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#MATURITÀ2019: TUTTE LE NOVITÀ E… NUOVE PREOCCUPAZIONI

Sembra essere proprio tormentato il “nuovo” Esame di Stato che gli studenti di quinta dovranno affrontare tra pochi mesi. Tante novità che, seppur con le buone intenzioni che non si possono mettere in dubbio (anche Matteo Renzi aveva varato la #buonascuola con le migliori intenzioni, o no?), non danno l’idea di una “riforma” vera e propria, piuttosto trasmettono quella di un rattoppamento e raffazonamento dell’esistente tanto per non smentire l’obiettivo dell’attuale governo che fin da subito si è autoproclamato “governo del cambiamento”.

Già dalla scorsa estate il ministro del Miur Marco Bussetti aveva preannunciato alcuni “cambiamenti”: via l’Alternanza scuola-lavoro che non è più vincolante per l’ammissione all’esame (ma rimarrà nel curriculum seppur con un nome diverso e minor numero di ore obbligatorie), via la terza prova scritta per far posto alle prove nazionali elaborate dall’Invalsi, anch’esse non vincolanti però obbligatorie, via il saggio breve dalla prima prova scritta, via la tesina come introduzione al colloquio, rivisitati tutti i punteggi del credito formativo per dare il giusto rilievo al percorso scolastico fatto dagli allievi dalla terza classe in poi. Già preannunciata e ora confermata anche la rivoluzione della seconda prova, detta “mista”, giusto per aggiungere un “cambiamento” che altro non è che una nuova preoccupazione per studenti e docenti.

Attraverso un comunicato via You Tube – come si conviene a un “governo del cambiamento” che vuole avvicinarsi ai giovani – il ministro Bussetti ha diramato pochi giorni fa gli ultimi dettagli riguardo alle prove scritte e relativi commissari interni ed esterni. Con largo anticipo, ci tiene a precisare.

Vediamo in che cosa consistono questi “cambiamenti” (in particolare, mi riferisco al liceo scientifico, scuola in cui insegno, ma alla fine dell’articolo troverete tutti i link utili per gli altri istituti). Dal momento che non riesco proprio a essere oggettiva, distinguerò i dati dalle opinioni contrassegnando queste ultime con il corsivo.

1. L’alternanza scuola-lavoro. Per i maturandi di quest’anno scolastico rimarrà obbligatorio il monte ore già stabilito (200 per lo scientifico) pur non essendo vincolante per l’ammissione all’esame. Il ministro tiene a precisare che “una parte dell’orale sarà dedicata all’alternanza, che è un potente strumento di orientamento e di acquisizione di competenze trasversali”. Esclusa, tuttavia, l’illustrazione dell’esperienza in sostituzione della tesina, ormai relegata in soffitta, come primo approccio al colloquio. Per gli studenti che ora frequentano la classe terza, non si chiamerà più Alternanza scuola-lavoro ma “Percorsi per le Competenze Trasversali”. L’acronimo PCT risulta impronunciabile ma è sempre meglio di ASL che, per i non addetti ai lavori, rimandava al vecchio ente di assistenza sanitaria.

2. Le prove Invalsi del quinto anno. Forse pochi ricorderanno che già l’ex ministro Mariastella Gelmini aveva annunciato l’abolizione del “quizzone (nomignolo indecoroso affibbiato dai giornalisti alla terza prova che, nel 90% dei casi, non era affatto un quiz a crocette ma una prova seria e piuttosto impegnativa) in favore di una prova nazionale per rendere maggiormente omogenea la valutazione degli studenti nelle scuole di tutta la penisola. Correva l’anno 2011 e se dobbiamo dare un merito al nuovo governo, possiamo elogiarlo per la memoria lunga e anche, forse, per la volontà di creare una continuità con l’ex governo guidato da Forza Italia.
Le prove nazionali non saranno parte integrante dell’Esame di Stato 2019, come avrebbe voluto la Gelmini, ma verranno somministrate nel mese di marzo (classi non campione: dal 4 al 30 marzo 2019; classi campione: dal 12 al 15 marzo) in modalità CTB e verteranno su tre materie: italiano, matematica e inglese (reading e listening). Per quest’anno, come già detto, non costituiscono requisito di ammissione all’esame e non vi sarà l’obbligo di recuperarle nel caso di assenza. Sono previsti strumenti compensativi e dispensativi per gli allievi BES. La valutazione delle prove sarà inserita nel curriculum dello studente. (CLICCA QUI per vedere degli esempi delle prove)

3. La prima prova scritta. La prova di italiano rimane comune a tutti gli indirizzi. Le tracce saranno sette complessivamente, suddivise in tre tipologie: due tracce per la tipologia A (analisi e interpretazione di un testo letterario, in prosa o poesia, a partire dall’Unità d’Italia fino a tutto il Novecento); tre tracce per la tipologia B (testo argomentativo da analizzare, interpretare e commentare) inerenti ai seguenti ambiti: artistico, letterario, storico, filosofico, scientifico, tecnologico, economico e sociale; due tracce per la tipologia C (simile all’ex tipologia D, prevede la trattazione “libera” su un argomento con eventuale testo di appoggio).
Alcune osservazioni: al di là delle critiche mosse all’abolizione del tema storico (scelto ogni anno da poco più dell’1% degli studenti), le conoscenze in ambito storico possono essere indispensabili per lo svolgimento della tipologia B, anche se nella rosa delle tre tracce proposte, per una questione puramente aritmetica, non possono essere inseriti tutti e 8 gli ambiti. Tuttavia, è possibile se non altamente probabile che alcune conoscenze storiche siano imprescindibili per lo svolgimento della tipologia C.
Ampio spazio viene concesso all’argomentazione (nelle tipologie B e C) che nel vecchio “saggio breve” poteva quasi passare inosservata se l’utilizzo dei testi a corredo era comunque originale.

4. La seconda prova scritta mista. Dato che le preoccupazioni non erano già abbastanza numerose alla luce di tali novità, il Miur ha stabilito che anche la seconda prova scritta dovesse subire una rivoluzione. Non più l’opzione latino-greco (che era anche intuibile vista l’alternanza annuale quasi scontata) ma una prova mista che comprenda entrambe le discipline per i licei classici. E se ciò non bastasse, non più soltanto traduzione ma anche analisi e confronto tra testi, tipologie, autori e contesti… un bel po’ di carne al fuoco, non c’è che dire. Seppure personalmente io sia a favore di questo tipo di prova, credo che ci voglia un bel po’ di allenamento per poterla svolgere bene, e pochi mesi, intensi anche dal punto di vista dello svolgimento dei programmi, sono davvero insufficienti. Ciò vale anche per la seconda prova mista proposta allo scientifico dove alla già temuta matematica (ma se scegliete il liceo scientifico perché tutta ‘sta paura della matematica?) si aggiunge la temutissima fisica. Una prova mista che si preannuncia difficile non solo perché gli allievi non ne hanno mai svolte di simili (consideriamo pure il fatto che non sempre la cattedra di Matematica e Fisica è affidata a un unico docente) ma anche perché le ore curricolari di fisica, seppur presente nel piano di studi dalla prima a partire dal riordino dei licei voluto dall’ex ministro Gelmini, sono decisamente troppo poche rispetto al monte ore di matematica.

5. Il colloquio. Come già detto, è stata eliminata la tesina che dava l’avvio all’esame orale e, contrariamente a quanto previsto dalla #buonascuola, non si parte dalla relazione sull’esperienza di ASL, anche se l’argomento verrà trattato comunque dai maturandi in questa fase d’esame, preferibilmente con l’ausilio di un prodotto multimediale. La novità dell’ultima ora che risulta più sconvolgente è la proposta di tre tracce d’avvio, chiuse in tre buste, che la commissione preparerà e tra cui lo studente dovrà operare la sua scelta. Le tracce proporranno analisi di testi, documenti, esperienze, progetti, problemi, tenuto conto del percorso svolto dagli allievi. Un avvio d’esame sullo stile dell’ultima prova che i concorrenti, chiusi in cabina, dovevano sostenere nell’indimenticabile quiz Rischiatutto condotto da Mike Bongiorno negli anni Settanta. Se la terza prova scritta non era propriamente un “quizzone”, ecco che l’idea del quiz viene rispolverata in una fase d’esame, l’orale, in cui lo studente certamente non avrà una marcata predisposizione al rischio.
Altra novità: una parte del colloquio riguarderà le attività effettivamente svolte nell’ambito di “Cittadinanza e costituzione”, sempre tenendo conto delle indicazioni fornite dal Consiglio di classe sui percorsi fatti. Ora, se l’intenzione di proporre questa “materia”, di cui è responsabile sempre l’ex ministro Gelmini (un “governo del cambiamento” particolarmente ispirato da Marystar), è certamente buona, non altrettanto buona né omogenea potrebbe essere in tal senso la preparazione degli allievi. Infatti, nel proporre l’insegnamento di questa disciplina (in sostituzione della vecchia educazione civica, complementare all’insegnamento della storia solo sulla carta), ci si è dimenticati di assegnarla a un docente specifico, preparato in un ambito che sconfina nel Diritto, grande assente nei piani di studio dei licei più importanti. Quindi, affidare alla buona volontà dei singoli – quasi sempre in assenza di veri percorsi trasversali, come dovrebbe essere – l’onere di impartire questo insegnamento, non è di fatto garanzia della buona preparazione degli allievi e nemmeno di una preparazione unitaria. D’altra parte, ogni scuola organizza delle attività complementari nell’ambito dell’educazione alla legalità e alla pace, proponendo delle esperienze molto valide, ma esse non sempre sono comuni a tutte le classi. Penso al “Viaggio della Memoria” nei campi di concentramento organizzato annualmente nel mio liceo ma che interessa solo un’esigua parte degli allievi i quali, al colloquio, avranno la possibilità di parlare di un’esperienza altamente formativa godendo di un vantaggio su altri compagni della stessa classe. Mi viene in mente anche il viaggio organizzano in Sicilia, con l’associazione “Addio Pizzo”, ma che non interessa tutte le classi in quanto per i viaggi di istruzione c’è il paletto dell’80% di adesioni e non sempre si raggiunge questa quota. Ne consegue che in qualche quinta i maturandi potranno fare bella figura raccontando l’esperienza fatta, a scapito di altre che non hanno partecipato.

6. L’attribuzione dei punteggi. La valutazione del diploma rimane in 100esimi (sufficienza 60/100) ma con criteri di distribuzione diversi. Innanzitutto, l’eliminazione di una prova scritta viene compensata in parte con il passaggio dai 15esimi ai 20esimi nella valutazione delle due prove rimaste. I 5 punti di scarto, a mio parere, potevano essere aggiunti ai crediti, ma il ministro Bussetti ha voluto rivoluzionare tutto, abbassando il punteggio del colloquio (da 30 a 20 punti) e incrementando a dismisura quello dei crediti (da 25 a 40). A questo punto, un esame che, fra scritti e orale, forniva ben 75 punti su 100, viene ridimensionato a soli 60 punti contro i 40 derivati dalla somma dei crediti che gli studenti accumulano negli ultimi tre anni. Sebbene ritenga corretto che nel voto di diploma si tenga conto del percorso fatto dagli studenti negli ultimi tre anni (perché non includere, allora, nei 40 punti anche il biennio?), non mi pare giusto che, senza il dovuto preavviso, ci rimettano quei ragazzi che non hanno brillato nei due anni precedenti ma che avrebbero certamente potuto fare di più con un incentivo di tal specie.
Sono state diffuse dal Miur delle tabelle per la conversione dei punteggi accumulati tra il terzo e il quarto anno e il nuovo punteggio per il quinto. (CLICCA QUI)

Per concludere, alcuni argomenti di interesse.

Le simulazioni delle prove scritte.
Il ministro Bussetti ha annunciato che verranno somministrate le simulazioni nazionali delle prove scritte. Ecco le date: per la prima prova (comune a tutte le scuole) il 19 febbraio e il 26 marzo; per la seconda prova (diversa nei vari indirizzi di studio) il 28 febbraio e il 2 aprile.
Con un’apposita circolare saranno fornite alle scuole tutte le indicazioni operative. Nel frattempo il Ministero ha già pubblicato, nel mese di dicembre, alcuni esempi di traccia, sia per la prima che per le seconde prove. (per ulteriori informazioni CLICCA QUI)

Esempi di prima prova (diffusi dal Ministero):
esempio tipologia – a

esempio1 tipologia – b

esempio2 tipologia – b

esempio tipologia – c

La Commissione d’esame.
La Commissione rimane mista: tre membri interni e tre esterni più il presidente che è sempre esterno. Il Miur ha già comunicato le materie affidate ai commissari esterni (CLICCA QUI)

Per chi fosse interessato alla lettura di diverse opinioni (autorevoli) sulla prima prova scritta, rimando ad alcuni articoli pubblicati sul sito laletteraturaenoi.it:

La riforma della prima prova dell’Esame di Stato /1: come cambia l’approccio alla letteratura

La riforma della prima prova dell’Esame di Stato /2: la scrittura alla (prima) prova

La riforma della prima prova dell’esame di Stato /3. Tra continuità e positive innovazioni

Luca Serianni sulla riforma della prima prova esc

Le tracce e gli indizi. Riflessioni sugli esempi di prima prova

CLICCANDO QUI potete trovare alcuni esempi di prove Invalsi.

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RISULTATI #MATURITÀ2018: PROMOZIONI E LODI IN AUMENTO SPECIALMENTE AL SUD. IL “CASO PUGLIA”

Il MIUR ha diffuso i risultati relativi all’Esame di Stato del II ciclo. Il 99,6% dei maturandi è stato promosso, contro il 99,5% di un anno fa. Lieve aumento anche per le lodi: sono l’1,3%, un anno fa erano l’1,2%.

Anche la percentuale dei promossi con una votazione superiore a 70/100 ha registrato un aumento passando dal 62,5% dello scorso anno al 64,4%. In diminuzione, invece, i punteggi sotto il 70: il 27,8% delle maturande e dei maturandi ha conseguito una votazione tra il 61 e il 70, fascia di voto che nel 2017 era stata conseguita dal 29%. I 60 scendono al 7,8%, rispetto all’8,5% del 2017.

Gli allievi che hanno meritato il punteggio massimo e la lode sono complessivamente 6.004. In termini di dati assoluti, le Regioni con il più alto numero di lodi sono Puglia (1.066), Campania (860) e Lazio (574). Guardando al rapporto percentuale tra diplomati con lode e popolazione scolastica territoriale, in Puglia ha conseguito il voto massimo il 3% delle maturande e dei maturandi.

Gli studenti che hanno ottenuto le votazioni più alte sono i liceali: il 2,2% ha ottenuto la lode, l’8% ha conquistato il 100, l’11,4% tra 91 e 99, il 22,9% tra 81 e 90. Nei Licei, a primeggiare tra le votazioni più alte è, ancora una volta, il Classico.

Risultati complessivamente più modesti sono stati registrati nei Tecnici e nei Professionali dove, tuttavia, sono aumentati i 100 e lode.

Nemmeno quest’anno si placano le polemiche che riguardano i voti più alti al sud, nonostante nelle rilevazioni nazionali Invalsi la situazione appaia capovolta. Ad esempio, in Lombardia, che supera mediamente la media italiana nelle rilevazioni nazionali, le lodi non superano lo 0,5 % mentre in Campania e Sicilia, agli ultimi posti nelle rilevazioni, sono tre volte tanto (1,4 % e 1,3%). Ma è il “caso Puglia” a destare maggiori perplessità.

La Puglia non è proprio il fanalino di coda per quanto riguarda i risultati dei test Invalsi. La regione sta appena sotto la Campania ma precede di due posizioni la Sicilia. Tuttavia, i risultati non brillanti nei test affrontati dagli studenti che hanno terminato il secondo anno della scuola secondaria di secondo grado sono poco conciliabili con l’exploit di lodi in Puglia, ben tre volte tanto la Lombardia che nelle rilevazioni ottiene risultati vicini alla media europea, così come tutto il nord della penisola.

Si è spesso puntato il dito contro la maggior propensione dei docenti del sud a elargire valutazioni generose. Se così fosse, il prossimo anno gli studenti del quinto si troveranno in difficoltà dovendo affrontare, prima dell’esame di Stato, i test Invalsi. Infatti, com’è noto, questi test, pur non facendo parte dell’esame di Stato, rappresentano la condizione indispensabile per essere ammessi all’esame. Ciò fa pensare che gli studenti pugliesi non avranno la possibilità di primeggiare e fare incetta di lodi. Infatti, anche lo studente con un curriculum eccezionale dovrà fare i conti con la prova Invalsi e la lode potrebbe allontanarsi dall’obiettivo finale.

Di contro, il record di lodi registrato quest’anno a Milano potrebbe non essere casuale ma risponderebbe a una precisa strategia operata dai docenti per mettere i propri studenti nella condizione di ottenere il massimo dei voti: se in Puglia e nelle altre regioni del sud i professori sono “larghi di manica, anche i docenti milanesi si sono adeguati e non hanno centellinato più i nove e i dieci in pagella durante tutto il corso di studi. Non dimentichiamo che i crediti scolastici del triennio hanno costituito, fino a quest’anno, un “tesoretto” di 25 punti sui cento totali, a condizione però di avere una media almeno dell’8 durante tutto il triennio senza neanche un 7. In questo modo, alla fine conquistare la lode è stato più facile per gli studenti milanesi.

Ma il prossimo anno la questione cambierà: con l’obbligatorietà della prova Invalsi alla fine del corso di studi che avrà il compito di misurare la preparazione dei ragazzi, anche l’esame di Stato, senza la tesina e la terza prova e con la valutazione dell’alternanza scuola lavoro, sarà più serio e si confida in una maggiore omogeneità dei risultati, da nord a sud.

[fonti: Tuttoscuola.com; lagazzettadelmezzogiorno.it e infodata.ilsole24ore.com; immagine da questo sito]

A MONFALCONE TROPPI STRANIERI IN CLASSE: BAMBINI DIROTTATI ALTROVE. MA IL TETTO DEL 30% ESISTE ANCORA


Ha fatto scalpore la notizia che il sindaco di Monfalcone (Gorizia), Anna Maria Cisint, abbia fissato un tetto del 45% alla presenza di bambini stranieri nelle scuole della prima infanzia cittadine. Gli alunni esclusi saranno “dirottati” su altri plessi tramite un servizio di scuolabus gratuito. La convenzione è stata sottoscritta da due istituti comprensivi della città – l’«Ezio Giacich» e il «G. Randaccio» – con il Comune, che fissa un tetto massimo per la presenza di bambini stranieri nelle classi della materna che verranno formate a settembre.

La decisione è stata presa a causa della presenza massiccia di stranieri a Monfalcone. Negli ultimi anni si è registrato un incremento dei figli di immigrati fino ad arrivare a un rapporto di 1 a 1. Quindi nelle scuole monfalconesi, specialmente d’infanzia e primarie, un alunno su due è figlio di immigrati. La situazione per quanto riguarda l’immigrazione a Monfalcone è molto particolare in quanto lo stabilimento Fincantieri dà lavoro a operai di cento etnie diverse, in prevalenza provenienti da Bangladesh e Romania. Gli stranieri costituiscono 1/5 della popolazione, la percentuale più alta in regione (dati relativi al 2016).
Per far fronte alle aumentate esigenze, l’Ufficio scolastico regionale ha già autorizzato l’apertura di due nuove sezioni della scuola dell’infanzia, con la nomina di quattro nuovi insegnanti. Ma non sono stati sufficienti: le domande per bambini non italiani sono vicine al 60% del totale.

La notizia ha ormai fatto il giro della penisola ed è riportata dai maggiori quotidiani nazionali. In 24 ore la questione è approdata in Parlamento con l’interrogazione urgente della senatrice dem Tatjana Rojc che chiede se non vi siano «palesi violazioni degli articoli 2 e 3 della Costituzione».

Non avrebbe fatto di certo tanto scalpore questa presa di posizione se in qualche modo non avesse messo uno contro l’altro dei rappresentanti della Lega, partito a cui appartengono sia il ministro del MIUR Bussetti sia la stessa prima cittadina di Monfalcone. Per completare il terzetto, lo stesso vice premier Matteo Salvini si è dichiarato favorevole all’iniziativa della Cisint, mentre il ministro Bussetti no, appoggiato dal ministro per la Famiglia Fontana, anch’egli leghista.

Da parte sua Bussetti ha rassicurato i genitori dei bambini “esclusi”: «Mi sono informato con gli uffici provinciali i quali hanno dato la possibilità di attivare 2 classi in più e comunque siamo sulla soglia in percentuale richiesta dalla norma». La prima cittadina Cisint ha invece chiesto all’amministrazione di Fincantieri che la società si faccia carico anche di garantire un servizio di scuola dell’infanzia alle famiglie dei lavoratori stranieri.

In difesa di Cisint e della convenzione stipulata coi dirigenti scolastici è intervenuto il presidente leghista del Fvg Massimiliano Fedriga osservando: «Quando ci sono classi con il 90% di bambini stranieri non si fa integrazione». A Monfalcone, ha ricordato, «il 22% della popolazione è straniera». «Cisint – continua Fedriga – si è interfacciata anche con l’Ufficio scolastico per cercare di trovare le migliori soluzioni, penso però che l’alternativa non sia fare classi in cui c’è il 90% o il 100% di bambini stranieri».

Questa in sintesi la notizia sui cui sviluppi cercherò di tenere aggiornati i lettori. Ora la mia personale riflessione.

Nel 2009 l’allora ministro del MIUR Marialstella Gelmini aveva fissato il tetto del 30% per l’inserimento in classe di allievi stranieri. Chiaramente con le dovute deroghe (infatti, come nel caso attuale di Monfalcone, ci sono zone in Italia con un’affluenza di bambini stranieri molto elevata), anche se si sono registrati dei casi assurdi (di uno in particolare parlai QUI) in cui non furono concesse deroghe nemmeno nel caso in cui i bambini “stranieri” fossero nati in Italia, o arrivati qui da piccolissimi, che avessero frequentato la scuola materna nel nostro Paese e che in casa parlassero solo l’Italiano.

E’ più che evidente che, trattandosi di scuola primaria o secondaria, il discorso è diverso. Nel “caso Monfalcone” i bambini “dirottati” altrove sono piccolissimi, poiché si parla di iscrizioni alla scuola dell’infanzia. Spesso nelle famiglie di immigrati si mantiene l’uso della lingua materna nella comunicazione quotidiana e per i figli l’ambiente scolastico rimane l’unico luogo in cui potersi relazionare con adulti e coetanei imparando la lingua italiana la quale, essendo l’idioma parlato nel Paese ospitante la famiglia, si presume diventerà la loro lingua. Proprio per questo è importante, come osserva il Presidente della regione Friuli – Venezia Giulia Fedriga, che le classi non siano formate esclusivamente da stranieri.

Se la norma prevede il tetto del 30% e il sindaco Cisint ha fissato una percentuale più alta e prossima alla metà dei componenti totali della classe, a me personalmente sembra una cosa saggia perché, invece di creare “classi ghetto”, può favorire meglio l’integrazione dei bambini in questione, anche a costo del piccolo disagio del trasporto in paesi limitrofi. Trattandosi di Monfalcone (cittadina con poco più di 28mila abitanti) posso assicurare che il disagio sarebbe davvero trascurabile, poco più di 15 minuti di percorso con lo scuolabus.

[fonti: Il Corriere e Il Piccolo immagine da questo sito]

AGGIORNAMENTO DEL POST 18/07/2018

Come promesso, aggiorno i lettori sulla vicenda dei bambini esclusi da alcune delle scuole dell’infanzia di Monfalcone.

Il sindaco Anna Maria Cisint non fa alcun passo indietro, anche se ha promesso che per il prossimo anno il tetto scenderà al 40%. Con queste parole difende la sua posizione:

«già la Regione Veneto prima e il Comune di Venezia poi hanno adottato un protocollo simile al nostro, incassando perfino il plauso del Prefetto. Quindi l’unica vera differenza è che lì, con un tetto del 30% di stranieri in classe, i firmatari sono stati applauditi come promotori dell’integrazione, mentre qui, col 45%, siamo stati tacciati di razzismo». Aggiunge, poi, un parere da madre: ««Da mamma – spiega – non trovo giusto che i bambini monfalconesi fuggano in altri comuni. Nel 2016 erano 90, ora sono la metà».

Sono 79, per la maggior parte stranieri, i bambini rimasti fuori dalle scuole dell’infanzia monfalconesi ma nei paesi limitrofi, assicura Cisint, i posti ci sono:«Ho appreso di molti posti liberi negli asili dei Comuni vicini: 30 a San Canzian, 20 a Staranzano, 18 a Ronchi, 15 a Fogliano. Come mai nessuno si offre di accogliere i 79 bimbi rimasti fuori?».

Sulla vicenda sono intervenuti anche i sindacati, CGIL in testa, decisi a dar battaglia alla prima cittadina della città isontina. Il segretario regionale Flc-Cgil Adriano Zonta spiega così la presa di posizione del suo sindacato:

«Si ravvisano irregolarità che a nostro avviso possono sfociare sul penale, ma sarà la magistratura a decidere. Noi invieremo l’esposto anche al Garante dei Minori e al Miur. […] i bimbi non possono essere messi in mezzo, né ci può essere discriminazione».

Allo stesso tempo Zonta non esclude che si possa trovare un accordo: « È vero, come dice Cisint, che tutti i soggetti vanno interessati, compresa l’azienda, ma non con la filosofia del “Si arrangi Fincantieri”». Da 3 anni si avevano i dati demografici, come mai non si è pensato a risolvere prima il problema dell’esubero? Siamo disponibili a discutere, ma l’accordo va ritirato: urge un tavolo sul dimensionamento scolastico».

In attesa di incontrare il direttore dell’Ufficio scolastico regionale del Friuli- Venezia Giulia Igor Giacomini e il senatore Mario Pittoni della Lega, la Cisint non esclude la formazione di classi – ponte ovvero «spazi in cui i bimbi stranieri possano apprendere esaustivamente la lingua italiana così quando saranno pronti potranno essere inseriti in aula con gli altri».

Quindi, come volevasi dimostrare, si torna a parlare di classi – ponte.

[fonte: Il Piccolo]

#MATURITÀ2019: CHE COSA RESTERÀ DELLA PRIMA PROVA?


Archiviate le prime due prove scritte dell’Esame di Stato 2018 (cui si aggiunge la terza prova che si svolgerà il 25 giugno e sarà l’ultima), sorge spontanea una domanda: che cosa resterà della prima prova?

La prova di Italiano, lo ricordo, è comune a tutte le scuole. Dalla riforma del 1997 voluta dall’allora ministro Luigi Berlinguer con la legge 425, il classico “tema” è stato sostituito da varie tipologie testuali. Gli studenti che affronteranno la “maturità” nell’estate del 2019 sosterranno un esame diverso, sia per quanto concerne gli scritti sia per ciò che riguarda il colloquio orale. Anche l’attribuzione dei punteggi sarà differente rispetto agli attuali criteri e verrà dato ampio spazio alle attività di Alternanza scuola-lavoro il cui monte ore è obbligatorio per tutti e varia a seconda della tipologia della scuola superiore frequentata.

La “riforma” dell’Esame di Stato del II ciclo è stata voluta dal governo Renzi ed è regolamentata dalla legge 107/2015 (in particolare dal Decreto legislativo 62/2017 [art. 17, comma 5]), la cosiddetta “Buona scuola” che di buono ha poco o nulla, difetti tanti. Ma non è di questo che voglio parlare perché è mia intenzione, per ora, concentrarmi sulla prima prova.

Ci sono state, nei mesi precedenti, alcune anticipazioni da parte dell’ormai ex ministro Valeria Fedeli ma di preciso si sa ben poco. Un affidabile contributo è quello del professor Luca Serianni che è a capo della commissione che ha riformulato gli Esami di Stato del I e II ciclo. In merito alla prima prova dell’esame di “maturità” si è limitato a dire che sono previsti dei cambiamenti, anche se sarà mantenuta l’analisi di un testo letterario che in un primo momento sembrava destinata a scomparire. Tuttavia, secondo Serianni, si punterà all’«accentuazione che si deve partire dall’unità d’Italia, non concentrarsi sul Novecento». Ciò mi sembra saggio considerato che il programma di italiano al quinto anno è immenso e presentare all’esame autori come Magris o Bassani (oggetto della tipologia A di quest’anno) è un azzardo.

Se in un primo momento anche il saggio breve sembrava destinato ad essere archiviato, la commissione del MIUR ne ha confermato la presenza anche al prossimo Esame di Stato. Il professor Massimo Palermo, docente all’università per stranieri di Perugia, anch’egli membro della commissione ministeriale, ha anticipato che i lavori sono orientati verso una più chiara distinzione tra articolo di giornale e saggio breve, evitando un accumulo di materiali per le tracce (il cosiddetto dossier), riducendone il numero. Anche perché, come sottolinea Serianni, «lo studente cade nella tentazione di fare un collage, ma alla fine delle superiori deve dimostrare di aver imparato a ragionare con la propria testa».

Questo è quanto. Nulla si dice circa le altre tipologie presenti attualmente (C, tema storico, e D, tema “d’ordine generale”) che paiono quindi destinate a essere messe in soffitta.

Io non so voi che leggete ma io personalmente rimango con i dubbi di prima. Questo dire e non dire mi sembra un modo per rimandare qualsiasi decisione, lasciando in sospeso noi docenti (che però dobbiamo programmare le attività del prossimo anno e sapere quindi quali siano le scelte migliori anche in vista dell’esame finale), mentre gli studenti che hanno appena terminato il quarto anno rimangono disorientati senza avere molte certezze su ciò che li attende.

[fonti: Orizzonte Scuola, youreducation]

HAI FATTO TROPPE ASSENZE? RISCHI LA BOCCIATURA

L’anno scolastico è ormai agli sgoccioli e gli studenti iniziano a temere, specialmente quelli che frequentano la scuola superiore, di non essere promossi. Ma al di là del profitto, c’è un’altra cosa da tener presente: il numero di assenze collezionate durante l’anno. Superare, infatti, il 25% di ore rispetto al curricolo totale può costare caro perché si rischia di non essere ammessi allo scrutinio finale. Vediamo meglio, punto per punto, cosa dice la Legge.

1. Non contano i giorni di assenza ma le ORE. Infatti, il Decreto del Presidente della Repubblica del 22 giugno 2009 n. 122, all’articolo 14, comma 7, stabilisce che «ai fini della validità degli anni scolastici – compreso l’ultimo anno di corso – per procedere alla valutazione finale di ciascuno studente, è richiesta la frequenza di almeno tre quarti dell’orario annuale personalizzato.» Ma cosa s’intende per orario annuale personalizzato?
Come il MIUR ha specificato nella Circolare n.20 del 4 marzo 2011 (Prot. n. 1483) bisogna tener presente il monte ore annuale delle lezioni, che consiste nell’orario complessivo di tutte le discipline e non nella quota oraria annuale di ciascuna disciplina. Nella stessa circolare citata si specifica quanto segue: «Le istituzioni scolastiche, in base all’ordinamento scolastico di appartenenza, vorranno definire preliminarmente il monte ore annuo di riferimento per ogni anno di corso, quale base di calcolo per la determinazione dei tre quarti di presenza richiesti dal Regolamento per la validità dell’anno, assumendo come orario di riferimento quello curricolare e obbligatorio.»

Quanto alla personalizzazione, si fa riferimento all’art. 11 del decreto legislativo n. 59/2004 e i richiamati articoli 2 e 14 del Regolamento che parlano espressamente di “orario annuale personalizzato”. «A riguardo è opportuno precisare che – si legge sempre nella suddetta circolare – tali riferimenti devono essere interpretati per la scuola secondaria di primo grado alla luce del nuovo assetto ordinamentale definito dal d.P.R. 20 marzo 2009 n. 89 (in particolare dall’art. 5) e, per la scuola secondaria di secondo grado, in relazione alla specificità dei piani di studio propri di ciascuno dei percorsi del nuovo o vecchio ordinamento presenti presso le istituzioni scolastiche.
L’intera questione della personalizzazione va, comunque, inquadrata per tutta la scuola secondaria nella cornice normativa del d.P.R. 275/99 e, in particolare, degli artt. 8 e 9 del predetto regolamento. Pertanto devono essere considerate, a tutti gli effetti, come rientranti nel monte ore annuale del curricolo di ciascun allievo tutte le attività oggetto di formale valutazione intermedia e finale da parte del consiglio di classe.»

2. MONTE ORE ANNUO. Va da sé che nel computo delle ore di assenza che, ripeto, non possono superare il 25% del monte ore annuo, vanno contemplate non solo le giornate di assenza ma anche le ore perse nel caso di entrate posticipate o uscite anticipate.
Il monte ore varia, ovviamente, a seconda dell’ordine e grado di scuola. Di seguito vengono date delle indicazioni di massima.

Scuola primaria (ex scuola elementare): vi possono essere classi funzionanti per 24 ore settimanali e classi con orario a 27 ore. In base alle disponibilità di organico di docenti, possono funzionare anche classi a 30 ore settimanali. Nel caso del tempo pieno, l’orario settimanale è di 40 ore ed è comprensivo della mensa scolastica. Per ottenere il monte ore annuo bisogna moltiplicare per 33, cioè il numero di settimane previsto di norma (ma a seconda delle scuole può essere anche più ampio).

Scuola secondaria di primo grado (ex scuola media): l’orario normale di lezione è di 30 ore settimanali ma può essere esteso da 36 fino a 40 ore per le classi a tempo prolungato. Anche in questo caso di norma si moltiplica l’orario settimanale per 33 e si ottiene il monte ore annuo.

Scuola secondaria di secondo grado (ex scuola superiore): in questo caso, vista la complessità dell’istruzione secondaria di secondo grado che si articola in istruzione professionale, tecnica e liceale, si veda il piano dettagliato a questo LINK.
Mi limito a riportare il monte ore annuo per i licei:

Per il liceo classico, il totale annuale è di 891 ore al biennio e di 1023 al triennio
Per il liceo scientifico, il totale annuale è di 891 ore al biennio e di 990 al triennio
Per il liceo linguistico, il totale annuale è di 891 ore al biennio e di 990 al triennio
Per il liceo artistico, il totale annuale è di 1122 ore e di 1155 al triennio
Per il liceo musicale e coreutico, il totale annuale è di 1056 ore
Per il liceo di scienze umane, il totale annuale è di 891 ore al biennio e di 990 al triennio

3. DEROGHE. Sono previste per casi eccezionali e vengono regolamentate dalle indicazioni date dal MIUR sempre nella circolare succitata in cui si legge: «È compito del consiglio di classe verificare, nel rispetto dei criteri definiti dal collegio dei docenti e delle indicazioni della presente nota, se il singolo allievo abbia superato il limite massimo consentito di assenze e se tali assenze, pur rientrando nelle deroghe previste dal collegio dei docenti, impediscano, comunque, di procedere alla fase valutativa, considerata la non sufficiente permanenza del rapporto educativo.»

In sintesi, indicativamente sono previste deroghe nei seguenti casi:

 gravi motivi di salute adeguatamente documentati;
 terapie e/o cure programmate;
 donazioni di sangue;
 partecipazione ad attività sportive e agonistiche organizzate da federazioni
riconosciute dal C.O.N.I.;
 adesione a confessioni religiose per le quali esistono specifiche intese che
considerano il sabato come giorno di riposo (cfr. Legge n. 516/1988 che recepisce
l’intesa con la Chiesa Cristiana Avventista del Settimo Giorno; Legge n. 101/1989
sulla regolazione dei rapporti tra lo Stato e l’Unione delle Comunità Ebraiche
Italiane, sulla base dell’intesa stipulata il 27 febbraio 1987).
 calamità o disastri naturali che coinvolgono determinate zone del territorio italiano (in tal caso sarà proprio il Miur a spostare il limite massimo di assenza consentite). Nell’anno scolastico 2016/2017, in seguito alle scosse di terremoto che hanno colpito il Centro Italia e alla successiva ondata di maltempo, il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto che stabilisce che: “Nelle scuole dei comuni colpiti dal sisma l’anno scolastico sarà valido anche con meno di 200 giorni di attività didattiche effettivamente svolte.” Secondo quanto si legge in un comunicato diffuso dal Ministero, inoltre, nella norma: “si prevede una deroga anche per i giorni di frequenza minima richiesti alle studentesse e agli studenti per poter essere ammessi agli scrutini finali.” (LINK)

Per quanto riguarda le assenze per malattia, il consiglio di classe ha facoltà di aumentare eccezionalmente il limite del 25% per alcuni studenti. Sono due le condizioni da rispettare per ottenere la deroga:

1. Avere delle comprovate e documentate motivazioni per le assenze
2. Possedere un numero di valutazioni sufficiente a poter accedere allo scrutinio

Per quanto concerne le assenze dovute alla partecipazione ad attività agonistiche, nella circolare si rimanda alla nota 2056/11 in cui è chiarito che tra le deroghe consentite alle singole istituzioni scolastiche vanno considerate anche quelle degli studenti che svolgono sport a livello agonistico sempre che sussistano i presupposti per poter valutare gli apprendimenti conseguiti in tutte le discipline di studio. Anche in questo caso, è indispensabile produrre la relativa documentazione e possedere comunque un numero di valutazioni sufficiente a poter portare a compimento l’anno.

[immagine da questo sito]

PERCHÉ STUDIARE (ANCORA) IL LATINO E IL GRECO?

In occasione dell’80esimo anniversario dalla morte di Antonio Gramsci, il 29 aprile scorso, il MIUR (Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca) ha invitato le scuole a riflettere sulla sua figura e sul suo pensiero, utili per comprendere la complessità del presente che viviamo e le sue radici storiche, per promuovere occasioni di studio, ricerca e approfondimento. (LINK)

Onestamente non ho mai approfondito lo studio di Gramsci, se non per un breve periodo all’università, grazie alla baldanzosa ammirazione che il mio docente di Letteratura Italiana nutriva per lui e per altri personaggi legati alla cultura marxista. Ricordo che allora quel professore – Giampaolo Borghello, per chi fosse curioso – non riuscì più di tanto a farmelo amare. Tuttavia, ci sono degli scritti di Gramsci che appaiono molto attuali. Uno di questi, tratto dai Quaderni dal carcere, riguarda lo studio delle lingue classiche e, facendo seguito all’invito del MIUR, ne riporto qualche stralcio – purtroppo in questo periodo a scuola il tempo è davvero tiranno ed è una lotta per portare a termine i programmi, o almeno tentare -, sperando che qualche allievo di buona volontà lo legga. Il grassetto è mio.

Non si impara il latino e il greco per parlare queste lingue, per fare i camerieri o gli interpreti o che so io. Si imparano per conoscere la civiltà dei due popoli, la cui vita si pone come base della cultura mondiale. La lingua latina o greca si impara secondo grammatica, un po’ meccanicamente: ma c’è molta esagerazione nell’accusa di meccanicità e aridità. Si ha che fare con dei ragazzetti, ai quali occorre far contrarre certe abitudini di diligenza, di esattezza, di compostezza fisica, di concentrazione psichica in determinati oggetti. Uno studioso di trenta-quarant’anni sarebbe capace di stare a tavolino sedici ore filate, se da bambino non avesse «coattivamente», per «coercizione meccanica» assunto le abitudini psicofisiche conformi? Se si vogliono allevare anche degli studiosi, occorre incominciare da lì e occorre premere su tutti per avere quelle migliaia, o centinaia, o anche solo dozzine di studiosi di gran nerbo, di cui ogni civiltà ha bisogno.

Il latino non si studia per imparare il latino, si studia per abituare i ragazzi a studiare, ad analizzare un corpo storico che si può trattare come un cadavere ma che continuamente si ricompone in vita. Naturalmente io non credo che il latino e il greco abbiano delle qualità taumaturgiche intrinseche: dico che in un dato ambiente, in una data cultura, con una data tradizione, lo studio così graduato dava quei determinati effetti. Si può sostituire il latino e il greco e li si sostituirà utilmente, ma occorrerà sapere disporre didatticamente la nuova materia o la nuova serie di materie, in modo da ottenere risultati equivalenti di educazione generale dell’uomo, partendo dal ragazzetto fino all’età della scelta professionale. In questo periodo lo studio o la parte maggiore dello studio deve essere disinteressato, cioè non avere scopi pratici immediati o troppo immediatamente mediati: deve essere formativo, anche se «istruttivo», cioè ricco di nozioni concrete. […]

Anche lo studio è un mestiere e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio anche nervoso-muscolare, oltre che intellettuale: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo e il dolore e la noia. La partecipazione di più larghe masse alla scuola media tende a rallentare la disciplina dello studio, a domandare facilitazioni. Molti pensano addirittura che la difficoltà sia artificiale, perché sono abituati a considerare lavoro e fatica solo il lavoro manuale. È una quistione complessa. Certo il ragazzo di una famiglia tradizionalmente di intellettuali supera più facilmente il processo di adattamento psicofisico: egli già entrando la prima volta in classe ha parecchi punti di vantaggio sugli altri scolari, ha un’ambientazione già acquisita per le abitudini famigliari. Così il figlio di un operaio di città soffre meno entrando in fabbrica di un ragazzo di contadini o di un contadino già sviluppato per la vita dei campi.

Ecco perché molti del popolo pensano che nella difficoltà dello studio ci sia un trucco a loro danno; vedono il signore compiere con scioltezza e con apparente facilità il lavoro che ai loro figli costa lacrime e sangue, e pensano ci sia un trucco. In una nuova situazione politica, queste quistioni diventeranno asprissime e occorrerà resistere alla tendenza di rendere facile ciò che non può esserlo senza essere snaturato. Se si vorrà creare un nuovo corpo di intellettuali, fino alle più alte cime, da uno strato sociale che tradizionalmente non ha sviluppato le attitudini psico-fisiche adeguate, si dovranno superare difficoltà inaudite.

[Quaderni dal Carcere, 4 [XIII], 55]

E ora qualche mia considerazione.

La prima riflessione – Non si impara il latino e il greco per parlare queste lingue – è quanto mai attuale. In particolare ci sono metodi didattici (spacciati per innovativi ma che hanno alle spalle qualche decina d’anni) che tendono proprio a privilegiare lo studio del latino – insegnando al liceo scientifico mi soffermo solo su questa lingua – secondo il cosiddetto “metodo natura”, vale a dire una didattica mutuata attraverso quella delle lingue moderne. Sto parlando, naturalmente, del metodo Ørberg, un linguista danese vissuto tra il 1920 e il 2010, che aveva sperimentato la didattica del latino riproducendo le condizioni normali e prevedibili in cui una persona del tutto ignara di latino si troverebbe se circondata solo da antichi Romani. Secondo lo studioso, in questo modo si supererebbe lo studio noioso delle regole grammaticali e lo sforzo inutile d’imparare a memoria lunghissime liste di vocaboli, contestualizzando in diverse “situazioni” l’apprendimento della lingua, come si fa appunto nella didattica delle lingue moderne. Attraverso il MN si arriverebbe all’utilizzo vivo della lingua per portare gli studenti ad una reale padronanza della lingua che stanno studiando, portandoli all’ “interno dei testi”, evitando di relegarli al ruolo di semplici spettatori di uno spettacolo che comprendono a stento (il testo latino d’autore). In altre parole, si arriva all’utilizzo del latino come lingua veicolare che comunque non potrebbero usare, come invece accade con le lingue moderne, al mercato o al ristorante … dell’antica Roma.

Non mi dilungo ma voglio far capire che già negli anni Trenta del Novecento Gramsci aveva capito che lo scopo della didattica del latino non è quello di parlare queste lingue, per fare i camerieri o gli interpreti. Vale a dire che già allora, sorprendentemente, si tendeva ad attribuire allo studio delle lingue classiche uno scopo non pratico. Oggi va di moda parlare del problem solving cui il latino, in modo insospettabile per molti, contribuisce non poco, abituando gli allievi a sviluppare la capacità logica per superare l’ostacolo, ovvero per comprendere e – solo successivamente – tradurre un testo di Cesare o Cicerone, ad esempio. Più problem solving di così!

Insomma, anche ai tempi di Gramsci lo studio delle “lingue morte” era accusato di eccessiva meccanicità e aridità. In più doveva essere parecchio noioso, classista e soprattutto costava molta fatica, troppa per alcuni. È evidente che oggi il discorso sulle classi sociali e sul vantaggio che deriverebbe a chi appartiene ad un ambito familiare colto nell’affrontare gli studi di un certo livello non è più valido. Soprattutto ora che l’Ocse ha eletto la scuola italiana reginetta dell’inclusività. Però è pur vero che molti degli stimoli devono arrivare, o almeno dovrebbero, dalle famiglie. Tuttavia, se proprio in famiglia si ritiene inutile lo studio delle lingue classiche e più in generale delle discipline umanistiche, il giovane allievo è portato a sopportare con grande sacrificio e a volte insofferenza lo studio di questa ed altre materie “inutili”.

Perché si studiano certe cose? È una domanda che, inutile negarlo, tutti ci siamo fatti (io per le scienze che la mia professoressa burbera, volgare e del tutto impreparata, mi aveva fatto odiare) ma fino a 20 anni fa lo studio, anche quello che non era particolarmente gradito, veniva considerato un dovere e l’ “utilità” non era misurata sulla base di una spendibilità immediata (a me, per esempio, le formule chimiche non sono mai servite nella vita!). L’obiettivo finale era quello di costruirsi una base culturale (perché, diciamolo, la scuola non ha mai avuto la pretesa di offrire la Cultura a 360 gradi) da approfondire con gli studi successivi e nel corso di tutta la vita da adulti. Un modo, insomma, per non sentirsi ignoranti.

Torniamo, dunque, alla riflessione di Gramsci: Anche lo studio è un mestiere e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio anche nervoso-muscolare, oltre che intellettuale: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo e il dolore e la noia.
In queste osservazioni ci sono delle parole “magiche” che tutti i nostri studenti dovrebbero annotare nel quadernetto della memoria: mestiere, faticoso, sforzo, dolore, noia.

Non voglio commentare questo passaggio, le parole parlano da sole. Dirò solo che nei nostri studenti manca lo spirito di adattamento, vogliono (vorrebbero?) che tutto sia facile, che nulla richieda sacrificio e fatica, che ogni cosa sia facilmente raggiungibile (la sufficienza, ad esempio) senza trovare ostacoli (dolore) e possibilmente senza annoiarsi troppo.

Bene, pare che anche gli studenti dell’età di Gramsci soffrissero di questo disturbo. Il mondo va avanti ma certe cose non cambiano. Viene da pensare che anche la scuola sia rimasta indietro – didattica del latino e del greco a prescindere – ma non è così. Il problema vero non riguarda la didattica che per forza di cose si deve rinnovare e innovare (vedi l’utilizzo delle nuove tecnologie, per esempio), non riguarda nemmeno i “programmi vecchi” perché ci sono discipline e intellettuali del passato che hanno ancora molto da insegnare alle nuove generazioni. Il problema vero è lo scarso valore che viene dato alla Cultura in generale e la convinzione errata che tutto debba essere alla portata di tutti.

Ci troviamo davanti alla generazione del fast food e della smart life. Ma la scuola non sarà mai né fastsmart… almeno non troppo!

E’ GIUSTO RIFIUTARE IL BONUS PER IL MERITO?

soldiUn argomento che fa discutere molto in questo periodo il mondo della scuola è quello relativo al bonus per il merito introdotto dalla Legge 107/2015, altrimenti detta #labuonascuola. Cerchiamo di capire di cosa si tratta.

Il Miur ha stanziato per la valorizzazione del merito del personale docente 200 milioni di euro annui, a decorrere dall’anno 2016, da distribuire a tutte le scuole di ogni ordine e grado, in proporzione alla dotazione organica dei docenti e considerando i fattori di complessità delle istituzioni scolastiche e delle aree soggette a maggiore rischio educativo (in media 23mila euro lordo stato per istituto). Ogni scuola, per assegnare questo bonus ai docenti meritevoli, ha istituito (o almeno avrebbe dovuto…) un comitato di valutazione ad hoc, composto dai rappresentanti di tutte le componenti (per gli istituti superiori è presente anche un rappresentante degli studenti), il Dirigente Scolastico che lo presiede e un membro esterno identificato dall’Ufficio Scolastico regionale competente. A questo comitato spetta il compito di definire dei criteri per l’assegnazione del bonus, anche se sarà completamente a discrezione del DS l’attribuzione dello stesso.

Come sappiamo, il programma de #labuonascuola è stato osteggiato dalla maggior parte dei docenti, con la “complicità” di genitori e studenti. Insomma, pur non piacendo a nessuno, la proposta è diventata legge.

Uno dei nodi più difficili da sciogliere è stato ed è, appunto, quello relativo alla valorizzazione del merito. In primo luogo, perché viene visto come un “contentino” per mettere a tacere gli insegnanti con il contratto scaduto dal 2009, in secondo luogo perché questo bonus, inevitabilmente, porta a una gerarchizzazione dei docenti, dividendoli tra “buoni” (meritevoli del bonus) e “cattivi” (esclusi dall’assegnazione della gratifica). Infatti, poiché il Miur ha raccomandato di non distribuire a pioggia questi premi (in realtà l’importo è davvero esiguo, quindi a ciascuno spetterebbe una manciata di euro, per una pizza o poco più), solo due terzi dei docenti sarà “premiato”.

In realtà, il problema vero è che l’assegnazione del bonus non garantisce che venga davvero premiato il merito, o per lo meno che questa somma di denaro, esigua o meno, compensi il buon lavoro dell’insegnante a livello didattico. Questa osservazione, che sembra paradossale, in verità ha dei fondamenti inoppugnabili.

Il terzo comma dell’articolo 11 della Legge 107/2015, infatti, prevede che vengano individuati i criteri per valutare «la qualità dell’insegnamento e il contributo al miglioramento dell’istituzione scolastica, nonché del successo formativo e scolastico degli studenti». Tuttavia, stabilire dei criteri oggettivi è molto difficile (quanto meno lo è nei tempi stretti concessi) ed è per questo che i comitati si orienteranno verso gli altri ambiti, ovvero quelli relativi ai «risultati ottenuti dal docente o dal gruppo di docenti in relazione al potenziamento delle competenze degli alunni e dell’innovazione didattica e metodologica, nonché della collaborazione alla ricerca didattica, alla documentazione e alla diffusione di buone pratiche didattiche» e alle «responsabilità assunte nel coordinamento organizzativo e didattico e nella formazione del personale».

In altre parole, verrà premiato chi partecipa a progetti, chi assume compiti organizzativi, chi ha degli incarichi specifici (ad esempio quello di coordinatore di classe) e chi si occupa di nuove tecnologie, interessanti ma non applicabili a tutte le discipline in ugual misura e comunque non garanti, di per sé, di una migliore qualità della didattica.

Non si tiene in alcun conto il fatto che, anche nell’insegnamento “ordinario”, c’è chi ha oneri di lavoro più pesanti (ad esempio chi, come me, insegna Lettere e deve valutare ogni materia con voti orali e scritti) e chi meno. Praticamente tutto il lavoro sommerso che non è quantificabile in termini di ore né verificabile in quanto si tratta di attività che ognuno svolge a casa, nei tempi e modi che ritiene più opportuni.

Proprio per questo motivo, ovvero per il fatto che questo bonus non valorizza il lavoro ordinario ma quello straordinario (già retribuito, anche se con somme modeste attraverso il fondo d’istituto), in Italia molte scuole si sono mobilitate e i docenti, non tutti ma la maggior parte di essi, hanno dichiarato la propria “indisponibilità a ricevere il bonus”. In qualche istituto non è stato nemmeno eletto il comitato di valutazione oppure in qualche caso alcune componenti hanno rifiutato l’elezione. Addirittura alcuni studenti si sono opposti all’elezione come rappresentanti nei comitati dei propri istituti.

I sindacati, da parte loro, minacciano di ricorrere ai tribunali. Il contenzioso nasce dal fatto che, essendo il bonus a tutti gli effetti uno stipendio accessorio che non prevede attività che i docenti sono obbligati a svolgere, deve essere oggetto di trattazione decentrata. In parole semplici, in ogni scuola il DS dovrebbe discutere con le RSU (rappresentanti sindacali) sulla destinazione di questi premi, cosa questa esclusa dalla Legge 107/2015 che, al contrario, prevede l’assoluta autonomia del dirigente in questo senso.

Ma qualora questi fondi non vengano utilizzati, è possibile che abbiano altre destinazioni? In qualche scuola si è pensato di dirottare queste somme su particolari progetti didattici a beneficio degli alunni più deboli. Nobile intento, davvero, ma non so quanto legittimo. C’è il rischio concreto che in questo modo il Miur non rinnovi la somma destinata alla valorizzazione del merito per i docenti negli anni a venire.

Insomma, la questione è molto confusa. Se da una parte è apprezzabile un atteggiamento di rifiuto, personalmente mi chiedo se non sia meglio mettere da parte l’orgoglio e anche la rabbia, accettando ciò che arriva, se arriva, in attesa che la questione oggi fumosa sia definita meglio in futuro.

Lo confesso: inizialmente mi ero rifiutata di concorrere per il bonus (nessuno, infatti, è obbligato a presentare l’autocertificazione per la definizione del punteggio, ma tutti i docenti sono potenziali destinatari del premio, pur non producendo alcunché), contraria a quella raccolta punti che in definitiva è diventata l’attribuzione del premio. Poi ho pensato che comunque vada, sarà sempre meglio che regalare la mia eventuale quota a chi è meno orgoglioso… e non necessariamente più bravo.

[immagine da questo sito]

QUALCHE CHIARIMENTO IN QUESTO POST

A COSA SERVE IL PROF POTENZIATO?

prof-potenziatoHo ripreso le pubblicazioni sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita”, dopo alcuni mesi di stop. Il post pubblicato oggi tratta dell’organico potenziato, un argomento molto seguito da chi s’interessa della scuola e soprattutto delle vicissitudini di quella #buonascuola molto pubblicizzata dall’attuale governo ma che di buono ha veramente poco o nulla.
Come sempre riporto in parte l’articolo e vi invito a leggerlo interamente sul sito del Corriere.it.

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Tutti sanno che uno dei fiori all’occhiello della Legge 107/2015 (la cosiddetta #buonascuola) è, almeno nelle intenzioni del governo Renzi, l’assunzione di un tot numero di docenti per decretare, anche se non subito, la fine della “supplentite”.

Già nel corrente anno scolastico sono stati assunti più di novantamila docenti in tutte le scuole di ogni ordine e grado. I numeri, tuttavia, seppure possano essere considerati una garanzia per abbattere, o almeno tentare, il precariato, sono alquanto lontani dalla cifra sbandierata durante l’estate scorsa: in realtà i docenti che dovrebbero essere assunti sono almeno il doppio.

L’urgenza, tuttavia, era quella di non incorrere nelle sanzioni in seguito alla condanna dell’Italia da parte della Corte di Giustizia europea che ha ritenuto illegittimo assumere i docenti all’inizio dell’anno scolastico, per poi licenziarli alla fine di giugno, per più di 36 mesi. Nella scuola italiana, infatti, si è costituito il cosiddetto “precariato storico” proprio per questo motivo, caso unico in tutta la UE.

Se queste assunzioni non sono il farmaco in grado di debellare la “supplentite”, almeno dobbiamo riconoscere lo sforzo fatto per procedere all’assunzione massiccia di docenti che, precari da anni e anni, finalmente possono sperare in una maggior sicurezza economica e stabilità del posto di lavoro.

Le assunzioni finora operate in seguito alla Legge 107/2015 hanno previsto tre fasi, l’ultima delle quali, la C, ha coinvolto 55mila insegnanti. Il Ministero dell’Istruzione ha proceduto alle nomine pensando ad un potenziamento dell’organico delle singole scuole: i nuovi insegnanti si sono aggiunti al personale ordinario per incrementare l’offerta formativa, secondo le necessità degli istituti. In realtà questi docenti, o almeno gran parte di essi, servono a coprire i buchi negli orari delle classi, girando per la scuola e sostituendo i colleghi assenti al mattino. I più fortunati possono essere impegnati in supplenze brevi, nel caso di assenze prolungate dei titolari.

Fin dalle prime nomine dei docenti dell’organico potenziato, sono fioccate lettere di protesta pubblicate sui siti delle redazioni che si occupano di scuola, in alcuni casi anche sulle maggior testate nazionali e locali.

Il motivo della protesta? L’essere trattati sostanzialmente come tappabuchi.

In realtà, come dicevo, quest’organico dovrebbe potenziare quello di fatto, venendo incontro alle necessità delle singole scuole, soprattutto per quanto riguarda progetti specifici (sostegno, recupero, attività extracurricolari…). Il problema è che, sin dal loro arrivo, i nuovi prof sono stati utilizzati per coprire le assenze, in alcuni casi hanno un orario flessibile (c’è qualcuno che protesta perché costretto ad essere “reperibile” ogni giorno ad ogni ora) e talvolta sono abilitati per una materia che nella scuola in cui prestano servizio non esiste nemmeno.

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[immagine dal sito linkato; logo blog “Scuola di Vita” © Corriere.it]

MA DAVVERO GLI STUDENTI ITALIANI FANNO TROPPI COMPITI?

diritto allo studioRecentemente sono usciti i risultati di un’indagine svolta dall’Ocse sui compiti a casa, dalla quale i nostri studenti sono risultati i più sgobboni, con le loro 9 ore di media di studio domestico, di conseguenza i più tartassati dai docenti. Ma davvero i quindicenni italiani – tale, infatti, è la fascia d’età presa in considerazione dall’Ocse – hanno troppi compiti da svolgere a casa?

Chiariamo subito che, come ho già avuto modo di dire altrove (LINK), le attività domestiche andrebbero calibrate in base alle reali necessità degli studenti senza essere abolite del tutto, specialmente quando i diretti interessati sono i ragazzi che frequentano le scuole superiori. I compiti a casa, infatti, hanno lo scopo di consolidare i contenuti appresi e di sviluppare le competenze attraverso attività di vario tipo: un’analisi del testo, una relazione di laboratorio, degli esercizi di matematica o fisica o chimica, una traduzione o un’esercitazione in cui vengano applicate le regole apprese durante la lezione mattutina. Di tutto questo c’è bisogno, ma i compiti a casa non devono sostituire il lavoro dell’insegnante. Quindi, non bisognerebbe assegnare come attività domestica lo studio autonomo di un capitolo di storia oppure di un autore di letteratura. Casomai va benissimo proporre una schematizzazione oppure una mappa concettuale in cui fissare i contenuti appresi, al fine di consolidare il metodo di studio.

Detto questo, i risultati dell’indagine Ocse, seppur meritevoli d’attenzione, non tengono conto del “tempo scuola” cui sono abituati i nostri studenti . Vale la pena ricordare che in Italia gli adolescenti iscritti alle scuole secondarie di II grado soggiornano nelle aule scolastiche per 1000 ore di media ad anno scolastico, contro la media europea attestata attorno alle 700 ore. Questo perché i nostri curricoli sono più “corposi” e soprattutto obbligatori, mentre in molti paesi europei solo una parte del curricolo è prestabilito, lasciando gli studenti liberi di scegliere come integrarlo. Non è difficile da comprendere, dunque, che il maggior carico di lavoro cui sono sottoposti gli studenti italiani – in teoria, in pratica molto spesso i compiti vengono svolti male se non addirittura copiati – dipende dal numero delle ore e delle discipline scolastiche presenti nel loro piano di studi.

C’è un’altra considerazione da fare: quando si parla di “compiti” non si può pensare ai soli esercizi da svolgere per rafforzare le competenze ma si deve far riferimento allo “studio” in senso lato. Anche dal punto di vista linguistico spesso si intende la parola come sinonimo di “dovere” – è compito tuo – quando invece la si dovrebbe interpretare seguendo l’etimologia che ci riporta al verbo latino completare (più esattamente complitare, che ha la stessa radice di compleo, “completare, portare a termine” ) ad indicare un’attività di “completamento”, appunto, rispetto al lavoro fatto a scuola.
Purtroppo i nostri studenti, specie quelli più grandi, sono convinti che i compiti siano assegnati per sfizio personale dell’insegnante e che li debbano svolgere, poco importa se male o bene, per farlo contento. Se a questa convinzione aggiungiamo il deleterio utilizzo di internet e il proliferare di siti cui attingere per svolgere agevolmente – diciamo pure copiare – i compiti assegnati, comprendiamo bene che questa attività serve a poco. Studiare, invece, è un’operazione che impegna lo studente in prima persona e soprattutto significa, sempre stando all’etimologia, impegno.

Alla luce di tutte queste considerazioni ben si comprende che le 9 ore di media sono adeguate al tipo di lavoro che lo studente deve svolgere. Certamente non è condivisibile l’opinione espressa dal ministro del MIUR Stefania Giannini che ha criticato “l’insana abitudine” di assegnare compiti a casa riconducendola ad una didattica frontale la quale, a suo dire, va superata. Ma che c’entra la didattica frontale, mi domando. Se, ad esempio, porto i ragazzi al cinema e poi chiedo, come attività domestica, di produrre una scheda d’analisi del film visto, non ho fatto didattica frontale. Se dopo una visita d’istruzione assegno una relazione sull’esperienza, il “compito” non è in relazione alla didattica frontale. Se un collega di Fisica richiede la stesura della relazione su un esperimento eseguito in laboratorio, la sua didattica è tutt’altro che frontale, visto che soggetti attivi sono i ragazzi stessi, pur seguendo le sue istruzioni.

Il ministro Giannini, inoltre, prospetta la fine dei compiti a casa grazie all’organico funzionale. In sintesi: dato che il ministero deve assumere almeno 150 precari – glielo chiede l’Europa, naturalmente, altrimenti se ne guarderebbe bene – e dato che con il riordino degli istituti di istruzione secondaria di II grado molte cattedre sono state tagliate, quindi non ci sarebbe bisogno di tutte queste assunzioni, qualcosa da far fare ai neoimmessi in ruolo bisogna pur trovarla. Ecco che la scuola potrebbe venire incontro ai ragazzi in difficoltà con delle lezioni supplementari, svolte di pomeriggio e gratuitamente dal surplus di personale docente, all’interno dello stesso istituto scolastico. La parola magica di questo governo è stata fin da subito “scuola aperta”. Apriti scuola al posto di Apriti Sesamo, insomma, peccato non ci sia alcun tesoro da scoprire. Bisognerebbe, poi, chiedere agli studenti quanto siano felici di barattare i compiti a casa con un maggior numero di ore da trascorrere a scuola

Secondo alcuni il progetto del ministro potrebbe servire ad abbattere quelle “disparità socio-economiche” che renderebbero, a detta dell’Ocse, l’assegnazione dei compiti a casa poco democratica. Personalmente non concordo con l’Ocse perché, per esperienza diretta, almeno per ciò che riguarda i quindicenni, posso affermare che spesso proprio i ragazzi meno avvantaggiati sono più bravi, hanno maggior senso del dovere, vogliono farcela e si applicano nello studio anche senza controlli da parte dei genitori, costretti a lasciarli soli a casa nel pomeriggio. I “figli di papà”, invece, trovano mille scuse per non fare i compiti, sono meno motivati e sanno che, nella peggiore delle ipotesi, possono contare sulla disponibilità dei genitori ad inscriverli in una scuola privata dove ottenere, senza troppa fatica, il sospirato diploma.
Ovviamente queste sono considerazioni generali perché i casi singoli possono essere molto diversi.

Rimanendo in tema, prima dell’inizio delle vacanze natalizie, giocando d’anticipo una dirigente ha “consigliato” ai docenti di non infierire, lasciando liberi i ragazzi di passare la pausa natalizia senza farli sentire ostaggio dei compiti. Ida Iannelli , a capo dell’istituto comprensivo “Salvemini” di Taranto, ha infatti pubblicato una circolare che recitava: “In occasione delle festività natalizie […] rivolgo l’invito di non assegnare compiti al fine di far trascorrere anche agli alunni e alle famiglie un periodo di tranquillità”.(LINK).

Non mi resta che rivolgere agli studenti e alle famiglie una domanda: le vacanze sono state davvero “un periodo di tranquillità”? In attesa, beninteso, di una ripresa delle lezioni piuttosto intensa, dato che nella maggior parte delle scuole il primo quadrimestre sta per concludersi.

MATURITA’ 2015: LE NUOVE MATERIE DELLA SECONDA PROVA SCRITTA

esame-di-maturitaNovità in arrivo all’esame di maturità che avrà inizio il prossimo 17 giugno con la prima prova, lo scritto di italiano che rimarrà invariato. Con quest’anno, infatti, va a regime il riordino dei licei, dell’istruzione tecnica e professionale varato dall’ex ministro del MIUR Mariastella Gelmini.

Le novità più rilevanti riguardano i nuovi corsi previsti dalla riforma, specialmente per ciò che concerne la seconda prova.

In sintesi:

Allo Scientifico (anche per l’opzione sportiva) saranno possibile oggetto della seconda prova Matematica e Fisica. Per l’indirizzo Scienze applicate il ministro potrà scegliere anche le Scienze Naturali.

La seconda prova del Liceo delle scienze umane verterà sulle Scienze Umane (Antropologia, Pedagogia, Sociologia) nell’indirizzo di base. Nell’opzione Economico Sociale si aggiunge alle Scienze Umane Diritto ed Economia Politica.

Al Liceo artistico, oltre alle prove degli indirizzi preesistenti, si aggiunge il Design.

Per la seconda prova del Linguistico cambia la modalità di scelta della lingua che sarà stabilita dal ministero.

Quest’anno debuttano alla Maturità anche i licei Musicali e Coreutici. Chi studia musica nella seconda prova dovrà cimentarsi con la Teoria, Analisi e Composizione della Musica o con le Tecnologie Musicali. Le Tecniche della danza saranno oggetto della seconda prova dell’Esame del Liceo coreutico. Le prove saranno articolate in due giornate.

Per i Tecnici e i Professionali si punta sulle Lingue e non solo su materie pratiche negli indirizzi che riguardano il Turismo.

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