“Come sa di sale lo pane altrui”. Le profezie dell’esilio nella “Commedia”


Le profezie dell’esilio

Precedenti
Dante immagina di compiere il suo eccezionale viaggio nell’oltremondo in modo analogo al percorso di Enea nei Campi Elisi, narrato da Virgilio nell’Eneide, ed alla visione di Paolo di Tarso sulla via di Damasco, narrata da Paolo stesso nella seconda Lettera ai Corinzi (cfr. Inf. II).
Il viaggio di Enea ha un fine importante, quello di ricevere dal padre Anchise la profezia sul suo destino di fondatore di Roma, evento provvidenziale da cui avrebbe preso origine l’Impero romano.
Anche il rapimento di Paolo al terzo cielo è voluto da Dio, giustificato dall’esigenza di acquisire argomentazioni per la fede, che è principio della salvezza.
Per questi motivi era stato concesso ad Enea e a Paolo di percorrere l’oltremondo ancora da vivi. Analogo è il “fatale andare” di Dante “in pro del mondo che mal vive” (Pg. XXXII, 103). Anche per lui esiste un destino straordinario, che è quello di percorrere ancor vivo l’oltremondo, passando attraverso i cerchi infernali per conoscere le punizioni eterne da Dio stabilite per i peccatori, quindi su per le cornici del Purgatorio, partecipando al processo di espiazione dei purganti, per arrivare alla contemplazione della Candida Rosa dei beati.

Motivazioni
Nel Paradiso l’avo Cacciaguida (Pd. XV-XVII) chiarisce il significato della missione di Dante, ricollegandola da una parte al progetto di salvezza di Dio per gli uomini, per mezzo della conoscenza del peccato e della beatitudine, dall’altra al destino terreno del poeta.
Proprio in quest’ambito si inquadra infatti l’esilio da Firenze ingiustamente subito dal poeta.
Cacciaguida riporta l’esilio di Dante nell’ambito della situazione fiorentina del 1300, indicandone nella corruzione della curia pontificia il primo responsabile.

Profezie
Già in altri luoghi della Divina Commedia Dante aveva fatto cenno al suo destino di esule, sempre sotto la forma della profezia, in stretta connessione quindi con il carattere di utopia che egli proponeva per il suo viaggio, al di là quindi degli angusti limiti del tempo e dello spazio.
Nell’Inferno vari personaggi, con toni diversi, profetizzano a Dante l’esilio.
Provocato da Dante, che gli ricorda come i guelfi, cacciati due volte da Firenze, riuscirono a “tornar d’ogni parte”, mentre i ghibellini, e soprattutto gli Uberti, dopo la cacciata dalla città a seguito della sconfitta di Manfredi nella battaglia di Benevento del 1266, non “appreser ben quell’arte” di saper tornare in patria, Farinata degli Uberti replica profetizzando, con tono fazioso e pungente, che anche il poeta saprà presto come sia “arte” difficile per un esule rientrare in patria.

Ma non cinquanta volte fia raccesa
la faccia de la donna (la luna) che qui regge,
che tu saprai quanto quell’arte pesa.
. (Inf. X, 77-81)

Brunetto Latini, con tono affettuoso e dolente, annuncia all’allievo di un tempo che i suoi concittadini, discendenti da quei Fiesolani che si erano schierati con Catilina, opponendosi così alla costruzione dell’impero romano, voluto dalla Provvidenza divina, ripagheranno con il male il “ben far”, cioè l’integrità dimostrata da Dante nel ricoprire cariche pubbliche…

quell’ingrato popolo maligno (i Fiorentini)
che discese di Fiesole ab antico,
e tiene ancor del monte e del macigno,
ti si farà, per tuo ben far, nimico
… (Inf. XV, 61-64)

Vanni Fucci, infine, irato per essere stato riconosciuto da Dante e perché sarà svelata la giusta punizione della “vita bestial” che tanto gli piacque, dice:

Ma perché di tal vista tu non godi
se mai sarai di fuor da’ luoghi bui
(i cerchi infernali),
apri gli orecchi al mio annunzio, e odi … (Inf XXIV,140-142)

Vanni preannuncia così la cacciata dei Neri da Pistoia, il capovolgimento politico di Firenze, in cui i Bianchi saranno sostituiti al governo dai Neri, ed i continui scontri militari in cui i Bianchi saranno spesso sconfitti.
“E detto l’ho perché doler ti debbia” conclude Vanni Fucci, chiarendo che le sue parole sono state pronunciate al solo scopo di far soffrire Dante, di cui conosce le convinzioni politiche, ed insieme per alimentare in lui il dubbio che tali avvenimenti possano avere un doloroso riflesso sulla sua vita privata.

Nel Purgatorio predicono a Dante l’esilio Corrado Malaspina ed Oderisi da Gubbio.
Corrado annuncia come non trascorreranno sette primavere che il poeta avrà modo di confermare, con l’esperienza personale della sua generosità, la buona opinione che già ha della famiglia Malaspina.

cotesta cortese oppinïone
ti fia chiavata
(inchiodata) in mezzo de la testa
con maggior chiovi che d’altrui sermone

(con maggiori argomentazioni che l’opinione comune). (Pg. VIII, 136-138)

Oderisi da Gubbio, infine, accomuna la sofferenza spirituale del poeta a quella di Provenzan Salvani, suo compagno di espiazione nella I Cornice.
Come Provenzano, per liberare un suo amico dalle prigioni di Carlo I d’Angiò, “si condusse a tremar per ogne vena”(Pg. XI, 138) per l’umiliazione, così i “vicini”, i concittadini fiorentini, faranno in modo che il poeta possa comprendere, per esperienza diretta, questa sofferenza spirituale.

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