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UN MILIONE (E PIÙ) DI GRAZIE!


Cari lettori, abituali e di passaggio, ho il piacere di annunciare che questo blog, nato il 5 luglio 2011, ha superato un milione di visualizzazioni (attualmente siamo arrivati a quota 1.002.415).

Il post che sto scrivendo, dunque, ha un duplice scopo: quello di festeggiare il 6° compleanno e quello di celebrare, se così si può dire, l’importante traguardo. A dire il vero, entrambi i fatti sono passati inosservati, anche perché questo è un periodo un po’ complicato per me. Tuttavia, voglio condividere con voi la gioia del traguardo e, anche se negli ultimi tempi ho trascurato un po’ il blog e anche i lettori abituali si sono allontanati, sono molto orgogliosa di essere riuscita a portare avanti questo progetto che riguarda anche molte pagine (quindi non solo articoli pubblicati periodicamente) di grande interesse e utilità per tutti i lettori, in particolar modo gli studenti. Purtroppo, però, le pagine passano sempre in secondo piano, dato che non sono immediatamente visibili sulla homepage e anche chi mi segue e riceve le notifiche per e-mail non viene avvisato circa la pubblicazione delle “pagine”.

Ad ogni modo invito tutti a leggere qualcosina, a seconda dell’interesse di ognuno, sulla lingua e la letteratura italiana e latina. Oppure potete leggere qualcuna delle mie “Pagine d’Epica” se ancora non l’avete fatto. A breve aprirò una nuova sezione sulla Storia, sempre un poi’ trascurata a scuola…

Grazie mille e buona estate a tutti.

DAREDEVIL SELFIE IN GITA SCOLASTICA: IL DIRIGENTE ANNULLA I VIAGGI DI ISTRUZIONE


Un modo sciocco per sfidare la morte. Una moda insensata sempre più diffusa. Si chiama daredevil selfie e consiste nel farsi un autoscatto (esiste ancora, sapete, questo termine nel dizionario!) in situazioni pericolose. C’è chi lo fa sui binari con il treno in arrivo, chi si immortala al volante percorrendo l’autostrada a velocità folle, chi mentre prende al volo lo skilift e chi con un’arma puntata alla tempia, stile roulette russa, sfida la sorte. Solo qualche esempio, il tutto all’unico scopo di guadagnarsi qualche like sui social network. Perché, va da sé, questi selfie poi vanno rigorosamente condivisi. Prodezze da ammirare, insomma.

Ma se il daredevil selfie viene scoperto da un dirigente scolastico e riguarda il comportamento degli studenti in viaggio con la scuola, allora sono guai. Se il dirigente in questione si chiama Aldo Durì, i guai sono molto seri.

Il dirigente Durì è a capo dell’Isis di Cervignano del Friuli (Udine) e fa spesso parlare di sé sui quotidiani locali per la sua rigidità e rigore. In passato aveva imposto un dressing code (su cui concordo al 100%) che metteva al bando bermuda e canotte, sconsigliando l’uso degli infradito. Poco gradita a questo dirigente anche l’amicizia tra docenti e studenti su Facebook (e anche su questo concordo), se non vietata almeno sconsigliata. Più recentemente ha puntato il dito sull’uso sconsiderato di WhatsApp da parte delle famiglie: secondo Durì, i gruppi nati su WhatsApp permettono che «alcuni docenti siano accusati delle più diverse malefatte senza potersi difendere in un confronto franco e leale. In questo modo si crea un clima avvelenato, che non favorisce la convivenza all’interno delle classi e neppure i rapporti tra scuola e famiglia». Da qui l’appello a non veicolare in questo modo maldicenze varie in favore di un dialogo più costruttivo tra le componenti scolastiche.

Insomma, questo preside che forse non tutti vorrebbero avere ma che senza ombra di dubbio sta tentando di mettere un po’ d’ordine nel suo istituto, ultimamente ha dovuto fare i conti con un daredevil selfie scattato da uno studente in viaggio di istruzione all’estero. Il ragazzo si è immortalato mentre era seduto sul davanzale della finestra della camera d’albergo, situata al quarto piano, con le gambe a penzoloni. Non solo, pare che altri compagni si siano cimentati nella “prodezza” di scavalcare le finestre delle camere in cui erano alloggiati per raggiungere i compagni nelle stanze vicine. Questa prodezza, immancabilmente postata sui social, ha però ottenuto prodotto un effetto molto diverso dai like collezionati: Durì ha infatti vietato le “gite”, ammettendo solo uscite in giornata senza pernottamento. Questo perché, sottolinea il dirigente, «i professori accompagnatori si assumono una responsabilità da far tremare i polsi: in caso di incidente sono loro a dovere dimostrare di aver vigilato e di aver fatto tutto per impedire l’incidente e sono, ovviamente, responsabili dei minori loro affidati».

Ecco, per me Durì merita un monumento. E se i genitori protestano, possono anche mettersi in discussione, una volta tanto: potrebbero educare meglio i loro figli, renderli maggiormente responsabili, far capire loro che ci sono mode stupide, oltreché rischiose, da cui è meglio tenersi alla larga.

Il dirigente dell’Isis di Cervignano non ha mai nascosto di essere contrario ai viaggi di istruzione perché se è vero che «in tanti casi hanno un reale valore culturale e si inseriscono coerentemente nel percorso formativo, in altri casi di istruttivo hanno solo il pretesto e si riducono a viaggi turistici in comitiva con la scuola, che ormai svolge le funzioni di un’agenzia di viaggio.» Durì ha anche dichiarato di aver tentato di «porre un argine a questa deriva, riconducendo queste uscite a un contesto educativo rigoroso». Evidentemente aspettava l’occasione giusta per dire basta. Gli si è presentata su un piatto d’argento, come si suol dire, grazie al daredevil selfie e a qualche studente decisamente indisciplinato. Peccato che poi ne facciano le spese anche tanti allievi che hanno la testa ben piantata sul collo. Ma si sa, la scuola è una comunità e la responsabilità di uno o pochi ricade su tutti.

[fonte: Messaggero Veneto; immagine da questo sito]

C’ERA UNA VOLTA UNA PROF CHE NON SORRIDEVA MAI…

Tempo fa leggevo i tweet riportati sopra. L’autore è un giovanissimo docente che, in qualche modo, mi ha riportato indietro nel tempo, alla mia nomina in ruolo, tanti e tanti anni fa.

Vincitrice di concorso alla scuola media, non potei scegliere sede migliore di un piccolo paese di montagna a circa 75 chilometri da casa. Siamo sulle Alpi Carniche, a Paularo. Due pullman per arrivarci, un’ora e mezza di viaggio, sperando di non perdere la coincidenza alla stazione delle corriere di Tolmezzo. Altra ora e mezza al ritorno.

Ero molto giovane e, a dispetto di ciò che ogni donna vorrebbe, mi dava molto fastidio dimostrare qualche anno in meno della mia età. Fu così che adottai la strategia del “cerbero”: niente confidenza, niente sorrisi, richiami ad ogni flebile emissione di voce, note sul libretto e urlacci per sanzionare la minima mancanza.

Avevo un’unica classe – cosa che oggi bramerei anche se 16 ore di lezione e tutte le materie letterarie da insegnare costituiscono una condizione assai difficile da sostenere, pur considerando la modesta mole di lavoro per quanto riguarda la correzione dei compiti in classe -, una seconda media a tempo prolungato. L’orario, con due pomeriggi a settimana e, soprattutto, due turni di sorveglianza alla mensa, contribuiva al mio quotidiano malumore, causato anche dalle ore perse in viaggio e dagli orari assurdi di rientro a casa.

Sorvolo sul livello di istruzione dei pargoli e sul divieto imposto dal preside di insegnare la grammatica italiana, laddove la necessità era quasi una questione di sopravvivenza. Al posto della morfologia e della sintassi impartivo lezioni, sempre poco convinte, di cinema (in particolare il linguaggio cinematografico), pubblicità ed erbario. Sì, proprio erbario. L’attività consisteva nel raccogliere, con l’insegnante di scienze, le erbe selvatiche, intervistare le vecchiette del luogo esperte di fitoterapia o di cucina locale (con l’ausilio della collega d’inglese, unica del posto e in grado di decodificare la lingua carnica e tradurla in un italiano a me comprensibile) e stendere un libricino, sotto la mia guida, in cui si elencavano le proprietà delle varie erbe e i loro utilizzi sia in campo “medico” sia culinario. Ricordo che, grazie ad un’ispirazione illuminante, suggerii di intitolare il libretto “Rimedi per i malanni e delizie per il palato”.

Il lavoro occupò molti mesi e verso la fine di aprile fu allestita una mostra con le erbe raccolte ed essiccate e il libricino fu stampato in più copie e distribuito gratuitamente ai partecipanti.
Fu in occasione di quella specie di festa che, fuori dall’aula e in un contesto diverso da quello delle lezioni ordinarie, mi si avvicinò una mia allieva e mi chiese: “Professoressa (allora non si usava il confidenziale diminutivo prof), perché lei non ride mai come la professoressa dell’altra seconda?“.

Rimasi spiazzata. Non ricordo se e cosa io abbia risposto. Ricordo, però, che la ragazzina continuò: “E poi l’altra professoressa offre sempre le caramelle”. Infatti, la collega era praticamente una ruminante, si faceva fuori chili di liquirizia. Sarei curiosa di conoscere lo stato dei suoi denti trent’anni dopo…

Quella domanda – Perché non ride mai? – mi risuonò nella mente per ore, per giorni. Che cos’ero diventata? Io ero sempre stata una persona allegra, affabile. Perché mi ero trasformata in una specie di orco? Perché avevo perso il sorriso? Ero così perché mi pesava il viaggio, perché ero stanca di passare ore sul pullman, perché a casa, nel poco tempo che mi rimaneva, dovevo immergermi nello studio per superare un altro concorso, quello che mi avrebbe portato via da quel paesino, aprendo davanti a me nuovi orizzonti, popolati non da bimbetti montanari poco acculturati e ai quali non potevo nemmeno insegnare la grammatica italiana, ma da adolescenti cittadini, desiderosi di imparare Dante e Manzoni?

No. Ero diventata così solo perché temevo di non essere rispettata. Ero giovane e carina, non dimostravo nemmeno la mia età. Temevo di non essere presa in considerazione, nella giusta considerazione, se non urlavo, rimproveravo, scrivevo note e mantenevo la serietà che una professoressa doveva avere, senza elargire sorrisi e caramelle.

Ma avevo reso tristi i miei alunni, senza nemmeno rendermene conto.

Ne ebbi la prova quando, nell’ultimo tema di Italiano (ormai sicura che l’anno successivo non sarei stata più un’insegnante di scuola media, avendo vinto nel frattempo l’altro concorso), chiesi di parlare dell’esperienza di quell’anno, della classe, dei compagni e dei professori. Non erano obbligati a parlare di me, anzi, di solito in quel tipo di situazione se ne guardano bene. D’altra parte, c’era pure il rischio che mentissero spudoratamente, scrivendo di me ciò che conveniva scrivere per ottenere un buon voto.

Un sospetto che crollò di fronte alla genuina spontaneità di quei ragazzini e ragazzine con i pometti rossi sulle guance e senza peli sulla lingua. Quasi tutti parlarono anche di me. Tutti fecero le stesse osservazioni.
Copiai accuratamente i loro temini – nella parte che mi riguardava – su un quadernetto che ancora oggi conservo con cura nell’armadio dello studio. Sopravvissuto al trasloco di 16 anni fa e al mio frenetico mettere ordine che a volte significa buttare via tutto ciò che non serve senza indugiare. Un quadernetto con la copertina illustrata da Holly Hobbie, perché quand’ero giovane mi piacevano quelle donnine graziose, dai tratti gentili e dalla compostezza in cui mi rispecchiavo.

Confesso che rileggendo quei pensieri sparsi, dopo aver letto i tweet di Niccolò, mi sono venute le lacrime agli occhi.
Fra tutti i brevi scritti, ho scelto di riportare quello di Viviana F. che, senza peli sulla lingua e senza secondi fini, ha scritto di me così:

holly-hobbie«… all’inizio dell’anno era molto cattiva e si può dire che non sia cambiata molto, anzi poco. I suoi pregi sono pochi, ad esempio, mentre spiega si esprime molto bene. Fuori dall’ambito scolastico è molto simpatica [penso si riferisse alla presentazione dell’erbario]. […] I suoi pregi sono pochi, io non li so tutti, però dei difetti ho molto da parlare. Uno è che quando spiega non si può parlare, poi non ride quasi mai durante le lezioni, rarissime le volte in cui possiamo ridere, ma io rido lo stesso, anche se grida quasi sempre e poi si deve stare attenti con lei, altrimenti partono le note. Nell’aspetto fisico è molto bella e anche un po’ magra, forse a causa nostra che la facciamo arrabbiare. Anche se è perfida, questo è il suo lavoro [sic!]. Comunque vorrei che restasse e non voglio che creda che l’ho messa nell’elenco dei professori che vorrei tenere solo per farle un piacere, ma perché è vero.»

A tanti anni di distanza, ringrazio quegli alunni che, inconsapevolmente, mi hanno insegnato molto (e poi, rileggendo i “temini”, si esprimevano meglio di tanti liceali di adesso!).

Grazie a:

David B.
Michele B.
Ivanka C.
Zalima C.
Sonia D.
Nikita D.G.
Adi F.
Barbara F.
Silvia F.
Viviana F.
Sandra F.
Paolo G.
Jean-Jacques M.
Gerry M.
Luca M.
Ivan P.

QUEL CHE TEMO QUANDO INSEGNO LATINO ALLO SCIENTIFICO

vocabolario-latinoEcco l’ultimo articolo scritto per il blog del Corriere.it “Scuola di Vita”. Argomento spinoso quello dell’insegnamento del Latino al liceo scientifico. Purtroppo l‘intera cultura umanistica negli ultimi tempi è snobbata, sembra che studiare le lingue antiche – definite ingiustamente “morte” e invece sono più vive che mai, se consideriamo il patrimonio che ci hanno trasmesso e continuano a trasmetterci a distanza di secoli, per comprendere meglio la società in cui viviamo – sia cosa antiquata e inutile. Basti considerare il calo di iscritti che il liceo classico subisce anno dopo anno.
Basta leggere i commenti all’articolo sul sito del Corriere.it per rendersi conto che la gente parla senza cognizione di causa. E’ inutile dire che nei licei si dovrebbe imparare Diritto ed Economia anziché Latino, che una scuola moderna deve garantire l’insegnamento dell’Inglese e dell’Informatica. Ci sono già le scuole in cui queste discipline vengono impartite e la scelta rimane libera da costrizioni. C’è pure un liceo scientifico senza il latino (l’opzione delle “scienze applicate” oppure il liceo sportivo), se proprio si teme di affrontarlo. Perché è questo il problema: il Latino è ingiustificabilmente temuto, solo perché richiede uno studio costante e tutto ciò che si apprende mese dopo mese, anno dopo anno, serve sempre, fino al completamento del ciclo di studi.
C’è poi un’altra considerazione da fare: pochi sono i docenti appassionati a questa lingua – forse siamo rimasti solo noi vecchie leve – e spesso non lo si sa insegnare. Credere che la didattica del Latino possa rimanere invariata soltanto perché parliamo di una lingua codificata che non si evolve, è sbagliato. Se insegnassi ai miei allievi il Latino che ho studiato io ai miei tempi, e nello stesso modo in cui l’ho studiato io, allora davvero lo farei odiare.
A volte è difficile arrivare a dei compromessi e ancora più difficile è tentare di impartire un insegnamento dignitoso con il poco tempo a disposizione che abbiamo ora, allo scientifico, grazie alla “riforma” dell’ex ministro Gelmini.

Come sempre, riporto la parte iniziale del post e vi invito a continuare la lettura sul sito del Corriere.it.

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Insegnare latino allo scientifico potrebbe essere parecchio frustrante, specie dopo il taglio delle ore operato dal duo Gelmini-Tremonti al grido: «Rendiamo più scientifico il liceo scientifico!» che però, a voler essere onesti, nascondeva esclusivamente l’intenzione di eliminare qualche cattedra – molte, con l’andar degli anni – dei professori di Lettere.

Un tempo le ore di latino erano ben 4 alla settimana in prima, 5 in seconda, 4 in terza e quarta e 3 in quinta. Un’enormità, specialmente se pensiamo che in seconda superavano quelle di matematica.

Il riordino dei licei voleva, sotto sotto, eliminare questa iniquità ed io, prof di lettere allo scientifico, ammisi che, in fin dei conti, era pure giusto. Ma quello che, forse ingenuamente, non riuscivo a cogliere, era l’impossibilità di svolgere il programma, ahimè rimasto uguale, con a disposizione un monte ore decisamente ridotto (tre sole ore settimanali) nei cinque anni.

Cos’è diventato l’insegnamento del Latino a quattro anni dal riordino? Giacché si parla di riordino non di riforma, il che salva, in un certo senso, il pudore.

Partiamo innanzitutto dalle indicazioni nazionali. Il termine «programmi» è stato bandito forse per salvare il povero prof che arranca dietro alle tavole di regole, agli esercizi di lingua, alle pagine di letteratura, ai testi d’autore … e non ce la fa. Non ce la fa il prof e non ce la fanno gli studenti. Perlomeno siamo in buona compagnia. Mal comune mezzo gaudio. O forse no.

Forse loro, i discenti – dal latino disco=imparo -, non colgono il mezzo gaudio – da gaudium=gioia – perché devono studiare esattamente quello che imparavano i loro predecessori con un monte ore che era esattamente il doppio e non c’è proprio nulla di cui gioire. Ma nemmeno i docenti – dal latino doceo=insegno – si sentono in buona compagnia e tentano di far sopravvivere il loro entusiasmo (in alcuni molto esiguo) e di trasmettere la loro passione agli studenti che spesso e volentieri si chiedono perché si debba studiare il latino allo scientifico. E quando si spiega ai ragazzi che un motivo sufficiente è rappresentato dal solo fatto che i rispettivi appellativi – discente e docente – rimandano alla lingua dei nostri avi, i gloriosi antichi Romani, non sembrano convinti. In fondo, basta consultare il dizionario etimologico per avere le risposte che cerchiamo – sempre che ci sia la volontà di farlo –, non serve mica conoscere la lingua.

Certo, è bello conoscere le nostre radici ma per farlo basta aprire un manuale di storia antica, c’è forse bisogno di studiare il latino? Cicerone, Cesare, Seneca, Tacito si possono pure leggere in traduzione, o no? No, perché in questo modo si trascura il mezzo attraverso il quale gli antichi ci hanno trasmesso la loro cultura. Il valore del latino deve essere valutato tenendo conto del mondo che esso esprime, poiché la lingua è la caratteristica peculiare di una civiltà e di una cultura calate in un contesto storico ben preciso. Basterà dire questo per convincerli? Forse sì, almeno fin quando non si imbatteranno nella perifrastica passiva o nella consecutio temporum.

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[immagine dal sito linkato; logo blog “Scuola di Vita” © Corriere.it]

RAGAZZI DI IERI E DI OGGI: IL CAMBIAMENTO È IMPOSTO DALLA SOCIETÀ

giovani d'oggiGrazie a Twitter, mi sono imbattuta in un interessante articolo di Federico Batini (insegnante di Metodologia della ricerca educativa, dell’osservazione e della valutazione, Pedagogia sperimentale e Consulenza pedagogica all’Università degli Studi di Perugia) pubblicato dal giornale on line La Ricerca (nei passi riportati sotto il grassetto è mio).

Batini, nell’introduzione, fa riferimento a giovani, di età compresa tra i 15 e i 20 anni, italiani e stranieri, che recentemente si sono messi in luce per importanti scoperte e invenzioni. Questo “quadro” sembra essere in contraddizione con il mondo giovanile con cui ci dobbiamo confrontare quando leggiamo i giornali, specie gli articoli di cronaca:

Eppure, sfogliando i quotidiani, si ha l’impressione di un’adolescenza (e di una giovinezza) violenta, annoiata, vuota di idee e di voglia di fare, vuota di “valori” e priva di confini e limiti ragionevoli. I titoli a effetto accusano, additano, semplificano, si moltiplicano. Diventa facile per esperti e opinionisti parlare di “generazione vuota”, “generazione dell’attimo”, “generazione priva di riferimenti, di progetti e di scopi”. In ambito educativo si sente spesso parlare di ragazzi/e che non hanno motivazioni, che non sanno quello che vogliono, senza principi e norme morali.

Verissimo. Purtroppo, come lo stesso Batini afferma, spesso le buone notizie che riguardano l’attuale mondo giovanile vengono taciute o comunque non sono in grado di attirare più che tanto l’attenzione dei media e del pubblico. Eppure molti sono i bravi ragazzi, le menti capaci, gli studiosi indefessi … nonostante ciò, frequentemente si cade nella trappola del confronto tra vecchie e nuove generazioni per asserire che “i giovani d’oggi non sono più quelli di una volta”.

“I ragazzi non sono più quelli di una volta” è un ritornello che ciascuno di noi ha sentito recitare, al tempo della propria adolescenza, da chi era più adulto o già anziano. L’ovvia constatazione di una differenza nei modi di comportarsi, di aggregarsi, di amare, di desiderare, di perseguire obiettivi non può e non deve divenire un giudizio di valore. I ragazzi e le ragazze di oggi sono sì diversi, ma, aggiungerei, per fortuna! Un modo di vedere e di pensare differente gli consente di sopravvivere in una società altra rispetto a quella in cui siamo cresciuti noi: il nostro modo di pensare, vedere, vivere le cose gli sarebbe, probabilmente, fatale. La società in cui si trovano a gestire la propria crescita e i propri tentativi di futuro è una società complessa, che richiede un’attrezzatura e una strumentazione enormemente più raffinata di quella che hanno oggi gli adulti. Se si trovano in questa condizione la responsabilità è da attribuire soltanto a chi li ha preceduti. Noi tutti appartenenti alle generazioni precedenti dovremmo ricordare molto bene le nostre responsabilità e avere, inoltre, coscienza della caducità della nostra esperienza che non è più in grado di costituire, per loro, un esempio.

Io credo che queste osservazioni non abbiano bisogno di commento e siano totalmente condivisibili. Invito, in ogni caso, i lettori a leggere l’intero articolo perché davvero molto interessante.

[immagine da questo sito]

Fidenia: un social learning per le esigenze di docenti, studenti e genitori

Molto interessante.

Insegnanti 2.0

fideniaFidenia , nuovissimo prodotto in ambito digitale, nasce con un obiettivo giustamente ambizioso, quello di diventare il “ social learning ” di riferimento in ambito nazionale.
Realizzato da un giovane team tecnico che ha studiato attentamente le esigenze di docenti, studenti e genitori, Fidenia ha una grafica pulita e di piacevole impatto: una volta registrati gratuitamente (come docente, studente o genitore) si entra infatti nella home in cui compare la bacheca personale e la possibilità di accedere ad una serie di utilissimi servizi chiaramente indicati nelle barre in alto o in quelle laterali.
Le opzioni offerte dal social sono numerosissime:
– pubblicare uno stato, un file, un’immagine o creare una domanda
– selezionare la visibilità dei propri post (pubblica, solo collegamenti, personalizza)
– creare un corso o un gruppo
– stabilire collegamenti con altri iscritti
– aggiungere risorse (cartella, file, link, pagina)
– inserire un evento nel proprio calendario personale

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REPETITA IUVANT … ANCHE CON TRECCANI

Lo sapevate che su you tube potete trovare delle lezioni di ripasso su vari argomenti di studio? Si tratta di un’iniziativa a cura dell’enciclopedia più famosa d’Italia: la Treccani.

Le videolezioni, di durata variabile, riguardano il Latino, l’Italiano e la Storia, un aiuto rivolto agli studenti che frequentano le scuole secondarie di secondo grado.

Repetita Treccani non è utile solo per gli studenti ma anche per i docenti che hanno la fortuna di poter utilizzare la LIM in classe.

L’amicizia su Facebook non si chiede: si negozia. Il racconto del rapporto tra genitori e figli in un ambiente connesso

Articolo molto interessante e utile.

i media-mondo: la mutazione nella connessione

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La relazione tra genitori e figli è sempre complessa. Tanto più in un contesto comunicativo che vede la diffusione nella realtà quotidiana di strumenti di connessione permanente e lo sviluppo di una narrazione nei media informativi su giovani e Internet spesso suggestiva e fuorviante. Il fatto ad esempio di pensarli come “nativi digitali” porta a raccontarli come una generazione che ha come dato naturale una competenze per il digitale che noi non abbiamo, come una specie frutto di un adattamento darwiniano all’ambiente online. Il che si traduce spesso in una deresponsabilizzazione del mondo degli adulti che interviene solo quando si trova di fronte ad evidenti storture: cyberbullismo, sexting, hate speech, ecc.

Tutti concetti, tra l’altro, che trattiamo in modo a-problematico e non come fattori culturali di una relazione consistente tra online e offline che incide su un’unica vita, quella dei nostri figli (dovremmo provare a rileggere il sexting

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VALUTIAMO I PROF, MA CON SERIETÀ

Questionario-Valutazione

Il mio nuovo articolo pubblicato sul Blog “Scuola di Vita” del Corriere.it, ripropone una riflessione sulla valutazione degli insegnanti, argomento su cui mi sono già espressa molte volte, specie in riferimento all’utilizzo dei test InValsi come strumento meritocratico, su cui non concordo.
Questa volta la riflessione parte da una petizione on line proposta da uno studente che ritiene indispensabile che siano proprio gli allievi a valutare il lavoro dei docenti. A tale riguardo avevo già espresso anni fa la mia contrarietà in quanto reputo il giudizio degli studenti non affidabile. In questo articolo spiego in modo dettagliato il perché.
Vi invito, come al solito, a continuare la lettura sul sito del Corriere.it.

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Ho già espresso il mio pensiero sulla valutazione degli insegnanti e non mi ripeterò. Vorrei, però, approfondire il discorso partendo da una proposta che proviene da una petizione online la cui motivazione è questa:

«I professori valutano noi studenti e perché noi non dovremmo valutare i nostri professori? La proposta è chiara e semplice: ogni anno gli studenti dovranno compilare un questionario cartaceo o online anonimo nel quale esprimeranno per ogni docente un voto che va da 1 a 10. In base al risultato ottenuto il docente verrà penalizzato o premiato sui futuri concorsi. In questo modo gli alunni potranno valutare con efficacia il lavoro dei propri professori e servirà da stimolo per invitare i docenti ad un lavoro più proficuo».

Innanzitutto non si capisce che cosa voglia dire il promotore con il docente verrà penalizzato o premiato sui futuri concorsi. Si vogliono solo valutare i precari?

In generale, poi, sono contraria a questo tipo di valutazione esclusiva perché verrebbe in tal modo messa in dubbio la loro professionalità attraverso il giudizio non sempre equo degli allievi. E non sto dicendo che ragazzi di quattordici o diciotto anni non siano in grado di giudicare, sto pensando alla loro obiettività.

È naturale che un docente «odiato» da qualcuno, anche se preparato professionalmente e in grado di svolgere al meglio il proprio lavoro potrebbe risultare un «fannullone», per usare un’espressione tanto diffusa nell’ambito della pubblica amministrazione tutta, o un incapace.

Dall’altro lato, un insegnante molto permissivo, che fa rilassare gli allievi concedendo pause durante le ore, che non interroga mai perché ha altro da fare, tipo leggere il giornale o mandare sms alla fidanzata, che fa un compito a quadrimestre invece di tre, facendo una sorveglianza per nulla assidua, e lo porta corretto tre mesi dopo, che regala i voti e che inventa pure il programma svolto e lo fa firmare agli allievi tranquillizzandoli che poi non darà il debito a nessuno, costui, signori miei, sarebbe un ottimo docente, avrebbe dei voti altissimi e, beandosi del successo ottenuto, a fine anno inviterebbe pure i ragazzi a mangiare la pizza.

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[immagine dal sito linkato; logo blog “Scuola di Vita” © Corriere.it]

LE 33 COMPETENZE DIGITALI CHE OGNI INSEGNANTE DOVREBBE AVERE NEL 21° SECOLO. E TU QUANTE NE HAI?

computer scuolaATTENZIONE: Se il post vi sembra troppo lungo e anche un po’ noioso, magari pure scarsamente interessante per chi di professione non fa l’insegnante, saltate direttamente alle mie riflessioni semiserie sull’argomento, dopo il b-quote. Grazie!

Riporto da Tuttoprof (sul sito originale potete trovare anche gli strumenti per raggiungere queste 33 abilità … e credetemi, ne abbiamo tutti bisogno!):

1- Creare e modificare un audio digitale

2- Utilizzare social bookmarking per condividere le risorse con e tra gli studenti

3- Utilizzare blog e wiki per creare piattaforme online per gli studenti

4- Sfruttare le immagini digitali per usarle in classe

5- Utilizzare i contenuti video per coinvolgere gli studenti

6- Utilizzare infografica per stimolare visivamente studenti

7- Utilizzare i siti di social networking per il collegamento con i colleghi e crescere professionalmente

8- Creare e distribuire presentazioni asincrone e sessioni di formazione

9- Compilare un portfolio digitale per il loro personale sviluppo

10- Avere conoscenza della sicurezza on-line

11- Essere in grado di individuare le opere copiate nei compiti assegnati agli studenti

12- Saper catturare video e immagini per tutorial

13- Curare contenuti web per l’apprendimento in classe

14- Utilizzare e fornire agli studenti strumenti di gestione delle attività per organizzare il proprio lavoro e pianificare il loro apprendimento

15- Utilizzare il software- sondaggi per creare un rilevamento in tempo reale in classe

16- Comprendere le questioni relative al diritto d’autore e l’uso equo di materiali on-line

17- Esplorare giochi per computer per scopi pedagogici

18- Utilizzare strumenti di valutazione digitali per creare quiz

19- Utilizzare strumenti di collaborazione per la costruzione e la modifica del testo

20- Trovare e valutare contenuti autentici basati sul web

21- Usare dispositivi portatili come i tablets

22- Identificare risorse on-line sicure per gli studenti che navigano

23- Utilizzare gli strumenti digitali per la gestione del tempo

24- Imparare i diversi modi di utilizzare YouTube in classe

25- Utilizzare strumenti per condividere contenuti interessanti con gli studenti

26- Annotare pagine web e parti di testo da condividere con la classe

27- Usare organizzatori grafici e stampabili on-line

28- Usare note adesive per catturare idee interessanti

29- Utilizzare strumenti di condivisione per creare e condividere tutorial

30- Utlizzare strumenti di messaggistica di gruppo per progetti di lavoro collaborativo

31- Eseguire ricerca efficace con il minor tempo possibile

32- Svolgere una relazione utilizzando strumenti digitali

33- Utilizzare gli strumenti di file sharing per condividere on-line documenti e file con gli studenti

LE MIE OSSERVAZIONI PUNTO PER PUNTO:

1. Non ce l’ho ma posso sempre imparare
2. Non sapevo cosa fossero ‘sti social bookmarking, Wikipedia mi è venuto in aiuto ma non ci ho capito molto. Di primo acchito direi che non dovrebbe essere irraggiungibile come competenza
3. Se non ce l’ho io che sono laprofonline!
4. Non ne vedo l’utilità per le materie che insegno comunque si può fare
5. Lo faccio spesso
6. Secondo me gli studenti sono stimolati visivamente da altre cose … però non la trovo una competenza impossibile
7. Con i colleghi collaboro e scambio opinioni per e-mail. Più che sufficiente. Meglio una chiacchierata al bar davanti a un caffè
8. Parlate di videolezioni che è più comprensibile, caspita! Non l’ho mai sperimentato ma non la trovo indispensabile come competenza curricolare, tutt’al più al bisogno (per allievi che fanno assenza prolungate, la scuola in ospedale … cose che già si fanno)
9. Il portfolio si può anche creare, digitale o meno. Bisogna poi capirne le reali potenzialità perché ho l’impressione che sarebbe un qualcosa che ha portato via tantissimo tempo e di cui nessuno fa uso
10. Se ne occupino le famiglie. Perché ci devo pensare io?
11. Sono in grado, sono in grado … il difficile è coglierli in flagrante
12. Per ora non catturo niente … un domani, chissà?
13. Curo, curo … l’importante è che se ne curino gli studenti, altrimenti a che serve?
14. In che senso? 🙄
15. In tempo reale in classe? E con quali strumenti? Dovremmo avere almeno un tablet ciascuno: che ne dice il ministro Giannini?
16. Questa mi sembra difficilissima! Sul web parlare di diritti d’autore mi sembra un’utopia
17. Magari questa competenza la lascio a chi insegna nella primaria e secondaria di I grado (una in meno!)
18. strumenti di valutazione digitali per creare quiz? mi sembra che qui ci sia un problema di traduzione (Fonte: Educational Technology and Mobile Learning)
19. strumenti di collaborazione in che senso? 🙄
20. Come cercare un ago nel pagliaio
21. Sempre che lo Stato ce ne fornisca uno gratis …
22. Nel mare magnum del web mi sembra difficile ma si può provare
23. Guarda, la gestione del tempo è già difficile senza strumenti digitali …
24. Cosa c’è da imparare?
25. Lo faccio già, da molti anni
26. idem
27. Che parolone! Dire mappe concettuali è da analfabeti informatici?
28. Io faccio un uso spropositato di post it, anche se poi catturano poco la mia attenzione. Dite che quelli digitali abbiano maggior successo?
29. Questa non mi sembra difficile …
30. Per poi dire: l’ortografia è un optional, l’importante è capirsi
31. Questa è da un milione di dollari … se devi anche valutare l’attendibilità dei dati, la loro completezza, fruibilità, trasferibilità …
32. Questo già lo fanno … sono esperti nel copia-incolla
33. Vabbè, ma allora laprofonline che ci sta a fare? 😉

LE MIE CONCLUSIONE.
Dunque, a occhio e croce sono già in possesso di una decina di questa abilità. Mi consola il fatto che di questo XXI secolo è trascorsa solo una minima parte. Ho ancora 986 anni davanti per completare l’acquisizione delle rimanenti competenze. 😆

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