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COSI’ SONO DIVENTATA LA PROF CHE SOGNAVO

teacher-640x480Ho indugiato un po’ prima di decidermi a pubblicare anche qui il mio nuovo post pubblicato sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita”. Il motivo? E’ troppo autoreferenziale. Tuttavia, mi sono detta, deve esserlo per forza in quanto racconta la mia storia, ripercorrendo le tappe che mi hanno portata a diventare un’insegnante. Questo articolo, infatti, nasce dall’invito che il Corriere.it ha rivolto a tutti gli insegnanti, chiedendo loro di raccontare come sono diventati dei bravi insegnanti. Il problema è che non spetta a noi decidere se siamo bravi o meno. Diciamo che, nel momento in cui siamo appassionati, cerchiamo di migliorarci giorno dopo giorno, non ci arrendiamo di fronte alle difficoltà né ci sconfortiamo quando dobbiamo fare i conti anche con gli aspetti negativi della nostra professione, ecco che, se non siamo bravi, ce la mettiamo tutta.
Quando il mio post è stato pubblicato (il 14 giugno) sono rimasta spiazzata dal titolo (che non decido quasi mai io!). L’ho fatto notare alla redattrice con cui sono in contatto, ma non è stato cambiato anche se l’articolo poi è stato pubblicizzato sui social con il titolo che ho scelto per la pubblicazione qui.
Rileggendolo mi sono commossa. E’ un pezzo di vita, in fondo.
Buona lettura a voi!

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Sono una brava insegnante? Onestamente credo non spetti a me dirlo. Mi riferisco all’invito che il Corriere rivolge ai docenti chiedendo di raccontare la loro storia: «Così sono diventato un bravo insegnante».

Con più di trent’anni di carriera alle spalle posso dire di essere diventata più brava di quanto non fossi agli inizi. Banale, direte. Mica tanto. Conosco professori che insegnano allo stesso modo da sempre. Non si schiodano dal modello che avevano in mente ad inizio carriera, senza nemmeno porsi il problema di quanto siano cambiati, nel frattempo, i bambini e gli adolescenti. Un passaggio da una generazione all’altra che non supera i 5 anni. Gli anni che i liceali ci mettono per arrivare al diploma. Loro escono, altri entrano: un altro mondo.

Non so se sono una brava insegnante ma posso raccontarvi come sono diventata una professoressa.

Da bambina mettevo le bambole in fila sedute sul letto e facevo lezione. Ripetevo loro quanto imparato a scuola. In un tema di quinta elementare la decisione era già presa: da grande avrei fatto l’insegnante. Ma non era l’unico sogno. In famiglia feci il grande annuncio: “Prima la laura poi mi sposo”. Mio padre, vecchio stampo e con sangue napoletano nelle vene, anche se sempre vissuto al Nord, si affrettò a correggermi: “Volevi dire laurea, immagino. Perché se fai prima la laura e poi ti sposi, sono guai seri”.

Sono sempre stata determinata, mai un ripensamento. Il liceo classico, la laurea in Lettere (anche se il sogno vero era quello di insegnare Inglese), le supplenze ancor prima di stringere tra le mani, con infinito orgoglio, il diploma di laurea.

Mi capitò la prima supplenza in un corso serale per lavoratori (le 150 ore necessarie gli adulti per ottenere il diploma di terza media). Ricordo quella sera come fosse oggi. Mi sedetti in cattedra – una di quelle in formica, debitamente appoggiata sulla pedana di legno – e mi convinsi che quello fosse il posto in cui volevo stare. Mi sembrò di esserci nata.

Poi, però, dovetti fare i conti con quegli strani alunni: il fornaio, ad esempio, con il doppio dei miei anni, semidisteso sul banco, profondamente addormentato. Al mio “Wake up, please” (allora insegnavo inglese), più che urlato direi quasi timidamente uscito dalle mie labbra, forse perché inconsciamente mi dispiaceva davvero svegliarlo, lui apriva un occhio e mi diceva, con fare supplichevole: “Ma io sto in piedi dalle tre di stamattina…”.

Mi resi subito conto che non sarebbe stato facile. Ce la misi tutta e a un anno esatto dalla laurea vinsi il mio primo concorso, alla scuola media. Destinazione uno sperduto paese di montagna a un’ora e mezza di pullman da casa. L’anno seguente ne vinsi un altro: avrei insegnato in un istituto tecnico, sempre in montagna ma un po’ più in basso. Salutavo alla stazione i miei “vecchi” colleghi che dovevano prendere un altro pullman. Ero felice di aver accorciato di mezz’ora il mio viaggio.

Ma ero una brava insegnante? Lo credevo. Insomma, svolgere con passione l’unico lavoro per cui mi vedevo tagliata, penso alzasse almeno un po’ la mia cronicamente bassa autostima.

Dopo aver messo al mondo due bambini in 22 mesi (forse la prova più dura che la vita mi ha riservato, anche se infinitamente meravigliosa), trovai le forze per prendere la terza abilitazione: avrei insegnato al liceo. Soprattutto riuscii ad azzerare, o quasi, la distanza tra casa e scuola. Con due figli la cosa fu di vitale importanza.

Ho bruciato le tappe, considerando che oggi ci sono i precari storici che hanno poco meno della mia età. Io a venticinque anni ero di ruolo. Il che mi ha permesso di godere di una certa stabilità, non solo economica. Sapere quale classi ci aspettano l’anno successivo, non è cosa di poco conto.

Per dodici anni ho insegnato in uno dei licei scientifici della mia città. Sono stati anni di grande arricchimento professionale: si faceva di tutto, progetti a non finire, aggiornamento e auto-aggiornamento, ore e ore passate a scuola nel pomeriggio a discutere, confrontarsi, condividere. Mi sembrò logico, in quel clima, partecipare a un concorso nazionale che premiava le buone pratiche didattiche (l’archivio nazionale GOLD, ancora poco conosciuto anche dagli stessi addetti ai lavori). La documentazione del mio lavoro fu premiata, ne parlarono tutti a scuola, ero conosciuta negli uffici dell’IRRSAE (ora IRRE, si tratta degli istituti regionali di ricerca educativa), fui contattata dalla responsabile dell’INDIRE (Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca educativa) che mi intervistò e divulgò il mio progetto, portandolo come modello in molti corsi di formazione sulla documentazione didattica.

Ero diventata una brava prof? Forse sì, anche considerate le parole di elogio che sentivo a destra e a manca. Ma a me non è mai interessato farmi notare, anzi, mi sentivo un po’ a disagio. Poi scoprii che nel liceo dove insegnavo si era diffuso un mostro che ancor oggi detesto: l’invidia.

Me ne andai. Chiesi trasferimento in un altro liceo scientifico che tutti consideravano di serie B. Ma a me piace andare controcorrente. Soprattutto mi piacciono le sfide.

Sto concludendo il mio undicesimo anno nel “nuovo” liceo. Più di dodici di solito non resisto. Non potendo cambiare sede, dato che con le regole della #buonascuola mi ritroverei nell’albo regionale e io non ho più la forza di ricominciare daccapo, devo inventarmi qualcosa di nuovo. Dedicarmi, ad esempio, alle famiglie e agli allievi con qualche “disagio” (nulla di grave, eh, solo ansia…), programmando incontri con esperti per una scuola più a misura di studente.

Questo fa di me una brava prof? Non lo so ma so che mi piace da morire fare sempre qualcosa di diverso, sperimentare, trovare altre vie, una nuova didattica ma non solo…

Che cosa mi resta di quest’anno scolastico che si sta concludendo?

  • Un mazzo di rose gigante, affettuosamente offerto dalla mia quinta che non accompagnerò all’esame, ma che rimarrà sempre nel mio cuore.
  • Una mamma che, ascoltandomi parlare del figlio, mio allievo di seconda, mi dice: «Mi parla di lui e io ho di fronte proprio mio figlio, così com’è, ma proprio tale e quale. Ma come fa, con tanti studenti, a conoscerli uno per uno?».
  • Un ragazzo di seconda che l’anno scorso non riusciva a schiodarsi dall’insufficienza cronica in latino e quest’anno il 6 (e anche qualche 7) se l’è guadagnato con le sue forze. Sapendo che l’anno prossimo probabilmente dovrà cambiare insegnante, con lo sguardo smarrito di chi vede di fronte a sé un futuro incerto, ma sa apprezzare il presente, mi fa: «Ma io sarei proprio contento se lei continuasse ad essere la mia insegnate di latino».

Non so se sono diventata una brava insegnate. So di avere ancora tanto da imparare e so che quotidianamente imparo molto dai miei stessi studenti. Ma 24 maturandi, una mamma e un allievo che probabilmente il prossimo anno non sarà più “mio” mi incoraggiano a continuare, nonostante la fatica e il peso degli anni che passano, quello che non solo ritengo essere l’unico lavoro che posso fare ma che credo essere in assoluto il più bello del mondo.

Forse sono sulla buona strada. Ma c’è ancora tanto da fare.

LINK all’articolo originale

[immagine dal sito del Corriere.it linkato nel post]

LA MATEMATICA E’ NEMICA ANCHE ALLO SCIENTIFICO

matematica-5-640x480Il mio nuovo post pubblicato sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita” è l’ideale continuazione del precedente in cui trattavo l’aumento delle iscrizioni, per il prossimo anno scolastico, al liceo scientifico, con una sensibile preferenza per l’opzione delle “scienze applicate”, ovvero il liceo scientifico senza il latino. Ma siamo sicuri che sia il Latino l’unico “nemico” di chi si iscrive allo scientifico?
Come sempre riporto in parte l’articolo e vi invito a leggerlo interamente sul sito del Corriere.it.

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In un post precedente si ragionava sull’aumento di iscrizioni, per l’anno scolastico 2016/17, al liceo delle scienze applicate. Un’opzione che, secondo me e molti dei miei colleghi di Lettere, a volte incontra il favore dei quattordicenni alle prese con la scelta della scuola superiore per evitare la fatica di studiare il latino, presente nel piano di studi nel liceo tradizionale, anche se con un decurtamento notevole di ore in seguito al riordino dei licei voluto dall’ex ministro Mariastella Gelmini.

Ma lasciando da parte le “scienze applicate”, ragioniamo sulla scelta del liceo scientifico che pare sia diventato un refugium peccatorum.
Ormai, come si evince dai dati diffusi dal MIUR, più di metà degli studenti sceglie un percorso liceale. Se escludiamo il classico, dove si iscrivono persone motivate e consapevoli delle difficoltà cui andranno incontro, negli altri licei arrivano ragazzi – non tutti, per fortuna – con scarse qualità.

Il liceo scientifico non è più ambito solo dagli alunni bravi in matematica, ma viene scelto per esclusione.

C’è da dire, inoltre, che spesso sono gli stessi genitori a condizionare la scelta, un po’ per ambizione – senza tuttavia fare i conti con le capacità e la preparazione dei propri figli – e un po’ perché ritengono che i pargoli non abbiano particolari attitudini che invece vengono richieste dall’istruzione professionale o tecnica. Non considerano, però, che l’attitudine fondamentale richiesta da un liceo, qualsiasi esso sia, è quella di essere disposti ad impegnarsi nello studio, cosa non così scontata per chi ha frequentato la scuola media con un profitto appena sufficiente o comunque non particolarmente brillante.

Anche se so che ciò potrebbe sembrare assurdo, per esperienza posso dire che il problema di fondo di chi frequenta il liceo scientifico, non è il latino ma la matematica e tutte le altre materie scientifiche. E non mi riferisco soltanto agli allievi mediocri, quelli che non sarebbero adatti a nessun liceo. Sto parlando anche di ragazzi che nel percorso di studi precedente non hanno dimostrato particolari problemi nell’ambito logico-matematico.

Un problema da non sottovalutare è costituito dai voti troppo alti che gli insegnanti della scuola media si ostinano ad elargire. So che questo discorso può sembrare antipatico e non voglio insinuare che i docenti non siano competenti e preparati. Purtroppo, spesso nella scuola media i livelli di preparazione tendono verso il basso, anche per poter far fronte alle esigenze di alunni deboli o con situazioni disagiate alle spalle. Ad esempio, l’inserimento di ragazzini stranieri, che a malapena comprendono qualche parola di italiano, rallenta la progressione dei programmi e, di conseguenza, si abbassano gli obiettivi per tutta la classe.

Suppongo che questa situazione porti gli insegnanti a premiare con voti più alti di quanto non meritino davvero quelli che dimostrano di impegnarsi un po’ di più o comunque di non avere grossi problemi nell’apprendimento. Ma questa “strategia” comporta il rischio di creare false illusioni nei ragazzi e nelle famiglie.

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[immagine dal sito linkato; logo blog “Scuola di Vita” © Corriere.it]

SCIENTIFICO: SENZA LATINO E’ MEGLIO?

latinoL’ultimo post pubblicato sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita” riguarda un argomento di grande attualità: il boom di iscrizioni, per il prossimo anno scolastico, al liceo scientifico, con una sensibile preferenza per l’opzione delle “scienze applicate”, ovvero il liceo scientifico senza il latino. Naturalmente il mio intervento è a favore del latino e mi aspettavo una caterva di commenti contro lo studio di questa lingua, ormai considerata dai più “fuori moda” e di scarsa utilità. E invece… leggete i commenti sul sito del Corriere.it, rimarrete forse stupiti quanto me.
Come sempre riporto in parte l’articolo e vi invito a leggerlo interamente sul sito del Corriere.it.

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Le iscrizioni alla scuola superiore si sono concluse da pochi giorni. Come osserva il Corriere, nell’articolo firmato da Claudia Voltattorni, c’è stato anche quest’anno il boom di iscrizioni ai licei, con un’impennata decisa per il liceo scientifico, in particolare l’opzione “scienze applicate”: l’ha scelto il 7,6% degli studenti contro il 6,9% dello scorso anno. Cerchiamo di capire il motivo di questo successo.

Potrei dire che nei quattordicenni di oggi c’è una spiccata curiosità nei confronti della scienza, in tutte le sue declinazioni. Se “applicata” è meglio. Ma mentirei.

Il fatto è che lo spettro del Latino angustia la maggior parte degli studenti che si iscrive al liceo scientifico. Due sono gli atteggiamenti che posso osservare, dal momento che insegno Lettere allo scientifico, escludendo le persone molto motivate che non mancano: o lo subiscono e cercano di fare del proprio meglio, oppure non lo digeriscono per niente e lo studiano poco e male, con scarso impegno, confidando nel fatto che, se nelle materie scientifiche se la cavano, per il solo Latino non si viene bocciati. Tutt’al più si rimedia un debito che, se è l’unico, non basta per ripetere l’anno.

Da settembre anche nel mio liceo ci sarà l’opzione delle “scienze applicate”. Le iscrizioni sono andate ben oltre le più rosee aspettative e noi prof di Lettere sappiamo bene che questo fatto ci si ritorce contro: per le “scienze applicate”, infatti, basta l’abilitazione per insegnare negli istituti tecnici e professionali e, nella migliore delle ipotesi, in futuro non perderemo il posto ma potremo insegnare solo Italiano e Storia. Un’abilitazione che molti di noi già possedevano prima di fare l’ennesimo concorso per poter insegnare al liceo. Ad ogni modo, se non altro per spirito corporativo, siamo felici di aver ottenuto il nulla osta dal ministero che ci ha dato fiducia e, anche considerando il RAV (Rapporto di Autovalutazione), sa che il nostro liceo è una scuola seria e affidabile.

Non voglio che si pensi che io sia angustiata dal fatto che negli anni a venire potrei anche non insegnare più il Latino. Io sono preoccupata per gli studenti che forse credono, erroneamente, che il liceo delle “scienze applicate” sia più facile dello scientifico tradizionale proprio per l’assenza del latino nel piano di studi. Insomma, mi spiacerebbe che considerino l’antico idioma una sorta di bestia nera da evitare come la peste, per affrontare i cinque anni in santa pace. Così non sarà.

Per capire come stanno veramente le cose, bisogna fare un passo indietro. Nel riordino dei licei, voluto dall’ex ministro Mariastella Gelmini, l’opzione delle “scienze applicate” doveva teoricamente essere l’erede della vecchia sperimentazione del “liceo tecnologico” che allora era affidato, in termini di piano di studi e logistici, agli istituti tecnici. In realtà, la nuova opzione è soltanto più scientifica (se guardiamo i quadri orari ci sono più ore di matematica, informatica e scienze, anche se numericamente in totale sono le stesse rispetto al corso tradizionale) ma di tecnologico ha ben poco. Manca, infatti, quella didattica laboratoriale, vanto del vecchio tecnologico, e che veramente ci avvicinava agli standard europei.

Insomma, molte ore da passare a scuola, in aula, e a casa sui libri di testo e sui quaderni a svolgere esercizi su esercizi. Poco o nulla di pratico, come suggerirebbe l’aggettivo “applicato” riferito alle scienze.

La mia è una formazione classica quindi è ovvio che non farei mai cambio tra le tre ore settimanali di latino e le ore in più di matematica e scienze (in tutto, se consideriamo l’intero ambito scientifico, 12 ore).
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[immagine dal sito linkato; logo blog “Scuola di Vita” © Corriere.it]

TUO FIGLIO E’ STATO BOCCIATO? NIENTE DRAMMI

scrutiniAttuale, ahimè, il tema che ho scelto per l’ultimo post pubblicato sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita”. Cosa fare – e non fare – quando un figlio viene bocciato? Prima regola: niente drammi.
Come sempre riporto in parte l’articolo e vi invito a leggerlo interamente sul sito del Corriere.it.

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Nel percorso scolastico di molti ragazzi si è costretti a superare lo scoglio di una bocciatura. Senso di impotenza, fallimento, ingiustizia, frustrazione, vergogna sono alcuni dei sentimenti che spesso nascono da una situazione che di per sé non è tragica e deve, invece, portare ragazzi e famiglie ad una riflessione: che cosa non ha funzionato?

La risposta più gettonata è: si è trattato di un’ingiustizia. L’atteggiamento vittimistico, che molte volte caratterizza maggiormente i genitori che non gli studenti stessi, è certamente il più conveniente. Addossare agli altri delle responsabilità significa, in fondo, assolversi da qualsiasi colpa. Ma è davvero il modo migliore per affrontare un piccolo incidente di percorso?

Una volta, per segnalare la necessità di ripetere l’anno si usava il verbo “bocciare”. Si tratta di un verbo preso in prestito dal gioco delle bocce nel quale ogni giocatore si prefigge di raggiungere un solo scopo, per accaparrarsi il punto: urtare una boccia con la propria allontanandola dal boccino. Ecco che la parola diventa sinonimo di “respingere”, tant’è che il “bocciato” veniva generalmente definito “respinto”, allontanato dall’obiettivo principale di ogni studente: quello di superare l’anno scolastico.

Oggi, nel linguaggio scolastico comune, si utilizza la formula “non ammesso alla classe successiva”. Una perifrasi elegante – lo sarà, poi? – per evitare un termine tanto orribile come “bocciato”. Ma in fondo non cambia la sostanza: se nel percorso di studi ci si allontana dal’obiettivo, inevitabilmente non si può proseguire la “partita”.

Considerando che le bocciature nella scuola primaria e secondaria di primo grado sono davvero rare e devono essere concordate con le famiglie, focalizziamo la nostra attenzione sulla scuola superiore. Da qualche anno anche il biennio degli istituti secondari di secondo grado rientra nella scuola dell’obbligo. A questo punto qualcuno si chiederà: se negli otto anni precedenti le bocciature sono rare, trattandosi di scuola dell’obbligo, perché nei primi due anni delle superiori i docenti tendono a bocciare con estrema facilità? Il punto è che le parole hanno un peso e solo una corretta connotazione ne completa il significato: scuola dell’obbligo, infatti, non significa “obbligo” da parte degli insegnanti di promuovere tutti. A maggior ragione se si tratta di ragazzi non più fanciulli, che dovrebbero essere in grado di scegliere una scuola che risponda alle proprie inclinazioni e che sia alla loro portata, considerati gli esiti del percorso scolastico precedente.

Le scuole superiori non sono tutte uguali. E’ vero che l’obbligatorietà del biennio stona con la variegata offerta formativa delle scuole di diverso tipo: si parte dal basso, dagli istituti professionali, passando per i tecnici e arrivando in alto, ai licei. Un biennio obbligatorio, a mio parere, dovrebbe essere unico. Con la possibilità di scegliere come materie elettive alcune discipline che meglio si conciliano con il percorso successivo. Ma questo è un altro discorso.

L’abbandono scolastico, specialmente in seguito ad una o più bocciature, è un “male” tutto italiano e interessa perlopiù proprio i primi anni della scuola superiore. Se nella maggior parte dei casi la colpa del fallimento viene attribuita all’istituzione scolastica, è anche vero che spesso, terminata la scuola media, gli alunni non sono in grado di fare la scelta giusta oppure sono talmente condizionati dalle famiglie che nutrono particolari ambizioni sui figli, senza tener conto delle reali competenze acquisite, da orientarsi verso i licei – le statistiche rilevano che uno studente su due sceglie proprio questo tipo di scuola superiore -, senza tenere nel debito conto l’impegno che un corso di studi liceale comporta e i prerequisiti che richiede per garantire il successo formativo.

Secondo la mia esperienza di docente al liceo, posso assicurare che la maggior parte delle volte la “bocciatura” è determinata da un mix micidiale: scelta errata – molte volte forzata- della scuola, elevate aspettative delle famiglie e ansia da prestazione provata dagli studenti che si sentono oppressi tra docenti che chiedono molto impegno e genitori che si aspettano troppo.

Di fronte alla “non ammissione alla classe successiva” bisognerebbe fare una riflessione seria, senza addossare ad altri la colpa del fallimento – i docenti perfidi o i genitori troppo autoritari che impongono le scelte – anzi, cercando di capire ciò che non ha funzionato e chiedersi se ci sia un’altra strada percorribile. A volte, una scuola meno impegnativa del liceo, per fare un esempio vicino alla mia esperienza, risulta molto più gratificante ed apre la strada al successo scolastico che si credeva irraggiungibile.

E a mamma e papà cosa conviene fare? Per prima cosa, niente drammi. Parlare serenamente con il proprio figlio (o figlia, anche se è vero che le ragazze sono più in gamba dei maschietti!) sul suo futuro, cercare, se è il caso, una strada alternativa oppure ragionare sugli errori commessi in modo da non incorrervi in futuro. Evitare, nel modo più assoluto, di cercare lo scontro con i docenti ritenuti responsabili della bocciatura.

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LAVORI ESTIVI: UTILI MA NON OBBLIGATORI

lavori estivi studentiNell’ultimo post pubblicato sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita” questa volta parlo un po’ di me. Mi ha ispirata l’uscita del ministro del Lavoro Poletti che vorrebbe impegnare una parte delle vacanze degli studenti, reputate troppo lunghe, con qualche esperienza nel mondo del lavoro. Nell’articolo, che in origine era intitolato “Eppure a me piaceva lavorare d’estate”, racconto delle mie esperienze di lavoro estivo, fortemente volute, anche a costo di trovarmi in situazioni che avrei preferito evitare. Ma solo così si fa esperienza perché, come recita un detto popolare, “sbagliando si impara”.
Riporto in parte l’articolo e vi invito, come sempre, a leggerlo interamente sul sito del Corriere.it.

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Ho letto con grande piacere e partecipazione (nel senso che in molto di ciò che ha scritto mi ci sono ritrovata, seppur con lo sforzo di ricordare un passato troppo remoto, ahimè) il post di Paolo Romano sull’estate degli studenti che il ministro Poletti vorrebbe in qualche modo rivedere.

Eppure credo che l’idea di spronare i giovani a fare qualche lavoretto d’estate non sia del tutto da buttare. Tre mesi sono tanti, troppi per qualcuno. Personalmente ricordo come passava in fretta il tempo. C’era bisogno di riprendersi dalle lunghe ed estenuanti fatiche che i nove mesi di scuola imponevano. Sempre che ci si impegnasse nello studio, è ovvio.

Ero felice quando al mare, in villeggiatura (come si diceva allora), ritrovavo le amicizie “stagionali” e i miei mi concedevano di far tardi la sera, sempre sotto stretta sorveglianza di mio fratello. Mi sentivo ancora più felice quando lui decideva di “sganciarmi” e si accordava sull’ora di rientro e su ciò che avremmo raccontato ai nostri genitori al ritorno. Piccole bugie, enorme felicità.

La scuola in quei mesi era un lontano ricordo. Non riuscivo a concepire come qualcuno si potesse rovinare le vacanze con gli esami di riparazione a settembre. Non lo capisco nemmeno ora che insegno, a dire il vero.

Poi, all’età di 15-16 anni, ho sentito la necessità di trovarmi un lavoretto. Volevo mettere da parte qualche soldo per togliermi gli sfizi, anche se sapevo che i miei non mi avrebbero negato nulla. Bastava chiedere. Forse per questo non comprendevano quell’idea balzana di lavorare d’estate. Così iniziai a fare la baby-sitter (so che oggigiorno nessuno lascerebbe in mano ad un’adolescente dei bambini, ma allora era diverso, si cresceva in fretta e si era molto più responsabili), a dare ripetizioni, a vendere cosmetici in giro per le case (tutti aprivano la porta e non ho mai avuto paura di brutti incontri), a confezionare braccialetti e collanine che poi vendevo alle amiche. Ho persino fatto traduzioni e registrato su una cassetta (ah, i vecchi mangicassette!) un libro d’inglese per un ragazzo che voleva migliorare la pronuncia.

A un certo punto ho osato di più: volevo lavorare in ufficio con papà. Fui accontentata, anche se dovetti accettare un lavoro part-time, nel pomeriggio, quando l’ufficio non era aperto al pubblico. È stata un’esperienza utilissima: decisi allora che il lavoro di segretaria non faceva per me. La mia vita doveva essere votata all’insegnamento, ne ero certa.

Nell’estate dei miei diciassette anni (mi avviavo comunque verso la maggiore età, essendo nata in ottobre) tentai l’impresa più ardita: niente lavoretti “precari”, niente lavoro d’ufficio in famiglia, volevo fare qualcosa che spezzasse il cordone ombelicale e nel contempo si avvicinasse al lavoro che ero certa di fare in futuro. Fu così che mi ritrovai a fare l’assistente in una colonia al mare. Fu l’esperienza più traumatica della mia vita.

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GENITORI-IMBIANCHINI A SCUOLA? NO, GRAZIE

genitori imbianchiniIl mio nuovo post pubblicato sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita” tratta un argomento che ho già affrontato in questo blog (QUI e QUI). Tant’è vero che in parte riprende – con citazioni testuali – i concetti già espressi allora, in relazione al volontariato che talvolta viene prestato dai genitori all’interno degli edifici scolastici, con varie opere di manutenzione.
Ora come allora esprimo la mia ferma contrarietà a questo genere di iniziative, pur apprezzando e lodando la buona volontà di quei genitori.
Come sempre, riporto la parte iniziale dell’articolo, invitandovi a leggerlo interamente sul sito del Corriere.it.

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Giovanna Maria Fagnani ha raccontato su questo blog la propria esperienza di madre alle prese con le carenti condizioni igienico-sanitarie (muri scrostati, sporcizia, controsoffitti messi in posa alla buona) delle aule nella scuola frequentata dai figli.

Nel post la giornalista scrive che, alla proposta dei genitori di sistemare due aule, con lavori di piccola manutenzione (tinteggiatura, pulizia …), con stupore ha dovuto constatare che i più contrari erano alcuni insegnanti. Bene, io da insegnante concordo con quelle maestre. Ne spiegherò in breve il motivo.

Che i genitori si improvvisino imbianchini e addetti alle pulizie non è una novità. Il fenomeno credo sia più diffuso di quanto si pensi, anche se gli episodi messi in risalto dalle cronache dei giornali non sono molti. Come sempre, succede che si tenda a evidenziare ciò che di negativo riguarda la scuola, lasciando nell’ombra gli aspetti positivi.

A questo punto si potrebbe pensare che con quest’ultima affermazione io mi sia contraddetta: perché sono contraria all’intrusione delle famiglie nella manutenzione delle aule scolastiche se in fin dei conti considero la cosa positiva?

Io non posso che lodare il buon intento di questo tipo di azione. Purtroppo, però, la gente, animata dalla buona volontà, non capisce che, così facendo, non si fa altro che incoraggiare la latitanza dello Stato.

Sono, infatti, convinta che la solidarietà sociale non possa in alcun modo colmare le lacune di uno Stato che latita sempre più. Al volontariato degli insegnanti, che spesso fanno ore aggiuntive senza essere pagati per venire incontro alle esigenze degli allievi, o comunque svolgono mansioni “sottocosto” pur di non far mancar nulla all’utenza, ora si aggiunge quello dei genitori. In questo modo si concorre ad incrementare il disinteresse dello Stato nei confronti di una scuola che, come un vecchio carrozzone, va avanti sempre e solo confidando in uomini e donne di buona volontà.

Laddove le istituzioni latitano, è necessario alzare la voce e pretendere gli aiuti necessari, altrimenti lo Stato si arrogherà sempre il diritto di non intervenire, “tanto ci pensano loro”. Insomma, il self made va bene a casa propria, anche per problemi di responsabilità. I volontari, infatti, non sono tutelati da alcuna assicurazione che è, invece, indispensabile in certi interventi di manutenzione.

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[immagine dal sito linkato; logo blog “Scuola di Vita” © Corriere.it]

REGISTRO ELETTRONICO: IL RISCHIO HACKER NON CANCELLA I VANTAGGI PER PROF E FAMIGLIE

scrutiniIl mio nuovo post pubblicato sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita” tratta un argomento di grande attualità: il registro elettronico. Purtroppo le notizie da cui ho preso spunto non sono edificanti ma, prendendo in esame i “vizi” e le “virtù” del registro on line, a conti fatti, a mio parere, non è da bocciare, anzi.
La prima parte introduce l’argomento e indica la normativa di riferimento. Quindi se siete curiosi di sapere quali sono i vantaggi offerti dal registro digitale ai professori, alle famiglie e agli studenti, vi invito a continuare la lettura sul sito del Corriere.it.

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Ci sono due notizie che in questi giorni hanno calamitato l’attenzione di noi prof, e non solo, in relazione al registro elettronico. Una riguarda degli studenti, perlopiù minorenni, che hanno violato il sistema di sicurezza riuscendo a modificarsi i voti a loro piacimento. L’altra, invece, tratta il caso di un docente che si rifiuta ostinatamente di utilizzare il registro elettronico adottato nella sua scuola su delibera del Collegio dei Docenti. Il Dirigente Scolastico le ha provate tutte per vincere la resistenza dell’insegnante, senza alcun esito. Niente da fare: lui è convinto di adempiere ai suoi obblighi compilando e aggiornando diligentemente un registro cartaceo che ha acquistato di tasca sua.

Due facce della stessa medaglia ma il rischio della manomissione del registro da parte degli studenti e le resistenze dei docenti (il caso citato non è affatto isolato e l’analfabetismo informatico dei prof è cosa nota) possono essere considerati motivi sufficienti per bocciare la tecnologia in aula?

Vorrei iniziare dal primo caso. Certamente non voglio difendere il collega ma è doveroso sottolineare che l’obbligo di adottare il registro elettronico, preannunciato a suo tempo dall’ex ministro Profumo nell’ambito del più ampio progetto di dematerializzazione che interessa tutta la Pubblica Amministrazione (legge n. 135/2012), di fatto non è applicabile. Il MIUR, infatti, ha dovuto fare un passo indietro perché non ha i fondi da destinare alla digitalizzazione delle scuole, anche se dei passi avanti notevoli sono stati compiuti in ambito burocratico (per esempio, l’invio dei plichi telematici per le prove scritte dell’esame di Stato, le istanze on line per la partecipazione dei docenti alle commissioni d’esame, le iscrizioni scolastiche da parte delle famiglie …).

Diverse scuole, tuttavia, hanno imparato l’arte di arrangiarsi attingendo al Fis e ai contributi volontari delle famiglie – sempre più scarsi, in verità – onde creare i presupposti per l’adozione del registro elettronico. Non si tratta, infatti, di acquistare solamente il software. Perché il sistema funzioni è indispensabile che le scuole siano dotate di una rete wireless a banda larga efficiente, ovvero, come si legge nel documento #labuonascuola pubblicizzato dal governo, ultralarga, e di un numero adeguato di computer a disposizione dei docenti.

Purtroppo i costi dell’operazione sono altissimi perché, oltre ai dispositivi da fornire, dobbiamo anche tener conto delle tariffe delle linee telefoniche – ADSL. Dati recenti attestano un costo mensile superiore ai 7 euro per studente, anche se questa cifra personalmente mi pare esagerata. Ad ogni modo, l’adozione del registro elettronico senza aiuti da parte dello Stato non può essere un’imposizione proprio per i motivi esposti sopra.

Un altro problema non trascurabile è relativo alla validità legale dei dati caricati on line. In questo caso, è necessario che il D.S. dia delle garanzie a tutela dei docenti e preveda una serie di norme molto rigide cui attenersi.

Nel liceo in cui insegno, ad esempio, la firma sul registro elettronico è autenticata nel momento in cui, all’inizio della lezione, il professore inserisce i suoi dati che possono essere modificati – errori e omissioni sono sempre possibili – nell’arco delle 24 ore. Anche l’inserimento dei voti è regolamentato: deve essere tempestivo, comunque non oltre le 24 ore, e nel caso di errori è necessario inoltrare richiesta scritta al D.S. per modificarli, operazione che deve essere autorizzata e da effettuare in tempi stabiliti.
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QUEL CHE TEMO QUANDO INSEGNO LATINO ALLO SCIENTIFICO

vocabolario-latinoEcco l’ultimo articolo scritto per il blog del Corriere.it “Scuola di Vita”. Argomento spinoso quello dell’insegnamento del Latino al liceo scientifico. Purtroppo l‘intera cultura umanistica negli ultimi tempi è snobbata, sembra che studiare le lingue antiche – definite ingiustamente “morte” e invece sono più vive che mai, se consideriamo il patrimonio che ci hanno trasmesso e continuano a trasmetterci a distanza di secoli, per comprendere meglio la società in cui viviamo – sia cosa antiquata e inutile. Basti considerare il calo di iscritti che il liceo classico subisce anno dopo anno.
Basta leggere i commenti all’articolo sul sito del Corriere.it per rendersi conto che la gente parla senza cognizione di causa. E’ inutile dire che nei licei si dovrebbe imparare Diritto ed Economia anziché Latino, che una scuola moderna deve garantire l’insegnamento dell’Inglese e dell’Informatica. Ci sono già le scuole in cui queste discipline vengono impartite e la scelta rimane libera da costrizioni. C’è pure un liceo scientifico senza il latino (l’opzione delle “scienze applicate” oppure il liceo sportivo), se proprio si teme di affrontarlo. Perché è questo il problema: il Latino è ingiustificabilmente temuto, solo perché richiede uno studio costante e tutto ciò che si apprende mese dopo mese, anno dopo anno, serve sempre, fino al completamento del ciclo di studi.
C’è poi un’altra considerazione da fare: pochi sono i docenti appassionati a questa lingua – forse siamo rimasti solo noi vecchie leve – e spesso non lo si sa insegnare. Credere che la didattica del Latino possa rimanere invariata soltanto perché parliamo di una lingua codificata che non si evolve, è sbagliato. Se insegnassi ai miei allievi il Latino che ho studiato io ai miei tempi, e nello stesso modo in cui l’ho studiato io, allora davvero lo farei odiare.
A volte è difficile arrivare a dei compromessi e ancora più difficile è tentare di impartire un insegnamento dignitoso con il poco tempo a disposizione che abbiamo ora, allo scientifico, grazie alla “riforma” dell’ex ministro Gelmini.

Come sempre, riporto la parte iniziale del post e vi invito a continuare la lettura sul sito del Corriere.it.

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Insegnare latino allo scientifico potrebbe essere parecchio frustrante, specie dopo il taglio delle ore operato dal duo Gelmini-Tremonti al grido: «Rendiamo più scientifico il liceo scientifico!» che però, a voler essere onesti, nascondeva esclusivamente l’intenzione di eliminare qualche cattedra – molte, con l’andar degli anni – dei professori di Lettere.

Un tempo le ore di latino erano ben 4 alla settimana in prima, 5 in seconda, 4 in terza e quarta e 3 in quinta. Un’enormità, specialmente se pensiamo che in seconda superavano quelle di matematica.

Il riordino dei licei voleva, sotto sotto, eliminare questa iniquità ed io, prof di lettere allo scientifico, ammisi che, in fin dei conti, era pure giusto. Ma quello che, forse ingenuamente, non riuscivo a cogliere, era l’impossibilità di svolgere il programma, ahimè rimasto uguale, con a disposizione un monte ore decisamente ridotto (tre sole ore settimanali) nei cinque anni.

Cos’è diventato l’insegnamento del Latino a quattro anni dal riordino? Giacché si parla di riordino non di riforma, il che salva, in un certo senso, il pudore.

Partiamo innanzitutto dalle indicazioni nazionali. Il termine «programmi» è stato bandito forse per salvare il povero prof che arranca dietro alle tavole di regole, agli esercizi di lingua, alle pagine di letteratura, ai testi d’autore … e non ce la fa. Non ce la fa il prof e non ce la fanno gli studenti. Perlomeno siamo in buona compagnia. Mal comune mezzo gaudio. O forse no.

Forse loro, i discenti – dal latino disco=imparo -, non colgono il mezzo gaudio – da gaudium=gioia – perché devono studiare esattamente quello che imparavano i loro predecessori con un monte ore che era esattamente il doppio e non c’è proprio nulla di cui gioire. Ma nemmeno i docenti – dal latino doceo=insegno – si sentono in buona compagnia e tentano di far sopravvivere il loro entusiasmo (in alcuni molto esiguo) e di trasmettere la loro passione agli studenti che spesso e volentieri si chiedono perché si debba studiare il latino allo scientifico. E quando si spiega ai ragazzi che un motivo sufficiente è rappresentato dal solo fatto che i rispettivi appellativi – discente e docente – rimandano alla lingua dei nostri avi, i gloriosi antichi Romani, non sembrano convinti. In fondo, basta consultare il dizionario etimologico per avere le risposte che cerchiamo – sempre che ci sia la volontà di farlo –, non serve mica conoscere la lingua.

Certo, è bello conoscere le nostre radici ma per farlo basta aprire un manuale di storia antica, c’è forse bisogno di studiare il latino? Cicerone, Cesare, Seneca, Tacito si possono pure leggere in traduzione, o no? No, perché in questo modo si trascura il mezzo attraverso il quale gli antichi ci hanno trasmesso la loro cultura. Il valore del latino deve essere valutato tenendo conto del mondo che esso esprime, poiché la lingua è la caratteristica peculiare di una civiltà e di una cultura calate in un contesto storico ben preciso. Basterà dire questo per convincerli? Forse sì, almeno fin quando non si imbatteranno nella perifrastica passiva o nella consecutio temporum.

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SE ANCHE IL TEMA SULLE VACANZE RISCHIA DI VIOLARE LA PRIVACY

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Le scuole hanno riaperto i battenti e ho pensato al classico tema che gli insegnanti, specie quelli della primaria e della secondaria di I grado, assegnano agli alunni il primo giorno di scuola. Questo l’argomento del mio nuovo post pubblicato sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita”. Vi siete mai chiesti se invitare agli allievi a descrivere le loro vacanze, magari richiedendo un resoconto per iscritto, violi in qualche modo la privacy? Nel post che, come sempre, vi invito a finire di leggere sul Corriere.it troverete la risposta.

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Al rientro dalla lunga pausa estiva capita spesso che gli insegnanti chiedano ai propri allievi di parlare delle loro vacanze. È un modo per rompere il ghiaccio con una bella chiacchierata oppure di riprendere confidenza con la penna scrivendo un tema dal classico titolo: “Cos’hai fatto durante le vacanze?”.

Nulla di male, intendiamoci, ma i genitori di oggi sono molto più attenti alla privacy di quanto non lo fossero le mamme e i papà di un tempo.

Insomma, se la maestra o la prof di Lettere si comporta in questo modo, viola la privacy? A questo proposito, ma non solo, già da alcuni anni esiste una sorta di “codice di comportamento” cui si devono attenere i docenti e, in genere, il personale scolastico. È stato divulgato anche un opuscolo in cui si riportano le norme generali che riguardano la privacy nelle aule scolastiche. Si va dal trattamento dei dati personali degli studenti all’utilizzo dei cellulari o della videocamera a scuola.

A proposito dei temi in classe, non solo quelli sulle vacanze ovviamente, il garante si è espresso in questi termini: Non commette la violazione della privacy l’insegnante che assegna ai propri alunni lo svolgimento di temi in classe riguardanti il loro mondo personale e familiare.

Logicamente, il docente è tenuto al segreto professionale e s’impegna a non divulgare il contenuto dei temi, in particolar modo qualora essi contengano riferimenti alla vita privata degli alunni. Ma se volesse, ad esempio, leggerne qualcuno in classe?

In questo caso il garante della privacy si appella alla sensibilità del singolo: Nel momento in cui gli elaborati vengono letti in classe – specialmente se sono presenti argomenti delicati – è affidata alla sensibilità di ciascun insegnante la capacità di trovare il giusto equilibrio tra le esigenze didattiche e la tutela dei dati personali.
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C’ERA UNA VOLTA L’ESAME A SETTEMBRE, MA QUELLI DI LUGLIO FUNZIONANO MEGLIO

DEBITI LUGLIO

Settembre, tempo di esami. Il mio nuovo post pubblicato sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita” parla di Debiti Formativi e prove di recupero. In particolare, vuole riportare l’esperienza che quest’anno, per la prima volta (forse anche unica in Italia), è stata tentata nel liceo in cui insegno: anticipare il “saldo dei debiti” a luglio per permettere agli studenti di trascorrere in pace una gran parte delle vacanze.
Se siete curiosi di sapere com’è andato questo esperimento, vi invito a proseguire la lettura sul Corriere.it

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In questi giorni si stanno concludendo le verifiche per il superamento dei Debiti Formativi per quegli studenti che frequentano gli istituti superiori e a giugno hanno avuto il “giudizio sospeso”.

C’era una volta l'”esame a settembre”. I vecchi esami di riparazione furono aboliti nel 1995 con la legge n. 352 dell’8 agosto. In sostituzione fu istituito il cosiddetto Debito Formativo con il conseguente obbligo per i singoli istituti di organizzare degli appositi corsi di recupero per gli studenti che non avevano raggiunto i livelli di apprendimento previsti in alcune discipline di studio. Per questi studenti, in ogni caso, la promozione era garantita già a giugno.

Il superamento delle lacune evidenziate avveniva attraverso specifiche verifiche in itinere, anche se di fatto il mancato superamento del Debito Formativo non pregiudicava la promozione, in presenza di un profitto sufficiente relativamente al programma dell’anno in corso.

L’abolizione degli esami di riparazione fu giustificata dalla volontà di mettere in crisi il mercato delle lezioni private e contrastare, quindi, il lavoro nero dei prof che le impartivano. Ma il Decreto ministeriale n. 80 del 3 ottobre 2007 (firmato dall’allora ministro dell’Istruzione Fioroni) ha di fatto ripristinato l’antico. Cambia la forma ma non la sostanza.

Una volta si chiamavano esami di riparazione e si svolgevano rigorosamente a settembre, ora la dicitura non è più quella di un tempo, anche se si continua a chiamarli “esami”, e non necessariamente le materie si devono recuperare proprio in questo periodo dell’anno.

In molte scuole, infatti, gli insegnanti, seppur inizialmente molto riluttanti, si sono rassegnati a rimettere piede a scuola nell’ultima settimana di agosto. Il Decreto citato stabilisce che tutte le operazioni inerenti al recupero dei Debiti Formativi – prove, loro correzioni e relativi scrutini integrativi – si debbano concludere entro il 31 agosto o comunque prima dell’inizio delle lezioni.

Il ritorno all’antico ha ripresentato non solo il problema delle lezioni private, la cui spesa grava non poco sui bilanci familiari, ma anche quello di un’estate irrimediabilmente rovinata, per gli studenti, da passare sui libri di scuola.

Allora perché non provare a somministrare le prove di recupero a luglio?
Ci abbiamo provato nel liceo in cui insegno. All’inizio la proposta, approvata dal Collegio dei docenti, era piaciuta a pochi. Studenti e famiglie sono apparsi fin da subito molto preoccupati. La domanda che si ponevano era questa: se dall’esito degli scrutini di giugno alle prove di verifica passano tre settimane o poco più, come faremo mai a rimediare?
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