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A MONFALCONE TROPPI STRANIERI IN CLASSE: BAMBINI DIROTTATI ALTROVE. MA IL TETTO DEL 30% ESISTE ANCORA


Ha fatto scalpore la notizia che il sindaco di Monfalcone (Gorizia), Anna Maria Cisint, abbia fissato un tetto del 45% alla presenza di bambini stranieri nelle scuole della prima infanzia cittadine. Gli alunni esclusi saranno “dirottati” su altri plessi tramite un servizio di scuolabus gratuito. La convenzione è stata sottoscritta da due istituti comprensivi della città – l’«Ezio Giacich» e il «G. Randaccio» – con il Comune, che fissa un tetto massimo per la presenza di bambini stranieri nelle classi della materna che verranno formate a settembre.

La decisione è stata presa a causa della presenza massiccia di stranieri a Monfalcone. Negli ultimi anni si è registrato un incremento dei figli di immigrati fino ad arrivare a un rapporto di 1 a 1. Quindi nelle scuole monfalconesi, specialmente d’infanzia e primarie, un alunno su due è figlio di immigrati. La situazione per quanto riguarda l’immigrazione a Monfalcone è molto particolare in quanto lo stabilimento Fincantieri dà lavoro a operai di cento etnie diverse, in prevalenza provenienti da Bangladesh e Romania. Gli stranieri costituiscono 1/5 della popolazione, la percentuale più alta in regione (dati relativi al 2016).
Per far fronte alle aumentate esigenze, l’Ufficio scolastico regionale ha già autorizzato l’apertura di due nuove sezioni della scuola dell’infanzia, con la nomina di quattro nuovi insegnanti. Ma non sono stati sufficienti: le domande per bambini non italiani sono vicine al 60% del totale.

La notizia ha ormai fatto il giro della penisola ed è riportata dai maggiori quotidiani nazionali. In 24 ore la questione è approdata in Parlamento con l’interrogazione urgente della senatrice dem Tatjana Rojc che chiede se non vi siano «palesi violazioni degli articoli 2 e 3 della Costituzione».

Non avrebbe fatto di certo tanto scalpore questa presa di posizione se in qualche modo non avesse messo uno contro l’altro dei rappresentanti della Lega, partito a cui appartengono sia il ministro del MIUR Bussetti sia la stessa prima cittadina di Monfalcone. Per completare il terzetto, lo stesso vice premier Matteo Salvini si è dichiarato favorevole all’iniziativa della Cisint, mentre il ministro Bussetti no, appoggiato dal ministro per la Famiglia Fontana, anch’egli leghista.

Da parte sua Bussetti ha rassicurato i genitori dei bambini “esclusi”: «Mi sono informato con gli uffici provinciali i quali hanno dato la possibilità di attivare 2 classi in più e comunque siamo sulla soglia in percentuale richiesta dalla norma». La prima cittadina Cisint ha invece chiesto all’amministrazione di Fincantieri che la società si faccia carico anche di garantire un servizio di scuola dell’infanzia alle famiglie dei lavoratori stranieri.

In difesa di Cisint e della convenzione stipulata coi dirigenti scolastici è intervenuto il presidente leghista del Fvg Massimiliano Fedriga osservando: «Quando ci sono classi con il 90% di bambini stranieri non si fa integrazione». A Monfalcone, ha ricordato, «il 22% della popolazione è straniera». «Cisint – continua Fedriga – si è interfacciata anche con l’Ufficio scolastico per cercare di trovare le migliori soluzioni, penso però che l’alternativa non sia fare classi in cui c’è il 90% o il 100% di bambini stranieri».

Questa in sintesi la notizia sui cui sviluppi cercherò di tenere aggiornati i lettori. Ora la mia personale riflessione.

Nel 2009 l’allora ministro del MIUR Marialstella Gelmini aveva fissato il tetto del 30% per l’inserimento in classe di allievi stranieri. Chiaramente con le dovute deroghe (infatti, come nel caso attuale di Monfalcone, ci sono zone in Italia con un’affluenza di bambini stranieri molto elevata), anche se si sono registrati dei casi assurdi (di uno in particolare parlai QUI) in cui non furono concesse deroghe nemmeno nel caso in cui i bambini “stranieri” fossero nati in Italia, o arrivati qui da piccolissimi, che avessero frequentato la scuola materna nel nostro Paese e che in casa parlassero solo l’Italiano.

E’ più che evidente che, trattandosi di scuola primaria o secondaria, il discorso è diverso. Nel “caso Monfalcone” i bambini “dirottati” altrove sono piccolissimi, poiché si parla di iscrizioni alla scuola dell’infanzia. Spesso nelle famiglie di immigrati si mantiene l’uso della lingua materna nella comunicazione quotidiana e per i figli l’ambiente scolastico rimane l’unico luogo in cui potersi relazionare con adulti e coetanei imparando la lingua italiana la quale, essendo l’idioma parlato nel Paese ospitante la famiglia, si presume diventerà la loro lingua. Proprio per questo è importante, come osserva il Presidente della regione Friuli – Venezia Giulia Fedriga, che le classi non siano formate esclusivamente da stranieri.

Se la norma prevede il tetto del 30% e il sindaco Cisint ha fissato una percentuale più alta e prossima alla metà dei componenti totali della classe, a me personalmente sembra una cosa saggia perché, invece di creare “classi ghetto”, può favorire meglio l’integrazione dei bambini in questione, anche a costo del piccolo disagio del trasporto in paesi limitrofi. Trattandosi di Monfalcone (cittadina con poco più di 28mila abitanti) posso assicurare che il disagio sarebbe davvero trascurabile, poco più di 15 minuti di percorso con lo scuolabus.

[fonti: Il Corriere e Il Piccolo immagine da questo sito]

AGGIORNAMENTO DEL POST 18/07/2018

Come promesso, aggiorno i lettori sulla vicenda dei bambini esclusi da alcune delle scuole dell’infanzia di Monfalcone.

Il sindaco Anna Maria Cisint non fa alcun passo indietro, anche se ha promesso che per il prossimo anno il tetto scenderà al 40%. Con queste parole difende la sua posizione:

«già la Regione Veneto prima e il Comune di Venezia poi hanno adottato un protocollo simile al nostro, incassando perfino il plauso del Prefetto. Quindi l’unica vera differenza è che lì, con un tetto del 30% di stranieri in classe, i firmatari sono stati applauditi come promotori dell’integrazione, mentre qui, col 45%, siamo stati tacciati di razzismo». Aggiunge, poi, un parere da madre: ««Da mamma – spiega – non trovo giusto che i bambini monfalconesi fuggano in altri comuni. Nel 2016 erano 90, ora sono la metà».

Sono 79, per la maggior parte stranieri, i bambini rimasti fuori dalle scuole dell’infanzia monfalconesi ma nei paesi limitrofi, assicura Cisint, i posti ci sono:«Ho appreso di molti posti liberi negli asili dei Comuni vicini: 30 a San Canzian, 20 a Staranzano, 18 a Ronchi, 15 a Fogliano. Come mai nessuno si offre di accogliere i 79 bimbi rimasti fuori?».

Sulla vicenda sono intervenuti anche i sindacati, CGIL in testa, decisi a dar battaglia alla prima cittadina della città isontina. Il segretario regionale Flc-Cgil Adriano Zonta spiega così la presa di posizione del suo sindacato:

«Si ravvisano irregolarità che a nostro avviso possono sfociare sul penale, ma sarà la magistratura a decidere. Noi invieremo l’esposto anche al Garante dei Minori e al Miur. […] i bimbi non possono essere messi in mezzo, né ci può essere discriminazione».

Allo stesso tempo Zonta non esclude che si possa trovare un accordo: « È vero, come dice Cisint, che tutti i soggetti vanno interessati, compresa l’azienda, ma non con la filosofia del “Si arrangi Fincantieri”». Da 3 anni si avevano i dati demografici, come mai non si è pensato a risolvere prima il problema dell’esubero? Siamo disponibili a discutere, ma l’accordo va ritirato: urge un tavolo sul dimensionamento scolastico».

In attesa di incontrare il direttore dell’Ufficio scolastico regionale del Friuli- Venezia Giulia Igor Giacomini e il senatore Mario Pittoni della Lega, la Cisint non esclude la formazione di classi – ponte ovvero «spazi in cui i bimbi stranieri possano apprendere esaustivamente la lingua italiana così quando saranno pronti potranno essere inseriti in aula con gli altri».

Quindi, come volevasi dimostrare, si torna a parlare di classi – ponte.

[fonte: Il Piccolo]

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TEMPO DI ISCRIZIONI: QUALE SCUOLA SCEGLIERE DOPO LE MEDIE?

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C’è tempo fino al 22 febbraio per scegliere in quale scuola continuare gli studi dopo le medie. Una scelta decisamente difficile che si è costretti a fare ad un’età che è caratterizzata da incertezza e indecisione. Ma decidere con cognizione di causa quale scuola frequentare per i prossimi cinque anni è di fondamentale importanza per il successo formativo.

Innanzitutto, insegnando in un liceo dalla classe prima alla quinta, posso dire che la preparazione dei quattordicenni di oggi è di gran lunga inferiore a quella dei coetanei di dieci anni fa, o anche meno. Tuttavia, se guardiamo la documentazione che arriva dalle scuole medie frequentate, tutte le lacune che man mano emergono fin dai primi giorni di scuola, sembrerebbero ingiustificate. Mi spiego meglio.

La preparazione nell’ambito della lingua italiana, ad esempio, lascia molto a desiderare. Ci sono ragazzi che si trovano in difficoltà anche solo quando devono distinguere le varie parti del discorso. Il verbo, poi, che è la la struttura portante di ogni frase, è il più maltrattato. Sembra difficile distinguere tra verbi transitivi e intransitivi, tra forma attiva e passiva, per non parlare della coniugazione di alcuni modi e tempi. Potrei scrivere un intero libro dal titolo “Il passato remoto, questo sconosciuto”. E stendiamo un velo sul corretto utilizzo del congiuntivo.

Parlare, poi, di analisi logica (della frase e del periodo) sembra paragonabile alla trattazione della fisica quantistica, che tutti sanno che esiste e pochi ne conoscono i contenuti. E’ solo un esempio, naturalmente. Ma se siamo autorizzati ad ignorare la fisica quantistica, in veste di parlanti la nostra lingua madre non possiamo ignorare l’analisi logica. Il fatto che si chiami “logica” dovrebbe suggerire che per operarla è necessario usare la testa, cosa che i quattordicenni d’oggi sanno fare benissimo in molte attività quotidiane ma che nell’affrontare le discipline scolastiche pensano non sia di primaria importanza.

E’ necessario stendere un altro velo sull’ortografia e il fatto che in qualche facoltà universitaria siano stati istituiti, per le matricole, dei corsi di italiano, più per provocazione che per reale necessità a mio parere, dovrebbe già dire tutto.
Ho parlato dell’italiano perché è trasversale, ma potrei estendere il discorso a molte discipline scolastiche che, a parere di molti, vengono affrontate in modo lacunoso e superficiale.

Naturalmente ci sono delle eccezioni: ragazzi e ragazze ben preparati che hanno delle ottime chance di frequentare un liceo con risultati brillanti e grandi soddisfazioni. Tuttavia, noto l’insana abitudine degli insegnanti della scuola media di elargire voti alti e altissimi a chi non ha una preparazione adeguata. Il problema fondamentale è che molti di questi ragazzi – e le loro famiglie – hanno delle aspettative che irrimediabilmente vengono deluse fin dai primi mesi di scuola superiore.

La scuola media è stata riformata nel 1979 e concepita come preparatoria al mondo del lavoro. Il Decreto 22 agosto 2007, n. 139 ha istituito il biennio obbligatorio della scuola superiore (va da sé che l’obbligo scolastico si espleta al compimento dei 16 anni, anche senza frequentare l’intero biennio), senza tuttavia riformare la scuola media che avrebbe dovuto essere adattata al prolungamento della frequenza obbligatoria la quale escludeva di fatto l’ingresso nel mondo del lavoro a 14 anni.

Il punto cruciale è questo: è doveroso venire incontro alle difficoltà degli alunni, anche evitando le bocciature che, trattandosi di scuola dell’obbligo, dovrebbero rappresentare delle eccezioni e non la regola. Tuttavia, non è corretto “aiutare” gli altri alzando i voti solo perché, nei confronti dei compagni più deboli, dimostrano di essere più svegli e capaci, pur impegnandosi al minimo.

Assistiamo, quindi, a quelle “elargizioni” che procurano in realtà molti danni. Se un allievo, arrivato in prima superiore, si rende conto che i risultati delle medie erano “falsati”, due possono essere le reazioni: impegnarsi di più per dimostrare ai nuovi docenti di potercela fare, oppure cadere nella demotivazione più profonda che non lascia molte speranze per il prosieguo degli studi. E si rischia di entrare in un circolo vizioso che ha come unico sbocco l’abbandono degli studi.

Quale scuola scegliere dopo le medie? Non sono una docente che dà per spacciato un allievo dopo tre settimane di scuola, ma vorrei essere onesta e dettare delle semplici regole che sarebbe utile seguire nella scelta della scuola superiore.

1. Fare i conti con la propria preparazione, al di là dei voti, e con l’impegno che si è disposti a spendere.
2. Seguire i consigli di orientamento degli insegnanti della scuola media. Quasi mai sono campati in aria.
3. Non coltivare particolari ambizioni da parte dei genitori. Non tutti i figli sono adatti al liceo (le statistiche dicono che la metà degli studenti lo preferiscono) e non bisogna commettere l’errore di sceglierlo solo perché i figli non hanno particolari attitudini che invece vengono richieste dall’istruzione professionale o tecnica. L’attitudine fondamentale richiesta da un liceo è quella di sapersi impegnare nello studio, cosa che non è così scontata per chi ha frequentato la scuola media con un profitto appena sufficiente.
4. Qualsiasi scuola è dignitosa purché ci si impegni seriamente per imparare.
5. Se è vero che l’ “obbligo scolastico” prosegue nel biennio superiore, ciò non si deve intendere come “obbligo” da parte dei docenti di promuovere tutti, qualunque sia la loro preparazione. Se si vuole continuare a studiare nel triennio successivo una adeguata preparazione è necessaria.

Questo è in sintesi il mio parere. La risposta sbagliata alla domanda posta nel titolo di questo post è una sola: “Una qualsiasi, basta andare avanti”. E’ il preludio ad una via crucis che vi porterà, con la consapevolezza che la scelta non può essere affidata al caso, da una scuola all’altra, con buone probabilità di non concluderne nessuna.

Come diceva Seneca a Lucilio, criticando chi non stava mai fermo a lungo in alcun luogo: “Non è il cielo che devi cambiare ma il tuo animo”.

LE 33 COMPETENZE DIGITALI CHE OGNI INSEGNANTE DOVREBBE AVERE NEL 21° SECOLO. E TU QUANTE NE HAI?

computer scuolaATTENZIONE: Se il post vi sembra troppo lungo e anche un po’ noioso, magari pure scarsamente interessante per chi di professione non fa l’insegnante, saltate direttamente alle mie riflessioni semiserie sull’argomento, dopo il b-quote. Grazie!

Riporto da Tuttoprof (sul sito originale potete trovare anche gli strumenti per raggiungere queste 33 abilità … e credetemi, ne abbiamo tutti bisogno!):

1- Creare e modificare un audio digitale

2- Utilizzare social bookmarking per condividere le risorse con e tra gli studenti

3- Utilizzare blog e wiki per creare piattaforme online per gli studenti

4- Sfruttare le immagini digitali per usarle in classe

5- Utilizzare i contenuti video per coinvolgere gli studenti

6- Utilizzare infografica per stimolare visivamente studenti

7- Utilizzare i siti di social networking per il collegamento con i colleghi e crescere professionalmente

8- Creare e distribuire presentazioni asincrone e sessioni di formazione

9- Compilare un portfolio digitale per il loro personale sviluppo

10- Avere conoscenza della sicurezza on-line

11- Essere in grado di individuare le opere copiate nei compiti assegnati agli studenti

12- Saper catturare video e immagini per tutorial

13- Curare contenuti web per l’apprendimento in classe

14- Utilizzare e fornire agli studenti strumenti di gestione delle attività per organizzare il proprio lavoro e pianificare il loro apprendimento

15- Utilizzare il software- sondaggi per creare un rilevamento in tempo reale in classe

16- Comprendere le questioni relative al diritto d’autore e l’uso equo di materiali on-line

17- Esplorare giochi per computer per scopi pedagogici

18- Utilizzare strumenti di valutazione digitali per creare quiz

19- Utilizzare strumenti di collaborazione per la costruzione e la modifica del testo

20- Trovare e valutare contenuti autentici basati sul web

21- Usare dispositivi portatili come i tablets

22- Identificare risorse on-line sicure per gli studenti che navigano

23- Utilizzare gli strumenti digitali per la gestione del tempo

24- Imparare i diversi modi di utilizzare YouTube in classe

25- Utilizzare strumenti per condividere contenuti interessanti con gli studenti

26- Annotare pagine web e parti di testo da condividere con la classe

27- Usare organizzatori grafici e stampabili on-line

28- Usare note adesive per catturare idee interessanti

29- Utilizzare strumenti di condivisione per creare e condividere tutorial

30- Utlizzare strumenti di messaggistica di gruppo per progetti di lavoro collaborativo

31- Eseguire ricerca efficace con il minor tempo possibile

32- Svolgere una relazione utilizzando strumenti digitali

33- Utilizzare gli strumenti di file sharing per condividere on-line documenti e file con gli studenti

LE MIE OSSERVAZIONI PUNTO PER PUNTO:

1. Non ce l’ho ma posso sempre imparare
2. Non sapevo cosa fossero ‘sti social bookmarking, Wikipedia mi è venuto in aiuto ma non ci ho capito molto. Di primo acchito direi che non dovrebbe essere irraggiungibile come competenza
3. Se non ce l’ho io che sono laprofonline!
4. Non ne vedo l’utilità per le materie che insegno comunque si può fare
5. Lo faccio spesso
6. Secondo me gli studenti sono stimolati visivamente da altre cose … però non la trovo una competenza impossibile
7. Con i colleghi collaboro e scambio opinioni per e-mail. Più che sufficiente. Meglio una chiacchierata al bar davanti a un caffè
8. Parlate di videolezioni che è più comprensibile, caspita! Non l’ho mai sperimentato ma non la trovo indispensabile come competenza curricolare, tutt’al più al bisogno (per allievi che fanno assenza prolungate, la scuola in ospedale … cose che già si fanno)
9. Il portfolio si può anche creare, digitale o meno. Bisogna poi capirne le reali potenzialità perché ho l’impressione che sarebbe un qualcosa che ha portato via tantissimo tempo e di cui nessuno fa uso
10. Se ne occupino le famiglie. Perché ci devo pensare io?
11. Sono in grado, sono in grado … il difficile è coglierli in flagrante
12. Per ora non catturo niente … un domani, chissà?
13. Curo, curo … l’importante è che se ne curino gli studenti, altrimenti a che serve?
14. In che senso? 🙄
15. In tempo reale in classe? E con quali strumenti? Dovremmo avere almeno un tablet ciascuno: che ne dice il ministro Giannini?
16. Questa mi sembra difficilissima! Sul web parlare di diritti d’autore mi sembra un’utopia
17. Magari questa competenza la lascio a chi insegna nella primaria e secondaria di I grado (una in meno!)
18. strumenti di valutazione digitali per creare quiz? mi sembra che qui ci sia un problema di traduzione (Fonte: Educational Technology and Mobile Learning)
19. strumenti di collaborazione in che senso? 🙄
20. Come cercare un ago nel pagliaio
21. Sempre che lo Stato ce ne fornisca uno gratis …
22. Nel mare magnum del web mi sembra difficile ma si può provare
23. Guarda, la gestione del tempo è già difficile senza strumenti digitali …
24. Cosa c’è da imparare?
25. Lo faccio già, da molti anni
26. idem
27. Che parolone! Dire mappe concettuali è da analfabeti informatici?
28. Io faccio un uso spropositato di post it, anche se poi catturano poco la mia attenzione. Dite che quelli digitali abbiano maggior successo?
29. Questa non mi sembra difficile …
30. Per poi dire: l’ortografia è un optional, l’importante è capirsi
31. Questa è da un milione di dollari … se devi anche valutare l’attendibilità dei dati, la loro completezza, fruibilità, trasferibilità …
32. Questo già lo fanno … sono esperti nel copia-incolla
33. Vabbè, ma allora laprofonline che ci sta a fare? 😉

LE MIE CONCLUSIONE.
Dunque, a occhio e croce sono già in possesso di una decina di questa abilità. Mi consola il fatto che di questo XXI secolo è trascorsa solo una minima parte. Ho ancora 986 anni davanti per completare l’acquisizione delle rimanenti competenze. 😆

IL BAMBINO E IL CONGIUNTIVO by MASSIMO GRAMELLINI


Riporto dal Buongiorno di Massimo Gramellini per La Stampa:

Ci dobbiamo occupare ancora una volta di una brutta storia. T., bambino di nove anni iscritto alla scuola elementare «Don Orione» di Milano, va matto per i congiuntivi e i compagni di classe lo isolano dal gruppo, riempiendo la lavagna di battutacce contro di lui. Quando ho letto la notizia nel blog di Flavia Amabile sul sito, ho trattenuto a stento la mia indignazione. Un bambino che ama i congiuntivi! Quanto imbarazzo, quanta vergogna. Quale futuro potrà mai avere un bimbo che, cito ancora dal blog, «è affascinato dalle parole, ne chiede il significato e poi le usa a proposito»?

Se per disgrazia il problema dovesse protrarsi fino all’età adulta, gli sarebbero precluse moltissime attività, a cominciare da quella politica. Avrebbe serie difficoltà anche in televisione e nei giornali. Il congiuntivo non è solo una brutta malattia degli occhi, ma un modo sbagliato di affrontare la vita. Se incominci a parlare bene, poi desideri pensare bene. E magari – orrore – agire bene. Funziona così, purtroppo. Per fortuna i compagni del piccolo mostro stanno cercando di riportarlo sulla retta via con un sistema quasi infallibile: la legge del branco, che tutti conforma e appiattisce al livello più basso e rassicurante. Pare però che il diavoletto cocciuto persista nell’errore. Di questo passo imparerà a memoria i primi dodici articoli della Costituzione e allora per rieducarlo non basteranno più nemmeno i compagni: bisognerà chiamare direttamente il Trota.

A voi i commenti …

[nell’immagine: “bambino alieno” da questo sito]

L’ORTOGRAFIA NON È UN’OPINIONE … NEMMENO QUELLA DELL’ONOREVOLE BIANCOFIORE

Non so quanti abbiano seguito, sulle pagine de Il Corriere, il match tra Gian Antonio Stella, giornalista, e Michaela Biancofiore, deputato della Repubblica. Il motivo del contendere? Gli errori, anzi, orrori ortografici che l’onorevole avrebbe commesso in uno scritto di natura non ben precisata.

Secondo il giornalista, una che scrive strafalcioni del genere dovrebbe rifare la seconda elementare. Gli errori-orrori segnalati nel pezzo sono così descritti:

Si è schiantata sugli accenti («dò», «stà», «pò»), ha detto che gli avversari la vogliono «distrutta, annientata, denigrata, scanzonata» (voce dello sconosciuto verbo michaeliano «scanzonare»), ha inventato «l’amantide religiosa». Creatura che, con l’apostrofo lì, è ignota in natura. Insomma: un disastro.

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A SQUOLA CON LA Q: GLI ITALIANI E L’ORTOGRAFIA


Nel blog “La 27esima Ora” (su Il Corriere.it), a proposito di ortografia, scrive Maria Luisa Agnese:

Come si scrive superficie, con la i o senza? Il dubbio mi assale all’improvviso e mi lascia tramortita: ma come? io che ho sempre il ditino alzato, che colgo con l’occhio vigile ogni apostrofo in più, che non sopporto “qual é” scritto sbagliato (e cioè qual’é), regola che ho imparato da quando il professore di italiano al ginnasio che era anche un poeta corresse per sempre il mio errore con domanda definitiva: E’ troncamento e elisione? Insomma anch’io, assalita da un dubbio così? Mi rivolgo al fedele Devoto-Oli, bibbia severa che in questo caso si rivela consolatoria dei miei dubbi, perché in prima battuta dice superficie, ma tra parentesi, in corsivo, accetta come meno comune anche superfice.

Ma il problema resta: non sappiamo più scrivere, siamo tornati come ragazzini di penna dubbiosa, la tecnologia ci ha cambiato anche in questo.
E non solo non ricordiamo più nessun numero di telefono a memoria neppure quelli dei parenti più stretti, ma, ormai avvezzi a essere protetti dal correttore automatico o peggio abituati alla nuova disinvoltura delle abbreviazioni e delle semplificazioni, ci siamo arresi (persino i superciliosi francesi così attaccati ai rituali della loro ortografia) a cerimonie di scrittura ultrasemplificate

.

È proprio vero: gli Italiani, a tutte le età, hanno un rapporto non idilliaco con l’ortografia. Sono assaliti dai dubbi ma quasi mai consultano il dizionario, come fa, invece, la giornalista Agnese. Lo so perché a scuola i ragazzi, negli elaborati di italiano, commettono degli errori ortografici anche se hanno di fronte il dizionario della nostra lingua, la cui consultazione è autorizzata.

E a casa? Niente di più facile che risolvere i dubbi affidandosi a Google: digitiamo la parola, come pensiamo che possa essere scritta (ma se la scriviamo sbagliata fa lo stesso), e il motore di ricerca in breve ci darà la soluzione al nostro dilemma. Insomma, perché mai alzarsi dalla sedia, prendere dallo scaffale, magari posizionato troppo in alto, il pesante tomo, posarlo sulla scrivania, aprirlo e cercare la parola che ha originato il dubbio ortografico? A proposito, da insegnante mi rendo conto anche di un fatto sconcertante: i ragazzi non sanno nemmeno cercare il lemma sul dizionario, nel senso che a fatica ricordano la progressione delle lettere dell’alfabeto e, di conseguenza, la ricerca diventa laboriosissima. Eh sì, perché se arrivano velocemente alla lettera iniziale, devono poi ripassare in rassegna tutto l’alfabeto per accertarsi che la “p” viene dopo la “m” e prima della “r”.

Nel mio blog primario, un po’ di tempo fa, ho dedicato al medesimo tema un post che riporta lo stesso titolo di questo (LINK). In quella sede avevo fatto riferimento ad un recente (era il gennaio 2010) concorso per vigili urbani, tenutosi in provincia di Grosseto, in cui ben 61 candidati erano stati bocciati perché avevano commesso troppi errori ortografici. La dimostrazione che la poca dimestichezza con l’ortografia non è un’esclusiva degli studenti pigri.

Tornando all’articolo di Maria Luisa Agnese, lei attribuisce la causa della poca destrezza che gli Italiani hanno nell’esprimersi correttamente nel proprio idioma, specie quando devono scrivere, all’utilizzo sempre più assiduo del sintetico linguaggio da sms.

Ma come si fa ad attenersi a un tale rigore espressivo di fronte all’avanzata di ke che umiliano il livello delle nostre comunicazioni quotidiane via e mail o sms? “Vale 6 la kosa + bll k ò torna cn me by dany ti amo” così si apre la pagina Facebook “Salviamo la grammatica” che lancia un appello perché venga preservato almeno un livello minimo di dignità grammaticale nelle nostre disastrate missive elettroniche.

Eh, già, ormai i canali di comunicazione sono cambiati e non siamo quasi più capaci di scrivere. Anche l’amore si esprime attraverso le nuove tecnologie. Ma dov’è finito l’amore vero, quello delle poesie, delle lettere, dei messaggi lasciati sul cuscino? Oggi non si scrive più, al massimo si chatta, si lasciano messaggi su FB o Twitter, ci si scambia gli SMS. Si usa ancora sussurrare all’orecchio del/della partner “Ti amo”? Per quanto ne sappia, no. Oggi vanno di moda altri “canali” per trasmettere i sentimenti, va scomparendo la fisicità, il contatto. I giovani comunicano a distanza e quando si trovano uno di fronte all’altra, i due innamorati non sanno quasi cosa dirsi (ammesso che sappiano COME dirselo!). Ad esempio, nei messaggini telefonici la cosa funziona a sigle: TVB (ti voglio bene) e TAT (ti amo tanto), naturalmente conclusione logica di una serie di amenità espresse in formato ridotto come richiesto dalla dura legge del limitato numero di caratteri per ciascun SMS. Sinceramente a me non batterebbe il cuore nel leggere sigle di questo tipo; anzi, risponderei a mia volta con una sigla: MCSS (ma che, sei scemo?).
[quest’ultima parte è un’autocitazione da un altro mio post]

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