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E PARLIAMO DELL’AGGIORNAMENTO DEI PROF


Dicono che noi insegnanti dobbiamo aggiornarci se vogliamo essere meritevoli del compito che ci viene affidato, ovvero di formare, educare e istruire le nuove generazioni che avranno un domani il potere sul mondo. Vabbè, questo forse è esagerato ma è inutile negare che il nostro è un ruolo prezioso perché noi docenti siamo donne e uomini che fanno ogni giorno della conoscenza un dono. Parole del ministro (ministra non lo scriverò mai!) Valeria Fedeli, pronunciate in occasione della Giornata Mondiale degli Insegnanti, istituita dall’UNESCO nel 1994, giornata che, diciamolo, non se la fila o almeno non l’è filata nessuno per molti anni. Solo ultimamente i media ci ricordano che esiste, che si celebra – oddio, celebra è una parola grossa – il 5 ottobre di ogni anno. E ogni 5 ottobre, da qualche tempo, gli insegnanti conquistano un posto d’onore, diciamo così, nel panorama della carta stampata e dei tiggì per poi ricadere nel dimenticatoio… anche dei ministri, ahimè.

Ma non è della Giornata Mondiale degli Insegnanti che volevo parlare. Il fatto è che in quella occasione i vari ministri non solo ci elevano agli onori, che per la categoria più bistrattata della Pubblica Amministrazione rimane una parola che non ha riscontri nella pratica di tutti i giorni, ma ci ricordano anche i vari oneri che non sono pochi. Tra questi l’aggiornamento. Così si esprimeva il ministro Fedeli il 5 ottobre scorso:

“L’educazione di qualità delle nuove generazioni è un fattore di sviluppo fondamentale e trasversale delle nostre società, come sottolinea anche l’Agenda 2030 dell’Onu. Il ruolo svolto dalle docenti e dai docenti è prezioso. La loro valorizzazione e il riconoscimento della dignità della loro professione è importante. È per questo che stiamo lavorando al rinnovo del loro contratto, bloccato ingiustamente per troppo tempo. Siamo impegnati a trovare le risorse in Legge di Bilancio per adeguare le loro retribuzioni. Indispensabili sono anche la loro formazione e il loro aggiornamento costante: c’è un Piano che è stato predisposto a tale scopo, perché vogliamo sostenerli nella guida delle studentesse e degli studenti di fronte ai mutamenti e ai cambiamenti repentini che attraversano le nostre società”.

Ora, vorrei lasciare da parte il discorso sul rinnovo del contratto perché la miseria di 85 € di aumento lordo promesso credo possa essere riconosciuto da tutti – anche da chi ci denigra – un insulto. Lo è soprattutto nei confronti di quegli insegnanti che lavorano con sacrificio e abnegazione, senza guardare la busta paga mensile. Questi sono sicuramente la maggioranza anche se una sparuta minoranza, costituita anche da poveri derelitti consumati dallo stress che ingiustamente non viene considerato malattia professionale (solo ora qualcosa si sta muovendo ed esclusivamente per le maestre della scuola dell’infanzia in previsione di poter usufruire dell’Ape Social), fa certamente più notizia.

Non voglio parlare del contratto, dicevo, e nemmeno della valorizzazione che, grazie al bonus per il merito, dovrebbe essere garantita ma le cifre che girano – almeno quelle che sono arrivate nelle mie tasche, pur ammazzandomi di lavoro – sono ridicole e costituiscono più un’offesa che il riconoscimento del merito. Mi soffermerò, invece, a parlare dell’aggiornamento che, a detta di Valeria Fedeli, è indispensabile per guidare i giovani che frequentano le nostre scuole, di fronte ai cambiamenti sociali repentini. Detta così, sembrerebbe prioritario stare al passo con i tempi soprattutto nella didattica, meglio se con l’ausilio delle cosiddette “nuove tecnologie” che non si sa bene cosa siano soprattutto per quel significato effimero dell’aggettivo “nuovo”, considerando che se compri uno smartphone oggi – è solo un esempio – domani è già vecchio.

Io mi sono sempre aggiornata, nei tempi e luoghi che ho ritenuto più opportuni. Non ho certamente bisogno che un ministro dell’Istruzione me lo dica. Anzi, per esperienza personale posso dire che l’obbligo, in quanto tale, spesso ottiene effetti catastrofici. In primo luogo, sentirsi obbligati a frequentare dei corsi di per sé non aumenta il valore dell’insegnamento perché spesso ciò che è coercitivo viene vissuto male. In secondo luogo, ogni volta che scatta l’obbligo di aggiornarsi (è successo più volte nei miei lunghi anni di insegnamento, anche legato allo scatto stipendiale, per poi decadere miseramente dopo aver inutilmente frequentato 200 ore di corsi) spuntano come funghi proposte di vario tipo, alcune di fatto irricevibili ma che importa, tanto la cosa fondamentale è “fare ore”. Insomma, la qualità delle proposte frequentemente lascia a desiderare.

Ultimamente ho frequentato due corsi, anche se quest’obbligo di ufficiale ha ben poco, soprattutto in relazione alla quantità di ore che dovremmo perdere, e lo dico non solo per provocazione ma perché spesso è davvero una perdita di tempo. Due esperienze diametralmente opposte, pur avendo in comune il tema, ovvero la didattica digitale, che cercherò di descrivere brevemente. Tengo a precisare che la frequenza era pomeridiana e non in orario di servizio.

Un corso è stato davvero interessante e posso dire di avere imparato tante cose che non conoscevo. La docente che ha tenuto il corso era preparatissima, coinvolgente, disponibilissima nel venire incontro alle esigenze di tutti i corsisti (una ventina più o meno). Si metteva davanti al pc, con alle spalle lo schermo su cui potevamo seguire passo passo le sue spiegazioni. Aveva predisposto un’infinità di materiali – anche troppi a mio parere – per poter dimostrare nella pratica ciò che avremmo potuto produrre attraverso varie piattaforme digitali. Noi discenti avevamo tutti una postazione con pc e potevamo seguire le istruzioni della formatrice per mettere in pratica senza inutili perdite di tempo, a provare e riprovare, ciò che veniva spiegato in teoria.

Un altro corso, che purtroppo per qualche settimana si è sovrapposto all’altro (quindi ero impegnata anche 8 ore a settimana), non mi ha dato assolutamente nulla e lasciato solo tanta rabbia per aver perso così tanto tempo inutilmente. Il docente formatore (titolo che, a parere di tutti i corsisti, rivestiva indegnamente) non ha spiegato nulla – non era nemmeno in grado di parlare un italiano corretto dal punto di vista grammaticale – né tanto meno ci ha guidati nell’esplorazione di piattaforme digitali che avremmo potuto utilizzare nella didattica. All’inizio di ogni incontro si limitava a esporre il programma della giornata, cioè tutto ciò che avremmo potuto provare a sperimentare da soli nelle 4 ore, senza tuttavia darci nessuna istruzione pratica. Nel programma che era esposto su una piattaforma di condivisione interna c’erano dei link che spesso non funzionavano o erano errati, che avrebbero dovuto rimandare alle piattaforme da sperimentare le quali spesso riportavano istruzioni in inglese, il che rendeva tutto più difficile mentre sarebbe stato molto più agevole essere guidati da lui tramite dimostrazione pratica. Verso chi richiedeva il suo aiuto era disponibile ma in una “classe” di più di 20 persone è evidente che la gestione diventava impossibile per poter accontentare tutti.
Io ho cercato di arrangiarmi ma perlopiù ho approfittato della situazione per scambiare quattro chiacchiere con i colleghi, alcuni sconosciuti fino a quel momento. Diciamo che per quanto riguarda la socializzazione l’esperienza è stata positiva ma a quel punto tanto valeva andare al bar davanti a un cappuccino fumante, senza perdere 18 ore in chiacchiere all’interno di un edificio scolastico.
Per quanto riguarda la maggior parte dei corsisti, erano impegnati nella correzione o preparazione di compiti, nella compilazione del registro elettronico e a rispondere a qualche e-mail. Qualcuno ne ha approfittato per leggere i quotidiani on line, per farsi un solitario o per prenotare la prossima vacanza su Tripadvisor. Insomma, qualche esperienza del digitale è stata fatta!

In conclusione posso dire che i due formatori erano entrambi nominati, attraverso titoli specifici da valutare per mezzo di un regolare bando, nell’ambito del PON (Programma Operativo Nazionale) del Miur, così descritto sul sito: «intitolato “Per la Scuola – competenze e ambienti per l’apprendimento” è un piano di interventi che punta a creare un sistema d’istruzione e di formazione di elevata qualità. È finanziato dai Fondi Strutturali Europei e ha una durata settennale, dal 2014 al 2020.» Compenso lordo orario per i formatori: 70 euro, cui si aggiungono i 35 per i cosiddetti tutor che in aula ho intravisto poche volte. Fate il calcolo per 18 ore… Certamente la formatrice del primo corso se li è sudati ma il sedicente formatore del secondo potrebbe essere quasi accusato di appropriazione indebita.

Ora considerate i due esempi riportati e chiedetevi come funziona la scuola italiana. C’è chi si suda e merita tutto ciò che gli/le viene dato, ma c’è anche chi, pur facendo poco o nulla, s’intasca il gruzzolo senza merito alcuno. I due sono stati pagati allo stesso modo quindi non mi vengano a parlare di merito e valorizzazione perché son tutte fandonie: c’è chi viene giustamente valorizzato e chi intasca il gruzzolo e basta.

[fonti: Orizzonte Scuola per i riferimenti al ministro fedeli; immagine da questo sito]

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LETTERA DI UNA PROFESSORESSA A UNA CATTIVA MADRE

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Dopo la lettera del papà di Mattia che si vantava di non aver fatto svolgere i compiti delle vacanze al figlioletto, eccone un’altra, questa volta scritta da una madre: la dott.ssa Francesca Romana Tiberi, psicologa, laureata in Scienze della Formazione.

Ne riporto il testo pubblicato sulla rivista on line Orizzonte Scuola:

Sono una cattiva madre perché non costringo mia figlia a estenuanti pomeriggi di compiti.

Sono una cattiva madre perché non presto abbastanza attenzione alle note di demerito che le insegnanti danno a mia figlia per non aver finito i compiti.

Sono una cattiva madre perché quando è malata non le faccio recuperare tutti i compiti persi.

Sono una cattiva madre perché la domenica non si studia… potrei continuare ore, sono una cattiva madre lo so, ma so anche di essere la migliore mamma che mia figlia possa avere perché a me interessa che lei sia felice e che ami imparare!

Non permetterò a nessun insegnante di far odiare lo studio e la conoscenza a mia figlia, a costo di esser giudicata irresponsabile!

Ed ecco la mia replica.

Cara signora Francesca Romana,

che Lei sia una cattiva madre lo ha ammesso, quindi non sarò io a doverglielo dire. Tuttavia, da insegnante, non posso esimermi dal fare qualche osservazione sulle Sue parole che ritengo molto gravi, considerando anche il fatto che Lei, a quanto pare, di professione fa la psicologa.

Lei, quando aveva l’età di Sua figlia, non ha mai passato estenuanti pomeriggi di compiti? Non so quanti anni abbia ma credo che, con il passare del tempo, i compiti assegnati a scuola siano sempre di meno. O forse Lei aveva una madre altrettanto cattiva? Non so, può essere. Ad ogni modo, mi sembra che Lei sia sopravvissuta a un così grave flagello.

Non Le pare logico, inoltre, che quando un bambino si assenta perché malato, i compiti servano a recuperare le lezioni perse? O al limite, se proprio l’argomento trattato in classe non è chiaro, non Le pare logico rivolgersi all’insegnante e pregarlo/la di perdere un po’ di tempo a rispiegare la lezione, in modo che Sua figlia, e i suoi compagni, ne possano trarre beneficio?

Lei davvero crede che la felicità di un bambino si misuri in base al tempo che, durante la domenica, può sottrarre all’esecuzione delle attività assegnate? Ma se anche così fosse, non ci sarebbe nulla di male, a patto che se ne parli con gli insegnanti, quelle persone così cattive e insensibili che hanno come unico scopo quello di rendere infelici le povere creature (oppure i genitori che si sentono in dovere di seguire passo passo i figli nell’esecuzione dei compiti, sostituendosi a loro, se è il caso).

C’è una circolare ministeriale del 1969 (precisamente la n. 177 del 14 maggio di quell’anno) che così recita:
“Questo Ministero è venuto nella determinazione di disporre che agli alunni delle scuole elementari e secondarie di ogni grado e tipo non vengano assegnati compiti scolastici da svolgere o preparare a casa per il giorno successivo a quello festivo, di guisa che nel predetto giorno non abbiano luogo, in linea di massima, interrogazioni degli alunni, almeno che non si tratti, ovviamente, di materia, il cui orario cada soltanto in detto giorno”.

Anche se con l’autonomia scolastica le vecchie circolari (mai abrogate, tra l’altro) non hanno più un ruolo prescrittivo, la cosa più logica sarebbe quella di mettersi a tavolino e discutere con il consiglio di classe (o interclasse alle elementari), serenamente, senza far valere diritti inesistenti (trascorrere in pace la domenica … io, insegnante, lavoro sempre) ma semplicemente arrivare ad un accordo tra le parti. Ad esempio, se i “compiti della domenica” sono assegnati il mercoledì, nessuno impone di eseguirli per il lunedì successivo proprio la domenica.

Lei, che è anche psicologa, davvero crede che impedendo a Sua figlia di fare i compiti – con le conseguenti note di demerito che da cattiva madre ignora, senza pensare che l’effetto su Sua figlia non è esattamente edificante – la renda una bambina felice e vogliosa di imparare? Imparare cosa? A fare la furba? A sottrarsi ai doveri che, una volta cresciuta, non potrà evitare? E come affronterà la vita di domani che impone obblighi cui non possiamo sottrarci? Allora per Sua figlia non ci saranno note di demerito ma qualche calcio nel fondoschiena. Ha presente il mondo del lavoro? Magari no, magari è una libera professionista e fa quel che vuole. Magari non lo è e ha trovato il modo di vivere felice senza dover fare ciò che le sembra scomodo, insignificante e anche alquanto dannoso.

Lei è davvero convinta che siano i docenti a far odiare la scuola, con tutti quegli obblighi che minano il diritto alla felicità di bambini e bambine, torturati da orchi e streghe che nemmeno nelle fiabe?

Lei crede di essere ritenuta un’irresponsabile. A mio modesto avviso, Lei non lo è, non solo quello, almeno. Nemmeno la ritengo una cattiva madre. Credo solo che sia Lei, non gli orchi e le streghe, a vivere in una fiaba.

Quando ne uscirà, si renderà conto che interferire in modo irrazionale nelle questioni didattiche può solo essere deleterio per Sua figlia. Forse allora se ne pentirà. Ma di certo non avrà insegnato alla bambina a vivere assumendosi delle responsabilità. Non è aggirando gli ostacoli che si cresce ma superandoli.

Ah già, Lei è una psicologa. Non ha bisogno di lezioni.

(La lettera è stata pubblicata anche su Orizzonte Scuola)

[immagine da questo sito]

IL BUSINESS DELLE LEZIONI PRIVATE SI PUO’ EVITARE. ECCO COME

lezioni private
Non è la prima volta che affronto l’argomento (leggi QUI). Già nel 2012 lo SNALS aveva proposto, prima al ministro Gelmini e poi a Profumo, di permettere ai docenti di dare lezioni private intramoenia, esattamente come è possibile che i medici in servizio in ospedale ricevano i pazienti all’interno della struttura pubblica in regime privato.

Ora questa proposta, che approvo pienamente, mi pare più che mai urgente.

Come si sa, nel 1995 vennero aboliti i cosiddetti esami di riparazione alle superiori. Allora questa decisione fu giustificata dalla volontà di mettere in crisi il mercato delle lezioni private e contrastare, quindi, il lavoro nero dei prof che le impartivano. Ma il Decreto ministeriale n. 80 del 3 ottobre 2007 (firmato dall’allora ministro dell’Istruzione Fioroni) che ha introdotto la “sospensione del giudizio” a giugno e l’obbligo di saldare i debiti formativi entro l’inizio del successivo anno scolastico, ha di fatto ripristinato l’antico. Cambia la forma ma non la sostanza.

Secondo quanto si legge in un articolo pubblicato sulla rivista specializzata La tecnica della Scuola, un sondaggio effettuato dalla Fondazione Einaudi sul mercato delle ripetizioni private, rivela un giro d’affari che si aggira intorno agli 810 milioni circa di euro e che grava sul bilancio di una famiglia italiana per 1620 euro all’anno. Infatti il 90% delle lezioni private non sono dichiarate al fisco.

Così conclude la relazione:

Come Fondazione Luigi Einaudi crediamo che le lezioni private devono essere regolarizzate, accompagnando la regolamentazione da un incentivo fiscale mirato.
Tuttavia, pur riconoscendo la libertà di scelta da parte di studenti e famiglie, crediamo che un numero così alto di studenti che prendono lezioni private nel tempo trascorso dopo l’attività scolastica regolare, dimostra il fallimento del sistema scolastico attuale e l’inadeguatezza della didattica, dei programmi, e spesso anche degli insegnanti.

Se da una parte appoggio la vecchia proposta del sindacato della scuola di regolamentare il “giro” di lezioni private facendole tenere dai docenti (ovviamente su libera adesione e non ai propri allievi, cosa vietata anche se, a volte, tollerata) nelle scuole stesse, dall’altra devo fare una riflessione su quanto dichiarato dalla Fondazione Einaudi circa l’inadeguatezza della didattica, dei programmi, e spesso anche degli insegnanti.

Prima domanda: perché le famiglie sono disposte a svenarsi, con la consapevolezza di favorire l’evasione fiscale da parte degli insegnanti, per mandare i propri figli a “ripetizione”?

Personalmente mi arrabbio quando vengo avvertita dai genitori che il proprio figlio è seguito da un insegnante privato. Tuttavia posso capire che nel rapporto “uno a uno” ci siano dei vantaggi che le classi numerose (26-28 allievi) precludono. Anche se si fa costantemente il ripasso dei contenuti, ci si esercita in classe e si cerca di venire incontro alle difficoltà di tutti, è ben difficile capire quali siano le difficoltà di ciascuno.

Spesso capita che un ragazzo insufficiente non abbia il coraggio di ammettere di non aver capito, rinunci a chiedere chiarimenti anche perché teme di essere preso in giro dagli altri, oppure ha paura di essere etichettato come “stupido” dall’insegnante stesso. E’ palese che ogni studente conosce il docente che ha di fronte e anche il clima che si respira in aula.
In casi come quello descritto, qualche lezione privata può essere risolutiva.

D’altro canto, se l’allievo insufficiente non si impegna, non sta attento in classe, non si esercita a casa, la presenza di un docente tutto per lui può sollecitare l’attenzione del momento, può anche risolvere qualche problema, ma se l’atteggiamento non muta, poco gioverà allo studente il sacrificio economico della famiglia.

Seconda domanda: perché mai, nonostante le scuole (mi riferisco ovviamente alle superiori) abbiano l’obbligo di organizzare attività di recupero durante l’anno, spesso affiancate da periodi di “pausa didattica” in cui ogni docente è tenuto ad intervenire in classe per colmare le lacune e venire incontro alle difficoltà degli allievi, molte famiglie rinunciano a questa opportunità preferendo mandare i ragazzi a ripetizione?

A volte può sembrare snobismo, altre semplicemente incuria. Se le condizioni economiche lo consentono, i genitori preferiscono affidare i figli alle cure di un insegnante privato (non sempre qualificato, tra l’altro). In altri casi, gli impegni extrascolastici dei figli (il più delle volte sportivi), oppure la lontananza della scuola dal proprio domicilio e la scomodità dei mezzi pubblici che hanno orari poco agevoli, spingono le famiglie a firmare le “liberatorie”, rinunciando al servizio offerto gratuitamente dagli istituti.

Parlo per esperienza, naturalmente, e mi riferisco alla realtà che conosco, insegnando in un liceo cittadino frequentato da molti studenti che vivono a distanza di molti chilometri dalla scuola, in paesini sperduti poco serviti dai trasporti pubblici.

Terza domanda: perché capita che i ragazzi che vengono indirizzati ai corsi o agli sportelli organizzati per il recupero, non ottengano i risultati sperati, costringendo le famiglie a porre rimedio ricorrendo alle ripetizioni private?

Sempre per esperienza posso dire che molto spesso succede che gli allievi frequentino i corsi e/o gli sportelli ma che mantengano lo stesso atteggiamento passivo, quando non di disturbo, che assumono in classe durante le ore curricolari. Giocherellano con il cellulare (che viene regolarmente ritirato e consegnato in presidenza, come avviene al mattino), parlottano, arrivano senza materiale (né libri né quaderni né fotocopie consegnate dall’insegnante) e senza aver svolto le attività assegnate.
I genitori di questi ragazzi li difendono osservando che, presentarsi a scuola nel pomeriggio, dopo un’intensa (?) mattinata di lezione, è molto faticoso e certamente non facilita la concentrazione. Le dimenticanze, poi, sono giustificate con la grande quantità di libri e quaderni che già devono portare per le lezioni mattutine, quindi lo zaino è stracolmo e non può contenere altro materiale. Sta di fatto che nella maggior parte dei casi, i libri e i quaderni li hanno già utilizzati la mattino e che le fotocopie di per sé non pesano tanto e occupano poco spazio.

Questi stessi genitori, poi, firmano le giustificazioni per le assenze pomeridiane e, adducendo come pretesto la scarsa efficacia delle attività di recupero (sic!), informano i docenti di essere stati costretti a mandare i figli a lezione. Inutile dire che, nella quasi totalità dei casi (in riferimento a quanto descritto sopra), quegli allievi non colmeranno comunque le lacune.

Detto questo, per tornare alla relazione della Fondazione Luigi Einaudi, io non credo che tutte le colpe debbano essere attribuite all’inadeguatezza della didattica, dei programmi, e spesso anche degli insegnanti. Non voglio assolvere tout court l’istituzione scolastica, perché sono consapevole che i programmi necessitino di una revisione, che la didattica in alcuni casi (non nella maggioranza, comunque!) lasci a desiderare e che ci siano insegnanti (anche qui credo non si tratti della maggior parte di essi) inadeguati. Tuttavia mi pare semplicistica la conclusione della Fondazione Einaudi, soprattutto perché ignora (o almeno credo) le dinamiche da me descritte. Come sempre, i conti non si devono fare senza l’oste.

[immagine da questo sito]

MORIRE D’ESAME: IL CRUDELE DESTINO DI ANTONIO SUMMO

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«Per un esame non è mai morto nessuno!»
Quante volte abbiamo sentito o pronunciato questa battuta, diciamo così, con l’intento di sdrammatizzare? Moltissime.
Sono cose che si dicono. Mai vorremmo che fossero prese alla lettera o fungessero da infauste previsioni.

Tutti abbiamo sotto gli occhi l’orrore trasmesso dalle immagini del recente disastro ferroviario accaduto in Puglia. Per ora – e speriamo che il bilancio non si aggravi – le vittime sono 27. Poche quelle riconoscite ufficialmente. Tra queste c’è un ragazzo, 15 anni appena: Antonio Summo. Antonino per tutti.

Al mattino di quel 12 luglio funesto si era recato ad Andria per sostenere due “esami di riparazione”. In realtà si tratta delle verifiche per accertare il superamento dei Debiti Formativi. Nella maggior parte delle scuole queste verifiche si tengono a fine agosto o inizi settembre. Non sono rari, tuttavia, i casi in cui gli “esami” vengano anticipati a luglio, con lo scopo di far passare il resto dell’estate in tranquillità – a fronte di un esito positivo, naturalmente – i ragazzi con giudizio sospeso.

Il padre non voleva che sostenesse gli esami, forse avrebbe preferito che ripetesse l’anno. Non lo so. Antonino, invece, era risoluto: «Non ti preoccupare papà. Io vado».

E di cosa mai avrebbe dovuto preoccuparsi questo padre? Che cosa poteva rischiare il figlio? Al massimo una bocciatura. Il minore dei mali. Ma valeva la pena tentare, secondo Antonino.

La mattina il ragazzo aveva sostenuto l’esame in una delle materie in cui aveva il debito. La seconda “fatica” era stata fissata nel pomeriggio.

Il professore lo aveva invitato a tornare a casa a riposarsi e ripresentarsi a scuola più tardi.

Che sarà mai? Pochi km in treno, per percorrere la breve distanza tra Andria e Ruvo, e la libertà di passare qualche ora senza lo stress per l’esame imminente.

Antonio Summo a casa sua, a Ruvo di Puglia, non è mai tornato.

Ora non vorrei essere nei panni di quel papà che aveva cercato di convincerlo a non sostenere quegli esami.

Ora non riesco nemmeno a immaginare i sensi di colpa di quel professore che, convinto di fare solo il bene del ragazzo, aveva invitato Antonino a ritornare a casa.

Ma ora non c’è tempo per i sensi di colpa, per i rimorsi e per le maledizioni rivolte a un destino crudele.

Ora è tempo di lacrime e preghiere. Per il giovanissimo Antonino e per tutte le altre vittime di questa immane tragedia.

[la notizia è tratta da Corriere.it; in presenza di poche notizie ho provato a immaginare tante cose e mi scuso fin d’ora se quanto detto non dovesse corrispondere in modo preciso alla realtà; immagine da questo sito]

E’ GIUSTO RIFIUTARE IL BONUS PER IL MERITO?

soldiUn argomento che fa discutere molto in questo periodo il mondo della scuola è quello relativo al bonus per il merito introdotto dalla Legge 107/2015, altrimenti detta #labuonascuola. Cerchiamo di capire di cosa si tratta.

Il Miur ha stanziato per la valorizzazione del merito del personale docente 200 milioni di euro annui, a decorrere dall’anno 2016, da distribuire a tutte le scuole di ogni ordine e grado, in proporzione alla dotazione organica dei docenti e considerando i fattori di complessità delle istituzioni scolastiche e delle aree soggette a maggiore rischio educativo (in media 23mila euro lordo stato per istituto). Ogni scuola, per assegnare questo bonus ai docenti meritevoli, ha istituito (o almeno avrebbe dovuto…) un comitato di valutazione ad hoc, composto dai rappresentanti di tutte le componenti (per gli istituti superiori è presente anche un rappresentante degli studenti), il Dirigente Scolastico che lo presiede e un membro esterno identificato dall’Ufficio Scolastico regionale competente. A questo comitato spetta il compito di definire dei criteri per l’assegnazione del bonus, anche se sarà completamente a discrezione del DS l’attribuzione dello stesso.

Come sappiamo, il programma de #labuonascuola è stato osteggiato dalla maggior parte dei docenti, con la “complicità” di genitori e studenti. Insomma, pur non piacendo a nessuno, la proposta è diventata legge.

Uno dei nodi più difficili da sciogliere è stato ed è, appunto, quello relativo alla valorizzazione del merito. In primo luogo, perché viene visto come un “contentino” per mettere a tacere gli insegnanti con il contratto scaduto dal 2009, in secondo luogo perché questo bonus, inevitabilmente, porta a una gerarchizzazione dei docenti, dividendoli tra “buoni” (meritevoli del bonus) e “cattivi” (esclusi dall’assegnazione della gratifica). Infatti, poiché il Miur ha raccomandato di non distribuire a pioggia questi premi (in realtà l’importo è davvero esiguo, quindi a ciascuno spetterebbe una manciata di euro, per una pizza o poco più), solo due terzi dei docenti sarà “premiato”.

In realtà, il problema vero è che l’assegnazione del bonus non garantisce che venga davvero premiato il merito, o per lo meno che questa somma di denaro, esigua o meno, compensi il buon lavoro dell’insegnante a livello didattico. Questa osservazione, che sembra paradossale, in verità ha dei fondamenti inoppugnabili.

Il terzo comma dell’articolo 11 della Legge 107/2015, infatti, prevede che vengano individuati i criteri per valutare «la qualità dell’insegnamento e il contributo al miglioramento dell’istituzione scolastica, nonché del successo formativo e scolastico degli studenti». Tuttavia, stabilire dei criteri oggettivi è molto difficile (quanto meno lo è nei tempi stretti concessi) ed è per questo che i comitati si orienteranno verso gli altri ambiti, ovvero quelli relativi ai «risultati ottenuti dal docente o dal gruppo di docenti in relazione al potenziamento delle competenze degli alunni e dell’innovazione didattica e metodologica, nonché della collaborazione alla ricerca didattica, alla documentazione e alla diffusione di buone pratiche didattiche» e alle «responsabilità assunte nel coordinamento organizzativo e didattico e nella formazione del personale».

In altre parole, verrà premiato chi partecipa a progetti, chi assume compiti organizzativi, chi ha degli incarichi specifici (ad esempio quello di coordinatore di classe) e chi si occupa di nuove tecnologie, interessanti ma non applicabili a tutte le discipline in ugual misura e comunque non garanti, di per sé, di una migliore qualità della didattica.

Non si tiene in alcun conto il fatto che, anche nell’insegnamento “ordinario”, c’è chi ha oneri di lavoro più pesanti (ad esempio chi, come me, insegna Lettere e deve valutare ogni materia con voti orali e scritti) e chi meno. Praticamente tutto il lavoro sommerso che non è quantificabile in termini di ore né verificabile in quanto si tratta di attività che ognuno svolge a casa, nei tempi e modi che ritiene più opportuni.

Proprio per questo motivo, ovvero per il fatto che questo bonus non valorizza il lavoro ordinario ma quello straordinario (già retribuito, anche se con somme modeste attraverso il fondo d’istituto), in Italia molte scuole si sono mobilitate e i docenti, non tutti ma la maggior parte di essi, hanno dichiarato la propria “indisponibilità a ricevere il bonus”. In qualche istituto non è stato nemmeno eletto il comitato di valutazione oppure in qualche caso alcune componenti hanno rifiutato l’elezione. Addirittura alcuni studenti si sono opposti all’elezione come rappresentanti nei comitati dei propri istituti.

I sindacati, da parte loro, minacciano di ricorrere ai tribunali. Il contenzioso nasce dal fatto che, essendo il bonus a tutti gli effetti uno stipendio accessorio che non prevede attività che i docenti sono obbligati a svolgere, deve essere oggetto di trattazione decentrata. In parole semplici, in ogni scuola il DS dovrebbe discutere con le RSU (rappresentanti sindacali) sulla destinazione di questi premi, cosa questa esclusa dalla Legge 107/2015 che, al contrario, prevede l’assoluta autonomia del dirigente in questo senso.

Ma qualora questi fondi non vengano utilizzati, è possibile che abbiano altre destinazioni? In qualche scuola si è pensato di dirottare queste somme su particolari progetti didattici a beneficio degli alunni più deboli. Nobile intento, davvero, ma non so quanto legittimo. C’è il rischio concreto che in questo modo il Miur non rinnovi la somma destinata alla valorizzazione del merito per i docenti negli anni a venire.

Insomma, la questione è molto confusa. Se da una parte è apprezzabile un atteggiamento di rifiuto, personalmente mi chiedo se non sia meglio mettere da parte l’orgoglio e anche la rabbia, accettando ciò che arriva, se arriva, in attesa che la questione oggi fumosa sia definita meglio in futuro.

Lo confesso: inizialmente mi ero rifiutata di concorrere per il bonus (nessuno, infatti, è obbligato a presentare l’autocertificazione per la definizione del punteggio, ma tutti i docenti sono potenziali destinatari del premio, pur non producendo alcunché), contraria a quella raccolta punti che in definitiva è diventata l’attribuzione del premio. Poi ho pensato che comunque vada, sarà sempre meglio che regalare la mia eventuale quota a chi è meno orgoglioso… e non necessariamente più bravo.

[immagine da questo sito]

QUALCHE CHIARIMENTO IN QUESTO POST

LA BOCCIATURA NON PIACE? BASTA RIFARE LO SCRUTINIO

scrutinioLa notizia ha creato in me molto sconcerto. Il fatto è accaduto all’ITIS Feltrinelli di Milano dove quattro studenti, risultati non ammessi alla classe successiva sul tabellone esposto lunedì, magicamente in due giorni sono stati salvati – per il momento il giudizio è sospeso– e al posto della bocciatura hanno rimediato qualche debito da saldare entro fine estate.

Cos’è successo, in pratica? Due professori, di italiano e matematica, non hanno considerato la media matematica dei voti, suscitando le proteste degli studenti che hanno indotto la dirigente ad annullare quello scrutinio, rivalutando subito la classe. Ma non è tutto: nella stessa classe, una terza liceo scientifico, un “rimandato” è stato promosso e altri due studenti si sono ritrovati con il debito in una materia e non due come era stato deciso.

La cosa, a mio parere, più sconcertante è la giustificazione addotta dalla dirigente, Annamaria Indinimeo, per il doppio scrutinio: «Possibile e doveroso rimediare quando c’è un errore. I ragazzi hanno segnalato che non c’era corrispondenza con i voti sul registro elettronico e avevano ragione. Perché avrei dovuto aspettare il ricorso? Il Tar mi avrebbe chiesto di ripetere lo scrutinio, l’ho fatto direttamente».

Questo è uno dei risvolti negativi dell’adozione del registro elettronico, dirà qualcuno. In realtà le cose stanno diversamente. Cercherò di spiegarlo in modo semplice, anche per i non addetti ai lavori.

Il registro elettronico segnala la media matematica, senza tenere nel debito conto tutti quei fattori – partecipazione alle lezioni, interesse dimostrato nei confronti della materia, impegno nello studio, esecuzione delle attività domestiche, partecipazione alle attività di recupero organizzate dalla scuola… – che concorrono alla valutazione sommativa. Quest’ultima, infatti, non consiste nella mera media matematica ma deve tener conto dell’intero percorso. Certamente l’ago della bilancia penderà più da una parte o dall’altra nei casi di arrotondamento per eccesso o per difetto.

In questo caso, però, pare che i voti siano drasticamente scesi, forse di un punto intero. Infatti, come spiega la dirigente, «la proposta di voto dei due professori era discordante dalla media matematica perché gli insegnanti hanno riconosciuto un peso diverso ai singoli voti orali e scritti. I criteri della valutazione non erano stati comunicati alla classe quindi ai ragazzi i conti non tornavano».

Ecco, quindi, che l’errore non è del registro elettronico ma dell’uomo, in questo caso dei due professori.

La trasparenza è un dovere cui non ci si può sottrarre. Ecco quello che è stato deciso nel liceo in cui insegno: nella programmazione annuale ciascun docente scrive in modo chiaro che non sarà la media matematica a determinare il voto finale bensì quella ponderata che tiene conto, appunto, del diverso peso che possono avere differenti tipi di verifica.

Personalmente adotto un’altra strategia: nella valutazione di ogni singola prova fisso dei livelli di sufficienza differenti dal classico 60%, avvertendo preventivamente gli allievi. In questo modo ogni prova ha il giusto peso e la media è veritiera. L’aggiustamento della media finale, dunque, dipenderà dal merito – o demerito – di ogni studente.

A questo punto credo che la dirigente abbia avuto la coda di paglia: se è successo questo significa che non era presente al primo scrutinio oppure non aveva di fronte i voti della classe. Posso assicurare che la mia dirigente ha presenziato a tutti gli scrutini con davanti il registro elettronico e tutte le valutazioni del quadrimestre, materia per materia. Tutto ciò forse non salva da un ricorso al TAR ma offre ottime possibilità che i voti non vengano contestati. Almeno spero.

[fonte: Corriere.it; immagine da questo sito]

DSA: LA PROMOZIONE NON E’ ASSICURATA

dsa-640x480Siamo agli sgoccioli: l’anno scoalstico sta per terminare. Nel mio nuovo post pubblicato sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita” affronto un argomento delicato: i disturbi di apprendimento (DSA). Disturbi di questo tipo – che non devono essere confusi con la disabilità – sono sempre più in aumento, eppure è ancora tanto difficile saper affrontare in tempo la dislessia o la discalculia, solo per fare due esempi. In casi come questi è più che mai necessaria la collaborazione delle famiglie. Purtroppo non sempre c’è, quando addirittura non ci si trova di fronte un vero e proprio muro.
Si può bocciare un alunno DSA? Questa è la domanda. La risposta è sì. Ma ci sono delle regole da rispettare.
Come sempre, riporto una parte dell’articolo e invito i lettori a proseguire la lettura sul sito del Corriere.it.

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Una recente sentenza, la numero 196 del Tar Piemonte Sezione II, ha rigettato il ricorso della famiglia di una ragazzina iscritta alla seconda classe di un liceo e affetta da disturbi specifici di apprendimento, nella fattispecie dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia. La studentessa, per la quale, come da normativa vigente, era stato predisposto dal Consiglio di Classe un PDP (Piano di studi personalizzato), al termine dell’anno era stata bocciata. La famiglia, tuttavia, non ha fatto ricorso al Tar contro la bocciatura ma per richiedere un risarcimento per danni morali di 6mila euro, 4 dei quali da spendere per l’iscrizione della figlia in una scuola privata.

In sostanza, la famiglia ha contestato alla scuola la mancata ri-predisposizione del piano didattico personalizzato (che risaliva all’anno precedente), oltre che l’inadeguatezza e la mancata attuazione delle misure dispensative e compensative previste dal piano.

La sentenza per certi versi è esemplare in quanto i giudici piemontesi hanno puntato l’accento sul fatto che, se è vero che il PDP «deve essere aggiornato annualmente entro il primo trimestre dell’anno scolastico», la famiglia della ragazza non ha sottoposto la stessa a nuovi test per aggiornare il quadro clinico, nonostante le difficoltà riscontrate all’inizio del nuovo anno, ritenendo perciò che il piano «predisposto per l’anno precedente fosse ancora adeguato alle esigenze della ragazza».

Insomma, la diagnosi di DSA non è di per sé garanzia di promozione, nel momento in cui i docenti dovessero riscontrare da parte degli allievi scarso impegno nello studio per raggiungere gli stessi obiettivi di apprendimento degli altri compagni. Quanto all’inadeguatezza e alla mancata attuazione delle misure previste dal piano didattico personalizzato, secondo i giudici il ricorso è fondato su «deduzioni arbitrarie, disancorate da concrete evidenze scientifiche, basate esclusivamente su considerazioni soggettive, e come tali opinabili». Ciò evidentemente non basta per considerare inique le valutazioni dei docenti. Infatti, come osserva il Collegio giudicante, «la scelta degli strumenti compensativi e dispensativi più idonei in relazione alle specifiche esigenze dell’avente diritto costituisce espressione dell’ampia discrezionalità tecnica che la legge riconosce in materia al corpo docente, la quale è sindacabile da questo giudice solo in presenza di macroscopiche illogicità o irrazionalità o di evidenti errori di fatto».

Pare, inoltre, che fosse la stessa ragazza a rifiutare gli strumenti compensativi – come l’uso del pc per la lingua straniera – forse nel timore di sentirsi “diversa”.

Questi, in estrema sintesi, i dati relativi al ricorso e alla sentenza del Tar. Ora, tuttavia, vorrei chiarire alcuni aspetti riguardanti i DSA che spesso sfuggono alle famiglie (volutamente o meno).

In primis, gli studenti che soffrono di questi disturbi non sono “disabili”, non hanno pertanto diritto all’insegnante di sostegno né a un programma differenziato (per essere chiari, facilitato) né a una valutazione più “morbida” dei risultati scolastici né è contemplata per loro una revisione degli obiettivi nelle singole discipline. Ciò non significa che essi debbano essere lasciati in balìa di se stessi: la maggior parte di questi alunni tende all’insuccesso scolastico perché essi hanno una scarsa autostima, specialmente in relazione alle proprie capacità, temono il fallimento, si sentono “diversi”, non concepiscono nemmeno di competere con i compagni e sono colti dall’ansia nell’eseguire anche le più semplici attività.
A maggior ragione, i docenti devono operare al meglio per farli uscire da questo “circolo vizioso”. Secondo quanto predisposto dal PDP, hanno l’obbligo di adottare le misure dispensative e compensative del caso (ad esempio, prevedere più tempo per compiti scritti e/o una grafica differente, programmare le verifiche orali, permettere ai ragazzi di consultare tutti gli strumenti – tavole e tabelle, calcolatrice, computer con programmi di video-scrittura con correttore ortografico e sintesi vocale – previsti dalla normativa e presenti nel piano) e monitorare in modo continuativo i progressi dei loro allievi.

In secondo luogo, per portare l’allievo/a affetto da DSA al successo scolastico e formativo, è indispensabile la collaborazione della famiglia. Non è pensabile che la scuola faccia tutto da sé e sappiamo bene quanto i genitori d’oggi deleghino all’istituzione anche ciò che afferisce all’aspetto non solo didattico ma educativo.

Come sempre, tuttavia, il torto e la ragione non stanno da una sola parte.
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[immagine dal sito del Corriere.it linkato nel post]

FINO A QUANDO, MATTEO RENZI, ABUSERAI DELLA NOSTRA PAZIENZA?

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«Fino a quando abuserai tu, o Catalina, della nostra pazienza? Quando cesseremo noi di essere oggetto del tuo furore? Quando avrà fine cotesta tua sfrenata audacia?»

Con queste parole Cicerone si rivolse a Catilina nella sua prima orazione pronunciata per denunciare l’ardire dell’aristocratico decaduto che tramava contro lo Stato.
Sostituite “Catilina” con “Renzi” e “noi” (nel caso di Cicerone è plurale majestatis) con “noi docenti” e queste parole calzano a pennello, descrivendo a perfezione ciò che sta accadendo nel mondo della scuola da quando è entrata in vigore la Legge 107/2015, detta #labuonascuola. Mai aggettivo fu usato così a sproposito.

La cosiddetta #buonascuola fa acqua da tutte le parti. Non voglio oggi soffermarmi a parlare dell’intera legge, contrastata da tutti i docenti, da molte famiglie e da numerosi studenti, senza purtroppo alcun esito. Proposta e approvata in Parlamento con un colpo di mano (se non proprio di Stato, come nel caso di Catilina, ma comunque contro lo stesso buon senso): la cancellazione di migliaia di emendamenti che, se discussi, avrebbero fatto slittare il varo della legge. Un colpo di spugna e via.

Oggi, dopo mesi di silenzio, su queste pagine che vorrebbero trattare la buona scuola vera, desidero esprimere la mia indignazione per l’ultima umiliazione cui il nostro attuale governo ha sottoposto il corpo docente, di tutte le scuole di ogni ordine e grado.

Il tanto sbandierato concorso a cattedre inizierà, pare, il prossimo 28 aprile con le prove scritte. C’è solo un piccolo problema che onestamente non so come Renzi e il ministro Stefania Giannini (la meno nominata nella storia dei ministri della Repubblica, tanto che tutti attribuiscono la “riforma” della scuola a Renzi, capo del governo) riusciranno ad affrontare: la mancanza di docenti disposti a far parte delle commissioni d’esame. Perché, dunque, accade ciò? Ve lo spiego subito, ma prima vorrei fare un passo indietro.

Un tempo i commissari d’esame – che non so come venissero selezionati ma per esperienza posso dire che ne ho incontrati di ignorantoni – avevano l’esonero dall’insegnamento per tutta la durata degli esami. Inoltre godevano di un compenso extra, che non so valutare ma immagino volesse in qualche “gratificare gli eletti” con il riconoscimento di una professionalità speciale, e naturalmente di un rimborso spese.

Oggi, invece, i futuri commissari non saranno esonerati dall’insegnamento (il che significa non solo essere presenti a scuola ogni mattina ma anche correggere i compiti, preparare le lezioni, presenziare alle riunioni …. espletare, dunque, tutte le attività complementari alla funzione docente), non avranno rimborsi spese, nemmeno se costretti a spostarsi dal luogo di servizio a quello in cui è insediata la commissione, e, udite udite, avranno un compenso pari a 1 euro l’ora. Se non ci credete, leggete l’ottimo articolo pubblicato su Tuttoscuola.com, in cui vengono fatti, come si suol dire, i conti della serva.

Nell’articolo pubblicato dal Corriere.it, a firma di Gian Antonio Stella, ho letto i soliti commenti denigranti del tipo: «comunque quel mese prendono il loro stipendio di 1200/1300€ al mese (per lavorare 4 ore al giorno e 2 mesi di ferie l’anno ) più i soldi del concorso arrivando fino a 1600/1800€.» Ormai a commenti come questi ho fatto il callo, non mi scompongo né spreco fiato per difendere una categoria che nel tempo è stata insultata, svilita, denigrata, paragonata a lavori più pesanti, come quello in fabbrica, o a carriere prestigiose (che a noi docenti sono precluse) ottenute lavorando 50-60 ore a settimana.

A me sinceramente non interessa il lavoro degli altri, anche se ho un grande rispetto per tutte le categorie di lavoratori, cosa che purtroppo non è reciproca. Vorrei, però, che in tutta sincerità qualcuno mi dicesse che farebbe gli straordinari a 1 euro all’ora.

[nell’immagine, “Catilina” dipinto di C. Maccari nel Palazzo del Senato a Roma, da questo sito]

QUANDO GRAZIE A UN TEMA IN CLASSE SI SCOPRE UN MOSTRO

School supplies with apple on wooden table

School supplies with apple on wooden table

Ho già trattato l’argomento temi in classe-privacy in questo post (pubblicato anche sul blog “Scuola di Vita” del Corriere.it). Il contenuto dei temi che i bambini e i ragazzi scrivono a scuola è tutelato dalla legge sulla privacy, ma a patto che non si divulghi pubblicamente il contenuto. Diverso è il caso in cui ciò che l’alunno/a scrive in un compito a scuola, trattando un fatto strettamente personale, venga segnalato a chi di dovere (in questo caso alla Polizia) se l’interessato si trova in una situazione di pericolo o sia coinvolto, in modo involontario, in un atto criminale.

Questa è la storia di una 14enne di Varese che, fin dalla più tenera età, ha subito le molestie sessuali, fino alla violenza, da parte del compagno della madre.

Da insegnante lodo il modo in cui è stato trattato dalla scuola questo caso terribile.
Da una parte le compagne hanno raccolto la testimonianza della ragazzina che, seppur senza entrare nei particolari, aveva preannunciato l’intenzione di suicidarsi. Dall’altra, le insegnanti, informate dalle alunne di una classe di terza media, hanno pensato di proporre un tema in cui gli allievi si sentissero liberi di parlare della propria famiglia.

La “trappola” ha avuto l’esito sperato: la 14enne si è lasciata andare a una dettagliata confessione che ha permesso ai docenti di segnalare il fatto alle Forze dell’Ordine. Ciò dimostra non solo la disperazione della ragazzina ma anche la fiducia che ha riposto nell’insegnante di Italiano.

La cosa che più mi sconvolge è leggere la reazione della madre: interpellata dagli inquirenti, anziché prendere le difese della figlia si è arrabbiata con lei, accusandola di averla tradita e di mentire per ripicca.
Immediata la reazione della magistratura: la ragazzina è stata tolta alla potestà dei due adulti e ospitata in una comunità insieme con il fratello, anche lui vittima di maltrattamenti da parte del patrigno.

Questa vicenda, pur nella sua drammaticità, ci conferma che la #buonascuola esiste ed è quella che si prende cura, innanzitutto, dei bambini e dei ragazzi come persone, grazie alla sensibilità di validi docenti, a volte costretti a “riparare i danni” che la famiglia, come ambiente deputato all’educazione dei minori, produce.

[immagine da questo sito]

LA MATEMATICA E’ NEMICA ANCHE ALLO SCIENTIFICO

matematica-5-640x480Il mio nuovo post pubblicato sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita” è l’ideale continuazione del precedente in cui trattavo l’aumento delle iscrizioni, per il prossimo anno scolastico, al liceo scientifico, con una sensibile preferenza per l’opzione delle “scienze applicate”, ovvero il liceo scientifico senza il latino. Ma siamo sicuri che sia il Latino l’unico “nemico” di chi si iscrive allo scientifico?
Come sempre riporto in parte l’articolo e vi invito a leggerlo interamente sul sito del Corriere.it.

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In un post precedente si ragionava sull’aumento di iscrizioni, per l’anno scolastico 2016/17, al liceo delle scienze applicate. Un’opzione che, secondo me e molti dei miei colleghi di Lettere, a volte incontra il favore dei quattordicenni alle prese con la scelta della scuola superiore per evitare la fatica di studiare il latino, presente nel piano di studi nel liceo tradizionale, anche se con un decurtamento notevole di ore in seguito al riordino dei licei voluto dall’ex ministro Mariastella Gelmini.

Ma lasciando da parte le “scienze applicate”, ragioniamo sulla scelta del liceo scientifico che pare sia diventato un refugium peccatorum.
Ormai, come si evince dai dati diffusi dal MIUR, più di metà degli studenti sceglie un percorso liceale. Se escludiamo il classico, dove si iscrivono persone motivate e consapevoli delle difficoltà cui andranno incontro, negli altri licei arrivano ragazzi – non tutti, per fortuna – con scarse qualità.

Il liceo scientifico non è più ambito solo dagli alunni bravi in matematica, ma viene scelto per esclusione.

C’è da dire, inoltre, che spesso sono gli stessi genitori a condizionare la scelta, un po’ per ambizione – senza tuttavia fare i conti con le capacità e la preparazione dei propri figli – e un po’ perché ritengono che i pargoli non abbiano particolari attitudini che invece vengono richieste dall’istruzione professionale o tecnica. Non considerano, però, che l’attitudine fondamentale richiesta da un liceo, qualsiasi esso sia, è quella di essere disposti ad impegnarsi nello studio, cosa non così scontata per chi ha frequentato la scuola media con un profitto appena sufficiente o comunque non particolarmente brillante.

Anche se so che ciò potrebbe sembrare assurdo, per esperienza posso dire che il problema di fondo di chi frequenta il liceo scientifico, non è il latino ma la matematica e tutte le altre materie scientifiche. E non mi riferisco soltanto agli allievi mediocri, quelli che non sarebbero adatti a nessun liceo. Sto parlando anche di ragazzi che nel percorso di studi precedente non hanno dimostrato particolari problemi nell’ambito logico-matematico.

Un problema da non sottovalutare è costituito dai voti troppo alti che gli insegnanti della scuola media si ostinano ad elargire. So che questo discorso può sembrare antipatico e non voglio insinuare che i docenti non siano competenti e preparati. Purtroppo, spesso nella scuola media i livelli di preparazione tendono verso il basso, anche per poter far fronte alle esigenze di alunni deboli o con situazioni disagiate alle spalle. Ad esempio, l’inserimento di ragazzini stranieri, che a malapena comprendono qualche parola di italiano, rallenta la progressione dei programmi e, di conseguenza, si abbassano gli obiettivi per tutta la classe.

Suppongo che questa situazione porti gli insegnanti a premiare con voti più alti di quanto non meritino davvero quelli che dimostrano di impegnarsi un po’ di più o comunque di non avere grossi problemi nell’apprendimento. Ma questa “strategia” comporta il rischio di creare false illusioni nei ragazzi e nelle famiglie.

CONTINUA A LEGGERE>>>

[immagine dal sito linkato; logo blog “Scuola di Vita” © Corriere.it]

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