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PERCHÉ STUDIARE (ANCORA) IL LATINO E IL GRECO?

In occasione dell’80esimo anniversario dalla morte di Antonio Gramsci, il 29 aprile scorso, il MIUR (Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca) ha invitato le scuole a riflettere sulla sua figura e sul suo pensiero, utili per comprendere la complessità del presente che viviamo e le sue radici storiche, per promuovere occasioni di studio, ricerca e approfondimento. (LINK)

Onestamente non ho mai approfondito lo studio di Gramsci, se non per un breve periodo all’università, grazie alla baldanzosa ammirazione che il mio docente di Letteratura Italiana nutriva per lui e per altri personaggi legati alla cultura marxista. Ricordo che allora quel professore – Giampaolo Borghello, per chi fosse curioso – non riuscì più di tanto a farmelo amare. Tuttavia, ci sono degli scritti di Gramsci che appaiono molto attuali. Uno di questi, tratto dai Quaderni dal carcere, riguarda lo studio delle lingue classiche e, facendo seguito all’invito del MIUR, ne riporto qualche stralcio – purtroppo in questo periodo a scuola il tempo è davvero tiranno ed è una lotta per portare a termine i programmi, o almeno tentare -, sperando che qualche allievo di buona volontà lo legga. Il grassetto è mio.

Non si impara il latino e il greco per parlare queste lingue, per fare i camerieri o gli interpreti o che so io. Si imparano per conoscere la civiltà dei due popoli, la cui vita si pone come base della cultura mondiale. La lingua latina o greca si impara secondo grammatica, un po’ meccanicamente: ma c’è molta esagerazione nell’accusa di meccanicità e aridità. Si ha che fare con dei ragazzetti, ai quali occorre far contrarre certe abitudini di diligenza, di esattezza, di compostezza fisica, di concentrazione psichica in determinati oggetti. Uno studioso di trenta-quarant’anni sarebbe capace di stare a tavolino sedici ore filate, se da bambino non avesse «coattivamente», per «coercizione meccanica» assunto le abitudini psicofisiche conformi? Se si vogliono allevare anche degli studiosi, occorre incominciare da lì e occorre premere su tutti per avere quelle migliaia, o centinaia, o anche solo dozzine di studiosi di gran nerbo, di cui ogni civiltà ha bisogno.

Il latino non si studia per imparare il latino, si studia per abituare i ragazzi a studiare, ad analizzare un corpo storico che si può trattare come un cadavere ma che continuamente si ricompone in vita. Naturalmente io non credo che il latino e il greco abbiano delle qualità taumaturgiche intrinseche: dico che in un dato ambiente, in una data cultura, con una data tradizione, lo studio così graduato dava quei determinati effetti. Si può sostituire il latino e il greco e li si sostituirà utilmente, ma occorrerà sapere disporre didatticamente la nuova materia o la nuova serie di materie, in modo da ottenere risultati equivalenti di educazione generale dell’uomo, partendo dal ragazzetto fino all’età della scelta professionale. In questo periodo lo studio o la parte maggiore dello studio deve essere disinteressato, cioè non avere scopi pratici immediati o troppo immediatamente mediati: deve essere formativo, anche se «istruttivo», cioè ricco di nozioni concrete. […]

Anche lo studio è un mestiere e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio anche nervoso-muscolare, oltre che intellettuale: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo e il dolore e la noia. La partecipazione di più larghe masse alla scuola media tende a rallentare la disciplina dello studio, a domandare facilitazioni. Molti pensano addirittura che la difficoltà sia artificiale, perché sono abituati a considerare lavoro e fatica solo il lavoro manuale. È una quistione complessa. Certo il ragazzo di una famiglia tradizionalmente di intellettuali supera più facilmente il processo di adattamento psicofisico: egli già entrando la prima volta in classe ha parecchi punti di vantaggio sugli altri scolari, ha un’ambientazione già acquisita per le abitudini famigliari. Così il figlio di un operaio di città soffre meno entrando in fabbrica di un ragazzo di contadini o di un contadino già sviluppato per la vita dei campi.

Ecco perché molti del popolo pensano che nella difficoltà dello studio ci sia un trucco a loro danno; vedono il signore compiere con scioltezza e con apparente facilità il lavoro che ai loro figli costa lacrime e sangue, e pensano ci sia un trucco. In una nuova situazione politica, queste quistioni diventeranno asprissime e occorrerà resistere alla tendenza di rendere facile ciò che non può esserlo senza essere snaturato. Se si vorrà creare un nuovo corpo di intellettuali, fino alle più alte cime, da uno strato sociale che tradizionalmente non ha sviluppato le attitudini psico-fisiche adeguate, si dovranno superare difficoltà inaudite.

[Quaderni dal Carcere, 4 [XIII], 55]

E ora qualche mia considerazione.

La prima riflessione – Non si impara il latino e il greco per parlare queste lingue – è quanto mai attuale. In particolare ci sono metodi didattici (spacciati per innovativi ma che hanno alle spalle qualche decina d’anni) che tendono proprio a privilegiare lo studio del latino – insegnando al liceo scientifico mi soffermo solo su questa lingua – secondo il cosiddetto “metodo natura”, vale a dire una didattica mutuata attraverso quella delle lingue moderne. Sto parlando, naturalmente, del metodo Ørberg, un linguista danese vissuto tra il 1920 e il 2010, che aveva sperimentato la didattica del latino riproducendo le condizioni normali e prevedibili in cui una persona del tutto ignara di latino si troverebbe se circondata solo da antichi Romani. Secondo lo studioso, in questo modo si supererebbe lo studio noioso delle regole grammaticali e lo sforzo inutile d’imparare a memoria lunghissime liste di vocaboli, contestualizzando in diverse “situazioni” l’apprendimento della lingua, come si fa appunto nella didattica delle lingue moderne. Attraverso il MN si arriverebbe all’utilizzo vivo della lingua per portare gli studenti ad una reale padronanza della lingua che stanno studiando, portandoli all’ “interno dei testi”, evitando di relegarli al ruolo di semplici spettatori di uno spettacolo che comprendono a stento (il testo latino d’autore). In altre parole, si arriva all’utilizzo del latino come lingua veicolare che comunque non potrebbero usare, come invece accade con le lingue moderne, al mercato o al ristorante … dell’antica Roma.

Non mi dilungo ma voglio far capire che già negli anni Trenta del Novecento Gramsci aveva capito che lo scopo della didattica del latino non è quello di parlare queste lingue, per fare i camerieri o gli interpreti. Vale a dire che già allora, sorprendentemente, si tendeva ad attribuire allo studio delle lingue classiche uno scopo non pratico. Oggi va di moda parlare del problem solving cui il latino, in modo insospettabile per molti, contribuisce non poco, abituando gli allievi a sviluppare la capacità logica per superare l’ostacolo, ovvero per comprendere e – solo successivamente – tradurre un testo di Cesare o Cicerone, ad esempio. Più problem solving di così!

Insomma, anche ai tempi di Gramsci lo studio delle “lingue morte” era accusato di eccessiva meccanicità e aridità. In più doveva essere parecchio noioso, classista e soprattutto costava molta fatica, troppa per alcuni. È evidente che oggi il discorso sulle classi sociali e sul vantaggio che deriverebbe a chi appartiene ad un ambito familiare colto nell’affrontare gli studi di un certo livello non è più valido. Soprattutto ora che l’Ocse ha eletto la scuola italiana reginetta dell’inclusività. Però è pur vero che molti degli stimoli devono arrivare, o almeno dovrebbero, dalle famiglie. Tuttavia, se proprio in famiglia si ritiene inutile lo studio delle lingue classiche e più in generale delle discipline umanistiche, il giovane allievo è portato a sopportare con grande sacrificio e a volte insofferenza lo studio di questa ed altre materie “inutili”.

Perché si studiano certe cose? È una domanda che, inutile negarlo, tutti ci siamo fatti (io per le scienze che la mia professoressa burbera, volgare e del tutto impreparata, mi aveva fatto odiare) ma fino a 20 anni fa lo studio, anche quello che non era particolarmente gradito, veniva considerato un dovere e l’ “utilità” non era misurata sulla base di una spendibilità immediata (a me, per esempio, le formule chimiche non sono mai servite nella vita!). L’obiettivo finale era quello di costruirsi una base culturale (perché, diciamolo, la scuola non ha mai avuto la pretesa di offrire la Cultura a 360 gradi) da approfondire con gli studi successivi e nel corso di tutta la vita da adulti. Un modo, insomma, per non sentirsi ignoranti.

Torniamo, dunque, alla riflessione di Gramsci: Anche lo studio è un mestiere e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio anche nervoso-muscolare, oltre che intellettuale: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo e il dolore e la noia.
In queste osservazioni ci sono delle parole “magiche” che tutti i nostri studenti dovrebbero annotare nel quadernetto della memoria: mestiere, faticoso, sforzo, dolore, noia.

Non voglio commentare questo passaggio, le parole parlano da sole. Dirò solo che nei nostri studenti manca lo spirito di adattamento, vogliono (vorrebbero?) che tutto sia facile, che nulla richieda sacrificio e fatica, che ogni cosa sia facilmente raggiungibile (la sufficienza, ad esempio) senza trovare ostacoli (dolore) e possibilmente senza annoiarsi troppo.

Bene, pare che anche gli studenti dell’età di Gramsci soffrissero di questo disturbo. Il mondo va avanti ma certe cose non cambiano. Viene da pensare che anche la scuola sia rimasta indietro – didattica del latino e del greco a prescindere – ma non è così. Il problema vero non riguarda la didattica che per forza di cose si deve rinnovare e innovare (vedi l’utilizzo delle nuove tecnologie, per esempio), non riguarda nemmeno i “programmi vecchi” perché ci sono discipline e intellettuali del passato che hanno ancora molto da insegnare alle nuove generazioni. Il problema vero è lo scarso valore che viene dato alla Cultura in generale e la convinzione errata che tutto debba essere alla portata di tutti.

Ci troviamo davanti alla generazione del fast food e della smart life. Ma la scuola non sarà mai né fastsmart… almeno non troppo!

PER CHI PENSA CHE SIA DIFFICILE INSEGNARE LE LINGUE CLASSICHE AI GIOVANI D’OGGI

pascoli giovane

Si legge poco, e poco genialmente, soffocando la sentenza dello scrittore sotto la grammatica, la linguistica. I più volonterosi si svogliano, si annoiano, si intorpidiscono; e ricorrono a traduttori, non ostinandosi più contro difficoltà che, spesso a torto, credono più forti della loro pazienza. E l’alunno, andando innanzi, si trova avanti ostacoli sempre più grandi e numerosi; a mano a che la via si fa più erta e malagevole cresce il peso sulle spalle del piccolo viatore. Le materie di studio si moltiplicano, e l’arte classica e i grandi scrittori non hanno ancora mostrato al giovane stanco pur un lampo del loro divino sorriso. Anche nei Licei, in qualche Liceo, per lo meno, la grammatica si stende come un’ombra sui fiori immortali del pensiero antico e li adduggia…

Così scriveva Giovanni Pascoli nel 1894, invitato dall’allora ministro Ferdinando Martini «a indagare cause e accennare rimedi di mali» riguardo all’insegnamento del latino nelle scuole.

L’unica differenza è che oggi al posto dei traduttori usano direttamente Internet.

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