Archivi Blog

C’ERA UNA VOLTA UNA PROF CHE NON SORRIDEVA MAI…

Tempo fa leggevo i tweet riportati sopra. L’autore è un giovanissimo docente che, in qualche modo, mi ha riportato indietro nel tempo, alla mia nomina in ruolo, tanti e tanti anni fa.

Vincitrice di concorso alla scuola media, non potei scegliere sede migliore di un piccolo paese di montagna a circa 75 chilometri da casa. Siamo sulle Alpi Carniche, a Paularo. Due pullman per arrivarci, un’ora e mezza di viaggio, sperando di non perdere la coincidenza alla stazione delle corriere di Tolmezzo. Altra ora e mezza al ritorno.

Ero molto giovane e, a dispetto di ciò che ogni donna vorrebbe, mi dava molto fastidio dimostrare qualche anno in meno della mia età. Fu così che adottai la strategia del “cerbero”: niente confidenza, niente sorrisi, richiami ad ogni flebile emissione di voce, note sul libretto e urlacci per sanzionare la minima mancanza.

Avevo un’unica classe – cosa che oggi bramerei anche se 16 ore di lezione e tutte le materie letterarie da insegnare costituiscono una condizione assai difficile da sostenere, pur considerando la modesta mole di lavoro per quanto riguarda la correzione dei compiti in classe -, una seconda media a tempo prolungato. L’orario, con due pomeriggi a settimana e, soprattutto, due turni di sorveglianza alla mensa, contribuiva al mio quotidiano malumore, causato anche dalle ore perse in viaggio e dagli orari assurdi di rientro a casa.

Sorvolo sul livello di istruzione dei pargoli e sul divieto imposto dal preside di insegnare la grammatica italiana, laddove la necessità era quasi una questione di sopravvivenza. Al posto della morfologia e della sintassi impartivo lezioni, sempre poco convinte, di cinema (in particolare il linguaggio cinematografico), pubblicità ed erbario. Sì, proprio erbario. L’attività consisteva nel raccogliere, con l’insegnante di scienze, le erbe selvatiche, intervistare le vecchiette del luogo esperte di fitoterapia o di cucina locale (con l’ausilio della collega d’inglese, unica del posto e in grado di decodificare la lingua carnica e tradurla in un italiano a me comprensibile) e stendere un libricino, sotto la mia guida, in cui si elencavano le proprietà delle varie erbe e i loro utilizzi sia in campo “medico” sia culinario. Ricordo che, grazie ad un’ispirazione illuminante, suggerii di intitolare il libretto “Rimedi per i malanni e delizie per il palato”.

Il lavoro occupò molti mesi e verso la fine di aprile fu allestita una mostra con le erbe raccolte ed essiccate e il libricino fu stampato in più copie e distribuito gratuitamente ai partecipanti.
Fu in occasione di quella specie di festa che, fuori dall’aula e in un contesto diverso da quello delle lezioni ordinarie, mi si avvicinò una mia allieva e mi chiese: “Professoressa (allora non si usava il confidenziale diminutivo prof), perché lei non ride mai come la professoressa dell’altra seconda?“.

Rimasi spiazzata. Non ricordo se e cosa io abbia risposto. Ricordo, però, che la ragazzina continuò: “E poi l’altra professoressa offre sempre le caramelle”. Infatti, la collega era praticamente una ruminante, si faceva fuori chili di liquirizia. Sarei curiosa di conoscere lo stato dei suoi denti trent’anni dopo…

Quella domanda – Perché non ride mai? – mi risuonò nella mente per ore, per giorni. Che cos’ero diventata? Io ero sempre stata una persona allegra, affabile. Perché mi ero trasformata in una specie di orco? Perché avevo perso il sorriso? Ero così perché mi pesava il viaggio, perché ero stanca di passare ore sul pullman, perché a casa, nel poco tempo che mi rimaneva, dovevo immergermi nello studio per superare un altro concorso, quello che mi avrebbe portato via da quel paesino, aprendo davanti a me nuovi orizzonti, popolati non da bimbetti montanari poco acculturati e ai quali non potevo nemmeno insegnare la grammatica italiana, ma da adolescenti cittadini, desiderosi di imparare Dante e Manzoni?

No. Ero diventata così solo perché temevo di non essere rispettata. Ero giovane e carina, non dimostravo nemmeno la mia età. Temevo di non essere presa in considerazione, nella giusta considerazione, se non urlavo, rimproveravo, scrivevo note e mantenevo la serietà che una professoressa doveva avere, senza elargire sorrisi e caramelle.

Ma avevo reso tristi i miei alunni, senza nemmeno rendermene conto.

Ne ebbi la prova quando, nell’ultimo tema di Italiano (ormai sicura che l’anno successivo non sarei stata più un’insegnante di scuola media, avendo vinto nel frattempo l’altro concorso), chiesi di parlare dell’esperienza di quell’anno, della classe, dei compagni e dei professori. Non erano obbligati a parlare di me, anzi, di solito in quel tipo di situazione se ne guardano bene. D’altra parte, c’era pure il rischio che mentissero spudoratamente, scrivendo di me ciò che conveniva scrivere per ottenere un buon voto.

Un sospetto che crollò di fronte alla genuina spontaneità di quei ragazzini e ragazzine con i pometti rossi sulle guance e senza peli sulla lingua. Quasi tutti parlarono anche di me. Tutti fecero le stesse osservazioni.
Copiai accuratamente i loro temini – nella parte che mi riguardava – su un quadernetto che ancora oggi conservo con cura nell’armadio dello studio. Sopravvissuto al trasloco di 16 anni fa e al mio frenetico mettere ordine che a volte significa buttare via tutto ciò che non serve senza indugiare. Un quadernetto con la copertina illustrata da Holly Hobbie, perché quand’ero giovane mi piacevano quelle donnine graziose, dai tratti gentili e dalla compostezza in cui mi rispecchiavo.

Confesso che rileggendo quei pensieri sparsi, dopo aver letto i tweet di Niccolò, mi sono venute le lacrime agli occhi.
Fra tutti i brevi scritti, ho scelto di riportare quello di Viviana F. che, senza peli sulla lingua e senza secondi fini, ha scritto di me così:

holly-hobbie«… all’inizio dell’anno era molto cattiva e si può dire che non sia cambiata molto, anzi poco. I suoi pregi sono pochi, ad esempio, mentre spiega si esprime molto bene. Fuori dall’ambito scolastico è molto simpatica [penso si riferisse alla presentazione dell’erbario]. […] I suoi pregi sono pochi, io non li so tutti, però dei difetti ho molto da parlare. Uno è che quando spiega non si può parlare, poi non ride quasi mai durante le lezioni, rarissime le volte in cui possiamo ridere, ma io rido lo stesso, anche se grida quasi sempre e poi si deve stare attenti con lei, altrimenti partono le note. Nell’aspetto fisico è molto bella e anche un po’ magra, forse a causa nostra che la facciamo arrabbiare. Anche se è perfida, questo è il suo lavoro [sic!]. Comunque vorrei che restasse e non voglio che creda che l’ho messa nell’elenco dei professori che vorrei tenere solo per farle un piacere, ma perché è vero.»

A tanti anni di distanza, ringrazio quegli alunni che, inconsapevolmente, mi hanno insegnato molto (e poi, rileggendo i “temini”, si esprimevano meglio di tanti liceali di adesso!).

Grazie a:

David B.
Michele B.
Ivanka C.
Zalima C.
Sonia D.
Nikita D.G.
Adi F.
Barbara F.
Silvia F.
Viviana F.
Sandra F.
Paolo G.
Jean-Jacques M.
Gerry M.
Luca M.
Ivan P.

TEMPO DI ISCRIZIONI: QUALE SCUOLA SCEGLIERE DOPO LE MEDIE?

Quale-scuola-scegliere-520x245
C’è tempo fino al 22 febbraio per scegliere in quale scuola continuare gli studi dopo le medie. Una scelta decisamente difficile che si è costretti a fare ad un’età che è caratterizzata da incertezza e indecisione. Ma decidere con cognizione di causa quale scuola frequentare per i prossimi cinque anni è di fondamentale importanza per il successo formativo.

Innanzitutto, insegnando in un liceo dalla classe prima alla quinta, posso dire che la preparazione dei quattordicenni di oggi è di gran lunga inferiore a quella dei coetanei di dieci anni fa, o anche meno. Tuttavia, se guardiamo la documentazione che arriva dalle scuole medie frequentate, tutte le lacune che man mano emergono fin dai primi giorni di scuola, sembrerebbero ingiustificate. Mi spiego meglio.

La preparazione nell’ambito della lingua italiana, ad esempio, lascia molto a desiderare. Ci sono ragazzi che si trovano in difficoltà anche solo quando devono distinguere le varie parti del discorso. Il verbo, poi, che è la la struttura portante di ogni frase, è il più maltrattato. Sembra difficile distinguere tra verbi transitivi e intransitivi, tra forma attiva e passiva, per non parlare della coniugazione di alcuni modi e tempi. Potrei scrivere un intero libro dal titolo “Il passato remoto, questo sconosciuto”. E stendiamo un velo sul corretto utilizzo del congiuntivo.

Parlare, poi, di analisi logica (della frase e del periodo) sembra paragonabile alla trattazione della fisica quantistica, che tutti sanno che esiste e pochi ne conoscono i contenuti. E’ solo un esempio, naturalmente. Ma se siamo autorizzati ad ignorare la fisica quantistica, in veste di parlanti la nostra lingua madre non possiamo ignorare l’analisi logica. Il fatto che si chiami “logica” dovrebbe suggerire che per operarla è necessario usare la testa, cosa che i quattordicenni d’oggi sanno fare benissimo in molte attività quotidiane ma che nell’affrontare le discipline scolastiche pensano non sia di primaria importanza.

E’ necessario stendere un altro velo sull’ortografia e il fatto che in qualche facoltà universitaria siano stati istituiti, per le matricole, dei corsi di italiano, più per provocazione che per reale necessità a mio parere, dovrebbe già dire tutto.
Ho parlato dell’italiano perché è trasversale, ma potrei estendere il discorso a molte discipline scolastiche che, a parere di molti, vengono affrontate in modo lacunoso e superficiale.

Naturalmente ci sono delle eccezioni: ragazzi e ragazze ben preparati che hanno delle ottime chance di frequentare un liceo con risultati brillanti e grandi soddisfazioni. Tuttavia, noto l’insana abitudine degli insegnanti della scuola media di elargire voti alti e altissimi a chi non ha una preparazione adeguata. Il problema fondamentale è che molti di questi ragazzi – e le loro famiglie – hanno delle aspettative che irrimediabilmente vengono deluse fin dai primi mesi di scuola superiore.

La scuola media è stata riformata nel 1979 e concepita come preparatoria al mondo del lavoro. Il Decreto 22 agosto 2007, n. 139 ha istituito il biennio obbligatorio della scuola superiore (va da sé che l’obbligo scolastico si espleta al compimento dei 16 anni, anche senza frequentare l’intero biennio), senza tuttavia riformare la scuola media che avrebbe dovuto essere adattata al prolungamento della frequenza obbligatoria la quale escludeva di fatto l’ingresso nel mondo del lavoro a 14 anni.

Il punto cruciale è questo: è doveroso venire incontro alle difficoltà degli alunni, anche evitando le bocciature che, trattandosi di scuola dell’obbligo, dovrebbero rappresentare delle eccezioni e non la regola. Tuttavia, non è corretto “aiutare” gli altri alzando i voti solo perché, nei confronti dei compagni più deboli, dimostrano di essere più svegli e capaci, pur impegnandosi al minimo.

Assistiamo, quindi, a quelle “elargizioni” che procurano in realtà molti danni. Se un allievo, arrivato in prima superiore, si rende conto che i risultati delle medie erano “falsati”, due possono essere le reazioni: impegnarsi di più per dimostrare ai nuovi docenti di potercela fare, oppure cadere nella demotivazione più profonda che non lascia molte speranze per il prosieguo degli studi. E si rischia di entrare in un circolo vizioso che ha come unico sbocco l’abbandono degli studi.

Quale scuola scegliere dopo le medie? Non sono una docente che dà per spacciato un allievo dopo tre settimane di scuola, ma vorrei essere onesta e dettare delle semplici regole che sarebbe utile seguire nella scelta della scuola superiore.

1. Fare i conti con la propria preparazione, al di là dei voti, e con l’impegno che si è disposti a spendere.
2. Seguire i consigli di orientamento degli insegnanti della scuola media. Quasi mai sono campati in aria.
3. Non coltivare particolari ambizioni da parte dei genitori. Non tutti i figli sono adatti al liceo (le statistiche dicono che la metà degli studenti lo preferiscono) e non bisogna commettere l’errore di sceglierlo solo perché i figli non hanno particolari attitudini che invece vengono richieste dall’istruzione professionale o tecnica. L’attitudine fondamentale richiesta da un liceo è quella di sapersi impegnare nello studio, cosa che non è così scontata per chi ha frequentato la scuola media con un profitto appena sufficiente.
4. Qualsiasi scuola è dignitosa purché ci si impegni seriamente per imparare.
5. Se è vero che l’ “obbligo scolastico” prosegue nel biennio superiore, ciò non si deve intendere come “obbligo” da parte dei docenti di promuovere tutti, qualunque sia la loro preparazione. Se si vuole continuare a studiare nel triennio successivo una adeguata preparazione è necessaria.

Questo è in sintesi il mio parere. La risposta sbagliata alla domanda posta nel titolo di questo post è una sola: “Una qualsiasi, basta andare avanti”. E’ il preludio ad una via crucis che vi porterà, con la consapevolezza che la scelta non può essere affidata al caso, da una scuola all’altra, con buone probabilità di non concluderne nessuna.

Come diceva Seneca a Lucilio, criticando chi non stava mai fermo a lungo in alcun luogo: “Non è il cielo che devi cambiare ma il tuo animo”.

PROF SEQUESTRA CELLULARE AD ALUNNO: ACCUSATO DI FURTO

cellulare_scuolaL’utilizzo del cellulare a scuola è vietato durante l’intera durata delle lezioni (quindi anche durante l’intervallo e i cambi d’ora). Lo dice una nota ministeriale che generalmente viene inserita nel regolamento dei vari istituti. La trasgressione può portare anche a sanzioni disciplinari nel caso il telefonino venga utilizzato durante i compiti in classe. Inoltre è prevista una sanzione pecuniaria, fino a 5000 euro, quando vengono scattate, all’interno dell’edificio scolastico, delle fotografie con il cellulare senza aver ottenuto il permesso della persona interessata.

Fin qui la norma. Ma cosa deve/ può fare il docente nel caso in cui trovi un allievo che usa il cellulare durante le lezioni? I comportamenti da tenere in genere vengono descritti dal regolamento d’istituto. Normalmente si procede in questo modo: si sequestra il telefonino (avendo cura di togliere la batteria per renderlo inutilizzabile), lo si “impacchetta” siglando i risvolti e segnando nome e cognome dell’allievo, la classe, la data e il nome dell’insegnante che ha colto in flagrante il malcapitato. Il “pacchetto” va poi consegnato in presidenza che avvertirà la famiglia dell’accaduto (meglio, comunque, scrivere una nota sul libretto in modo da rendere edotti i genitori fin da subito) e la inviterà a ritirare l’oggetto.

Fatta questa premessa (per i non addetti ai lavori), la notizia che riporto ha dell’incredibile.

Siamo a Forlì, in una scuola media. Un docente sorprende un alunno che sta usando il cellulare e guarda foto hard. Glielo ritira e agisce come da prassi descritta sopra.

La madre del ragazzino, anziché profondersi in scuse come sarebbe stato auspicabile, si presenta a scuola, non solo per ritirare il telefonino, accompagnata da un avvocato e denuncia il docente per furto.

Alle rimostranze dell’insegnante, che sottolinea anche il “materiale non scolastico” che il figlio stava “esaminando” sul telefonino, la donna replica che in fondo quelle foto non erano così disdicevoli in quanto la donna indossava pure il perizoma. 😯

Credo che questa notizia non abbia bisogno di commenti. Piuttosto mi pongo una domanda: dove andremo a finire? Ha ragione, forse, Renzi, quando sostiene che noi insegnanti siamo eroi … non tutti ma molti.

Io non ho tanta voglia di scherzare su questo argomento. Consiglio, comunque, la lettura di un divertente post firmato da Reginaldo Palermo per La tecnica della Scuola.

Vi riporto solo il catenaccio:

Qualche suggerimento: modificare i regolamenti di istituto e liberalizzare tutto. Il cellulare potrà essere tranquillamente usato, ma non come corpo contundente (se si dovesse rompere la famiglia potrebbe chiedere i danni). Se uno studente lo usa per guardarsi un video hard, collegatelo subito alla LIM, proiettate il filmato e fatevi 4 risate liberatorie tutti insieme.

[LINK della fonte; immagine da questo sito]

SE NON SI POSSONO RITIRARE I COMPITI E METTERE LE NOTE SUL LIBRETTO …

dante medieIo l’ho sempre fatto. Intendiamoci, non a sorpresa. La prima cosa da fare è dire tutto chiaro e tondo, senza dar adito a equivoci. Avvisati e mezzi salvati. Da un brutto voto, si capisce.

E’ un classico: un biglietto nascosto oppure un appunto scarabocchiato sul palmo della mano. L’insegnante se ne accorge e ritira il compito. Poi, proprio per essere chiari e trasparenti, mette una nota sul libretto, che è più una comunicazione che una nota disciplinare vera e propria. A casa vengono a sapere che, nonostante le raccomandazioni, l’alunno/a è stato/a sorpreso/a mentre sbirciava degli appunti nascosti e per questo il compito viene ritirato. Poi, a seconda del docente, ci sono due modi di “trattare la questione”: si annulla la prova e se ne propone un’altra di lì a qualche giorno, oppure la prova non viene nemmeno corretta (ufficialmente, perché poi un’occhiata la si dà comunque, giusto per farsi un’idea, relativamente alla parte svolta), e viene assegnato “d’ufficio” un voto negativo, di solito due. Io opto per la seconda. Va da sé che poi verrà data all’interessato/a la possibilità di rimediare.

Così è successo ieri alla scuola media “Dante” di Trieste, la stessa che ho frequentato e in cui ho insegnato in occasione delle prime supplenze. Un ragazzino di 13 anni, bravo ma non preparato per quel compito. Può capitare ma lui non è tranquillo, si scarabocchia qualcosa sul palmo della mano, l’insegnante se ne accorge, gli ritira il compito e segnala il fatto alla famiglia tramite una nota sul libretto.

Da insegnante la definirei una normale routine. Quell’insegnante, proprio perché sa che quel ragazzino è bravo e non abituato a questi mezzucci, probabilmente non si preoccupa. Lascia l’aula senza pensare alla tragedia che incombe. Qualche minuto passa sempre prima che arrivi il docente dell’ora successiva.

Quando la collega raggiunge l’aula, non fa in tempo a mettere i libri sulla cattedra e sente un gran trambusto, urla indirizzate alla finestra. C’è quel ragazzino che sta in bilico sul davanzale, nessuno riesce a fermarlo. E dire che quelle finestre sono proprio alte, le conosco bene. A mala pena si riesce a notare, dall’esterno (per anni ho vissuto affacciata su quel cortile, dalla mia finestra vedevo l’edificio scolastico), delle teste che sbucano.

Il ragazzino, presumibilmente senza essere notato, ha preso una sedia, l’ha accostata alla finestra, ci è salito sopra e si è gettato nel vuoto. Fortunatamente è atterrato sul tetto della palestra, facendo comunque un volo di circa otto metri. L’esito, grazie al cielo, non è funesto: ha una gamba e il bacino fratturati, nessuna lesione alla testa e agli organi vitali. Se la caverà.

Io ora mi chiedo, da insegnante, se avrò ancora coraggio di agire nel modo descritto. Eppure solo due anni fa proprio ad una ragazzina di prima liceo, quasi coetanea di quel ragazzo, avevo ritirato una prova di Latino. Lei non aveva fatto drammi né aveva nascosto il fatto a casa. Anzi, mi aveva scritto una letterina in cui diceva più o meno: “Lei non mi conosce, non voglio che si faccia un’idea sbagliata di me perché sono una brava ragazza e voglio avere dei buoni risultati. Non so che mi ha preso, non mi sentivo sicura, non ero riuscita a studiare bene quelle regole. Mi scusi”.

Forse le femmine sono diverse. Forse basta un anno per superare certe fragilità. Forse non basta neppure un’intera vita, l’importante è non sprecarla.

[fonte della notizia e immagine: Il Piccolo]

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: