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IL GIORNO DEL RICORDO: LE FOIBE E L’ESODO GIULIANO-DALMATA


Dal 2004 il 10 febbraio è il Giorno del Ricordo dedicato alla memoria del dramma dell’esodo giuliano-dalmata e di tutte le vittime delle Foibe.

I due eventi sono collegati alla cessione di parte del territorio italiano alla Jugoslavia (ormai ex) e al clima di odio che si diffuse durante e dopo la seconda guerra mondiale nei confronti dei cittadini italiani residenti in Istria e nella Dalmazia e degli oppositori, veri o presunti, al regime comunista di Tito.

La questione dal punto di vista storico è molto complessa. Cercherò di sintetizzarla quanto possibile.

Subito dopo la firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943 in Istria e in Dalmazia si assiste alla vendetta dei partigiani slavi nei confronti dei fascisti e degli italiani non comunisti. Considerati “nemici del popolo”, circa un migliaio di persone furono torturate e massacrate, quindi gettate nelle foibe (cavità carsiche presenti sul territorio italo-sloveno) vive o morte che fossero.
La persecuzione prosegue fino alla primavera del 1947, fino a quando, cioè, viene fissato il confine fra l’Italia e la Jugoslavia.

Furono infoibati poliziotti, impiegati civili e funzionari statali, civili di ogni categoria, compresi donne e bambini, persino religiosi, e furono uccisi o internati in campi tutti coloro che avrebbero potuto opporsi alle rivendicazioni jugoslave sulla Venezia Giulia compresi membri del movimento antifascista italiano. In totale si stima che le vittime delle foibe siano state tra le seimila e le undicimila. Qualcuno pensa che il numero fosse anche maggiore, fino a sfiorare le quindicimila vittime.

A questo orrore si unisce la sofferenza di migliaia di istriani e dalmati, costretti a vivere in un Paese che non è più il loro.

Il 10 febbraio del 1947 l’Italia ratifica il trattato di pace e la fascia costiera dell’Istria (Capodistria, Pirano, Umago e Cittanova ) passa sotto amministrazione jugoslava (zona B); il resto dell’Istria, Fiume e Zara passano in maniera definitiva sotto sovranità jugoslava. La fascia costiera da Monfalcone a Muggia va sotto amministrazione alleata (zona A) mentre Gorizia e il resto della Venezia Giulia tornano sotto la sovranità italiana.


L’esodo era comunque già iniziato prima della fine della guerra per diversi motivi: il terrore causato dai massacri delle foibe, le deportazioni dei civili italiani in campi di concentramento operate dalle forze di occupazione jugoslave, il timore di vivere sottomessi alla dittatura comunista in terre non più italiane. Un forte impulso all’esodo fu dato dalla sistematica e preordinata politica di pulizia etnica praticata dagli jugoslavi per eliminare la maggioranza italiana.

Trecentocinquantamila persone si trasformano in esuli. Costretti a lasciare le loro case, gli oggetti che non potevano trasportare, e a subire la confisca dei beni. Già nella prima metà del 1946 il Bollettino Ufficiale jugoslavo pubblicò ordinanze secondo le quali si conferiva al Comitato Popolare locale il diritto di disporre delle case degli esuli italiani e di cederle ai cittadini croati; si sequestravano tutti i beni del nemico e degli assenti; si considerava nemico e fascista, quindi da epurare, chiunque si opponesse al passaggio dell’Istria alla Jugoslavia.

L’ultima fase migratoria ebbe luogo dopo il 1954 allorché il Memorandum di Londra assegnò definitivamente la zona A del Territorio Libero di Trieste all’Italia, e la zona B alla Jugoslavia. L’esodo si concluse solamente intorno al 1960. Dal censimento jugoslavo del 1971 in Istria, a Fiume e nel Quarnero erano rimasti 17.516 italiani su un totale di 432.136 abitanti.

Il 10 novembre 1975 con il trattato di Osimo, nelle Marche, l’allora Ministro degli Esteri Rumor firmò la cessione in via definitiva della zona B alla Jugoslavia.

Per quasi cinquant’anni il silenzio della storiografia e della classe politica avvolge la vicenda degli italiani uccisi nelle foibe istriane. D’ora in poi si inizia a parlare dello sterminio delle foibe e dell’esodo forzato dalle terre dell’Istria e della Dalmazia.

Solo ieri il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella, nel commemorare le vittime delle foibe e dell’esodo, ha ricordato che peggio del negazionismo c’è solo l’indifferenza.

Nel 2004, come già detto, si dedica a questi eventi la “Giornata del ricordo” ed è giusto che sia così ma, rispetto alla deportazione e allo sterminio avvenuti nel lager nazisti, su questa pagina di storia si sa ancora poco e molti sono i sospetti.

Leggo su questo sito, a proposito del confronto tra i due eventi:

Perché dobbiamo parlare sempre della Shoah e non parliamo di altri genocidi?
[…] Per sintetizzare: studiamo la Shoah perché è un episodio della storia italiana. Migliaia di ebrei nostri concittadini sono stati deportati e uccisi, anche grazie alla collaborazione del fascismo e di tanti “italiani comuni”.
[…] Un’altra risposta si può dare cercando di contestualizzare gli altri genocidi. Mentre la Shoah, infatti, non riesce a trovare una spiegazione “logica” che sia condivisa dagli storici, e rimane quindi per molti aspetti ancora un mistero, altri crimini, altrettanto orrendi ed odiosi, possono essere capiti e spiegati attraverso il contesto. […] La Shoah non ha alcuna spiegazione “razionale”. Le scelte naziste del 1943-1944 non avevano nulla di comprensibile, né dal punto di vista militare, né economico, né politico. Per rimanere nel panorama italiano, per spiegare il fenomeno delle Foibe si può raccontare l’occupazione italiana della Jugoslavia tra il 1941 ed il 1943. […] Ovviamente in tal modo non si intende giustificare il massacro di migliaia di italiani nelle caverne del Carso, ma comprendere: l’obiettivo è quello di spiegare le ragioni che portarono all’odio politico ed etnico che ha causato un tale orrore.

Ecco, io non sono d’accordo sulla diversificazione operata tra lo sterminio degli Ebrei (e non solo) durante l’Olocausto e lo sterminio avvenuto nelle foibe del Carso (senza dimenticare l’esodo).

È noto, attraverso molte testimonianze, che la questione non fu soltanto politica. Molte vittime erano del tutto innocenti, esattamente come gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali. Non si può ridurre il tutto a una questione politica asserendo che gli episodi criminali di cui si è detto fossero una rappresaglia nei confronti degli anticomunisti, né si può dire con certezza che tutti i profughi dall’Istria e dalla Dalmazia fossero fascisti.

Io ho avuto la fortuna di incontrare una dei profughi da Pola: mia suocera. Per lei, e per tutti i suoi familiari, non sarebbe stato possibile più vivere in un luogo che, seppur amatissimo, non potevano più chiamare Patria. Non avrebbero mai accettato di rinunciare alla loro lingua, l’italiano, costretti a utilizzare, almeno al di fuori del contesto familiare, una lingua straniera che neppure conoscevano.

Mia suocera non sopportava nemmeno di vedere sulla sua carta di identità la sigla HR a fianco del luogo di nascita Pola. Lei era nata in Italia, era italiana come Pola allora. Non ha mai voluto capire che sul documento era identificata l’attuale appartenenza di Pola alla Croazia. Anzi, lo capiva benissimo ma non lo volle mai accettare.

Per concludere, personalmente non concordo sull’istituzione di due diverse date (il 27 gennaio e il 10 febbraio) per commemorare degli eventi che, al di là delle motivazioni (o non motivazioni) e del numero delle vittime, sono da considerare crimini contro l’umanità.

L’ADIO

 

I disi che bisogna far valise,
Che in primavera dovarò pompar,
Con quatro fazoleti e do camise,
E con do brazi che sa lavorar.

Se devo andar, te voio dir adio,
Come sa dir adio un polesan,
A saludarte come un vero fio,
Che parti, per andar assai lontano.

Solo due lagrime,
una per ocio,
E po in zenocio,
questa terra baserò
Solo due lagrime,
el cor in gola,
Mia cara pola,
mi te saluderò.

Adio voio dirghe a la caseta,
Dove go pasà la gioventù,
Adio a questa terra benedeta,
Perche se vado non te vedo più.

Con la coscenza più che mai serena,
Do robe voio cior per ricordar,
In t’un scartosso un tochetin dè rena,
In ‘na fiascheta un fia` del tuo bel mar.

Testo: Arturo Daici | Musica: Alberto Picconi 1946

 

PER APPROFONDIRE

RAIPLAY

Marisa Madieri, Verde acqua (autobiografia dell’esodo da Fiume)

Simone Cristicchi, Magazzino 18 (spettacolo teatrale sull’esodo giuliano dalmata)

[Fonti: Wikipedia-esodo; Wikipedia-foibe e giorgioperlasca.it]

NUOVO “CASO CROCIFISSO” A TRIESTE: PROF GAY LO TOGLIE DALL’AULA E VIENE CENSURATO

crocefissoQuel crocifisso in classe non s’ha da tenere. Ogni tanto ne viene fuori una nuova ma questa è proprio particolare. Qui non si tratta, come capitato anni fa, di una famiglia che protesta perché non le garba che il crocifisso se ne stia attaccato al muro di un’aula scolastica. Protagonista di questa vicenda è un docente che ce l’ha con il Vaticano e quindi non gradisce di essere osservato da un Cristo in croce mentre fa lezione.

Siamo a Trieste, al liceo Carducci-Dante (obbrobrio causato dall’accorpamento fra istituti voluto dall’ex ministro Gelmini … e per fortuna che Carducci era un estimatore del Sommo Poeta!). Davide Zotti è un professore dichiaratamente gay che, ad ottobre scorso, ha tolto dall’aula in cui insegnava il crocifisso, giustificandosi così con gli studenti: «come docente e omosessuale non posso più accettare di svolgere il mio lavoro in un luogo, l’aula, segnato dal simbolo principale della Chiesa cattolica, che continua a calpestare la mia dignità di persona omosessuale».

Motivo di tale astio? Le parole del cardinale Camillo Ruini che, all’indomani della polemica scaturita dalla registrazione dei matrimoni tra omosessuali, contratti all’estero, in vari Comuni italiani, difendendo la famiglia tradizionale e il matrimonio eterosessuale aveva dichiarato immaginari i diritti delle persone omosessuali.

Nonostante Zotti, tramite il suo legale, avesse chiesto l’archiviazione del caso, a un mese e mezzo dal fatto l’Ufficio Scolastico regionale del Friuli – Venezia Giulia ha emesso il verdetto: censura. In sostanza, poco più che un ammonimento scritto.

«È arrivata una lettera firmata da Pietro Biasiol, vicario dell’Usr con le contestazioni di addebito. Nella missiva – spiega Zotti – mi informano che è stato avviato un procedimento a mio carico. Le accuse riguardano il fatto di aver rilasciato dichiarazioni ai mezzi di stampa senza autorizzazione; di aver pregiudicato l’immagine dell’amministrazione e della scuola. Non solo. Mi accusano di aver rimosso un arredo scolastico ma non usano mai la parola crocefisso e fanno riferimento ai Regi Decreti del 1924 e del 1928”».

Insomma, in Italia i regi Decreti, se non abrogati, valgono tuttora. Che ci piaccia o meno. A mio parere il docente poteva fare le sue rimostranze con la dirigente ed evitare di fare una lezione a difesa dei diritti omosessuali e contro la Chiesa. Un insegnante dovrebbe astenersi dai riferimenti alla propria vita privata e cercare di non influenzare gli studenti proponendo una visione personale della realtà che li circonda. Credo che si sarebbe potuto benissimo proporre una conferenza sul tema in occasione di qualche assemblea d’istituto, invitando a partecipare esponenti delle parti avverse. Sarebbe stato molto più costruttivo che togliere dalla parete il crocifisso che, tra l’altro, stava lì indisturbato da tempo e assisteva in silenzio alle lezioni del professore senza turbarlo affatto.

E voi che ne pensate?

[fonte: Il Piccolo]

SE LA SUPPLENTE E’ … UN UOMO

michele romeoImmaginiamo una classe di liceali alla quale viene annunciato l’arrivo di un supplente: Michele Romeo. Fin qui tutto normale direi.

Immaginiamo ora lo stupore con cui viene accolto il supplente quando si presenta in aula vestito da … donna. Il primo pensiero è quello che rimanda a un errore. Certamente l’annuncio era sbagliato. Al posto dell’insegnante titolare di quella cattedra doveva arrivare una donna, mica un uomo.

E invece no. La “signora” che si presenta alla scolaresca con la gonna e le scarpe col tacco è proprio Michele Romeo, insegnante di origine pugliese che da anni vive a Trieste dove collabora con i Dipartimenti di Scienze Chimiche e Farmaceutiche della locale Università.

Immaginiamo, allora le reazioni. Quelle dei colleghi, quelle dei ragazzi, quelle dei genitori. Evidentemente diverse, perché diverso è il modo di accogliere chi è diverso, e scusate il bisticcio di parole. Un uomo vestito da donna, con mascara e fard sulla faccia non rientra nella “normalità” di un tranquillo liceo dove tutto scorre nel più normale dei modi. Dove chi siede in cattedra e si chiama Michele è vestito da uomo e non porta i tacchi a spillo.

Siamo a Trieste, al liceo scientifico Oberdan. Il supplente in questione ha un curriculum di tutto rispetto: laurea in Fisica a Lecce, esperienze all’estero, fra cui i due anni passati a Monaco di Baviera dove ha lavorato come ricercatore associato al Politecnico. E poi la collaborazione con l’ateneo giuliano. Ora una supplenza tardiva, a ridosso dell’ultima campanella di quest’anno scolastico, nel più prestigioso liceo scientifico cittadino.

Tutto normale per la dirigente, professoressa Maria Cristina Rocco, che è cosciente della “stranezza” della situazione ma difende la (il?) supplente Romeo perché preparato, all’altezza del compito affidatogli. Comprende ma non giustifica la perplessità di alcuni genitori che da qualche giorno sembrano essere sul piede di guerra.

«Le reazioni di alcuni genitori mi stupiscono, è allucinate che un insegnante venga giudicato dagli abiti che indossa, – afferma la Rocco – la legge tutela i diritti di tutti e siamo noi a dover imparare che la normalità non è rappresentata dalla cosa più frequente che siamo abituati a vedere». «Prima che il professor Romeo iniziasse le supplenze – precisa poi – ho parlato con lui perché capivo che la situazione poteva essere delicata. Ho scoperto una persona estremamente professionale, preparata, educata che ha mantenuto un’anagrafica maschile, porta abiti da donna garantendo comunque il rispetto per il decoro».

E già, però sembra un po’ strano, anche se anagraficamente corretto, parlare di “professore” e riferirsi ad una persona che ha l’aspetto femminile, che indossa la gonna e le scarpe con il tacco.

Ma come appare agli studenti il prof Romeo?
«Ci siamo messi a ridere, ovvio, – afferma una studentessa del liceo – qualcuno l’ha anche fotografato, incredulo, e per far poi vedere ai genitori. So che qualcuno vuole scrivere al Provveditorato».
E ancora: «Quando si è presentato sono rimasto di stucco – ammette Luca – a noi alunni chiedono di indossare abiti consoni e anche per gli insegnati dovrebbe valere la stessa regola».

Sembra, dunque, che i ragazzi siano più intransigenti rispetto alla dirigente. E i genitori non sono da meno, visto che la notizia si è sparsa in men che non si dica tramite il solito tam tam telefonico.
«Rispetto il diritto del professor Romeo di vestirsi come vuole in ambito privato, – dichiara il padre di una studentessa della seconda classe – ma in ambito scolastico lo trovo inopportuno».

Alla fine una domanda è lecita: conta di più l’aspetto della preparazione professionale? Pare di sì. Mi ritorna in mente il caso di una maestra che aveva partecipato al concorso di Miss Italia e per questo era sembrata poco consona a quel ruolo.

Insomma, l’abito fa il professore o lo fa la sua esperienza e la sua preparazione?

[LINK della fonte; immagine da questo sito]

DAL PROFILO GOOGLE DEL PROF ROMEO HO TROVATO QUESTO VIDEO. MI SEMBRA INTERESSANTE.

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Il post è pubblicato anche sul blog “Scuola di vita” del Corriere.it. QUI potete leggere gli altri miei contributi.

SE NON SI POSSONO RITIRARE I COMPITI E METTERE LE NOTE SUL LIBRETTO …

dante medieIo l’ho sempre fatto. Intendiamoci, non a sorpresa. La prima cosa da fare è dire tutto chiaro e tondo, senza dar adito a equivoci. Avvisati e mezzi salvati. Da un brutto voto, si capisce.

E’ un classico: un biglietto nascosto oppure un appunto scarabocchiato sul palmo della mano. L’insegnante se ne accorge e ritira il compito. Poi, proprio per essere chiari e trasparenti, mette una nota sul libretto, che è più una comunicazione che una nota disciplinare vera e propria. A casa vengono a sapere che, nonostante le raccomandazioni, l’alunno/a è stato/a sorpreso/a mentre sbirciava degli appunti nascosti e per questo il compito viene ritirato. Poi, a seconda del docente, ci sono due modi di “trattare la questione”: si annulla la prova e se ne propone un’altra di lì a qualche giorno, oppure la prova non viene nemmeno corretta (ufficialmente, perché poi un’occhiata la si dà comunque, giusto per farsi un’idea, relativamente alla parte svolta), e viene assegnato “d’ufficio” un voto negativo, di solito due. Io opto per la seconda. Va da sé che poi verrà data all’interessato/a la possibilità di rimediare.

Così è successo ieri alla scuola media “Dante” di Trieste, la stessa che ho frequentato e in cui ho insegnato in occasione delle prime supplenze. Un ragazzino di 13 anni, bravo ma non preparato per quel compito. Può capitare ma lui non è tranquillo, si scarabocchia qualcosa sul palmo della mano, l’insegnante se ne accorge, gli ritira il compito e segnala il fatto alla famiglia tramite una nota sul libretto.

Da insegnante la definirei una normale routine. Quell’insegnante, proprio perché sa che quel ragazzino è bravo e non abituato a questi mezzucci, probabilmente non si preoccupa. Lascia l’aula senza pensare alla tragedia che incombe. Qualche minuto passa sempre prima che arrivi il docente dell’ora successiva.

Quando la collega raggiunge l’aula, non fa in tempo a mettere i libri sulla cattedra e sente un gran trambusto, urla indirizzate alla finestra. C’è quel ragazzino che sta in bilico sul davanzale, nessuno riesce a fermarlo. E dire che quelle finestre sono proprio alte, le conosco bene. A mala pena si riesce a notare, dall’esterno (per anni ho vissuto affacciata su quel cortile, dalla mia finestra vedevo l’edificio scolastico), delle teste che sbucano.

Il ragazzino, presumibilmente senza essere notato, ha preso una sedia, l’ha accostata alla finestra, ci è salito sopra e si è gettato nel vuoto. Fortunatamente è atterrato sul tetto della palestra, facendo comunque un volo di circa otto metri. L’esito, grazie al cielo, non è funesto: ha una gamba e il bacino fratturati, nessuna lesione alla testa e agli organi vitali. Se la caverà.

Io ora mi chiedo, da insegnante, se avrò ancora coraggio di agire nel modo descritto. Eppure solo due anni fa proprio ad una ragazzina di prima liceo, quasi coetanea di quel ragazzo, avevo ritirato una prova di Latino. Lei non aveva fatto drammi né aveva nascosto il fatto a casa. Anzi, mi aveva scritto una letterina in cui diceva più o meno: “Lei non mi conosce, non voglio che si faccia un’idea sbagliata di me perché sono una brava ragazza e voglio avere dei buoni risultati. Non so che mi ha preso, non mi sentivo sicura, non ero riuscita a studiare bene quelle regole. Mi scusi”.

Forse le femmine sono diverse. Forse basta un anno per superare certe fragilità. Forse non basta neppure un’intera vita, l’importante è non sprecarla.

[fonte della notizia e immagine: Il Piccolo]

DETENUTO PARLA CON I PROF DEL FIGLIO VIA SKYPE

TRIESTE. Detenuto parla con i prof del figlio attraverso Internet. La Direzione penitenziaria di Trieste e la Magistratura di sorveglianza hanno autorizzato – per la prima volta nella storia della realtà penitenziaria italiana – che T.M., detenuto nella casa circondariale di Trieste, avesse un videocolloquio con gli insegnanti del figlio minore che risiede in un comune della provincia di Udine.
L’assistenza al detenuto è stata offerta dall’associazione onlus “Auxilia” attraverso i suoi volontari, utilizzando Skype e attrezzandosi con due diverse postazioni informatiche. (Il Piccolo)

E poi ci sono quelli che malignano che certi genitori si disinteressano dei figli …

FRIULI: IL PRESIDE DURÌ IMPONE NUOVI DIVIETI. NO A BERMUDA E CANOTTE, INFRADITO SCONSIGLIATI


Dopo le sue esternazioni circa il deprecabile utilizzo del social network più famoso del mondo, Facebook, da parte di professori e studenti che stringono “amicizia” sul web, il Dirigente Scolastico dell’ISIS Maliganani di Cervignano del Friuli, Aldo Durì, ora mette le mani avanti, in previsione dell’arrivo della bella stagione, e stabilisce delle regole ferree sugli abiti e calzature che gli studenti non devono usare. In una circolare diramata ieri, vengono messi al bando i capi d’abbigliamento considerati «poco decorosi all’interno dell’ambiente scolastico». I ragazzi dovranno evitare i bermuda, i pantaloni corti e certi tipi di canotte.

«Con l’arrivo della primavera e del bel tempo – spiega Durì -, ritengo opportuno ricordare agli allievi (e non solo) il dovere di indossare un abbigliamento decoroso, decente e sobrio. Il mio invito non è mosso dalla pretesa di limitare la libertà individuale, ma dalla volontà di esigere che i vestiti indossati da studenti e personale siano consoni alla dignità del luogo.

Come nelle chiese non sono tollerati indumenti da spiaggia, non vedo perché debbano esserlo nelle scuole, che non sono più quei templi del sapere esaltati dalla retorica bolsa del tempo che fu, ma sono pur sempre istituzioni cui è attribuita l’alta missione di presiedere alla formazione delle nuove generazioni». Aggiunge il preside: «Non pretendo che i ragazzi indossino giacca e cravatta e le ragazze golfini e gonne plissettate sotto il ginocchio e calzettoni come negli anni Sessanta, né le divise in uso nei college inglesi, che comunque apprezzo per lo spirito ugualitario e il senso di appartenenza che affermano, così come apprezzo i grembiuli nelle scuole elementari.

Esigo che i ragazzi evitino bermuda, braghe corte, shorts e le canotte stile “poveri ma belli” (con esibizione di peli ascellari non sempre gradevoli all’olfatto). Le ragazze dovranno rinunciare ad esibire top scollati, hot pants, gonne troppo succinte o calzoni dalla vita così bassa da lasciare a nudo porzioni ampie di ventri e natiche. Ad ambo i sessi, poi, sconsiglio fermamente l’uso di infradito da spiaggia. Queste cose non dovrebbero essere regolate da circolare, ma dettate dal buon gusto e dal buon senso. C’è uno stile, un modo di vestirsi che varia funzionalmente in ragione dei posti che si frequentano e delle situazioni che si affrontano. A scuola o in ufficio non ci si va agghindati come in discoteca.

Se poi si cerca la trasgressione (anche se magari si scambia per trasgressione il conformismo più banale ai dettami di una moda sguaiata e volgare), allora si sappia che non permetterò che la scuola diventi terreno di queste esibizioni e provocazioni. Invito perciò insegnanti, collaboratori e coordinatori a far rispettare queste prescrizioni che trovano il loro fondamento nell’articolo 34 del regolamento scolastico». (fonte: Messaggero Veneto)

Lo scorso anno dei divieti analoghi erano stati al centro di un dibattito pro e contro: allora il casus belli era stato il divieto di fare entrare dei ragazzi presentatisi in bermuda all’Istituto Nautico di Trieste. Allora ero d’accordo con il preside Raffaele Marchione, ora appoggio l’iniziativa di Aldo Durì e concordo sul fatto che la scelta dell’abbigliamento dovrebbe essere dettata dal buon senso, oltreché di buon gusto. Ma siccome il bon ton non va più di moda, indicazioni del genere forse dovrebbero essere diramate su iniziativa dello stesso ministero.

[immagine da Frz40’s Blog]

IMMIGRAZIONE: A TRIESTE UNA SCUOLA PER SALVARE LA LINGUA ALBANESE

I piccoli immigrati spesso perdono il contatto con l’idioma materno, anche perché passano più tempo a scuola o con i compagni e amici italiani che a casa, in famiglia. Poi, i genitori sono propensi ad esprimersi nella lingua “locale” per facilitarne l’apprendimento ed evitare ai propri figli un inserimento traumatico nel contesto scuola senza un’adeguata conoscenza linguistica.

A Trieste, città da sempre multietnica, l’Asat – Associazione degli studenti albanesi a Trieste – ha dato avvio alla prima scuola di lingua albanese nella città giuliana. La scuola media “Guido Corsi” ha messo a disposizione un’aula che ospita una ventina di bambini di età compresa tra i 6 e i 13 anni. I corsi di lingua albanese per i piccoli nati in Italia o immigrati in tenera età sono gratuiti e mirano a salvaguardare la lingua d’origine e, allo stesso tempo, favorire l’intergazione degli alunni stranieri.

L’insegnante è Irena Alushani, vive a a Trieste dal 1997, è laureata in Scienze storiche all’Università di Tirana e poi anche a Trieste, da molti anni è mediatrice culturale in particolare nelle scuole materne comunali. Così commenta l’iniziativa: «Mi sono accorta che i bambini avevano difficoltà di inserimento. L’integrazione è fatta di tante tappe ma per prima cosa bisogna accettare se stessi. I bambini erano impauriti e silenziosi, respingevano la loro lingua anche con me che ero lì come mediatore. Una conoscenza approfondita della madrelingua è importante per poterne imparare bene anche una seconda o terza e allo stesso tempo, e inoltre può permettere il ritorno in patria».

Il progetto è coordinato dalla dottoressa Alice Mado Proverbio del Laboratorio di Elettrofisiologia cognitiva del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca. La sperimentazione è considerata utile considerando che la lingua materna si distingue da quella non materna in quanto insieme al suono delle parole il cervello codifica tutte le altre informazioni su come è fatto il mondo, come si vive, come funzionano le cose, e il tutto è fortemente intriso di sentimenti e affetti, si impara a distinguere ciò che è vietato, ciò che è bene fare, o è pericoloso, o ridicolo.

Un progetto senz’altro apprezzabile che merita lodi nella speranza che possa avere un seguito anche per altre comunità e in diverse zone d’Italia dove il fenomeno immigrazione è piuttosto elevato.

Insomma, una specie di “classi separate” con un obiettivo contrario a quello previsto nella bozza che qualche anno fa ha fatto infuriare il mondo politico: laddove si voleva dividere qui si unisce e non per imparare l’italiano bensì per non dimenticare la propria lingua di origine.

[fonte: Il Piccolo]

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