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È PIÙ IMPORTANTE AVERE UN MINISTRO CON LAUREA O UN MINISTRO CHE NE CAPISCA DI SCUOLA?

valeria-fedeliE così, dopo le dimissioni dell’ormai ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi, a seguito della schiacciante vittoria del NO al referendum sulle riforme costituzionali, a Viale Trastevere si è insediata la signora Valeria Fedeli. Il terzo ministro donna degli ultimi anni, dopo Maria Chiara Carrozza – governo Letta – e Stefania Giannini, artefice, assieme all’ex premier, della L. 107/2015, altrimenti detta #labuonascuola che ha visto l’opposizione massiccia di tutte le componenti scolastiche. Ma tant’è, almeno per il momento la disastrosa legge ce la dobbiamo tenere.

Il neo-ministro del MIUR Valeria Fedeli aveva già ricoperto il ruolo di vice-presidente del Senato e nel suo sito ufficiale si presenta così: SONO UNA SINDACALISTA PRAGMATICA. SONO FEMMINISTA, RIFORMISTA, DI SINISTRA. Nota – e oggi temuta, in veste di ministro dell’Istruzione – per aver strenuamente difeso la teoria gender da insegnare in tutte le scuole pubbliche italiane di ogni ordine e grado, vanta un’esperienza decennale, dal 2000 al 2010, in veste di segretaria generale della Filtea, la categoria tessile della Cgil.

Fino a due giorni fa il suo curriculum contemplava un fantomatico diploma di laurea in Scienze Sociali conseguito, finite le scuole (citazione dal sito personale), a Milano presso l’UNSAS. Non ci voleva certo l’occhio vigile del giornalista Mario Adinolfi, che ha sollevato il polverone, per capire che la storia del diploma di laurea puzzava, e molto. La signora Valeria, dal canto suo, ha fin da subito tentato di evitare il pubblico ludibrio, facendo riferimento ad una laurea triennale che certamente lei, nata nel 1949, non avrebbe mai potuto conseguire dato che le lauree triennali non esistevano ai tempi in cui avrebbe finito le scuole. Ha tentato, come si suol dire, di metterci una “pezza”, peggiorando le cose. Come può avere credibilità una persona del genere?

Veloce come un fulmine, dopo essersi pubblicamente scusata, non per aver millantato una laurea che non ha ma per essersi spiegata male, ha corretto il curriculum su cui ora si legge: «Finite le scuole mi sono trasferita a Milano dove ho conseguito il diploma per assistenti sociali, presso UNSAS

Pare, tuttavia, che la Fedeli non abbia nemmeno il diploma di maturità. Ed ecco spiegato il generico finite le scuole, altrimenti non avrebbe esitato a scrivere «dopo il conseguimento del diploma di maturità». Le scuole che avrebbe frequentato, infatti, si ridurrebbero a un corso triennale per conseguire il diploma di maestra d’asilo, attività che il neo-ministro ha ammesso di aver svolto per un certo periodo a Milano.

Dunque, riassumendo: abbiamo una ex maestra d’asilo, ex sindacalista nel reparto tessile, femminista e di sinistra. L’ennesimo ministro dell’Istruzione che della scuola sa poco o nulla. Ma, non dimentichiamolo, riformista.

Ora, il fatto che abbia millantato una laurea che non possiede e la mancanza addirittura di un diploma di maturità sarebbero motivi sufficienti per chiedere le dimissioni della signora Fedeli. Ma non è solo questo fatto che mi disturba, quanto la mancanza di esperienza nell’ambito della scuola pubblica. Se escludiamo, naturalmente, il fatto di averla frequentata – non così a lungo – e di aver lavorato come maestra d’asilo. Né mi consola minimamente il suo passato da sindacalista: abbiamo visto l’assoluta incapacità dei sindacati di dialogare con i governi negli ultimi anni. Grazie alla caduta di Renzi siamo riusciti, almeno momentaneamente, a sventare il pericolo di vederci appioppare un aumento di 85 euro lordi in busta paga con il rinnovo contrattuale.

Pensate forse che una ex sindacalista come la Fedeli possa davvero restituire dignità – e non solo attraverso un aumento dello stipendio – ai denigrati insegnanti italiani?

Io credo proprio di no.

[LINK della fonte]

FINO A QUANDO, MATTEO RENZI, ABUSERAI DELLA NOSTRA PAZIENZA?

catlilina
«Fino a quando abuserai tu, o Catalina, della nostra pazienza? Quando cesseremo noi di essere oggetto del tuo furore? Quando avrà fine cotesta tua sfrenata audacia?»

Con queste parole Cicerone si rivolse a Catilina nella sua prima orazione pronunciata per denunciare l’ardire dell’aristocratico decaduto che tramava contro lo Stato.
Sostituite “Catilina” con “Renzi” e “noi” (nel caso di Cicerone è plurale majestatis) con “noi docenti” e queste parole calzano a pennello, descrivendo a perfezione ciò che sta accadendo nel mondo della scuola da quando è entrata in vigore la Legge 107/2015, detta #labuonascuola. Mai aggettivo fu usato così a sproposito.

La cosiddetta #buonascuola fa acqua da tutte le parti. Non voglio oggi soffermarmi a parlare dell’intera legge, contrastata da tutti i docenti, da molte famiglie e da numerosi studenti, senza purtroppo alcun esito. Proposta e approvata in Parlamento con un colpo di mano (se non proprio di Stato, come nel caso di Catilina, ma comunque contro lo stesso buon senso): la cancellazione di migliaia di emendamenti che, se discussi, avrebbero fatto slittare il varo della legge. Un colpo di spugna e via.

Oggi, dopo mesi di silenzio, su queste pagine che vorrebbero trattare la buona scuola vera, desidero esprimere la mia indignazione per l’ultima umiliazione cui il nostro attuale governo ha sottoposto il corpo docente, di tutte le scuole di ogni ordine e grado.

Il tanto sbandierato concorso a cattedre inizierà, pare, il prossimo 28 aprile con le prove scritte. C’è solo un piccolo problema che onestamente non so come Renzi e il ministro Stefania Giannini (la meno nominata nella storia dei ministri della Repubblica, tanto che tutti attribuiscono la “riforma” della scuola a Renzi, capo del governo) riusciranno ad affrontare: la mancanza di docenti disposti a far parte delle commissioni d’esame. Perché, dunque, accade ciò? Ve lo spiego subito, ma prima vorrei fare un passo indietro.

Un tempo i commissari d’esame – che non so come venissero selezionati ma per esperienza posso dire che ne ho incontrati di ignorantoni – avevano l’esonero dall’insegnamento per tutta la durata degli esami. Inoltre godevano di un compenso extra, che non so valutare ma immagino volesse in qualche “gratificare gli eletti” con il riconoscimento di una professionalità speciale, e naturalmente di un rimborso spese.

Oggi, invece, i futuri commissari non saranno esonerati dall’insegnamento (il che significa non solo essere presenti a scuola ogni mattina ma anche correggere i compiti, preparare le lezioni, presenziare alle riunioni …. espletare, dunque, tutte le attività complementari alla funzione docente), non avranno rimborsi spese, nemmeno se costretti a spostarsi dal luogo di servizio a quello in cui è insediata la commissione, e, udite udite, avranno un compenso pari a 1 euro l’ora. Se non ci credete, leggete l’ottimo articolo pubblicato su Tuttoscuola.com, in cui vengono fatti, come si suol dire, i conti della serva.

Nell’articolo pubblicato dal Corriere.it, a firma di Gian Antonio Stella, ho letto i soliti commenti denigranti del tipo: «comunque quel mese prendono il loro stipendio di 1200/1300€ al mese (per lavorare 4 ore al giorno e 2 mesi di ferie l’anno ) più i soldi del concorso arrivando fino a 1600/1800€.» Ormai a commenti come questi ho fatto il callo, non mi scompongo né spreco fiato per difendere una categoria che nel tempo è stata insultata, svilita, denigrata, paragonata a lavori più pesanti, come quello in fabbrica, o a carriere prestigiose (che a noi docenti sono precluse) ottenute lavorando 50-60 ore a settimana.

A me sinceramente non interessa il lavoro degli altri, anche se ho un grande rispetto per tutte le categorie di lavoratori, cosa che purtroppo non è reciproca. Vorrei, però, che in tutta sincerità qualcuno mi dicesse che farebbe gli straordinari a 1 euro all’ora.

[nell’immagine, “Catilina” dipinto di C. Maccari nel Palazzo del Senato a Roma, da questo sito]

A COSA SERVE IL PROF POTENZIATO?

prof-potenziatoHo ripreso le pubblicazioni sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita”, dopo alcuni mesi di stop. Il post pubblicato oggi tratta dell’organico potenziato, un argomento molto seguito da chi s’interessa della scuola e soprattutto delle vicissitudini di quella #buonascuola molto pubblicizzata dall’attuale governo ma che di buono ha veramente poco o nulla.
Come sempre riporto in parte l’articolo e vi invito a leggerlo interamente sul sito del Corriere.it.

logo_blog-scuola-di-vita

Tutti sanno che uno dei fiori all’occhiello della Legge 107/2015 (la cosiddetta #buonascuola) è, almeno nelle intenzioni del governo Renzi, l’assunzione di un tot numero di docenti per decretare, anche se non subito, la fine della “supplentite”.

Già nel corrente anno scolastico sono stati assunti più di novantamila docenti in tutte le scuole di ogni ordine e grado. I numeri, tuttavia, seppure possano essere considerati una garanzia per abbattere, o almeno tentare, il precariato, sono alquanto lontani dalla cifra sbandierata durante l’estate scorsa: in realtà i docenti che dovrebbero essere assunti sono almeno il doppio.

L’urgenza, tuttavia, era quella di non incorrere nelle sanzioni in seguito alla condanna dell’Italia da parte della Corte di Giustizia europea che ha ritenuto illegittimo assumere i docenti all’inizio dell’anno scolastico, per poi licenziarli alla fine di giugno, per più di 36 mesi. Nella scuola italiana, infatti, si è costituito il cosiddetto “precariato storico” proprio per questo motivo, caso unico in tutta la UE.

Se queste assunzioni non sono il farmaco in grado di debellare la “supplentite”, almeno dobbiamo riconoscere lo sforzo fatto per procedere all’assunzione massiccia di docenti che, precari da anni e anni, finalmente possono sperare in una maggior sicurezza economica e stabilità del posto di lavoro.

Le assunzioni finora operate in seguito alla Legge 107/2015 hanno previsto tre fasi, l’ultima delle quali, la C, ha coinvolto 55mila insegnanti. Il Ministero dell’Istruzione ha proceduto alle nomine pensando ad un potenziamento dell’organico delle singole scuole: i nuovi insegnanti si sono aggiunti al personale ordinario per incrementare l’offerta formativa, secondo le necessità degli istituti. In realtà questi docenti, o almeno gran parte di essi, servono a coprire i buchi negli orari delle classi, girando per la scuola e sostituendo i colleghi assenti al mattino. I più fortunati possono essere impegnati in supplenze brevi, nel caso di assenze prolungate dei titolari.

Fin dalle prime nomine dei docenti dell’organico potenziato, sono fioccate lettere di protesta pubblicate sui siti delle redazioni che si occupano di scuola, in alcuni casi anche sulle maggior testate nazionali e locali.

Il motivo della protesta? L’essere trattati sostanzialmente come tappabuchi.

In realtà, come dicevo, quest’organico dovrebbe potenziare quello di fatto, venendo incontro alle necessità delle singole scuole, soprattutto per quanto riguarda progetti specifici (sostegno, recupero, attività extracurricolari…). Il problema è che, sin dal loro arrivo, i nuovi prof sono stati utilizzati per coprire le assenze, in alcuni casi hanno un orario flessibile (c’è qualcuno che protesta perché costretto ad essere “reperibile” ogni giorno ad ogni ora) e talvolta sono abilitati per una materia che nella scuola in cui prestano servizio non esiste nemmeno.

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[immagine dal sito linkato; logo blog “Scuola di Vita” © Corriere.it]

ESAMI DI STATO NON RETRIBUITI PER I COMMISSARI: SI VA VERSO IL SERVIZIO ATTIVO PER TUTTI?

Oggi OrizzonteScuola.it ha pubblicato una mia lettera sulla mancata retribuzione dei docenti che faranno parte delle commissioni dell’Esame di Stato (II ciclo) nel 2015.
La riporto qui di seguito (il grassetto è mio). Mi sono permessa di cambiare il titolo perché credo che la Redazione abbia frainteso le mie parole. Per chiarire: sono contraria all’obbligo di far parte delle commissioni senza retribuzione ma NON sono dell’idea che, come può sembrare dal titolo scelto per il mio contributo, tutti i docenti, anche quelli non impegnati negli esami, debbano essere costretti a presentarsi a scuola, dato che sono regolarmente retribuiti. Nella lettera esprimo, invece, il timore che la mancata retribuzione dei commissari sia un primo passo verso l’applicazione del famigerato Piano Scuola di Reggi, poi ritirato e sostituito da #labuonascuola di Renzi, con l’estensione del servizio per tutti i docenti dal 30 giugno a metà luglio o anche oltre, ovvero fino alla fine degli esami di maturità.

Spero di aver chiarito il mio pensiero. Nel caso contrario, mi auspico che da questo post scaturisca una discussione che mi permetta di chiarire eventuali punti oscuri. Ovviamente i commenti sono ben accetti, a prescindere.

maturita genitoriSpettabile Redazione, scrivo riguardo alla proposta, che rientra nella Legge di Stabilità, di non retribuire i commissari interni che faranno parte delle commissioni dell’Esame di Stato il prossimo anno.

Tale proposta, oltre ad essere ingiusta, è anche discriminante perché verrebbe a creare delle disparità tra quei docenti che presteranno servizio in quanto commissari d’esame e quelli che, invece, se ne staranno a casa, ugualmente retribuiti, perché non impegnati negli esami.

Penso, per esempio, ai docenti di Religione ed Ed. Fisica che mai (forse talvolta la seconda) sono materie d’esame. Oppure a quelli che insegnano solo al biennio (al liceo scientifico, ad esempio, la Matematica ha due classi di concorso distinte fra biennio e triennio). Capita, inoltre, che anche chi insegna regolarmente al triennio (io ad esempio), non abbia classi quinte … ho colleghi che hanno tre terze oppure due terze e una quarta. Saranno forse obbligati a presentarsi a scuola per l’intera durata degli esami? E a fare che? Sarà prevista per loro qualche attività, proprio per non creare discriminazioni? Se sì, con quale orario?

E’ vero che siamo tutti in servizio fino al 30 giugno ma gli esami vanno ben oltre quella data. Insomma, non si può non riconoscere ai docenti che fanno parte delle commissioni d’esame il lavoro in più rispetto a quelli che se ne stanno beatamente a casa. Senza considerare il fatto che chi è impegnato negli esami deve partecipare a tutte le riunioni della commissione, correggere anche le prove (penso, ad esempio, al mio impegno nel correggere 25 “temi” d’italiano), presenziare ai colloqui, sbrigare tutte quelle pratiche burocratiche che portano via un sacco di tempo. Per esperienza posso dire che a volte si lavora 12 ore al giorno e per di più si è fuori casa, si devono quindi sostenere dei costi per il pranzo che non verrebbero in alcun modo rimborsati. Senza contare che molti docenti prestano servizio in una località diversa da quella di residenza e devono affrontare anche i costi del viaggio.

Ho la vaga impressione che il tanto deplorato “Piano Scuola” di Reggi, che ha funestato l’inizio dell’estate, sia stato ritirato a parole e sostituito solo in parte dai famosi 12 punti de #labuonascuola di Renzi. Infatti il Presidente del Consiglio non è più tornato sulla questione dell’orario dei docenti, non ha più parlato di scuole aperte anche d’estate. Allora chi ci assicura che la decisione di non retribuire i commissari interni d’esame sia solo il primo passo verso l’attuazione del piano Reggi? Proprio per non creare discriminazioni tra chi è impegnato negli esami e chi no potrebbe venire richiesta la presenza a scuola di tutti i docenti, magari costringendoli a tenere corsi di recupero per gli allievi con giudizio sospeso.

Un risparmio in più, considerando che ora i corsi rientrano nelle attività aggiuntive, non essendo obbligatori per i docenti, e quindi pagati a parte. D’altronde, sono “figli” dei decreti legge che hanno sostituito gli esami di riparazione e per essi dovrebbero essere stanziati annualmente dei fondi appositi. Ecco dunque che per il MIUR il risparmio sarebbe doppio: quello per i compensi ai commissari d’esame e quelli per i docenti che tengono i corsi.

E chi insegna Religione ed Educazione Fisica? Non fanno parte delle commissioni e non insegnano discipline per cui sono previsti Debiti Formativi. Forse a qualche studente sfortunato potrà essere assegnato un debito in Ed. Fisica ma la stragrande maggioranza dei docenti di una scuola sarebbe comunque libero da impegni. Ecco che lo “spettro” del piano Reggi riappare: si parlava di scuole aperte fino alla fine di luglio, con la possibilità di organizzare attività varie, più o meno ludiche, per venire incontro alle famiglie che non sanno a chi lasciare i figli quando le lezioni finiscono. Perché, allora, non trasformare i docenti non impegnati negli esami e nei corsi in animatori di un centro estivo (per di più completamente gratuito)?

Io non so se le ipotesi che ho fatto siano fantascientifiche. Almeno in parte, tuttavia, potrebbero risultare molto realistiche.

Considerando che lavoriamo con un contratto scaduto da 5 anni, gli scatti bloccati, la concreta eventualità di non progredire economicamente per altri quattro anni per poi avere – ma solo il 66% di noi, i “bravi” – un aumento per “merito” non solo ridicolo e ingiusto ma anche indecoroso, spero proprio che il governo ci ripensi e la finisca con questa politica di Robin Hood al contrario: rubare ai poveri per dare ai ricchi. I soliti privilegiati … che non siamo di certo noi docenti.

LINK al sito di OrizzonteScuola.it

LA SCUOLA CONTA MENO DELLE IMPRESE

Riporto di seguito una lettera inviata al quotidiano Il Manifesto da una docente del Liceo Pasteur di Roma. L’oggetto è il DEF con cui il governo ha annunciato il saldo parziale dei debiti dello Stato nei confronti delle imprese.
Nella lettera la collega osserva che la scuola conta meno delle imprese. Certamente, perché le imprese contribuiscono a far girare l’economia e ad aumentare il PIL. Se chiudono, la depressione economica che ci ha ridotto quasi sul lastrico negli ultimi anni non avrà mai la possibilità di rientrare.

Le scuole, invece, non chiudono. Rimangono aperte grazie alla buona volontà (e il volontariato) del personale docente e ATA che le fa funzionare, nel miglior modo possibile.

Cosa può mai contare la scuola in questo panorama? Dispensiamo solo cultura e sforniamo gli operai, gli artigiani, i dirigenti, i politici, i professionisti, gli insegnanti di domani.

Domani è un altro giorno … forse lo Stato prima o poi ci penserà.

Nono­stante i tagli dra­co­niani, anche quest’anno le scuole ita­liane hanno rego­lar­mente fun­zio­nato e garan­tito la loro offerta for­ma­tiva a cen­ti­naia di migliaia di stu­denti. For­te­mente sot­to­di­men­sio­nato, il per­so­nale Ata ha lavo­rato a pieno ritmo e i docenti hanno svolto le loro fun­zioni stru­men­tali, di coor­di­na­mento, di recu­pero e di poten­zia­mento della didattica.

Oggi ci tro­viamo tut­ta­via in una situa­zione gra­vis­sima: il fondo d’istituto delle scuole ita­liane non ha la con­si­stenza eco­no­mica per coprire tutte le atti­vità di inten­si­fi­ca­zione, aggra­vio e straor­di­na­rio che il per­so­nale docente e non docente ha effet­tuato durante l’anno per garan­tire il rego­lare fun­zio­na­mento dei Piani dell’Offerta For­ma­tiva, pre­vi­sti dalla legge sull’autonomia. Poche migliaia di euro ero­gate come anticipo all’inizio dell’anno sco­la­stico dal mini­stero dell’Istruzione sono oggi l’unica con­si­stenza eco­no­mica di cui le scuole dispon­gono. In molte scuole la con­trat­ta­zione integra­tiva si sta chiu­dendo con una for­tis­sima ridu­zione dei com­pensi, assurti a cifre sim­boli­­che, in molte altre non si apre nep­pure. In molte scuole si sta attin­gendo al contri­buto volon­ta­rio delle fami­glie per pagare per­so­nale e docenti!

Dov’è finito il miliardo e tre­cento milioni di euro di cre­diti che le scuole vantano da anni nei con­fronti dell’amministrazione cen­trale? Quel cre­dito che alcune cir­co­lari ministeriali in pas­sato hanno ver­go­gno­sa­mente chie­sto alle scuole di inse­rire nell’«aggregato Z» del bilan­cio, così da ren­derlo ine­si­gi­bile?
Nel Docu­mento di Eco­no­mia e Finanza 2014 in discus­sione in par­la­mento nean­che una parola. E nes­sun depu­tato e sena­tore, impe­gnato in que­sto momento nella sua bat­ta­glia pro o con­tro il Def, ricorda che l’amministrazione cen­trale ha debiti non solo nei con­fronti delle imprese ma anche con tutte le scuole d’Italia, messe oggi in con­di­zione di non poter pagare i lavo­ra­tori. Com’è pos­si­bile che nono­stante gli otto miliardi di risparmi effet­tuati nel com­parto scuola solo con la legge 133/2008 (il 30% dei quali avrebbe dovuto essere rein­ve­stito nella scuola), il mancato rin­novo dei con­tratti degli inse­gnanti, il blocco degli scatti di anzia­nità, la pro­gres­siva ridu­zione dei fondi per il funzionamento della scuola e per le atti­vità di recu­pero e soste­gno, siamo oggi di fronte alla possibilità che il nostro sala­rio acces­so­rio, a fronte di un lavoro rego­lar­mente effettuato, non venga ero­gato? Il governo deve dirci se abbiamo lavo­rato pro bono. Deve dirlo a cen­ti­naia di migliaia di lavo­ra­tori. Deve avere il coraggio di dirci che, men­tre i poli­tici e i boiardi di Stato con­ti­nuano ad accu­mu­lare introiti e pen­sioni da favola, noi, docenti e non docenti delle scuole ita­liane, con uno sti­pen­dio medio di 1.200 euro al mese, abbiamo fatto, a nostra insa­puta, un volon­ta­riato coatto.
* docente Liceo Pasteur Roma

MI SCUSI, SIGNORA GIANNINI, IL MIO ENTUSIASMO DI DOCENTE NON SI È SPENTO PER VIA DELLO STIPENDIO

giannini
Insegno da 30 anni e sono di ruolo dal 1986. Quando ho avuto in mano il primo cedolino dello stipendio da docente a tempo indeterminato (pure il ruolo c’è stato tolto, almeno aveva una qualche parvenza di conquista) era il 27 settembre 1986: 960mila lire. Tanto? Poco? Se considero che ci avrei pagato l’affitto per tre mesi, sarebbe come dire che oggi dovrei guadagnare più o meno 3mila euro. Siamo molto ma molto lontani e non dite che gli affitti sono aumentati vertiginosamente. E’ il nostro stipendio ad esser calato mostruosamente in rapporto al costo della vita.

Non so perché ma, pur avendo studiato come una matta e ottenuto un posto di ruolo (seppur in un paesino sperduto di montagna a due ore di viaggio da casa) meritato, visto che non ho avuto raccomandazioni di sorta, con quel cedolino in mano – che pure non era il primo avendo alle spalle un bel periodo di supplenze – mi sembrava quasi che quei soldi fossero un regalo. Eppure me li ero strasudati.

Avevo l’età in cui oggi più o meno uno studente finisce la laurea triennale, ero sposata da un anno e facevo progetti per allargare la famiglia. Con un posto di ruolo e due stipendi si poteva fare. I soldi sarebbero bastati? Avremmo avuto bisogno di una baby sitter e poi i bambini costano, specie nei primi anni di vita. I soldi non sono mai stati importanti per me. Ce la saremmo cavata.

Andavo su e giù cinque giorni alla settimana, quando andava bene ritornavo a casa alle 15, quando andava male alle 18, in più mi fermavo al pomeriggio quando c’erano le riunioni. E a casa mi aspettavano le lezioni da preparare, i compiti da correggere, un altro concorso da superare. 960mila lire al mese erano il giusto compenso per tanta fatica, tanti sacrifici? Non ci ho mai pensato.

Ho cresciuto due figli, affrontato altri concorsi, raggiunto l’obiettivo di insegnare al liceo, conquistato finalmente una sede comoda, vicina a casa.
Le mie giornate erano divise tra lezioni a scuola, compiti a casa con i figli, doveri di madre e moglie, doveri d’insegnante con il lavoro da svolgere nel pomeriggio e anche di notte. Nel tempo ho visto crescere lo stipendio fino a sfiorare i 2 milioni di lire, poco prima dell’avvento dell’euro. Poi è come se il tempo si fosse fermato ma le spese no, aumentavano sempre più e i soldi che portavo a casa non erano poi così tanti. Ma non ci pensavo.

Ho trascorso anni a scuola di pomeriggio. Partecipavo a tutti i progetti, assistevo ai corsi di formazione e aggiornamento, preparavo materiali didattici assieme alle colleghe per trovare strumenti innovativi. Ero sempre fuori eppure anche a casa il lavoro non mancava. Una volta una collega mi chiese: “Ma tu non hai una famiglia, dei figli piccoli?” Domanda retorica, non voleva risposte, era, anzi, una sorta di rimprovero come dire “Ma che stai a fare qui con tutti gli impegni che hai a casa?” Mi fermai a riflettere. Forse aveva ragione, avrei dovuto dedicare più tempo alla casa, al marito, ai figli. Nemmeno in quella occasione lo stipendio mi era sembrato poca cosa rispetto all’impegno profuso.

Ad un certo punto, dopo anni di volontariato (tutto ciò che facevo in più a scuola non era retribuito oppure lo era in modo ridicolo), per la prima volta pensai allo stipendio. Mi fermai ma non perché fossi demotivata dalle magre entrare. Avevo capito una cosa: la nostra disponibilità a lavorare gratis ci aveva fatto cadere nella trappola. Se gli insegnanti, seppur mal pagati e non retribuiti per le ore straordinarie, lavoravano ugualmente perché avevano una coscienza e amavano la propria professione, perché avrebbero dovuto essere pagati meglio?

Ho detto basta. Da quel dì ogni attività aggiuntiva doveva essere retribuita, altrimenti non avrei fatto nulla di più di ciò che ero obbligata a fare per contratto. Ho iniziato a selezionare le cose che mi piaceva fare e per le quali avrei ottenuto un riconoscimento economico. Era giusto che venisse riconosciuta la professionalità acquisita. Se avessi continuato a fare tanto e gratis avrei convinto chi si aspettava da me un certo impegno che il mio operato non avesse alcun valore. La mia professionalità sarebbe stata salva dicendo dei no. Mi sarei dedicata esclusivamente alla didattica in classe, migliorando le mie prestazioni in quel determinato contesto. Avrei fatto di meno ma meglio, l’indispensabile ma qualitativamente buono.

Eccomi giunta al perché di questa riflessione.
Il ministro Giannini dice che gli insegnanti sono demotivati perché pagati poco. Una considerazione che probabilmente è condivisa da chi non insegna e dai quei pochi che davvero fanno il minimo sindacale o anche molto meno. Ma non può essere condivisa dalla maggior parte dei docenti che sanno cosa significhi insegnare oggi. Gli insegnanti non sono mai stati strapagati eppure l’opinione pubblica non era compatta nell’asserire che per quel che fanno hanno uno stipendio quasi regalato e un numero infinito di giorni di vacanza. Ecco, forse è questa la cosa su cui dovremmo riflettere. Cos’è cambiato negli anni nel nostro lavoro se non è questione di soldi?

Glielo spiego io alla signora Giannini.

In modo sintetico cercherò di esporre i motivi di una eventuale (non è detto che sia così diffusa) demotivazione degli insegnanti:

1. i bambini e i ragazzi sono viziati e difesi a spada tratta dai genitori (anche quando si difende l’indifendibile)

2. l’educazione dei pargoli, fondamentale per instaurare un clima di collaborazione all’interno delle classi, vacilla notevolmente, sicché si perde più tempo nell’attività educativa e formativa piuttosto che in quella prettamente didattica

3. la preparazione dei discenti, nel passaggio da un ordine e grado di scuola ad un altro, è sempre più scadente, il che implica una notevole perdita di tempo nel recupero e consolidamento dei prerequisiti … e si rimane indietro con i programmi

4. la promozione sembra essere diventata un diritto acquisito all’atto dell’iscrizione, i debiti formativi e/o le bocciature sono considerati un affronto diretto alla famiglia che reagisce a volte in modo sconsiderato inibendo un rapporto scuola-famiglia più costruttivo

5. le classi sempre più affollate rendono impossibile una didattica individualizzata, costringendo, loro malgrado, i docenti a fare delle scelte: seguire i più deboli a scapito delle belle menti o svolgere un’attività didattica che tenga conto di queste ultime lasciando indietro chi è in difficoltà

6. la riforma della scuola, mirata esclusivamente e dichiaratamente ai tagli, ha prodotto solo danni (difficoltà nel gestire le classi, come al punto 5, nello svolgere i programmi rimasti smisurati ma relegati in un numero minore di ore, solo per fare due esempi)

Potrei aggiungere tanto altro ma mi fermo qui. Il clima di malumore che serpeggia nelle scuole ormai sta deteriorando la nostra professione, forse irrimediabilmente. Ma non è una questione di soldi, non solo. Pare che il Presidente del Consiglio Renzi non abbia intenzione di rinnovare i contratti dei dipendenti pubblici, quindi anche il nostro, fino al 2020. E intanto l’indennità di vacanza contrattuale (per me circa 13 euro al mese) da provvedimento provvisorio rischia di diventare permanente.

Signora Giannini, lo ripeto, non è una questione di soldi. È questione di DIGNITÀ e RISPETTO per il nostro lavoro.

LA SCUOLA SECONDO MATTEO (RENZI): GLI INSEGNANTI COLLABORERANNO A COSTRUIRNE IL FUTURO

ASSEMBLEA 2012 DI CONFINDUSTRIA FIRENZE CON GIORGIO SQUINZI E MATTEO RENZIIn attesa di conoscere il nome del nuovo (o nuova) ministro dell’Istruzione, vediamo cosa pensa Matteo Renzi, appena incaricato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di formare il nuovo governo, sul futuro della scuola.

Non sono parole fresche di giornata, ma quelle pronunciate in occasione della candidatura a segretario del Pd, elezioni poi stravinte anche grazie al voto del 43% dei docenti italiani:

Gli insegnanti sono stati sostanzialmente messi ai margini, anche dal nostro partito. Abbiamo permesso che si facessero riforme nella scuola, sulla scuola, con la scuola senza coinvolgere chi vive la scuola tutti i giorni. Non si tratta solo di un autogol tattico, visto che comunque il 43% degli insegnanti vota PD. Si tratta di un errore strategico: abbiamo fatto le riforme della scuola sulla testa di chi vive la scuola, generando frustrazione e respingendo la speranza di chi voleva e poteva darci una mano. Il PD che noi vogliamo costruire cambierà verso alla scuola italiana, partendo dagli insegnanti, togliendo alibi a chi si sente lasciato ai margini, offrendo ascolto alle buone idee, parlando di educazione nei luoghi in cui si prova a viverla tutti i giorni, non solo nelle polverose stanze delle burocrazie centrali. Casa per casa, comune per comune, s cuo la per scuola, da gennaio 2014 i nostri insegnanti, i nostri assessori alla scuola, i nostri circoli, i nostri ragazzi saranno chiamati alla più grande campagna di ascolto mai lanciata da un partito a livello europeo, sul doppio binario di una piattaforma tecnologica dedicata e di un rapporto personale, vis a vis. Chiameremo il Governo, il Ministro, i suoi collaboratori a confrontarsi sulle proposte e sulle idee. E daremo risposte alle proposte degli insegnanti, non lasciandoli soli a subire le riforme, ma chiedendo loro di collaborare a costruire il domani della scuola”.

Un’idea chiara sulle condizioni della scuola, specialmente di noi docenti, ce l’ha. Ora non ha più bisogno di chiamare il governo. Il governo è lui. Saprà mantenere la promessa?

[fonte: Tuttoscuola; immagine da questo sito]

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