LAVORI ESTIVI: UTILI MA NON OBBLIGATORI

lavori estivi studentiNell’ultimo post pubblicato sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita” questa volta parlo un po’ di me. Mi ha ispirata l’uscita del ministro del Lavoro Poletti che vorrebbe impegnare una parte delle vacanze degli studenti, reputate troppo lunghe, con qualche esperienza nel mondo del lavoro. Nell’articolo, che in origine era intitolato “Eppure a me piaceva lavorare d’estate”, racconto delle mie esperienze di lavoro estivo, fortemente volute, anche a costo di trovarmi in situazioni che avrei preferito evitare. Ma solo così si fa esperienza perché, come recita un detto popolare, “sbagliando si impara”.
Riporto in parte l’articolo e vi invito, come sempre, a leggerlo interamente sul sito del Corriere.it.

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Ho letto con grande piacere e partecipazione (nel senso che in molto di ciò che ha scritto mi ci sono ritrovata, seppur con lo sforzo di ricordare un passato troppo remoto, ahimè) il post di Paolo Romano sull’estate degli studenti che il ministro Poletti vorrebbe in qualche modo rivedere.

Eppure credo che l’idea di spronare i giovani a fare qualche lavoretto d’estate non sia del tutto da buttare. Tre mesi sono tanti, troppi per qualcuno. Personalmente ricordo come passava in fretta il tempo. C’era bisogno di riprendersi dalle lunghe ed estenuanti fatiche che i nove mesi di scuola imponevano. Sempre che ci si impegnasse nello studio, è ovvio.

Ero felice quando al mare, in villeggiatura (come si diceva allora), ritrovavo le amicizie “stagionali” e i miei mi concedevano di far tardi la sera, sempre sotto stretta sorveglianza di mio fratello. Mi sentivo ancora più felice quando lui decideva di “sganciarmi” e si accordava sull’ora di rientro e su ciò che avremmo raccontato ai nostri genitori al ritorno. Piccole bugie, enorme felicità.

La scuola in quei mesi era un lontano ricordo. Non riuscivo a concepire come qualcuno si potesse rovinare le vacanze con gli esami di riparazione a settembre. Non lo capisco nemmeno ora che insegno, a dire il vero.

Poi, all’età di 15-16 anni, ho sentito la necessità di trovarmi un lavoretto. Volevo mettere da parte qualche soldo per togliermi gli sfizi, anche se sapevo che i miei non mi avrebbero negato nulla. Bastava chiedere. Forse per questo non comprendevano quell’idea balzana di lavorare d’estate. Così iniziai a fare la baby-sitter (so che oggigiorno nessuno lascerebbe in mano ad un’adolescente dei bambini, ma allora era diverso, si cresceva in fretta e si era molto più responsabili), a dare ripetizioni, a vendere cosmetici in giro per le case (tutti aprivano la porta e non ho mai avuto paura di brutti incontri), a confezionare braccialetti e collanine che poi vendevo alle amiche. Ho persino fatto traduzioni e registrato su una cassetta (ah, i vecchi mangicassette!) un libro d’inglese per un ragazzo che voleva migliorare la pronuncia.

A un certo punto ho osato di più: volevo lavorare in ufficio con papà. Fui accontentata, anche se dovetti accettare un lavoro part-time, nel pomeriggio, quando l’ufficio non era aperto al pubblico. È stata un’esperienza utilissima: decisi allora che il lavoro di segretaria non faceva per me. La mia vita doveva essere votata all’insegnamento, ne ero certa.

Nell’estate dei miei diciassette anni (mi avviavo comunque verso la maggiore età, essendo nata in ottobre) tentai l’impresa più ardita: niente lavoretti “precari”, niente lavoro d’ufficio in famiglia, volevo fare qualcosa che spezzasse il cordone ombelicale e nel contempo si avvicinasse al lavoro che ero certa di fare in futuro. Fu così che mi ritrovai a fare l’assistente in una colonia al mare. Fu l’esperienza più traumatica della mia vita.

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[immagine dal sito linkato; logo blog “Scuola di Vita” © Corriere.it]

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Da piccola preferivo parlare ... oggi mi piace scrivere

Pubblicato il 7 aprile 2015, in famiglia, giovani d'oggi, Lavoro, scuola con tag , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

  1. Molto interessante la tua riflessione. Un abbraccio super prof!

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