GELMINI DICE NO ALLA CLASSE-GHETTO DI MILANO. MA I BAMBINI “STRANIERI” SONO NATI IN ITALIA

La burocrazia è decisamente ottusa: il tetto degli allievi stranieri iscritti in una classe dev’essere del 30%, non uno di più. Poco importa che i bambini “stranieri” siano nati in Italia, o arrivati qui da piccolissimi, che abbiano frequentato la scuola materna nel nostro Paese e che in casa parlino solo l’Italiano.

Dopo il caso del vicentino (ne ho parlato QUI), questa volta la classe “incriminata” è una prima elementare di Via Paravia, a Milano. Il rione è quello di San Siro, noto per lo stadio ma, oltre alla fama calcistica, bisogna sapere che gode anche di quella dell’alto tasso di immigrati che vivono nelle case popolari, numerose nel rione.

La soppressione della classe, l’unica prima, e la distribuzione dei bimbi in altre scuole limitrofe potrebbe comportare la chiusura della scuola stessa. Ma i genitori non ci stanno e si sono rivolti all’associazione “Avvocati per niente”, denunciando il minstro dell’Istruzione Mariastella Gelmini per l’ipotesi di una discriminazione. Essi, infatti, sostengono che se i bambini fossero tutti italiani, la classe sarebbe sopravvissuta.

D’altra parte, i bambini hanno una competenza linguistica tale da poter interagire perfettamente tra di loro, proprio come fossero italiani a tutti gli effetti. Nessuna discriminazione, dunque. Ma la normativa va rispettata, in tutta la sua assurdità.

[fonte: Il Corriere; immagine da questo sito]

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Da piccola preferivo parlare ... oggi mi piace scrivere

Pubblicato il 3 settembre 2011, in bambini, famiglia, integrazione culturale, scuola con tag , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 4 commenti.

  1. Io mi sarei quasi rotta le scatole dei deficienti che ci governano.

    Considera che io sono d’accordo con le “classi ponte” perché, se un bambino non ha un’adeguata competenza linguistica, diventa crudeltà mentale farlo stare in una classe regolare, ma se la competenza linguistica c’è, parlare di “stranieri” è discriminazione bella e buona: il che, vi dirò, neanche mi stupisce.

    Blah!

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    • Anch’io sono favorevole alle classi ponte. Ho espresso la mia opinione in un commento a questo post (è del 2008).

      Nel caso specifico, come sostieni anche tu, c’è discriminazione perché se è vero che alla fine sarebbe stata una classe frequentata quasi esclusivamente da scolari stranieri, la socializzazione tra bambini che appartengono a diverse culture, tutti in grado di comprendere la lingua d’insegnamento, sarebbe stata un arricchimento e non un danno. E poi, diciamolo, i bambini si fanno molti meno problemi degli adulti.

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      • Io invece mi espressi qua (anche il mio è del 2008).

        Comunque il termine “stranieri” non ho capito bene cosa significhi nel nostro caso, e perché un’unica classe non possa accoglierne più di tanti. Un bambino che non conosce la lingua magari può rallentare il rispetto del programma (lasciando un attimo da parte il fatto che può dare ai suoi compagni un contributo culturale che alla fine andrebbe a compensare quanto perso), ma se l’italiano lo sa, cosa importa se è italiano, rumeno o filippino?

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      • Ho letto e vedo che la pensiamo allo stesso modo. Non è una questione politica, non si tratta di tolleranza o intolleranza, è solo questione di buon senso. Senza considerare che i bambini hanno molta faciltà nellìapprendere quindi si tratterebbe di una permannza relativamente breve o che comunque rispecchierebbe le esigenze del singolo. Se proprio non si vuole creare delle classi-ponte, l’idea migliore sarebbe, secondo me, quella della classe-aperta ma non esclusiva, nel senso che questo tipo di esperienza si potrebbe affiancare all’inserimento nella classe “normale” per un tot di ore alla settimana. Ricordo che quando i miei figli andavano alle elementari nella loro scuola (pubblica!) i docenti si organizzavano già così … più di quindici anni fa e senza alcuna normativa di riferimento.

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