rinnovata dalla morte di Tlepolemo. Alla fine, chiunque venisse sgozzato
in campo Acheo, il mio cuore di innamorata diventava più freddo del
ghiaccio. Ma un dio di giustizia venne in aiuto al mio casto amore: Troia
è ridotta in cenere, mio marito è salvo. I capi argolici sono ritornati,
gli altari fumano, il bottino dei barbari viene offerto agli dèi dei
nostri padri; le giovani spose portano doni di ringraziamento per la
salvezza dei mariti, ed essi cantano i destini di Troia, vinti dai loro
destini. I vecchi saggi e le fanciulle trepidanti sono in ammirazione, la
sposa pende dalle labbra del marito che racconta. E qualcuno, sulla tavola
apparecchiata, illustra gli aspri combattimenti e dipinge con una piccola
quantità di vino Pergamo tutta: «Di qua scorreva il Simoenta, questa è la
zona del Sigeo, qui si ergeva, una volta, la superba reggia del vecchio
Priamo; là era attendato il figlio di Eaco, là Ulisse, qui il cadavere
straziato di Ettore atterrì i cavalli lanciati nella corsa». Il vecchio
Nestore, infatti, aveva riferito ogni cosa a tuo figlio, inviato a
cercarti e lui a me. Mi raccontò di Reso e di Dolone, massacrati col
ferro, e come uno fosse stato colto nel sonno, l’altro con l’inganno. Hai
avuto il coraggio, troppo, troppo dimentico dei tuoi, di entrare
nell’accampamento dei Traci con un agguato notturno e, di trucidare con
l’aiuto di un solo compagno tanti guerrieri. Eri davvero prudente e ti
preoccupavi anzitutto di me! Per la paura il cuore mi palpitava di
continuo finché si seppe che, vittorioso, avevi attraversato il campo
alleato sui destrieri traci. Ma che giova a me che Ilio sia stata
distrutta dalle vostre braccia e che sia nuda terra quello che prima era
muro, se resto nella stessa condizione di quando Troia era ancora in piedi
e se devo sentire la mancanza dello sposo, che è sempre assente? Distrutta
per gli altri, per me sola resti ancora in piedi, Pergamo che, il colono
vincitore ara con i buoi catturati. Dove una volta sorgeva Troia, ora c’è
il grano e il terreno da mietere con la falce è in pieno rigoglio, reso
fecondo dal sangue troiano; le ossa affioranti dei guerrieri sono colpite
dalle lame ricurve degli aratri, l’erba ricopre le rovine delle case. Tu,
che pure sei vincitore, te ne stai lontano e non mi è dato sapere quale
sia la causa del ritardo o in quale parte del mondo tu, crudele, te ne
stia nascosto. Chiunque diriga la sua nave straniera a questi lidi,
riparte solo dopo che l’ho interrogato a lungo su di te e gli viene
affidata una lettera scritta di mio pugno per consegnartela, se mai ti
vedesse in qualche luogo. Ho mandato a Pilo, terra del vecchio Nestore,
figlio di Neleo: da Pilo mi sono tornate notizie incerte. Ho mandato anche
a Sparta, anche Sparta non sa nulla di vero. In quali terre vivi, o dove
indugi lontano? Sarebbe meglio che fossero ancora in piedi le mura di Febo
– mi adiro, ahimè, incoerente, contro i miei stessi desideri! -: saprei
dove combatti e avrei timore solo della guerra ed il mio lamento si
unirebbe a molti altri. Non so di cosa ho paura, ma, da insensata, ho
paura di tutto e vasto spazio si offre alle mie angosce. Qualunque
pericolo del mare e della terra sospetto che sia la causa di un ritardo
così prolungato. Mentre sono in preda a sciocchi timori, tu puoi essere
preso dall’amore per una straniera – tale è l’indole vogliosa di voi
uomini! Forse le racconti anche quanto è zotica tua moglie, buona soltanto
a cardare la lana. Possa io ingannarmi e questo sospetto svanisca
nell’aria leggera, e non avvenga che tu, libero di tornare, voglia restare
lontano! Il padre Icario mi spinge ad abbandonare il letto vuoto e
continua a rimproverare la mia interminabile attesa. Continui pure a
rimproverare! Sono tua, devo essere considerata tua: io, Penelope, sarò
sempre la sposa di Ulisse. Ma alla fine mio padre si lascia commuovere
dalla mia devozione e dalle mie caste preghiere e modera le sue pressioni.
I pretendenti di Dulichio, di Samo e quelli nati nella rocciosa Zacinto mi
assalgono, moltitudine dissoluta, e fanno da padroni nella tua reggia,
senza che nessuno gli si opponga: nostro figlio, i tuoi beni si divorano!
Perché raccontarti di Pisandro, di Polibo e del crudele Medonte, delle
mani rapaci di Eurimaco e Antinoo e di tutti gli altri che tu stesso, con
la tua vergognosa assenza, alimenti con i beni che hai conquistato col
sangue? Iro, il mendicante e Melanto che guida il gregge destinato ai
banchetti, sono l’onta suprema che si aggiunge alla tua rovina. Siamo tre
di numero, indifesi: una donna senza forze, un vecchio, Laerte, un
ragazzo, Telemaco. Quest’ultimo, di recente, per poco non mi è stato
strappato con un tranello, mentre si preparava a recarsi a Pilo, contro il
volere di tutti. Vogliano gli dèi, li imploro, che secondo il corso
naturale del destino, sia lui a chiudere i miei occhi, sia lui a chiudere
i tuoi! Sono con noi il custode delle mandrie, l’anziana nutrice, e come
terzo il fedele guardiano dell’immondo porcile. Ma Laerte, inabile alle
armi, non può mantenere il regno in mezzo ai nemici – giungerà per
Telemaco, purché sopravviva, un’età più vigorosa: ora la sua giovinezza
doveva essere protetta dall’aiuto del padre – e io non posseggo le forze
per scacciare i nemici dalla reggia; vieni tu, al più presto, porto e
rifugio per i tuoi! Tu hai, e prego che tu possa continuare ad avere, un
figlio che doveva essere istruito in tenera età nelle conoscenze paterne.
Pensa a Laerte: egli prolunga l’ultimo giorno destinato alla sua vita,
perché tu possa finalmente chiudere i suoi occhi. Io, che alla tua
partenza ero una giovane donna, per quanto presto tu possa tornare, di
certo ti sembrerò diventata una vecchia.

II FILLIDE A DEMOFOONTE

Io, la tua Fillide nata nella terra del Rodope, io che ti accolsi, o
Demofoonte, lamento che tu stia lontano più del tempo avevi promesso.
Avevi convenuto di tornare a gettare le ancore alle mie sponde quando le
corna della luna si fossero riunite una prima volta a formare il disco
completo. Per quattro volte la luna si è nascosta e per quattro volte ha
completato nuovamente il suo disco, ma l’onda sitonia non porta con sé
navi attiche. Se fai con precisione conto del tempo, che noi innamorati
sappiamo calcolare bene, il mio lamento non giunge troppo presto. Anche la
speranza è stata tarda a lasciarmi; non ci affrettiamo a credere alle cose
che, se credute, ci procurano dolore; ma ora mi fanno male perché mio
malgrado le credo, e continuo ad amarti. Spesso ho ingannato me stessa a
tuo favore, spesso ho creduto che i venti tempestosi respingessero le tue
bianche vele. Ho maledetto Teseo, perché non voleva lasciarti partire, ma
forse non fu lui a ritardare il tuo viaggio. Talvolta ho temuto che mentre
ti dirigevi verso le acque dell’Ebro, la tua nave naufragasse, sommersa
dai flutti spumeggianti. Spesso con preghiere e sacrifici fumanti
d’incenso ho supplicato gli dèi che tu, scellerato, fossi salvo. Spesso
vedendo i venti favorevoli in cielo e sul mare mi sono detta: «Se sta
bene, ritorna». Insomma il mio amore fedele ha immaginato qualunque
ostacolo si può opporre a chi si affretta, e fui abile ad escogitare
pretesti. Ma tu ti attardi lontano, non ti riportano indietro i giuramenti
fatti sugli dèi e il nostro amore non ti sprona a tornare. Demofoonte, tu
hai sciolto ai venti le vele e le tue promesse: lamento che le vele non
abbiano ritorno e le parole sincerità. Dimmi, che cosa ho fatto se non
amarti dissennatamente? Con la mia colpa, avrei potuto guadagnarmi la tua
benevolenza? Mi si può accusare di un solo misfatto, di averti accolto,
malvagio, ma questo misfatto ha assunto il peso ed il valore di un merito.
Dove sono adesso i giuramenti, la fedeltà e la destra unita alla destra e
quel dio più volte invocato dalla tua bocca menzognera? Dov’è ora Imeneo,
promesso per gli anni di vita comune, che era per me garanzia e pegno di
matrimonio? Mi hai giurato sul mare sconvolto dai venti e dalle onde, che
spesso hai attraversato e che avevi l’intenzione di attraversare ancora, e
su tuo nonno, se anch’egli non è frutto di invenzione, che placa le acque
sconvolte dai venti, e su Venere e sulle armi anche troppo efficaci su di
me, l’arma dell’arco e l’arma delle torce, e su Giunone che benigna
protegge i talami nuziali e sui sacri misteri della dea che porta la
fiaccola. Se di tanti che hai offeso, ciascun dio vendicasse la sua maestà
oltraggiata, tu da solo non basterai per i loro castighi. E dire che io,
folle, ho riparato le navi squarciate, affinché fosse solido lo scafo col
quale tu potessi abbandonarmi e ti ho dato remi perché ti allontanassi,
pronto a fuggire. Ahimè, soffro per le ferite inferte dalle mie stesse
armi. Ho creduto alle tue parole carezzevoli, delle quali sei prodigo; ho
creduto alla tua stirpe e ai tuoi avi illustri; ho creduto alle lacrime, o
anche a queste si insegna a fingere? Anch’esse conoscono gli artifici e
sgorgano a comando? Ho creduto anche agli dèi. Perché tante garanzie per
me? Una qualsiasi parte di esse sarebbe stata sufficiente a conquistarmi.
E non rimpiango di averti aiutato concedendoti approdo e rifugio: ma
questo avrebbe dovuto essere il limite massimo della mia generosità. Mi
pento di aver aggiunto alla mia ospitalità il letto coniugale, coprendomi
di vergogna, e di aver unito il mio fianco al tuo. Preferirei che la notte
precedente a quella fosse stata l’ultima per me, quando io, Fillide,
potevo morire ancora onorata. Ho sperato in meglio, perché credevo di
averlo meritato: è legittima ogni speranza che deriva dal merito. Non è
gloria conseguita faticosamente ingannare una fanciulla fiduciosa: la mia
ingenuità avrebbe meritato riguardo. Sono stata ingannata dalle tue parole
e come donna e come amante: concedano gli dèi che questo sia il tuo merito
più alto! Ti si innalzi una statua nel centro della città, fra i
discendenti di Egeo e ti stia dinanzi tuo padre, celebrato da iscrizioni
onorifiche. E dopo aver letto di Scirone e del bieco Procuste e di Sini e
dell’essere dalle fattezze di toro e insieme di uomo e di Tebe sottomessa
in guerra e della sconfitta dei centauri bimembri e della violazione della
cupa reggia del re delle tenebre, la tua statua, collocata dopo quelle con
tante scritte sia contrassegnata da questo attestato d’onore: «Questi è
colui che sedusse con l’inganno la donna che lo amava e che lo aveva
ospitato». Delle tante imprese e gesta di tuo padre, solo l’abbandono
della fanciulla cretese si è impresso nella tua mente; ammiri in lui
quell’unico fatto, l’unico di cui dovrebbe scusarsi: tu ti comporti come
erede dell’inganno di tuo padre, o traditore. Ma lei – non la invidio –
gode di un marito migliore e siede in alto sul carro trainato dalle tigri
aggiogate. Invece i Traci, che ho disdegnato, rifuggono dal matrimonio con
me, perché si dice che ho anteposto uno straniero ai miei compatrioti. E
qualcuno dice: «Se ne vada ormai alla dotta Atene; ci sarà un altro a
governare la Tracia bellicosa: il risultato riconosce la validità delle
azioni». Mi auguro che non abbia successo chiunque ritenga che le azioni
vadano giudicate dal loro risultato. Ma se il mio mare spumeggiasse sotto
i colpi dei tuoi remi, allora solo si dirà che ho provveduto bene a me e
ai miei. Ma io non ho provveduto bene e tu non ti darai pensiero della mia
reggia e non laverai le stanche membra nell’acqua bistonia. Mi rimane
fissa negli occhi l’immagine della tua partenza, quando la flotta, pronta
a salpare, era assiepata nel mio porto. Osasti abbracciarmi e, abbandonato
sul collo di chi ti amava, unire strettamente a lungo le nostre bocche nei
baci e confondere le mie lacrime con le tue e rammaricarti perché la
brezza era favorevole alle vele e, sul punto di partire, dirmi con le tue
ultime parole: «Fillide, ti raccomando, aspetta il tuo Demofoonte!».
Dovrei aspettare te, che sei partito per mai più rivedermi? Dovrei
aspettare delle vele alle quali è interdetto il mio mare? E tuttavia
aspetto. Torna, anche se tardi, da chi ti ama, fa’ in modo che la tua
promessa sia stata solo rinviata nel tempo. Ma che cosa mi auguro,
sventurata? Ormai forse ti trattiene un’altra sposa e Amore che ci è stato
avverso. Da quando la mia immagine ti è sfuggita dalla mente, tu non
conosci più, credo, nessuna Fillide, se chiedi, ahimè, chi sia Fillide e
da dove venga! Sono quella che offrì un porto in Tracia e ospitalità a te,
Demofoonte, provato dal lungo errare; io che ho accresciuto i tuoi beni
con i miei e che da ricca offrii molti doni a te nel bisogno, e molti te
ne avrei ancora dati; sono colei che mise ai tuoi piedi l’immenso regno di
Licurgo, poco adatto ad essere governato da una donna, dove il Rodope
coperto di ghiacci si estende fino all’Emo ombroso e il sacro Ebro riversa
nel mare le sue acque che scorrono impetuose; a te sacrificai sotto
funesti presagi la mia verginità e la casta cintura fu sciolta dalla tua
mano infida. Tisifone presiedette alle nozze e fece risuonare il suo
ululato in quel talamo, e un uccello solitario intonò un lugubre canto;
era presente Alletto, con il collo cinto di piccoli serpenti, e una torcia
funebre spandeva la sua luce. In pena mi aggiro tra gli scogli e gli
arbusti della marina e, sia che la terra si schiuda al calore del giorno,
sia che brillino le gelide stelle, spingo innanzi il mio sguardo, là dove
si apre alla mia vista l’ampia distesa del mare, per veder quale vento
muova le onde. E ogni vela che vedo avvicinarsi da lontano, subito mi
auguro che siano i miei dei. Vado di corsa verso il mare, trattenuta a
stento dalle onde, là dove il mare frangendosi protende le sue acque, e
quanto più le vele si avvicinano, tanto meno sono padrona di me, mi sento
mancare e cado fra le braccia delle mie ancelle, pronte a sorreggermi. C’è
un’insenatura che si incurva leggermente come un arco teso, alle sue
estreme propaggini si ergono rocce scoscese. Ho avuto il pensiero di
gettarmi nelle acque sottostanti, e, poiché continui ad ingannarmi, così
sarà. Le onde sospingano il mio cadavere ai tuoi lidi e il mio corpo si
presenti insepolto al tuo sguardo! Anche se superi in durezza il ferro,
l’acciaio e te stesso, dirai: «Non in questo modo, Fillide, dovevi
seguirmi!». Spesso ho sete di veleni, spesso vorrei finire la mia vita con
una morte sanguinosa, trapassata da una spada; vorrei anche stringermi un
laccio attorno al collo, perché si è offerto alla stretta delle tue
braccia infide. Ho deciso di riscattare il mio pudore giovanile, con una
morte opportuna. Indugerò ben poco nella scelta della morte. Tu sarai
indicato sulla mia tomba come l’odioso responsabile e sarai ricordato per
questo epitaffio o per uno simile: «Demofoonte causò la morte di Fillide,
lui, suo ospite, fece morire lei che lo amava; egli fornì la causa della
morte, lei la mano».

III BRISEIDE AD ACHILLE

Questa lettera che leggi ti giunge da Briseide, la donna a te rapita: l’ho
scritta stentatamente in greco con la mia mano di straniera. Tutte le
cancellature che vedrai, sono state le lacrime a farle; ma, nondimeno,
anche le lacrime hanno il peso della parola. Se mi è concesso lamentarmi
un po’ di te, mio signore e marito, mi lamenterò un poco del mio signore e
marito. Non è colpa tua se sono stata subito consegnata al re che mi
richiedeva, eppure anche questa è colpa tua. Infatti non appena Euribate e
Taltibio mi chiamarono, fui consegnata al seguito di Euribate e Taltibio.
Interrogandosi reciprocamente con lo sguardo, si domandavano, senza
parlare, dove fosse il nostro amore. Si poteva aspettare: un ritardo della
pena mi sarebbe stato gradito. Ahimè! Nell’allontanarmi non ti diedi
neanche un bacio! Ma versai lacrime senza fine e mi strappai i capelli: mi
sembrò, sventurata, di essere fatta schiava una seconda volta. Molte volte
decisi di ritornare, ingannando la sorveglianza del custode; ma c’era un
nemico pronto a restituirmi impaurita. Temevo che, se mi fossi azzardata
ad uscire fuori di notte, sarei stata catturata e poi destinata in dono ad
una qualunque delle nuore di Priamo. Ma ammettiamolo, sono stata
consegnata perché dovevo esserlo: sono lontana da tante notti e tu non mi
reclami; indugi e la tua ira è lenta. Il figlio stesso di Menezio, mentre
venivo consegnata, mi disse all’orecchio: «Perché piangi? Tra breve sarai
di nuovo qui». Ed è ancora poco non avermi reclamata: tu lotti, Achille,
perché io non ti venga restituita. Ma sì, tieniti la tua fama di amante
appassionato! Sono venuti da te i figli di Telamone e di Amintore, uno più
vicino a te per vincolo di sangue, l’altro tuo compagno, ed il figlio di
Laerte, che avrebbero dovuto scortarmi al mio ritorno (doni sontuosi
diedero maggior peso alle accattivanti preghiere): venti bacini fulvi di
bronzo lavorato e sette tripodi di pari peso e raffinatezza. A questi
furono aggiunti dieci talenti d’oro e dodici cavalli avvezzi a vincere
sempre e, cosa superflua, fanciulle di Lesbo di superba bellezza, fatte
prigioniere dopo la distruzione della loro casa; oltre a tutto ciò, come
moglie – ma tu non hai bisogno di moglie -, una delle tre figlie di
Agamennone. Rifiuti di ricevere quanto avresti dovuto dare, se tu avessi
dovuto pagare il mio riscatto al figlio di Atreo? Quale colpa ho commesso
per diventare così insignificante per te, Achille? Dove è fuggito così
velocemente lontano da noi il volubile amore? Forse una sorte avversa
tormenta senza tregua gli infelici e non giunge un momento più favorevole,
una volta che le sciagure hanno avuto inizio? Ho visto le mura di Lirnesso
distrutte dalla tua furia guerriera, e io ero parte importante della mia
patria; ho visto cadere tre uomini, accomunati dallo stesso destino di
nascita e di morte: tre guerrieri che avevano la stessa madre, la mia. Ho
visto mio marito, steso sul terreno cruento, con tutto il suo corpo,
agitare il petto insanguinato. Tu, da solo, sei bastato a ripagarmi di
tante perdite; tu eri per me signore, marito, fratello. Tu stesso,
giurando sulla divinità di tua madre, che vive nel mare, dicevi che era
meglio per me essere stata fatta prigioniera. Certo per potermi
respingere, benché io venga provvista di dote, e per rifiutare i doni che
con me ti vengono offerti! Anzi, mi è giunta la voce che, quando sorgerà
splendente l’aurora di domani, tu spiegherai le vele rigonfie ai venti
tempestosi. Non appena, me infelice, la notizia di questa azione infame
giunse alle mie orecchie impaurite, il petto mi si è svuotato di sangue e
ho perso coscienza. Te ne andrai e – me infelice! – a chi mi lasci, uomo
brutale? Chi mi consolerà dolcemente dell’abbandono? Vorrei prima essere
inghiottita da una improvvisa voragine della terra o incenerita dalla
fiamma balenante di un fulmine, piuttosto che senza di me le acque si
facciano bianche di schiuma sotto i remi di Ftia ed io, abbandonata, veda
allontanarsi le tue navi! Se desideri ormai tornare ai Penati paterni, io
non sono un fardello pesante per la tua nave; ti seguirò come una schiava
segue il vincitore, non come una sposa il marito: ho mani abili a filare
la lana. La più bella fra le donne achee giungerà come sposa nel tuo
talamo, e vi entri pure, nuora degna del suocero, nipote di Giove e di
Egina, e sia ben accetta al padre della suocera, il vecchio Nereo. Io,
umile schiava filerò la lana assegnata e il mio filo alleggerirà la
conocchia gonfia. Ti scongiuro soltanto che la tua sposa non mi tormenti;
non so ancora come, ma lei non sarà benevola con me, e non permettere che
mi si strappino i capelli in tua presenza mentre dici con noncuranza:
«Anche lei è stata mia». O permettilo pure, purché io non venga
abbandonata qui, nel disprezzo; è questo il terrore che – povera me! – mi
fa tremare le ossa. Ma cosa aspetti? Agamennone si pente della sua ira e
la Grecia, afflitta, giace ai tuoi piedi. Tu che vinci tutto il resto,
vinci i tuoi sentimenti d’ira! Perché l’infaticabile Ettore sta dilaniando
le forze dei Danai? Prendi le armi, nipote di Eaco, ma non prima di avermi
accolta e, col favore di Marte, incalza i guerrieri cacciati in fuga
disordinata. L’ira iniziata per colpa mia, per causa mia finisca e possa
io, che sono la causa, essere anche la fine del tuo sdegno. E non
considerare disonorevole piegarti alle mie preghiere: il figlio di Eneo si
convertì alle armi per la preghiera della moglie. Questo fatto io l’ho
sentito raccontare, ma a te è noto: privata dei fratelli la madre votò
alla morte la testa del figlio e ogni sua aspettativa. C’era la guerra; il
figlio, spietato, depose le armi, si allontanò e negò aiuto alla patria
con ostinazione. Solo la moglie piegò il marito – ben più fortunata quella
donna -, le mie parole invece cadono senza alcun peso. Tuttavia non mi
sento offesa, non mi sono mai comportata come moglie io, schiava, chiamata
tante volte al letto del mio padrone. Mi ricordo che una prigioniera mi
chiamava padrona, io le dissi: «Tu aggiungi alla mia schiavitù il peso di
quel nome». Tuttavia sulle ossa di mio marito, mal custodite da una
sepoltura improvvisata, ossa che sento di dover sempre venerare, e sul
valore dei miei tre fratelli, come dèi per me, che sono caduti
gloriosamente con la patria e per la patria, e sul tuo e sul mio capo che
furono congiunti, e sulla tua spada, arma conosciuta ai miei cari, giuro
che mai il Miceneo ha condiviso il letto con me: abbandonami pure se ti
inganno. Se ora ti dicessi: «Giura anche tu, o mio prode, che non hai
goduto alcun piacere senza di me», lo negheresti. I Greci credono che tu
sia addolorato, tu invece suoni la cetra ed una tenera amica ti accoglie
sul suo tiepido seno. E qualcuno si domanda perché rifiuti di combattere:
perché il combattimento è rischioso, la cetra, la notte e l’amore sono
piacevoli. È più sicuro starsene a letto, abbracciare una ragazza, far
risuonare con il tocco delle dita la lira tracia, piuttosto che avere in
mano lo scudo e l’asta dalla punta acuminata e l’elmo calcato sui capelli.
Ma a te piacevano imprese straordinarie, anziché quelle prive di rischi, e
ti era cara la gloria ottenuta combattendo. Forse le guerre crudeli ti
piacevano soltanto fino a farmi prigioniera, ed ora la tua fama giace
vinta insieme alla mia patria? Gli dèi non vogliano! E l’asta peliaca,
scagliata dal tuo braccio potente trapassi, lo spero, il fianco di Ettore!
Mandate me, Greci. Come messaggera supplicherò il mio signore, gli porterò
molti baci insieme ai messaggi. Otterrò più io, credetemi, di Fenice, più
dell’eloquente Ulisse, più del fratello di Teucro. Vale qualcosa cingere
il collo con un abbraccio familiare e richiamare con il proprio lo sguardo
di chi sta di fronte! Per quanto tu sia disumano e più spietato delle onde
materne, saprò intenerirti in silenzio con le mie lacrime. Anche adesso –
possa tuo padre Peleo compiere tutti i suoi anni, e Pirro andare sotto le
armi con il tuo successo – volgi lo sguardo su Briseide, che è in pena,
forte Achille, e, duro come il ferro, non consumare l’infelice con una
interminabile attesa; oppure se il tuo amore si è trasformato in
avversione per me, costringi a morire, chi costringi a vivere senza di te!
E così come ti comporti, mi costringerai. Ho perso peso e colore, la sola
speranza di averti, tuttavia, alimenta questo poco di vita. E se verrà a
mancare anche questa, raggiungerò i miei fratelli e mio marito e per te
non sarà nobile gesto aver imposto a una donna di morire. Ma perché me lo
dovresti imporre? Sguaina la spada e colpiscimi. Ho ancora del sangue che
sgorghi dal mio petto trafitto. Colpisca me quella spada che, se la dea lo
avesse permesso, era destinata a trapassare il petto del figlio di Atreo!
Ah, salva piuttosto la mia vita, che è tuo dono! Ti chiedo da amica ciò
che, vincitore, mi avevi concesso come nemica. La nettunia Pergamo ti
offre migliori possibilità di uccidere: chiedi al nemico materia per una
strage. A me, sia che tu ti prepari a spingere al largo la tua flotta a
forza di remi, sia che tu rimanga, col tuo diritto di padrone, dai solo
l’ordine di venire!

IV FEDRA A IPPOLITO

La fanciulla di Creta augura a te, eroe figlio dell’Amazzone, quel bene di
cui sarà priva se non sarai tu a darglielo. Leggi fino in fondo, qualunque
sia il contenuto. Che male potrà fare la lettura di una lettera? In essa
ci può essere qualcosa che piaccia anche a te. Con la scrittura vengono
trasmessi messaggi segreti per terra e per mare; anche il nemico legge
attentamente gli scritti ricevuti dall’avversario. Per tre volte ho
cercato di parlarti, per tre volte la lingua mi si è bloccata, senza
potermi aiutare, per tre volte la voce mi si è spenta sulle labbra. Fin
dove è possibile e… il pudore si deve accompagnare all’amore; l’amore mi
ha imposto di scrivere quello che mi vergognavo di dire. Qualunque cosa
ordini Amore non è prudente disprezzarla; egli impera e ha potere anche
sugli dèi sovrani. Fu lui, poiché inizialmente esitavo a scrivere, a
dirmi: «Scrivi! Quell’uomo duro come il ferro, vinto, ti consegnerà le
mani». Che egli mi assista e come fa ardere me fino al midollo con la sua
fiamma insaziabile, così pieghi il tuo animo ai miei desideri. Non
infrangerò il patto coniugale per dissolutezza; la mia reputazione –
vorrei che ti informassi – è senza macchia. Quanto più è tardivo tanto più
l’amore giunge violento. Brucio nel profondo, brucio e il mio cuore ha una
ferita nascosta. Come il primo giogo ferisce i teneri giovenchi e il
cavallo catturato dal branco mal sopporta il morso, così il mio animo
inesperto con difficoltà e con pena si lascia soggiogare dal primo amore e
questo è un peso molesto per il mio cuore. L’amore diviene arte, quando la
colpa è appresa in tenera età; ma la donna che giunge ad amare quando
ormai il tempo è passato, ama con maggiore sofferenza. Tu coglierai il
primo frutto di una reputazione integra e saremo entrambi colpevoli in
uguale misura. Vale qualcosa staccare i frutti dai rami ricolmi e cogliere
con mano gentile la prima rosa. Se tuttavia quella purezza iniziale,
secondo la quale mi mantenni senza colpa, doveva essere segnata da una
macchia inconsueta, almeno è andata bene poiché sono infiammata da un
amore degno; peggio dell’adulterio è un adultero indegno. Se Giunone mi
offrisse il fratello e marito, credo che a Giove preferirei Ippolito.
Ormai – stenterai a crederlo – mi sento cambiata e mi rivolgo ad attività
sconosciute: ho l’impulso di andare tra le belve feroci. Ormai per me la
divinità più importante è la dea di Delo, contraddistinta dall’arco
ricurvo; io stessa mi adeguo ai tuoi gusti; mi piace andare nel bosco e
incitare i cani veloci su per le cime dei monti, dopo aver spinto i cervi
nelle reti, lanciare stendendo il braccio il giavellotto vibrante, o
riposare il corpo sul terreno erboso. Spesso trovo gusto a guidare i
cocchi leggeri nella polvere, piegando col morso la bocca del cavallo in
corsa. Ora sono trascinata come le Eleleidi in preda ai furori bacchici o
come quelle che scuotono i timpani alle pendici dell’Ida o come quelle
che, toccate dalla potenza delle Driadi semidivine e dei Fauni bicorni,
restano sbigottite. Mi raccontano tutto infatti, quando quel furore è
cessato; l’amore, di cui sono consapevole, mi brucia, ma rimango in
silenzio. Forse quest’amore va ricondotto al destino della mia stirpe e
Venere esige un tributo da tutti i discendenti. Giove amò Europa – è
quella l’origine della mia stirpe – celando il suo aspetto divino sotto le
spoglie di toro. Mia madre Pasifae, che si diede al toro con l’inganno,
partorì dal suo utero il peso della colpa. Il perfido figlio di Egeo,
seguendo il filo che lo guidava, riuscì a fuggire con l’aiuto di mia
sorella dal palazzo dei tortuosi percorsi. Ed ecco che ora io, perché non
si dubiti che io sia figlia di Minosse, seguo per ultima le leggi comuni
della stirpe. Anche questo è destino: un’unica casa piacque a due donne;
la tua bellezza mi seduce, mia sorella fu sedotta da tuo padre. Il figlio
di Teseo e Teseo hanno attratto irresistibilmente due sorelle; innalzate
un doppio trofeo di vittoria sulla nostra casa! Al tempo in cui feci
ingresso in Eleusi, città sacra a Cerere – vorrei che la terra di Cnosso
mi avesse trattenuta -, allora soprattutto (e non che prima non mi
piacessi) un amore ardente si impadronì di me fin nel profondo delle ossa.
Avevi una veste bianca, i capelli inghirlandati di fiori, un pudico
rossore aveva accentuato il colorito del tuo viso, e quel volto, che le
altre donne definiscono duro e minaccioso, a giudizio di Fedra anziché
duro era forte. Stiano lontano da me quei giovani agghindati come femmine:
la bellezza virile richiede di essere curata con discrezione. A te sta
bene questa tua austerità e i capelli scompigliati e un leggero velo di
polvere sul viso. Se pieghi a forza il collo riluttante di un cavallo
selvaggio, ammiro il movimento delle zampe costrette in un piccolo
cerchio; se col braccio vigoroso fai vibrare l’asta flessibile, il tuo
braccio inesorabile richiama il mio sguardo; se reggi lo spiedo di
corniolo rinforzato da molto ferro, qualunque cosa insomma tu faccia, è
gioia per i miei occhi. Ma ora lascia la tua durezza nelle selve dei
monti: non merito di morire per il tuo carattere. Che giova dedicarsi alle
occupazioni di Diana succinta e privare Venere dei suoi diritti? Ogni
attività che non alterni pause di riposo non è durevole; il riposo fa
recuperare le forze e ristora le membra affaticate. L’arco – e tu devi
prendere ad esempio le armi della tua Diana – se non smetti mai di
tenderlo, si allenterà. Cefalo era famoso nelle selve e molti animali
erano caduti sull’erba sotto i suoi colpi, tuttavia non si offriva
malvolentieri all’amore di Aurora; la saggia dea andava da lui, lasciando
il vecchio marito. Spesso, sotto i lecci, un prato qualunque accolse
Venere ed il figlio di Cinira che vi si erano adagiati. Anche il figlio di
Eneo si infiammò d’amore per Atalanta d’Arcadia; la donna ottenne come
pegno d’amore le spoglie di una fiera. Oh se anche noi, quanto prima
potessimo fare parte di questa schiera! Se bandisci Venere, la tua foresta
è selvaggia. Io stessa ti sarò compagna e non mi spaventeranno le rupi
cavernose, né l’infido cinghiale con le sue zanne insidiose. Due mari
investono l’Istmo con le loro onde e una sottile striscia di terra ode
l’uno e l’altro mare. Io abiterò con te là, a Trezene, dove regna Pitteo;
ormai quel luogo mi è più caro della mia patria. L’eroe figlio di Nettuno
è da tempo assente e lo sarà ancora a lungo; lo trattiene la terra del suo
Piritoo. Teseo ha preferito Piritoo a Fedra e Piritoo a te, se non
vogliamo negare l’evidenza. Questo non è l’unico affronto che ci viene da
lui; siamo stati colpiti entrambi in cose importanti. Le ossa di mio
fratello, le ha frantumate con la clava a tre nodi e le ha disperse a
terra; mia sorella è stata abbandonata in preda alle belve. La prima per
coraggio fra le donne portatrici di scure ti ha generato, madre degna del
vigore del figlio. Se vuoi sapere dove sia, Teseo le ha trapassato il
fianco con la spada: non fu salva nemmeno come madre di un figlio così
grande! Non l’ha nemmeno sposata, non l’ha accolta con le fiaccole nuziali
– perché se non per evitare che tu, un bastardo, prendessi il regno
paterno? Ti diede anche dei fratelli avuti da me, tuttavia non fui io, ma
lui a volerli riconoscere tutti. O se le mie viscere, destinate a fare un
torto a te, l’essere più bello, si fossero squarciate nel mezzo del parto!
Ma sì, rispetta il letto di così degno padre, che se ne allontana e lo
rinnega con le sue stesse azioni. Ma, se dovessi essere considerata come
una matrigna pronta ad unirsi al figliastro, non lasciarti impaurire da
vane parole. Questa antica osservanza, destinata a sparire in futuro,
esisteva quando Saturno governava il suo rustico regno. Giove decise che
fosse legittimo tutto ciò che dona piacere e la sorella sposata al
fratello rende tutto lecito. Si stringe con salda catena quel legame di
parentela al quale Venere stessa ha imposto i suoi nodi. E non costa
fatica nasconderlo, si può! Chiedi aiuto a lei, la colpa si potrà
occultare sotto il nome di parenti. Qualcuno vedrà i nostri abbracci:
saremo elogiati entrambi, si dirà che sono una buona matrigna per il mio
figliastro. Non dovrai, nella notte, farti aprire la porta di un marito
oppressivo, non dovrai ingannare il custode. Come un’unica casa accolse
noi due, un’unica casa ci accoglierà; mi baciavi pubblicamente,
pubblicamente mi bacerai; con me sarai al sicuro, e dalla colpa ti
deriverà lode, anche se ti vedessero nel mio letto. Allontana solo gli
indugi e affretta la nostra unione! E Amore che ora infuria su di me,
possa essere benevolo con te! Io non disdegno di pregarti umile e
supplichevole. Ahimè! Dov’è ora il mio orgoglio, le mie parole superbe?
Sono crollati! Eppure ero sicura di combattere a lungo e di non piegarmi
alla colpa – se in amore vi fosse qualche certezza. Ormai vinta ti prego e
tendo alle tue ginocchia le braccia regali: nessun amante bada al decoro.
Mi sono spogliata del pudore ed il pudore ha abbandonato in fuga le sue
insegne. Perdona la mia confessione e doma il tuo cuore inflessibile!
Benché io abbia come padre Minosse, signore dei mari e mio bisnonno lanci
con la sua mano i fulmini saettanti e abbia un nonno che, con la fronte
cinta di raggi aguzzi, conduce il tiepido giorno sul suo cocchio purpureo,
la mia nobiltà soccombe all’amore: abbi pietà dei miei antenati e se non
vuoi risparmiare me, risparmia i miei! Ho ricevuto in dote una terra,
l’isola di Giove, Creta; la reggia sia tutta al servizio del mio Ippolito.
Crudele, piega il tuo animo! Mia madre è stata in grado di sedurre un
toro; proprio tu sarai più feroce di un terribile toro? Ti prego per
Venere, che tutta mi pervade, risparmiami; che mai tu debba amare una
donna che ti respinga; che l’agile dea ti sia accanto nei recessi selvosi
ed il bosco profondo ti offra animali da uccidere; che ti siano propizi i
Satiri, i Pani, divinità montane ed il cinghiale cada trafitto dalla
lancia che gli hai rivolto contro; che le ninfe, sebbene si dica che tu
odi le fanciulle, ti offrano acqua che dia ristoro alla tua sete ardente!
A queste preghiere aggiungo anche le lacrime; tu che leggi le mie parole
di supplica immagina di vedere anche le mie lacrime!

V ENONE A PARIDE

Dalle balze dell’Ida la ninfa invia una lettera al suo Paride, sebbene
egli rifiuti di essere suo. Leggi fino in fondo? O la tua nuova moglie te
lo impedisce? Leggi tutto: questa non è scrittura vergata da mano micenea.
Io, Enone di Pedaso, assai famosa nei boschi della Frigia, espongo,
offesa, le mie lamentele su di te, che sei mio, se solo lo vuoi. Quale dio
ha contrastato i miei desideri con il suo divino volere? Quale colpa mi
impedisce di essere per sempre tua? Bisogna sopportare con rassegnazione
ciò che si subisce meritatamente; ma reca con sé dolore la pena che
colpisce chi non la merita. Non eri ancora così importante quando io,
ninfa generata da un grande fiume, mi accontentai di averti come marito.
Tu, che ora sei riconosciuto figlio di Priamo – a onore del vero – eri uno
schiavo: io, una ninfa, accettai di andare sposa ad uno schiavo. Spesso,
in mezzo alle greggi, abbiamo trovato riposo al riparo di un albero e
l’erba frammista a foglie ci faceva da giaciglio. Spesso, mentre ce ne
stavamo sdraiati sulla paglia o sul fieno folto, un’umile capanna ci ha
riparati dalla candida brina. Chi ti indicava i passi adatti alla caccia e
in quale rupe una fiera nascondeva i suoi cuccioli? Spesso in tua
compagnia ho steso le reti divise in maglie; spesso ho spinto i cani
veloci lungo le giogaie. I faggi, incisi da te, conservano il mio nome: si
legge Enone, tracciato dal tuo falcetto. E quanto crescono i tronchi,
altrettanto cresce il mio nome: crescete e tiratevi su dritti per
attestare i miei titoli! [Mi rammento, c’è un pioppo, piantato sulla riva
di un fiume, sul quale è incisa una scritta in mio ricordo.] Vivi, ti
prego, pioppo, che piantato sul margine della riva rechi sulla ruvida
corteccia questi versi: «Se Paride, abbandonata Enone, potrà ancora
vivere, l’acqua dello Xanto invertirà il suo corso andando verso la
sorgente». O Xanto, affrettati all’indietro, e voi, acque, scorrete a
ritroso! Paride ha il coraggio di aver abbandonato Enone. Quel giorno
decise il mio destino di infelice, da quel giorno ebbe inizio il terribile
inverno di un amore che è cambiato, quando nude si sottoposero al tuo
giudizio Venere, Giunone e Minerva, più bella quando indossa le armi. Il
cuore mi palpitò per lo spavento, quando lo raccontasti e un gelido
tremore percorse le ossa irrigidite. Consultai (ero infatti profondamente
terrorizzata) donne anziane e uomini avanti negli anni: risultò che si
trattava di un presagio funesto. Furono tagliati gli abeti e segate le
assi e, allestita una flotta, l’onda azzurrina accolse le imbarcazioni
spalmate di cera. Piangesti nel partire: almeno questo non negarlo; il tuo
attuale amore ti deve far vergognare più di quello passato. Piangesti e
vedesti i miei occhi in pianto. Entrambi dolenti confondemmo le nostre
lacrime. L’olmo non è altrettanto avvinto dai rami di vite che lo
allacciano, quanto le tue braccia si strinsero al mio collo. Ah, quante
volte, quando ti lamentavi di essere trattenuto dal vento, i tuoi compagni
risero: il vento era propizio! Quante volte, dopo avermi congedata, mi
richiamasti per baciarmi! Con quanta fatica la lingua fu in grado di dire
«Addio»! Una leggera brezza fa gonfiare le vele che sventolano dall’albero
ritto e l’acqua sollevata dai remi, biancheggia. Inseguo tristemente con
lo sguardo, fin dove posso, le vele che si allontanano, mentre la sabbia
si inumidisce per le mie lacrime. Invoco le verdi Nereidi perché tu venga
presto: che tu venga presto, certo, per la mia rovina. Sei tornato,
quindi, per le mie preghiere, ma hai deciso di tornare per un’altra.
Ahimè, sono stata convincente in favore di una rivale funesta! Un molo
naturale guarda verso l’immensa profondità del mare (era un monte): ora
funge da baluardo alle acque marine. Di lì riconobbi le vele della tua
imbarcazione, appena spuntarono ed ebbi l’impulso di slanciarmi in mare.
Mentre ero indecisa, dalla sommità della prua mi giunse un bagliore di
porpora. Rimasi sgomenta: quello non era il tuo modo di vestire. Al rapido
soffio della brezza la nave si fa più vicina, tocca terra: col cuore che
mi tremava vidi il volto di una donna. Ma non fu abbastanza – perché
infatti indugiavo in preda al furore? – la tua infame amica se ne stava
appiccicata al tuo petto! E allora mi strappai le vesti e percossi il
petto, e graffiai con dure unghiate le guance bagnate di lacrime e riempii
di grida lamentose il sacro Ida; là, sulle mie rupi portai questo pianto.
Altrettanto possa soffrire Elena e pianga abbandonata dal marito e subisca
lei stessa ciò che per prima ha inflitto a me. Ora ti vanno bene, quelle
che ti vengono dietro in mare aperto e abbandonano il legittimo consorte.
Ma quando eri povero e come pastore guidavi le greggi, nessun’altra,
tranne Enone, era moglie di un povero. Io non sono abbagliata dalle
ricchezze, la tua reggia non mi fa colpo e non mi importa di essere detta
una delle tante nuore di Priamo: non è tuttavia che Priamo rifiuterebbe di
essere suocero di una ninfa, né io sarei, per Ecuba, una nuora da tenere
nascosta. Sono degna e desidero essere moglie di un uomo potente: alle mie
mani può ben adattarsi uno scettro. E non trattarmi con disprezzo se usavo
coricarmi con te sulle foglie di faggio: sono ancora più adatta ad un
letto ricoperto di porpora. E, come ultima cosa, il mio amore è sicuro:
non si preparano guerre, contro di te e il mare non trasporta flotte
vendicatrici. La figlia fuggiasca di Tindaro è reclamata con armi
minacciose; superba di questa dote giunge al tuo talamo. Se sia da
restituire ai Greci, chiedilo a tuo fratello Ettore, a Polidamante o a
Deifobo; indaga che cosa consiglino l’autorevole Antenore e lo stesso
Priamo, ai quali fu maestra una lunga vita. È un inizio vergognoso
anteporre il rapimento di una donna alla patria; la tua è una causa
disonorevole: è giusto che il marito ricorra alle armi. E, se sei saggio,
non aspettarti che sia fedele la spartana, che ti è caduta così
prontamente fra le braccia. Come il figlio minore di Atreo grida contro la
violazione del letto coniugale e lamenta l’offesa dell’adulterio, anche tu
protesterai. Non c’è arte che sia in grado di riparare il pudore offeso:
esso viene meno una volta per tutte. Arde d’amore per te? Amò così anche
Menelao. Egli, poiché è stato fiducioso, giace in un letto vuoto. Beata
Andromaca, felicemente sposata ad un marito fedele! Avrei dovuto essere
tenuta come moglie, secondo l’esempio di tuo fratello. Tu sei più leggero
delle foglie, quando senza il peso della linfa, ormai inaridite, volano al
soffio instabile dei venti. E tu pesi meno della punta di una spiga, che
si rizza esile, bruciata dal sole implacabile. Una volta (mi ricordo) tua
sorella così vaticinava; così mi predisse con i capelli sciolti: «Cosa fai
Enone? Perché affidi semi alla sabbia? Ari inutilmente la spiaggia coi
buoi! È in arrivo una giovenca greca che rovinerà te, la tua patria e la
tua famiglia. Ahimè! Impediscilo! Arriva una giovenca greca! Finché è
possibile affondate in mare la nave funesta! Ahimè, quanto sangue frigio
trasporta!». Aveva parlato; le schiave la trascinarono via ancora in preda
al furore profetico, ma a me si rizzarono i biondi capelli. Ahimè, sei
stata troppo veritiera nella profezia delle mie sventure: ecco la giovenca
greca occupa i miei pascoli! Benché sia molto bella d’aspetto è
sicuramente un’adultera; ha abbandonato gli dèi coniugali, sedotta da un
ospite. Prima di te Teseo, se non mi sbaglio sul nome, un certo Teseo la
rapì dalla sua patria. Si può credere che uno, giovane e pieno di
passione, l’abbia restituita vergine? Mi chiedi come lo sappia con tanta
certezza? Io amo! Chiamala pure violenza e maschera la colpa con quel
nome; ma se lei è stata rapita tante volte, vuol dire che si è offerta
volontariamente al rapimento. Enone invece si conserva casta per un marito
traditore; anche tu potevi essere tradito secondo le tue leggi. Mi
cercarono gli agili satiri (ma io mi ero nascosta, protetta dai boschi),
schiera impudente, inseguendomi con passo veloce e mi cercò anche Fauno,
con le corna in fronte ed il capo cinto da una pungente corona di pino, là
dove l’Ida si solleva in vaste giogaie. Mi amò il costruttore delle mura
di Troia, famoso per la lira; è lui che possiede il trofeo della mia
verginità. Anche questo non senza lotta: per lo meno gli strappai i
capelli a forza di unghie e il suo volto fu graffiato dalle mie dita. Non
ho chiesto, come indennizzo dello stupro, gemme e oro: è vergognoso
comprare con doni un corpo libero. Fu lui stesso, vedendo che ne ero
degna, a insegnarmi le arti mediche e concesse alle mie mani i suoi doni.
Qualunque erba dotata di speciali poteri, qualunque radice utile a guarire
nasca in tutto il mondo, è mia. Me infelice, giacché l’amore non si può
curare con le erbe! È la stessa arte di cui sono esperta, a tradirmi. Si
dice che il suo stesso scopritore abbia pascolato le vacche di Fere e che
fu ferito dal mio stesso fuoco. E quell’aiuto che né la terra feconda nel
produrre erbe, né un dio può darmi, solo tu me lo puoi dare. Tu lo puoi e
io me lo sono meritato. Abbi pietà di una fanciulla che ne è degna! Io non
porto insieme ai Greci una guerra sanguinosa, ma sono tua e sono stata con
te fin dagli anni della prima fanciullezza e prego di essere tua per il
tempo che resta.

VI IPSIPILE A GIASONE

Ipsipile di Lemno, discendente di Bacco, scrive al figlio di Esone: ma
quanta parte dei suoi sentimenti c’è nelle parole?
Mi si dice che di ritorno con la tua nave tu sia approdato alle coste
della Tessaglia col prezioso carico del vello dell’ariete dorato. Mi
compiaccio, per quanto mi consenti, che tu sia sano e salvo; tuttavia
avrei dovuto essere informata di questo da una tua lettera. Per non essere
tornato, ammesso che tu lo desiderassi, oltrepassando il mio regno a te
promesso, puoi non aver avuto i venti favorevoli; ma per quanto il vento
sia contrario, una lettera si può scrivere: io, Ipsipile, meritavo che mi
si inviasse un saluto! Perché, prima di una tua lettera, è giunta la fama
ad annunciarmi che i tori sacri a Marte erano stati sottomessi al giogo
ricurvo; che, dalla semente gettata, era cresciuta una messe di guerrieri
e per la loro uccisione non ci fu bisogno della tua mano; che un drago
insonne sorvegliava la pelle dell’ariete e tuttavia il vello d’oro era
stato sottratto dalla tua impavida mano? Se io potessi dire a quelli che
stentano a credere: «Queste cose me le ha scritte lui in persona», come mi
sentirei importante! Perché lamentarmi che un marito indolente abbia
trascurato il suo dovere? Ricevo un grande favore, se resto tua. Si
racconta che sia arrivata con te una maga straniera, accolta a dividere la
parte del letto nuziale che spetta a me. L’amore crede a tutto: vorrei
essere definita sconsiderata per aver calunniato mio marito con vane
accuse! È giunto da poco dalle rive Emonie, come mio ospite, un tessalo e
non aveva ancora toccato la soglia che gli chiesi: «Cosa fa il figlio di
Esone, mio sposo?». Egli, per la vergogna, rimase con lo sguardo a terra,
fisso davanti a sé. Subito ebbi un soprassalto e, strappandomi la tunica
dal petto, gridai «È vivo, o la morte chiama anche me?» «È vivo», risponde
esitante; poiché esitava, lo costrinsi a giurare; a mala pena, benché
venisse chiamato a testimone un dio, credetti che eri vivo. Appena ripresi
coraggio, cominciai a chiedere notizie delle tue imprese. Racconta che i
tori di Marte dagli zoccoli di bronzo avevano arato, che, gettati nel
terreno, al posto della semenza dei denti di drago, ne erano nati
immediatamente degli uomini con le armi in pugno, e che questi figli della
terra, uccisi in una guerra fratricida, avevano compiuto in un giorno il
destino della loro vita. Il drago fu debellato. Domando per la seconda
volta se Giasone vive: speranza e timore rendono alterna la mia fiducia.
Mentre racconta le singole imprese, trascinato dal fervore del discorso,
porta allo scoperto, con la sua stessa esuberanza, le mie ferite. Ahimè,
dov’è la fedeltà promessa? Dove i patti nuziali e la fiaccola, più degna
di attizzare un rogo funebre? Io non mi sono unita a te in adulterio. Era
presente Giunone protettrice dei matrimoni e Imeneo con le tempie
inghirlandate. Ma non fu Giunone, né Imeneo, bensì la lugubre Erinni
grondante sangue a portare le fiaccole funeste. Che ho a che fare io con i
Minii? Che cosa con la nave tritonide? E tu, nocchiero Tifi, con la mia
patria? Non era qui l’ariete stupefacente per il suo vello d’oro, né Lemno
era la reggia del vecchio Eeta. Dapprima ero decisa – ma mi trascinava un
crudele destino – a scacciare con la mia schiera di donne gli stranieri
accampati, e le donne di Lemno sanno vincere gli uomini – anche troppo! -:
da un soldato così forte… doveva essere difesa! In città vidi quell’uomo
lo accolsi in casa e nel mio cuore. Qui hai trascorso due estati e due
inverni. Era la terza estate, quando tu, costretto ad alzare le vele,
pronunciasti fra le lacrime queste parole: «Sono strappato via a forza,
Ipsipile; ma mi conceda solo il destino di tornare; parto di qui come tuo
sposo, tuo sposo sarò sempre per te. E la creatura che, generata da noi, è
nascosta nel tuo ventre gravido, possa vivere e siamo noi, entrambi, i
suoi genitori». Questo fu tutto: e mi ricordo che non fosti in grado di
aggiungere altro, per le lacrime che scorrevano sul tuo volto bugiardo.
Ultimo dei tuoi compagni sali sulla sacra Argo; la nave vola, il vento
gonfia le vele incurvandole. L’onda cerulea si ritrae sotto la spinta
dello scafo; tu guardi verso terra, io non stacco gli occhi dall’acqua.
Una torre, aperta da ogni lato, guarda tutt’attorno sul mare; salgo lassù
e il volto e il petto sono bagnati di pianto. Resto a guardare attraverso
le lacrime ed i miei occhi vedono più lontano del consueto, secondando i
desideri del cuore. Aggiungi caste preghiere e voti misti a timore, che
dovrò sciogliere anche ora, perché tu sei salvo. Dovrei sciogliere i voti?
Dai miei voti ne trarrà beneficio Medea! Il cuore prova dolore e l’amore,
misto all’ira, trabocca. Porterò doni ai templi perché perdo Giasone,
anche se è vivo? Cadrà una vittima, immolata per la mia perdita? Veramente
non mi sentii mai sicura e temevo sempre che tuo padre scegliesse una
nuora da una città argolica. Temevo le donne argive, e la mia rovina è una
concubina straniera! Sono stata ferita da una nemica imprevista. E non ti
piace né per aspetto, né per meriti, ma conosce gli incantesimi e con la
sua falce stregata miete erbe venefiche. Lei tenta di tirare giù dalla sua
orbita la luna, che le resiste, e di nascondere nelle tenebre i cavalli
del Sole; lei trattiene le acque e arresta il corso dei fiumi tortuosi,
lei smuove dal loro sito foreste e vive rocce; vaga fra le tombe discinta,
con i capelli sciolti e raccoglie le ossa prescritte dai roghi ancor
caldi; colpisce con incantesimi gli assenti, plasma effigi di cera e nel
povero cuore conficca aghi sottili e tante altre stregonerie che sarebbe
meglio non sapessi. È male cercare nelle erbe l’amore che si deve
guadagnare con la bellezza e la virtù. Tu hai il coraggio di abbracciare
una così e solo, in un unico letto, godere senza paura del sonno nel
silenzio della notte? È evidente che, come ha costretto i tori, così
costringe te a sopportare il giogo: e con quel potere con cui incanta i
draghi incanta anche te. Aggiungi che… avere parte nelle imprese tue e
dei tuoi nobili compagni e che una moglie è di ostacolo alla gloria del
marito. Qualcuno dei seguaci di Pelia attribuisce le tue imprese ai suoi
veleni ed ha uno stuolo di gente che gli crede: «Non il figlio di Esone,
ma la donna del Fasi, figlia di Eeta, ha strappato via il vello d’oro
dell’ariete di Frisso». Non la giudica bene tua madre Alcimede – chiedile
un parere! – non tuo padre che si vede giungere una nuora dal gelido polo.
Che lei si cerchi un marito proveniente dal Tanai, dalle paludi dell’umida
Scizia o perfino dalle sorgenti del Fasi! O volubile figlio di Esone, più
incostante della brezza primaverile, perché le tue parole non hanno il
peso di una promessa? Te ne sei andato di qui come mio marito, ma sei
tornato di là non più mio: possa io essere tua sposa ora che sei tornato,
come lo ero quando partisti. Se sei sensibile alla nobiltà e ai nomi
prestigiosi, guarda che si sa che sono figlia di Toante, della stirpe di
Minosse; Bacco è mio avo; la sposa di Bacco, cinta della corona, offusca
con le sue stelle gli astri minori. Avrai in dote Lemno, terra fertile per
chi la coltiva: puoi considerare anche me fra le donne provviste di dote.
Ora ho anche partorito: fai le tue felicitazioni ad entrambi, Giasone – il
responsabile della gravidanza me ne aveva reso dolce il peso. Sono stata
anche fortunata nel numero e, col favore di Lucina, ho partorito due
gemelli, doppio pegno d’amore. Se vuoi sapere a chi assomigliano, ti
riconoscerai in loro: non sanno ingannare, tutto il resto lo hanno preso
dal padre. Stavo quasi per farteli portare come ambasciatori per la madre,
ma il pensiero di quella crudele matrigna mi ha fatta desistere all’inizio
del viaggio. Ho temuto Medea – Medea è più di una matrigna – le mani di
Medea sono capaci di ogni tipo di delitto. Lei, che ha avuto il coraggio
di disperdere per i campi il corpo fatto a pezzi del fratello, proprio lei
avrebbe risparmiato i miei figli? Tuttavia si dice che l’hai preferita al
letto di Ipsipile, pazzo, ottenebrato dai veleni della Colchide! Lei, la
vergine adultera ti ha conosciuto come marito in maniera vergognosa,
mentre una casta fiaccola nuziale ha unito te a me e me a te. Lei ha
tradito il padre, io ho strappato Toante alla strage; lei ha abbandonato
la Colchide, io sono rimasta nella mia Lemno. Ma cosa importa se poi una
donna scellerata ha il sopravvento su di una virtuosa? Lei si è fatta una
dote della sua stessa colpa e si è conquistata un marito. Io condanno il
crimine delle donne di Lemno, Giasone, non lo ammiro! Dovunque è il dolore
stesso ad armare i deboli. Su, dimmi, se spinto da venti sfavorevoli, come
sarebbe stato giusto, avessi fatto ingresso nel mio porto, tu e la tua
compagna, ed io ti fossi venuta incontro accompagnata dai gemelli – certo
avresti dovuto chiedere alla terra di spalancarsi! – con quale faccia,
disgraziato, avresti guardato i tuoi figli, con quale me? Di quale morte
saresti stato degno, come prezzo del tuo tradimento? Ma, per quanto mi
riguarda tu saresti stato salvo e al sicuro, non perché tu ne sia degno,
ma perché io sono clemente; ma io in persona avrei saziato del sangue
della tua concubina i miei occhi e i tuoi, che lei mi ha portato via con
le sue stregonerie. Con Medea sarei stata Medea! Se, dall’alto, Giove
stesso, dio di giustizia, accoglie in qualche modo le mie preghiere, anche
l’usurpatrice del mio letto provi a sua volta le sofferenze per cui
Ipsipile piange e sia colpita dalle sue stesse leggi. E come io, sposa e
madre di due figli, sono abbandonata, anche lei, avuti i figli, sia
privata del marito; e ciò che avrà partorito malamente non possa
conservarlo a lungo, e ancor peggio lo perda; sia esule e cerchi rifugio
per tutto il mondo! E quanto, come sorella, fu crudele con il fratello e,
come figlia, con il povero padre, altrettanto lo sia con i figli e
altrettanto con il marito. E dopo aver esaurito terra e mare, cerchi la
via del cielo; vada errando povera e disperata, macchiata del sangue della
sua strage. Queste le punizioni che io, figlia di Toante, defraudata delle
mie nozze, invoco. Vivete, moglie e marito, in un talamo maledetto!

VII DIDONE A ENEA

Accogli, discendente di Dardano, il carme di Elissa che sta per morire:
quelle che leggi sono le ultime parole che ti vengono da me. Così canta il
bianco cigno presso gli acquitrini del Meandro, mentre langue sull’umida
erba, quando il destino lo chiama. E non mi rivolgo a te nella speranza di
poterti commuovere con la mia preghiera: questa iniziativa è contro il
volere del dio. Ma, avendo gettato via con disonore la mia buona
reputazione dovuta ai meriti e la purezza del corpo e dell’anima, è cosa
da poco sprecare delle parole. Ormai sei deciso, Enea, ad andartene e ad
abbandonare l’infelice Didone. I medesimi venti porteranno lontano le tue
vele e le tue promesse. Sei deciso, Enea, a sciogliere le navi e i tuoi
patti e a raggiungere i regni d’Italia, che non sai dove siano. Non ti
interessano né Cartagine fondata di recente, né le mura che stanno
crescendo, né il potere supremo affidato al tuo scettro. Fuggi ciò che è
fatto e desideri ciò che è da farsi. Senti di dover cercare un’altra terra
nel mondo, dopo averne già cercata una. Anche se la trovi questa terra,
chi te ne darà possesso, chi consegnerà a degli sconosciuti i propri
terreni da occupare? Un altro amore… un’altra Didone e altre promesse
dovrai fare, per poter tradire di nuovo. Quando avverrà che tu fondi una
città simile a Cartagine e che tu possa guardare il tuo popolo dall’alto
della rocca? Anche se tutto ciò si avverasse e gli dèi non ritardassero il
tuo desiderio, dove troverai una moglie che ti ami così? Brucio come le
fiaccole di cera impregnate di zolfo, come l’incenso delle devozioni
versato sui roghi fumanti. Enea resta sempre impresso nei miei occhi
insonni, Enea ho nella mente, notte e giorno. Ma lui è ingrato e sordo
alle mie offerte generose e, se non fossi insensata, vorrei fare a meno di
lui. Tuttavia non odio Enea, benché mediti il mio male, ma lamento la sua
slealtà e, pur lamentandomi, lo amo di più. Venere, abbi pietà di tua
nuora e tu, fratello Amore, abbraccia il tuo crudele fratello; che egli
militi nelle tue schiere;… l’uomo che per prima ho cominciato ad amare –
e non me ne vergogno – offra materia al mio tormento d’amore. Mi inganno,
e questa sua immagine che mi si agita dinanzi è illusoria: la sua indole è
diversa da quella di sua madre. La pietra e le montagne e le querce che
nascono spontanee sulle alte rupi e le belve feroci ti hanno generato,
oppure il mare, come lo vedi anche ora, sconvolto dai venti e che tuttavia
ti accingi ad attraversare, nonostante le onde avverse. Dove scappi? Ti si
oppone la tempesta: possa aiutarmi il favore della tempesta! Guarda come
Euro agita e sconvolge le acque. Ciò che avrei preferito dovere a te,
lascia che lo debba alle tempeste. Il vento e le onde sono più giusti del
tuo cuore. Io non sono così importante che tu, malvagio – ti valuto forse
ingiustamente? -, debba morire, mentre mi sfuggi sul vasto mare. Tu nutri
a caro prezzo un odio costoso e pervicace, se, pur di liberarti di me,
poco ti importa di morire. Ormai i venti caleranno e Tritone correrà sulla
piana superficie delle acque, con i suoi cavalli cerulei. Oh, se anche tu
potessi cambiare con i venti! E cambierai, se non superi le querce in
durezza. Cosa faresti, se non conoscessi il potere del mare infuriato?
Così avventatamente ti affidi alle acque che hai sperimentato tante volte?
Anche se tu sciogliessi gli ormeggi con un mare invitante, molte sono le
sciagure che riserva la vasta distesa del mare. E certo non giova, a chi
si avventura nellle acque, aver violato giuramenti: quel luogo esige che
si paghi il fio del tradimento, soprattutto quando si è offeso l’amore,
poiché si dice che la madre degli Amori sia nata nuda dalle acque di
Citera. Rovinata, temo di mandare in rovina, o di fare del male a chi me
ne fa o che il mio nemico, naufragando, beva le acque del mare. Vivi, ti
prego! Preferisco perderti così, piuttosto che vederti morto – tu
piuttosto, sarai considerato responsabile della mia morte. Prova a
immaginare di essere preso da un turbine impetuoso – che il mio presagio
sia vano! – cosa penserai? Ti verranno subito in mente i falsi giuramenti
della tua lingua menzognera e Didone, costretta a morire per la perfidia
di un frigio; ti starà davanti agli occhi l’immagine di tua moglie, che
hai ingannata, triste, insanguinata, con i capelli scomposti. «Qualunque
cosa sia», dirai, «tanto ho meritato, perdono!», e tutti i fulmini che
cadranno penserai che siano scagliati contro di te! Concedi una piccola
tregua alla tua crudeltà e al mare; la grande ricompensa al tuo indugio
sarà un viaggio sicuro. E non mi preoccupo solo per te: abbi almeno
riguardo per il piccolo Iulo! È sufficiente per te avere la gloria della
mia morte. Quale colpa può avere Ascanio, che è un fanciullo, quale i
Penati? Gli dèi sottratti all’incendio dovranno essere sommersi dalle
onde? Ma non li porti con te e tutte le cose di cui, spergiuro, ti vanti
con me, gli oggetti sacri e tuo padre, non gravarono le tue spalle. Menti
su tutto; e veramente non sono io la prima ad essere ingannata dalla tua
lingua, né io per prima ne pago le conseguenze: se chiedi dove sia la
madre del bel Iulo, ella è morta in solitudine, abbandonata da un marito
crudele. Questo mi hai raccontato… La punizione sarà sempre inferiore
alla tua colpa. E ho l’intima certezza che i tuoi dei ti condannino: sono
sette inverni che sei sballottato per mare e per terra; rigettato dai
flutti ti ho accolto in un luogo sicuro, e avevo ascoltato a malapena il
tuo nome che ti ho consegnato il mio regno. Se almeno mi fossi limitata a
questi favori e il mio buon nome non fosse stato sepolto dalla nostra
unione! Ha segnato la mia rovina quel giorno in cui un grigio temporale ci
spinse, per un acquazzone improvviso, nella cavità di una grotta. Avevo
udito delle voci, credetti che fossero ululati delle ninfe: erano invece
le Eumenidi che davano il segnale del mio destino. Esigi una punizione, o
pudore offeso, e voi sacre leggi del matrimonio profanate e tu, mio buon
nome, che non ho conservato fino alla morte e anche voi, miei Mani, e tu
anima e cenere di Sicheo, cui sventurata vado incontro piena di vergogna.
In un tempio di marmo ho consacrato la sacra effige di Sicheo: la
ricoprono sul davanti fronde e bianchi velli. Di lì io mi sono sentita
chiamare per quattro volte dalla ben nota voce; proprio lui, con voce
sommessa, mi disse: «Elissa, vieni!». Non c’è da aspettare: vengo, vengo,
io, la tua sposa legittima. Giungo tardi, tuttavia, ora che ho perso il
mio onore! Perdona la mia colpa: chi mi ha ingannata dava tutte le
garanzie; egli rende meno riprovevole la mia colpa. Una dea per madre,
l’anziano padre, pio fardello del figlio, mi diedero ragionevole speranza
di un marito che sarebbe rimasto. Se era destino che sbagliassi, il mio
errore ha cause oneste; aggiungigli la fedeltà, non sarebbe spregevole
sotto nessun aspetto. Il destino, che ho sempre avuto in passato, persiste
sino alla fine e accompagna gli ultimi momenti della mia vita. Il mio
sposo è morto, assassinato presso l’altare di Tiro e mio fratello si gode
la ricompensa di un delitto così grande. Vengo costretta all’esilio e
abbandono le ceneri di mio marito e la patria; sotto l’inseguimento
nemico, sono spinta in un pericoloso cammino. Sfuggita al fratello e al
mare, approdo tra gente sconosciuta e acquisto quella terra che ti ho
donato, traditore. Fondai una città ed eressi mura che si estendono per
lungo tratto e destano l’invidia delle regioni vicine. Ci sono guerre in
fermento: straniera e donna sono provocata a combattere e, inesperta,
allestisco con difficoltà le porte per la città e gli armamenti. Piacqui a
mille pretendenti che si allearono, scontenti che io avessi preferito ai
loro talami uno sconosciuto. Perché esiti a consegnarmi in catene al
getulo Iarba? Offrirei le mie braccia al tuo misfatto. Ho anche un
fratello, la cui mano sacrilega, bagnata del sangue di mio marito, chiede
di essere macchiata del mio. Deponi le statue degli dèi e i sacri oggetti
che profani col tuo contatto! Non è bene che una mano impura renda onore
agli dèi. Se dovevi essere tu a venerare gli dèi scampati all’incendio,
quegli dèi rimpiangono di essere sfuggiti alle fiamme. Forse, disgraziato,
tu abbandoni Didone anche incinta e una parte di te è racchiusa e nascosta
nel mio corpo. La sventurata creatura condividerà il destino della madre e
tu sarai colpevole della morte di un essere non ancora nato. E il fratello
di Iulo morirà insieme a sua madre e un unico destino ci porterà via
uniti. «Ma un dio mi ordina di partire!». Vorrei che ti avesse impedito di
venire e che il territorio cartaginese non fosse stato calpestato dai
Troiani. È certamente con la guida di questo dio che sei sbattuto da venti
ostili e consumi lungo tempo trascinato dalle onde! Così grande fatica da
parte tua sarebbe valsa appena per cercare di tornare a Pergamo, se fosse
nelle condizioni di quando Ettore era ancora vivo. Tu non cerchi il
paterno Simoenta, ma le acque del Tevere; certo, anche se giungi dove
desideri, sarai uno straniero. E dal momento che la terra che tu cerchi se
ne sta ben nascosta, restando fuori dalla vista, ed evita le tue navi,
questa terra agognata la raggiungerai a malapena da vecchio. Lascia il tuo
peregrinare e accetta piuttosto in dote, questo popolo e le ricchezze di
Pigmalione che ho portato con me. Trasporta più opportunamente Ilio nella
città tiria e prendi infine il posto e lo scettro sacro di re! Se il tuo
animo è avido di guerra, se Iulo cerca da dove poter trarre trionfi con il
suo impeto guerriero, gli procureremo un nemico da battere, perché non gli
manchi nulla: questo luogo dà spazio a leggi di pace, ma anche alle armi.
Solo ti prego, per tua madre e per le armi di tuo fratello, le frecce, e
per gli dèi che ti hanno accompagnato nella fuga, sacre divinità troiane –
così sopravvivano quanti della tua gente porti con te e la crudele guerra
troiana segni il termine delle tue sventure e Ascanio porti felicemente a
compimento i suoi anni e le ossa del vecchio Anchise riposino in pace! -,
abbi pietà della casa che si affida a te. Di quale colpa mi accusi, se non
di averti amato? Io non vengo da Ftia o dalla potente Micene; mio marito e
mio padre non furono mai contro di te. Se ti vergogni di avermi in moglie,
che non mi si chiami tua sposa, ma ospite; pur di essere tua, Didone
accetterà di essere qualunque cosa. Conosco bene i flutti che squassano il
litorale africano: in determinati periodi consentono o impediscono la
partenza. Quando il vento consentirà di partire, darai le vele ai venti;
ora le alghe filacciose trattengono la nave gettata qui. Affida a me
l’incarico di osservare il tempo: partirai più sicuro, e, anche se tu lo
volessi, non ti permetterò di restare. Anche i tuoi compagni chiedono
riposo e le navi squarciate, finora riparate a metà, esigono una breve
sosta. Per i miei meriti, e per quello che forse ancora ti dovrò, per la
mia speranza di nozze, ti chiedo un po’ di tempo, finché si calmino il
mare e il mio amore, finché con il tempo e l’abitudine io sappia trovare
la forza per sopportare i dispiaceri. Se no, intendo abbandonare la vita:
non puoi infierire su di me ancora a lungo. Oh, se tu vedessi l’immagine
di chi ti scrive! Scrivo e tengo in grembo la spada troiana; lungo le
guance le lacrime scivolano giù sulla spada sguainata, che fra poco sarà
bagnata di sangue, anziché di lacrime. Come si adattano bene al mio
destino i tuoi doni! Con poca spesa prepari il mio sepolcro. E non è ora
la prima volta che il mio petto è ferito da un’arma: vi è già la ferita di
un amore crudele. Anna sorella, sorella Anna, consapevole, purtroppo,
della mia colpa, fra poco porgerai gli ultimi onori alle mie ceneri. E,
una volta divorata dal fuoco, non sarò più indicata come Elissa, moglie di
Sicheo, ci saranno soltanto questi versi incisi nel marmo del sepolcro:
«Enea fornì il motivo della morte e la spada; Didone si tolse la vita con
la sua stessa mano».

VIII ERMIONE A ORESTE

Io, Ermione, mi rivolgo a te, una volta cugino e marito, ora solo cugino:
il nome di marito spetta ad un altro. Pirro, figlio di Achille, tracotante
a modello del padre, mi tiene segregata contro ogni legge e principio
religioso. Per quanto mi fu possibile lo respinsi, perché non mi
trattenesse col mio consenso: le mie mani di donna non furono in grado di
fare altro. «Cosa fai, Eacide? Ho chi mi protegge!», dissi. «Questa
fanciulla che vuoi per te, ha già un suo signore!». Egli, più sordo del
mare, mi trascinò a casa sua, con i capelli scomposti, mentre invocavo il
nome di Oreste. Cosa avrei dovuto sopportare di più tremendo come schiava,
se un’orda di barbari avesse invaso Sparta e rapito le donne greche?
L’Acaia vittoriosa maltrattò meno duramente Andromaca, quando il fuoco dei
Danai bruciò le ricchezze della Frigia. Ma tu, Oreste, se senti una
affettuosa sollecitudine nei miei confronti, rivendica con coraggio i tuoi
diritti! O forse, se qualcuno ti ruba il bestiame rinchiuso nella stalla,
sei pronto a prendere le armi, e se ti rapiscono tua moglie non reagisci?
Ti sia d’esempio tuo suocero che ha reclamato la moglie rapita: la donna
fu per lui giusta causa di una guerra; se mio padre fosse rimasto inerte a
piangere nella reggia vuota, mia madre sarebbe ancora moglie di Paride,
com’era prima. E non predisporre mille navi e vele sinuose, né plotoni di
soldati greci: vieni di persona! Dovevo essere rivendicata anch’io così;
non è vergognoso che un marito sostenga dure lotte a difesa del matrimonio
che gli è caro. Non abbiamo forse in comune il nonno, Atreo, figlio di
Pelope, e quindi, anche se tu non fossi mio marito, resti comunque mio
cugino? Come marito, ti prego, vieni in aiuto alla sposa, come cugino,
alla cugina: a doppio titolo sei sollecitato al tuo dovere. Tindaro,
autorevole guida per età ed esperienza, mi consegnò a te: mio nonno aveva
il potere di disporre della nipote. Ma mio padre, all’oscuro di quel
fatto, mi promise all’Eacide: mio nonno però, che lo precede nella
gerarchia, aveva anche più potere di lui. Quando ero promessa a te, la mia
fiaccola nuziale non recava danno a nessuno; se mi unirò a Pirro, tu
subirai un oltraggio da parte mia. Anche Menelao, mio padre, perdonerà il
nostro amore: egli stesso è stato vittima dei dardi del dio alato;
accorderà al genero l’amore che si è a sua volta concesso: l’amore per mia
madre ci gioverà col suo esempio. Tu per me sei quel che mio padre è per
mia madre: Pirro assume il ruolo che un tempo assunse l’ospite dardanio.
Si inorgoglisca pure smisuratamente per le imprese di suo padre, anche tu
hai da riferire le gesta di tuo padre. Era lui, discendente di Tantalo, il
capo di tutti e di Achille stesso: questi era solo un membro
dell’esercito, quello il capo supremo dei capi. Anche tu hai come antenato
Pelope e se conti come medio il padre di Pelope, sarai quinto a partire da
Giove. E non sei privo di coraggio: hai impugnato le armi per compiere
azioni odiose. Ma cosa potevi fare? Te le ha fatte indossare tuo padre.
Vorrei che tu avessi mostrato il tuo coraggio in una più degna
circostanza; ma l’occasione per la tua azione non la scegliesti tu, ti fu
imposta. Tuttavia la portasti a termine ed Egisto, con la gola squarciata,
imbrattò di sangue la reggia, come prima tuo padre. L’Eacide ti biasima e
fa passare per un delitto un’azione meritevole; ciononostante sostiene il
mio sguardo. Io mi sento esplodere, e mi ribolle il volto insieme al cuore
e mi duole il petto, bruciato dal fuoco che c’è dentro. Qualcuno in
presenza di Ermione calunnia Oreste? Io non ho forze né una spada
minacciosa al mio fianco! È vero, mi è concesso piangere; col pianto do
sfogo alla rabbia, e le lacrime scendono giù sul mio petto, come un fiume.
Ho sempre solo queste, e sempre ne verso. Le mie guance sciupate sono
bagnate da una fonte inesauribile. Forse per un destino della stirpe, che
si trascina fino ai nostri giorni, noi donne discendenti di Tantalo siamo
esposte al rapimento? Non starò a raccontare gli inganni del cigno
fluviale, né lamenterò che Giove si sia nascosto sotto quelle piume. Là,
dove l’Istmo che si protende per lungo tratto, separa i due mari,
Ippodamia fu portata via dal carro di uno straniero. A Castore di Amicle e
all’amicleo Polluce, fu restituita dalla città di Mopsopo la sorella, nata
presso il Tenaro. La Tenaride, trascinata oltre il mare dall’ospite
dell’Ida, spinse alle armi, in sua difesa, le milizie argoliche. Veramente
me ne ricordo appena, ma lo ricordo: tutto era pianto, tutto era pieno di
angoscia e di timore. Piangeva il nonno, e la sorella Febe e i fratelli
gemelli, Leda pregava gli dèi ed il suo Giove. Anch’io, strappando anche
allora i miei capelli corti, gridavo: «Senza di me, senza di me, mamma, te
ne vai?». Il marito infatti era lontano. E perché non si creda che io non
sono della stirpe di Pelope, ecco che divenni la preda destinata a
Neottolemo. Oh se il Pelide avesse scansato l’arco di Apollo! Il padre
avrebbe disapprovato le azioni arroganti del figlio. Non piacque un tempo
ad Achille, né gli piacerebbe ora, che un marito pianga, perché privato
della sposa che gli è stata sottratta. Quale mia offesa ha reso ostili gli
dèi? Di quale astro in opposizione, sventurata, dovrei lamentarmi? Da
piccola rimasi senza mia madre, mio padre era in guerra e, benché
vivessero tutti e due, ero priva di entrambi. Nella mia infanzia, madre
mia, non potei pronunciare per te parole tenere col mio balbettio di
bambina; non mi appesi al tuo collo con le mie piccole braccia, né mi
sedetti, dolce peso, in grembo a te. Non ti preoccupasti della mia
educazione e, promessa sposa, non feci ingresso nel nuovo talamo istruita
da mia madre. Quando sei tornata ti venni incontro ma – sarò sincera – non
conoscevo il volto di mia madre: intuii tuttavia che tu eri Elena, perché
eri bellissima; tu stessa domandavi quale fosse tua figlia. Ho avuto in
sorte un unico bene: Oreste, mio marito; ma mi sarà tolto anche lui, se
non combatte a suo vantaggio. Pirro mi tiene prigioniera, anche se mio
padre è tornato ed è vincitore; questo è il regalo che mi ha portato la
distruzione di Troia! Eppure quando il Titano sovrasta nel cielo con i
suoi cavalli sfolgoranti, io, infelice, sono preda di un dolore meno
schiacciante; ma quando la notte mi tiene rinchiusa nel talamo a urlare e
a piangere le mie amarezze e mi sono gettata sul mio letto di dolore, gli
occhi mi servono a far sgorgare le lacrime, non a dormire, e, per quanto
mi è possibile, fuggo da quest’uomo come da un nemico. Spesso sono
stordita dalla disperazione e, dimentica di dove mi trovo e perché, tocco
inconsapevolmente con la mano il corpo dello Sciro; ma appena mi rendo
conto del sacrilegio commesso, abbandono quel colpevole contatto e mi
sembra di avere le mani infette. Spesso, al posto del nome di Neottolemo,
mi sfugge il nome di Oreste ed amo l’errore della mia voce come un
presagio. Giuro per la mia stirpe sfortunata e per il progenitore della
stirpe, che fa tremare mari e terre ed il suo regno, per le ossa di tuo
padre, mio zio, che devono a te se giacciono nella tomba, vendicate così
coraggiosamente: o io morirò prematuramente e mi spegnerò nella prima
giovinezza o io, discendente di Tantalo, sarò sposa del discendente di
Tantalo.

IX DEIANIRA A ERCOLE

Io, lettera, testimone del suo stato d’animo, sono inviata a te, Alcide,
dalla moglie, se Deianira è ancora tua moglie.
Mi compiaccio che Ecalia vada ad aggiungersi ai nostri titoli di gloria,
deploro che il vincitore abbia ceduto a colei che ha vinto. È giunta
all’improvviso alle città pelasgiche una notizia inverosimile e che deve
essere sconfessata dal tuo comportamento: Iole ha imposto il giogo
all’eroe, che Giunone, con una serie interminabile di fatiche, non è mai
riuscita a piegare. Questo vorrebbe Euristeo, questo la sorella di Giove
tonante, che, come matrigna, godrebbe per il disonore della tua vita; ma
non lo vorrebbe colui al quale una sola notte (se lo lo crediamo) non fu
sufficiente per concepirti così grande. Più che Giunone ti ha recato danno
Venere: quella, perseguitandoti, ti ha elevato, questa tiene il tuo collo
sotto il suo piede che umilia. Volgiti a guardare il mondo pacificato
dalla tua forza vendicatrice, per tutto lo spazio entro cui l’azzurro
Nereo circonda la vasta terra. La pace della terra, la sicurezza del mare
sono dovuti a te, con i tuoi meriti hai riempito entrambe le dimore del
sole. Il cielo che ti porterà, tu l’hai portato per primo: Atlante
sostenne la volta stellata, per mezzo di Ercole che lo aveva sostituito.
Cosa è se non notorietà cercata a scapito dell’onore, se carichi le tue
precedenti imprese del peso di un marchio d’infamia? Non si racconta forse
che hai stretto fino a soffocarli due serpenti, quando bimbo in culla eri
già degno di Giove? Hai iniziato meglio di come finisci; le tue ultime
azioni sono inferiori alle prime: l’uomo di oggi e quel bambino sono
diversi. L’uomo che mille belve non furono in grado di vincere, né il
figlio di Stenelo, suo nemico, né Giunone, lo vince Amore. Ma si dice che
io sono felicemente sposata, perché sono chiamata moglie di Ercole e mio
suocero è colui che tuona dall’alto con i suoi veloci destrieri. Quanto
malamente si adattano all’aratro due buoi di diversa mole, tanto resta
schiacciata una moglie inferiore da un marito prestigioso. Non è un
privilegio, ma un peso, la bellezza che danneggia chi la possiede; se vuoi
sposarti adeguatamente, sposa un tuo pari. Mio marito sta sempre lontano,
e mi è più familiare come ospite che come sposo, e si dà all’inseguimento
di mostri e belve spaventose. Io, nella casa vuota, intenta in caste
preghiere, mi tormento nel timore che mio marito cada per mano di un
nemico pericoloso. Mi agito fra serpenti, cinghiali, leoni insaziabili e
cani che azzannano senza mollare la presa con triplici fauci. Mi turbano
le viscere degli animali sacrificati e gli evanescenti fantasmi dei sogni
e i presagi cercati nel segreto della notte. Infelice, cerco di captare
gli incerti sussurri della fama e la paura si perde nella speranza
vacillante, la speranza nella paura. Tua madre è lontana e si duole di
essere piaciuta a un dio potente; non c’è tuo padre, Anfitrione, né nostro
figlio Illo. Sento gravare su di me Euristeo, strumento dell’ingiusto odio
di Giunone e la collera inesauribile della dea. Ed è ancora poco per me
sopportare tutto questo; aggiungi gli amori per femmine straniere e che
una donna qualsiasi può essere resa madre da te. Non dirò di Auge,
violentata nelle valli del Partenio, né della tua prole, o ninfa nipote di
Ormeno; non verrai incolpato per le sorelle, discendenti di Teutrante:
della loro schiera non ne hai trascurata nessuna; ricorderò una sola come
amante, ultimo affronto nel tempo, per colpa della quale sono diventata
matrigna di Lamo di Lidia. Il Meandro, che attraversa tante volte il
medesimo territorio, e che continuamente ripiega su se stesso le sue acque
stanche, ha visto collane pendere dal collo di quell’Ercole, per il quale
la volta celeste fu piccolo peso. Non hai avuto vergogna a costringere le
tue braccia vigorose nei braccialetti d’oro e a ornare di gemme i tuoi
muscoli poderosi? Eppure sotto la stretta di queste braccia ha esalato
l’ultimo respiro il flagello di Nemea, della cui pelle è ricoperta la tua
spalla sinistra. Hai avuto il coraggio di coprire con la mitra i tuoi
capelli incolti: alla capigliatura di Ercole è più adatto l’argenteo
pioppo. E non pensi che sia stato degradante, per te, cingerti di una
cintura Meonia, come una fanciulla lasciva? Non ti si presenta alla mente
l’immagine del feroce Diomede che, spietato, nutrì le sue cavalle di carne
umana? Se ti avesse visto in questa tenuta Busiride, tu, vincitore,
avresti dovuto certamente essere causa di vergogna per lui vinto! Anteo
strapperebbe via quei nastri dal tuo collo possente, per non vergognarsi
di essere stato sconfitto da un uomo effeminato. Si dice che tu abbia
tenuto il cesto della lana in mezzo alle fanciulle della Ionia e che tu
sia stato molto intimorito dalle minacce della tua padrona. Non ti rifiuti
Alcide di porre la mano vincitrice di mille fatiche nei levigati cestelli
e fai scorrere col pollice robusto i fili di lana e rendi il giusto peso
di lana filata alla tua bella padrona? Ah, quante volte, mentre ritorci il
filo con dita impacciate, le tue mani troppo forti hanno spezzato i
fusi!… ai piedi della tua padrona… raccontavi fatti che avresti dovuto
nascondere: cioè che enormi serpenti, soffocati da te, avevano avvinghiato
con le loro code la tua mano di bambino; come il cinghiale Tegeo dimori
sull’Erimanto, ricco di cipressi, e con il suo enorme peso devasti la
terra; non passi sotto silenzio le teste inchiodate alle case di Tracia,
né le cavalle ingrassate con carne umana; né il triplice mostro, Gerione,
ricco dei buoi iberici, un solo essere in tre corpi; né Cerbero dall’unico
tronco che si divide in altrettante teste di cane, avviluppate da serpenti
minacciosi; né l’idra che rinasceva dalle feconde ferite, rigenerandosi e
traendo ricchezza dalle sue stesse perdite; né colui che, gravosissimo
carico, restò sospeso tra il tuo fianco ed il braccio sinistro, con la
gola strozzata; né la schiera equestre, a torto fiduciosa nei piedi e nel
corpo bimembre, cacciata sui monti della Tessaglia. Puoi tu raccontare
queste imprese rivestito di un manto di porpora? Non tace la tua lingua,
trattenuta da un simile abbigliamento? La giovane figlia di Iardano si è
persino ornata delle tue armi e ha preso i ben noti trofei dall’eroe
asservito. Suvvia ora, esalta il tuo coraggio e passa in rassegna le tue
imprese coraggiose: poiché tu non lo eri, a buon diritto l’uomo fu lei, e
tu le sei tanto inferiore di quanto, vincere te, il più grande di tutti,
era impresa più grande che vincere coloro che hai vinto. A lei passa tutto
quello che hai, rinuncia ai tuoi beni: è la tua amica l’erede della tua
gloria. Oh, vergogna! L’ispida pelle strappata alle costole dell’irsuto
leone ha ricoperto il suo fianco delicato! Ti inganni e non lo sai: quelle
non sono le spoglie del leone, ma le tue; tu sei il vincitore del leone,
ma lei lo è di te. Una donna, a mala pena in grado di reggere la conocchia
carica di lana, ha portato le nere frecce intinte nel veleno di Lerna ed
ha armato la sua mano della clava che ha domato le fiere e si è
contemplata nello specchio con le armi di suo marito. Ma queste cose le
avevo solo udite; avrei potuto non credere alle voci, non è acuto il
dolore che dalle orecchie giunge al cuore. Ma davanti ai miei occhi è ora
condotta una concubina straniera e non riesco a nascondere quello che
soffro. Non permetti che non la si guardi: sfila prigioniera in mezzo alla
città, e i miei occhi sono costretti a guardarla anche se non vogliono. E
non viene con i capelli disordinati, secondo l’uso delle prigioniere,
confessando con il volto… la sua sorte, ma avanza facendosi notare da
lontano per la profusione di oro, adornata come usavi anche tu, in Frigia;
guarda il popolo dall’alto, così da far pensare che Ercole sia stato
vinto, che Ecalia sia ancora in piedi e viva suo padre; forse, scacciata
l’etolide Deianira e deposto il nome di concubina, sarà anche moglie e un
imeneo infamante unirà i corpi impudichi di Iole, figlia di Eurito e
dell’Alcide… Al pensiero mi sento venir meno, un gelo mi scorre per le
membra e la mano, inerte, mi resta abbandonata in grembo. Hai amato anche
me, con molte altre, ma mi hai amata senza colpa; non ti dispiaccia se per
due volte sono stata per te motivo di lotta. Acheloo, piangente, raccolse
le sue corna sull’umida riva e immerse le tempie mutilate nell’acqua
fangosa; Nesso, il semiuomo, cadde senza vita nell’Eveno portatore di
morte ed il suo sangue equino ne contaminò le acque. Ma perché racconto
queste cose? Mentre scrivo mi giunge la notizia che mio marito stà morendo
per il veleno della mia tunica. Povera me! Cosa ho fatto? Dove mi ha
trascinata il mio delirio di donna innamorata? Perché, scellerata
Deianira, non ti decidi a morire? Tuo marito sarà dunque straziato nel
mezzo dell’Eta, e tu, la causa di così grande misfatto, sopravviverai? Che
altro mi resta da fare per essere creduta moglie di Ercole? La mia morte
sarà la testimonianza del nostro matrimonio. Anche tu, Meleagro,
riconoscerai in me la sorella! Perché, scellerata Deianira, non ti decidi
a morire? Ahimè, famiglia maledetta! Agrio siede sull’alto trono, mentre
una misera vecchiaia opprime Eneo, abbandonato in solitudine; mio fratello
Tideo è esule, in terre sconosciute; l’altro fratello vivo, divenne preda
del fuoco fatale; nostra madre si affondò un pugnale nel petto. Perché,
scellerata Deianira, non ti decidi a morire? Chiedo solo questo, per i
sacri diritti del matrimonio, che non si creda che io abbia attentato al
tuo destino. Nesso, come fu colpito nel petto voglioso dalla tua freccia,
disse: «Questo sangue ha il potere di generare amore». Io ti mandai la
tunica intrisa del veleno di Nesso. Perché, scellerata Deianira non ti
decidi a morire? Ormai addio, vecchio padre e sorella Gorge, e patria e
fratello strappato alla tua patria e tu, luce di questo giorno, ultima per
i miei occhi e mio sposo – oh, se tu potessi stare bene! – e piccolo Illo,
addio!

X ARIANNA A TESEO

La donna che tu, malvagio Teseo, hai abbandonato alle belve vive ancora, e
tu vorresti accettare questo fatto con indifferenza? Ho trovato ogni
specie di fiera meno spietata di te: non avrei potuto essere affidata a
nessuno peggio che a te! Ciò che leggi, Teseo, te lo invio proprio da
quella spiaggia da dove le vele hanno portato via la tua nave, senza di
me; su questo lido il sonno mi ha perfidamente ingannata e anche tu lo hai
fatto, che hai insidiato il mio sonno con una azione malvagia. Era l’ora
in cui la terra inizia ad essere coperta da un strato di brina, come di
vetro e gli uccelli, al riparo delle fronde, emettono il loro canto
lamentoso; non ancora del tutto sveglia, illanguidita dal sonno,
sollevandomi appena mossi le mani per toccare Teseo: non c’era nessuno!
Ritraggo le mani e riprovo una seconda volta, e muovo le braccia per tutto
il letto: non c’era nessuno. La paura scacciò il sonno; in preda al
terrore mi alzo ed il mio corpo si precipita fuori dal letto vuoto. Subito
il mio petto risuonò, percosso dalle mani; mi strappai i capelli così
com’erano, ingarbugliati dal sonno. C’era la luna; scruto se vedo qualcosa
oltre alla spiaggia; ma i miei occhi non riescono a scorgere nulla oltre
alla spiaggia. Corro disordinatamente ora qua e ora là, in ogni direzione.
La sabbia fonda ostacola il mio passo di fanciulla. Intanto mentre gridavo
per tutta la spiaggia «Teseo!», le rocce dalle loro cavità mi rimandavano
indietro il tuo nome e quante volte ti chiamavo, altrettante il luogo
stesso chiamava; anche il luogo voleva recare aiuto a me sventurata. C’era
un monte; sulla sua cima si vedono cespugli isolati; di lì si protende uno
scoglio corroso dalle onde fragorose. Vi salgo; la volontà mi dava la
forza; e così misuro con lo sguardo per ampio tratto la profonda distesa
del mare. Di lì – anche i venti infatti furono crudeli con me – vidi delle
vele tese dal soffio impetuoso di Noto. O le vidi o erano tali che
credetti di averle viste; rimasi più gelida del ghiaccio e semisvenuta. Ma
il dolore non mi permette di rimanere a lungo inerte, mi ridesta, mi
ridesta e chiamo Teseo ad altissima voce «Dove scappi?», grido. «Torna
indietro, Teseo scellerato! Volgi la nave! Non è al completo!». Così
gridavo. Quanto mancava alla voce, lo compensavo col rumore dei colpi al
petto; e i colpi si mescolavano alle mie parole. Agitando le mani feci
ampi segni perché, se tu non potevi udirmi, mi potessi almeno vedere;
applicai poi ad un lungo bastone un candido velo, per richiamare
l’attenzione di chi certamente si era dimenticato di me. Ma ormai ti eri
sottratto alla mia vista. Allora finalmente piansi: prima le mie morbide
guance erano irrigidite per il dolore. Che cosa avrebbero dovuto fare i
miei occhi se non piangere sulla mia sorte, dopo aver perso di vista le
tue vele? Vagai solitaria con i capelli sciolti come una baccante invasata
dal dio ogigio, oppure sedetti come di ghiaccio su di una roccia,
guardando fisso il mare e, seduta sulla pietra, anch’io rimasi impietrita.
Spesso ritorno al letto che ci aveva accolti entrambi e che non ci avrebbe
più offerto accoglienza e tocco – è quello che posso, ora che tu mi manchi
– le tue impronte e le coperte che avevano ricevuto il calore del tuo
corpo. Piombo sul letto inzuppato dalle lacrime versate e grido: «In due
ti abbiamo occupato, facci tornare due! Siamo giunti qui in due, perché
non siamo in due ad andarcene? Letto traditore, dov’è la parte più
importante di noi due?». Cosa fare? Dove andare da sola? L’isola è
selvaggia, non vedo segni dell’attività di uomini, né del lavoro di buoi.
Il mare circonda la terra da ogni lato; da nessuna parte un marinaio,
nessuna nave prossima a passare per queste rotte insidiose. Mettiamo che
mi vengano dati compagni e venti e una nave: perché dovrei seguirli? La
terra di mio padre mi nega l’accesso. E se io avessi la fortuna di solcare
su di una nave il mare tranquillo ed Eolo moderasse i venti, resterò
sempre un’esule. Non riuscirò più a vederti, o Creta, costellata da cento
città, terra conosciuta da Giove bambino. Mio padre, infatti, e la terra
governata con giustizia da mio padre, nomi a me cari sono stati traditi
dal mio gesto, quando ti diedi il filo che guidasse i tuoi passi, perché
tu, vincitore, non trovassi la morte nel tortuoso palazzo. Allora mi
dicevi: «Giuro su questi stessi pericoli, che sarai mia finché entrambi
vivremo». Viviamo, e non sono tua, Teseo, se solo è viva una donna,
sepolta dall’inganno di un traditore. Avresti dovuto uccidere anche me,
malvagio, con la clava con la quale uccidesti mio fratello! La promessa
che mi avevi fatto sarebbe stata sciolta dalla mia morte. Ora io mi
raffiguro non soltanto ciò che dovrò soffrire, ma tutto quello che può
soffrire una donna abbandonata. Mi si affollano alla mente mille immagini
di morte, e la morte è pena minore dell’attesa della morte. Immagino che
fra poco arriveranno di qua o di là i lupi a straziarmi le viscere con
denti voraci. Questa terra nutre forse anche fulvi leoni? Chi sa mai che
quest’isola … anche tigri feroci? E si dice che il mare getti sulla riva
enormi foche. Chi può impedire alle spade di trafiggermi il fianco?
Soltanto non mi accada di essere legata come prigioniera da una dura
catena e di dover filare con mano di schiava grandi quantità di lana; io
ho Minosse come padre, come madre la figlia di Febo e, cosa che ricordo
più di tutto, fui legata a te da una promessa. Se guardo il mare, la
terra, e la distesa della spiaggia, molti pericoli minaccia la terra,
molti il mare. Mi restava il cielo; temo le apparizioni degli dèi; mi
sento abbandonata come preda e cibo per le belve voraci. Se degli uomini
abitano qui e coltivano la terra, non mi fido di loro; ho imparato sulla
mia pelle a temere gli uomini stranieri. Oh se Androgeo fosse ancora in
vita, e tu, terra di Cecrope, non avessi espiato le tue azioni scellerate
con la morte dei tuoi figli; la tua mano, Teseo, levatasi in alto non
avesse ucciso con la clava nodosa l’essere in parte uomo ed in parte toro;
e io non ti avessi consegnato il filo che ti indicasse la via del ritorno,
quel filo via via raccolto dalle tue mani, che lo tiravano a sé! Non mi
meraviglio proprio se la vittoria sta dalla tua parte ed il mostro,
abbattuto, coprì la terra di Creta. Un cuore di ferro non poteva essere
trafitto dalle sue corna; anche se non ti riparavi, il tuo petto era al
sicuro. Tu lì portavi la selce, lì portavi l’acciaio, lì hai Teseo, che
vince in durezza le selci. Sonno crudele, perché mi hai tenuta
nell’incoscienza? Ma, una volta per tutte, doveva calare su di me il sonno
eterno. Anche voi venti crudeli e troppo accondiscendenti e voi soffi
pronti a farmi piangere; mano spietata che hai ucciso me e mio fratello e
fedeltà, parola vuota, promessa a colei che la chiedeva; il sonno, il
vento e la fedeltà congiurarono contro di me: tre cause hanno tradito una
sola fanciulla. Così, in punto di morte, non vedrò le lacrime di mia madre
né ci sarà chi chiuda con le dita i miei occhi, la mia anima infelice se
ne andrà nell’aria verso un mondo sconosciuto e nessuna mano amica
cospargerà di unguenti le mie membra esanimi. Gli uccelli marini si
poseranno sulle mie ossa insepolte: questa è la sepoltura degna dei miei
meriti. Entrerai nel porto di Cecrope, e quando, accolto dalla patria,
sarai là in alto onorato dal tuo popolo e racconterai compiutamente
l’uccisione del toro-uomo, del palazzo di pietra, attraversato da corridoi
insidiosi, racconta anche di me, abbandonata in una terra deserta: io non
devo essere sottratta ai tuoi titoli di gloria! Tuo padre non è Egeo, e tu
non sei nato da Etra, figlia di Pitteo; ti hanno generato rocce e flutti.
Oh, se gli dèi avessero consentito che tu mi scorgessi dall’alto della
nave, il mio aspetto dolente ti avrebbe commosso. Guardami bene anche ora,
non con gli occhi, ma con l’immaginazione, con cui puoi, mentre me ne sto
attaccata ad uno scoglio, battuto dal moto delle onde; guarda i capelli
sciolti, segno di dolore, e la tunica appesantita dalle lacrime, come da
pioggia! Il mio corpo trema, come le spighe battute dai venti del nord, ed
i caratteri, tracciati dalla mia mano tremante, sono incerti. Io non ti
supplico in nome dei miei benefici, perché hanno ottenuto un cattivo
risultato; nessuna gratitudine mi sia dovuta per il mio operato, ma
neppure una punizione. Se non sono io la causa della tua salvezza, non c’è
tuttavia ragione perché tu sia per me causa di morte. Queste mani stanche
di percuotere il mio petto colmo di mestizia, io, infelice, protendo verso
di te al di là del vasto mare; ti mostro, affranta, questi capelli che mi
sono rimasti; ti prego, per queste mie lacrime dovute alle tue azioni:
volgi la tua nave, Teseo, e torna indietro al mutare del vento; se io sarò
morta prima, tu, almeno, raccoglierai le mie ossa.

XI CANACE A MACAREO

La figlia di Eolo invia al figlio di Eolo quel bene ch’ella non ha e
parole scritte con un’arma in pugno.
Se tuttavia qualche parola sarà resa illeggibile da macchie scure, sarà
perché il sangue della sua autrice avrà imbrattato il breve scritto. La
mia destra tiene la penna, l’altra mano impugna una spada ed il foglio,
spiegato, ricade sul mio grembo. Questo è il ritratto della figlia di
Eolo, che scrive al fratello; così credo di poter piacere al padre
inesorabile. Vorrei che lui stesso fosse presente come spettatore alla mia
morte e che l’atto fosse compiuto sotto gli occhi del responsabile.
Crudele com’è e molto più violento dei suoi Euri, starebbe a guardare le
mie ferite a occhi asciutti. Certo conta qualcosa vivere con i venti
selvaggi; egli è in sintonia con l’indole del suo popolo. Comanda a Noto e
a Zefiro e ad Aquilone Sitonio e alle tue ali, Euro violento. Comanda
ahimè ai venti; non comanda alla sua ira ribollente e possiede regni
inferiori ai suoi vizi. Che serve a me, vicina al cielo per i nomi degli
avi, poter annoverare Giove tra i parenti? È forse meno pericolosa l’arma,
dono letale, che impugno con la mia mano di donna, arma che non mi è
propria? Oh, Macareo, se quell’ora che ci ha uniti, fosse giunta dopo la
mia morte! Perché mai, fratello, mi hai amata più di un fratello e perché
sono stata per te quello che una sorella non deve? Anch’io m’infiammai e,
mentre il cuore si scaldava, avvertii quel dio a me sconosciuto del quale
sentivo parlare. Il colorito era scomparso dal mio viso, la magrezza mi
aveva assottigliato le membra, la bocca assumeva a forza pochissimo cibo;
non era facile dormire e la notte, per me, era lunga come un anno e
gemevo, pur non essendo colpita da alcun dolore. Non potevo darmi una
ragione del mio comportamento e ignoravo cosa fosse essere innamorata, ma
lo ero. Per prima la nutrice, con l’esperienza dei vecchi, intuì il mio
male; per prima mi disse: «Figlia di Eolo, tu sei innamorata!». Arrossii e
la vergogna mi fece abbassare gli occhi in grembo; questi, pur nel mio
silenzio, erano segni sufficienti di ammissione. Ormai il peso del mio
ventre violato andava crescendo ed un fardello segreto appesantiva le mie
deboli membra. Quali erbe, quali pozioni la mia nutrice non mi procurò e
mi applicò con mano audace, perché il fardello che cresceva – questo solo
ti ho tenuto nascosto – fosse estirpato dalle mie viscere! Ahimè, troppo
vitale, il bambino resistette agli espedienti rivolti contro di lui e fu
al sicuro dal nemico occulto. Ormai la bellissima sorella di Febo si era
levata nove volte e la decima luna avviava i cavalli portatori di luce;
ignara di quale causa mi scatenasse dolori improvvisi, ero inesperta del
parto, come una giovane recluta. Non riuscii a trattenere un grido.
«Perché riveli la tua colpa?», disse la vecchia complice, e mi tenne
chiusa la bocca, mentre gridavo. Che fare, sventurata? Il dolore mi spinge
a emettere gemiti, ma la paura, la nutrice e la vergogna stessa me lo
impediscono. Soffoco i gemiti e trattengo le parole che mi sfuggono e sono
costretta ad ingoiare le mie stesse lacrime. Avevo la morte dinanzi agli
occhi e Lucina mi rifiutava il suo aiuto; se fossi morta, anche la morte
era una terribile accusa; quand’ecco che tu, chino su di me, con la veste
e i capelli strappati, ridesti calore al mio petto, stretto contro il tuo
e mi dicesti «Vivi sorella, sorella carissima, vivi e con un sol corpo non
farne morire due. Una felice speranza ti dia forza; infatti diventerai
moglie di tuo fratello, sarai anche la sposa di colui che ti rese madre».
Credimi, ero già morta, tuttavia alle tue parole ripresi vita ed il mio
utero si sgravò del colpevole peso. Perché ti rallegri? Eolo siede al
centro della reggia; bisogna sottrarre la colpa alla vista del padre.
Sollecita, la vecchia nasconde il neonato fra spighe, argentei rami
d’olivo e bende leggere, finge un sacrificio e recita formule di
preghiera; il popolo e mio padre stesso, fanno strada al sacrificio. La
soglia era ormai vicina. Un vagito raggiunge le orecchie di mio padre ed
il bambino si tradisce, rivelando da solo la sua presenza. Eolo afferra il
neonato e scopre l’inganno del sacrificio simulato. La reggia risuona
della sua voce infuriata. Come il mare è tutto un tremolio, quando lo
increspa una brezza leggera, come il frassino si agita al tepido soffio di
Noto, così avresti visto tremare le mie membra esangui; il letto era
scosso dal mio corpo disteso. Si precipita, propala a gran voce il mio
disonore e a stento trattiene le mani dal mio misero volto. Quanto a me,
non emisi altro che lacrime di vergogna. La mia lingua era paralizzata,
bloccata da un terrore agghiacciante. E già aveva ordinato di gettare il
nipotino in pasto ai cani e agli uccelli e di abbandonarlo in luoghi
deserti. Quell’infelice emise un vagito – sembrava che avesse capito – e
supplicava suo nonno con il suo linguaggio, come poteva. Quale pensi fosse
il mio stato d’animo, o fratello (sei certo in grado di valutarlo tu
stesso, in base ai tuoi sentimenti) quando il mio nemico, dinanzi a me
ordinava di portare il frutto delle mie viscere nel profondo della
foresta, in pasto ai lupi montani? Era uscito dalla mia stanza. Allora
finalmente potei battermi il petto e strapparmi i capelli con le unghie.
Nel frattempo giunse uno sgherro del padre, e afflitto in volto pronunciò
queste parole crudeli: «Eolo ti invia questa spada – mi consegnò la spada
– e ordina che tu arguisca, in base alla tua colpa, che cosa significhi».
Lo so e farò uso con coraggio della spada funesta; mi affonderò in petto
il dono paterno. Sono questi i doni, genitore, che mi offri per le mie
nozze? Di questa dote, padre, tua figlia sarà ricca? Allontana, Imeneo
tradito, le fiaccole nuziali e fuggi agitando il passo da questa casa
esecrabile! Fosche Erinni, volgete verso di me le fiaccole che impugnate
ed il mio rogo si illumini del vostro fuoco! Siate spose felici, sorelle,
abbiate un destino migliore; ma conservate, tuttavia il mio ricordo, dopo
morta! Che male ha commesso un bimbo venuto al mondo da così poche ore?
Appena nato, che cosa ha fatto per offendere il nonno? Se ha potuto
meritare la morte, si pensi pure che l’abbia meritata; ah, infelice, è
punito lui per la mia colpa! Figlio, dolore di tua madre, preda di belve
rapaci, sbranato, ahimè, nel giorno della tua nascita, figlio, pegno
sventurato di un amore infausto, questo per te è stato il primo giorno,
questo per te l’ultimo. Non mi fu concesso di versare su di te giuste
lacrime, non di deporre sulla tua tomba i miei capelli recisi; non vegliai
su di te, non colsi da te freddi baci; fiere voraci dilaniano le mie
viscere. Anch’io, con la mia ferita, seguirò l’ombra del mio bambino e non
sarò stata detta a lungo né madre, né priva di lui. Ma tu, inutilmente
sperato dall’infelice sorella, raccogli, ti prego, i resti di tuo figlio,
riportali a sua madre e ponili in una sepoltura comune ed un’unica urna,
per quanto stretta, ci accolga entrambi! Vivi nel mio ricordo e versa
lacrime sulle mie ferite, tu che mi ami, non temere il corpo di chi ti
ama. Ti supplico, porta a compimento le volontà della sorella troppo
amata! Io adempirò a mia volta la volontà del padre.

XII MEDEA A GIASONE

Esule, senza mezzi, disprezzata, Medea scrive al novello sposo, o forse
non hai tempo libero dagli impegni del regno? Eppure mi ricordo: io,
regina di Colchide, tralasciai i miei impegni, quando chiedesti che la mia
arte ti venisse in aiuto! Le sorelle che regolano i destini dei mortali,
avrebbero dovuto svolgere allora fino in fondo il mio fuso; allora io,
Medea, avrei potuto morire degnamente. Tutta la vita che ho trascinato da
quel tempo, è stata dolore. Ahimè, perché mai, spinta da giovani braccia,
la nave costruita col legno del Pelio venne a cercare l’ariete di Frisso?
Perché mai noi Colchi vedemmo Argo, la nave di Magnesia, e voi, schiera di
Greci, beveste l’acqua del Fasi? Perché mi piacquero più del dovuto i tuoi
capelli biondi, la tua eleganza ed il garbo artificioso delle tue parole?
Oh, se almeno, una volta giunta l’insolita nave alle nostre spiagge col
suo carico di uomini avventurosi, l’ingrato figlio di Esone senza la
protezione della mia magia fosse andato contro i fuochi che emanavano le
teste fiammeggianti dei tori! E dopo aver gettato i semi, dai semi fossero
sorti altrettanti nemici, così che il seminatore fosse abbattuto dal suo
stesso seminato! Quanta perfidia sarebbe morta con te, sciagurato! Quante
disgrazie sarebbero state allontanate dal mio capo! Fa un certo piacere
rinfacciare i propri meriti ad un ingrato; ne godrò, questa sola gioia
avrò da te. Con l’ordine di dirigere verso la Colchide la nave che non
aveva ancora sperimentato il mare, facesti ingresso nel prospero regno
della mia patria. Là io, Medea, ero quello che qui è la tua novella sposa;
quanto è ricco suo padre, altrettanto lo era il mio. L’uno possiede Efira
bagnata dai due mari, l’altro tutto il territorio che si stende lungo la
riva sinistra del Ponto, fino alla Scizia nevosa. Eeta offre ospitalità ai
giovani Pelasgi e voi Greci vi sdraiate sui nostri letti variopinti. Fu
allora che ti vidi, allora cominciai a sapere chi fossi; quello fu il
primo cedimento del mio animo. Ti vidi e fui perduta! Mi infiammai di una
passione a me ignota, come una torcia di pino arde dinanzi ai grandi dèi.
Eri bello e il mio destino mi trascinava: il tuo sguardo aveva stregato i
miei occhi. Tu, traditore, te ne accorgesti! Chi infatti riesce a
nascondere bene l’amore? La fiamma appare ben visibile, tradita dal suo
stesso chiarore. Nel frattempo ti viene dato l’ordine di aggiogare i duri
colli di tori selvaggi all’aratro ad essi sconosciuto. Erano i tori di
Marte, pericolosi ben più che per le corna: il loro terribile alito era di
fuoco, gli zoccoli tutti di bronzo e di bronzo erano ricoperte le narici,
anch’esse annerite dal loro fiato. Poi ti fu ordinato di spargere per i
vasti campi, con mano pronta ad affrontare la morte, la semente destinata
a generare uomini, che avrebbero cercato di colpire il tuo corpo con armi
nate con loro: mèsse, quella, nociva per chi l’ha seminata. Ingannare con
qualche incantesimo gli occhi del guardiano, che non conoscono il sonno è
l’ultima fatica. Eeta aveva parlato: costernati, vi alzate tutti e l’alta
mensa viene allontanata dai letti coperti di porpora. Quanto erano lontani
allora per te il regno, che Creusa porta in dote, e il suocero e la figlia
del grande Creonte! Te ne vai sconsolato. Ti seguo, mentre ti allontani,
con gli occhi umidi e la mia lingua pronunciò con un lieve sussurro:
«Addio!». Come, gravemente ferita, toccai il letto posto nella mia stanza,
trascorsi la notte, per quanto fu lunga, tra le lacrime. Davanti ai miei
occhi c’erano i tori e le messi funeste, davanti ai miei occhi il drago
insonne. Da un lato c’è l’amore, dall’altro la paura e la paura accresce
l’amore. Si era fatta mattina e l’amata sorella, accolta nella mia stanza,
mi trova con i capelli in disordine, riversa bocconi sul letto e tutto era
pieno delle mie lacrime. Chiede aiuto per i Minii, una chiede e l’altra
otterrà; concedo al giovane figlio di Esone ciò che lei chiede. C’è un
bosco tenebroso di pini e di fronde di leccio, a fatica i raggi del sole
possono penetrarvi; c’è in quel luogo – di sicuro c’era – un tempio di
Diana; vi si erge una statua in oro della dea, foggiata da mano barbarica.
Te ne ricordi o hai cancellato dalla tua mente quei luoghi, assieme a me?
Giungemmo là; per primo cominciasti così a parlare, con la tua bocca
menzognera: «La sorte ti ha dato il potere di decidere della mia salvezza,
e la vita e la morte sono in mano tua. È già abbastanza avere la facoltà
di uccidere, se a qualcuno piace il potere in se stesso; ma se mi
salverai, avrai una gloria maggiore. Ti prego, per le sventure che mi
aspettano, dalle quali tu mi puoi sollevare, per la tua stirpe e la
divinità del tuo avo che tutto vede, per il triplice volto e per i sacri
misteri di Diana e per gli altri dèi, se la tua gente ne possiede: o
fanciulla, abbi pietà di me, abbi pietà dei miei uomini, fa’ sì che, per
il tuo aiuto, io divenga tuo per sempre! E se per caso non disdegni un
marito greco – ma come posso sperare gli dèi a me così propizi? -, il mio
spirito vitale si dissolva nell’aria leggera, prima che un’altra donna,
che non sia tu, divenga sposa nel mio talamo. Sia testimone Giunone,
preposta alle cerimonie coniugali e la dea, nel cui tempio di marmo ci
troviamo!». Queste parole – e quanto piccola parte non sarebbe bastata? –
e la tua destra stretta alla mia turbarono il mio animo di giovane
inesperta. Vidi anche le tue lacrime; c’è una parte di inganno anche in
quelle? Così, io, una fanciulla, fui subito sedotta dalle tue parole.
Allora aggioghi i tori dagli zoccoli di bronzo, senza bruciarti il corpo,
e solchi la dura terra con l’aratro come prescritto. Riempi i campi arati
di denti funesti anziché di semi, e nascono soldati e hanno spade e scudi.
Io stessa, che ti avevo dato i magici filtri, impallidii e mi sedetti
quando vidi che gli uomini apparsi all’improvviso impugnavano le armi,
finché i fratelli generati dalla terra – fatto prodigioso! – si
aggredirono tra di loro con le armi in pugno. Ecco il guardiano insonne,
irto di squame stridenti, sibila e spazza la terra contorcendosi. Dove
erano le ricchezze della dote? Dove la tua sposa di stirpe regale e
l’Istmo che separa le acque dei due mari? Io, che per te ora sono
diventata solo una barbara, che per te ora sono povera, che ora ti sembro
colpevole, sono quella che fece chiudere gli occhi di fuoco con un magico
sonno e che ti diede il vello da portare via senza pericolo. Tradii mio
padre, abbandonai il regno e la mia patria; accettai l’esilio, qualunque
peso comportasse, la mia verginità divenne conquista di un predone
straniero, con la mia cara madre, ho abbandonato la migliore delle
sorelle. Ma nella fuga, fratello, non ti lasciai senza di me. In questo
solo punto la mia lettera è reticente. Quello che ha osato fare, la mia
mano non osa scriverlo. Così io, ma con te, avrei dovuto essere straziata!
E tuttavia non ebbi paura – cosa infatti avrei dovuto temere, dopo quello
che avevo commesso? – di affidarmi al mare, donna e ormai colpevole. Dov’è
la potenza divina? Dove gli dèi? Che si paghino in mezzo al mare le pene
che meritiamo: tu del tuo inganno, io della mia ingenuità! Oh se le
Simplegadi, schiacciandoci, ci avessero stritolati e le mie ossa si
fossero unite alle tue ossa! Oppure Scilla vorace, ci avesse gettati in
pasto ai suoi cani! Scilla avrebbe dovuto punire uomini ingrati. O il
mostro che tante volte vomita flutti e altrettante li risucchia avesse
sommerso anche noi nel mare della Trinacria! Salvo e vincitore, ritorni
alle città d’Emonia; il vello d’oro è offerto agli dèi patrii. Perché
dovrei parlare delle figlie di Pelia assassine per affetto, e del corpo
del padre fatto a pezzi da mani di fanciulle? Anche se gli altri mi
accusano, tu per forza mi devi lodare, perché fui costretta tante volte ad
essere colpevole per il tuo bene. Hai avuto il coraggio – oh, mi mancano
le parole adatte ad esprimere uno sdegno legittimo! -, hai avuto il
coraggio di dire: «Esci dalla casa di Esone!». A quell’ordine uscii dalla
tua casa, seguita dai bambini e dall’amore per te, che mi accompagna
costantemente. Come, improvvisamente, giunse alle mie orecchie il canto di
Imene e brillarono fiaccole ardenti ed il suono di un flauto, più triste
per me di una tromba funebre, accompagnò canti di nozze, fui pervasa dal
terrore; non credevo ancora che si trattasse di una così grande infamia,
ma tuttavia il gelo mi pervase tutto il petto. Accorre un mucchio di gente
e ripetutamente grida: «O Imene, Imeneo!»; quanto più il grido si
avvicinava, tanto più ero in preda all’angoscia. I servi in disparte
piangevano e nascondevano le lacrime – chi avrebbe voluto essere
messaggero di una disgrazia così grande? Di qualunque cosa si trattasse,
io avrei preferito ignorarla, ma come se sapessi, il mio cuore era in
pena, quando, il più piccolo dei figli, perché mandato, o per il desiderio
di vedere, si fermò sulla soglia della duplice porta; di lì mi disse:
«Mamma, vieni! Mio padre Giasone guida un corteo e, vestito d’oro, sprona
i cavalli appaiati». Immediatamente, mi lacerai la veste e mi percossi il
petto e non mi risparmiai il volto dai graffi. L’istinto mi spingeva ad
andare in mezzo alla folla e a strappare via le corone dai capelli
agghindati; mi trattenni a stento dal gridare, così com’ero, con i capelli
scarmigliati: «È mio!», e dal posare le mani su te. Rallegrati, padre
oltraggiato! Rallegratevi Colchi che ho abbandonato! Ombra di mio
fratello, ricevi il sacrificio d’espiazione! Io che ho perduto il regno,
la patria e la casa, sono abbandonata dal mio sposo, che da solo per me
era tutto. Dunque io, che ho potuto domare draghi e tori furiosi, solo il
mio sposo non ho avuto il potere di sottomettere. E io che ho respinto
fiamme indomabili con la mia scienza magica non ho la forza di sfuggire al
mio stesso fuoco. I miei stessi incantesimi, le erbe, le arti mi
abbandonano. Né la dea, né i sacri riti della potente Ecate riescono ad
avere effetto. Non amo il giorno, le notti sono veglie amare e il dolce
sonno, ahimè infelice, non occupa più il mio petto. Io che sono riuscita
ad addormentare un drago non posso farlo con me stessa. I miei rimedi sono
più utili a chiunque che a me. Una rivale abbraccia le membra che io ho
salvato, ed è lei a cogliere il frutto della mia fatica. Forse, mentre
cerchi di gloriarti di fronte alla tua sciocca moglie e di formulare
discorsi adatti alle sue orecchie ostili, inventi anche nuove calunnie
contro il mio aspetto ed il mio comportamento! Rida pure, lei, e gioisca
dei miei difetti. Rida e si corichi superba sulla porpora di Tiro –
piangerà e sarà bruciata da fiamme che supereranno le mie. Finché ci
saranno ferro e fuoco ed essenze velenose, nessun nemico di Medea resterà
impunito. E se può accadere che le preghiere tocchino un cuore di ferro,
ascolta ora parole più moderate dei miei sentimenti. Ti supplico, così
come tu spesso hai fatto con me, e non esito a gettarmi ai tuoi piedi. Se
per te non conto più nulla, guarda i nostri figli: una matrigna crudele
sarà spietata contro quelli che ho generato io. Ti assomigliano troppo,
sono colpita dal loro aspetto e ogni volta che li guardo, i miei occhi si
inumidiscono. Ti prego per gli dèi e per la luce della fiamma avita e per
quanto ho meritato e per i due figli, pegno della nostra unione,
restituiscimi il letto, per il quale, folle, ho abbandonato tante cose!
Mantieni fede alle tue parole e ricambia l’aiuto! Io non mi appello a te
contro tori e uomini e perché un drago giaccia vinto grazie al tuo
intervento; è te che chiedo, te ho meritato, che ti sei dato a me di tua
volontà, con te, divenuto padre, sono diventata in pari tempo madre.
Chiedi dov’è la mia dote? L’ho pagata in quel campo che tu dovevi arare,
per portare via il vello. Quell’ariete d’oro, straordinario per il folto
vello, è la mia dote; se io ti dicessi: «Rendimelo», tu rifiuteresti. La
mia dote sei tu, salvo, la mia dote è la gioventù greca. Va’ ora,
disonesto, fa’ il confronto con le ricchezze di Sisifo! Che tu viva, che
abbia una sposa ed un suocero potente, il fatto stesso che tu possa essere
ingrato, persino questo, è merito mio. A loro veramente fra poco… ma a
cosa serve preannunciare un castigo? L’ira genera enormi minacce. Andrò
dove mi porterà l’ira. Forse mi pentirò del mio operato, così come mi
pento di avere avuto cura di un marito infedele. Si occupi di queste cose
il dio, che ora sconvolge il mio cuore. Di sicuro la mia mente sta
meditando non so che di spropositato.

XIII LAODAMIA A PROTESILAO

La tessala Laodamia manda saluti allo sposo tessalo e, poiché lo ama,
desidera che giungano al destinatario. Corre voce che sei fermo in Aulide,
trattenuto dal vento: ah! ma quando fuggivi da me, dov’era questo vento?
Allora i flutti avrebbero dovuto opporre resistenza ai vostri remi; quello
era il tempo in cui mi sarebbe servito il mare in tempesta. Avrei potuto
dare a mio marito più baci e più raccomandazioni: sono molte le cose che
avrei voluto dirti. Sei stato portato via di qui precipitosamente e c’era
il vento a chiamare le tue vele, vento che desideravano i marinai, non io.
Il vento era propizio ai naviganti, non ad una donna innamorata; venni
sciolta dal tuo abbraccio, Protesilao, e la lingua lasciò incompiute le
mie raccomandazioni; potei appena pronunciare un malinconico «Addio». Si
scatenò Borea, gonfiò e trascinò via le vele e ormai il mio Protesilao era
lontano. Finché potei guardare mio marito, guardare mi dava sollievo, ed
inseguii a lungo i tuoi occhi con i miei; quando non potevo più vederti,
potevo vedere le tue vele, e le vele trattennero a lungo il mio sguardo.
Ma dopo che non vidi più né te, né le vele che si allontanavano, e ciò che
guardavo non era altro che mare, anche la luce se ne andò con te, e,
fattosi buio all’improvviso, mi si dice che, pallida, caddi sulle
ginocchia che si piegavano. A fatica mio suocero Ificlo, a fatica
l’anziano Acasto, a fatica mia madre afflitta mi rianimarono con acqua
gelata. Compirono un atto pietoso ma a me non utile: mal sopporto che a
un’infelice non sia stato consentito di morire. Appena ripresi i sensi,
contemporaneamente ritornò il tormento; un amore legittimo divorava il mio
casto petto. Non mi curo di farmi acconciare i capelli, né provo piacere
ad indossare una veste dorata. Vago qua e là, dove mi conduce il delirio,
come le donne che si crede abbia toccato, con il tirso intrecciato di
pampini, il dio dalle due corna. Accorrono le donne di Fillo e gridano
rivolte a me: «Laodamia, indossa gli abiti regali!». Io dovrei indossare
vesti cariche di porpora e lui combattere sotto le mura di Ilio? Io dovrei
acconciarmi i capelli, e lui patire il peso dell’elmo sulla testa? Io
portare abiti nuovi, mio marito armi pesanti? Si dice che ho imitato per
quanto posso con la mia trascuratezza i suoi disagi; voglio trascorrere
nella tristezza questo tempo della guerra. Maledetto figlio di Priamo,
bello a danno dei tuoi, possa tu essere nemico tanto infingardo, quanto
sei stato ospite sleale! Avrei voluto che tu avessi trovato sgradevole
l’aspetto della sposa tenaria e che a lei non fosse piaciuto il tuo. Tu,
Menelao, che troppo ti affanni per la sposa rapita, ahimè! quanto pianto
causerà a molti la tua vendetta! Dèi, vi prego, allontanate da noi il
malaugurato presagio e mio marito possa offrire le sue armi a Giove,
protettore del ritorno! Ma ho paura, ogni volta che penso a questa
deplorevole guerra; la mie lacrime scorrono come neve che si scioglie al
sole. Ilio e Tenedo e Simoenta e Xanto e Ida sono nomi che fanno paura
quasi solo a sentirli. E l’ospite non avrebbe osato portarla via, se non
fosse stato in grado di difendersi: conosceva le sue forze, lui. Era
arrivato, come si racconta, attirando gli sguardi per la profusione di
oro, come se portasse sul suo corpo le ricchezze della Frigia, forte per
la flotta e per i soldati, mezzi con i quali si conducono atroci guerre –
e quanta parte di regno accompagna ogni re? Suppongo che tu sia stata
conquistata da queste cose, figlia di Leda, sorella dei gemelli; questo
penso possa recar danno ai Greci. Temo un certo Ettore: Paride disse che
Ettore con mano insanguinata conduce guerre spietate. Guardati da Ettore,
chiunque egli sia, se ti sono cara: tieni impresso questo nome in petto e
ricordalo. E se riesci ad evitarlo, ricordati di evitare gli altri e
considera che lì ci sono molti Ettori. Ogni volta che ti preparerai a
combattere, fa’ in modo di dire: «Laodamia mi ha ordinato di
risparmiarla». Se è destino che Troia cada per mano dei soldati argivi,
cada senza che neanche tu abbia alcuna ferita. Combatta pure Menelao e si
getti contro i nemici che gli si oppongono per strappare a Paride chi
Paride ha precedentemente sottratto a lui. Piombi loro addosso e sconfigga
anche con le armi l’uomo che ha già sconfitto per diritto; lui che è il
marito deve reclamare la sua sposa in mezzo ai nemici. La tua causa è
diversa: voglio che tu combatta soltanto per la vita, per poter tornare
fra le devote braccia della tua donna! Vi supplico, discendenti di
Dardano, fra tanti nemici risparmiate lui solo, in modo che da quel corpo
non scaturisca il mio sangue! Lui non è adatto a gettarsi nella mischia
con la spada sguainata e a opporre un petto feroce agli avversari; egli
può amare con molto più vigore di quanto combatta. Gli altri facciano pure
la guerra, Protesilao ami! Ora lo confesso: volevo richiamarti indietro e
il mio cuore mi spingeva; ma la lingua si arrestò per timore di un cattivo
augurio. Mentre decidevi di uscire dalla casa paterna per andare a Troia,
il tuo piede, inciampando nella soglia, diede un presagio. Come lo vidi,
ebbi un gemito e tra di me dissi: «Sia questo un segno, io prego, del
ritorno di mio marito!». Ti racconto queste cose perché tu non ti esponga
nei combattimenti; fai in modo che tutta questa mia ansia si dissolva nel
vento! Anche una profezia riserva destino avverso a colui, non so chi, che
per primo dei Danai tocchi il suolo troiano: sventurata colei che per
prima piangerà la perdita del marito! Facciano sì gli dèi che tu non
voglia essere temerario! Fra mille imbarcazioni la tua nave sia la
millesima e per ultima si muova nelle acque trafficate! Anche questo ti
raccomando: sbarca assolutamente per ultimo dalla nave! Non è il suolo
paterno, quello verso cui ti affretti. Ma quando verrai, allora spingi
forte con i remi e con le vele la tua nave e arresta il rapido corso sulla
tua spiaggia! Sia che Febo si nasconda, sia che si levi in alto sulla
terra, tu sei dolore per me giorno e notte: ma più di notte che di giorno.
La notte è gradita alle donne il cui collo riposa su di un braccio
vigoroso. Nel mio letto solitario inseguo sogni ingannevoli: poiché mi
mancano gioie reali, mi accontento di quelle fittizie. Ma perché mi viene
incontro la tua immagine pallida? Perché mi giungono dalle tue parole
espressioni di dolore? Mi scuoto dal sonno e prego i fantasmi della notte;
nessun altare tessalo manca delle mie offerte: spargo sopra incenso e
lacrime, la fiamma bagnata dalle lacrime si ravviva, come quando si
riattizza se spruzzata di vino. Quando, ti stringerò ancora con avide
braccia al tuo ritorno, e mi sentirò venir meno, sfinita dalla mia stessa
gioia? Quando avverrà che, strettamente abbracciato a me in un unico
letto, mi racconterai le gloriose imprese della tua spedizione? E mentre
me ne parlerai, anche se mi farà piacere stare ad ascoltare, mi strapperai
tuttavia molti baci, molti ne darai. Accade sempre che questi interrompano
opportunamente il racconto; la lingua, ristorata dal dolce indugio, è più
sciolta. Ma quando ripenso a Troia, quando ripenso ai venti e al mare, la
speranza crolla, vinta da angoscioso timore. Anche questo mi preoccupa,
che i venti impediscano alle navi di salpare: vi preparate ad affrontare
un mare avverso. Chi desidererebbe tornare in patria col vento contrario?
Voi volete prendere il largo dalla vostra patria quando il mare non lo
consente! Lo stesso Nettuno non vi apre la via verso la sua città. Dove vi
precipitate? Tornate ognuno alla vostra casa! Dove vi precipitate Greci?
Ascoltate il divieto dei venti! Questa sosta non è dovuta ad un caso
improvviso – è un dio che la vuole. Cosa si va a cercare con una così gran
guerra se non un’ignobile adultera? Finché potete, o navi di Inaco,
volgete indietro le vele! Ma cosa faccio? Richiamo indietro? Stia lontano
il presagio del richiamo, ed una dolce brezza assecondi la tranquillità
delle acque! Invidio le donne troiane anche se vedranno i tristi funerali
dei loro cari ed il nemico non sarà lontano; la sposa novella, proprio lei
con le sue mani, porrà in capo al forte marito l’elmo e gli darà le armi
dardanie; gli darà le armi e mentre gliele darà, prenderà al tempo stesso
baci – questo gesto sarà dolce per entrambi – e accompagnerà fuori il
marito, gli raccomanderà di tornare e dirà: «Fa’ in modo di riportare
indietro queste armi a Giove!». Lui, portando con sé le ultime
raccomandazioni della sua donna, combatterà con prudenza e volgerà il
pensiero alla sua casa. Al suo ritorno lei gli toglierà lo scudo, gli
slegherà l’elmo e ne accoglierà sul seno il corpo stremato. Noi invece
siamo nell’incertezza, un angoscioso timore ci costringe a ritenere
avvenuto, quanto può accadere. Tuttavia, finché come soldato impugnerai le
armi in una terra lontana, ho con me un’immagine di cera, che riproduce il
tuo volto: a lei rivolgo tenerezze, a lei le parole destinate a te, è lei
a ricevere i miei abbracci. Credimi, quell’immagine vale più di quanto
appaia: aggiungi la voce alla cera, sarà Protesilao. È lei che contemplo e
stringo al petto come se fosse realmente mio marito e con lei mi sfogo,
come se potesse rispondermi. Giuro sul tuo ritorno e sul tuo corpo, che
sono i miei numi, e sulle fiaccole unite del cuore e del matrimonio, e
sulla tua testa – che possa vederla imbiancare per la canizie, e che tu
possa riportarla indietro con te! – giuro che io ti raggiungerò, come
compagna, ovunque tu sia chiamato, sia che… ahimè, quel che temo – sia
che tu sopravviva. La lettera si chiuda con una piccola raccomandazione:
se hai cura di me, abbi cura di te!

XIV IPERMESTRA A LINCEO

Ipermestra scrive all’unico rimasto dei suoi fratelli; la schiera degli
altri giace morta, per il crimine delle loro spose. Sono confinata in
casa, stretta da pesanti catene; il motivo della mia punizione è che ho
avuto pietà. Sono colpevole, perché la mia mano ebbe orrore di affondarti
una spada in gola; sarei elogiata, se avessi avuto il coraggio di compiere
il delitto. È meglio essere colpevole che aver assecondato in quel modo
mio padre; non mi rincresce di avere le mani monde dal sangue. Mi bruci
pure mio padre, con quel fuoco che non ho profanato, mi scagli pure in
faccia quelle fiaccole, che brillavano alla cerimonia, o mi sgozzi con
quella spada che mi consegnò con scopi malvagi, così che sia uccisa io, la
sposa, con quella morte che non subì mio marito – non riuscirà però ad
ottenere che la mia bocca, in punto di morte, dica: «Mi pento». Non lo è
colei che rimpiange di essere pia! Si pentano del delitto Danao e le mie
crudeli sorelle; questo è di solito l’effetto delle azioni scellerate. Il
mio cuore è atterrito al ricordo della notte profanata dal sangue ed un
tremito improvviso mi impedisce di articolare la mano. Quella mano che tu
crederesti capace di compiere l’assassinio del marito, ha paura di
scrivere dell’assassinio che non ha compiuto. Ma tuttavia tenterò. Era
appena sceso il crepuscolo sulla terra, terminava il giorno, aveva inizio
la notte. Noi, discendenti di Inaco, siamo condotte al palazzo del grande
Pelasgo ed il suocero in persona accoglie le nuore armate. Da ogni parte
risplendono le lampade, tutte ornate d’oro, sul fuoco, che sembra
rifiutarlo, viene sparso incenso sacrilego. La gente invoca: «Imene,
Imeneo». Il dio fugge chi lo invoca; persino la consorte di Giove si
allontanò dalla sua città. Ed ecco i numerosi fratelli, barcollanti per il
vino, fra gli schiamazzi degli amici, con le chiome umide trattenute da
corone di fiori freschi, si ritirano gioiosi nelle stanze nuziali – le
stanze, loro tombe! – e coi loro corpi si abbandonano di peso sui letti,
adatti piuttosto a un funerale. Ormai giacevano addormentati, appesantiti
dal cibo e dal vino e una profonda quiete regnava su Argo tranquilla. Mi
sembrava di sentire attorno a me gemiti di moribondi, e li udivo davvero,
ed era ciò che temevo. Il sangue si ritira, il calore abbandona il corpo e
la mente e, divenuta di ghiaccio, giacqui nel letto nuovo. Come le spighe
sottili vibrano al lieve soffio di Zefiro, come un vento freddo scuote le
chiome dei pioppi, così, o anche di più, tremai. Tu eri coricato, ed il
vino, che ti avevo dato, ti aveva stordito. Gli ordini del mio violento
padre ricacciarono la paura; mi alzo ed afferro l’arma con mano tremante.
Non dirò il falso. Per tre volte la mia mano levò la spada affilata, per
tre volte la mano ricadde, dopo aver sollevato la spada con crudele
decisione. Alla fine, vinta dalla terribile paura di mio padre, accostai
alla tua gola l’arma paterna. Ma timore e compassione si opposero al
crudele misfatto e la mia casta mano rifuggì dall’azione imposta. Mi
strappai la veste di porpora, mi strappai i capelli e, con un filo di
voce, pronunciai queste parole: «Ipermestra, hai un padre crudele; esegui
gli ordini del tuo genitore; vada costui a fare compagnia ai suoi
fratelli! Sono donna e vergine, mite per natura e per gli anni: mani
delicate non si prestano ad armi crudeli. Suvvia, finché giace nel sonno,
imita le coraggiose sorelle; è probabile che tutte abbiano ormai ucciso i
loro mariti. Ma se questa mano potesse commettere qualche delitto, sarebbe
insanguinata per la morte della sua padrona. O hanno meritato la morte per
voler possedere il regno dello zio, che tuttavia doveva essere destinato a
generi stranieri? Mettiamo pure che i nostri mariti avessero meritato la
morte; ma noi, che abbiamo fatto? Per quale delitto commesso non mi è
concesso di essere pia? Cosa ho a che fare con la spada? A che scopo armi
da guerra ad una fanciulla? La lana e la conocchia si adattano meglio alle
mie dita». Così parlai. Mentre mi lamento, le lacrime tengono dietro alle
parole e dai miei occhi cadono giù sul tuo corpo. Mentre cerchi di
abbracciarmi e agiti le braccia addormentate, per poco la tua mano non fu
ferita dalla mia spada. E ormai temevo mio padre e i servi di mio padre e
la luce del giorno. Queste mie parole ti scacciarono il sonno: «Alzati,
presto, nipote di Belo, unico, ormai di tanti fratelli! Se non ti
affretti, questa notte sarà eterna per te!». In preda al terrore balzi su,
tutto il torpore del sonno svanisce, scorgi nella mia mano timorosa l’arma
violenta. A te, che me ne domandavi il motivo, risposi: «Finché la notte
lo permette, scappa!». Finché l’oscurità della notte lo permette, tu
fuggi, io resto. Era mattina e Danao conta i generi che giacciono uccisi.
Tu solo manchi a completare la strage. Egli mal sopporta che al massacro
dei parenti ne sia scampato uno e lamenta che sia poco il sangue versato.
Vengo strappata via dai piedi di mio padre e trascinata per i capelli –
questa è la ricompensa che ha ottenuto la mia pietà? -, mi rinchiude ora
il carcere. L’ira di Giunone perdura certo, dal momento in cui una donna
diventò giovenca e da giovenca dea. Eppure è punizione sufficiente che una
delicata fanciulla abbia emesso muggiti, e che lei, poco prima bella, non
potesse più piacere a Giove. La nuova giovenca si fermò sulle rive del
fiume suo padre e vide nelle acque paterne corna non sue e dalla bocca che
aveva tentato un lamento, emise dei muggiti e rimase terrorizzata dal suo
aspetto, terrorizzata dalla sua voce. Perché sei sconvolta, o infelice?
Perché ti specchi nell’acqua? Perché ti conti i piedi fatti per le nuove
membra? Tu, l’amante del grande Giove, motivo di timore per sua sorella,
allevii la grande fame con foglie ed erbe, bevi alla sorgente e guardi
piena di stupore la tua immagine e temi che ti feriscano le armi che
porti. Tu che poc’anzi eri ricca, da poter sembrare degna anche di Giove,
ti stendi nuda sulla nuda terra. Corri attraverso il mare, attraverso le
terre e lungo i fiumi tuoi parenti; il mare, la terra, i fiumi ti offrono
un passaggio. Che motivo hai di fuggire? Ah, perché vai errando sul mare
sconfinato? Non potrai sfuggire al tuo stesso aspetto. Dove ti affretti,
figlia di Inaco? Sei sempre tu a inseguire e fuggire; tu sei la guida che
ti accompagna, tu la compagna che ti guida. Il Nilo che sfocia in mare per
sette bocche, liberò il volto dell’amante di Giove dalla giovenca
infuriata. Perché ricordare cose remote, che mi raccontano vecchi canuti?
Ecco che i miei anni mi danno di che lamentarmi. Mio padre e mio zio sono
in guerra; siamo scacciati dal regno e dal palazzo, siamo scaraventati e
relegati ai confini del mondo. Lui, violento, da solo si impadronisce del
trono e dello scettro; mentre noi, misero drappello, vaghiamo con un
misero vecchio. Della schiera dei fratelli sopravvive una parte
piccolissima; piango sia chi fu dato alla morte, sia chi la diede. Infatti
quanti fratelli mi sono morti, altrettante sorelle ho perduto; l’una e
l’altra schiera riceva il mio pianto. Ecco, poiché tu sei vivo, mi
attendono i tormenti della punizione. Cosa mi accadrà in caso di colpa, se
vengo accusata per un’azione lodevole? E io sventurata, centesima un tempo
della schiera dei consanguinei, morirò, mentre è salvo un solo fratello.
Ma tu, Linceo, se ti sta un po’ a cuore la tua pia sorella e se sei degno
della grazia che ti ho concesso, dammi il tuo aiuto o uccidimi; deponi di
nascosto sul rogo il mio corpo senza vita e seppellisci le mie ossa
bagnate di lacrime devote; sul mio sepolcro sia scolpita questa breve
iscrizione: «Ipermestra, un tempo esule, subì ella stessa, come ingiusta
ricompensa della sua pietà, la morte che evitò al fratello». Vorrei
scrivere più a lungo; ma la mia mano è affaticata dal peso della catena e
la paura stessa mi toglie le forze.

XV SAFFO A FAONE

Dimmi, appena hai visto la lettera scritta da una mano colta, i tuoi occhi
l’hanno subito riconosciuta come mia? E se non avessi letto il nome
dell’autore, Saffo, non sapresti da dove ti giunge questo breve scritto?
Forse mi chiederai anche perché i miei versi sono alterni, mentre io sono
più portata al metro lirico: io devo piangere il mio amore; e l’elegia è
un genere indicato per il pianto, mentre non c’è lira che si adatti alle
mie lacrime. Brucio, come avvampa un fertile campo con le messi in fiamme,
al soffio implacabile di Euro. Faone frequenta le lontane campagne
dell’Etna di Tifeo; io sono posseduta da un calore non inferiore a quello
del fuoco dell’Etna. E non mi nascono versi da accompagnare col sapiente
tocco delle corde: la poesia è prodotto di una mente serena. Non mi sono
gradite le fanciulle di Pirra o di Metimna, né la schiera di quelle di
Lesbo. Non conta nulla per me Anattoria, nulla Cidro splendente di
bellezza, il mio sguardo non è attratto, come prima, da Attide e dalle
cento altre che amai non senza colpa. Tu ingrato, possiedi da solo ciò che
fu di molte. Tu hai la bellezza, hai l’età adatta ai giochi d’amore: oh
bellezza piena di pericoli per i miei occhi! Prendi lira e faretra – sarai
un vero Apollo; ti si aggiungano in capo le corna -, sarai Bacco. Anche
Febo amò Dafne e Bacco la fanciulla di Cnosso, né l’una né l’altra
sapevano comporre versi lirici. A me invece le Muse dettano i versi più
soavi e ormai il mio nome risuona in tutto il mondo; nemmeno Alceo, che
condivide con me la patria ed il canto, è più lodato, sebbene i suoi versi
siano più solenni. Se a me la natura sfavorevole ha negato la bellezza,
compenso la mancanza di bellezza con il mio talento. Sono piccola. Ma ho
una fama che riempie tutta la terra: la statura la prendo dalla mia fama.
Se la mia pelle non è candida, a Perseo piacque Andromeda, figlia di
Cefeo, di carnagione scura, secondo il colore della sua patria. Le colombe
bianche del resto si uniscono a quelle di vario colore e la scura tortora
è amata dall’uccello dal verde piumaggio. Se nessuna sarà tua, tranne
colei che per bellezza potrà sembrare degna di te, nessuna allora sarà
tua! Ma quando leggevo i miei versi, ti sembravo anche bella: giuravi che
solo a me si addiceva sempre parlare. Cantavo, mi ricordo (gli innamorati
ricordano tutto); e tu mi rubavi baci mentre cantavo. Anche questi
apprezzavi e ti piacevo sotto ogni aspetto, ma soprattutto allora, quando
si fa l’amore. Allora la mia disinibizione ti piaceva più del solito e i
miei movimenti continui ed il linguaggio adatto al gioco amoroso e, quando
il piacere di entrambi si era fuso in uno solo, l’intenso abbandono che
pervadeva i nostri corpi spossati. Ora giungono a te, come nuove prede,
fanciulle siciliane: cosa ho a che fare io con Lesbo? Voglio essere
siciliana. Voi, madri Nisiadi e nuore Nisiadi, scacciate dalla vostra
terra quel vagabondo! E non vi ingannino le menzogne della sua lingua
adulatrice: quello che dice a voi lo aveva detto prima a me. Anche tu che
ti aggiri per i monti della Sicilia, dea di Erice, vieni in aiuto (sono
infatti consacrata a te!) alla tua poetessa! O forse una cattiva sorte
mantiene sino alla fine l’andamento iniziale e rimane sempre ostile nel
suo corso? Erano già trascorsi per me sei compleanni, quando le ossa di
mio padre, raccolte anzi tempo, assorbirono tutte le mie lacrime. Mio
fratello … bruciò di passione stregato dall’amore per una prostituta e
ne soffrì i danni assieme alla vergogna e al disonore. Divenuto povero,
solca il mare ceruleo con gli agili remi e le ricchezze che ha perso
malamente, malamente ora le va cercando. Odia anche me perché molte volte,
con sincerità, l’ho consigliato per il meglio: a questo risultato mi hanno
portato la mia schiettezza e le mie parole affettuose. E come se mi
mancassero motivi di continuo tormento, mia figlia, ancora piccola,
accresce le mie preoccupazioni. Tu vieni ad aggiungerti come ultima causa
ai miei lamenti. La mia imbarcazione non è sospinta dal vento giusto!
Ecco, mi stanno sparsi sul collo in disordine i capelli e non porto gemme
splendenti strette alle mie dita; mi copro con una veste da poco e non c’è
oro fra i capelli; la mia chioma non profuma dei doni d’Arabia. Per chi,
infelice, mi dovrei ornare, o per piacere a chi dovrei affannarmi? Lui,
l’unico che mi induce a curare il mio aspetto, è lontano: il mio tenero
cuore è facile bersaglio di agili strali, e c’è sempre un motivo per cui
io sia sempre innamorata: o lo hanno stabilito alla mia nascita le Parche
e non hanno assegnato alla mia vita fili austeri, o la mia attività
artistica influenza il mio modo di vivere e Talia, maestra della mia arte,
mi rende l’animo sensibile. Cosa c’è da stupirsi, se mi ha sedotta l’età
in cui affiora appena la barba, quegli anni che possono suscitare l’amore
dell’uomo già maturo? Temevo che tu, Aurora, me lo portassi via al posto
di Cefalo! (E l’avresti fatto, ma ti trattiene chi hai rapito per primo).
E se lo vedesse Febe, che tutto vede, Faone sarebbe costretto a dormire
per sempre. Venere lo avrebbe già trasportato in cielo sul suo carro
d’avorio, ma sa che potrebbe piacere anche al suo Marte. Tu, non ancora
uomo e non più fanciullo, l’età più adatta, ornamento e grande gloria del
tuo tempo, vieni qui vicino, bellissimo, e lasciati andare di nuovo fra le
mie braccia: non ti chiedo di amarmi, ma di lasciarti amare! Sto
scrivendo, e i miei occhi sono bagnati dallo sgorgare delle lacrime:
guarda quante cancellature ci sono in questo punto! Se eri così deciso ad
andartene di qui, te ne saresti andato in maniera più corretta se solo mi
avessi detto: «Addio, fanciulla di Lesbo!». Con te non hai portato le mie
lacrime, non i miei baci, e io, infine, non ho potuto temere ciò che avrei
sofferto. Non ho nulla di tuo con me, se non il torto subito e nemmeno tu
hai un dono che ti ricordi la tua innamorata. Non ti ho fatto
raccomandazioni. E non ti avrei fatto alcuna raccomandazione, se non di
non volerti dimenticare di me. Per l’amore che non si allontana mai e per
le nove dee, le mie divinità, ti giuro che, quando non so chi mi disse:
«La tua gioia fugge», io non piansi a lungo, né riuscii a parlare. Le
lacrime non mi salivano agli occhi e le parole alla bocca; il mio petto
era stretto da una morsa di ghiaccio. Dopo che il mio dolore…, non ebbi
ritegno a percuotermi il petto e a gridare con i capelli scarmigliati, non
diversamente dalla madre devota che accompagna al rogo innalzato il corpo
esanime del figlio a lei rapito. Mio fratello Carasso gioisce e ingrassa
per il mio dolore; e passa e ripassa davanti ai miei occhi e, perché
appaia disdicevole il motivo del mio dolore, dice: «Perché questa donna è
addolorata? Di sicuro sua figlia non è morta!». Il pudore e l’amore non
vanno d’accordo; la gente vedeva tutto: avevo il petto nudo e la veste
strappata. Tu sei il mio pensiero assillante, Faone, e i miei sogni ti
riconducono a me, sogni più radiosi di una bella giornata. Là io ti trovo,
anche se sei in un paese lontano; ma il sonno non reca gioie
sufficientemente lunghe. Spesso mi sembra che la mia testa posi sulle tue
braccia, spesso che le mie braccia sostengano la tua. Riconosco i baci che
tu eri solito affidare alla tua lingua, baci che tu eri sempre esperto nel
dare e nel ricevere. Talvolta ti accarezzo e pronuncio parole del tutto
simili alla realtà e la mia bocca è desta per i miei sensi. Mi vergogno a
raccontare il resto, ma accade tutto e provo piacere e non riesco a
restare insensibile. Ma quando il Titano si offre alla vista e ogni cosa
con lui, allora mi lamento che il sonno mi abbia abbandonata tanto presto;
vado in cerca di boschi e caverne, come se il bosco e le caverne potessero
aiutarmi: sono stati testimoni delle mie gioie d’amore. Sono trascinata
là, fuori di senno, con i capelli sparsi sul collo, come una donna
posseduta dalla furiosa Enio. I miei occhi vedono le grotte scavate nel
tufo poroso, che per me erano simili a marmo Migdonio; ritrovo il bosco,
che spesso ci offrì un giaciglio e ci protesse ombroso, con la sua fitta
chioma, ma non trovo il signore e del bosco e mio; quel posto è ormai
diventato terreno senza valore: era lui la ricchezza del luogo. Ho
riconosciuto l’erba schiacciata delle zolle a me note: l’erba era
afflosciata per il nostro peso; mi lasciai cadere sopra e toccai il
terreno dalla parte dove stavi tu: l’erba, un tempo a me cara, si impregnò
delle mie lacrime. Persino i rami, spogliati delle foglie, sembrano
piangere e nessun uccello fa sentire il suo dolce lamento. Solo l’uccello
di Daulide, la madre colma di tristezza che si vendicò scelleratamente del
marito, canta l’ismario Iti. L’uccello canta Iti, Saffo l’amore non più
ricambiato; solo questo: il resto tace, come a mezzanotte. C’è una sacra
fonte, limpida e più trasparente di un fiume cristallino; molti pensano
che sia la sede di un dio. La ricopre dei suoi rami un loto acquatico, che
da solo è un bosco; la terra è verde di tenere zolle. Mentre io piangente
posavo qui le mie membra spossate, si presentò ai miei occhi una Naiade;
si presentò e mi disse: «Dal momento che tu ardi di una passione non
ricambiata, Ambracia è la terra che devi raggiungere. Febo, dall’alto,
guarda il mare per quanto si estende; la gente lo chiama mare di Azio e di
Leucade. Di là si gettò Deucalione, infiammato d’amore per Pirra e piombò
nelle acque incolume. Subito l’amore si mutò e si allontanò dal cuore
tanto tenace dell’uomo che si era gettato in acqua: Deucalione era stato
liberato dalla sua passione. In quel luogo vige questa legge: raggiungi
subito la sommità di Leucade e non aver paura a lanciarti giù dalla rupe».
Come mi ebbe istruita, sparì col suono della sua voce. Io mi alzai
agghiacciata ed i miei occhi non trattennero le lacrime. Andrò, o ninfa, e
raggiungerò la rupe che mi hai indicato: stia lontana la paura, vinta
dalla follia dell’amore. Qualunque cosa sarà, sarà meglio di adesso! Aria
sostienimi: il mio corpo non ha un gran peso! Anche tu, dolce Amore,
reggimi con le tue ali mentre cado, perché la mia morte non divenga
l’infamia delle acque di Leucade. Poi offrirò a Febo la lira, dono comune,
e sotto la lira ci saranno due versi: «Riconoscente, io, Saffo la
poetessa, ti ho offerto la lira: essa si addice a me, essa si addice a
te». Ma perché (Faone) costringi me, infelice, ad andare alle coste di
Azio, mentre tu stesso potresti riportare indietro i tuoi passi di
fuggiasco? Tu potresti essere per me più salutare delle acque di Leucade:
tu sarai per me Apollo, sia per la tua bellezza, sia per i tuoi meriti. O
forse tu più crudele delle rupi e di ogni mare, se io morissi, riusciresti
a sopportare la responsabilità della mia morte? Ma quanto meglio sarebbe
che il mio petto si unisse al tuo, piuttosto che affidarsi alle rocce per
essere scaraventato giù! Questo è quel petto, Faone, che tu solitamente
apprezzavi e che tante volte ti è sembrato ricco di ingegno. Ora vorrei
avere il dono dell’eloquenza! Ma il dolore impedisce l’arte e ogni
ispirazione è soffocata dai miei affanni. Non posso più contare sulle
capacità poetiche di un tempo; il plettro tace per il dolore, per il
dolore silenziosa è la lira. Marine donne di Lesbo, figlie già spose o
prossime alle nozze, donne di Lesbo, nomi cantati dalla mia lira eolia,
donne di Lesbo che mi avete procurato una cattiva fama perché vi ho amate,
cessate di venire in schiera ai miei canti! Faone – ah, me sventurata,
quasi dicevo: «il mio Faone»! – mi ha spogliata di tutto ciò che a voi
prima piaceva. Fate in modo che ritorni: tornerà anche la vostra poetessa.
È lui che dà impulso al mio ingeno, è lui che me lo toglie. Che cosa
ottengo con le preghiere, e si può forse commuovere un animo selvaggio,
oppure resta impassibile e gli zefiri portano via le mie parole destinate
a svanire? Questi venti che portano via le mie parole, vorrei che
riportassero indietro le tue vele; questa è l’azione che dovresti compiere
se sapessi amare, tu, così lento a tornare! Se hai deciso di ritornare, e
prepariamo offerte votive alla tua nave, perché strazi il mio cuore con
l’indugio? Sciogli gli ormeggi! Venere, nata dal mare, lo mantiene calmo
per chi è innamorato; il vento favorirà la rotta, tu, soltanto, sciogli
gli ormeggi! Cupido in persona reggerà il timone seduto a poppa, lui in
persona scioglierà le vele e le ammainerà con mano leggera. Ma se sei
contento di essere fuggito lontano dalla pelasgica Saffo (e tuttavia non
potrai trovare il perché io meriti di essere fuggita) una lettera crudele
faccia sapere a me sventurata almeno questo, perché io possa andare a
cercare il mio destino nelle acque di Leucade.

XVI PARIDE A ELENA

Io, figlio di Priamo, invio a te, figlia di Leda, quell’augurio di bene
che a me può essere concesso solo se sei tu a donarlo. Devo parlare, o non
c’è bisogno di rivelare una passione già nota, ed il mio amore appare
ormai più evidente di quanto io vorrei? Preferirei che restasse nascosto,
finché giungano tempi in cui non si confondano alla gioia i timori. Ma io
so fingere male. Chi infatti potrebbe nascondere il fuoco, che viene
sempre tradito dal suo stesso bagliore? E se ti aspetti che io aggiunga
anche un nome a ciò che mi accade, brucio! – ecco la parola che ti svela
il mio sentimento. Ti prego, perdona la mia confessione e non leggere il
resto con espressione severa, ma conforme alla tua bellezza. Mi fa già
molto piacere il fatto che tu abbia accolto la mia lettera, questo mi dà
la speranza di essere accolto anch’io in modo simile. E mi auguro che
questa speranza si realizzi e la madre di Amore, che mi spinse a questo
viaggio, non ti abbia promessa invano: è su consiglio divino – perché tu
non debba sbagliare non sapendolo – che sono condotto qui ed una divinità
non senza importanza mi assiste in questa impresa. Io aspiro certamente ad
una ricompensa grande, ma che mi spetta: Citerea ti ha promessa al mio
talamo. Sotto la sua guida, dalla riva del Sigeo affrontai rotte
pericolose attraverso il vasto mare, su di una nave costruita da Ferecle.
Lei mi ha procurato docili brezze e venti favorevoli: lei, che è nata dal
mare, sul mare ha naturalmente potere. Continui e, come quello del mare,
così governi l’impeto del mio cuore e conduca al loro porto anche i miei
desideri! Queste fiamme di passione le ho portate con me, non le ho
trovate qui: sono state loro il motivo del mio così lungo viaggio. Perché
non mi ha fatto approdare qui infatti una rovinosa tempesta, né un errore
di rotta: la mia flotta era diretta alla terra del Tenaro. E non pensare
che io solchi il mare su di una nave che trasporta mercanzie. Mi
conservino gli dèi solo le mie ricchezze! E non vengo alle città greche
come visitatore; le città del mio regno sono più ricche. Te io cerco, che
l’aurea Venere ha promesso al mio letto; te ho desiderato, ancor prima di
conoscerti. Ho visto il tuo volto con la mente prima che con lo sguardo,
la fama fu la prima messaggera del tuo volto. E tuttavia non c’è da
stupirsi se, come deve accadere, colpito a distanza dalle frecce scagliate
dall’arco, mi sono innamorato. Così piacque al destino e, perché tu non
cerchi di sconvolgerlo, ascolta quanto ti dico con sincerità e lealtà. Ero
ancora trattenuto nell’utero materno per un ritardo del parto; il ventre
era già gravido del giusto peso. A mia madre sembrò in sogno di partorire
dal suo ventre pregno una fiaccola ardente. Terrorizzata si alza e
riferisce a Priamo, e questi agli indovini, la paurosa visione di quella
notte tenebrosa; un indovino vaticina che Ilio brucerà per il fuoco di
Paride: a giudicare da ora, era quella la fiaccola che brucia nel mio
petto! La mia bellezza e la forza del mio coraggio, sebbene io sembrassi
provenire dal popolo, erano indizio della mia segreta nobiltà. C’è un
luogo nelle boscose valli, nel cuore dell’Ida, fuori mano e folto di pini
e di lecci, dove non brucano né le pecore mansuete, né le caprette amiche
delle rocce, né la lenta giovenca con la sua larga bocca. Per spingere lo
sguardo di là sulle mura e gli alti palazzi della città di Dardano ed il
mare, mi ero appoggiato ad un albero: ecco che mi sembrò che la terra
tremasse per un calpestio di passi – dirò cose vere, ma che si potranno
credere a stento -, si presentò davanti ai miei occhi, condotto da ali
veloci, il nipote del grande Atlante e di Pleione – mi fu concesso
vederlo, mi sia lecito riferire ciò che vidi – e fra le dita del dio c’era
il caduceo d’oro. E in quel momento, contemporaneamente, tre dee, Venere e
Giunone con Pallade, posarono i piedi delicati sull’erba. Rimasi
stupefatto ed un brivido agghiacciante mi fece rizzare i capelli, quando
il messaggero alato mi disse: «Non avere paura; tu sei il giudice della
bellezza: poni fine alla contesa delle dee, dichiara quale sia l’unica
degna di vincere in bellezza le altre due». Perché non mi tirassi
indietro, mi dà l’ordine in nome di Giove e subito sale verso le stelle,
per la via celeste. Il mio animo si rinfrancò, subito presi coraggio e non
ebbi timore di esaminare ciascuna con lo sguardo. Tutte meritavano di
vincere e, come giudice, mi dispiaceva che tutte non potessero vincere la
loro causa. Tuttavia fra di loro già allora una mi piaceva di più e, come
puoi intuire, era colei che ispira l’amore. Grande è il loro desiderio di
vincere: ardono dalla voglia di influenzare il mio giudizio con doni
straordinari. La consorte di Giove promette regni, la figlia valore; io
non so se voler essere potente o valoroso. Venere sorrise dolcemente e:
«Non farti tentare dai doni, Paride, entrambi sono gravidi di angoscioso
timore», disse. «Io ti darò un amore e la figlia della bella Leda, ancor
più bella di lei, si offrirà al tuo abbraccio!». Parlò e, prescelta
ugualmente sia per il dono, che per la sua bellezza, la dea tornò in cielo
vittoriosa. Nel frattempo, mutatosi al meglio, credo, il mio destino,
vengo riconosciuto come figlio del re attraverso indizi sicuri. La reggia
è lieta per il figlio riacquistato dopo lungo tempo e Troia aggiunge ai
giorni festivi anche questo. E come io desidero te, così le fanciulle
volevano me: tu hai la possibilità di possedere da sola quello che
desiderano tante donne. E non mi desideravano soltanto le figlie di re e
di condottieri, ma fui anche oggetto d’amore e d’affanni per le ninfe …
rispetto a te nessuna nuora è degna di Priamo. Ma mi sono venute tutte
quante a noia, dopo che si presentò la speranza di un matrimonio con te,
figlia di Tindaro. Te avevo da sveglio negli occhi, te di notte nella
mente, quando le palpebre si chiudono, vinte dal placido sonno. Che
effetto avresti prodotto in me di persona, se mi piacevi senza che ancora
ti avessi vista? Bruciavo, nonostante il fuoco fosse qui, lontano, e non
potei più a lungo negare a me stesso questa speranza, senza cercare di
raggiungere l’oggetto dei miei desideri attraverso l’azzurra via del mare.
Le pinete troiane vengono abbattute dalla scure frigia e ogni albero
adatto alle acque del mare: il Gargaro scosceso è spogliato delle sue alte
foreste e l’Ida, per quanto si estende, mi fornisce legname a non finire.
Vengono incurvati i legni di quercia per costruire la struttura delle navi
veloci e lo scafo ricurvo è connesso all’ossatura. Aggiungiamo il pennone
e le vele appese all’albero e la poppa ricurva accoglie le immagini
dipinte degli dèi; ma nella nave da cui sono trasportato è dipinta la dea
garante delle nozze promesse, accompagnata dal piccolo Cupido. Dopo che
furono dati gli ultimi ritocchi alla flotta ormai allestita, mi venne
subito il desiderio di attraversare le acque dell’Egeo. Mio padre e mia
madre frenano i miei desideri con le suppliche e con parole commoventi
ritardano il viaggio prestabilito. E mia sorella Cassandra, così com’era,
con i capelli scompigliati, mentre ormai le nostre navi volevano salpare
grida: «Dove corri? Porterai indietro con te un incendio! Tu non sai
quanto fuoco vai a cercare attraverso questo mare!». La profetessa
predisse la verità: ho trovato il fuoco di cui parlava ed un amore
indomabile divampa nel mio tenero cuore. Esco dal porto e, col favore dei
venti approdo alla tua terra, ninfa Ebalia. Tuo marito mi offre la sua
ospitalità: anche questo avviene non senza il volere ed il consenso degli
dèi. Ed egli mi mostra quanto in tutta Sparta era notevole e degno di
essere mostrato. Ma per me che bramavo di vedere la tua decantata
bellezza, non c’era niente altro da cui i miei occhi potessero essere
attratti. Come ti vidi, rimasi stordito e avvertii con sbigottimento che
il mio cuore, nel profondo, si gonfiava di pene sconosciute. Per quanto mi
ricordo, Venere aveva un aspetto simile a questo, quando si presentò al
mio giudizio. Se tu fossi venuta a quella gara assieme a lei, la vittoria
di Venere sarebbe stata in pericolo. La fama, certo, ha fatto di te grandi
elogi e non c’è terra che non conosca la tua bellezza: in nessun luogo, né
in Frigia, né là dove sorge il sole, un’altra ha, fra le belle, una
rinomanza pari alla tua. Mi credi anche in questo? La tua gloria è
inferiore alla realtà e la fama è quasi invidiosa della tua bellezza. Io
trovo qui più di quello che essa aveva promesso e la tua fama è superata
dalla sua causa. A ragione perciò Teseo, che conosceva tutto, si infiammò
d’amore e tu apparisti preda adeguata ad un così grande eroe, mentre,
secondo l’usanza della tua gente, ti esercitavi nuda nella palestra
rilucente ed eri donna nuda fra uomini nudi. Approvo che ti abbia rapita,
mi stupisco che ti abbia restituita: una preda così preziosa doveva essere
trattenuta per sempre. Questa mia testa si sarebbe dovuta staccare dal
collo insanguinato, prima che tu fossi strappata via dal mio letto.
Avrebbero mai voluto le mie mani lasciarti andare? Avrei sopportato,
restando vivo, che tu ti allontanassi dalle mie braccia? Se ti avessi
dovuto restituire, tuttavia prima avrei preso qualcosa ed il mio amore non
sarebbe stato del tutto inattivo: o avrei colto la tua verginità, o quello
che si poteva prendere, lasciando intatta la tua verginità. Tu, solo,
concediti. Conoscerai qual’è la costanza di Paride: solo la fiamma del
rogo spegnerà le mie fiamme. Io ti ho anteposto ai regni che una volta mi
promise la più grande delle dee, la sposa e sorella di Giove; purché io
potessi cingere con le mie braccia il tuo collo, non ho tenuto in nessun
conto il valore che Pallade mi offriva. Non me ne pento e mai mi sembrerà
di aver fatto una scelta sconsiderata. La mia mente si mantiene salda nel
suo desiderio; solo questo ti chiedo, non permettere che la mia speranza
divenga vana, tu, che meriti di essere conquistata con tanta fatica! Io
non sono un uomo di origini oscure che aspira alle nozze con una donna
altolocata e, credimi, non ti dovrai vergognare di essere mia moglie. Se
indaghi, troverai nella mia stirpe una Pleiade e Giove, per non parlare
degli avi intermedi. Mio padre detiene il potere sull’Asia, di cui nessuna
regione è più ricca e a stento la si può percorrere nei suoi territori
sconfinati. Vedrai innumerevoli città e palazzi dorati e templi che dirai
degni dei loro dèi; vedrai Ilio e le sue mura, fortificate da alte torri,
costruite al suono della lira di Febo. Che cosa ti dovrei dire della
popolazione e del gran numero di uomini? A mala pena quella terra può
reggere il suo popolo. Le madri troiane ti verranno incontro in folta
schiera ed il nostro palazzo non potrà contenere le fanciulle frigie. Oh
quante volte dirai: «Come è povera la mia Acaia!»; da sola una casa
qualunque possiederà le ricchezze di tutta una città. Ma non mi potrei
permettere di disprezzare la vostra Sparta: la terra in cui tu sei nata è
per me una terra ricca. Sparta però è austera, mentre tu sei degna di un
ricco tenore di vita: questo posto non si addice ad una bellezza simile;
si addice invece a questa bellezza servirsi senza limite di ricchi
ornamenti ed immergersi in raffinatezze sempre nuove. Quando vedi
l’eleganza degli uomini del mio popolo, quale credi che sia quella delle
donne dardanie? Sii soltanto accondiscendente nel concederti a me e non
disdegnare un marito frigio, tu fanciulla nata nella campagna di Terapne.
Era frigio e nato dal nostro sangue, colui che ora in cielo con gli dèi
mescola l’acqua con il nettare per le loro bevande; frigio era lo sposo di
Aurora, eppure la dea che pone fine all’ultimo tratto della notte, se lo
portò via; frigio era anche Anchise, con il quale la madre degli Amori
alati si compiace di essersi unita sulle pendici dell’Ida. E io non
ritengo che, messi a confronto la bellezza e gli anni, Menelao sia, a tuo
giudizio da preferire a me. Non ti darò certamente un suocero che metta in
fuga la fulgente luce del sole e allontani dal banchetto i cavalli
inorriditi. Né Priamo ha un padre che si è macchiato di sangue per
l’uccisione del suocero e che con il suo delitto dà il nome al mare
Mirtoo. Né un mio antenato tenta di cogliere frutti nelle onde dello Stige
o cerca da bere nel mezzo delle acque. Che importa, tuttavia, se ti tiene
legata a sé uno nato da costoro e Giove è costretto ad essere suocero in
questa casa? Che delitto! Lui, che non ne è degno, ti possiede per notti
intere e gode dei tuoi amplessi. Io, invece, ti posso vedere appena quando
finalmente viene imbandita la mensa e anche questo tempo presenta molte
occasioni che mi feriscono. Capitino ai miei nemici conviti di questo
genere, quali io spesso debbo sopportare quando si serve il vino! Mi
rammarico di essere ospite quando questo zotico, sotto i miei occhi, ti
getta le braccia al collo. Scoppio e mi ingelosisco – perché non dire
tutto? – quando accarezza il tuo corpo gettandovi sopra una coperta. Ma
quando di fronte a me vi scambiavate baci voluttuosi, ho preso la coppa e
l’ho messa davanti ai miei occhi; abbasso lo sguardo quando lui ti tiene
più stretta ed il cibo si accumula pesante nella bocca che lo rifiuta.
Spesso ho emesso sospiri e mi sono accorto che tu, provocante, non ti
trattenevi dal ridere per i miei sospiri. Molte volte desiderai spegnere
col vino la fiamma d’amore, ma quella crebbe e l’ebbrezza aggiunse fuoco
al fuoco. Per non vedere molte cose mi sdraio con la testa voltata, ma
subito tu richiami il mio sguardo. Non so cosa fare: provo dolore a vedere
queste cose, ma è un dolore ancora più grande avere il tuo volto lontano.
Finché mi è lecito e posso, mi sforzo di nascondere il mio ardore,
tuttavia l’amore per quanto nascosto trapela. Le mie non sono solo parole:
tu senti le mie ferite, le senti! Almeno fossero note a te sola! Ah quante
volte distolsi il mio viso, mentre mi salivano le lacrime agli occhi,
perché lui non chiedesse il motivo del mio pianto! Ah quante volte, dopo
aver bevuto, raccontai qualche storia d’amore facendo riferimento in ogni
parola al tuo volto e sotto un nome fittizio lasciai intendere che si
trattava di me: il vero innamorato, se non lo sai, ero io! Anzi, per
potermi servire più sfacciatamente delle mie parole, simulai
l’ubriachezza, e non una volta sola! Dalla tua tunica allentata, mi
ricordo, si svelò il seno, che si offrì nudo al mio sguardo, seno più
bianco della neve immacolata, o del latte, o di Giove quando abbracciò tua
madre; mentre resto estasiato a quella vista – reggevo per caso una coppa
-, mi sfuggì dalle dita il manico ricurvo. Se tu davi baci a tua figlia,
con gioia io prontamente li prendevo dalle tenere labbra di Ermione. E ora
supino cantavo gli antichi amori, ora, con un cenno, ti trasmettevo
segnali segreti. Ultimamente ho anche osato avvicinare con parole affabili
le più ragguardevoli delle tue accompagnatrici, Climene ed Etra, le quali
non mi dissero altro se non che avevano paura e mi abbandonarono nel bel
mezzo delle mie preghiere. Volessero gli dèi che tu fossi la ricompensa di
una grande gara e che il vincitore potesse averti nel suo letto! Come
Ippomene ebbe la figlia di Scheneo in premio della corsa, come Ippodamia
fu accolta dall’abbraccio di un frigio, come il terribile Ercole spezzò le
corna di Acheloo, che voleva i tuoi amplessi, o Deianira. A queste
condizioni la mia audacia si sarebbe fatta avanti con impeto e tu sapresti
di essere l’oggetto della mia fatica. Ora non mi resta altro, bellissima,
se non supplicare e abbracciare, se me lo permetti, i tuoi piedi. O onore
e gloria vivente dei fratelli gemelli, tu che saresti degna di Giove come
marito, se non fossi nata da Giove o io raggiungerò il porto Sigeo con te
come sposa, o qui, esule, io sia coperto dalla terra del Tenaro! Il mio
petto non è stato sfiorato superficialmente dalla punta di una freccia, la
mia ferita giunge fino alle ossa. Che sarei stato trafitto da una freccia
celeste – lo ricordo -, questo lo aveva predetto mia sorella, che dice il
vero. Elena, non disprezzare l’amore voluto dal destino, e possa tu avere
gli dèi disponibili ai tuoi desideri! Molte cose mi vengono in mente, ma
per parlarti più diffusamente di persona, accoglimi nel tuo letto, col
silenzio della notte. O forse ti vergogni e temi di profanare l’amore
coniugale e di tradire gli onesti diritti del letto legittimo? Ah Elena,
troppo ingenua, per non dire arretrata, pensi che questa tua bellezza
possa restare esente da colpa? È necessario o che tu cambi aspetto o che
tu non sia inflessibile: è grande il contrasto fra castità e bellezza. Di
questi amori furtivi gode Giove, gode l’aurea Venere: questi amori furtivi
ti hanno dato Giove come padre. Difficilmente puoi diventare casta tu, che
sei figlia di Giove e di Leda, se nel seme c’è l’essenza del carattere.
Tuttavia, quando sarai nella mia Troia, allora ti prego, sii casta e sia
io soltanto la tua colpa! Ora commettiamo quel peccato che il momento del
matrimonio emenderà, se solo Venere non mi ha fatto una promessa vana. Ma
è tuo marito stesso a indurti a questo, coi fatti, non con le parole: se
ne sta lontano per non ostacolare l’amore furtivo del suo ospite. Non ha
trovato momento più opportuno per visitare il regno di Creta: oh marito di
straordinaria accortezza! Proprio quando stava per partire si fermò e
disse: «Ti raccomando, moglie, di occuparti al posto mio dell’ospite
dell’Ida». Sono testimone che tu trascuri le raccomandazioni di tuo marito
assente: non hai cura alcuna del tuo ospite. E tu, figlia di Tindaro,
speri che quest’uomo senza perspicacia possa saper comprendere
sufficientemente il valore della tua bellezza? Ti sbagli, non lo sa
capire; se ritenesse grande il bene che possiede, non lo affiderebbe ad
uno straniero. Anche se non ti sollecitassero né le mie parole, né la mia
passione, siamo tuttavia indotti ad approfittare della sua stessa
compiacenza, oppure saremo così sciocchi da superare persino lui stesso,
se ci lasceremo scappare, senza sfruttarla, un’occasione tanto sicura. Ti
porta l’amante quasi con le sue mani: approfitta dell’ingenuità di un
marito che ti fa certe raccomandazioni. Te ne stai sola in un letto vuoto,
per tutta la notte, lunga com’è; anch’io me ne sto solo in un letto vuoto;
che piaceri comuni uniscano te a me e me a te: quella notte sarà più
luminosa del mezzogiorno. Allora io giurerò per tutti gli dèi che vuoi tu
e mi vincolerò con le mie parole a giuramenti solenni. Allora, se non è
mal riposta la mia fiducia, una volta che io sia in tua presenza, ti
convincerò a venire nel mio regno. Se ti vergogni e temi di dar
l’impressione di avermi seguito, figurerò io, senza di te, colpevole di
questo adulterio. Imiterò infatti il comportamento del figlio di Egeo e
dei tuoi fratelli: non puoi essere toccata da un esempio più vicino. Teseo
rapì te, quelli le figlie gemelle di Leucippo; io mi aggiungerò come
quarto a questi esempi. C’è qui la flotta troiana equipaggiata con armi e
uomini, i remi ed il vento renderanno subito veloce il viaggio. Te ne
andrai, maestosa regina, per le città dardanie ed il popolo crederà di
avere dinanzi una nuova dea. Ovunque porterai i tuoi passi, le fiamme
bruceranno cinnamomo ed una vittima sacrificata stramazzerà sul terreno
insanguinato. Mio padre, i fratelli e le sorelle con mia madre e tutte le
donne troiane e Troia tutta ti recheranno doni. Ahimè, io ti rivelo appena
una piccola parte del tuo futuro. Avrai più di quanto riporta la mia
lettera. E non temere che al tuo rapimento faccia seguito una guerra
crudele e che la Grecia potente raduni le sue forze. Di tante donne rapite
in passato, forse qualcuna è stata rivendicata con le armi? Credimi,
questo timore è senza fondamento. I Traci rapirono a nome di Aquilone la
figlia di Eretteo, eppure la costa tracia fu al sicuro dalla guerra;
Giasone di Pagase portò via sulla sua nuova nave la fanciulla del Fasi ed
il territorio tessalo non fu aggredito dalle schiere dei Colchi. Teseo,
che rapì anche te, rapì la figlia di Minosse, tuttavia Minosse non chiamò
affatto alle armi i Cretesi. In queste situazioni, la paura è di solito
più grande del pericolo: si ha vergogna di aver troppo temuto ciò che si è
propensi a temere. Immagina tuttavia, se vuoi, che scoppi una grande
guerra: anch’io sono potente, anche le mie armi recano danno. Le risorse
militari dell’Asia non sono inferiori a quelle della vostra terra: è ricca
di uomini, ricca in abbondanza di cavalli. Né Menelao, figlio di Atreo,
avrà più coraggio di Paride o sarà da considerare superiore nelle armi.
Quasi bambino, uccisi i nemici, mi riappropriai degli armenti rubati e di
lì ebbe origine il mio nome. Quasi bambino vinsi in varie gare dei
giovani, tra i quali si trovavano Deifobo ed Ilioneo. E perché tu non
pensi che io sia temibile solo da vicino, sappi che la mia freccia si
conficca nel punto da me voluto. Non puoi attribuire a lui queste imprese
della mia prima giovinezza, non puoi dotare l’Atride della mia abilità!
Anche se tu volessi dargli tutto, gli potrai forse dare Ettore come
fratello? Egli da solo varrà quanto una moltitudine di soldati. Tu non sai
quello che valgo e la mia forza ti è sconosciuta; non sai a quale uomo
andrai sposa. Quindi o non sarai reclamata da alcuno strepito di guerra o
gli accampamenti dorici dovranno soccombere al mio attacco. E tuttavia non
riterrei sconveniente prendere le armi per una moglie così prestigiosa: le
grandi ricompense spingono alla lotta. E anche tu, se per te si scontrerà
il mondo intero, avrai per sempre fama tra i posteri. Solo, partendo di
qui con il favore degli dèi, con intrepida speranza esigi i doni che ti ho
promesso in piena fede.

XVII ELENA A PARIDE

Se mi fosse possibile, Paride, non aver letto ciò che ho letto, potrei
ancora conservare come prima i requisiti di donna onesta. Ma ora, poiché
la tua lettera ha violato i miei occhi, mi sembra futile orgoglio non
risponderti! Tu, uno straniero, hai osato profanare i sacri diritti
dell’ospitalità e insidiare la legittima fedeltà di una donna sposata! È
dunque per questo che, portato sul mare battuto dai venti, ti accolse nel
suo porto la riva del Tenaro e, sebbene tu provenissi da un popolo
straniero, il nostro palazzo non ti sbarrò le porte, perché un’offesa
fosse la ricompensa di così grande disponibilità? E tu, che entravi così,
eri un ospite, oppure un nemico? E non ho dubbi che questa mia lagnanza,
per giusta che sia, a tuo parere venga definita da provinciale. Che io sia
pure considerata arretrata, purché non dimentica del pudore e la mia
condotta di vita sia senza macchia. Se non ho un’espressione severa sul
volto studiato e non siedo arcigna con le sopracciglia aggrottate,
tuttavia la mia fama è irreprensibile e, fino ad ora, ho avuto onesti
passatempi e nessun adultero può vantarsi di me. Tanto più quindi trovo
sorprendente la tua fiducia nell’impresa ed il motivo che ti ha dato la
speranza del mio letto. Forse perché l’eroe discendente di Nettuno mi ha
presa con la forza e, rapita una volta, ti sembro degna di essere rapita
anche una seconda? La colpa sarebbe mia se fossi stata consenziente; ma,
una volta rapita, che cosa avrei dovuto fare se non opporre il mio
rifiuto? Del resto dalla sua impresa egli non colse il frutto desiderato:
ritornai senza aver subito nulla, fatta eccezione per la paura.
L’insolente mi strappò soltanto pochi baci, mentre gli opponevo
resistenza: nient’altro egli ha ottenuto da me. Ma la tua spudoratezza è
tale che non si sarebbe accontentata di questo! Grazie agli dèi, lui non
ti somigliava! Mi ha restituita intatta e il suo rispetto ne ha diminuito
la colpa; è evidente che il giovane si era pentito della sua azione. Teseo
si pentì perché Paride subentrasse a lui ed il mio nome fosse sempre sulla
bocca di tutti? Tuttavia non mi adiro – chi infatti può sdegnarsi con chi
lo ama? – soltanto se l’amore che ostenti non è simulato. Sospetto infatti
anche questo, non perché mi manchi la fiducia o io non sia consapevole
della mia bellezza, ma perché di solito la credulità è pericolosa per le
giovani donne e si dice che le parole di voi uomini non sono sincere. «Ma
le altre peccano», dici, «ed è rara una donna sposata virtuosa». Chi
impedisce che il mio nome sia inserito fra le rarità? Anche se mia madre
ti è sembrata l’esempio adatto a farti credere che anch’io possa lasciarmi
piegare, c’è un errore alla base della colpa di mia madre, ingannata da
una falsa apparenza: l’adultero era celato dalle piume. Ma se io dovessi
commettere l’adulterio, non posso considerarmi all’oscuro di nulla e non
ci sarà nessun inganno che possa attenuare la colpevolezza del mio
comportamento. Lei è stata fortunata nel suo errore e la colpa è stata
riscattata dal responsabile; ma io, per merito di quale Giove sarei
definita fortunata nell’adulterio? Tu vanti la tua stirpe e gli antenati e
titoli regali, ma anche questa casa è abbastanza insigne per la sua
nobiltà. Per tacere di Giove, antenato di mio suocero e tutta la stirpe di
Pelope, figlio di Tantalo, e di Tindaro, mi dà Giove come padre Leda, che,
ingannata dal cigno, accolse nel suo grembo, senza sospetto, il falso
uccello. E ora va’ pure a raccontare con dovizia di particolari le origini
della stirpe frigia e di Priamo, con suo padre Laomedonte! Io li rispetto,
ma colui che per te è grande gloria come quinto, è il primo a risalire dal
mio nome. Sebbene io ritenga che il tuo regno sia potente, tuttavia io non
penso che questo nostro sia ad esso inferiore. Se poi questo paese è
superato in ricchezza e numero di uomini, d’altra parte la tua è senza
dubbio una terra barbara. La tua munifica lettera promette doni tanto
grandi che potrebbero far vacillare le stesse dee. Ma se io volessi ormai
oltrepassare le barriere del pudore, tu da solo saresti stato il migliore
motivo per peccare. O io manterrò per sempre la mia reputazione senza
macchia, o io seguirò te, piuttosto che i tuoi doni. Comunque io non li
disprezzo: sono sempre assai graditi i doni resi preziosi da chi li offre.
Vale molto di più il fatto che tu mi ami, che sono io la causa del tuo
travaglio, che la tua speranza abbia attraversato così vasto mare. Anche
quello che tu fai, impudente, quando è allestita la mensa, lo osservo,
sebbene io cerchi di non farmene accorgere. Quando mi fissi lascivo con
sguardi sfrontati e così insistenti che a stento i miei occhi li
sopportano e ora sospiri, ora prendi il bicchiere vicino a me e bevi anche
tu dalla parte dove ho bevuto io. Ah, quante volte mi sono accorta dei
messaggi segreti che mi venivano fatti con le dita, quante volte con il
tuo sopracciglio che quasi parlava! E spesso ebbi timore che mio marito li
vedesse e arrossii per quei segni non abbastanza nascosti. Spesso con un
bisbiglio sommesso o quasi senza fiatare dissi: «Non si vergogna di nulla,
costui». E questa mia affermazione corrispondeva a verità. Ho anche letto
sul piano rotondo della tavola, sotto il mio nome, il messaggio delle
lettere tracciate col vino: io amo. Ma con un cenno di diniego degli occhi
feci capire di non crederti. Ahimè, ho imparato ormai che si può
comunicare così! Se avessi deciso di peccare, avrei ceduto a queste
lusinghe: da queste poteva essere conquistato il mio cuore. Tu hai una
bellezza non comune, lo confesso, e una fanciulla può desiderare di
gettarsi fra le tue braccia. Ma sia felice senza colpa un’altra donna,
piuttosto che il mio pudore crolli per amore di uno straniero! Impara dal
mio esempio che si può fare a meno del bello: è una virtù tenersi lontano
dalle cose piacevoli che ci attraggono. Quanti giovani credi che
desiderino ciò che tu desideri, ma non perdono la testa? O solo tu,
Paride, hai gli occhi? Tu non vedi meglio, ma osi con più temerarietà, e
tu non hai più sentimento, ma più sfrontatezza! Io vorrei che tu fossi
giunto sulla tua veloce nave quando mille pretendenti aspiravano alla mia
verginità. Se ti avessi visto saresti stato il primo fra mille. Perfino
mio marito perdonerà questa mia ammissione. Tu giungi tardi a piaceri già
goduti e posseduti: la tua speranza fu tarda, ciò che vuoi l’ha un altro.
Anche se io desiderassi diventare la tua sposa troiana, Menelao non mi
possiede così contro la mia volontà. Ti prego, cessa di sconvolgere il mio
cuore vulnerabile con le tue parole e non fare del male a me, che tu dici
di amare, ma lascia che io mantenga il destino che la sorte mi ha dato e
non cogliere le vergognose spoglie del mio onore! Ma Venere te lo ha
promesso e nelle valli dell’alto Ida si sono presentate a te le tre dee
nude e, mentre l’una ti offriva il regno, l’altra la gloria in guerra, la
terza ti disse: «Avrai come moglie la figlia di Tindaro!». Veramente ho
difficoltà a credere che dei corpi divini abbiano sottoposto al tuo
giudizio la loro bellezza: anche se questo fosse vero, certamente è falsa
la seconda parte in cui si dice che io ti vengo concessa a ricompensa del
tuo giudizio favorevole. Non ho tanta fiducia nel mio fisico da pensare di
esser stata considerata il massimo dei premi per testimonianza di una dea.
La mia bellezza si accontenta di essere apprezzata dagli occhi degli
uomini; Venere, che mi loda, mi espone all’invidia. Ma io non confuto
nulla; accolgo con piacere anche queste lodi. Per quale motivo infatti
dovrei negare con le parole ciò che desidero? E tu non ti risentire se ti
credo con troppa difficoltà: tardi, di solito, viene accordata fiducia
alle cose importanti. Pertanto la mia prima soddisfazione è di essere
piaciuta a Venere; la successiva di esserti sembrata il massimo dei premi
e che tu non abbia anteposto i premi prestigiosi di Pallade e di Giunone,
alle qualità che avevi sentito dire di Elena. Così sono io, per te, il
valore, io un nobile regno? Sarei di ferro se non amassi un simile cuore!
Credimi, non sono di ferro, ma sono restia ad amare un uomo che
difficilmente penso possa diventare mio. Perché sforzarmi di solcare con
l’aratro ricurvo la riva assetata e tentare di inseguire una speranza che
il luogo stesso nega? Sono inesperta di amori furtivi e – gli dèi mi sono
testimoni – non ho mai ingannato con nessuno stratagemma un marito fedele;
anche ora, che affido le mie parole ad una lettera clandestina, la mia
scrittura si presta ad una mansione insolita. Felici coloro che sono
sorretti dall’esperienza! Io, inesperta di queste cose, suppongo che la
via del tradimento sia ardua. La paura stessa mi fa soffrire: già ora sono
turbata e penso che tutti gli sguardi si appuntino sui nostri volti. E non
lo penso a torto: ho avvertito i pettegolezzi della gente, ed Etra mi ha
riferito certe voci; ma tu cerca di fingere, se non preferisci arrenderti.
Ma perché dovresti arrenderti? Tu sei in grado di fingere! Porta avanti il
gioco, ma di nascosto! L’assenza di Menelao ci offre una maggiore libertà,
ma non grandissima. Certo egli è partito per un luogo lontano, perché così
costretto dalle circostanze: importante e legittimo era il motivo del
viaggio improvviso – o tale mi era sembrato. Io, poiché era in dubbio se
partire, gli dissi: «Cerca di tornare al più presto!». Rallegrato dal buon
augurio, mi baciò e disse: «Abbi cura dei beni, della casa e dell’ospite
troiano». A stento mi trattenni dal riso e mentre mi sforzavo di
soffocarlo, non fui in grado di dirgli altro che: «Ne avrò». Con i venti
favorevoli, è vero, si è diretto verso Creta, ma tu non pensare che per
questo tutto ti sia concesso! Mio marito è lontano di qui, ma è tale da
sorvegliarmi anche se è assente: non sai forse che i re hanno le braccia
lunghe? Anche la mia fama è un peso: infatti quanto più sono lodata con
insistenza dalla vostra bocca, tanto più a buon diritto egli teme. E
quella stessa gloria che mi fa piacere, almeno ora mi danneggia e sarebbe
stato meglio ingannare la fama. E non stupirti che mi abbia lasciata qui
con te: egli ha avuto fiducia nella mia moralità e nella mia condotta di
vita. Ha paura della mia bellezza, ma ha fiducia nel mio modo di vivere.
La mia virtù lo rende sicuro, la mia bellezza lo inquieta. Tu mi esorti a
non perdere l’occasione che si è offerta spontaneamente e a servirci della
compiacenza di un marito senza malizia. L’invito mi attrae e mi fa paura e
la mia volontà non è ancora abbastanza decisa: il mio cuore oscilla nel
dubbio. Mio marito è lontano da me e tu dormi senza una compagna e la tua
bellezza seduce me, la mia te, vicendevolmente; e le notti sono lunghe e
abbiamo già raggiunto l’intimità con le parole e tu, ahimè sventurata, sei
attraente e siamo sotto lo stesso tetto. Possa io morire, se tutto non ci
induce al peccato; tuttavia non so da quale timore sono trattenuta. Oh, se
tu potessi costringermi a fare senza colpa quello che vuoi convincermi a
fare nel peccato! Con la forza dovevi spazzar via la mia ritrosia.
Talvolta la violenza è vantaggiosa anche per quelli che la subiscono: così
certamente sarei stata costretta ad essere felice. Combattiamo piuttosto,
finché è nuovo, un amore che nasce! Un fuoco appena acceso si spegne se ci
versi sopra un po’ d’acqua. L’amore degli stranieri non è affidabile: va
in giro qua e là come loro e, quando speri che niente vi sia di più
solido, si dilegua. Ne è testimone Ipsipile, testimone è la figlia di
Minosse, entrambe ingannate in nozze che non giunsero mai. Si dice che
anche tu, traditore, abbia abbandonato dopo averla amata per molti anni,
la tua Enone; tu stesso, del resto, non lo neghi e, se non lo sai, ebbi
gran cura di prendere ogni informazione su di te. Aggiungi che, anche se
tu desiderassi rimanere costante nel tuo amore, non puoi: ormai i Frigi
spiegano le tue vele. Mentre parli con me, mentre si prepara la notte
sperata, starà già per levarsi il vento che ti porterà in patria.
Abbandonerai piaceri ricchi di novità a metà del loro corso: il nostro
amore se ne andrà col vento. O ti seguirò, come mi esorti, e verrò a
vedere la celebrata Pergamo e sarò la moglie del nipote del grande
Laomedonte? Io non sottovaluto la diffusione della fama alata a tal punto
da lasciarle riempire la terra del mio disonore. Che cosa dirà di me
Sparta, che cosa l’Acaia tutta, che cosa le popolazioni dell’Asia, che
cosa la tua Troia? Che cosa penserà Priamo di me, che cosa la moglie di
Priamo e i tuoi numerosi fratelli e le loro spose dardanie? E anche tu,
come potrai sperare che io ti sarò fedele e non essere tormentato dal tuo
stesso esempio? Qualunque straniero farà ingresso nel porto troiano, sarà
per te motivo di angosciosa apprensione. Quante volte tu stesso, pieno di
rabbia mi dirai: «Adultera!», dimentico che nella mia colpa c’è anche la
tua! Diventerai al tempo stesso censore e responsabile del mio errore.
Possa prima la terra, lo supplico, ricoprire il mio volto! Ma godrò delle
ricchezze di Ilio e di un tenore di vita magnifico e avrò doni più
sontuosi di quelli promessi? Mi saranno certamente donati porpora e
tessuti pregiati e sarò ricca di cumuli d’oro? Perdonami se lo confesso! i
tuoi doni non hanno un valore così grande; non so come, ma è la terra
stessa a trattenermi. Chi, se sarò offesa, verrà in mio aiuto sulle sponde
frigie? Dove cercare i fratelli, dove l’aiuto di mio padre? Tutto il
traditore Giasone promise a Medea, ma non fu forse scacciata dal palazzo
di Esone? Non c’era Eeta dal quale, ripudiata, poter tornare, non la madre
Idia e la sorella Calciope. Io non temo nulla di simile, ma nemmeno Medea
lo temeva: la buona speranza spesso è tradita dal suo ottimismo. Troverai
che per tutte le navi che ora sono sballottate in alto mare, alla partenza
dal porto il mare era calmo. Mi spaventa anche la fiaccola grondante di
sangue che tua madre sognò di aver generato, grondante sangue, il giorno
precedente al parto; e temo gli avvertimenti degli indovini: si dice
abbiano presagito che Ilio brucerà del fuoco pelasgo. E come Citerea ti
predilige, perché ha vinto ed ha ottenuto in base alla tua decisione un
duplice trofeo, così io temo le altre due dee che, se è vero quello di cui
ti vanti, per il tuo giudizio non vinsero la contesa. E non ho dubbi che,
se ti seguirò, si andrà alle armi; il nostro amore, ahimè, passerà
attraverso le spade! Se Ippodamia di Atrace costrinse i guerrieri d’Emonia
a intraprendere una guerra feroce contro i Centauri, tu pensi che Menelao
sarà lento ad accendersi di giusta ira, e lo saranno i miei fratelli
gemelli e Tindaro? Quanto al fatto che tu ti vanti ampiamente e parli di
azioni valorose, questa tua bellezza è in contrasto con le tue parole. Il
tuo fisico è più adatto a Venere che a Marte; facciano la guerra gli eroi!
Tu, Paride, fa’ sempre l’amore! Esorta Ettore, che tu ammiri, a combattere
al posto tuo; un’altra milizia merita il tuo intervento. Io approfitterei
di questo, se fossi accorta e un poco più coraggiosa – ne approfitterebbe
qualunque fanciulla di buon senso! O forse, abbandonato il ritegno, mi
farò accorta e, vinta dal tempo mi consegnerò a te, dopo aver tanto
esitato. Quanto alla tua richiesta di parlare segretamente e di persona di
queste cose, so che cosa cerchi di avere e che cosa chiami colloquio; ma
tu hai troppa fretta e la tua messe è ancora in erba. Questo indugio forse
può essere alleato del tuo desiderio. Basta. La lettera, complice dei miei
segreti pensieri, abbandoni il suo compito furtivo; le dita sono ormai
stanche. Possiamo parlare del resto per mezzo delle mie compagne Climene
ed Etra, che mi sono entrambe amiche e consigliere.

XVIII LEANDRO A ERO

Accogli, Ero, la lettera scritta dalla mano che vorrei porgerti, come al
solito, attraverso le onde, finché non giunga Leandro stesso.
Il ragazzo di Abido ti invia il saluto che preferirebbe portarti,
fanciulla di Sesto, se si placassero le onde del mare. Se gli dèi mi sono
propizi, e sono favorevoli in amore, leggerai queste mie parole con
disappunto. Ma non sono propizi. Infatti perché pongono un freno ai miei
desideri e non permettono che io corra sulle acque, a me così familiari?
Vedi tu stessa il cielo più nero della pece e i flutti in burrasca per i
venti, quasi impraticabili anche per le concave navi. Un solo marinaio,
questo audace, da cui ti è recata la mia lettera, si mette in viaggio dal
porto. Stavo per salire a bordo anch’io, senonché, mentre scioglieva gli
ormeggi di prua, tutta Abido era di vedetta. Non potevo tenermi nascosto
come prima ai miei genitori, o, l’amore che vogliamo celare non sarebbe
più rimasto segreto. Subito, nello scrivere dissi: «Va’, lettera
fortunata! Fra poco lei ti porgerà la sua bella mano e forse ti toccherà,
avvicinando le sue tenere labbra, quando vorrà spezzare la cordicella con
i suoi candidi denti». Dopo aver pronunciato tra di me queste parole con
un leggero bisbiglio, la mia mano disse alla carta tutto il resto. Ma
quanto preferirei che la mia mano nuotasse, piuttosto che scrivere, e mi
trasportasse con slancio attraverso le acque ben note! È certamente più
adatta a sferzare le acque calme del mare, ma è anche valida intermediaria
dei miei sentimenti. È già la settima notte, un tempo per me lungo più di
un anno, da quando il mare agitato ribolle con le acque che rimbombano
cupamente. Se in queste notti io ho conosciuto il sonno che ristora la
mente, sia ancora lunga l’attesa imposta dal mare impazzito! Seduto su di
una roccia, in preda alla tristezza, fisso lo sguardo alla tua riva e mi
lascio condurre con la mente, là, dove non posso con il corpo; anzi il mio
sguardo o vede, o crede di vedere, la luce che veglia sulla sommità della
torre. Per tre volte ho deposto la mia veste sulla sabbia asciutta, per
tre volte, nudo, ho tentato di intraprendere il viaggio rischioso: al mio
gesto giovanile si oppose la furia del mare e mi sommerse la testa, mentre
nuotavo, rovesciandomi contro le sue ondate. Ma tu, il più indomabile dei
venti impetuosi, perché mi fai guerra con tanta ostinazione? Tu infierisci
contro di me, Borea, se non lo sai, non sul mare! Che cosa faresti tu, se
non conoscessi l’amore? Per quanto tu sia di ghiaccio, neghi forse,
malvagio, di esserti acceso, un tempo, di un fuoco ateniese? Se qualcuno
ti avesse precluso le vie dell’aria, quando stavi per rapire il tuo amore,
come lo avresti tollerato? Abbi pietà ti supplico, e fai soffiare più
dolcemente una brezza favorevole! Così il figlio di Ippote non abbia a
ordinarti nulla di sgradito. Chiedo cose inutili; egli stesso rumoreggia
contro le mie preghiere, e non placa in nessun punto le acque che
sconvolge. Oh, se Dedalo mi desse le sue ali ardite, anche se il lido
Icario è qui vicino! Qualunque cosa sarà, la sopporterò, mi sia solo
concesso di librare nell’aria il mio corpo che tante volte è rimasto in
balia dell’acqua infida. Nel frattempo, mentre i venti ed il mare mi
negano ogni possibilità, ritorno col pensiero ai primi momenti del mio
amore furtivo. Calava la notte – è un piacere ricordarlo – quando,
innamorato, uscivo dalla casa paterna; senza indugio, deposto il mio abito
assieme al timore, muovevo le braccia con regolarità nelle fluide acque
del mare. La luna quasi sempre mi offriva, mentre avanzavo, una luce
palpitante, come una premurosa compagna del mio cammino. Io, scrutandola,
dissi: «Assistimi, dea argentea, e affiori alla tua mente il ricordo delle
rupi del Latmo! Endimione non ti permette di avere un cuore duro; volgi,
ti prego, il tuo sguardo verso il mio amore segreto! Tu, una dea, discesa
dal cielo cercavi l’amore di un mortale – mi sia concesso di dire la
verità! -; quella che io cerco di raggiungere è lei stessa una dea. Non
parlerò del suo carattere degno di un animo celeste, una tale bellezza non
tocca se non alle vere dee. Dopo quello di Venere ed il tuo, non c’è viso
più bello. E se non credi alle mie parole, guarda tu stessa! Come tutti
gli astri scompaiono al confronto del tuo chiarore quando risplendi
argentea con i tuoi raggi luminosi, così lei è la più bella fra tutte le
belle: se non ci credi, Cinzia, la tua luce è cieca». Mentre dicevo queste
parole, o parole certamente non dissimili, mi lasciavo trasportare di
notte sulle acque, che non mi opponevano resistenza. L’onda luccicava per
l’immagine della luna che vi si rifletteva e nella notte silenziosa c’era
un chiarore come di giorno. Nessun suono, da nessuna parte, giungeva alle
orecchie, se non il fruscio delle acque smosse dal mio corpo. Le sole
alcioni, memori dell’amato Ceice, mi sembravamo emettere non so quale
struggente lamento. E con le braccia ormai affaticate alla giuntura delle
spalle, mi sollevo con forza in alto, sopra la superficie delle acque. E
come vidi la luce da lontano dissi: «Lì c’è la mia fiamma; in quella riva
c’è la mia luce». E subito mi tornarono le forze nelle braccia spossate e
l’onda mi sembrò più cedevole di prima. Perché io non possa avvertire il
gelo delle acque profonde, mi viene in aiuto l’amore, che arde nel mio
petto appassionato. Quanto più procedo e si fa vicina la riva, e meno mi
resta, più ancora mi piace avanzare. Quando poi posso anche essere visto,
subito, tu che mi guardi, aggiungi coraggio e fai in modo che io prenda
vigore. Ora anche nuotando mi sforzo di piacere alla mia donna ed è per il
tuo sguardo che muovo le mie braccia. La tua nutrice impedisce a stento
che tu ti addentri nelle acque; mi accorsi anche di questo e tu non mi hai
ingannato. Tuttavia, pur trattenendo il tuo slancio, non riuscì ad
impedire che l’onda avanzando ti bagnasse il piede. Mi accogli con un
abbraccio e mi dai dolci baci, baci degni, o grandi dèi, di essere cercati
al di là del mare; e mi cedi il mantello tolto dalle tue spalle e mi
asciughi i capelli inzuppati d’acqua marina. Il resto lo sa la notte, e
noi, e la torre complice e la luce che mi indica la via tra i flutti. Le
gioie di quella notte non si possono contare, non più delle alghe
dell’Ellesponto. Quanto più breve era il tempo concesso al nostro amore
clandestino, tanto più si faceva attenzione che quello non andasse
sprecato. E ormai la moglie di Titono stava per mettere in fuga la notte
ed era sorto Lucifero, precursore dell’Aurora; accumuliamo baci affannosi,
disordinatamente, precipitosamente e ci lamentiamo che l’intervallo della
notte sia troppo breve. E così, esitando, al severo richiamo della nutrice
abbandono la torre e mi avvio alla gelida riva. Ci separiamo fra le
lacrime ed io ritorno al mare della Vergine, voltandomi continuamente a
guardare la mia signora, finché mi è possibile. Se vuoi credere alla
verità, venendo da te, mi sembra di essere un nuotatore, al ritorno, un
naufrago. Aggiungo anche questo, se mi vuoi credere: il percorso verso di
te mi sembra in discesa, quando torno via da te, un’immobile montagna
d’acqua. Raggiungo la mia patria controvoglia. Chi potrebbe crederlo?
Certamente controvoglia ora sono trattenuto nella mia città. Ahimè,
perché, uniti nell’animo, siamo separati dai flutti ed un unico
sentimento, ma non una unica terra possiede noi due? O la tua Sesto
accolga me, o la mia Abido te: tanto piace a me la tua terra, quanto a te
la mia. Perché io sono sconvolto tutte le volte che è sconvolto il mare?
Perché mi può essere di ostacolo un impedimento lieve come il vento? Ormai
i sinuosi delfini conoscono il nostro amore e io penso di non essere
sconosciuto ai pesci. Ormai la via delle solite acque si apre
profondamente tracciata come una strada calcata da molte ruote. Prima mi
lamentavo di non avere altra via se non questa; ma ora mi lamento che
anche questa mi venga a mancare a causa dei venti. Le acque della figlia
di Atamante biancheggiano per le immani ondate e la nave a stento è al
sicuro nel porto. Penso che questo mare fosse in tali condizioni quando
per la prima volta prese il nome, che ora conserva, dalla fanciulla
annegata; questo luogo è già abbastanza nefasto per la morte di Elle e
anche se mi risparmia, prende già nome da un crimine. Invidio Frisso che
l’ariete dal lanuto vello d’oro trasportò incolume attraverso il mare
funesto. Io non cerco tuttavia l’aiuto di un ariete o di una nave, purché
mi siano concesse acque da solcare con il mio corpo. Non ho bisogno di
nessun espediente; mi si dia solo l’opportunità di nuotare, sarò io nave,
nocchiero, passeggero. Non mi guida Elice, o l’Orsa, della quale si
servono i Fenici: il mio amore non tiene conto degli astri alla portata di
tutti. Un altro osservi Andromeda e la fulgida Corona e l’Orsa Parrasia
che splende nel cielo a settentrione; a me non piace che mi siano di guida
nel pericoloso viaggio gli amori di Perseo e di Libero e di Giove. C’è
un’altra luce, per me molto più affidabile di queste, sotto la sua guida
il mio amore non si smarrisce nelle tenebre; pur di contemplarla, io
andrei in Colchide e nelle più remote regioni del Ponto e fin dove si
diresse la nave tessala e, nel nuoto, sarei in grado di battere il giovane
Palemone e colui che l’erba miracolosa rese istantaneamente un dio. Spesso
le mie braccia perdono vigore per il movimento incessante e, spossate, si
trascinano a fatica nell’immensità del mare. Ma quando dico loro: «Come
apprezzabile ricompensa della vostra fatica, avrete presto da abbracciare
il collo della mia signora», subito quelle si rinfrancano e si dirigono
verso il loro premio come un cavallo veloce, fatto uscire dal recinto di
Elide. Io stesso dunque rivolgo lo sguardo al mio amore, per il quale
ardo, e mi lascio guidare da te, fanciulla, degna piuttosto del cielo.
Degna sì del cielo, ma rimani ancora sulla terra, oppure insegnami per
quale via anch’io possa arrivare agli dèi! Sei qui sulla terra, ma sono
troppo brevi gli incontri con il tuo amante infelice ed i flutti sono
sconvolti come il mio cuore. Che giova se non mi separa da te un’ampia
estensione di mare? Questo stretto così breve, ci è forse di minore
ostacolo? Quasi preferirei, ma non ne sono sicuro, restare isolato dal
mondo intero, avere lontano, con la mia donna, anche la speranza. Ora
quanto più sei vicina, più vicina è la fiamma che mi scalda e la speranza
è sempre con me, non sempre il suo oggetto. Quasi tocco con la mano –
tanta è la vicinanza – il mio amore, ma spesso, ahimè, questo «quasi» mi
induce alle lacrime. Cosa c’è di diverso nel voler afferrare i frutti che
sfuggono e seguire con la bocca il miraggio di un’acqua che si ritira?
Dunque io non ti avrò mai, se non quando lo vorrà il mare e nessun inverno
mi vedrà felice. E poiché non c’è nulla di più incostante del vento e
delle onde, la mia speranza sarà sempre riposta nel vento e nell’acqua? E
tuttavia è ancora estate. Che cosa avverrà quando le Pleiadi, il Guardiano
dell’Orsa e la Capra di Oleno mi turberanno il mare? O io non so quanto
sono audace, o, anche allora, il mio amore sconsiderato mi spingerà nelle
acque dello stretto. E non pensare che io ti prometta questo perché non è
ancora tempo; non tarderò a darti un pegno della mia promessa. Anche se il
mare resta grosso ancora per poche notti, cercherò di attraversare le
acque ostili. O la mia audacia avrà fortuna e io sarò salvo, o la morte
sarà la fine di un amore tormentato. Pregherò tuttavia di essere
scaraventato sulla tua riva e che il mio corpo di naufrago raggiunga il
tuo porto. Certo piangerai e vorrai toccare il mio cadavere e dirai: «Sono
stata io la causa della sua morte». Naturalmente sei turbata dal presagio
della mia fine e, in questa parte, la mia lettera ti è odiosa. La smetto,
non ti addolorare. Ma affinché il mare ponga termine alla sua ira, si
uniscano, ti prego, le tue preghiere alle mie. Ho bisogno di una breve
tregua, il tempo di venire da te; quando avrò toccato la tua riva,
continui pure la burrasca. Lì c’è il porto adatto al mio scafo e non c’è
acqua in cui la mia nave stazioni meglio. Lì mi rinchiuda Borea, dove è
dolce trattenersi. Allora sarò pigro a nuotare, allora sarò prudente e non
lancerò nessun insulto ai flutti che non mi ascoltano e non mi lamenterò
che il mare sia pericoloso per chi si accinge a nuotare. Mi trattengano
ugualmente i venti e le tue morbide braccia, che mi leghino qui a te tutte
e due le ragioni. Quando la tempesta lo permetterà, mi servirò dei remi
del corpo; tu, solo, tieni sempre in vista il lume. Frattanto, al posto
mio, sia la mia lettera a trascorrere la notte con te e io prego di
seguirla di persona, dopo una brevissima attesa.

XIX ERO A LEANDRO

Vieni, o Leandro, affinché io possa godere realmente di quell’augurio, che
mi hai inviato a parole! È lungo per me ogni indugio che differisce le
gioie d’amore. Perdonami se lo confesso: non sono paziente in amore!
Bruciamo di un’uguale fiamma, ma le mie forze sono impari rispetto alle
tue: suppongo che gli uomini abbiano un carattere più forte. Come il
corpo, così l’animo nelle delicate fanciulle è debole: aggiungi solo un
piccolo ritardo e morirò! Voi, ora con la caccia, ora coltivando la terra
feconda, dedicate lungo tempo ad attività diverse. O vi trattiene il foro,
o gli esercizi della rilucente palestra, o piegate con il morso il collo
di un docile cavallo; ora catturate uccelli con il laccio, ora pesci con
l’amo, e ingannate le ore più tarde con il vino davanti. Poiché io sono
tenuta lontano da queste occupazioni, anche se fossi in preda ad una
passione meno violenta, non mi resta altro da fare se non amare. Faccio
ciò che mi resta e amo te, mio unico piacere, anche più di quanto mi possa
essere ricambiato. Parlo di te sottovoce con la mia cara nutrice e non
comprendo per quale motivo ritardi la tua traversata; oppure, scrutando il
mare, ingiurio, quasi con le tue stesse parole, i flutti sconvolti da un
vento odioso. Oppure, non appena le pesanti ondate hanno perso un po’
della loro violenza, lamento che tu possa, ma non voglia venire; e mentre
mi dolgo, dai miei occhi di innamorata sgorgano lacrime, che la vecchia
confidente asciuga con mano tremante. Spesso guardo se sulla riva ci sono
le tue impronte, come se la sabbia conservasse le orme impresse; e per
avere tue notizie e per scriverti, chiedo se qualcuno è arrivato da Abido,
o se qualcuno si rechi ad Abido. Perché raccontarti quante volte bacio le
vesti che tu deponi qui, quando stai per entrare nelle acque
dell’Ellesponto? Ma quando è tramontata la luce e l’ora della notte, a noi
più favorevole, fa comparire le stelle lucenti, dopo aver cacciato il
giorno, metto subito, sulla sommità della torre la luce di guardia,
segnale e guida della via consueta e, dopo aver filato lo stame ritorto
col fuso girevole, inganno le lunghe attese con lavori femminili. Mi
chiedi di che cosa parlo, frattanto, in un tempo così lungo? Sulla mia
bocca non c’è altro, se non il nome di Leandro: «O mia nutrice, pensi che
il mio amore sia già uscito di casa, o tutti sono svegli ed egli teme i
suoi? O pensi che ormai si sia tolto di dosso gli abiti e si stia
spalmando il corpo di grasso olio?». Ella sembra annuire, non perché si
preoccupi dei nostri baci, ma il sonno che si insinua fa muovere il suo
capo di vecchia. E, dopo una piccola pausa, continuo: «Ormai certamente, è
per mare e muove le braccia con regolarità, facendosi strada fra le
acque». E quando ho terminato pochi fili ed il fuso tocca terra, le
domando se puoi essere a metà dello stretto. E ora tendo lo sguardo, ora
prego sottovoce che un vento propizio ti renda facile la traversata.
Talore afferro con le orecchie dei suoni e ogni rumore credo che sia
quello del tuo arrivo. Quando nell’illusione è così trascorsa per me la
maggior parte della notte, il torpore si insinua furtivamente nei miei
occhi stanchi. Forse tuo malgrado dormi comunque con me, o crudele, e
sebbene tu non voglia venire di persona, vieni ugualmente. Infatti ora mi
sembra di vederti nuotare già vicino, ora posare le tue braccia bagnate
sulle mie spalle, ora di porgerti, come sono solita, indumenti per le tue
membra grondanti, ora di scaldare il tuo petto stringendolo al mio ed
inoltre molte altre cose che una bocca pudica deve tacere, cose che piace
aver fatto, ma che, una volta fatte, si ha vergogna a raccontare. Me
infelice! Questo piacere è breve ed irreale; perché tu sei solito
andartene sempre con il sonno. Oh se potessimo finalmente unirci più
stabilmente, noi amanti impazienti, e i nostri piaceri non mancassero di
realizzarsi con certezza! Perché trascorro nel gelo tante notti, priva di
te? Perché tante volte stai lontano da me, tu che ti attardi indolente? Il
mare, lo riconosco, non è ancora praticabile a nuoto; ma la notte scorsa
spirava un vento più debole: perché l’hai lasciata trascorrere? Perché
temevi quello che non sarebbe accaduto? Perché è andata sprecata una
opportunità così favorevole e non l’hai subito afferrata? Anche se presto
ti sarà data una analoga possibilità di venire, quella era certamente
migliore, in quanto veniva prima. Ma l’aspetto del mare sconvolto – dirai
– è mutato rapidamente; spesso però, quando ti affretti, arrivi in un
tempo minore. Non avresti nulla di che lamentarti, credo, se fossi
sorpreso qui dalla burrasca e nessuna tempesta potrebbe farti male, mentre
mi tieni abbracciata. Allora certamente ascolterei con piacere il
frastuono dei venti e pregherei che le acque non tornassero mai calme. Ma
cosa è accaduto che ti ha reso più timoroso delle onde e ti fa aver paura
di quel mare che prima sfidavi? Quando venivi, mi ricordo, il mare non era
meno infuriato e minaccioso, o, almeno, non molto meno; quando ti gridavo:
«Sii audace, ma a condizione che io, infelice, non debba piangere sul tuo
coraggio!». Da dove viene questa nuova paura, dove è finita quell’audacia?
Dov’è quel grande nuotatore che sfidava le onde? Ma no, è meglio che tu
sia così piuttosto che come eri prima; fa’ una traversata sicura sul mare
tranquillo – purché tu sia lo stesso; purché ci amiamo così, come tu
scrivi, e quella nostra fiamma non divenga fredda cenere. Io temo non
tanto i venti che ritardano i miei desideri, quanto che il tuo amore vada
errando come il vento e che io non sia più così importante per te; temo
che i pericoli prevalgano sul motivo per affrontarli e di sembrarti una
ricompensa inadeguata alla fatica. Talvolta ho paura di essere danneggiata
dalla mia patria e, in quanto fanciulla tracia, di essere dichiarata
indegna del letto di uno di Abido. Tutto potrei tollerare più facilmente,
ma non che tu trascorra il tempo in ozio, sedotto da qualche rivale, che
le braccia di un’altra si posino sul tuo collo ed un nuovo amore divenga
la fine del nostro. Ah, vorrei morire, piuttosto che essere ferita da
questo oltraggio! Che il mio destino si compia prima della tua colpa! E
non lo dico perché tu mi abbia fatto presagire sofferenze future o perché
insospettita da qualche recente diceria. Ma ho paura di tutto! Chi mai è
sicuro in amore? E poi la distanza costringe chi è lontano a temere di
più. Felici le donne alle quali l’esser presenti fa riconoscere le colpe
reali e impedisce di temere quelle false. Tanto io sono turbata da offese
immaginarie, quanto sono ingannata da quelle vere, ed entrambi gli errori
mi infliggono pari lacerazioni. Oh, se tu arrivassi! O se almeno la causa
del ritardo fosse il vento, o tuo padre e di certo non una donna! Se io
venissi a sapere di una donna, credimi, morirei per il dolore; tradiscimi
subito, se vuoi la mia morte. Ma tu non mi tradirai ed io sono in preda a
vane paure; è la tempesta invidiosa che combatte perché tu non venga. Me
infelice! Da che enormi ondate è battuta la spiaggia, e la luce del giorno
è sparita, occultata da una nube fosca! Forse la madre pietosa di Elle è
giunta al mare e piange la figlia annegata versando lacrime di pioggia;
oppure la matrigna, trasformata in dea marina, sconvolge il mare che trae
il nome dall’odiata figliastra? Questo luogo, com’è ora, non è propizio
alle fanciulle delicate: in queste acque morì Elle, e da queste viene il
mio danno. Ma proprio tu, Nettuno, per il ricordo delle tue passioni, non
dovevi ostacolare con i venti nessun amore, se né Amimone, né Tiro, la più
celebrata per la sua bellezza, sono invenzioni fantastiche di una tua
colpa, né la rilucente Alcione e Calice, figlia di Ecateone e Medusa,
quando i suoi capelli non erano ancora serpenti intrecciati, e la bionda
Laodice e Celeno, accolta in cielo, e quelle di cui mi ricordo di aver
letto i nomi. Di queste cantano certamente i poeti, o Nettuno, e di molte
altre che unirono il loro morbido fianco al tuo. Perché dunque, avendo
sperimentato tante volte la forza dell’amore, ci precludi con una tempesta
il cammino consueto? Calmati, o crudele, e vai a combattere in mare
aperto; è solo uno stretto braccio di mare questo che separa le due terre.
A te grande dio, si addice sballottare grandi navi o infuriare anche
contro flotte intere; ma è vergognoso per il dio del mare incutere terrore
ad un giovane nuotatore, questa è una gloria troppo piccola, anche per uno
stagno qualunque. Certo egli è nobile e di illustre origine, ma non
discende da Ulisse, del quale tu diffidi. Sii clemente e salva entrambi: è
lui che nuota, ma nelle stesse acque stanno sospesi il corpo di Leandro e
la mia speranza. Anche la lanterna ha scoppiettato – scrivo tenendola
accanto -, ha scoppiettato e mi ha dato un segnale di buon augurio. Ecco
la nutrice spruzza il vino sul fuoco bene augurante e dice: «Domani saremo
di più», e lei stessa beve. Fai in modo che siamo di più, scivolando
veloce sul mare domato, tu, che ho accolto nel più profondo del cuore!
Ritorna al tuo accampamento, disertore del nostro reciproco amore. Perché
il mio corpo deve giacere nel mezzo del letto? Non hai da temere. Venere
stessa proteggerà colui che osa, e, nata dal mare, spianerà le vie marine.
Anche a me spesso piace nuotare in mezzo alle onde; ma di solito questo
stretto è più sicuro per gli uomini. Perché infatti mentre Frisso e la
sorella erano trasportati qua sopra, solo la ragazza diede il nome alla
distesa delle acque? Temi forse che ti manchi il tempo per il ritorno o di
non essre in grado di sopportare il peso di una doppia fatica? Allora,
partiti da rive opposte, riuniamoci in mezzo al mare e, all’incontro,
scambiamoci baci a pelo d’acqua, e poi ciascuno torni di nuovo alla sua
città: sarà poco, ma più di niente. Oh, se questo pudore, che ci costringe
ad amarci di nascosto, o questo amore, timoroso di essere divulgato,
volessero arrendersi! Ora questi sentimenti male assortiti, passione e
ritegno, lottano; non so quale seguire: questo offre rispettabilità,
quella piacere. Giasone di Pagase, una volta entrato in Colchide, portò
via a bordo della sua nave veloce la fanciulla del Fasi; l’adultero
dell’Ida, una volta giunto a Sparta, se ne tornò subito indietro con la
sua preda. Ma tu, quanto spesso raggiungi l’oggetto del tuo amore,
altrettanto spesso lo abbandoni e vieni a nuoto tante volte quante sarebbe
faticoso anche per una nave. Tuttavia, o giovane vincitore delle acque
rigonfie, fa’ in modo di sfidare per me il mare, pur sempre temendolo.
Sono state sommerse dal mare navi costruite con perizia: pensi che le tue
braccia possano più dei remi? Ciò che tu desideri, Leandro, i marinai lo
temono: nuotare; di solito questa è la loro sorte quando le navi fanno
naufragio. Me infelice! Non voglio convincerti di ciò che ti spingo a
fare; ti prego, cerca di essere più forte delle mie esortazioni, purché tu
venga e circondi le mie spalle con le tue braccia stanche, tante volte
agitate tra i flutti. Ma ogni volta che mi volgo verso le onde cupe, il
mio cuore in ansia è bloccato da una sensazione di gelo. E non sono meno
turbata da un sogno della notte scorsa, sebbene io l’abbia propiziato con
i miei sacrifici. Sul far dell’aurora, quando ormai il lume sonnecchiava,
nel periodo in cui di solito si fanno i sogni veritieri, dalle dita
allentate dal sonno mi caddero i fili, e appoggiai il capo sul cuscino. A
questo punto mi sembrò di distinguere con certezza un delfino che nuotava
fra le onde increspate dal vento e, dopo che un’ondata lo sbatté sulla
sabbia assetata, il mare e la vita abbandonarono contemporaneamente la
povera bestia. Qualunque cosa significhi, ho paura; e tu non ridere dei
miei sogni e non affidare le tue braccia al mare se non è calmo. E se non
hai riguardo per te, abbi riguardo per la fanciulla amata, io, che mai
sarò salva, se non sarai salvo anche tu. Tuttavia nelle onde infiacchite
c’è speranza di una prossima pace: allora solca con il tuo petto ormai al
sicuro le vie tranquille. Nel frattempo, poiché lo stretto non è
attraversabile a nuoto, la lettera che ti invio addolcisca l’odiosa
attesa.

XX ACONZIO A CIDIPPE

Accogli, o Cidippe, il nome dell’odiato Aconzio, di colui che ti trasse in
inganno con la mela. Non avere paura! Qui tu non dovrai nuovamente giurare
a colui che ti ama: è sufficiente che tu ti sia promessa a me una volta.
Leggi fino in fondo: possa così allontanarsi la malattia da questo tuo
corpo, poiché è un dolore per me se ti duole in qualche sua parte. Perché
il rossore ti sale in volto? Immagino infatti che le tue guance pudiche
siano arrossite, come una volta nel tempio di Diana. Ti chiedo il
matrimonio e la fedeltà promessa, non un amore illecito; ti amo come uno
sposo a te destinato, non come un adultero. È bene che tu ripeta le parole
che il frutto staccato dall’albero e gettato da me, portò alle tue caste
mani: lì troverai che mi prometti ciò che io spero sia tu a ricordare,
piuttosto che la dea. Ora io desidero ancora la stessa cosa, ma il mio
desiderio è molto più forte; la fiamma ha preso vigore e si è alimentata
con l’attesa, e quell’amore che non fu mai piccolo, ora per la lunga
attesa e per la speranza che mi avevi data, è cresciuto. Tu mi avevi dato
la speranza e questa mia passione ha avuto fiducia in te: non puoi negare
che così sia avvenuto, ne è testimone la dea. Era lì, presente, e fece
attenzione alle tue parole e parve approvare con un movimento della chioma
ciò che tu dicevi. Potrai anche affermare di essere stata sorpresa dal mio
inganno, purché si adduca l’amore come motivo del mio inganno. A che cosa
mirava il mio inganno se non a che io mi unissi unicamente a te? Ciò di
cui ti lamenti può procurarmi il tuo favore. Io non sono tanto scaltro né
per carattere né per abitudine: credimi, fanciulla, sei tu a rendermi
astuto. Ti ha legata abilmente a me Amore ingegnoso, con parole che ho
scritto io, se pure ho fatto qualcosa. Ho stretto il patto nuziale con
parole dettate da lui e fu Amore come giureconsulto a rendermi astuto.
Questo mio gesto sia pure chiamato frode e mi si dica pure ingannatore, se
è inganno voler possedere l’oggetto del proprio amore. Ecco che scrivo di
nuovo e ti invio parole di supplica: questo è un secondo inganno, e hai di
che lamentarti. Se agisco male perché ti amo, continuerò per sempre, lo
confesso, ad agire male e cercherò di averti, per quanto tu ti opponga,
cercherò sempre di averti! Altri hanno rapito con le armi le fanciulle che
volevano: una lettera scritta con accortezza sarà per me una colpa? Gli
dèi facciano sì che io ti possa avvincere con molti nodi in modo che la
tua promessa non ti dia alcuna via d’uscita. Mi restano mille inganni: sto
sudando in fondo alla salita; il mio desiderio ardente non permetterà che
resti nulla di intentato. Ci sia pure il dubbio se ti si può conquistare,
è però certo che tenterò di conquistarti. La soluzione finale è in mano
agli dèi, ma alla fine sarai conquistata. Anche se ne eviterai una parte,
non sfuggirai a tutte le reti che Amore ti ha teso, più numerose di quante
tu creda. Se non gioveranno le astuzie, ricorrerò alle armi, tu sarai
rapita e portata fra le braccia di chi ti desidera. Io non sono uno solito
biasimare l’impresa di Paride, né di chiunque si comportò da uomo, per
poter essere marito. Anch’io… ma taccio. Se la punizione per questo
rapimento fosse la morte, sarà inferiore al non averti avuta. Oppure
dovevi essere meno bella, non saresti desiderata a tal punto: è la tua
bellezza che mi costringe ad essere audace. Sei tu a suscitare questo ed i
tuoi occhi che superano anche il fulgore delle stelle e che destarono la
mia passione infuocata; suscitano questo i tuoi capelli biondi ed il collo
eburneo e le mani che vorrei si allacciassero al mio collo e la tua grazia
ed il tuo aspetto riservato, senza essere scontroso ed i tuoi piedi quali,
credo, forse nemmeno Teti possiede. Se potessi lodare il resto sarei anche
più felice e non dubito che tutto l’insieme sia uguale a se stesso. Non
c’è da stupirsi se, spinto da questa bellezza, ho voluto avere la garanzia
della tua parola. Infine, purché tu sia costretta ad ammettere di essere
stata conquistata, sii pure una fanciulla conquistata dai miei inganni.
Sopporterò il discredito: a chi sopporta sia dato il premio dovuto: perché
manca la ricompensa a una colpa così grande? Telamone conquistò Esione,
Achille Briseide, entrambe seguirono il vincitore come loro signore.
Accusami quanto vuoi e sii pure in collera, purché, anche se in collera,
io abbia la possibilità di goderti. Io che la provoco, placherò l’ira
causata, solo che mi sia data una piccola opportunità di addolcirti. Mi
sia consentito di stare in lacrime al tuo cospetto e di aggiungere al mio
pianto parole opportune e di tendere le mani supplichevoli alle tue
ginocchia, come fanno di solito i servi quando temono di essere fustigati
duramente. Tu ignori i tuoi diritti: citami in giudizio! Perché accusi un
assente? Ordinami di venire subito come usano le padrone. Puoi strapparmi
tu stessa, da tiranna, i capelli e illividire il mio volto con le tue mani
– sopporterò tutto fino in fondo; forse avrò solo paura che la tua mano si
ferisca sul mio corpo. Ma non mi legare né con ceppi né con catene: sarò
tenuto incatenato dall’amore incrollabile che ho per te. Quando la tua
collera si sarà saziata adeguatamente e a volontà, sarai tu stessa a dire:
«Con quanta tenacia mi ama costui!». Sarai tu stessa a dire: «Sia mio
schiavo costui, che fa lo schiavo così bene». Ora, infelice, sono accusato
in mia assenza e la mia causa, sebbene sia eccellente, è persa, perché non
c’è nessuno a difenderla. Ammettiamo pure, come tu vuoi, che ciò che ho
scritto sia illegale, certamente hai di che lamentarti solo nei miei
riguardi. Ma anche la dea di Delo non ha meritato di essere ingannata con
me, se non vuoi mantenere la tua promessa con me, mantienila con la dea!
Era presente e vide quando tu ingannata arrossivi e ripose le tue parole
nell’orecchio che non dimentica. Che i presagi non si avverino! Non c’è
nulla di più violento di lei, quando vede offesa la sua divina maestà,
cosa che non vorrei. Ne sarà testimone il cinghiale di Calidone, davvero
crudele, ma la madre nei confronti del figlio si dimostrò più crudele di
lui; ne sarà testimone anche Atteone, creduto un giorno una belva da
quelli con i quali egli stesso prima aveva ucciso le belve, e quella madre
superba, il cui corpo si trasformò in sasso, che sta ancor oggi stillando
lacrime sul territorio migdonio. Ahimè Cidippe, esito a confessarti la
verità, perché non sembri che io voglia consigliarti subdolamente nel mio
interesse. Bisogna tuttavia che io parli: è questo il motivo, credimi, per
cui tu cadi ripetutamente malata, proprio al momento delle nozze: la dea
si prende cura di te e si preoccupa che tu non divenga spergiura e
desidera che tu sia salva, fatta salva la tua lealtà. Perciò accade che,
tutte le volte che tu provi ad infrangere il giuramento, altrettante volte
ella pone rimedio al tuo errore. Cessa di provocare il crudele arco della
vergine indomita: se tu lo consenti, può ancora diventare indulgente.
Cessa, ti supplico, di sfinire con la febbre il tuo tenero corpo, sia
salvata questa tua bellezza, perché io possa goderla. Sia salvato il tuo
volto, nato per infiammarmi di passione e quel delicato rossore, che
affiora sul tuo viso dal candore di neve. E ai nemici e a chiunque si
oppone a che tu divenga mia, accada quello che di solito accade a me,
quando tu sei malata. Che tu stia per sposarti, o che tu sia malata, io mi
tormento allo stesso modo, e non posso dire cosa augurarmi di meno.
Talvolta mi travaglia il pensiero di essere io la causa del tuo dolore e
penso di farti del male con la mia astuzia. Ricadano sulla mia testa, per
carità, i falsi giuramenti della mia padrona! Che lei sia salva per merito
della mia punizione! Per sapere come stai, spesso mi aggiro segretamente
qua e là davanti alla tua porta, in preda all’angoscia; seguo di nascosto
la tua ancella o un servo, chiedendo quale giovamento ti abbia recato il
sonno o il cibo. Me infelice, che non posso provvedere alle prescrizioni
dei medici, né accarezzarti le mani, né sedere sul tuo letto! E
doppiamente infelice, perché mentre io sono tenuto lontano da lì, forse,
accanto a te, c’è l’altro, quello che meno vorrei! È lui che ti accarezza
le mani e siede accanto a te malata, odioso agli dèi e con gli dèi anche a
me, e mentre con il pollice cerca di sentire le pulsazioni della vena,
spesso, con questo pretesto, ti stringe le candide braccia e ti tocca il
seno e forse ti bacia: questa ricompensa è troppo per il suo operato. Chi
ti ha permesso di mietere prima di me le mie messi? Chi ti ha aperto la
via al raccolto di un altro? Questo seno è mio! Tu rubi in modo infame
baci che sono miei! Togli le mani da quel corpo promesso a me! Togli le
mani, sfacciato! Quella che tocchi sarà mia: se poi continuerai a farlo,
sarai un adultero. Tra le fanciulle libere scegline una che un altro non
rivendichi a sé; se non lo sai, questo bene ha un suo padrone! Non vuoi
credermi? Sia letta la formula del giuramento; e perché tu non dica che è
falsa, fa che la legga lei stessa. Esci dal talamo di un altro – a te,
proprio a te lo dico! – Esci! Cosa fai qui? Questo letto non è vacante.
Infatti anche se disponi di un altro patto analogo al mio, non per questo
la tua causa sarà pari alla mia. Lei si è promessa a me, suo padre l’ha
promessa a te, lui è il primo dopo di lei, ma certamente lei è più vicina
a se stessa di quanto suo padre lo sia a lei. Il padre l’ha promessa, ma
lei ha fatto un giuramento a colui che la ama. Il padre ha avuto come
testimoni gli uomini, lei una dea. Lui teme di essere chiamato bugiardo,
lei anche spergiura; hai forse dei dubbi se questo o quello sia il timore
più grande? Infine perché tu possa commisurare il rischio di entrambi,
considera le conseguenze: lei è malata, lui sta bene. Anche noi rivali
siamo in gara con sentimenti diversi: per noi non c’è pari speranza, né
uguale timore. Tu avanzi una richiesta senza rischiare, per me un rifiuto
è più grave della morte ed io già amo, quello che tu, forse, amerai. Se ti
fossi preoccupato della giustizia e del diritto, tu stesso avresti dovuto
ritirarti davanti alla mia passione. Ora, poiché quest’uomo senza cuore
combatte per una causa ingiusta, la mia lettera, Cidippe, torna a
rivolgersi a te. Quest’uomo fa sì che tu cada malata e sia malvista da
Diana: se fossi saggia, dovresti impedirgli di oltrepassare la tua soglia!
Sei esposta a così grave pericolo di vita a causa del suo comportamento e
vorrei che al posto tuo morisse lui, che provoca questo pericolo! Se lo
respingerai e non amerai quest’uomo che la dea disapprova, sarai
immediatamente salva e anch’io certamente lo sarò. Cessa di temere,
fanciulla; godrai di una salute durevole, solo abbi cura di onorare il
tempio che è testimone della tua promessa. Non è il sacrificio di un bue
che rallegra i numi celesti, ma l’impegno, che si deve mantenere anche
senza testimoni. Alcune donne per stare bene sopportano ferro e fuoco; ad
altre reca aiuto, sia pure sgradevole, una amara medicina. Tu non hai
bisogno di questi rimedi: evita soltanto di violare il giuramento e salva
al tempo stesso te, me e la parola data. L’ignoranza ti procurerà il
perdono della colpa passata: il giuramento letto ti era sfuggito dalla
mente, ma ora ti hanno messa sull’avviso le mie parole e queste ricadute,
che subisci regolarmente ogni volta che tenti di infrangerlo. Ma anche se
tu riuscissi ad evitarle, la supplicherai davvero al momento del parto, di
porgerti l’aiuto delle sue mani che portano alla luce? Ti udirà.
Ricordando ciò che una volta aveva ascoltato ti domanderà da quale marito
provenga questa prole. Le prometterai un’offerta votiva: ma lei sa che fai
false promesse. Giurerai: ma lei sa che sei capace di ingannare gli dèi.
Non si tratta di me: sono tormentato da una preoccupazione più grande: il
mio cuore è in pena per la tua vita. Perché lasci all’oscuro della tua
colpa i tuoi genitori che, sgomenti, poco fa ti piangevano tra la vita e
la morte? E perché non la conoscono? Puoi raccontare tutto a tua madre:
nella tua azione, Cidippe, non c’è nulla di cui arrossire. Cerca di
raccontarle tutto per ordine: dapprima come ti ho conosciuta, mentre lei
stessa compiva i sacri riti della dea armata di faretra; come, non appena
ti vidi, se per caso te ne sei accorta, io mi sia arrestato con gli occhi
fissi sulla tua figura e come, mentre ti guardavo con molta insistenza,
segno inequivocabile di passione, mi cadde il mantello, scivolando giù
dalle spalle. Racconterai che poi ti capitò davanti, rotolando non si sa
da dove, una mela che portava scritte parole insidiose, formulate ad arte;
e poiché vennero lette alla sacra presenza di Diana, rimanevi vincolata al
tuo impegno essendo testimone la dea. Perché tua madre non ignori qual’è
il contenuto dello scritto, ripetile anche ora le parole lette a quel
tempo. Ti dirà: «Sposa, ti prego, l’uomo al quale ti uniscono le divinità
propizie; sia mio genero colui che hai giurato lo sarebbe stato. Mi deve
piacere, chiunque sia, poiché prima di tutto piace a Diana». Così dirà tua
madre, se solo sarà una madre. Ma tuttavia bada che chieda chi sono e
qual’è la mia condizione: si accorgerà che la dea ha avuto cura di voi.
Un’isola di nome Ceo, un tempo assai frequentata dalle ninfe Coricie, è
circondata dal mare Egeo: quella è la mia patria e, se voi apprezzate la
nobiltà di lignaggio, non mi si può rimproverare di essere nato da
antenati oscuri. Ho anche ricchezze e costumi irreprensibili; e anche se
non avessi null’altro, mi unisce a te Amore. Tu aspireresti ad un marito
così anche se non lo avessi giurato; ma, avendo giurato, anche se non
fosse così, dovresti accettarlo! Mi ordinò in sogno di scriverti queste
parole Febe cacciatrice, e quando ero sveglio me l’ordinò Amore. Mi hanno
già colpito le frecce di uno di loro: bada che non colpiscano te quelle
dell’altra! La nostra salvezza è congiunta: abbi pietà di me e di te.
Perché esiti a portare l’unico aiuto valido per entrambi? Se questo
accadrà, quando ormai risuonerà il segnale stabilito e Delo sarà tinta del
sangue dei sacrifici promessi in voto, verrà offerta una immagine d’oro
della mela propizia ed il motivo starà scritto in due brevi versi:
«Aconzio, con l’immagine di questa mela, testimonia che è stato adempiuto
ciò che su di essa venne scritto». Perché questa lettera troppo lunga non
affatichi il tuo corpo provato dalla malattia e termini come consuetudine:
addio!

XXI CIDIPPE AD ACONZIO

Mi è giunta la tua lettera, Aconzio, dove è solita giungere e ha quasi
insidiato i miei occhi. Ho avuto molta paura ed ho letto il tuo scritto in
silenzio, perché la mia lingua, inconsapevolmente, non giurasse su qualche
divinità. E credo che tu mi avresti di nuovo ingannata se, come tu stesso
ammetti, non sapessi che è sufficiente esserti stata promessa una volta. E
stavo per non leggere, ma, se fossi stata inflessibile con te, forse
sarebbe aumentata la collera inesorabile della dea. Benché faccia di
tutto, benché offra a Diana il sacro incenso, ella tuttavia ti favorisce
più del giusto e, come vuoi che si creda, ti difende con la sua collera
che non dimentica: a mala pena con il suo Ippolito si comportò così. Ma
lei, vergine, avrebbe fatto meglio a proteggere i miei verginali anni, che
temo ella voglia siano pochi per me. Infatti il mio indebolimento persiste
senza una causa apparente ed io, spossata, non trovo giovamento nell’aiuto
di nessun medico. Lo credi che sono indebolita al punto di scrivere questa
risposta a fatica e che a fatica riesco a sollevare, appoggiando sul
gomito, le mie membra esangui? Ora si aggiunge il timore che qualcuno,
oltre alla nutrice al corrente di tutto, si accorga che fra noi c’è un
colloquio epistolare. Costei siede davanti alla porta e a coloro che
chiedono che cosa io stia facendo dentro, risponde: «Dorme», perché mi sia
possibile scriverti in tranquillità. Poi, quando il sonno, il migliore
pretesto per un lungo isolamento, cessa di essere credibile per
l’eccessiva durata e quando ormai lei vede arrivare chi sarebbe difficile
non lasciare entrare, tossisce e mi avverte con il segnale convenuto. In
fretta lascio le parole incompiute, così come erano e la lettera iniziata
viene nascosta nel mio seno trepidante. Quando poi la riprendo di lì,
affatica di nuovo le mie dita: vedi tu stesso che grande sforzo sia per
me. Possa io morire se, a dire il vero, tu ne eri degno; ma io sono più
generosa del dovuto e di quanto tu meriti. Dunque io, tante volte in
precarie condizioni di salute per causa tua, sono e sono stata punita per
le tue trovate? Questa è la ricompensa che mi è toccata perché tu esalti
lo splendore della mia bellezza e l’esserti piaciuta si ritorce contro di
me? Se ti fossi sembrata brutta, cosa che preferirei, il mio corpo
disprezzato non avrebbe bisogno di nessun aiuto; ora mi lamento perché
sono ammirata, ora mi fate morire con la vostra rivalità e sono io ad
essere colpita proprio dalle mie stesse doti. Mentre tu non ti ritiri e
quell’altro non si considera secondo, mentre tu contrasti le sue
aspirazioni, egli le tue, io sono sballottata come una nave che il soffio
di Borea senza tregua sospinge al largo e la furia delle onde respinge
indietro; e quando è imminente il giorno sperato dagli amati genitori,
contemporaneamente una febbre incontrollata si impadronisce del mio corpo.
Ora, al momento stesso delle mie nozze, la spietata Persefone bussa
anzitempo alla mia porta. Ormai mi vergogno e temo, benché io non ne abbia
coscienza, di dare l’impressione di aver meritato lo sdegno degli dèi. Uno
pretende che questo fenomeno avvenga per caso, un altro afferma che questo
sposo non è gradito agli dèi. E non credere che non vi siano dicerie anche
contro di te; certuni attribuiscono questi avvenimenti ai tuoi sortilegi.
Il motivo è occulto, ma il mio male è evidente; mentre voi respingete la
pace e provocate aspri scontri, io ne sono vittima. Ma dimmi, e ingannami
come è tuo solito: che cosa farai per odio, se per amore mi fai così male?
Se fai del male al tuo amore, il nemico lo amerai con giudizio; ti prego
allora, per salvarmi, di avere l’intenzione di volermi rovinare! O non ti
preoccupi più, ormai, della fanciulla desiderata, che tu, crudele, lasci
morire per un male che non merita, oppure, se invano supplichi per me la
dea implacabile, perché ti vanti con me? Non sei affatto nei suoi favori.
Scegli cosa dare ad intendere; non vuoi placare Diana: allora ti sei
dimenticato di me; non ne sei capace: allora è lei che si è dimenticata di
te. Preferirei non avere mai conosciuto Delo nelle acque dell’Egeo, o
almeno, non in quelle circostanze. Allora la mia nave affrontò un mare
difficile e l’ora di inizio del viaggio fu infausta. Con quale piede mi
incamminai? Con quale piede uscii dalla soglia? Con quale piede toccai il
tavolato dipinto della nave veloce? Due volte le vele furono respinte dal
vento contrario: ma sono pazza, mento! Era favorevole. Era favorevole quel
vento che mi respingeva mentre proseguivo e che mi impediva un viaggio
malaugurato. Oh, se fosse stato costante contro le mie vele! Ma è sciocco
lamentarsi della mutevolezza del vento. Sollecitata dalla fama del luogo,
avevo fretta di visitare Delo e mi sembrava di avanzare su di una
imbarcazione pigra; quante volte rimproverai la lentezza dei remi e mi
lamentai che venisse data poca velatura al vento! E avevo già superato
Micono, già Teno e Andro e ormai Delo, la luminosa, era davanti ai miei
occhi. Come la vidi da lontano dissi: «Isola perché mi sfuggi? Vai forse
errando, come per il passato, nel vasto mare?». Ero scesa a terra al
cadere del giorno, quando ormai il Sole stava per togliere il giogo ai
suoi cavalli purpurei. Quando poi il dio li richiamò al consueto levarsi,
per ordine di mia madre mi vengono acconciati i capelli. Ella stessa mi
mise alle dita pietre preziose e oro fra i capelli e fu proprio lei a
ricoprirmi le spalle con una veste. Appena uscite onoriamo gli dèi ai
quali è consacrata l’isola e offriamo biondo incenso e vino. E mentre mia
madre tinge l’altare del sangue delle vittime e getta le viscere a pezzi
tra le fiamme fumanti, la mia nutrice sollecita mi guida in altri templi e
ci aggiriamo qua e là per i luoghi sacri. Ora passeggio sotto i portici,
ora ammiro i doni dei re e le statue che si innalzano ovunque. Ammiro
anche l’altare costruito con innumerevoli corna e l’albero al quale si
appoggiò la dea partoriente e inoltre tutto quello che Delo possiede – non
ricordo, e non ho voglia di descrivere tutto ciò che vidi in quel luogo.
Forse, mentre guardavo queste cose ero guardata da te, Aconzio, e la mia
semplicità ti sembrò facile preda. Ritorno al tempio di Diana, che si erge
alto sui gradini: quale luogo doveva essere più sicuro di questo? Viene
gettata davanti ai miei piedi una mela con versi di questo tenore…
Ahimè, stavo quasi per ripeterti il giuramento! La mia nutrice la raccolse
e, stupefatta, mi disse: «Leggi bene!» – ed io lessi, o grande poeta, il
tuo inganno. Nel pronunciare la parola matrimonio, turbata per la vergogna
sentii che le mie guance erano completamente arrossite e tenevo gli occhi
come inchiodati al grembo, occhi divenuti complici del tuo proposito.
Perché, disonesto, gioisci? Quale gloria pensi di aver acquistato o quale
merito hai come uomo per esserti preso gioco di una fanciulla inesperta?
Io non ti stavo innanzi munita di pelta e con una scure in pugno, come
Pentesilea in territorio troiano; tu non hai riportato come bottino di
guerra nessuna cintura di Amazzone d’oro cesellato, come quella presa a
Ippolita. Perché ti inorgoglisci se le tue parole mi hanno ingannata e io,
fanciulla poco avveduta, sono caduta nel tuo tranello? Una mela ha
ingannato Cidippe, una mela la figlia di Scheneo: tu, ora, sarai dunque un
secondo Ippomene? Ma sarebbe stato meglio, se davvero ti possedeva questo
fanciullo che tu dici avere non so quali fiaccole, seguire la consuetudine
dei galantuomini e non guastare la speranza con un inganno: tu avresti
dovuto persuadermi con le preghiere, non vincermi a tradimento. Perché,
dal momento che mi volevi, non ritenevi di dover manifestare i motivi per
i quali io dovevo scegliere te? Perché volevi costringermi piuttosto che
persuadermi, se potevo essere conquistata dopo aver ascoltato la tua
proposta di matrimonio? Che vantaggio ti porta la formula di un giuramento
e che la mia lingua abbia chiamato a testimone la dea presente? È la mente
che giura: io non ho giurato nulla con quella; solo la mente può
aggiungere fede alle parole. Giurano la volontà e la decisione consapevole
dell’animo e nessun obbligo ha valore se non quelli contratti per propria
convinzione. Se di mia volontà ti promisi le nozze con me, esigi il dovuto
diritto del letto promesso. Ma se non ti ho dato nulla, se non una voce
senz’anima, possiedi inutilmente parole svuotate del loro valore. Non sono
io che ho giurato, io ho letto le parole di un giuramento: non dovevo
sceglierti come marito in questo modo. Inganna altre, così; sostituisci
una lettera alla mela; se questo metodo funziona, porta via ai ricchi i
loro grandi patrimoni. Fa’ giurare ai re di darti i loro regni e che sia
tua qualunque cosa ti piaccia, in tutto il mondo! Sei molto più grande,
credimi, della stessa Diana, se una tua lettera ha un potere tanto
efficace. Tuttavia, dopo averti detto questo ed essermi rifiutata a te con
fermezza, dopo aver esaurientemente esposto il motivo della mia promessa,
temo, lo confesso, la collera della inflessibile figlia di Latona e ho il
sospetto che venga di là la malattia che affligge il mio corpo. Infatti
perché ogni volta che vengono preparate le cerimonie nuziali, altrettante
volte il corpo della promessa sposa cade malato? Per tre volte Imeneo,
arrivando dinanzi agli altari preparati per me, è fuggito volgendo le
spalle sulla soglia del talamo; a fatica si rianimano le fiaccole tante
volte alimentate dalla sua mano svogliata, a fatica tiene accese le torce,
agitando la fiamma. Spesso dai suoi capelli inghirlandati stillano
unguenti e trascina il mantello splendente di croco. Non appena ha toccato
la soglia e vede lacrime e paura di morte e molte cose che contrastano con
i suoi ornamenti, egli stesso leva via le corone dalla fronte, le getta
lontano e deterge dalle chiome rilucenti il denso amomo; si vergogna di
apparire gioioso in un triste consesso e quel rossore che era sul manto
passa sul suo viso. Ma le mie membra, ah sventurata! bruciano di febbre e
le coperte mi pesano più del dovuto; vedo i miei genitori in lacrime chini
sul mio viso e al posto della fiaccola nuziale, mi è accanto la fiaccola
di morte. Dea che ti compiaci della faretra dipinta, abbi pietà di chi
soffre e concedimi l’aiuto salutare di tuo fratello. È vergognoso per te
che sia lui ad allontanare le cause della mia morte e che sia tu, al
contrario ad avere la responsabilità della mia fine. Forse quando volevi
lavarti in una sorgente ombrosa, ho diretto, incauta, il mio sguardo al
tuo bagno? O forse, fra tanti altari degli dèi, ho trascurato i tuoi, o
vostra madre è stata disprezzata da mia madre? Io non ho commesso nessuna
colpa se non quella di aver letto un falso giuramento, di essere stata
capace di leggere versi infausti. Offri anche tu incenso per me, se il tuo
amore non è una finzione; mi rechino aiuto le mani che mi hanno fatto del
male! Perché colei che si adira, se non è ancora tua la fanciulla che ti è
stata promessa, non fa in modo che possa diventarlo? Finché sono viva,
puoi sperare tutto da me: perché la dea crudele toglie a me la vita, a te
la speranza di avermi? E tu non credere che colui al quale sono destinata
in moglie, tocchi con le sue mani il mio corpo malato e lo accarezzi!
Certo, egli mi siede accanto, per quanto gli è concesso, ma non dimentica
che il mio è il letto di una vergine. Sembra anche che ormai si sia
accorto di qualcosa sul mio conto, spesso infatti gli scendono lacrime per
un motivo segreto; mi accarezza con meno ardore e raramente… qualche
bacio e con voce incerta mi chiama sua; e non mi stupisco che se ne sia
accorto, dal momento che mi tradisco con segni evidenti: quando lui
arriva, mi giro sul fianco destro, non parlo, fingo di dormire, tenendo
gli occhi chiusi e respingo la sua mano che cerca di toccarmi. Geme e
sospira in silenzio dal profondo del petto e ritiene che io sia offesa,
sebbene lui non lo meriti. Ahimè, tu ne gioisci e ti piace questo
spettacolo! Ahimè, ti ho confessato i miei sentimenti! Invece tu, che mi
tendevi le reti, meriteresti a maggior diritto la mia collera se io fossi
capace di provarne! Mi scrivi che ti sia concesso di venire a visitare il
mio corpo malato – sei lontano da me e tuttavia anche da lì mi fai del
male. Ero curiosa di sapere perché tu ti chiamassi Aconzio: è perché
possiedi una punta acuminata che ferisce a distanza. Sicuramente io non mi
sono ancora ristabilita da una tale ferita, colpita a distanza dal tuo
scritto come da un giavellotto. Ma perché vorresti venire qui? Senza
dubbio per vedere un corpo che muove a compassione, doppio trofeo del tuo
ingegno! Sono consunta dalla magrezza, il mio incarnato è esangue come, mi
ricordo, era il colore della mela. Il candore del mio viso non traspare
più, luminoso, sotto un diffuso rossore: tale è solitamente l’aspetto del
marmo appena tagliato, tale è il colore dell’argento nei banchetti, che si
appanna al gelido contatto dell’acqua. Se mi vedessi ora, diresti di non
avermi mai vista prima; dirai: «Questa non è donna che meriti di essere
conquistata con la mia astuzia». Mi dispenserai dal mantenere la promessa,
perché non debba unirmi a te e desidererai che la dea non se ne ricordi.
Forse farai anche in modo che io giuri di nuovo il contrario e mi invierai
un’altra formula da leggere. Tuttavia vorrei che tu riuscissi a vedermi,
come tu stesso chiedevi e … lo stato di indebolimento della tua promessa
sposa. Anche se tu, Aconzio, hai un cuore più duro del ferro, tu stesso
chiederesti perdono per le mie parole. Tuttavia, perché tu lo sappia, si
sta chiedendo a Delfi, al dio che vaticina il destino, con quale mezzo io
possa recuperare la salute. Anche lui (non so… mormorano voci
imprecisate) anche lui, che è stato ugualmente testimone, si lamenta, che
non sia stata mantenuta la parola data. Questo dice il dio e vate, questo
dicono anche i miei versi, ma al tuo desiderio non manca nessun verso! Da
dove ti viene questo favore? A meno che tu non abbia trovato per caso un
nuovo scritto, la cui lettura inganni i grandi dèi; e se tu tieni dalla
tua parte gli dèi, anch’io seguo il volere divino e di buon grado, secondo
i tuoi desideri, ti porgo le mie mani, ormai vinte. Ho confessato a mia
madre il patto stretto dalla mia lingua ingannata, tenendo gli occhi fissi
a terra, pieni di vergogna. Il resto dipende da te; io ho fatto anche più
di quanto dovesse una fanciulla, poiché la mia lettera non ha avuto timore
di parlare con te. Ho già affaticato abbastanza con la penna le mie deboli
membra e la mia mano malata rifiuta di prolungare il suo compito. Che mi
resta da dire, se non che la mia lettera aggiunga l’augurio di buona
salute che desidero ormai godere con te?

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