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A MONFALCONE TROPPI STRANIERI IN CLASSE: BAMBINI DIROTTATI ALTROVE. MA IL TETTO DEL 30% ESISTE ANCORA


Ha fatto scalpore la notizia che il sindaco di Monfalcone (Gorizia), Anna Maria Cisint, abbia fissato un tetto del 45% alla presenza di bambini stranieri nelle scuole della prima infanzia cittadine. Gli alunni esclusi saranno “dirottati” su altri plessi tramite un servizio di scuolabus gratuito. La convenzione è stata sottoscritta da due istituti comprensivi della città – l’«Ezio Giacich» e il «G. Randaccio» – con il Comune, che fissa un tetto massimo per la presenza di bambini stranieri nelle classi della materna che verranno formate a settembre.

La decisione è stata presa a causa della presenza massiccia di stranieri a Monfalcone. Negli ultimi anni si è registrato un incremento dei figli di immigrati fino ad arrivare a un rapporto di 1 a 1. Quindi nelle scuole monfalconesi, specialmente d’infanzia e primarie, un alunno su due è figlio di immigrati. La situazione per quanto riguarda l’immigrazione a Monfalcone è molto particolare in quanto lo stabilimento Fincantieri dà lavoro a operai di cento etnie diverse, in prevalenza provenienti da Bangladesh e Romania. Gli stranieri costituiscono 1/5 della popolazione, la percentuale più alta in regione (dati relativi al 2016).
Per far fronte alle aumentate esigenze, l’Ufficio scolastico regionale ha già autorizzato l’apertura di due nuove sezioni della scuola dell’infanzia, con la nomina di quattro nuovi insegnanti. Ma non sono stati sufficienti: le domande per bambini non italiani sono vicine al 60% del totale.

La notizia ha ormai fatto il giro della penisola ed è riportata dai maggiori quotidiani nazionali. In 24 ore la questione è approdata in Parlamento con l’interrogazione urgente della senatrice dem Tatjana Rojc che chiede se non vi siano «palesi violazioni degli articoli 2 e 3 della Costituzione».

Non avrebbe fatto di certo tanto scalpore questa presa di posizione se in qualche modo non avesse messo uno contro l’altro dei rappresentanti della Lega, partito a cui appartengono sia il ministro del MIUR Bussetti sia la stessa prima cittadina di Monfalcone. Per completare il terzetto, lo stesso vice premier Matteo Salvini si è dichiarato favorevole all’iniziativa della Cisint, mentre il ministro Bussetti no, appoggiato dal ministro per la Famiglia Fontana, anch’egli leghista.

Da parte sua Bussetti ha rassicurato i genitori dei bambini “esclusi”: «Mi sono informato con gli uffici provinciali i quali hanno dato la possibilità di attivare 2 classi in più e comunque siamo sulla soglia in percentuale richiesta dalla norma». La prima cittadina Cisint ha invece chiesto all’amministrazione di Fincantieri che la società si faccia carico anche di garantire un servizio di scuola dell’infanzia alle famiglie dei lavoratori stranieri.

In difesa di Cisint e della convenzione stipulata coi dirigenti scolastici è intervenuto il presidente leghista del Fvg Massimiliano Fedriga osservando: «Quando ci sono classi con il 90% di bambini stranieri non si fa integrazione». A Monfalcone, ha ricordato, «il 22% della popolazione è straniera». «Cisint – continua Fedriga – si è interfacciata anche con l’Ufficio scolastico per cercare di trovare le migliori soluzioni, penso però che l’alternativa non sia fare classi in cui c’è il 90% o il 100% di bambini stranieri».

Questa in sintesi la notizia sui cui sviluppi cercherò di tenere aggiornati i lettori. Ora la mia personale riflessione.

Nel 2009 l’allora ministro del MIUR Marialstella Gelmini aveva fissato il tetto del 30% per l’inserimento in classe di allievi stranieri. Chiaramente con le dovute deroghe (infatti, come nel caso attuale di Monfalcone, ci sono zone in Italia con un’affluenza di bambini stranieri molto elevata), anche se si sono registrati dei casi assurdi (di uno in particolare parlai QUI) in cui non furono concesse deroghe nemmeno nel caso in cui i bambini “stranieri” fossero nati in Italia, o arrivati qui da piccolissimi, che avessero frequentato la scuola materna nel nostro Paese e che in casa parlassero solo l’Italiano.

E’ più che evidente che, trattandosi di scuola primaria o secondaria, il discorso è diverso. Nel “caso Monfalcone” i bambini “dirottati” altrove sono piccolissimi, poiché si parla di iscrizioni alla scuola dell’infanzia. Spesso nelle famiglie di immigrati si mantiene l’uso della lingua materna nella comunicazione quotidiana e per i figli l’ambiente scolastico rimane l’unico luogo in cui potersi relazionare con adulti e coetanei imparando la lingua italiana la quale, essendo l’idioma parlato nel Paese ospitante la famiglia, si presume diventerà la loro lingua. Proprio per questo è importante, come osserva il Presidente della regione Friuli – Venezia Giulia Fedriga, che le classi non siano formate esclusivamente da stranieri.

Se la norma prevede il tetto del 30% e il sindaco Cisint ha fissato una percentuale più alta e prossima alla metà dei componenti totali della classe, a me personalmente sembra una cosa saggia perché, invece di creare “classi ghetto”, può favorire meglio l’integrazione dei bambini in questione, anche a costo del piccolo disagio del trasporto in paesi limitrofi. Trattandosi di Monfalcone (cittadina con poco più di 28mila abitanti) posso assicurare che il disagio sarebbe davvero trascurabile, poco più di 15 minuti di percorso con lo scuolabus.

[fonti: Il Corriere e Il Piccolo immagine da questo sito]

AGGIORNAMENTO DEL POST 18/07/2018

Come promesso, aggiorno i lettori sulla vicenda dei bambini esclusi da alcune delle scuole dell’infanzia di Monfalcone.

Il sindaco Anna Maria Cisint non fa alcun passo indietro, anche se ha promesso che per il prossimo anno il tetto scenderà al 40%. Con queste parole difende la sua posizione:

«già la Regione Veneto prima e il Comune di Venezia poi hanno adottato un protocollo simile al nostro, incassando perfino il plauso del Prefetto. Quindi l’unica vera differenza è che lì, con un tetto del 30% di stranieri in classe, i firmatari sono stati applauditi come promotori dell’integrazione, mentre qui, col 45%, siamo stati tacciati di razzismo». Aggiunge, poi, un parere da madre: ««Da mamma – spiega – non trovo giusto che i bambini monfalconesi fuggano in altri comuni. Nel 2016 erano 90, ora sono la metà».

Sono 79, per la maggior parte stranieri, i bambini rimasti fuori dalle scuole dell’infanzia monfalconesi ma nei paesi limitrofi, assicura Cisint, i posti ci sono:«Ho appreso di molti posti liberi negli asili dei Comuni vicini: 30 a San Canzian, 20 a Staranzano, 18 a Ronchi, 15 a Fogliano. Come mai nessuno si offre di accogliere i 79 bimbi rimasti fuori?».

Sulla vicenda sono intervenuti anche i sindacati, CGIL in testa, decisi a dar battaglia alla prima cittadina della città isontina. Il segretario regionale Flc-Cgil Adriano Zonta spiega così la presa di posizione del suo sindacato:

«Si ravvisano irregolarità che a nostro avviso possono sfociare sul penale, ma sarà la magistratura a decidere. Noi invieremo l’esposto anche al Garante dei Minori e al Miur. […] i bimbi non possono essere messi in mezzo, né ci può essere discriminazione».

Allo stesso tempo Zonta non esclude che si possa trovare un accordo: « È vero, come dice Cisint, che tutti i soggetti vanno interessati, compresa l’azienda, ma non con la filosofia del “Si arrangi Fincantieri”». Da 3 anni si avevano i dati demografici, come mai non si è pensato a risolvere prima il problema dell’esubero? Siamo disponibili a discutere, ma l’accordo va ritirato: urge un tavolo sul dimensionamento scolastico».

In attesa di incontrare il direttore dell’Ufficio scolastico regionale del Friuli- Venezia Giulia Igor Giacomini e il senatore Mario Pittoni della Lega, la Cisint non esclude la formazione di classi – ponte ovvero «spazi in cui i bimbi stranieri possano apprendere esaustivamente la lingua italiana così quando saranno pronti potranno essere inseriti in aula con gli altri».

Quindi, come volevasi dimostrare, si torna a parlare di classi – ponte.

[fonte: Il Piccolo]

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RICOMINCIA LA SCUOLA: 7 CONSIGLI ANTISTRESS PER LE MAMME DEI PIÙ PICCOLI

L’avvio dell’anno scolastico è quasi sempre accolto dai genitori dei più piccoli come una manna dal cielo. Infatti, è il periodo in cui, almeno per qualche ora al giorno, i figli sono “sistemati”. Attenzione, però: per i piccolini che stanno per essere inseriti nella scuola d’infanzia e per quelli appena un po’ più grandicelli che iniziano ora la scuola primaria questi sono giorni emotivamente stressanti. Inevitabilmente ne risentono anche i genitori, senza contare tutte le corse che si devono fare per gli acquisti, i libri da copertinare, i grembiulini (si usano ancora?) da sistemare, la cernita dei pastelli colorati da fare, gli zainetti, che stanno ancora lì in un angolo, ben chiusi con il contenuto delle cose che erano servite l’ultimo giorno, da lavare … insomma, non c’è da stare tranquilli nemmeno un po’. Ma come allontanare lo stress da inizio scuola?

Barbara Sgarzi, su Vanity Fair, elenca 7 simpatici consigli antistress. Eccoli:

1 Non correte Quando iniziano le interminabili vacanze estive, 200 giorni di scuola sembrano pochissimi. In realtà l’anno scolastico non è uno sprint, è una mezza maratona. Se arrivate al fatidico primo giorno senza aver terminato il corredo scolastico per il pupo o l’iscrizione a Tai Chi, non vi preoccupate. C’è tutto il tempo.

2 Informatevi almeno da tre persone diverse Soprattutto se state vivendo il delicato periodo dell’inserimento alla scuola materna o il passaggio tra materna ed elementare, non abbiate paura di chiedere più volte le informazioni che vi servono: orari, materiali da portare, riunioni, numeri di emergenza. Trasformatevi in reporter e collezionate almeno due fonti diverse per ogni notizia. Spesso divergono e ve ne servirà una terza per essere certe di avere l’informazione corretta

3 Non comprate tutto subito soprattutto se, vedi sopra, iniziate un nuovo percorso scolastico. Non fidatevi dei malefici foglietti fotocopiati che vi consegnano, con l’elenco dei materiali assolutamente necessari. Anche perché, secondo i dati della Federconsumatori, la spesa per il corredo scolastico passerà dai 461 euro dello scorso anno ai 488 di quest’anno (+6%). Meglio evitare acquisti inutili: prima di correre in cartoleria, al super o in merceria (ebbene sì: in merceria), parlate con qualche altra mamma. Scoprirete che siete l’unica ad aver preso sul serio, acquistato e realizzato la “fettuccia di tessuto sulla quale scrivere nome e cognome con apposita penna indelebile da fissare poi con ferro da stiro rovente”, per identificare ogni capo di abbigliamento portato a scuola (è una storia vera). Non fidatevi.

4 Tanto, avevo judo Si chiamano attività extrascolastiche. Si sfoggiano, tra una chiacchiera e l’altra (vedi punto seguente) più di una borsa griffata. A parole, tutti criticano l’iperattivismo imposto ai bambini; poi, appena gratti la superficie di genitore zen e illuminato, scopri che dei cinquenni, tra danza terapia, teatro gioco, espressione corporea, l’immancabile nuoto e un’arte marziale “per l’equilibrio psicofisico” hanno l’agenda di un atleta olimpico. Vedete voi. Io mi limitarei a due attività a settimana. E no, la lezione di prova gratuita non è una garanzia: dopo quella, sono sempre tutti entusiasti, ma la gioia scema già alla quarta lezione: “Non ne ho più voglia” e ci sarà poco da fare, anche se avete pagato un’iscrizione triennale.

5 Le altre mamme sono amiche Ok, questa non è facile. Se non siete particolarmente socievoli o, semplicemente, non volete frequentare qualcuno per obblighi sociali, fuggirete dai caffè davanti alla scuola (posto che ne abbiate il tempo, dopo aver scaricato il pupo alla velocità della luce per correre al lavoro) oppure alle chiacchiere all’uscita. Però servono. In primis per ottenere informazioni preziose, poi perché possono facilitare l’organizzazione dei pomeriggi e delle attività extrascolastiche. Ah sì: se avete fortuna, magari con qualcuna andate d’accordo davvero, e non solo perché è “la mamma di”.

6 Il network è importante Non quello lavorativo, per carità. Quello delle babysitter. Se non avete le solite nonne o zie o vicine di casa molto comprensive, se non c’è una Mary Poppins fissa, sappiate che dovrete contare su almeno tre babysitter. Una in carica per i pomeriggi, una di emergenza per le mattine di sciopero e febbri, una per la sera se la numero due vi desse buca.

7 Non lamentatevi la scelta di lavorare e avere una famiglia, oppure quella, opposta, di stare a casa a occuparvi dei figli, l’avete presa tempo fa, per amore o per forza. Inutile continuare a ripetere tutti giorni che l’alternativa sarebbe mille volte meglio.

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