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A MONFALCONE TROPPI STRANIERI IN CLASSE: BAMBINI DIROTTATI ALTROVE. MA IL TETTO DEL 30% ESISTE ANCORA


Ha fatto scalpore la notizia che il sindaco di Monfalcone (Gorizia), Anna Maria Cisint, abbia fissato un tetto del 45% alla presenza di bambini stranieri nelle scuole della prima infanzia cittadine. Gli alunni esclusi saranno “dirottati” su altri plessi tramite un servizio di scuolabus gratuito. La convenzione è stata sottoscritta da due istituti comprensivi della città – l’«Ezio Giacich» e il «G. Randaccio» – con il Comune, che fissa un tetto massimo per la presenza di bambini stranieri nelle classi della materna che verranno formate a settembre.

La decisione è stata presa a causa della presenza massiccia di stranieri a Monfalcone. Negli ultimi anni si è registrato un incremento dei figli di immigrati fino ad arrivare a un rapporto di 1 a 1. Quindi nelle scuole monfalconesi, specialmente d’infanzia e primarie, un alunno su due è figlio di immigrati. La situazione per quanto riguarda l’immigrazione a Monfalcone è molto particolare in quanto lo stabilimento Fincantieri dà lavoro a operai di cento etnie diverse, in prevalenza provenienti da Bangladesh e Romania. Gli stranieri costituiscono 1/5 della popolazione, la percentuale più alta in regione (dati relativi al 2016).
Per far fronte alle aumentate esigenze, l’Ufficio scolastico regionale ha già autorizzato l’apertura di due nuove sezioni della scuola dell’infanzia, con la nomina di quattro nuovi insegnanti. Ma non sono stati sufficienti: le domande per bambini non italiani sono vicine al 60% del totale.

La notizia ha ormai fatto il giro della penisola ed è riportata dai maggiori quotidiani nazionali. In 24 ore la questione è approdata in Parlamento con l’interrogazione urgente della senatrice dem Tatjana Rojc che chiede se non vi siano «palesi violazioni degli articoli 2 e 3 della Costituzione».

Non avrebbe fatto di certo tanto scalpore questa presa di posizione se in qualche modo non avesse messo uno contro l’altro dei rappresentanti della Lega, partito a cui appartengono sia il ministro del MIUR Bussetti sia la stessa prima cittadina di Monfalcone. Per completare il terzetto, lo stesso vice premier Matteo Salvini si è dichiarato favorevole all’iniziativa della Cisint, mentre il ministro Bussetti no, appoggiato dal ministro per la Famiglia Fontana, anch’egli leghista.

Da parte sua Bussetti ha rassicurato i genitori dei bambini “esclusi”: «Mi sono informato con gli uffici provinciali i quali hanno dato la possibilità di attivare 2 classi in più e comunque siamo sulla soglia in percentuale richiesta dalla norma». La prima cittadina Cisint ha invece chiesto all’amministrazione di Fincantieri che la società si faccia carico anche di garantire un servizio di scuola dell’infanzia alle famiglie dei lavoratori stranieri.

In difesa di Cisint e della convenzione stipulata coi dirigenti scolastici è intervenuto il presidente leghista del Fvg Massimiliano Fedriga osservando: «Quando ci sono classi con il 90% di bambini stranieri non si fa integrazione». A Monfalcone, ha ricordato, «il 22% della popolazione è straniera». «Cisint – continua Fedriga – si è interfacciata anche con l’Ufficio scolastico per cercare di trovare le migliori soluzioni, penso però che l’alternativa non sia fare classi in cui c’è il 90% o il 100% di bambini stranieri».

Questa in sintesi la notizia sui cui sviluppi cercherò di tenere aggiornati i lettori. Ora la mia personale riflessione.

Nel 2009 l’allora ministro del MIUR Marialstella Gelmini aveva fissato il tetto del 30% per l’inserimento in classe di allievi stranieri. Chiaramente con le dovute deroghe (infatti, come nel caso attuale di Monfalcone, ci sono zone in Italia con un’affluenza di bambini stranieri molto elevata), anche se si sono registrati dei casi assurdi (di uno in particolare parlai QUI) in cui non furono concesse deroghe nemmeno nel caso in cui i bambini “stranieri” fossero nati in Italia, o arrivati qui da piccolissimi, che avessero frequentato la scuola materna nel nostro Paese e che in casa parlassero solo l’Italiano.

E’ più che evidente che, trattandosi di scuola primaria o secondaria, il discorso è diverso. Nel “caso Monfalcone” i bambini “dirottati” altrove sono piccolissimi, poiché si parla di iscrizioni alla scuola dell’infanzia. Spesso nelle famiglie di immigrati si mantiene l’uso della lingua materna nella comunicazione quotidiana e per i figli l’ambiente scolastico rimane l’unico luogo in cui potersi relazionare con adulti e coetanei imparando la lingua italiana la quale, essendo l’idioma parlato nel Paese ospitante la famiglia, si presume diventerà la loro lingua. Proprio per questo è importante, come osserva il Presidente della regione Friuli – Venezia Giulia Fedriga, che le classi non siano formate esclusivamente da stranieri.

Se la norma prevede il tetto del 30% e il sindaco Cisint ha fissato una percentuale più alta e prossima alla metà dei componenti totali della classe, a me personalmente sembra una cosa saggia perché, invece di creare “classi ghetto”, può favorire meglio l’integrazione dei bambini in questione, anche a costo del piccolo disagio del trasporto in paesi limitrofi. Trattandosi di Monfalcone (cittadina con poco più di 28mila abitanti) posso assicurare che il disagio sarebbe davvero trascurabile, poco più di 15 minuti di percorso con lo scuolabus.

[fonti: Il Corriere e Il Piccolo immagine da questo sito]

AGGIORNAMENTO DEL POST 18/07/2018

Come promesso, aggiorno i lettori sulla vicenda dei bambini esclusi da alcune delle scuole dell’infanzia di Monfalcone.

Il sindaco Anna Maria Cisint non fa alcun passo indietro, anche se ha promesso che per il prossimo anno il tetto scenderà al 40%. Con queste parole difende la sua posizione:

«già la Regione Veneto prima e il Comune di Venezia poi hanno adottato un protocollo simile al nostro, incassando perfino il plauso del Prefetto. Quindi l’unica vera differenza è che lì, con un tetto del 30% di stranieri in classe, i firmatari sono stati applauditi come promotori dell’integrazione, mentre qui, col 45%, siamo stati tacciati di razzismo». Aggiunge, poi, un parere da madre: ««Da mamma – spiega – non trovo giusto che i bambini monfalconesi fuggano in altri comuni. Nel 2016 erano 90, ora sono la metà».

Sono 79, per la maggior parte stranieri, i bambini rimasti fuori dalle scuole dell’infanzia monfalconesi ma nei paesi limitrofi, assicura Cisint, i posti ci sono:«Ho appreso di molti posti liberi negli asili dei Comuni vicini: 30 a San Canzian, 20 a Staranzano, 18 a Ronchi, 15 a Fogliano. Come mai nessuno si offre di accogliere i 79 bimbi rimasti fuori?».

Sulla vicenda sono intervenuti anche i sindacati, CGIL in testa, decisi a dar battaglia alla prima cittadina della città isontina. Il segretario regionale Flc-Cgil Adriano Zonta spiega così la presa di posizione del suo sindacato:

«Si ravvisano irregolarità che a nostro avviso possono sfociare sul penale, ma sarà la magistratura a decidere. Noi invieremo l’esposto anche al Garante dei Minori e al Miur. […] i bimbi non possono essere messi in mezzo, né ci può essere discriminazione».

Allo stesso tempo Zonta non esclude che si possa trovare un accordo: « È vero, come dice Cisint, che tutti i soggetti vanno interessati, compresa l’azienda, ma non con la filosofia del “Si arrangi Fincantieri”». Da 3 anni si avevano i dati demografici, come mai non si è pensato a risolvere prima il problema dell’esubero? Siamo disponibili a discutere, ma l’accordo va ritirato: urge un tavolo sul dimensionamento scolastico».

In attesa di incontrare il direttore dell’Ufficio scolastico regionale del Friuli- Venezia Giulia Igor Giacomini e il senatore Mario Pittoni della Lega, la Cisint non esclude la formazione di classi – ponte ovvero «spazi in cui i bimbi stranieri possano apprendere esaustivamente la lingua italiana così quando saranno pronti potranno essere inseriti in aula con gli altri».

Quindi, come volevasi dimostrare, si torna a parlare di classi – ponte.

[fonte: Il Piccolo]

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UN CALCIO AL RAZZISMO, A SCUOLA E IN CAMPO

sport-per-tuttiL’ultimo post pubblicato sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita” tratta un argomento molto interessante: l’educazione interculturale attraverso il calcio. Si tratta di un progetto portato avanti dalla Uisp (Unione Italiana Sport Per Tutti), in collaborazione con la Lega calcio di serie A. “Il calciastorie – storie di integrazione dal profondo del calcio” ha preso il via a settembre 2014, affrontando, in diverse scuole superiori italiane, il problema del razzismo attraverso racconti di integrazione che hanno come protagonisti proprio i calciatori.
Riporto in parte l’articolo e vi invito, come sempre, a leggerlo interamente sul sito del Corriere.it.

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“La grande popolarità del calcio nel mondo è dovuta al fatto che in ogni piazza, in ogni angolo del mondo c’è un bambino che gioca e si diverte con un pallone tra i piedi.” Questo è il pensiero di Zdenek Zeman, allenatore di calcio ceco naturalizzato italiano, attualmente alla guida tecnica del Cagliari.

Quanti bambini crescono con il sogno di diventare calciatori famosi? E quanti adolescenti coltivano quel sogno, anche se la maggior parte delle volte lo sentono volare via, come un calcio troppo alto che manda il pallone oltre la traversa?

Il calcio è senza dubbio lo sport più amato, fin dalla più tenera età. Ma può questo sport avvicinare degli adolescenti alle problematiche del razzismo? Sì, a patto che lo si consideri uno strumento di integrazione per chi, pur sentendosi “diverso” per lingua, cultura, colore della pelle e religione, trovi nell’unità e complementarità che il gioco di squadra più famoso al mondo richiede, l’occasione di sentirsi “uguale” agli altri.

La UISP (Unione Italiana Sport Per Tutti), in collaborazione con la Lega calcio di serie A, ha lanciato un interessante progetto che ha preso il via a settembre 2014, affrontando, in diverse scuole superiori italiane, il problema del razzismo attraverso racconti di integrazione che hanno come protagonisti proprio i calciatori. “Il calciastorie – storie di integrazione dal profondo del calcio” ha anche diversi partner: il ministero del Lavoro, l’Associazione Italiana Calciatori (Aic), Panini, Sky (Sport) e Telecom.

Vincenzo Manco, presidente nazionale Uisp, ha presentato il progetto con queste parole: «Il calcio attraversa la storia sociale e politica delle piccole e grandi comunità, racconta percorsi di emancipazione e trasmette esempi positivi perché incarna lo spirito popolare del nostro Paese. Luoghi, persone e culture si fondono, interagiscono, creano aggregazione, civiltà. […] Il calcio intreccia meridiani e paralleli, genti, generazioni, generi, etnie, civiltà, antiche e contemporanee e deve diventare una sorta di macramè liberatorio dei nostri pregiudizi e dei nostri tabù».

Proprio questo è l’obiettivo del progetto: diffondere tra i giovani la cultura della tolleranza parlando di calcio, lo sport più amato nel nostro Paese. Uno sport che unisce chi condivide la stessa passione ma a volte divide, se pensiamo agli episodi di razzismo cui spesso si assiste negli stadi. Ed è pensando a questo che l’iniziativa acquista un valore aggiunto: il progetto è stato finanziato grazie ai fondi, messi a disposizione dalla Lega, derivanti dalle multe irrogate dal giudice sportivo per sanzionare comportamenti razzisti e violenti negli stadi.

L’idea è nata dalla storia di Arpad Weisz, raccontata da Matteo Marani, direttore del “Guerin Sportivo”, nel libro “Dallo Scudetto ad Auschwitz”. Weisz, ebreo di origine ungherese, era un allenatore del Bologna e dell’Inter negli anni Trenta. Dopo aver portato alla vittoria il Bologna in due campionati tra il 1935 e il 1937, in seguito alla promulgazione delle leggi razziali, fu costretto a fuggire prima a Parigi e poi nei Paesi Bassi. Da lì, dopo l’occupazione nazista, fu deportato assieme alla famiglia nel campo di sterminio di Auschwitz, dove morì nel 1944.

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[immagine dal sito linkato; logo blog “Scuola di Vita” © Corriere.it]

QUANDO L’INSEGNAMENTO È VERAMENTE UNA MISSIONE

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Sulla scuola e gli insegnanti si dicono spesso un sacco di cattiverie ma per la maggior parte dei docenti la propria professione è una vera missione. Quando, però, la stanchezza si fa sentire e l’entusiasmo viene meno, non si vede l’ora di andare in pensione. Per limitare i danni, più che altro.
Ma la storia di Bianca Diaz ci insegna che l’amore per il proprio lavoro non ha età e può proseguire, dopo il pensionamento, con uno scopo altruistico: quello di fare del bene a chi ne ha bisogno.

Bianca Diaz, di origine triestina ma trapiantata a Treviso, ha superato i settant’anni eppure non ha smesso di insegnare. Ormai da tempo in pensione, si dedica al volontariato insegnando l’italiano agli immigrati. Questa attività, iniziata venticinque anni fa, le ha portato un riconoscimento importante: sabato, a Silea, sarà premiata dall’ambasciatore del Marocco in Italia, Abu Ayoub Hassan, in occasione del secondo Festival culturale italo-marocchino, presentato oggi a Venezia dal presidente della Regione Luca Zaia.

Gli allievi della professoressa Bianca provengono perlopiù dal Nord Africa, con una percentuale maggiore di tunisini e marocchini, e hanno ribattezzato la loro insegnante Nonna Aisha.
La professoressa Diaz ha iniziato supportando gli immigrati del Marocco alle prese con la burocrazia: lei traduceva i documenti e li guidava nell’espletamento delle pratiche. Personalmente si recava nelle loro case, a volte dei semplici container o delle tende, e li aiutava a cercare una casa in affitto. Le prime lezioni sono venute dopo e la professoressa attualmente si occupa di una dozzina di ragazzini appartenenti a più etnie, ai quali insegna l’italiano a casa propria, un appartamento situato alle porte del centro storico di Treviso, dove ha anche messo in piedi una piccola biblioteca a disposizione degli extracomunitari, principalmente tunisini, bengalesi e cingalesi.

Dalle lezioni di italiano si è passati pian piano ad un vero e proprio doposcuola dove, oltre a Bianca, ora insegnano, dando una mano alla professoressa nelle materie in cui non ha competenze specifiche, anche alcuni figli dei suoi primi “studenti” africani che hanno un’istruzione superiore o universitaria.

C’è da considerare soprattutto un fatto: quest’atto di solidarietà ha luogo in una zona d’Italia, il Veneto, che spesso si vede affibbiare l’etichetta di razzista. Certo, stiamo parlando di una singola persona non dell’intera comunità, ma è già un piccolo passo avanti verso una grande conquista: il superamento del pregiudizio.

Una sola cosa mi rende particolarmente triste: se da una parte è lodevole il gesto di Bianca, dall’altra mi chiedo perché ci sia bisogno dell’iniziativa del singolo, piccola goccia in un mare infinito, per colmare, in minima parte, le carenze delle istituzioni.
Che ne dice ministro kyenge?

[fonte: Il Gazzettino; immagine da questo sito]

IMMIGRAZIONE: A SAN DANIELE DEL FRIULI UNA SCUOLA PER IMPARARE L’ARABO

Dopo la bella iniziativa di un gruppo di albanesi residente a Trieste, che ha istituito un corso di lingua per i bambini affinché conoscano l’idioma dei genitori (ne ho parlato QUI), una proposta simile arriva dalla città friulana più famosa al mondo (per i prosciutti!): San Daniele. Questa volta, però, la tutela è rivolta alla lingua araba, vista anche l’alta percentuale di immigrati di tale etnia nella cittadina del prosciutto.

Per ora c’è solo il progetto: istituire una scuola di lingua araba per i figli degli immigrati islamici che durante la settimana continuerebbero a frequentare normalmente medie ed elementari per poi ritrovarsi, volontariamente, sui banchi di scuola la domenica, o alternativamente un pomeriggio alla settimana, per studiare l’arabo. Così si legge sul quotidiano friulano Messaggero Veneto. Per realizzarlo si sta cercando di unire le forze, in modo che istituzioni e cittadini stranieri diano ognuno il proprio contributo: «La scuola si farà carico della parte didattico-culturale, il Comune di mettere a disposizione i locali, le famiglie del costo degli insegnanti», spiega il Dirigente Scolastico Silvano Bernardis, secondo il quale l’iniziativa ha un duplice scopo: oltre a quello di far apprendere ai piccoli figli degli immigrati la lingua dei padri, la possibilità di promuovere l’aggregazione tra gli immigrati stessi.

Sempre Bernardis spiega: «Spesso vivono una situazione di isolamento e di difficoltà anche nell’affrontare le più basilari situazioni quotidiane. Da questo punto di vista la scuola potrebbe fungere da luogo di confronto e scambio d’informazioni, un luogo d’inclusione insomma, il cui portato sociale sarebbe altrettanto importante che quello didattico».

Inoltre, la scuola, che potrebbe avere un bacino di utenza di circa una cinquantina di bambini, di età compresa tra i 6 e gli 11 anni, secondo il DS Bernardis potrebbe anche arginare il fenomeno delle assenze, a volte molto prolungate, degli stranieri che frequentano le scuole cittadine. I piccoli, infatti, spesso sono costretti a seguire la famiglia che rimpatria per qualche tempo. «Avviare una scuola di arabo qui in Friuli – conclude Bernardis – potrebbe funzionare anche da deterrente rispetto a queste partenze improvvise, un modo per stabilizzare la presenza degli alunni e delle famiglie».

Spero che questo lodevole progetto vada in porto perché l’integrazione culturale è senz’altro facilitata se chi ospita dimostra interesse per la cultura e la lingua di chi viene ospitato.

[immagine da questo sito]

IMMIGRAZIONE: A TRIESTE UNA SCUOLA PER SALVARE LA LINGUA ALBANESE

I piccoli immigrati spesso perdono il contatto con l’idioma materno, anche perché passano più tempo a scuola o con i compagni e amici italiani che a casa, in famiglia. Poi, i genitori sono propensi ad esprimersi nella lingua “locale” per facilitarne l’apprendimento ed evitare ai propri figli un inserimento traumatico nel contesto scuola senza un’adeguata conoscenza linguistica.

A Trieste, città da sempre multietnica, l’Asat – Associazione degli studenti albanesi a Trieste – ha dato avvio alla prima scuola di lingua albanese nella città giuliana. La scuola media “Guido Corsi” ha messo a disposizione un’aula che ospita una ventina di bambini di età compresa tra i 6 e i 13 anni. I corsi di lingua albanese per i piccoli nati in Italia o immigrati in tenera età sono gratuiti e mirano a salvaguardare la lingua d’origine e, allo stesso tempo, favorire l’intergazione degli alunni stranieri.

L’insegnante è Irena Alushani, vive a a Trieste dal 1997, è laureata in Scienze storiche all’Università di Tirana e poi anche a Trieste, da molti anni è mediatrice culturale in particolare nelle scuole materne comunali. Così commenta l’iniziativa: «Mi sono accorta che i bambini avevano difficoltà di inserimento. L’integrazione è fatta di tante tappe ma per prima cosa bisogna accettare se stessi. I bambini erano impauriti e silenziosi, respingevano la loro lingua anche con me che ero lì come mediatore. Una conoscenza approfondita della madrelingua è importante per poterne imparare bene anche una seconda o terza e allo stesso tempo, e inoltre può permettere il ritorno in patria».

Il progetto è coordinato dalla dottoressa Alice Mado Proverbio del Laboratorio di Elettrofisiologia cognitiva del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca. La sperimentazione è considerata utile considerando che la lingua materna si distingue da quella non materna in quanto insieme al suono delle parole il cervello codifica tutte le altre informazioni su come è fatto il mondo, come si vive, come funzionano le cose, e il tutto è fortemente intriso di sentimenti e affetti, si impara a distinguere ciò che è vietato, ciò che è bene fare, o è pericoloso, o ridicolo.

Un progetto senz’altro apprezzabile che merita lodi nella speranza che possa avere un seguito anche per altre comunità e in diverse zone d’Italia dove il fenomeno immigrazione è piuttosto elevato.

Insomma, una specie di “classi separate” con un obiettivo contrario a quello previsto nella bozza che qualche anno fa ha fatto infuriare il mondo politico: laddove si voleva dividere qui si unisce e non per imparare l’italiano bensì per non dimenticare la propria lingua di origine.

[fonte: Il Piccolo]

GELMINI DICE NO ALLA CLASSE-GHETTO DI MILANO. MA I BAMBINI “STRANIERI” SONO NATI IN ITALIA

La burocrazia è decisamente ottusa: il tetto degli allievi stranieri iscritti in una classe dev’essere del 30%, non uno di più. Poco importa che i bambini “stranieri” siano nati in Italia, o arrivati qui da piccolissimi, che abbiano frequentato la scuola materna nel nostro Paese e che in casa parlino solo l’Italiano.

Dopo il caso del vicentino (ne ho parlato QUI), questa volta la classe “incriminata” è una prima elementare di Via Paravia, a Milano. Il rione è quello di San Siro, noto per lo stadio ma, oltre alla fama calcistica, bisogna sapere che gode anche di quella dell’alto tasso di immigrati che vivono nelle case popolari, numerose nel rione.

La soppressione della classe, l’unica prima, e la distribuzione dei bimbi in altre scuole limitrofe potrebbe comportare la chiusura della scuola stessa. Ma i genitori non ci stanno e si sono rivolti all’associazione “Avvocati per niente”, denunciando il minstro dell’Istruzione Mariastella Gelmini per l’ipotesi di una discriminazione. Essi, infatti, sostengono che se i bambini fossero tutti italiani, la classe sarebbe sopravvissuta.

D’altra parte, i bambini hanno una competenza linguistica tale da poter interagire perfettamente tra di loro, proprio come fossero italiani a tutti gli effetti. Nessuna discriminazione, dunque. Ma la normativa va rispettata, in tutta la sua assurdità.

[fonte: Il Corriere; immagine da questo sito]

IL CASO: NEL VICENTINO 100% DI ALUNNI STRANIERI IN UNA CLASSE. MA LA GELMINI DICE NO


A Montecchio Maggiore, centro industriale a una decina di chilometri a ovest di Vicenza, in una delle classi della scuola materna sono iscritti solo alunni stranieri. Oltre il 70% di iscrizioni in una prima delle elementari nella frazione di Alte Ceccato. Tutto questo nonostante il ministro Mariastella Gelmini abbia imposto il tetto massimo del 30% degli iscritti non italiani in una sola classe.

Quando, l’8 gennaio 2010, era uscita la Circolare Ministeriale n° 2/2010, fin da subito si erano levate delle proteste in considerazione del fatto che ci sono, specialmente nel Nord Est, alte percentuali di emigrati. E poi, secondo alcuni, da questo calcolo dovrebbero essere esclusi gli stranieri nati in Italia (seconda generazione). Non solo, alcuni esponenti del mondo giudiziario hanno avanzato dei dubbi sulla costituzionalità del provvedimento, chiamando in causa pure la Convenzione dell’Onu sui diritti dei fanciulli.

La normativa, però, va rispettata, osserva il ministro. Questi bambini devono essere smistati. Dalle pagine del Corriere del Veneto, Mariastella Gelmini ribadisce che in Italia non possono esistere classi con solo studenti stranieri: «Siamo contrari, e faremo di tutto perché ciò non accada». La soluzione potrebbe essere – almeno per il momento – quella di nominare un unico dirigente scolastico cui spetti il compito di smistare gli stranieri tra le diverse scuole della Provincia di Vicenza.

Il sindaco leghista di Montecchio Maggiore, Milena Cecchetto, esprime la sua giusta preoccupazione: «Anche quest’anno non riusciremo a rispettare il limite del 30 per cento di alunni non italiani per classe ma ciò che maggiormente ci preoccupa è che rischiamo di non riuscire a far partire il lento e difficoltoso processo di integrazione delle comunità straniere fondato sulla crescita culturale e sociale delle giovani generazioni attraverso la scuola».

Già, in un luogo in cui la forza lavoro degli immigrati ha un ruolo rilevante nel settore manifatturiero, dove le famiglie straniere si sono consolidate e i figli di seconda generazione, gran parte nati in Italia da genitori indiani o africani, sono iscritti nelle scuole di tutta la Provincia vicentina, il problema effettivamente pare urgente e non credo si possa risolvere smistando i bambini di Montecchio in tutte le scuole della provincia. In questo modo si creerebbe un enorme disagio per le famiglie stesse.

In una lettera inviata all’assessore regionale all’istruzione Elena Donazzan e alla dirigenza degli Uffici Scolastici, il sindaco Cecchetto scrive di aver destinato «cospicue risorse economiche per finanziare percorsi di alfabetizzazione e integrazione dei bambini stranieri, con contributi nell’ordine di 40mila euro l’anno» e aggiunge che «è necessario fare di più per garantire la piena efficacia dell’azione pedagogica ed educativa della scuola» con l’obiettivo di «offrire ai bambini di Montecchio Maggiore una scuola di qualità, secondo una tradizione veneta che si vuole mantenere viva».

Ecco, il punto della questione è proprio questo: integrazione per qualcuno è sinonimo di assimilazione e appropriazione della cultura ospitante. Proprio lo scorso anno lo stesso primo cittadino di Montecchio aveva annunciato che i bambini sarebbero stati lasciati a “pane e acqua” se i genitori non avessero pagato (come tutte le altre famiglie) il servizio mensa. Quest’anno immagino che avrà in mente di imporre ai bambini stranieri polenta e osei al posto del couscous … sempre che paghino, ovviamente.

[fonte: Il giornale]

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