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SCUOLA: IL #GREENPASS DELLA DISCORDIA

Com’è noto, dal primo settembre i docenti – e il personale ATA – potranno recarsi a scuola solo previa esibizione del famigerato #greenpass. Uno strumento legittimo se ne consideriamo l’utilizzo ai fini ricreativi (per recarsi al cinema, teatro, musei…) o commerciali (per poter consumare al chiuso nei bar e ristoranti) ma altamente discriminatorio nel momento in cui il green pass viene richiesto per recarsi sul luogo di lavoro e soltanto a scuola, per giunta. Analoga richiesta, infatti, non riguarda gli impiegati degli enti amministrativi locali, chi lavora in ambito commerciale o ha un impiego in aziende private. Non riguarda nemmeno i parlamentari che si ritrovano a centinaia in un luogo chiuso dove stazionano a volte per ore. Dirò di più: pare che la percentuale degli onorevoli e senatori della Repubblica italiana vaccinati siano circa il 25% del totale.

In Italia, allo stato attuale, l’obbligo vaccinale interessa solo il personale sanitario. Nonostante ciò, c’è ancora una percentuale di medici, infermieri e OOSS non vaccinata e solo di recente (rispetto al decreto che risale ad aprile) si è iniziato a prendere provvedimenti per chi ancora non ha assolto all’obbligo imposto.

A scuola, invece, di fatto nessuno è obbligato a vaccinarsi per poter svolgere le proprie mansioni. Eh sì, perché il #greenpass non impone l’obbligo alla vaccinazione. Infatti, l’alternativa è fare un tampone ogni 3 giorni e, in caso di negatività, chiunque può mettere piede all’interno dell’edificio scolastico per lavorare. Quindi, chi non sottostà alle regole, dopo 5 giorni di assenza – non perché non voglia andare al lavoro ma perché non può – sarà sospeso dal servizio senza stipendio fino a quando non si metterà in regola.

Certo, a rigor di logica tutto parrebbe perfetto. C’è una “legge” (in realtà un decreto, pur essendo in vigore dalla data di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, deve essere convertito in Legge dal Parlamento entro 60 giorni), se non la si rispetta l’infrazione deve essere sanzionata. Se io, per esempio, mi reco in un locale al chiuso senza il certificato e nessuno mi controlla, posso essere sanzionata da parte delle Forze dell’Ordine esattamente come il gestore del locale. Posso, tuttavia, scegliere di non “fare la furba” e rinunciare al caffè con le amiche o al pranzo con i parenti.

Però il caso del personale scolastico è diverso: io docente non posso scegliere se recarmi a scuola oppure no, devo presentarmi al lavoro altrimenti vengo sospesa dal servizio ecc. Dunque, io posso pagare la multa una volta perché non ho seguito le regole recandomi al bar o al ristorante sprovvista del #greenpass, però nel momento in cui voglio svolgere il mio lavoro, ciò mi viene impedito fino al momento della regolarizzazione (o mi vaccino oppure faccio un tampone ogni 3 giorni).

Altra questione. Se il “sacrificio” dei docenti è una questione morale e civica, perché il #greenpass non si estende a tutti i lavoratori in ogni ambito? La commessa che sta 8 ore all’interno del supermercato e viene a contatto con centinaia di clienti può non essere vaccina. La stessa cosa vale per il cameriere che serve le consumazioni al bar o lavora al ristorante dove io, come cliente, devo esibire il certificato. Idem per l’operaio che lavora in fabbrica o l’impiegato che si relaziona con il pubblico. Mi si dirà: un docente è a contatto con molti studenti, in un’aula spesso sovraffollata, è responsabile della loro salute, è un obbligo morale quello di vaccinarsi per dare un buon esempio. Teoricamente il ragionamento non fa una piega però…

L’obbligo del #greenpass per il personale della scuola e non per gli studenti è un’assurdità, visto che stiamo parlando di una percentuale minima, circa il 10%, rispetto al totale degli studenti (il 90% rimanente). Verrebbe da pensare che l’obbligo per il personale scolastico sia rivolto ad arginare i contagi non per salvaguardare la salute dei ragazzi ma per evitare ricoveri in TI e in altri reparti ospedalieri, data anche l’età piuttosto elevata del personale docente. Quindi la sicurezza degli studenti non c’entra proprio nulla.

Perché, dunque, per scongiurare la #DAD (questo è il problema… la scuola in presenza a tutti i costi) non si impone anche ai discenti che possono essere vaccinati l’obbligo del #greenpass? E’ vero che i più giovani rischiano di meno se si ammalano di Covid-19, la maggior parte è asintomatica, non ha bisogno di cure e non rischia di occupare le TI e i reparti covid. Ma è anche vero che proprio gli asintomatici sono i più pericolosi a livello di diffusione del contagio. Quindi, sul totale delle persone presenti a scuola, il 10% dei docenti vaccinato (poi sappiamo che la vaccinazione non dà immunità perché ci possono essere positivi anche tra i vaccinati) dovrebbe essere responsabile della salute del 90% di studenti, per la maggior parte non vaccinata? Se parliamo di senso civico, perché non dare una bella lezione agli adolescenti (più che altro alle famiglie) istituendo l’obbligo del #greenpass anche per loro? Certo, in questi giorni c’è un appello rivolto ai più giovani affinché si vaccinino, ma è un appello, nulla di più.

A luglio il generale Figliuolo aveva dichiarato di voler attendere il 20 agosto per fare il quadro della situazione circa la vaccinazione del personale della scuola, facendo appello, nel frattempo, a quella esigua percentuale che non aveva aderito alla campagna di vaccinazione. Pur considerando delle differenze tra le varie regioni e la difficoltà nel reperire i dati dal momento che l’iniziale canale preferenziale è stato poi sostituito dalle fasce d’età, si parlava del 20% circa di persone che non aveva ancora fatto la prima dose del vaccino. Perché mai, dunque, il 6 agosto si è deciso di istituire l’obbligo del green pass per entrare a scuola dal 1. settembre? La famosa immunità di gregge non ha più valore?

La proposta di Figliuolo mi sembrava saggia. Andare con i piedi di piombo, in certe situazioni, è consigliabile. Sì, perché a volte i conti si fanno senza l’oste…

Poniamo che quella piccola percentuale di docenti e ATA ancora non vaccinata alla data del 6 agosto si sia fatta persuadere. Immagino che tutti abbiano almeno tentato di prenotarsi entro breve tempo ma non in tutti i luoghi si riesce a ottenere un appuntamento da un giorno all’altro. A volte si aspettano due-tre settimane, specialmente ora che, con la faccenda del green pass necessario per le vacanze, i centri sono stracolmi. Un docente, dunque, deve essere particolarmente fortunato a ricevere la prima dose entro il 16 agosto per poter ottenere il #greenpass in tempo per la ripresa dell’anno scolastico. Infatti, la certificazione verde si ottiene a partire dal 14° giorno successivo all’inoculazione del vaccino.

Altro paradosso: proprio per sensibilizzare i più giovani che frequentano le scuole (12-17 anni pare essere la fascia meno protetta), in questi giorni si sta proponendo di permettere ai ragazzi di accedere agli hub anche senza prenotazione. Quindi, i docenti che devono vaccinarsi (sempre che non vogliano fare un tampone ogni 3 giorni) devono pregare Dio, la Madonna e tutti i Santi per ottenere un appuntamento in tempo utile. Gli studenti per i quali non vige l’obbligo, acquisiscono tale diritto anche senza prenotazione. Loro che non rischiano una sanzione se non provvisti di #greenpass e che non hanno necessità di recarsi a scuola il 1. settembre.

Non appare strano che in questi giorni si siano levate le proteste non solo da parte dei sindacati (tutti contrari all’introduzione della certificazione) ma anche dei Dirigenti Scolastici. Infatti, qualora non facciano gli opportuni controlli, rispondono in prima persona e possono essere sanzionati con una multa fino a 1000 euro.

Nonostante l’Associazione nazionale presidi abbia fin da subito caldeggiato l’obbligo vaccinale per il personale (attenzione: obbligo non green pass), ora si assiste a una levata di scudi contro il decreto che fa gravare sui singoli istituti l’onere del controllo, più adatto ai funzionari di polizia che ai dirigenti scolastici. Senza contare che mancano i fondi per assumere personale deputato a tale incarico (il DS non esegue in prima persona il controllo ma delega… mi pare ovvio) e la richiesta è di almeno 8000 impiegati di segreteria in più negli istituti di ogni ordine e grado. In compenso, sono stati stanziati 358 milioni di € per coprire con le supplenze i posti “lasciati liberi” dal personale non in regola.

A proposito di supplenti, anche loro potranno prendere servizio solo se in possesso di certificato. Certamente quelli “storici” si saranno premuniti ma i più giovani, magari appena laureati che sperano di poter fare qualche mese di supplenza con la MAD, come faranno? Forse ci hanno già pensato perché frequentatori più assidui di bar e ristoranti, fra brunch e apericena.

Infine, last but not least, tutta questa storia del #greenpass obbligatorio a me pare sinceramente un elemento distrattivo rispetto a quelle che sono le reali esigenze per una scuola in presenza sicura e duratura. Dopo due anni di pandemia, ancora nulla si è fatto per eliminare le classi-pollaio, per aumentare gli spazi e ristrutturare tanti edifici scolastici italiani che si trovano ai limiti della fatiscenza, per aumentare gli organici (le assunzioni straordinarie del personale Covid, comunque insufficienti, sono destinate a coprire solo il periodo fino al 31 dicembre, con la fine presunta dello stato di emergenza), dotare le aule dei sistemi di ventilazione e purificazione dell’aria indispensabili per poter affrontare le stagioni più fredde. Sembra che gel, mascherine (ma solo quando il distanziamento non è possibile…) e finestre aperte per 10 minuti ogni ora siano tutto ciò che basta per avere un ambiente sanificato all’interno degli edifici scolastici. Perché tanto c’è la vaccinazione

Dice bene Mario Rusconi, responsabile dell’Anp per il Lazio: «Il Green Pass deve essere esteso a tutte le persone adulte che frequentano la scuola: genitori, fornitori, esperti, collaboratori.»

Abbiamo tempo fino al 6 ottobre per chiarirci le idee. Nel frattempo il Parlamento dovrà decidere quali correttivi introdurre al decreto prima della conversione in Legge. Ciò non toglie che il primo settembre è dietro l’angolo e sulla ripresa della scuola la confusione regna sovrana. Quest’anno, se possibile, ancora di più.

[fonti: Tecnica della scuola; Repubblica.it; huffingtonpost.it; le immagini presenti sono contrassegnate di libero utilizzo, Licenza Creative Commons]

PERCHÉ LA “LEZIONE” DI DANTE È ANCORA COSÌ ATTUALE?

In occasione della celebrazione del primo #Dantedì, una riflessione sull’attualità della “lezione” che Dante ci trasmette da più di 700 anni mi pare doverosa.

Il poema dantesco, capolavoro non solo dell’autore Dante Alighieri ma anche della letteratura italiana delle origini, croce e delizia per generazioni e generazioni di studenti liceali e no, costituisce ancor oggi un punto fermo per comprendere quanto quel mondo medievale etichettato da sempre come “oscuro” abbia invece trovato la luce proprio grazie alla Commedia (l’aggettivo “divina” affibbiato da Boccaccio e comparso per la prima volta nell’edizione a stampa cinquecentesca dell’opera, appare agli studiosi assai limitativo rispetto alla complessità dell’opera) che continua a insegnarci, in un certo senso, come l’uom s’etterna. Grazie agli insegnamenti di Brunetto Latini, che Dante incontra nell’Inferno tra i sodomiti, la lezione impartita all’auctor, della quale l’agens si fregia con malcelato orgoglio, travalica i secoli e ci ricorda che noi siamo oggi quello che il passato ci ha aiutato a diventare. La lettura del classici, infatti, ha un involontario intento didascalico a lungo termine che noi, uomini e donne del XXI secolo, abbiamo ancora l’obbligo di cogliere. E ciascuno di noi può lasciare un’orma più o meno vasta da tramandare ai posteri.

Come dobbiamo leggere oggi la Commedia?

Il poema dantesco, come tutti sanno, descrive il viaggio di un peccatore, perdutosi nella selva oscura, che va alla ricerca del Bene e per farlo deve compiere un percorso completo, tra i dannati, i penitenti e le anime beate, con lo scopo primario di comprendere l’origine del Male per non commetterlo più e salvare la propria anima.

Al di là del contesto storico (nel Medioevo la vita terrena era considerata un banco di prova per conquistarsi un posto nell’oltretomba con tanto di premi o punizioni dettati dai comportamenti assunti in vita) e della specifica esperienza di Dante agens, mi chiedo: quante volte noi, uomini e donne moderni, ci sentiamo intrappolati nella selva oscura, smarriti e incapaci di trovare la via d’uscita – un po’ come succede nella casa degli specchi dei luna park – e soprattutto, indifesi, imploriamo l’arrivo di un Virgilio che ci soccorra per non perderci del tutto?

Mai come in questo tempo oscuro di pandemia sentiamo la necessità di una guida sicura, di coesione, solidarietà (come insegna anche Leopardi con l’esempio della ginestra… altro classico che ancora ci parla, basta ascoltarlo), invochiamo una comunione d’intenti che non in una città partita, come la Firenze di Dante, ma in uno Stato incapace di rappresentare l’ancora di salvezza di cui abbiamo bisogno è un obiettivo difficile da raggiungere.

Ahi serva Italia, di dolore ostello,

nave sanza nocchiere in gran tempesta,

non donne di province, ma bordello! (Purgatorio, VI, vv. 76-78)

Quante volte, negli ultimi tempi, sono stati rispolverati questi versi danteschi per descrivere la situazione attuale? Che cosa diversifica il poeta fiorentino da noi?

Dante amava la sua città ma anche la politica. Ne coglieva il senso genuino, quello che etimologicamente rimanda alla polis greca, la città-stato, e ai polìtai, i cittadini. Fare politica, ai tempi dell’antica Grecia, era sinonimo di operare per il bene della comunità, pur con tutti i limiti di una democrazia non perfetta che conosciamo.

Dante soffriva per la situazione in cui versava l’Italia, anche se in fondo al suo cuore gli interessava che la pace fosse riportata a Firenze. Certo, la sua posizione di Guelfo bianco contrastava con quella degli avversari, i Neri. In politica è sempre stato così: ognuno vuol aver ragione e si è poco disposti a dar ragione agli altri, anche quando c’è di mezzo il bene comune.

Negli ultimi tempi, affrontando la pandemia, abbiamo compreso quanto questa unità di intenti sia difficile a livello politico. Eppure il bene comune è di fronte agli occhi di tutti: uscire al più presto dal pericolo costante del Covid19 che continua a fare strage. Il numero dei morti ormai non fa più paura: è come se ci fossimo abituati a guardare da lontano, arroccandoci nelle nostre certezze, qualcosa che non ci riguarda. Almeno finché la potenza del virus non bussi alla nostra porta ed entri nelle nostre case senza alcun invito. La nostra è una battaglia diversa da quella combattuta da Dante, feditore a cavallo, a Campladino. Non abbiamo lance da scagliare per aggredire o difenderci, se non la fiducia cieca nella scienza che, tuttavia, ci disorienta con le continue e diverse prese di posizione. Anche l’Alighieri, dopo la battaglia di Lastrassigna, nel 1304, in cui i Bianchi subiscono la sconfitta definitiva, deluso decide di separarsi dai suoi compagni e di far parte per se stesso. Così anche noi ci troviamo senza guida, delusi e impotenti nell’affrontare il nemico invisibile.

Per tutta la vita, l’Alighieri rincorre un ideale: quello dell’impero universale. Confidava nell’opera dell’imperatore Arrigo VII che avrebbe potuto ripristinare la pace a Firenze, ma non fu in grado di compiere la missione che Dante gli attribuiva poiché morì a Buonconvento presso Siena nel 1313.

Ancora nel VI canto del Purgatorio, non a caso un canto politico come tutti i sesti canti della Commedia, l’autore si scaglia contro l’impero che, decentrando gli interessi nella parte continentale, aveva lasciato l’Italia in balia di se stessa. In particolare se la prende con Alberto d’Asburgo:

O Alberto tedesco ch’abbandoni 
costei ch’è fatta indomita e selvaggia, 
e dovresti inforcar li suoi arcioni, 
                               99

Costei ch’è fatta indomita e selvaggia è la bestia indomabile in cui si è trasformata l’Italia ormai negletta, mentre dovrebbe essere lui a domarla. Ma non c’è alcuna speranza che tale situazione si risollevi in quanto la colpa primaria è da attribuire al contrasto tra impero e papato, che come ben sappiamo caratterizza tutto il Medioevo, soprattutto a causa dell’ingerenza del Papa negli affari politici. Dante lo sa bene dal momento che, quand’era priore inviato a Roma come ambasciatore, fu trattenuto da Bonifacio VIII che, nel frattempo, portò a compimento il disegno di riportare i Guelfi neri al potere nella città di Dante, grazie all’intervento di Carlo di Valois. Da quel dì il poeta, colpito dal bando d’esilio successivamente tramutato in condanna a morte, non fece più ritorno nella città natale.

Mi chiedo: l’Italia non è forse tuttora ostaggio della politica comunitaria? Quando sentiamo parlare di MES o Recovery Fund non ci sembrano una spada di Damocle che dobbiamo sopportare sulle nostre teste, senza che ci sia una guida politica sicura, nel nostro Paese e al di fuori dei confini nazionali, che operi per il bene della comunità tutta? Certamente la UE non è l’impero ma, senza polemica e in modo apolitico, possiamo dire che al posto dell’Alberto tedesco abbiamo l’Angela tedesca?

Nel III trattato della Monarchia Dante riprende la “teoria dei due soli” per sottolineare l’importanza che l’Impero e il Papato non dovessero essere antagonisti ma accompagnare gli uomini come due guide necessarie alla pace e alla felicità: non doveva il Papa arrogarsi il diritto di avere il potere temporale oltreché quello spirituale ma doveva mettersi al servizio del suo popolo, accompagnare il cammino degli esseri umani sulla terra come guida spirituale. Da parte sua, il Principe Romano [l’imperatore] deve tendere con tutte le sue forze a questo scopo, cioè a far sì che in questa aiuola umana si possa vivere nella libertà e nella pace

E in questa aiuola umana, che ci appare sempre più spoglia specialmente di valori e buone azioni comuni, non abbiamo forse bisogno di due guide? Al di là della Fede, che non siamo obbligati ad avere, non è forse utile anche ascoltare le parole del Pontefice il quale, stando all’etimologia del termine, cerca di “costruire ponti” e abbattere muri e confini? Nessuno è obbligato, s’intende, a condividere quanto il Papa, per dovere, esprime a livello dottrinale, ma stando anche alle parole di Francesco, “Nessuno si salva da solo”, forse qualche insegnamento laico potremmo anche ottenerlo. E proprio oggi, Papa Bergoglio riconosce nella figura di Dante, profeta di speranza e testimone del desiderio umano di felicità, quella di chi può ancora donarci parole ed esempi che danno slancio al nostro cammino. (LINK)

Non dimentichiamo che l’ostilità del nostro autore nei confronti di Bonifacio VIII (e indirettamente anche verso Celestino V, colui che fece per viltade il gran rifiuto [cfr. Inferno, III, v. 60] perché aveva reso possibile l’elezione del papa nemico) è anche una questione politica. Tant’è che l’Alighieri fu costretto all’esilio.

Siamo anche noi un po’ esuli, allo sbando, quando diventiamo oggetto di derisione, quando non troviamo comprensione in chi ci dovrebbe ascoltare e invece si gira dall’altra parte, quando ci sentiamo diversi e incapaci di tramettere al prossimo non solo la possibilità di trovare un elemento di unione ma anche di far capire quanto le peculiarità di ciascuno possano diventare ricchezza da condividere. E siamo esuli ogni volta che sentiamo stretti i confini del nostro bel Paese (per dirla con Dante) e ci allontaniamo forse con la speranza di tornare ma anche con la consapevolezza di cercar fortuna in altri luoghi, su altre spiagge, un po’ come anime del purgatorio che attendono l’angelo nocchiero sulle rive del Tevere. Perché a volte lasciare le proprie cose e sperimentare come sa di sale lo pane altrui sembra quasi una penitenza da scontare per poter vedere, grazie agli sforzi del nostro ingegno e sopportando le privazioni affettive, finalmente riconosciuto il nostro valore.

Potrei portare ancora numerosi esempi e so che quanto detto può non essere condiviso da tutti. Mi fermo qui perché la “lezione” più grande e magnifica che Dante, dopo sette secoli, ci trasmette ancora è l’amore per la conoscenza. Ognuno tragga il proprio insegnamento dalle cose che sa. Perché la conoscenza è la luce che rischiara il mondo che abbiamo davanti, grazie anche al contributo delle menti illuminate che ci hanno preceduto.

DAD O NON DAD? QUESTO È IL PROBLEMA


Il dubbio amletico è legittimo. Lo scorso marzo, quando ci siamo trovati tutti, noi docenti e gli studenti, catapultati in una realtà sconosciuta, eravamo molto scettici, oltre al fatto che il Covid-19 rappresentava un nemico sconosciuto e ciò ci spaventava proprio per l’impossibilità di trovare in breve una cura che avrebbe potuto ridurre il numero delle vittime.

Dopo tanti mesi e varie vicissitudini, conosciamo meglio sia la Dad sia il Coronavirus -specialmente la sua pericolosità – e sappiamo bene che la scuola in presenza rappresenta un pericolo che, fin dall’inizio dell’anno scolastico, è stato sottovalutato.

Le scuole sono sicure, ci avevano detto. I ragazzi sono supercontrollati, le regole da rispettare sono rigide, i docenti ormai trasformati in gendarmi austriaci stanno molto attenti a farle rispettare. Certamente, ma le aule, con il distanziamento farsa delle “rime buccali”, sono davvero sicure? E fuori da quelle quattro mura iperprotette si può dire che le regole siano rispettate in modo così rigido e controllato? E sui mezzi di trasporto che ogni giorno muovono masse di studenti, dai piccoli centri e dalle periferie alla città, davvero la distanza di sicurezza è rispettata, con la capienza dei mezzi all’80%?. Questi sono tutti i dubbi legittimi.

Era il 4 novembre, l’ultimo giorno di lezione in presenza, quando arrivò il verdetto: troppi rischi, almeno gli studenti delle scuole superiori, quelli che maggiormente si muovono sui mezzi pubblici, devono stare a casa. Didattica a distanza al 100%, dopo poco più di un mese di ripresa in presenza.

E’ chiaro che siamo di fronte al fallimento di una ripresa sicura che non era affatto sicura, di una presa di posizione rigida del ministro Lucia Azzolina che a gran voce per tutta l’estate ha ripetuto che la scuola deve riaprire. Già questo la dice lunga sul fatto che se un ministro della Repubblica si esprime in questi termini, quando MAI le scuole sono state chiuse, il minimo che ci possiamo aspettare è il fallimento.

Fallimento per chi? Certamente non per la scuola che ha portato avanti, grazie all’impegno dei docenti e degli studenti (mi riferisco sempre alle scuole superiori), l’istruzione e l’educazione dei ragazzi e delle ragazze, senza risparmiarsi e mettendo in campo un patrimonio di conoscenze accumulato durante il lockdown della primavera scorsa. Perché, sapete, la Didattica a distanza non è facile, soprattutto non semplice è trovare il modus operandi che permetta ad essa di essere veramente efficace.

Ora, però, il problema si ripresenta. Tornare in aula, dopo le vacanze di Natale con il 75% delle presenze in istituto, è decisamente un azzardo. Anche perché, a quanto ci è dato sapere, i mezzi pubblici potranno trasportare il 50% dei passeggeri. I conti non tornano. Allora bisogna trovare un modo per potenziare i trasporti, aumentare il numero di corse e mettere su strada altri mezzi, anche stipulando convenzioni con i privati attualmente fermi data la sospensione dei viaggi di istruzione (le gite, come tutti dicono). E invece no, meglio prevedere ingressi scaglionati (dalle 8 alle 10, ho letto) costringendo gli studenti alla permanenza a scuola fino al pomeriggio inoltrato con il rischio di non avere i mezzi per tornare a casa e dover attendere la corsa serale, magari fino alle 19. Perché non pare che ci sia un’apertura delle aziende dei trasporti in questo senso. Certo, il MI, con la solita tattica dello scaricabarile, ha demandato ai Prefetti l’onere di sbrogliare la matassa. Poi non si sa se questi poveretti ne verranno a capo, specialmente nelle grandi città.

Il problema dell’aerazione delle aule, assente fino alla fine di ottobre grazie alla temperatura mite che permetteva l’apertura delle finestre quasi per tutta la mattinata, si presenterà, eccome. Il fatto che le aule siano piene, visto che con il metro di distanza tra le “rime buccali” è possibile contenere in esse 25-26 allievi, pur obbligando gli studenti a indossare sempre la mascherina, costituisce un rischio non indifferente per la trasmissione del contagio. Gli esperti sono ormai concordi su questo. Senza un sistema di depurazione dell’aria questo rischio non potrà essere, se non annullato, nemmeno arginato.

Che dire, infine, del sistema dei tracciamenti, andato definitivamente in tilt prima dell’istituzione della DAD, e la difficoltà di somministrare in breve tempo i test? Siamo sicuri che entro il 7 gennaio si sarà fatto qualcosa per superare tale ostacolo? Beato chi ne è convinto, io non lo sono per nulla. Si dovrebbe quantomeno reintrodurre la figura del medico scolastico, presente almeno un paio d’ore al giorno in ogni scuola, per tenere sotto controllo la situazione sanitaria e somministrare i test. Pensate che il governo sia disposto a stanziare dei fondi ad hoc? Anche a tale riguardo non ho grandi certezze.

Detto ciò, chi ancora protesta contro la Dad e ritiene che non sia “scuola vera” – e su questo per certi versi concordo, le differenze ci sono -, sostenendo che gli studenti perdono solo tempo e si intristiscono perché relegati per molte ore al giorno davanti al pc e confinati entro le quattro mura domestiche, non ha capito che tenere lontani dall’aula gli allievi è un’esigenza sanitaria non un divertimento degli insegnanti che, al contrario, ritengono la Dad l’unico modo per tutelare loro e le loro famiglie. Perché ogni studente a casa ha dei genitori più o meno 50enni, non immuni per età come abbiamo visto, e si relaziona con i nonni 70enni, evidentemente soggetti a rischio. Infatti, la diffusione dei contagi nelle scuole è più pericolosa per le relazioni parentali che per gli studenti i quali spesso sono asintomatici e per questo più pericolosi, semplicemente perché non sanno di essere contagiati dal Covid-19.

Un’altra differenza tra la scorsa primavera e oggi riguarda l’obbligo della Dad che lo scorso a.s. è arrivato solo ad aprile mentre per quest’anno è stata prevista fin dall’estate scorsa (Decreto Ministeriale 7 agosto 2020, allegato A). Anzi, il ministro Azzolina si è inventata la DDI (Didattica digitale integrata), stabilendo che, nell’impossibilità di fare lezione in presenza si attivasse in automatico la Didattica a Distanza, in caso di sospensione delle lezioni in aula al 100%, o la DDI che prevede una quota del monte ore in presenza e una quota a distanza o in alternativa che una parte degli studenti segua le lezioni in aula e la restante da remoto con collegamento in videoconferenza.

Pare davvero strano che la scorsa settimana il ministro abbia ipotizzato un prolungamento dell’a.s. fino a tutto giugno o addirittura a luglio per compensare il “tempo perso”. Questa proposta è in piena contraddizione con il suo stesso decreto: non c’è nessun tempo perso dal momento che la Dad continua, certamente con varie modalità a seconda delle scuole, ed è un obbligo per docenti e studenti. Si può senz’altro ammettere che in alcune scuole funzioni e in altre no oppure sia meno efficace, ma la DDI è stata istituita e normata, attraverso l’integrazione del CCNL, proprio per costringere tutti a lavorare, per permettere che la scuola non si fermi, che i programmi vadano avanti e che si possa valutare la preparazione degli studenti e l’acquisizione delle loro competenze nelle diverse discipline. La Dad, inoltre, permette di valutare anche le competenze chiave europee (anch’esse obbligatorie nell’ambito della formazione degli studenti), comprese quelle digitali.

Eppure c’è qualcuno che, ignorando tutto questo, continua a dire a gran voce che bisogna “riaprire le scuole”, come se il nostro compito si fosse interrotto da marzo a giugno e nuovamente dai primi di novembre ad oggi. Nossignori, la scuola non è mai stata chiusa, nemmeno per i laboratori, che si svolgono in presenza, né per gli studenti fragili (i cosiddetti BES) né per chi non ha dispositivi (che sono stati comunque dati in comodato d’uso grazie ai finanziamenti ad hoc elargiti dal MI) o chi abita in zone non coperte da connessione efficace (DPCM 3 novembre 2020, art. 1, art. 9 s). Nessuno è stato lasciato indietro, almeno ciò non dovrebbe succedere. Se veramente la Dad è ancora off limit per qualcuno, non è certo colpa degli insegnanti perché la responsabilità è tutta delle scuole che, a mio parere, dovrebbero essere tenute sotto controllo dallo stesso ministero.

Quindi, cari signori e signore, non sono gli insegnanti a voler continuare la Dad perché più comoda. Più comoda perché siamo a casa? Non credo. Perché lavoriamo di meno? No, anzi, si lavora molto di più, stando incollati davanti al monitor anche per 12 ore al giorno (a volte di più), sabato e domenica compresi, con tutte le problematiche a livello fisico che ne conseguono. Correggiamo i compiti assegnati uno per uno, in un certo senso individualizzando la didattica cosa che non sempre è possibile fare nella scuola in presenza. Un indubbio vantaggio per gli studenti.

Certo, non mi illudo che tutti i docenti lavorino così ma ricordiamoci che chi fa poco lo fa sia in Dad sia in presenza. Ugualmente non si può ignorare il fatto che tra gli stessi studenti troveremo sempre chi si impegna a prescindere e chi non lo fa nemmeno se inchiodato al banco. Questi problemi con l’emergenza sanitaria non hanno nulla a che fare.

Se a marzo tutti eravamo consapevoli che la scuola in presenza sia tutt’altra cosa, appellandoci alla mancanza di contatti sociali, di emozioni difficili da trasmettere attraverso un monitor, ora chi si appella a tutto ciò che comunque non nego, fa sola retorica, dimenticando che là fuori c’è un virus su cui ancora si sa poco, per il quale non è stata trovata una cura, in attesa di un vaccino che non sarà disponibile per tutti, almeno nell’immediato.

Quindi, facciamo meno retorica e cerchiamo di far funzionare al meglio una didattica che, seppur nuova, ci ha permesso di sperimentare al fine di ottenere per gli studenti una preparazione adeguata agli obiettivi. Costa fatica, certo, ma è l’unico strumento che abbiamo per far sì che la scuola vada avanti e che il diritto allo studio sia garantito. Non illudiamoci che con il 7 gennaio la Dad diventi un lontano (o vicino) ricordo. Non sarà così, purtroppo.

[immagine da questo sito]

DISTANZE RAVVICINATE (BUCCACCIA MIA, STATTI ZITTA)

Da settimane, negli edifici scolastici si è fatto grande uso del metro per misurare le aule a disposizione e capire quanti allievi, nelle classi sempre troppo numerose, possano contenere. Tutti gli altri, gli esclusi, a casa. Logicamente con la necessaria turnazione, tranne casi particolari: BES (allievi con bisogni educativi speciali) e quelli sfortunati che magari abitano in paradisi terrestri, ma non hanno una connessione stabile.

Un metro tra banco e banco, si era detto. Erano anche state diffuse piantine con simulazioni adattabili ai vari contesti. In una di queste la cattedra stava al posto del portaombrelli (secondo la posizione che l’oggetto ha nelle aule del mio liceo) ma, vabbé, ci si adatta. Negli anni docenti e studenti hanno sviluppato uno spirito di adattamento unico, credetemi.

Poi arriva la fine di giugno, le vacanze (o meglio ferie) bussano alla porta, in ogni scuola è pronto un piano, più di uno per i fortunati dal “multiforme ingegno” tanto da fare invidia ad Odisseo, e una prospettiva di rientrare a settembre si fa strada tra la nebbia dell’incertezza che ha caratterizzato il nostro tempo da marzo in poi. Pur con disagi che richiedono pazienza infinita, intendiamoci.

Con la tempestività che da qualche anno caratterizza gli inquilini di viale Trastevere, arriva una buona notizia : la distanza di sicurezza non è più di un metro tra banco e banco ma tra le “rime buccali”.

OK, va tutto bene. Poteva andare peggio.

I più si saranno chiesti cosa caspita siano queste “rime buccali”. Insomma, la scolarità avanzata del popolo italiano ha fatto transitare chiunque, per tempi più o meno lunghi, nelle aule scolastiche. Un banco è un banco, lo sanno tutti. Ma ‘ste “rime buccali”?

Credo sia stata l’espressione più cercata su Google negli ultimi giorni.

Che “bucca” abbia qualche nesso etimologico con “bocca” si può facilmente immaginare. E le “rime”? Gli studenti forse conoscono le rime baciate che, in qualche modo, “si baciano” quindi hanno un contatto come le labbra in un bacio: i versi a rima baciata, infatti, sono quelli in cui un verso della composizione è in rima con quello immediatamente successivo.

In poesia la parola “rima” indica, semplificando al massimo, l’identità di suono. Le “rime buccali, tuttavia, non c’entrano nulla con i versi poetici anche se l’espressione è in stretta relazione con la bocca. Nel linguaggio anatomico “rima” indica “una fessura lineare tra due parti omologhe adiacenti”. Se accompagniamo questo termine con l’aggettivo “buccale”, ecco svelato l’arcano: le rime buccali sono in realtà, molto semplicemente, le labbra.

Non vorrei trasformare questo post in una lezione di storia della lingua, però non posso esimermi dal fare un’ultima puntualizzazione.

In latino la parola colta per “bocca” era os, oris, termine che in italiano ha dato vita ad altre parole che sono facilmente collegabili con la “bocca”. Pensiamo all’esame orale, contrapposto allo scritto, all’aggettivo orosolubile, cavo orale

Bucca esisteva in latino ma indicava in modo più preciso la “guancia”. Poi, con la diffusione del latino volgare, cioè l’idioma usato dal popolo (vulgus), bucca sostituisce la parola colta os, oris, non solo nell’italiano ma nella maggior parte delle lingue romanze (o neolatine): basti pensare al francese bouche o allo spagnolo boca.

Ora, tornando alle “rime buccali” e alle disposizioni del Ministero dell’Istruzione, avrei ancora tanto da dire ma sicuramente non userei parole colte. Quindi, per non essere volgare, taccio. Anzi, ispirandomi a un personaggio simpatico che i giovani non conoscono ma i più attempati come me ricorderanno bene, il pupazzo tanto simpatico quanto impertinente Provolino, cui diede vita qualche decennio fa Raffaele Pisu, mi limiterò a dire:

BUCCACCIA MIA STATTI ZITTA!

Segnalo questo articolo molto interessante: Rime buccali e altra terminologia per la scuola

RIPRESA SCUOLA A SETTEMBRE: LE LINEE GUIDA DELLA DISCORDIA

Il ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina è riuscita in un’impresa mai tentata prima: scontentare tutti. Regioni, Dirigenti Scolastici, docenti, famiglie, studenti: tutti contro le linee guida proposte per la ripresa delle lezioni a settembre.

Lo scontento generale è da record mondiale: mai prima d’ora un’impresa tanto eroica era stata raggiunta. Nemmeno l’ex ministro Mariastella Gelmini credo fosse arrivata a tanto.

Senza contare che è riuscita anche ad aggiudicarsi un altro record mondiale: la tempestività con la quale, nell’incertezza generale sulla ripresa delle lezioni a settembre, nelle scuole di ogni ordine e grado, ha imposto come obbligatoria e soggetta a valutazione una nuova, si fa per dire, materia: l’Educazione civica.

Ora, non voglio dilungarmi su quest’ultimo argomento, dirò solo che Cittadinanza e Costituzione è entrata nelle scuole italiane nel lontano 2008 e costituisce materia d’esame per i candidati che affrontano l’ESC (Esame di Stato Conclusivo, l’ex “maturità” per intenderci). Quindi, pur non essendo una disciplina a parte, l’ed. civica già si fa da più di un decennio, con uno sforzo collettivo dei docenti all’interno dei Consigli di Classe.

Tornando alla ripresa delle lezioni a settembre, se nessuno condivide le linee guida che si fa? Siamo quasi alla fine di giugno, dal 1. luglio inizia il periodo di ferie che si concluderà, almeno teoricamente (considerando che ciascuno può scegliere nell’arco dei due mesi estivi il periodo che gli spetta) alla fine di agosto. Stando all’O.M. 11 del 16 maggio 2020 dal 1. settembre dovrebbero iniziare i recuperi per i PAI e i PiA (i due acronimi che probabilmente sostituiranno i tormentoni estivi nelle menti di tutti i docenti italiani, o quasi). L’uso del condizionale è d’obbligo perché nemmeno su questo ci sono certezze. L’interpretazione è varia, aspettiamo una circolare di chiarimenti. Abbia pazienza, signora ministro, i dirigenti e i docenti sono un po’ lenti di comprendonio… o magari, se ogni volta deve chiarire qualcosa, forse è Lei (o i Suoi collaboratori) che non si sa spiegare.

Nelle ultime ore, tuttavia, si è diffusa una notizia confortante (almeno teoricamente, poi passare alla pratica è assai più difficile): il MI si è dichiarato disposto a redigere delle nuove linee guida venendo incontro in parte alle richieste fatte a gran voce da tutte le componenti scolastiche e dalla Regioni.

Vediamo di cosa si tratta.

Il Ministro ha chiesto più risorse per il personale, quindi gli organici saranno rimpinguati con l’assunzione di più docenti e personale ATA. Va da sé che, se l’intento è, come pare, di far riprendere le lezioni totalmente in presenza ma se il CTS insiste sull’obbligo del distanziamento, dovremmo avere il doppio dei docenti e il doppio delle aule. Cosa concretamente impossibile.

Per quanto riguarda le assunzioni straordinarie, si tratta di personale a tempo determinato il cui numero verrà valutato in seguito a un monitoraggio che evidenzi le singole criticità per assegnare “ove necessario, ulteriori incrementi di organico, aggiuntivi, di personale scolastico per le istituzioni scolastiche”. Quindi, nessun aumento strutturale dell’organico, un piano di emergenza un po’ come quello messo in atto negli ospedali qualche mese fa per venire incontro alla carenza di personale e far fronte all’emergenza Covid19.

La novità dell’ultime ore è che nelle aule il distanziamento non sarà di un metro tra banco e banco ma tra le «rime buccali», cioè tra le teste dei ragazzi. Un po’ di spazio in questo modo si guadagna tuttavia è chiaro che le aule non potranno comunque essere interamente occupate da classi di 28-30 allievi.

Per facilitare la logistica il MI ha predisposto un «cruscotto informatico», cioè un software sul quale è possibile fare le simulazioni del layout delle classi e capire quali sono quelle che si possono usare e quelle inutilizzabili.

La Didattica a Distanza non scomparirà del tutto ma potrà interessare soltanto gli istituti superiori. La DAD potrà essere utilizzata solo “in via complementare” alla didattica in presenza ma potrà tornare ad essere usata nel caso peggiori la situazione sanitaria e si debbano sospendere le lezioni in presenza.

In barba all’autonomia delle Regioni che avevano giù predisposto i calendari per l’a.s. 2020/21, con inizio delle lezioni differenziato, il MI ha stabilito che la scuola ripartirà per tutti il 14 settembre.

Rimane a carico di ogni istituzione scolastica l’organizzazione seguendo le linee guida:

– riconfigurare il gruppo classe in più gruppi di apprendimento;
– articolare gruppi di alunni provenienti dalla stessa o da diverse classi o da diversi anni di corso;
– organizzare una frequenza scolastica in turni differenziati, anche variando l’applicazione delle soluzioni in relazione alle fasce di età degli alunni e degli studenti nei diversi gradi scolastici;
– per la secondaria di II grado, permettere una fruizione per gli studenti, opportunamente pianificata, di attività didattica in presenza e didattica digitale integrata, ove le opportunità tecnologiche, l’età e le competenze degli studenti lo consentano;
– aggregare le discipline in aree e ambiti disciplinari, ove non già previsto;
– estendere il tempo scuola settimanale anche al sabato.

Queste in sintesi le proposte ma qualche Presidente di Regione ha già annunciato che non firmerà.

Cosa ci aspetterà dunque tra poco più di due mesi?

Ancora non è chiaro e citando il libro del maestro Marcello D’Orta, noi speriamo che ce la caviamo.

#COVID19: COME AVVERRÀ LA RIAPERTURA DELLE SCUOLE A SETTEMBRE?


Se dovessi rispondere in modo onesto alla domanda posta dal titolo potrei dire: non lo sappiamo. E potrei chiudere qui il post, il più breve nella storia di questo blog.

Visto che da settimane leggo proteste provenienti da ogni dove (genitori e no) riguardo al fatto che sono riprese varie attività (bar, ristoranti, spiagge, palestre… oltre a tutte le attività commerciali) ma la scuola è rimasta chiusa, inesorabilmente fino al termine previsto dai calendari regionali, sento l’esigenza di chiarire alcuni fatti, anche di natura legale, che non permettono di equiparare la scuola, pubblica o privata che sia, a qualsiasi attività economica.

La scuola non interessa nessuno, tanto non produce nulla in termini economici.

Questa è la prima affermazione cui vorrei controbattere. La scuola, in realtà, produce qualcosa che non può essere monetizzato: la cultura, l’istruzione, l’educazione di bambini e ragazzi su cui l’istituzione ha delle grosse responsabilità. Spero siano passati i tempi in cui quel politico che non voglio nemmeno nominare disse che con la cultura non si mangia. Certo, se la consideriamo in senso stretto è vero, ma la cultura permette a chiunque di potersi preparare e formare per il mestiere o la professione che da adulto svolgerà. La scuola non è un fast food, un mangia e fuggi, ha bisogno dei suoi tempi. La scuola e l’università sono luoghi in cui si semina e si raccoglie, ma soprattutto luoghi in cui si prepara quel buon raccolto per cui ciascuno, con impegno e dedizione, ha lavorato.
Quindi, se la scuola è rimasta chiusa non è perché non produce o perché a nessuno interessa il suo buon funzionamento. La sospensione delle attività didattiche in presenza (questo è il modo corretto di interpretare la “chiusura delle scuole” di ogni ordine e grado a causa del Coronavirus) è stata una decisione dolorosa ma quanto mai necessaria. La tutela della salute degli studenti e di tutto il personale scolastico è un dovere, sancito dalla Costituzione. L’articolo 32 recita: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. Cos’è la scuola se non una collettività?

Sì, ma la Costituzione deve garantire anche il diritto allo studio.

Vero, tant’è che, sebbene la DAD sia partita in sordina, grazie alla buona volontà di migliaia di scuole che si sono subito attivate soprattutto per non perdere il contatto con gli studenti, per non lasciarli soli e per non dare l’idea che la sospensione delle lezioni potesse essere considerata vacanza, poi con il D.P.C.M. del 4 marzo 2020 è diventata attività obbligatoria. Scelta discutibile, è vero, considerando che non c’era stata la dovuta formazione dei docenti, la DAD non è prevista dal CCNL, non era accessibile a tutti (sto parlando anche dei docenti che non sono obbligati per contratto ad avere pc, webcam, connessione efficiente a casa propria), senza parlare dei problemi di privacy che il Garante ha pensato di liquidare al più presto con l’obbligo da parte delle famiglie di firmare la liberatoria.
Tutto ciò deve far pensare che la scuola non si è mai fermata. Ciò è confermato dal fatto che l’O.M. 11 del 16 maggio 2020 chiarisce che le attività svolte in DAD dovevano essere regolarmente valutate, pur con l’obbligo di promuovere tutti gli studenti. Cos’altro sarebbe stato possibile fare? Annullare un anno scolastico, danneggiando chi si è sempre impegnato e ha continuato a farlo con senso di responsabilità? Se davvero si fosse optato per l’annullamento dell’a.s. 2019/20, allora si sarebbe violato l’articolo 34 della Costituzione che garantisce il diritto allo studio.

Il Covid19 ormai non è più un problema, a settembre si può tornare in classe anche senza rispettare distanziamento e protocolli di sicurezza.

Questa è un’affermazione sbagliata e quantomai arrogante. Gli italiani, sempre pronti a esprimersi sul campionato di calcio, criticando le scelte di allenatori e arbitri, all’improvviso sono diventati esperti virologi.
Anche se i contagi sono in diminuzione, le terapie intensive fortunatamente si stanno svuotando e, nonostante la ripresa di molte attività, non si è vista una nuova esplosione come ventilato dagli stessi esperti, il virus c’è e non sappiamo quale potrà essere l’evoluzione nei prossimi mesi. Ciò non significa che dobbiamo vivere nel terrore, ci mancherebbe. Ma sottovalutare un nemico invisibile come il Covid19 è da irresponsabili.
Nel mondo la pandemia non si è affatto fermata (vedi Brasile, in generale l’America Latina, l’India, il recente nuovo focolaio in Germania) e, anche se certi esperti (purtroppo sono in grande disaccordo quindi non si sa davvero a chi credere) affermano che il virus si sia attenuato per motivi climatici, come l’innalzamento delle temperature, non sappiamo cosa succederà in autunno. Riaprire le scuole senza restrizioni, cosa comunque sconsigliata dallo stesso CTS, potrebbe portare, entro qualche settimana, a una nuova chiusura che metterebbe in seria difficoltà non solo la scuola stessa (la DAD, tanto vituperata, dovrebbe essere nuovamente ripresa) ma anche le famiglie che, di punto in bianco, si troverebbero nuovamente in emergenza con i figli a casa. E si sa, la scuola fa comodo come babysitting…

Oltre a ciò, non si può sottovalutare la responsabilità dei Dirigenti Scolastici che devono garantire la tutela della salute del personale docente e non docente e, soprattutto, degli studenti, valutando i rischi e mettendo in atto adeguate misure di protezione per evitare la diffusione del Coronavirus nelle classi. Quindi, la questione ha un carattere legale affatto trascurabile.

Hanno riaperto bar, ristoranti, palestre, teatri, cinema… solo la scuola non riapre.

Ed eccoci all’obiezione che personalmente odio di più. In primo luogo, perché sembra che siano i docenti a non voler riprendere le lezioni regolari. Non c’è nulla di più falso, anche perché la DAD è costata talmente tanta fatica che tutti noi vorremmo ritornare in aula, davanti ai nostri 26-28-30 allievi, se non di più, e abbandonare le lezioni a distanza che ci hanno visti impegnati per tre mesi davanti al pc, a volte 12 ore al giorno, 7 giorni su 7.
In secondo luogo perché chi si esprime in quei termini, non capisce che la scuola è un servizio che viene offerto ai cittadini e comprende ben 10 anni di frequenza obbligatoria. Quindi, è un servizio che lo Stato deve garantire come diritto allo studio e nello stesso tempo è un dovere per i bambini e i ragazzi fino al compimento del 16° anno di età.
Non mi risulta che bar, ristoranti, palestre, teatri e cinema, solo per fare alcuni esempi, prestino un servizio statale per di più obbligatorio nei confronti di minorenni. Insomma, se uno vuole farsi un aperitivo, mangiare una pizza, tenersi in forma, godersi uno spettacolo teatrale o cinematografico può farlo come libera scelta, nessuno lo obbliga. La scuola, invece, è obbligatoria.
Non solo, nei bar, ristoranti ecc. non si entra in massa, tutti nello stesso momento, tant’è vero che in quasi tutti i casi (forse ad esclusione dei bar) è necessaria una prenotazione, proprio per evitare la folla di persone che si riversa in quei luoghi nello stesso momento.
A scuola, quando suona la campanella, di solito la lezione inizia per tutti e ci sono scuole che hanno più di 1000 iscritti, qualcuna anche più di 2000. Chi obietta mi deve spiegare come si può far entrare in sicurezza una tale massa di persone, senza creare assembramenti.
Mettiamo pure che si risolva il problema con l’entrata scaglionata (che già di per sé comporta una dilatazione dell’orario scolastico con classi che iniziano e finiscono la mattinata in orari diversi, con ripercussioni evidenti anche sull’orario dei docenti), una volta che 28-30 allievi fanno ingresso in aula, come si fa a garantire il distanziamento previsto dai protocolli del CTS?

Mascherine no, plexiglas no, metà classe no… tutti questi no, che paiono alquanto imperativi, non sono accettabili.

Partendo dalla considerazione che le classi intere non possono fare ingresso a scuola come se nulla fosse successo, dividere le classi a metà appare la soluzione più logica. Non servirebbero né mascherine né divisori in plexiglas, basterebbe la distanza giusta a prevenire i contagi. Naturalmente con tutta una serie di precauzioni: consumare la merenda al banco perché la “libera circolazione” degli studenti nelle aree comuni imporrebbe l’uso della mascherina (come avviene nei luoghi chiusi anche adesso) e mangiare con addosso la mascherina sarebbe impresa ardua, la sanificazione dei servizi ogni volta che vengono usati, l’obbligo di arieggiare spesso le aule (come la mettiamo con finestre che spesso stanno su per miracolo?), di passare l’igienizzante su cattedra, sedia, pc di classe, cancellino… ogni volta che un docente finisce la lezione, oltre al fatto che evidentemente le entrate e le uscite debbano essere scaglionate. Tutto ciò comporterebbe un aumento di personale ausiliario che pare il MI abbia già previsto. Fortunatamente, aggiungo, visto che in un primo tempo sembrava che la pulizia fosse un atto dovuto per ciascun docente.

Metà classe significa il doppio dei docenti? Nossignori, di assumere personale docente, se non per il turn over, non se ne parla.

A parte il fatto che se io ho seguito per 4 anni un gruppo classe, non mi andrebbe di lasciarne metà nelle mani di un altro insegnante, né credo che ciò farebbe piacere ai ragazzi. Che faccio? Li scelgo uno ad uno, mi prendo i migliori? Oppure i più deboli che hanno bisogno di una guida sicura, da parte di chi li conosce già da tempo? Non è difficile capire che la soluzione non sarebbe ideale.

Metà classe significa che ci daranno il doppio delle aule?

Su questo vorrei glissare perché mi viene da ridere. I Dirigenti Scolastici da tempo invocano più spazi, proprio in previsione di un ritorno in aula non regolare. Purtroppo, però, lo Stato non può intervenire direttamente e delega Comuni, UTI, enti locali dai quali provengono, almeno per quanto ne sappia, le proposte più variegate e stravaganti. Potete andare a fare lezione in qualche teatro, cinema, stadio, padiglione della Fiera… Ora, non voglio sembrare schizzinosa o irriconoscente nei confronti di tanta buona volontà, ma tali proposte comportano dei problemi almeno per due motivi: logistici e pratici. Innanzitutto, bisogna vedere se gli enti proprietari sono disposti a una riconversione semi-permanente degli spazi messi a disposizione. In secondo luogo, quanto costerebbe tutto ciò? A chi spetterebbero gli oneri? A queste domande non ho una riposta, purtroppo. È tutto molto complicato.

Molte delle soluzioni proposte non tengono in alcun conto il problema logistico. Avere una succursale, sebbene provvisoria, a 8-10 km dalla sede centrale comporterebbe non solo delle difficoltà nella gestione dell’orario dei docenti e del loro trasferimento da una sede all’altra (insomma, non siamo mica obbligati ad avere un’automobile…) ma sarebbe complicato spostarsi anche per gli stessi studenti, specialmente i pendolari che nemmeno conoscono bene la città in cui ha sede la scuola. Senza contare che, almeno per l’utenza, sarebbe indispensabile la collaborazione da parte delle aziende dei trasporti che, a quanto ne sappia, non sono nemmeno tanto disponibili a ritoccare gli orari, tant’è che molti studenti hanno dei permessi permanenti di entrata posticipata e uscita anticipata proprio a causa dei mezzi di trasporto. Ovviamente sto parlando della realtà in cui vivo, non so quali siano le problematiche delle altre città, specie le più grandi.

Fate quello che volete ma basta con la Didattica a distanza!

Ecco l’ultima fastidiosa obiezione che giocoforza ho dovuto lasciare alla fine, dopo aver tentato di spiegare per quali motivi la ripresa a settembre sarà un vero rompicapo.
Riprendiamo in considerazione il fatto che le classi saranno quasi inevitabilmente divise a metà. Di ciò dobbiamo ringraziare i governi del passato che, a suon di tagli, hanno creato le cosiddette classi-pollaio e accorpato scuole per risparmiare sugli stipendi di dirigenti e docenti. Più allievi per classe significa meno docenti e quindi meno stipendi da pagare; accorpare le scuole significa diminuire il numero di dirigenti. Un bel risparmio.
Mai come in questo periodo, a causa del Covid19, ci si è resi conto di quanto sia stato deleterio operare tagli indiscriminati su Sanità e Scuola (a questo proposito vi invito alla lettura di un interessante editoriale di Guido Tonelli, pubblicato tempo fa sul Corriere della Sera). Oggi ne stiamo pagando le conseguenze e la soluzione, se per la Sanità in parte è stata trovata con l’assunzione straordinaria di personale medico e paramedico, sembra che per la Scuola non sia sentita come necessità impellente: in fondo, non salviamo vite

Quindi, se metà classe starà in aula, l’altra metà (con la dovuta turnazione) dovrà seguire le lezioni a distanza. Qualunque sia il modello di didattica mista che ogni scuola sceglierà, la DAD non potrà scomparire, almeno non dalle scuole secondarie di secondo grado. Le linee guida divulgate ieri dal Ministro dell’Istruzione “salvano”, almeno questo è l’intento, solo i bambini delle primarie. Per il resto, dovremo arrangiarci ed è necessario che i genitori si mettano il cuore in pace.

L’atteggiamento assunto dal Ministero, che viene letto come “arrangiatevi, fate quel che potete”, non è del tutto illogico. Lo Stato non conosce le varie realtà scolastiche e, anche per ciò che riguarda l’aspetto sanitario, le regioni possono avere situazioni diverse, quindi proporre un modello uguale per tutte le scuole del territorio nazionale sarebbe assurdo. Diciamo che la proposta di soluzioni diverse avrebbe potuto essere argomento di discussione fin da subito, almeno dal momento in cui era chiaro che non saremmo tornati a scuola entro giugno. La latitanza del Governo c’è stata, inutile negarlo. Ora possiamo solo attendere gli eventi, facendo tesoro dell’esperienza e sperando che agli errori del passato ora si possa porre rimedio guardando al futuro.

Sarà una lunga estate e per nulla tranquilla, temo.

[immagine da questo sito]

UN BILANCIO SULLA DIDATTICA A DISTANZA


L’emergenza coronavirus ha costretto la scuola italiana a fare i conti con una metodologia didattica mai sperimentata prima, almeno non in modo esclusivo. La didattica digitale, infatti, è nata per accompagnare quella tradizionale non per sostituirla. Di punto in bianco è venuta a mancare la presenza a scuola, la condivisione degli spazi, a volte troppo stretti e solo ora tutti iniziano a rendersene conto (gli addetti ai lavori lo sanno da molto tempo), il bello e il brutto della vita scolastica fatta di “gioie e dolori”, di inevitabili attriti ma anche di empatia. La didattica non è una scienza esatta, ognuno la interpreta come vuole o anche come può. “Ho fatto il possibile” si dice spesso, ma è bene ricordare che i margini di miglioramento ci sono sempre.

La “buona volontà” è uno dei mezzi attraverso il quale spesso si veicolano i saperi. Tanta buona volontà, da parte dei docenti, ha permesso di praticare la DaD, anche senza una formazione specifica. Ma anche gli studenti erano impreparati e sono stati costretti a metterci tutta la loro “buona volontà”, anche se non tutti. E pure fra i docenti ci sarà stato qualcuno meno impegnato, tanto lo sapevamo fin dall’inizio, o quasi, che l’anno si sarebbe concluso con “tutti promossi”, a risarcimento parziale di quell’incidente di percorso che si è rivelata essere l’emergenza Covid19. Per qualcuno, anzi tanti, molto più di un incidente ma in questa mia riflessione vorrei affidarmi a quel #tuttoandràbene che è stato il motto della reclusione forzata imposta dal diffondersi del contagio, oltre a ogni limite immaginabile.

Per una volta, dopo la rimozione della pedana avvenuta nella maggior parte delle aule scolastiche, docenti e discenti si sono ritrovati sullo stesso piano: davanti al pc o tablet, a volte davanti allo smartphone che è l’unico dispositivo che i ragazzi, e molte famiglie, ritengono davvero utile, ognuno a casa propria. Camerette, studi con librerie traboccanti di libri, forse mai letti, sale da pranzo, cucine, armadi (sì, quelli che si trasformano in postazioni d’ufficio senza occupare tanto spazio), sgabuzzini, sottotetti con travi a vista, giardini o terrazze (con l’aumento della temperatura) hanno fatto da sfondo a tante videolezioni che, in qualche modo, hanno tentato di salvare il salvabile. Un anno scolastico disgraziato che, solo davanti a concerti improvvisati dai terrazzini e inno nazionale cantato a squarciagola, ha avuto la parvenza di qualcosa di più di un semplice “ci rivediamo a settembre”. Forse.

Video è la parola che ha caratterizzato le nostre vite per il lungo periodo di reclusione forzata (scusate ma lockdown a me non piace). Videoconferenze, videochiamate con amici e parenti per non perdersi di vista, video prodotti dagli insegnanti per spiegare le regole (secondo la metodologia della flipped classroom), video prodotti dagli studenti per dimostrare le competenze digitali che andavano valutate.

Video è il verbo latino che significa “vedo”. Eppure io ho visto davvero poco. Le telecamere erano spesso spente per non rallentare la connessione, così non sapevo mai cosa succedesse dietro le quinte. Quando, alla fine della lezione, notavo qualcuno stazionare sulla piattaforma Meet, comprendevo che dietro a una telecamera spenta si possono fare un sacco di cose, perdendo la cognizione del tempo.

Audio è un altro verbo latino che significa “ascolto”. Eppure io ho ascoltato ben poco. I microfoni spesso spenti, per non far sentire giustamente gli strilli dei fratellini o le urla di madri esasperate da una permanenza entro le mura domestiche che non è un’abitudine per chi non fa la casalinga, ma spenti anche per poter fare una telefonata in tranquillità o semplicemente per non rispondere a una domanda dei prof. Non potete immaginare la tempestività con cui i microfoni si rompevano, eppure erano perfettamente funzionanti fino a un attimo prima. “Non so perché” era la risposta di rito, rigorosamente scritta in chat.

L’audio degli insegnanti è, al contrario, sempre rimasto acceso. A beneficio dei discenti, certo, ma anche esposto a orecchie indiscrete. Quale genitore ha mai chiesto di entrare in aula durante le lezioni? Nella cameretta del figlio, però, ci è entrato senza bussare e senza chiedere il permesso. Anche se nessuno ha nulla da nascondere – insomma, se in classe c’è qualcuno che legge il giornale o smanetta con il cellulare, con le poche ore a disposizione per la DaD non credo che si sia divertito a perdere tempo, piuttosto i refrattari si saranno semplicemente rifiutati di fare i videocollegamenti, visto che non hanno costituito un’esclusiva tra gli strumenti messi in atto – può essere poco gradita una supervisione non autorizzata da parte delle famiglie.

Cos’è davvero successo durante le videolezioni al di là del monitor? Nella maggior parte dei casi non lo sappiamo. Ma nel momento in cui siamo stati obbligati a valutare questo percorso i dubbi sono stati tanti. Come valutare le competenze chiave europee senza poter distinguere tra chi non ha partecipato per problemi tecnici (soprattutto la connessione che in certe zone è scadente oppure a causa dell’utilizzo in contemporanea di più dispositivi, da parte di altri componenti della famiglia per lavoro o studio) e chi invece non ne ha proprio avuto voglia? Come giustificare il ritardo nella consegna dei compiti se non sappiamo distinguere tra varie scuse accampate e poco impegno? Come obbligare chi non vuole partecipare a una lezione dialogata per timidezza o anche perché non vuole farsi sentire dai familiari? Come comprendere se i risultati sono stati scadenti per mancanza di impegno oppure per la mancata comprensione di certi argomenti? E’ già molto difficile che qualche allievo chieda apertamente spiegazioni in classe, figuriamoci nel contesto della videolezione.

Insomma, la valutazione rappresenta uno dei nodi, se non il più importante, da sciogliere prima di poter affermare che la Didattica a Distanza potrebbe diventare prassi nell’educazione, seppur accompagnata dalla didattica in presenza.

Finora ho riflettuto immaginando una completa disponibilità da parte degli studenti a seguire la DaD, avendone i mezzi e mettendoci o meno tutto l’impegno possibile. Che dire degli altri? Di chi non ha potuto rimanere in contatto con la “scuola a distanza”, nonostante i milioni di € stanziati dal MI, sempre troppo tardi comunque. Si parla di 1.600.000 fra bambini e ragazzi per i quali la DaD ha probabilmente coinciso con un anticipo delle vacanze estive. Con tanto di promozione assicurata.

Ci sono in Italia delle realtà scolastiche difficili in cui, nonostante l’impegno di dirigenti e docenti, già in tempi normali è complicato stabilire relazioni soddisfacenti con le famiglie. La mancanza di motivazione è a monte, la latitanza è la regola e con le lezioni a distanza è venuto a mancare anche quel contatto tra scuola e famiglia, fatto di incontri in presenza, che non sempre ha successo. Ma almeno si tenta.

La Dad non ha rimosso gli ostacoli, ne ha creati altri. Tecnologici ma non solo.

La maggior parte degli allievi che hanno una famiglia alle spalle e che trovano dentro di sé una forte motivazione per non rimanere indietro, si è adeguata a questa nuova modalità senza traumi, anzi, considerando soprattutto il lato positivo che deriva dall’acquisizione di una maggiore autonomia nello studio e senso di responsabilità. Tre mesi li hanno fatti crescere più che non un intero anno. Ricordate le competenze chiave europee? “Imparare ad imparare” è senz’altro la competenza in cui un buon numero di studenti si è cimentata ottenendo anche un discreto successo. Ma chi non ha voglia di imparare, neppure se accompagnato e preso per mano, quanti stimoli può avere per farlo da solo?

Nonostante il “tutti promossi”, con la dispersione scolastica si dovrà fare i conti. E non mi riferisco solo a chi dalla Dad non è nemmeno stato raggiunto. Parlo anche di quegli allievi che, pur in presenza di lacune grandi come baratri, sono stati promossi, non importa se con il 6 o il 5 o il 4, e dovranno fare i conti con una preparazione che non permetterà loro di proseguire gli studi nella classe successiva, dovendo recuperare le materie insufficienti, nere o rosse che siano, e nello stesso tempo stare al passo con i nuovi programmi. Immagino che da parte di questi allievi non ci sia la consapevolezza delle difficoltà cui andranno incontro. Per loro la promozione è ciò che conta, poi si vedrà.

Concludo questa lunga riflessione (nonostante abbia cercato di essere sintetica…) facendo una considerazione: la DaD ha davvero per certi versi creato le condizioni ideali per praticare la flipped classroom, la “scuola capovolta” che costringe gli studenti a gestire la propria autonomia nell’apprendimento. Però dalle faccette sciupate di molti allievi e allieve che ho potuto osservare per i saluti finali, ho avuto l’impressione che più che flipped le classi siano state shakerate. Insomma, da un giorno all’altro li abbiamo messi in un mixer, li abbiamo scossi un po’, a volte con successo altre volte apparentemente senza esito alcuno, e forse il cocktail che ne è uscito deve raggiungere la consistenza giusta. Forse abbiamo sbagliato ricetta.

Una cosa è certa: solo il rientro in aula permetterà a tutti i nodi di venire al pettine. Poi cercheremo, se potremo e come potremo, di correre ai ripari.

[immagine da questo sito]

CORONAVIRUS, SANATORIA DI FINE ANNO: COME AVVERRÀ IL RECUPERO?

Orizzonte Scuola ha pubblicato una mia lettera. Ecco il testo.

Spett.le Redazione di Orizzonte Scuola, insegno in un liceo e, come tutti i docenti, mi sto chiedendo come finirà questo disgraziato anno scolastico.

Ci sarà sicuramente una sanatoria – brutta parola, lo ammetto, ma è l’unica adatta alla contingenza -, tutti gli allievi saranno promossi a giugno, anche perché la sospensione delle attività didattiche è sopraggiunta a un mese dagli scrutini intermedi (poi l’autonomia scolastica porta gli istituti a determinare la suddivisione dell’anno scolastico in periodi di diversa durata rispetto al classico “quadrimestre”). Non solo gli studenti non hanno avuto modo di recuperare le materie insufficienti del primo periodo, ma è molto probabile che alcuni, forse molti, accumulino lacune su lacune nella convinzione che tanto quest’anno è andato così.

Una delle problematiche della DAD è sicuramente la valutazione. Come si fa a interrogare durante una videolezione o proporre un compito scritto se non sappiamo di quali aiuti possono disporre? È evidente che i voti che saremo costretti a dare a giugno valuteranno più l’impegno, la partecipazione, la puntualità nell’eseguire i compiti, il rispetto delle consegne… insomma, verrà valutata l’efficacia formativa delle nostre azioni più che l’apprendimento reale. In fondo, anche il ministro stesso ha detto che bisognerà tenere conto delle competenze acquisite più che delle conoscenze. Diciamo che da questo punto di vista la DAD ha un suo perché.

La promozione immeritata, però, non deve essere sottovalutata. Sappiamo quanto sia difficile per molti ragazzi colmare le lacune in tempo di “pace”, figuriamoci in tempo di “guerra”. Non solo, una volta ottenuta la promozione, a chi interessa realmente quanto ha appreso e come lo ha appreso? Non a tutti gli studenti è chiaro che ci sono discipline che non ammettono lacune (penso alle lingue, compreso il latino che insegno, la matematica, la fisica) le quali, se permangono, impediscono l’apprendimento degli argomenti successivi.

Ricordo i tempi in cui gli esami di riparazione furono aboliti. Era il 1995 e con il Decreto Legge del 28 giugno, n. 253, successivamente convertito in legge l’8 agosto dello stesso anno si stabilì che gli allievi potevano essere promossi a giugno, nonostante la presenza di qualche lacuna in una o più discipline, purché si presentassero puntuali a frequentare, nella fase iniziale delle lezioni, le attività per essi previste nella programmazione di classe. Poi la preparazione veniva verificata entro ottobre (naturalmente l’autonomia scolastica anche allora concesse un po’ di libertà) con delle prove di accertamento.

E se non recuperavano le insufficienze? Non succedeva nulla, continuavano a frequentare, talvolta venivano proposte altre prove di accertamento, però a giugno si teneva nel debito conto il mancato impegno nel recupero e il permanere delle lacune nelle materie le cui insufficienze erano state condonate l’anno precedente.

Credo che nella situazione attuale si potrebbe agire in questo modo. Naturalmente affidandoci al senso di responsabilità degli allievi e sperando che anche in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo non trascurino lo studio per non arrivare a giugno con 4 o 5 insufficienze.

LINK all’articolo originale, da cui è tratta l’immagine.

EMERGENZA #CORONAVIRUS E DIDATTICA A DISTANZA: IL DIGITAL STORYTELLING

PREMESSA

L’emergenza #coronavirus ha imposto la didattica a distanza soprattutto per cercare di far mantenere agli studenti, di ogni età, il rapporto con la scuola. Anche a detta del ministro Lucia Azzolina, non è importante il regolare svolgimento delle lezioni, cosa di fatto impossibile, ma «la didattica a distanza è l’unico modo, al momento, per garantire il diritto allo studio degli studenti».

Certo, è molto difficile chiamarla “scuola” perché la scuola vera, quella che si frequenta in un’aula scolastica, non si riduce a una mera trasmissione di contenuti, condivisione di materiali e assegnazione di compiti da svolgere, ma si fonda anche sulle relazioni interpersonali che sono irrinunciabili nella dinamica insegnamento-apprendimento.

Tuttavia, è anche vero che la sospensione delle lezioni è destinata a prolungarsi, almeno stando alle ultime notizie. Qualcosa si deve pur fare, anche rivedendo le programmazioni individuali e/o di dipartimento d’inizio anno. Diciamo che la didattica a distanza, a prescindere dagli strumenti e metodi che ogni docente è libero di applicare (non dimentichiamo che questa metodologia didattica non è un obbligo contrattuale, tant’è vero che anche il ministro del MIUR ha recentemente fatto appello alla “morale” degli insegnanti), fornisce a docenti e discenti l’occasione per mettere in campo competenze diverse rispetto a quelle consolidate da tempo.

CHE COS’È IL DIGITAL STORYTELLING?

“Raccontare delle storie” a scuola – anche attraverso le lezioni a distanza – si può. Presentare degli argomenti in modo accattivante utilizzando molte piattaforme che il web ci offre, è certamente una valida alternativa alle videolezioni che molti docenti, di tutte le scuole italiane, stanno utilizzando proprio per mantenere un legame con i propri studenti e, nello stesso tempo, cercare di non perdere tempo e svolgere, nel limite delle possibilità, i programmi che dal 23 febbraio hanno subito uno stop.
Non solo, anche gli studenti, una volta presa confidenza con questi strumenti, possono creare delle “storie digitali” divertendosi.

STRUMENTI DA UTILIZZARE

Ci sono molte piattaforme che possono essere utilizzate nel Digital Storytelling. Quelle che di seguito suggerisco sono tutte free, in alcuni casi richiedono il pagamento di opzioni che non sono affatto indispensabili per il lavoro da svolgere.

SPARK ADOBE per la creazione di post, page e video. QUI una pagina illustrativa e un video tutorial

BOOKCREATOR per la creazione di e-book (il testo può essere integrato con immagini, suoni e video). La pagina contiene anche un video tutorial per utilizzare lo strumento ma è davvero molto semplice! Attenzione: funziona con vari dispositivi ma con pc solo se è installato Crome per la navigazione.

OURBOOX per la creazione di e-book, meno versatile, a mio parere, rispetto a BookCreator.

STORY JUMPER sempre per creare e-book. QUI il video tutorial.

STORYBOARD THAT è uno strumento con cui “raccontare storie” attraverso i fumetti… per tutte le età! QUI un video tutorial

VOKI simile a Stoyboard That ma più interattivo (possibile aggiungere testi parlati). L’unico limite è la durata dei video che si possono produrre che è davvero molto limitata. QUI video tutorial

ANIMOTO per la creazione di video. QUI video tutorial

THINGLINK per costruire mappe interattive. QUI un video tutorial

KNIGHT LAB in alternativa a Thing LinK per creare mappe interattive. QUI un video tutorial (in inglese!).

AVVERTENZE

È molto importante la scelta delle immagini (specialmente se si vuole rendere pubblico il lavoro fatto… non indispensabile ma perché rinunciare se il risultato è bello?). Posto qua sotto il video tutorial che può servire per orientarvi facilmente nella scelta delle immagini senza incorrere nella violazione del copyright.

UN’ULTIMA SEGNALAZIONE: un sito interamente dedicato al digital storytelling da cui si possono trarre molti spunti.

BUON LAVORO A TUTTI!

EMERGENZA #CORONAVIRUS: LETTERA AI MIEI STUDENTI

Ho scritto una lettera ai miei studenti (quelli di una classe in cui ho solo 3 ore settimanali) per spiegare il motivo del mio “silenzio”, per cercare di far capire loro che non li ho abbandonati, che la didattica a distanza è difficile, impegna molte più ore al giorno rispetto alla didattica reale. Mi trovo in difficoltà, non me ne vergogno. Questa crisi ci ha messo tutti sullo stesso piano, abbiamo tutti molto da imparare.

Ho scritto di getto, non è una lettera perfetta ma è scritta con il cuore. Perché in questo momento difficile non bisogna nascondere i propri sentimenti.

Buona lettura.

Cari ragazzi,
so che starete pensando che vi ho abbandonati. Immagino i messaggini che si incrociano: “A me non ha riconsegnato niente” “Nemmeno a me” “Ok, allora si sarà dimenticata di noi”.
No, non mi sono dimenticata di voi. Ogni mattina mi alzo pensando che un po’ del mio tempo devo dedicarlo a voi. Ma non è facile.

Non ci sono classi di serie A e classi di serie B. Ci sono classi in cui un docente ha più ore e più materie e classi in cui ne ha di meno.

Quando al mattino veniamo a scuola ed entriamo in aula, sappiamo quello che dobbiamo fare, come lo dobbiamo fare, quanto tempo abbiamo a disposizione (sempre troppo poco!) e quanto ne “perdiamo”, a volte, semplicemente perché non sempre riusciamo a mettere a frutto il tempo che ci è concesso per fare tutto ciò che abbiamo programmato.

Sapete perché succede? Perché non ci sono classi ideali, ci sono studenti reali che hanno le loro richieste e che, ciascuno a suo modo, partecipano alle lezioni. Perché noi siamo in cattedra ma non siamo cattedratici (scusate il bisticcio), non entriamo e facciamo le nostre lectiones magistrales, non abbiamo solo degli uditori. La scuola è fatta di relazioni che nel mondo reale costituiscono un arricchimento, ma in quello virtuale (com’è la didattica a distanza… almeno quel poco che fino ad ora sono riuscita a fare) costituiscono un surrogato di ciò che vorremmo ma non è. E tutto diventa più difficile.

Un po’ come l’amore. Avete mai provato una relazione a distanza? Io sì, quando avevo la vostra età (o forse ero un po’ più grande), e la cosa che maggiormente sentivo era proprio il non esserci sempre. Ci si accontentava di qualche telefonata, ci si vedeva una volta al mese… ora è più facile, ci sono le videochiamate, certo, i messaggini a ogni ora del girono e della notte. Ma non è la stessa cosa.

Ecco, dunque, perché ho sentito la necessità di scrivervi, di spiegare. Il “non esserci sempre” non significa non pensare a chi ha bisogno di noi, e noi degli altri. Perché anche la scuola, come ogni relazione, si fonda sui bisogni reciproci che in qualche modo bisogna soddisfare. E tutti dobbiamo metterci l’impegno che possiamo spendere.
Lo so che qualcuno sta pensando “In fondo, meno lavoro abbiamo meglio stiamo”. In un certo senso va bene così: avete già tanto da fare che di un compito in meno di storia o di geografia non sentite certo la mancanza. E sono anche d’accordo con chi ha questa opinione, ma dobbiamo fare i conti con la ripresa, perché da questa crisi usciremo. Certo, ma non sarà facile se ora non ci diamo da fare.

Sapete qual è l’etimologia della parola “crisi”? Deriva dal greco “krino” che significa letteralmente “separare”, ma in senso più ampio anche “valutare”, “giudicare”. Non ha, dunque, una valenza negativa, anzi, la parola rimanda a una scelta che dobbiamo compiere, una riflessione che può e deve portare a un miglioramento. La crisi porta a una rinascita, e proprio per questo non dobbiamo pensare che dalla crisi, qualsiasi essa sia, non si possa uscire migliorati.

Tutto questo per chiedervi scusa, sì, ma anche per spronarvi a non mollare, a tenervi in allenamento approfittando di questa pausa forzata in cui la didattica a distanza non può che essere una “toppa”, proprio come quella che mettiamo per coprire un buco. Questo periodo può essere paragonato a un “buco” che in qualche modo rattoppiamo, con la consapevolezza che alla fine ne usciremo cambiati, tutti.

C’è stato un prima e ci sarà un dopo l’emergenza coronavirus. Ora occupiamoci del “mentre”, cercando di sfruttare al meglio le nostre capacità. Per una volta siamo sullo stesso piano: abbiamo molto da imparare, voi studenti e noi docenti.

Un abbraccio (virtualissimo!).
La vostra prof M.

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