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#COVID19: COME AVVERRÀ LA RIAPERTURA DELLE SCUOLE A SETTEMBRE?


Se dovessi rispondere in modo onesto alla domanda posta dal titolo potrei dire: non lo sappiamo. E potrei chiudere qui il post, il più breve nella storia di questo blog.

Visto che da settimane leggo proteste provenienti da ogni dove (genitori e no) riguardo al fatto che sono riprese varie attività (bar, ristoranti, spiagge, palestre… oltre a tutte le attività commerciali) ma la scuola è rimasta chiusa, inesorabilmente fino al termine previsto dai calendari regionali, sento l’esigenza di chiarire alcuni fatti, anche di natura legale, che non permettono di equiparare la scuola, pubblica o privata che sia, a qualsiasi attività economica.

La scuola non interessa nessuno, tanto non produce nulla in termini economici.

Questa è la prima affermazione cui vorrei controbattere. La scuola, in realtà, produce qualcosa che non può essere monetizzato: la cultura, l’istruzione, l’educazione di bambini e ragazzi su cui l’istituzione ha delle grosse responsabilità. Spero siano passati i tempi in cui quel politico che non voglio nemmeno nominare disse che con la cultura non si mangia. Certo, se la consideriamo in senso stretto è vero, ma la cultura permette a chiunque di potersi preparare e formare per il mestiere o la professione che da adulto svolgerà. La scuola non è un fast food, un mangia e fuggi, ha bisogno dei suoi tempi. La scuola e l’università sono luoghi in cui si semina e si raccoglie, ma soprattutto luoghi in cui si prepara quel buon raccolto per cui ciascuno, con impegno e dedizione, ha lavorato.
Quindi, se la scuola è rimasta chiusa non è perché non produce o perché a nessuno interessa il suo buon funzionamento. La sospensione delle attività didattiche in presenza (questo è il modo corretto di interpretare la “chiusura delle scuole” di ogni ordine e grado a causa del Coronavirus) è stata una decisione dolorosa ma quanto mai necessaria. La tutela della salute degli studenti e di tutto il personale scolastico è un dovere, sancito dalla Costituzione. L’articolo 32 recita: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. Cos’è la scuola se non una collettività?

Sì, ma la Costituzione deve garantire anche il diritto allo studio.

Vero, tant’è che, sebbene la DAD sia partita in sordina, grazie alla buona volontà di migliaia di scuole che si sono subito attivate soprattutto per non perdere il contatto con gli studenti, per non lasciarli soli e per non dare l’idea che la sospensione delle lezioni potesse essere considerata vacanza, poi con il D.P.C.M. del 4 marzo 2020 è diventata attività obbligatoria. Scelta discutibile, è vero, considerando che non c’era stata la dovuta formazione dei docenti, la DAD non è prevista dal CCNL, non era accessibile a tutti (sto parlando anche dei docenti che non sono obbligati per contratto ad avere pc, webcam, connessione efficiente a casa propria), senza parlare dei problemi di privacy che il Garante ha pensato di liquidare al più presto con l’obbligo da parte delle famiglie di firmare la liberatoria.
Tutto ciò deve far pensare che la scuola non si è mai fermata. Ciò è confermato dal fatto che l’O.M. 11 del 16 maggio 2020 chiarisce che le attività svolte in DAD dovevano essere regolarmente valutate, pur con l’obbligo di promuovere tutti gli studenti. Cos’altro sarebbe stato possibile fare? Annullare un anno scolastico, danneggiando chi si è sempre impegnato e ha continuato a farlo con senso di responsabilità? Se davvero si fosse optato per l’annullamento dell’a.s. 2019/20, allora si sarebbe violato l’articolo 34 della Costituzione che garantisce il diritto allo studio.

Il Covid19 ormai non è più un problema, a settembre si può tornare in classe anche senza rispettare distanziamento e protocolli di sicurezza.

Questa è un’affermazione sbagliata e quantomai arrogante. Gli italiani, sempre pronti a esprimersi sul campionato di calcio, criticando le scelte di allenatori e arbitri, all’improvviso sono diventati esperti virologi.
Anche se i contagi sono in diminuzione, le terapie intensive fortunatamente si stanno svuotando e, nonostante la ripresa di molte attività, non si è vista una nuova esplosione come ventilato dagli stessi esperti, il virus c’è e non sappiamo quale potrà essere l’evoluzione nei prossimi mesi. Ciò non significa che dobbiamo vivere nel terrore, ci mancherebbe. Ma sottovalutare un nemico invisibile come il Covid19 è da irresponsabili.
Nel mondo la pandemia non si è affatto fermata (vedi Brasile, in generale l’America Latina, l’India, il recente nuovo focolaio in Germania) e, anche se certi esperti (purtroppo sono in grande disaccordo quindi non si sa davvero a chi credere) affermano che il virus si sia attenuato per motivi climatici, come l’innalzamento delle temperature, non sappiamo cosa succederà in autunno. Riaprire le scuole senza restrizioni, cosa comunque sconsigliata dallo stesso CTS, potrebbe portare, entro qualche settimana, a una nuova chiusura che metterebbe in seria difficoltà non solo la scuola stessa (la DAD, tanto vituperata, dovrebbe essere nuovamente ripresa) ma anche le famiglie che, di punto in bianco, si troverebbero nuovamente in emergenza con i figli a casa. E si sa, la scuola fa comodo come babysitting…

Oltre a ciò, non si può sottovalutare la responsabilità dei Dirigenti Scolastici che devono garantire la tutela della salute del personale docente e non docente e, soprattutto, degli studenti, valutando i rischi e mettendo in atto adeguate misure di protezione per evitare la diffusione del Coronavirus nelle classi. Quindi, la questione ha un carattere legale affatto trascurabile.

Hanno riaperto bar, ristoranti, palestre, teatri, cinema… solo la scuola non riapre.

Ed eccoci all’obiezione che personalmente odio di più. In primo luogo, perché sembra che siano i docenti a non voler riprendere le lezioni regolari. Non c’è nulla di più falso, anche perché la DAD è costata talmente tanta fatica che tutti noi vorremmo ritornare in aula, davanti ai nostri 26-28-30 allievi, se non di più, e abbandonare le lezioni a distanza che ci hanno visti impegnati per tre mesi davanti al pc, a volte 12 ore al giorno, 7 giorni su 7.
In secondo luogo perché chi si esprime in quei termini, non capisce che la scuola è un servizio che viene offerto ai cittadini e comprende ben 10 anni di frequenza obbligatoria. Quindi, è un servizio che lo Stato deve garantire come diritto allo studio e nello stesso tempo è un dovere per i bambini e i ragazzi fino al compimento del 16° anno di età.
Non mi risulta che bar, ristoranti, palestre, teatri e cinema, solo per fare alcuni esempi, prestino un servizio statale per di più obbligatorio nei confronti di minorenni. Insomma, se uno vuole farsi un aperitivo, mangiare una pizza, tenersi in forma, godersi uno spettacolo teatrale o cinematografico può farlo come libera scelta, nessuno lo obbliga. La scuola, invece, è obbligatoria.
Non solo, nei bar, ristoranti ecc. non si entra in massa, tutti nello stesso momento, tant’è vero che in quasi tutti i casi (forse ad esclusione dei bar) è necessaria una prenotazione, proprio per evitare la folla di persone che si riversa in quei luoghi nello stesso momento.
A scuola, quando suona la campanella, di solito la lezione inizia per tutti e ci sono scuole che hanno più di 1000 iscritti, qualcuna anche più di 2000. Chi obietta mi deve spiegare come si può far entrare in sicurezza una tale massa di persone, senza creare assembramenti.
Mettiamo pure che si risolva il problema con l’entrata scaglionata (che già di per sé comporta una dilatazione dell’orario scolastico con classi che iniziano e finiscono la mattinata in orari diversi, con ripercussioni evidenti anche sull’orario dei docenti), una volta che 28-30 allievi fanno ingresso in aula, come si fa a garantire il distanziamento previsto dai protocolli del CTS?

Mascherine no, plexiglas no, metà classe no… tutti questi no, che paiono alquanto imperativi, non sono accettabili.

Partendo dalla considerazione che le classi intere non possono fare ingresso a scuola come se nulla fosse successo, dividere le classi a metà appare la soluzione più logica. Non servirebbero né mascherine né divisori in plexiglas, basterebbe la distanza giusta a prevenire i contagi. Naturalmente con tutta una serie di precauzioni: consumare la merenda al banco perché la “libera circolazione” degli studenti nelle aree comuni imporrebbe l’uso della mascherina (come avviene nei luoghi chiusi anche adesso) e mangiare con addosso la mascherina sarebbe impresa ardua, la sanificazione dei servizi ogni volta che vengono usati, l’obbligo di arieggiare spesso le aule (come la mettiamo con finestre che spesso stanno su per miracolo?), di passare l’igienizzante su cattedra, sedia, pc di classe, cancellino… ogni volta che un docente finisce la lezione, oltre al fatto che evidentemente le entrate e le uscite debbano essere scaglionate. Tutto ciò comporterebbe un aumento di personale ausiliario che pare il MI abbia già previsto. Fortunatamente, aggiungo, visto che in un primo tempo sembrava che la pulizia fosse un atto dovuto per ciascun docente.

Metà classe significa il doppio dei docenti? Nossignori, di assumere personale docente, se non per il turn over, non se ne parla.

A parte il fatto che se io ho seguito per 4 anni un gruppo classe, non mi andrebbe di lasciarne metà nelle mani di un altro insegnante, né credo che ciò farebbe piacere ai ragazzi. Che faccio? Li scelgo uno ad uno, mi prendo i migliori? Oppure i più deboli che hanno bisogno di una guida sicura, da parte di chi li conosce già da tempo? Non è difficile capire che la soluzione non sarebbe ideale.

Metà classe significa che ci daranno il doppio delle aule?

Su questo vorrei glissare perché mi viene da ridere. I Dirigenti Scolastici da tempo invocano più spazi, proprio in previsione di un ritorno in aula non regolare. Purtroppo, però, lo Stato non può intervenire direttamente e delega Comuni, UTI, enti locali dai quali provengono, almeno per quanto ne sappia, le proposte più variegate e stravaganti. Potete andare a fare lezione in qualche teatro, cinema, stadio, padiglione della Fiera… Ora, non voglio sembrare schizzinosa o irriconoscente nei confronti di tanta buona volontà, ma tali proposte comportano dei problemi almeno per due motivi: logistici e pratici. Innanzitutto, bisogna vedere se gli enti proprietari sono disposti a una riconversione semi-permanente degli spazi messi a disposizione. In secondo luogo, quanto costerebbe tutto ciò? A chi spetterebbero gli oneri? A queste domande non ho una riposta, purtroppo. È tutto molto complicato.

Molte delle soluzioni proposte non tengono in alcun conto il problema logistico. Avere una succursale, sebbene provvisoria, a 8-10 km dalla sede centrale comporterebbe non solo delle difficoltà nella gestione dell’orario dei docenti e del loro trasferimento da una sede all’altra (insomma, non siamo mica obbligati ad avere un’automobile…) ma sarebbe complicato spostarsi anche per gli stessi studenti, specialmente i pendolari che nemmeno conoscono bene la città in cui ha sede la scuola. Senza contare che, almeno per l’utenza, sarebbe indispensabile la collaborazione da parte delle aziende dei trasporti che, a quanto ne sappia, non sono nemmeno tanto disponibili a ritoccare gli orari, tant’è che molti studenti hanno dei permessi permanenti di entrata posticipata e uscita anticipata proprio a causa dei mezzi di trasporto. Ovviamente sto parlando della realtà in cui vivo, non so quali siano le problematiche delle altre città, specie le più grandi.

Fate quello che volete ma basta con la Didattica a distanza!

Ecco l’ultima fastidiosa obiezione che giocoforza ho dovuto lasciare alla fine, dopo aver tentato di spiegare per quali motivi la ripresa a settembre sarà un vero rompicapo.
Riprendiamo in considerazione il fatto che le classi saranno quasi inevitabilmente divise a metà. Di ciò dobbiamo ringraziare i governi del passato che, a suon di tagli, hanno creato le cosiddette classi-pollaio e accorpato scuole per risparmiare sugli stipendi di dirigenti e docenti. Più allievi per classe significa meno docenti e quindi meno stipendi da pagare; accorpare le scuole significa diminuire il numero di dirigenti. Un bel risparmio.
Mai come in questo periodo, a causa del Covid19, ci si è resi conto di quanto sia stato deleterio operare tagli indiscriminati su Sanità e Scuola (a questo proposito vi invito alla lettura di un interessante editoriale di Guido Tonelli, pubblicato tempo fa sul Corriere della Sera). Oggi ne stiamo pagando le conseguenze e la soluzione, se per la Sanità in parte è stata trovata con l’assunzione straordinaria di personale medico e paramedico, sembra che per la Scuola non sia sentita come necessità impellente: in fondo, non salviamo vite

Quindi, se metà classe starà in aula, l’altra metà (con la dovuta turnazione) dovrà seguire le lezioni a distanza. Qualunque sia il modello di didattica mista che ogni scuola sceglierà, la DAD non potrà scomparire, almeno non dalle scuole secondarie di secondo grado. Le linee guida divulgate ieri dal Ministro dell’Istruzione “salvano”, almeno questo è l’intento, solo i bambini delle primarie. Per il resto, dovremo arrangiarci ed è necessario che i genitori si mettano il cuore in pace.

L’atteggiamento assunto dal Ministero, che viene letto come “arrangiatevi, fate quel che potete”, non è del tutto illogico. Lo Stato non conosce le varie realtà scolastiche e, anche per ciò che riguarda l’aspetto sanitario, le regioni possono avere situazioni diverse, quindi proporre un modello uguale per tutte le scuole del territorio nazionale sarebbe assurdo. Diciamo che la proposta di soluzioni diverse avrebbe potuto essere argomento di discussione fin da subito, almeno dal momento in cui era chiaro che non saremmo tornati a scuola entro giugno. La latitanza del Governo c’è stata, inutile negarlo. Ora possiamo solo attendere gli eventi, facendo tesoro dell’esperienza e sperando che agli errori del passato ora si possa porre rimedio guardando al futuro.

Sarà una lunga estate e per nulla tranquilla, temo.

[immagine da questo sito]

CORONAVIRUS, SANATORIA DI FINE ANNO: COME AVVERRÀ IL RECUPERO?

Orizzonte Scuola ha pubblicato una mia lettera. Ecco il testo.

Spett.le Redazione di Orizzonte Scuola, insegno in un liceo e, come tutti i docenti, mi sto chiedendo come finirà questo disgraziato anno scolastico.

Ci sarà sicuramente una sanatoria – brutta parola, lo ammetto, ma è l’unica adatta alla contingenza -, tutti gli allievi saranno promossi a giugno, anche perché la sospensione delle attività didattiche è sopraggiunta a un mese dagli scrutini intermedi (poi l’autonomia scolastica porta gli istituti a determinare la suddivisione dell’anno scolastico in periodi di diversa durata rispetto al classico “quadrimestre”). Non solo gli studenti non hanno avuto modo di recuperare le materie insufficienti del primo periodo, ma è molto probabile che alcuni, forse molti, accumulino lacune su lacune nella convinzione che tanto quest’anno è andato così.

Una delle problematiche della DAD è sicuramente la valutazione. Come si fa a interrogare durante una videolezione o proporre un compito scritto se non sappiamo di quali aiuti possono disporre? È evidente che i voti che saremo costretti a dare a giugno valuteranno più l’impegno, la partecipazione, la puntualità nell’eseguire i compiti, il rispetto delle consegne… insomma, verrà valutata l’efficacia formativa delle nostre azioni più che l’apprendimento reale. In fondo, anche il ministro stesso ha detto che bisognerà tenere conto delle competenze acquisite più che delle conoscenze. Diciamo che da questo punto di vista la DAD ha un suo perché.

La promozione immeritata, però, non deve essere sottovalutata. Sappiamo quanto sia difficile per molti ragazzi colmare le lacune in tempo di “pace”, figuriamoci in tempo di “guerra”. Non solo, una volta ottenuta la promozione, a chi interessa realmente quanto ha appreso e come lo ha appreso? Non a tutti gli studenti è chiaro che ci sono discipline che non ammettono lacune (penso alle lingue, compreso il latino che insegno, la matematica, la fisica) le quali, se permangono, impediscono l’apprendimento degli argomenti successivi.

Ricordo i tempi in cui gli esami di riparazione furono aboliti. Era il 1995 e con il Decreto Legge del 28 giugno, n. 253, successivamente convertito in legge l’8 agosto dello stesso anno si stabilì che gli allievi potevano essere promossi a giugno, nonostante la presenza di qualche lacuna in una o più discipline, purché si presentassero puntuali a frequentare, nella fase iniziale delle lezioni, le attività per essi previste nella programmazione di classe. Poi la preparazione veniva verificata entro ottobre (naturalmente l’autonomia scolastica anche allora concesse un po’ di libertà) con delle prove di accertamento.

E se non recuperavano le insufficienze? Non succedeva nulla, continuavano a frequentare, talvolta venivano proposte altre prove di accertamento, però a giugno si teneva nel debito conto il mancato impegno nel recupero e il permanere delle lacune nelle materie le cui insufficienze erano state condonate l’anno precedente.

Credo che nella situazione attuale si potrebbe agire in questo modo. Naturalmente affidandoci al senso di responsabilità degli allievi e sperando che anche in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo non trascurino lo studio per non arrivare a giugno con 4 o 5 insufficienze.

LINK all’articolo originale, da cui è tratta l’immagine.

EMERGENZA #CORONAVIRUS E DIDATTICA A DISTANZA: IL DIGITAL STORYTELLING

PREMESSA

L’emergenza #coronavirus ha imposto la didattica a distanza soprattutto per cercare di far mantenere agli studenti, di ogni età, il rapporto con la scuola. Anche a detta del ministro Lucia Azzolina, non è importante il regolare svolgimento delle lezioni, cosa di fatto impossibile, ma «la didattica a distanza è l’unico modo, al momento, per garantire il diritto allo studio degli studenti».

Certo, è molto difficile chiamarla “scuola” perché la scuola vera, quella che si frequenta in un’aula scolastica, non si riduce a una mera trasmissione di contenuti, condivisione di materiali e assegnazione di compiti da svolgere, ma si fonda anche sulle relazioni interpersonali che sono irrinunciabili nella dinamica insegnamento-apprendimento.

Tuttavia, è anche vero che la sospensione delle lezioni è destinata a prolungarsi, almeno stando alle ultime notizie. Qualcosa si deve pur fare, anche rivedendo le programmazioni individuali e/o di dipartimento d’inizio anno. Diciamo che la didattica a distanza, a prescindere dagli strumenti e metodi che ogni docente è libero di applicare (non dimentichiamo che questa metodologia didattica non è un obbligo contrattuale, tant’è vero che anche il ministro del MIUR ha recentemente fatto appello alla “morale” degli insegnanti), fornisce a docenti e discenti l’occasione per mettere in campo competenze diverse rispetto a quelle consolidate da tempo.

CHE COS’È IL DIGITAL STORYTELLING?

“Raccontare delle storie” a scuola – anche attraverso le lezioni a distanza – si può. Presentare degli argomenti in modo accattivante utilizzando molte piattaforme che il web ci offre, è certamente una valida alternativa alle videolezioni che molti docenti, di tutte le scuole italiane, stanno utilizzando proprio per mantenere un legame con i propri studenti e, nello stesso tempo, cercare di non perdere tempo e svolgere, nel limite delle possibilità, i programmi che dal 23 febbraio hanno subito uno stop.
Non solo, anche gli studenti, una volta presa confidenza con questi strumenti, possono creare delle “storie digitali” divertendosi.

STRUMENTI DA UTILIZZARE

Ci sono molte piattaforme che possono essere utilizzate nel Digital Storytelling. Quelle che di seguito suggerisco sono tutte free, in alcuni casi richiedono il pagamento di opzioni che non sono affatto indispensabili per il lavoro da svolgere.

SPARK ADOBE per la creazione di post, page e video. QUI una pagina illustrativa e un video tutorial

BOOKCREATOR per la creazione di e-book (il testo può essere integrato con immagini, suoni e video). La pagina contiene anche un video tutorial per utilizzare lo strumento ma è davvero molto semplice! Attenzione: funziona con vari dispositivi ma con pc solo se è installato Crome per la navigazione.

OURBOOX per la creazione di e-book, meno versatile, a mio parere, rispetto a BookCreator.

STORY JUMPER sempre per creare e-book. QUI il video tutorial.

STORYBOARD THAT è uno strumento con cui “raccontare storie” attraverso i fumetti… per tutte le età! QUI un video tutorial

VOKI simile a Stoyboard That ma più interattivo (possibile aggiungere testi parlati). L’unico limite è la durata dei video che si possono produrre che è davvero molto limitata. QUI video tutorial

ANIMOTO per la creazione di video. QUI video tutorial

THINGLINK per costruire mappe interattive. QUI un video tutorial

KNIGHT LAB in alternativa a Thing LinK per creare mappe interattive. QUI un video tutorial (in inglese!).

AVVERTENZE

È molto importante la scelta delle immagini (specialmente se si vuole rendere pubblico il lavoro fatto… non indispensabile ma perché rinunciare se il risultato è bello?). Posto qua sotto il video tutorial che può servire per orientarvi facilmente nella scelta delle immagini senza incorrere nella violazione del copyright.

UN’ULTIMA SEGNALAZIONE: un sito interamente dedicato al digital storytelling da cui si possono trarre molti spunti.

BUON LAVORO A TUTTI!

LA SCUOLA (A DISTANZA) AI TEMPI DEL #CORONAVIRUS


L’emergenza COVID-19, in atto ormai da più di due settimane in alcune regioni italiane, e che negli ultimi giorni ha coinvolto tutta la penisola nella sospensione delle attività didattiche (non chiusura, è bene sottolinearlo), ha costretto famiglie, studenti e docenti a rivedere il loro rapporto con la scuola. Cosa si sta facendo? Cosa si può o si deve fare? Come si deve gestire la didattica a distanza? In che modo reagiscono le famiglie a questa novità? In che modo gli studenti?

Chiariamo subito che mi limiterò a parlare delle scuole secondarie di secondo grado la cui gestione dell’emergenza è sicuramente più semplice perché gli “utenti” (che brutta parola!) sono ragazzi di età compresa tra i 14 e i 18-19 anni, quindi gestibili facilmente. Il discorso è senz’altro diverso per le scuole frequentate dai più piccoli (dal nido alla primaria, passando per la scuola materna) perché le scuole sono anche il luogo in cui i figli passano molte ore al giorno, agevolando la loro gestione in famiglia. Ma anche le famiglie degli alunni che frequentano la scuola media sicuramente ora si trovano in difficoltà, visto che l’età dei ragazzi è ancora troppo giovane per poterli lasciare da soli a casa.

Insomma, per quanto non ami descrivere la scuola come un parcheggio, bisogna ammettere che l’emergenza in atto può comportare seri problemi di custodia dei piccoli. Non tutti i nonni sono disponibili, non tutte le mamme fanno le casalinghe, non sempre è facile trovare delle babysitter e comunque si tratta di un costo aggiuntivo cui molti genitori non possono far fronte.

Il governo in questi giorni sta cercando di venire incontro a queste difficoltà (contributo per il babysitting, congedi parentali…) ma sappiamo tutti che il welfare in Italia non è minimamente paragonabile ai Paesi del nord Europa, quindi è meglio non aspettarsi nulla di veramente efficace né tanto meno di risolutivo.

Tuttavia, con questo post vorrei soffermarmi sulla didattica a distanza che il ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina ha caldamente raccomandato negli ultimi giorni. Un’intera pagina del sito ministeriale è dedicata all’emergenza #coronavirus (LINK).

Nel DECRETO DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI 4 marzo 2020 (QUI potete leggere l’intero documento) si legge:

I dirigenti scolastici attivano, per tutta la durata della sospensione delle attività didattiche nelle scuole, modalità di didattica a distanza avuto anche riguardo alle specifiche esigenze degli studenti con disabilità.

La differenza tra questo Decreto e gli altri pubblicati nelle settimane scorse, riguardanti solo alcune regioni italiane, è che la dicitura “possono attivare…” per i dirigenti diventa un obbligo (“attivano”). Naturalmente ciò non significa che tutti i docenti debbano attivarsi per la didattica a distanza o, per meglio dire, non sono obbligati a mettere in atto particolari strategie utilizzando chissà che strumenti tecnologici. Infatti, un insegnante in teoria può limitarsi ad assegnare dei compiti da svolgere e degli argomenti da studiare dal manuale in adozione (anche in modo autonomo), utilizzando il registro elettronico (ormai credo sia una realtà diffusa in tutte le scuole) oppure comunicando con le famiglie attraverso la posta elettronica.

Ora mi chiedo: se un docente (non dimentichiamo che in Italia l’età media supera i 50 anni) non ha dimestichezza con chissà quali strumenti tecnologici, è comunque costretto a imparare in fretta e senza un’adeguata formazione? Direi di no. Quindi chi si limita a comunicare “le cose da fare” agli studenti o ai genitori, credo possa assolvere al compito che gli è stato affidato.

In questo caso, però, non si tratta di didattica a distanza.

La didattica a distanza, infatti, è molto complessa. Sul web sono reperibili strumenti di vario tipo, più o meno accessibili a tutti. Molte scuole utilizzano la piattaforma Gsuite che offre la possibilità di sfruttare risorse utili (Classroom, Meet, Hangouts) ma non tutti sono in grado di usarle. [maggiori informazioni QUI]

C’è anche da mettere nel debito conto il fatto che non tutte le famiglie hanno un pc o una connessione (soprattutto efficiente), perché ormai quasi tutti usano lo smartphone con la connessione offerta dal gestore telefonico che ha comunque dei limiti e in qualche caso è costosa. Aggiungiamo il fatto che molti genitori non vorrebbero vedere i propri figli tutto il giorno connessi e non sempre riescono a controllare che essi svolgano davvero le attività assegnate e non si perdano in giochi poco istruttivi. Questo timore è tanto più grande quanto più piccoli sono i figli.

Insomma, la questione è delicata e la gestione della didattica a distanza è tutt’altro che semplice. In questi giorni ho assegnato un compito per classe (che è il minimo, direi). Ma mentre in classe la correzione dei compiti è collettiva e porta via al massimo un’ora (ma il più delle volte molto meno), ora mi trovo 76 compiti da correggere e arrivano quasi tutti in massa, alla scadenza indicata.

E vogliamo parlare delle valutazioni? Come si fa a somministrare a distanza verifiche soggette a valutazione? Non sappiamo quanto tempo ci impiegano e l’organizzazione in tal senso è molto importante: se per un compito di latino concedo un’ora e a casa gli studenti impiegano il triplo del tempo, non posso valutare quel parametro particolare. Inoltre come facciamo a sapere se le verifiche a distanza vengono svolte senza aiuti? Impossibile.

Ma accanto a tutte le questioni di ordine tecnico, quello che manca a tutti, docenti e studenti, in questo periodo, è quel mondo di relazioni che la scuola costituisce al di là dei doveri cui ogni componente può rispondere attraverso la didattica a distanza. E’ vero che a volte le relazioni sono difficili, faticose. Ma è anche vero che la comunicazione asettica (rimanendo in tema…) attraverso fogli elettronici e messaggi on line non può sostituire la comunicazione interpersonale dal vivo.

«Non c’è speranza di gioia ad eccezione che nelle relazioni umane.» (Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe)

[immagine da questo sito]

#MATURITÀ2020: LE MATERIE DELLA SECONDA PROVA SCRITTA E I COMMISSARI ESTERNI

Con un video su Instagram, il ministro dell’Istruzione, Lucia Azzolina, ha reso noto il decreto con le indicazioni sulle materie per la seconda prova della maturità prevista per giugno prossimo.

Le materie
Le materie del secondo scritto annunciate oggi sono state scelte fra quelle caratterizzanti ciascun percorso di studi. La prova anche quest’anno, come già nel 2019, sarà multidisciplinare, fatta eccezione per i corsi di studio che hanno una sola disciplina caratterizzante.

“Ragazze e ragazzi, eccoci qui, oggi è il giorno in cui conoscerete esattamente le materie della seconda prova. So che le aspettavate con impazienza perché mi avete scritto in tantissimi. Voglio essere io personalmente a dirvi quali saranno alcune di queste materie, le altre le troverete sul sito del Ministero dell’Istruzione”. Così si apre il video della Ministra rivolto agli studenti.

“Per una volta voglio cominciare dai Professionali”, sottolinea Azzolina, che poi elenca le principali discipline. Per l’indirizzo Enogastronomia e ospitalità alberghiera, articolazione Enogastronomia, le materie della seconda prova saranno Laboratorio di servizi enogastronomici-cucina e Scienza e cultura dell’alimentazione. All’Istituto per i Servizi per l’agricoltura, i ragazzi avranno Valorizzazione delle attività produttive e legislazione di settore ed Economia agraria e dello sviluppo territoriale. Al Tecnico per il Turismo ci saranno Discipline turistiche e aziendali e Lingua inglese. Al Tecnico indirizzo Informatica, Sistemi e reti e Informatica.

Per il Liceo scientifico, le materie saranno Matematica e Fisica. Per il Classico, Greco e Latino. Al Liceo delle Scienze umane, opzione Economico-sociale, ci saranno Diritto ed Economia politica e Scienze umane.

“Per conoscere tutte le altre materie collegatevi con il nostro sito dove trovate anche le prime informazioni sulla prova orale”, prosegue la Ministra. Quest’anno, infatti, non ci sarà, all’inizio del colloquio, il sorteggio fra tre buste, previsto invece lo scorso anno per dare avvio alla prova: “La vostra commissione – spiega Azzolina – predisporrà il materiale da cui far partire il vostro orale che valorizzerà al massimo il vostro percorso di studi”.

Il colloquio sarà pluridisciplinare. Ciascuna commissione predisporrà, come spiegato dalla Ministra, i materiali di partenza da sottoporre agli studenti (potranno essere un testo, un documento, un’esperienza, un progetto, un problema). Il lavoro dei commissari si baserà su quanto studiato dai ‘maturandi’ nel loro percorso: farà fede il documento predisposto dai docenti di classe. Niente sorteggio fra le buste, dunque. Al momento dell’inizio della prova, la commissione sottoporrà uno spunto al candidato, che rappresenterà, comunque, solo un momento di avvio del colloquio.

Il Ministero nei prossimi giorni pubblicherà ulteriori materiali, anche pensati per i canali social, per rispondere alle domande che gli studenti stanno ponendo alla Ministra, scrivendole su Facebook e Instagram.

Nel decreto pubblicato oggi sono individuate anche le materie affidate ai commissari esterni.

LINK DELLA FONTE

CERCA LA MATERIA CHE TI INTERESSA>>>

CERCA I COMMISSARI ESTERNI>>>
[pagina in aggiornamento]

PRONTI PER LA #MATURITÀ2018? SÌ, MA SENZA LO SMARTPHONE (E ALTRE DIAVOLERIE TECNOLOGICHE)


Come ogni anno l’Esame di Stato del II ciclo (noto ai più con l’etichetta “di maturità” che, però, è stata abolita fin dal 1997) è stato anticipato da una circolare del MIUR, diramata in tutte le scuole superiori, che riguarda l’uso dei dispositivi tecnologici. Viene confermato “il divieto tassativo per maturande e maturandi, nei giorni delle prove scritte, di utilizzare cellulari, smartphone, PC e qualsiasi altra apparecchiatura elettronica in grado di accedere alla rete o riprodurre file e immagini, pena l’esclusione dall’Esame”.

Nei licei e istituti in cui avrà luogo domani, 20 giugno 2018, la prima prova scritta dell’Esame di Stato conclusivo, dovrà anche essere disattivato qualunque collegamento della scuola con la rete Internet e dovranno essere resi inaccessibili aule e laboratori di informatica, nonché qualunque tipo di personal computer collegato o collegabile alla rete.

Non si tratta di una novità perché da molti anni, pur considerando nel frattempo il progresso delle nuove tecnologie, questo divieto esiste e la punizione per i trasgressori è severissima: chi viene colto in flagrante, infatti, non potrà più continuare l’esame.

Eppure, immancabilmente a poche ore dalla lettura delle tracce della prima prova vengono diffusi i testi e in molti siti prolificano le tracce svolte. Ciò vale, naturalmente, anche per la seconda prova scritta che cambia a seconda dell’indirizzo di studi.

Gli studenti, insomma, non sembrano affatto intimoriti dall’eventuale punizione. Certi studenti, almeno. Eppure le commissioni procedono al ritiro dei telefonini prima dell’inizio delle prove. Quanto agli altri dispositivi, un tablet o un notebook non sono certamente facili da nascondere. Ma allora come fanno? Se poi la rete dell’istituto scolastico è disconnessa, è chiaro che devono possedere dispositivi dotati di connessione propria.

Un sito molto frequentato dagli studenti, Studenti.it, qualora ce ne fosse bisogno ha pubblicato recentemente un post in cui si elargiscono consigli su come “fregare” la commissione e consultare indisturbati il proprio dispositivo.

La classica “furbizia”, più che collaudata durante le prove scritte in classe, è quella di consegnare un vecchio cellulare alla commissione tenendosi in tasca lo smartphone di ultima generazione che potrà tornare utile durante le pause ai servizi. Poi c’è lo smartwatch che sicuramente i commissari d’esame non sanno distinguere da un orologio normale e che si rivelerà fonte di utili suggerimenti stando comodamente seduti al proprio banco.

A questo punto faccio due considerazioni:

1. I responsabili di un sito che dà consigli su come trasgredire a delle disposizioni ministeriali dovrebbe essere denunciato per istigazione a delinquere.

2. Se un sito, complice l’audace maturando di turno, pubblica fotografie dei testi delle tracce e svolgimenti e soluzioni varie prima della conclusione dell’esame (che dura 6 ore), dovrebbe essere oscurato per almeno 30 giorni. In caso di recidiva, una bella multa da 1000 euro minimo e la chiusura definitiva del sito.

Forse posso sembrare troppo rigida ma i giovani devono imparare che nella vita le cose si conquistano con l’impegno e la fatica. Le regole vanno rispettate e cercare i sotterfugi non fa di certo crescere.

Ah già, l’esame non si chiama più di “maturità”. I diciannovenni hanno ancora tanta strada da fare per diventare adulti.

[immagine da questo sito]

UN MILIONE (E PIÙ) DI GRAZIE!


Cari lettori, abituali e di passaggio, ho il piacere di annunciare che questo blog, nato il 5 luglio 2011, ha superato un milione di visualizzazioni (attualmente siamo arrivati a quota 1.002.415).

Il post che sto scrivendo, dunque, ha un duplice scopo: quello di festeggiare il 6° compleanno e quello di celebrare, se così si può dire, l’importante traguardo. A dire il vero, entrambi i fatti sono passati inosservati, anche perché questo è un periodo un po’ complicato per me. Tuttavia, voglio condividere con voi la gioia del traguardo e, anche se negli ultimi tempi ho trascurato un po’ il blog e anche i lettori abituali si sono allontanati, sono molto orgogliosa di essere riuscita a portare avanti questo progetto che riguarda anche molte pagine (quindi non solo articoli pubblicati periodicamente) di grande interesse e utilità per tutti i lettori, in particolar modo gli studenti. Purtroppo, però, le pagine passano sempre in secondo piano, dato che non sono immediatamente visibili sulla homepage e anche chi mi segue e riceve le notifiche per e-mail non viene avvisato circa la pubblicazione delle “pagine”.

Ad ogni modo invito tutti a leggere qualcosina, a seconda dell’interesse di ognuno, sulla lingua e la letteratura italiana e latina. Oppure potete leggere qualcuna delle mie “Pagine d’Epica” se ancora non l’avete fatto. A breve aprirò una nuova sezione sulla Storia, sempre un poi’ trascurata a scuola…

Grazie mille e buona estate a tutti.

DAREDEVIL SELFIE IN GITA SCOLASTICA: IL DIRIGENTE ANNULLA I VIAGGI DI ISTRUZIONE


Un modo sciocco per sfidare la morte. Una moda insensata sempre più diffusa. Si chiama daredevil selfie e consiste nel farsi un autoscatto (esiste ancora, sapete, questo termine nel dizionario!) in situazioni pericolose. C’è chi lo fa sui binari con il treno in arrivo, chi si immortala al volante percorrendo l’autostrada a velocità folle, chi mentre prende al volo lo skilift e chi con un’arma puntata alla tempia, stile roulette russa, sfida la sorte. Solo qualche esempio, il tutto all’unico scopo di guadagnarsi qualche like sui social network. Perché, va da sé, questi selfie poi vanno rigorosamente condivisi. Prodezze da ammirare, insomma.

Ma se il daredevil selfie viene scoperto da un dirigente scolastico e riguarda il comportamento degli studenti in viaggio con la scuola, allora sono guai. Se il dirigente in questione si chiama Aldo Durì, i guai sono molto seri.

Il dirigente Durì è a capo dell’Isis di Cervignano del Friuli (Udine) e fa spesso parlare di sé sui quotidiani locali per la sua rigidità e rigore. In passato aveva imposto un dressing code (su cui concordo al 100%) che metteva al bando bermuda e canotte, sconsigliando l’uso degli infradito. Poco gradita a questo dirigente anche l’amicizia tra docenti e studenti su Facebook (e anche su questo concordo), se non vietata almeno sconsigliata. Più recentemente ha puntato il dito sull’uso sconsiderato di WhatsApp da parte delle famiglie: secondo Durì, i gruppi nati su WhatsApp permettono che «alcuni docenti siano accusati delle più diverse malefatte senza potersi difendere in un confronto franco e leale. In questo modo si crea un clima avvelenato, che non favorisce la convivenza all’interno delle classi e neppure i rapporti tra scuola e famiglia». Da qui l’appello a non veicolare in questo modo maldicenze varie in favore di un dialogo più costruttivo tra le componenti scolastiche.

Insomma, questo preside che forse non tutti vorrebbero avere ma che senza ombra di dubbio sta tentando di mettere un po’ d’ordine nel suo istituto, ultimamente ha dovuto fare i conti con un daredevil selfie scattato da uno studente in viaggio di istruzione all’estero. Il ragazzo si è immortalato mentre era seduto sul davanzale della finestra della camera d’albergo, situata al quarto piano, con le gambe a penzoloni. Non solo, pare che altri compagni si siano cimentati nella “prodezza” di scavalcare le finestre delle camere in cui erano alloggiati per raggiungere i compagni nelle stanze vicine. Questa prodezza, immancabilmente postata sui social, ha però ottenuto prodotto un effetto molto diverso dai like collezionati: Durì ha infatti vietato le “gite”, ammettendo solo uscite in giornata senza pernottamento. Questo perché, sottolinea il dirigente, «i professori accompagnatori si assumono una responsabilità da far tremare i polsi: in caso di incidente sono loro a dovere dimostrare di aver vigilato e di aver fatto tutto per impedire l’incidente e sono, ovviamente, responsabili dei minori loro affidati».

Ecco, per me Durì merita un monumento. E se i genitori protestano, possono anche mettersi in discussione, una volta tanto: potrebbero educare meglio i loro figli, renderli maggiormente responsabili, far capire loro che ci sono mode stupide, oltreché rischiose, da cui è meglio tenersi alla larga.

Il dirigente dell’Isis di Cervignano non ha mai nascosto di essere contrario ai viaggi di istruzione perché se è vero che «in tanti casi hanno un reale valore culturale e si inseriscono coerentemente nel percorso formativo, in altri casi di istruttivo hanno solo il pretesto e si riducono a viaggi turistici in comitiva con la scuola, che ormai svolge le funzioni di un’agenzia di viaggio.» Durì ha anche dichiarato di aver tentato di «porre un argine a questa deriva, riconducendo queste uscite a un contesto educativo rigoroso». Evidentemente aspettava l’occasione giusta per dire basta. Gli si è presentata su un piatto d’argento, come si suol dire, grazie al daredevil selfie e a qualche studente decisamente indisciplinato. Peccato che poi ne facciano le spese anche tanti allievi che hanno la testa ben piantata sul collo. Ma si sa, la scuola è una comunità e la responsabilità di uno o pochi ricade su tutti.

[fonte: Messaggero Veneto; immagine da questo sito]

C’ERA UNA VOLTA UNA PROF CHE NON SORRIDEVA MAI…

Tempo fa leggevo i tweet riportati sopra. L’autore è un giovanissimo docente che, in qualche modo, mi ha riportato indietro nel tempo, alla mia nomina in ruolo, tanti e tanti anni fa.

Vincitrice di concorso alla scuola media, non potei scegliere sede migliore di un piccolo paese di montagna a circa 75 chilometri da casa. Siamo sulle Alpi Carniche, a Paularo. Due pullman per arrivarci, un’ora e mezza di viaggio, sperando di non perdere la coincidenza alla stazione delle corriere di Tolmezzo. Altra ora e mezza al ritorno.

Ero molto giovane e, a dispetto di ciò che ogni donna vorrebbe, mi dava molto fastidio dimostrare qualche anno in meno della mia età. Fu così che adottai la strategia del “cerbero”: niente confidenza, niente sorrisi, richiami ad ogni flebile emissione di voce, note sul libretto e urlacci per sanzionare la minima mancanza.

Avevo un’unica classe – cosa che oggi bramerei anche se 16 ore di lezione e tutte le materie letterarie da insegnare costituiscono una condizione assai difficile da sostenere, pur considerando la modesta mole di lavoro per quanto riguarda la correzione dei compiti in classe -, una seconda media a tempo prolungato. L’orario, con due pomeriggi a settimana e, soprattutto, due turni di sorveglianza alla mensa, contribuiva al mio quotidiano malumore, causato anche dalle ore perse in viaggio e dagli orari assurdi di rientro a casa.

Sorvolo sul livello di istruzione dei pargoli e sul divieto imposto dal preside di insegnare la grammatica italiana, laddove la necessità era quasi una questione di sopravvivenza. Al posto della morfologia e della sintassi impartivo lezioni, sempre poco convinte, di cinema (in particolare il linguaggio cinematografico), pubblicità ed erbario. Sì, proprio erbario. L’attività consisteva nel raccogliere, con l’insegnante di scienze, le erbe selvatiche, intervistare le vecchiette del luogo esperte di fitoterapia o di cucina locale (con l’ausilio della collega d’inglese, unica del posto e in grado di decodificare la lingua carnica e tradurla in un italiano a me comprensibile) e stendere un libricino, sotto la mia guida, in cui si elencavano le proprietà delle varie erbe e i loro utilizzi sia in campo “medico” sia culinario. Ricordo che, grazie ad un’ispirazione illuminante, suggerii di intitolare il libretto “Rimedi per i malanni e delizie per il palato”.

Il lavoro occupò molti mesi e verso la fine di aprile fu allestita una mostra con le erbe raccolte ed essiccate e il libricino fu stampato in più copie e distribuito gratuitamente ai partecipanti.
Fu in occasione di quella specie di festa che, fuori dall’aula e in un contesto diverso da quello delle lezioni ordinarie, mi si avvicinò una mia allieva e mi chiese: “Professoressa (allora non si usava il confidenziale diminutivo prof), perché lei non ride mai come la professoressa dell’altra seconda?“.

Rimasi spiazzata. Non ricordo se e cosa io abbia risposto. Ricordo, però, che la ragazzina continuò: “E poi l’altra professoressa offre sempre le caramelle”. Infatti, la collega era praticamente una ruminante, si faceva fuori chili di liquirizia. Sarei curiosa di conoscere lo stato dei suoi denti trent’anni dopo…

Quella domanda – Perché non ride mai? – mi risuonò nella mente per ore, per giorni. Che cos’ero diventata? Io ero sempre stata una persona allegra, affabile. Perché mi ero trasformata in una specie di orco? Perché avevo perso il sorriso? Ero così perché mi pesava il viaggio, perché ero stanca di passare ore sul pullman, perché a casa, nel poco tempo che mi rimaneva, dovevo immergermi nello studio per superare un altro concorso, quello che mi avrebbe portato via da quel paesino, aprendo davanti a me nuovi orizzonti, popolati non da bimbetti montanari poco acculturati e ai quali non potevo nemmeno insegnare la grammatica italiana, ma da adolescenti cittadini, desiderosi di imparare Dante e Manzoni?

No. Ero diventata così solo perché temevo di non essere rispettata. Ero giovane e carina, non dimostravo nemmeno la mia età. Temevo di non essere presa in considerazione, nella giusta considerazione, se non urlavo, rimproveravo, scrivevo note e mantenevo la serietà che una professoressa doveva avere, senza elargire sorrisi e caramelle.

Ma avevo reso tristi i miei alunni, senza nemmeno rendermene conto.

Ne ebbi la prova quando, nell’ultimo tema di Italiano (ormai sicura che l’anno successivo non sarei stata più un’insegnante di scuola media, avendo vinto nel frattempo l’altro concorso), chiesi di parlare dell’esperienza di quell’anno, della classe, dei compagni e dei professori. Non erano obbligati a parlare di me, anzi, di solito in quel tipo di situazione se ne guardano bene. D’altra parte, c’era pure il rischio che mentissero spudoratamente, scrivendo di me ciò che conveniva scrivere per ottenere un buon voto.

Un sospetto che crollò di fronte alla genuina spontaneità di quei ragazzini e ragazzine con i pometti rossi sulle guance e senza peli sulla lingua. Quasi tutti parlarono anche di me. Tutti fecero le stesse osservazioni.
Copiai accuratamente i loro temini – nella parte che mi riguardava – su un quadernetto che ancora oggi conservo con cura nell’armadio dello studio. Sopravvissuto al trasloco di 16 anni fa e al mio frenetico mettere ordine che a volte significa buttare via tutto ciò che non serve senza indugiare. Un quadernetto con la copertina illustrata da Holly Hobbie, perché quand’ero giovane mi piacevano quelle donnine graziose, dai tratti gentili e dalla compostezza in cui mi rispecchiavo.

Confesso che rileggendo quei pensieri sparsi, dopo aver letto i tweet di Niccolò, mi sono venute le lacrime agli occhi.
Fra tutti i brevi scritti, ho scelto di riportare quello di Viviana F. che, senza peli sulla lingua e senza secondi fini, ha scritto di me così:

holly-hobbie«… all’inizio dell’anno era molto cattiva e si può dire che non sia cambiata molto, anzi poco. I suoi pregi sono pochi, ad esempio, mentre spiega si esprime molto bene. Fuori dall’ambito scolastico è molto simpatica [penso si riferisse alla presentazione dell’erbario]. […] I suoi pregi sono pochi, io non li so tutti, però dei difetti ho molto da parlare. Uno è che quando spiega non si può parlare, poi non ride quasi mai durante le lezioni, rarissime le volte in cui possiamo ridere, ma io rido lo stesso, anche se grida quasi sempre e poi si deve stare attenti con lei, altrimenti partono le note. Nell’aspetto fisico è molto bella e anche un po’ magra, forse a causa nostra che la facciamo arrabbiare. Anche se è perfida, questo è il suo lavoro [sic!]. Comunque vorrei che restasse e non voglio che creda che l’ho messa nell’elenco dei professori che vorrei tenere solo per farle un piacere, ma perché è vero.»

A tanti anni di distanza, ringrazio quegli alunni che, inconsapevolmente, mi hanno insegnato molto (e poi, rileggendo i “temini”, si esprimevano meglio di tanti liceali di adesso!).

Grazie a:

David B.
Michele B.
Ivanka C.
Zalima C.
Sonia D.
Nikita D.G.
Adi F.
Barbara F.
Silvia F.
Viviana F.
Sandra F.
Paolo G.
Jean-Jacques M.
Gerry M.
Luca M.
Ivan P.

QUEL CHE TEMO QUANDO INSEGNO LATINO ALLO SCIENTIFICO

vocabolario-latinoEcco l’ultimo articolo scritto per il blog del Corriere.it “Scuola di Vita”. Argomento spinoso quello dell’insegnamento del Latino al liceo scientifico. Purtroppo l‘intera cultura umanistica negli ultimi tempi è snobbata, sembra che studiare le lingue antiche – definite ingiustamente “morte” e invece sono più vive che mai, se consideriamo il patrimonio che ci hanno trasmesso e continuano a trasmetterci a distanza di secoli, per comprendere meglio la società in cui viviamo – sia cosa antiquata e inutile. Basti considerare il calo di iscritti che il liceo classico subisce anno dopo anno.
Basta leggere i commenti all’articolo sul sito del Corriere.it per rendersi conto che la gente parla senza cognizione di causa. E’ inutile dire che nei licei si dovrebbe imparare Diritto ed Economia anziché Latino, che una scuola moderna deve garantire l’insegnamento dell’Inglese e dell’Informatica. Ci sono già le scuole in cui queste discipline vengono impartite e la scelta rimane libera da costrizioni. C’è pure un liceo scientifico senza il latino (l’opzione delle “scienze applicate” oppure il liceo sportivo), se proprio si teme di affrontarlo. Perché è questo il problema: il Latino è ingiustificabilmente temuto, solo perché richiede uno studio costante e tutto ciò che si apprende mese dopo mese, anno dopo anno, serve sempre, fino al completamento del ciclo di studi.
C’è poi un’altra considerazione da fare: pochi sono i docenti appassionati a questa lingua – forse siamo rimasti solo noi vecchie leve – e spesso non lo si sa insegnare. Credere che la didattica del Latino possa rimanere invariata soltanto perché parliamo di una lingua codificata che non si evolve, è sbagliato. Se insegnassi ai miei allievi il Latino che ho studiato io ai miei tempi, e nello stesso modo in cui l’ho studiato io, allora davvero lo farei odiare.
A volte è difficile arrivare a dei compromessi e ancora più difficile è tentare di impartire un insegnamento dignitoso con il poco tempo a disposizione che abbiamo ora, allo scientifico, grazie alla “riforma” dell’ex ministro Gelmini.

Come sempre, riporto la parte iniziale del post e vi invito a continuare la lettura sul sito del Corriere.it.

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Insegnare latino allo scientifico potrebbe essere parecchio frustrante, specie dopo il taglio delle ore operato dal duo Gelmini-Tremonti al grido: «Rendiamo più scientifico il liceo scientifico!» che però, a voler essere onesti, nascondeva esclusivamente l’intenzione di eliminare qualche cattedra – molte, con l’andar degli anni – dei professori di Lettere.

Un tempo le ore di latino erano ben 4 alla settimana in prima, 5 in seconda, 4 in terza e quarta e 3 in quinta. Un’enormità, specialmente se pensiamo che in seconda superavano quelle di matematica.

Il riordino dei licei voleva, sotto sotto, eliminare questa iniquità ed io, prof di lettere allo scientifico, ammisi che, in fin dei conti, era pure giusto. Ma quello che, forse ingenuamente, non riuscivo a cogliere, era l’impossibilità di svolgere il programma, ahimè rimasto uguale, con a disposizione un monte ore decisamente ridotto (tre sole ore settimanali) nei cinque anni.

Cos’è diventato l’insegnamento del Latino a quattro anni dal riordino? Giacché si parla di riordino non di riforma, il che salva, in un certo senso, il pudore.

Partiamo innanzitutto dalle indicazioni nazionali. Il termine «programmi» è stato bandito forse per salvare il povero prof che arranca dietro alle tavole di regole, agli esercizi di lingua, alle pagine di letteratura, ai testi d’autore … e non ce la fa. Non ce la fa il prof e non ce la fanno gli studenti. Perlomeno siamo in buona compagnia. Mal comune mezzo gaudio. O forse no.

Forse loro, i discenti – dal latino disco=imparo -, non colgono il mezzo gaudio – da gaudium=gioia – perché devono studiare esattamente quello che imparavano i loro predecessori con un monte ore che era esattamente il doppio e non c’è proprio nulla di cui gioire. Ma nemmeno i docenti – dal latino doceo=insegno – si sentono in buona compagnia e tentano di far sopravvivere il loro entusiasmo (in alcuni molto esiguo) e di trasmettere la loro passione agli studenti che spesso e volentieri si chiedono perché si debba studiare il latino allo scientifico. E quando si spiega ai ragazzi che un motivo sufficiente è rappresentato dal solo fatto che i rispettivi appellativi – discente e docente – rimandano alla lingua dei nostri avi, i gloriosi antichi Romani, non sembrano convinti. In fondo, basta consultare il dizionario etimologico per avere le risposte che cerchiamo – sempre che ci sia la volontà di farlo –, non serve mica conoscere la lingua.

Certo, è bello conoscere le nostre radici ma per farlo basta aprire un manuale di storia antica, c’è forse bisogno di studiare il latino? Cicerone, Cesare, Seneca, Tacito si possono pure leggere in traduzione, o no? No, perché in questo modo si trascura il mezzo attraverso il quale gli antichi ci hanno trasmesso la loro cultura. Il valore del latino deve essere valutato tenendo conto del mondo che esso esprime, poiché la lingua è la caratteristica peculiare di una civiltà e di una cultura calate in un contesto storico ben preciso. Basterà dire questo per convincerli? Forse sì, almeno fin quando non si imbatteranno nella perifrastica passiva o nella consecutio temporum.

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[immagine dal sito linkato; logo blog “Scuola di Vita” © Corriere.it]

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