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LA BOCCIATURA NON È UNA PUNIZIONE, È MOLTO DI PIÙ. PAROLA DI MAMMA


Mi ha colpito molto la lettera che una mamma ha scritto per ringraziare gli insegnanti del figlio 17enne, al penultimo anno del liceo, per la bocciatura inflitta al giovane che, secondo questa madre onesta e obiettiva, non ha studiato, non si è impegnato e nonostante i tentativi dei docenti, non ha voluto produrre neanche la minima sufficienza.

Nella lettera (non ho trovato la fonte ma è stata pubblicata sul sito oggiscuola.com) la signora non solo si schiera apertamente dalla parte dei docenti tanto da dire di voler stringere la mano a chi l’ha bocciato, ma si scaglia anche contro le altre madri, soprattutto quelle che su Whatsapp scrivono che quell’insegnate è cattiva, l’altra dispettosa, un altro crudele, senza considerare quanta fatica facciano ogni giorno i docenti che hanno a che fare con una banda di scalmanati come sono i nostri figli. È talmente onesta questa signora da ammettere di aver difficoltà a gestire un solo ragazzo e quindi non si sente di condannare nessuno per la bocciatura di Antonio, ritenendolo unico responsabile.

La parte della lettera che mi ha colpita maggiormente è quella in cui la mamma di Antonio scrive:

Io non sono un avvocato, un ingegnere come tante delle mamme degli amici di Antonio, sono un’umile casalinga e non mi interessa cosa faccia la professoressa di italiano in casa sua, m’importa che badi a mio figlio e si occupi della sua istruzione. Antonio è giovane, è brillante, gli bastano 10 minuti per imparare un’intera pagina e nonostante ciò per un intero anno ho dovuto lottare affinché si mettesse con la testa sui libri e ho trovato delle amiche nel mio percorso: le insegnanti di mio figlio che mi hanno aiutata a comprendere la verità e cioè che la scuola è un’esperienza bellissima ma costa fatica.

Tutto ciò che questa donna scrive è ampiamente condivisibile da chi svolge questa professione bellissima ma faticosa, esattamente come la scuola deve essere per gli studenti. Le parole della mamma di Antonio, che definisce la bocciatura non una punizione ma un’esperienza che serve a capire che nella vita tutto si paga a caro prezzo e che la fatica è fondamentale per conseguire i risultati, sono la testimonianza più bella di quella collaborazione scuola-famiglia che non deve essere intesa come asettico enunciato che compare sul modulo da firmare (il cosiddetto patto di corresponsabilità) ma come strategia comune e condivisa perché la scuola sia davvero bellissima per gli alunni, seppur faticosa.

Più volte mi sono occupata di questi argomenti, della bocciatura e del fatto che la scuola debba essere anche palestra di vita. Fa piacere che chi sta dall’altra parte, sebbene parte lesa, sia d’accordo con me.

Per concludere, non posso che fare un amaro confronto con quest’altra madre, incapace di guardare in faccia la realtà e di aiutare il figlio. Sono passati tanti anni, non conosco il “seguito della vicenda” ma spero che Mario abbia trovato la giusta strada da percorrere nella vita.

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MATURANDI D’OGGI

Gli strafalcioni, per carità, sono sempre esistiti. Vuoi l’emozione, vuoi lo studio matto e disperatissimo dell’ultimo momento che non produce nulla di buono, anzi, rende ancor più confuse le idee, all’esame di maturità (ora chiamato “di Stato”) per gli studenti di ieri e di oggi le figuracce sembrano essere un rito sacro cui non si può rinunciare.

Ricordo un vecchio professore che, ad un corso di aggiornamento, parlando del modo di prendere appunti e delle abbreviazioni più usate, riferì l’orrore provato davanti a una candidata che insisteva a citare un certo Nino Biperio senza rendersi conto che quella X (di Bixio, naturalmente) non era affatto un PER.
Più recentemente mi è toccato sentire all’esame di una mia quinta, in veste di commissario interno, che Pirandello era uno scrittore lombardo. 😦 Quella volta la figuraccia del mio allievo aveva fatto vergognare più me di lui.
Poi c’è anche chi, non sapendo rispondere, s’inventa che un dato argomento non è stato proprio affrontato. Ad esempio, l’allieva che a una domanda che riguardava i Patti Lateranensi, cercò di cavarsela dicendo che il programma di storia non comprendeva gli anni del secondo dopoguerra. 😦 Quando il professore le fece notare che il Concordato fu stipulato tra il Regno d’Italia e la Santa Sede l’11 febbraio 1929, la ragazza sbuffando replicò che lei aveva l’esonero dall’insegnamento della religione cattolica. 😦 😦
Indimenticabile, poi, facendo l’analisi della lirica dannunziana La pioggia nel pineto, la risposta alla mia domanda su chi fosse realmente Ermione: “L’amica di Harry Potter”.

Con il passare del tempo, tuttavia, ho l’impressione che gli studenti, arrivati all’esame finale dopo cinque anni faticosissimi (forse più per noi insegnanti che per loro), non siano preda di amnesie e lapsus dovuti all’emotività, almeno non tutti. Molti, sempre secondo il mio parere, escono dal liceo con il loro bel diploma pur ignorando molte cose. E questa mia supposizione sembra trovare conferma nei nuovi mostri che si sono venuti a creare durante gli orali dell’esame di Stato ancora in corso.

Vediamoli in sintesi:

1. “Gabriele D’Annunzio è un estetista” (ma è un classico, non passerà mai di moda)
2. I Promessi Sposi di Manzoni si concludono con la morte di uno dei due (non si sa se Renzo o Lucia ma almeno uno ci rimette le penne)
3. Durante la Seconda guerra mondiale esistevano le navicelle spaziali ❓
4. A Hiroshima nel 1945 ci fu un grande terremoto che provocò il crollo di un’importante centrale nucleare (vabbè confondere Hiroshima con Fukushima ma collocare una catastrofe nucleare avvenuta nel 2011 più di sessant’anni prima …)
4. Tra i protagonisti della Seconda guerra mondiale ci fu anche Napoleone (voleva essere immortale, lo sappiamo…)
5. Il Rinascimento si colloca nel dopoguerra (forse lo studente pensava al boom economico?)
6. L’urlo di Munch è stato dipinto da Van Gogh (infatti, Munch è quello che grida…)
7. I muscoli sotto sforzo producono latte (vabbè che si dice “far venire il latte alle ginocchia”… sì, ai commissari d’esame)
8. Il Vello d’oro è un muscolo del nostro corpo (chissà che fatica deve aver fatto Giasone per estirparlo…)
9. La capitale dell’Inghilterra è Berlino (forse l’assonanza con Brexit ha ingannato il malcapitato)
10. La Germania di Tacito parla di Hitler (Hitler – Germania, binomio indissolubile… anche a 2000 anni di distanza)

[LINK della fonte]

PERCHÉ STUDIARE (ANCORA) IL LATINO E IL GRECO?

In occasione dell’80esimo anniversario dalla morte di Antonio Gramsci, il 29 aprile scorso, il MIUR (Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca) ha invitato le scuole a riflettere sulla sua figura e sul suo pensiero, utili per comprendere la complessità del presente che viviamo e le sue radici storiche, per promuovere occasioni di studio, ricerca e approfondimento. (LINK)

Onestamente non ho mai approfondito lo studio di Gramsci, se non per un breve periodo all’università, grazie alla baldanzosa ammirazione che il mio docente di Letteratura Italiana nutriva per lui e per altri personaggi legati alla cultura marxista. Ricordo che allora quel professore – Giampaolo Borghello, per chi fosse curioso – non riuscì più di tanto a farmelo amare. Tuttavia, ci sono degli scritti di Gramsci che appaiono molto attuali. Uno di questi, tratto dai Quaderni dal carcere, riguarda lo studio delle lingue classiche e, facendo seguito all’invito del MIUR, ne riporto qualche stralcio – purtroppo in questo periodo a scuola il tempo è davvero tiranno ed è una lotta per portare a termine i programmi, o almeno tentare -, sperando che qualche allievo di buona volontà lo legga. Il grassetto è mio.

Non si impara il latino e il greco per parlare queste lingue, per fare i camerieri o gli interpreti o che so io. Si imparano per conoscere la civiltà dei due popoli, la cui vita si pone come base della cultura mondiale. La lingua latina o greca si impara secondo grammatica, un po’ meccanicamente: ma c’è molta esagerazione nell’accusa di meccanicità e aridità. Si ha che fare con dei ragazzetti, ai quali occorre far contrarre certe abitudini di diligenza, di esattezza, di compostezza fisica, di concentrazione psichica in determinati oggetti. Uno studioso di trenta-quarant’anni sarebbe capace di stare a tavolino sedici ore filate, se da bambino non avesse «coattivamente», per «coercizione meccanica» assunto le abitudini psicofisiche conformi? Se si vogliono allevare anche degli studiosi, occorre incominciare da lì e occorre premere su tutti per avere quelle migliaia, o centinaia, o anche solo dozzine di studiosi di gran nerbo, di cui ogni civiltà ha bisogno.

Il latino non si studia per imparare il latino, si studia per abituare i ragazzi a studiare, ad analizzare un corpo storico che si può trattare come un cadavere ma che continuamente si ricompone in vita. Naturalmente io non credo che il latino e il greco abbiano delle qualità taumaturgiche intrinseche: dico che in un dato ambiente, in una data cultura, con una data tradizione, lo studio così graduato dava quei determinati effetti. Si può sostituire il latino e il greco e li si sostituirà utilmente, ma occorrerà sapere disporre didatticamente la nuova materia o la nuova serie di materie, in modo da ottenere risultati equivalenti di educazione generale dell’uomo, partendo dal ragazzetto fino all’età della scelta professionale. In questo periodo lo studio o la parte maggiore dello studio deve essere disinteressato, cioè non avere scopi pratici immediati o troppo immediatamente mediati: deve essere formativo, anche se «istruttivo», cioè ricco di nozioni concrete. […]

Anche lo studio è un mestiere e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio anche nervoso-muscolare, oltre che intellettuale: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo e il dolore e la noia. La partecipazione di più larghe masse alla scuola media tende a rallentare la disciplina dello studio, a domandare facilitazioni. Molti pensano addirittura che la difficoltà sia artificiale, perché sono abituati a considerare lavoro e fatica solo il lavoro manuale. È una quistione complessa. Certo il ragazzo di una famiglia tradizionalmente di intellettuali supera più facilmente il processo di adattamento psicofisico: egli già entrando la prima volta in classe ha parecchi punti di vantaggio sugli altri scolari, ha un’ambientazione già acquisita per le abitudini famigliari. Così il figlio di un operaio di città soffre meno entrando in fabbrica di un ragazzo di contadini o di un contadino già sviluppato per la vita dei campi.

Ecco perché molti del popolo pensano che nella difficoltà dello studio ci sia un trucco a loro danno; vedono il signore compiere con scioltezza e con apparente facilità il lavoro che ai loro figli costa lacrime e sangue, e pensano ci sia un trucco. In una nuova situazione politica, queste quistioni diventeranno asprissime e occorrerà resistere alla tendenza di rendere facile ciò che non può esserlo senza essere snaturato. Se si vorrà creare un nuovo corpo di intellettuali, fino alle più alte cime, da uno strato sociale che tradizionalmente non ha sviluppato le attitudini psico-fisiche adeguate, si dovranno superare difficoltà inaudite.

[Quaderni dal Carcere, 4 [XIII], 55]

E ora qualche mia considerazione.

La prima riflessione – Non si impara il latino e il greco per parlare queste lingue – è quanto mai attuale. In particolare ci sono metodi didattici (spacciati per innovativi ma che hanno alle spalle qualche decina d’anni) che tendono proprio a privilegiare lo studio del latino – insegnando al liceo scientifico mi soffermo solo su questa lingua – secondo il cosiddetto “metodo natura”, vale a dire una didattica mutuata attraverso quella delle lingue moderne. Sto parlando, naturalmente, del metodo Ørberg, un linguista danese vissuto tra il 1920 e il 2010, che aveva sperimentato la didattica del latino riproducendo le condizioni normali e prevedibili in cui una persona del tutto ignara di latino si troverebbe se circondata solo da antichi Romani. Secondo lo studioso, in questo modo si supererebbe lo studio noioso delle regole grammaticali e lo sforzo inutile d’imparare a memoria lunghissime liste di vocaboli, contestualizzando in diverse “situazioni” l’apprendimento della lingua, come si fa appunto nella didattica delle lingue moderne. Attraverso il MN si arriverebbe all’utilizzo vivo della lingua per portare gli studenti ad una reale padronanza della lingua che stanno studiando, portandoli all’ “interno dei testi”, evitando di relegarli al ruolo di semplici spettatori di uno spettacolo che comprendono a stento (il testo latino d’autore). In altre parole, si arriva all’utilizzo del latino come lingua veicolare che comunque non potrebbero usare, come invece accade con le lingue moderne, al mercato o al ristorante … dell’antica Roma.

Non mi dilungo ma voglio far capire che già negli anni Trenta del Novecento Gramsci aveva capito che lo scopo della didattica del latino non è quello di parlare queste lingue, per fare i camerieri o gli interpreti. Vale a dire che già allora, sorprendentemente, si tendeva ad attribuire allo studio delle lingue classiche uno scopo non pratico. Oggi va di moda parlare del problem solving cui il latino, in modo insospettabile per molti, contribuisce non poco, abituando gli allievi a sviluppare la capacità logica per superare l’ostacolo, ovvero per comprendere e – solo successivamente – tradurre un testo di Cesare o Cicerone, ad esempio. Più problem solving di così!

Insomma, anche ai tempi di Gramsci lo studio delle “lingue morte” era accusato di eccessiva meccanicità e aridità. In più doveva essere parecchio noioso, classista e soprattutto costava molta fatica, troppa per alcuni. È evidente che oggi il discorso sulle classi sociali e sul vantaggio che deriverebbe a chi appartiene ad un ambito familiare colto nell’affrontare gli studi di un certo livello non è più valido. Soprattutto ora che l’Ocse ha eletto la scuola italiana reginetta dell’inclusività. Però è pur vero che molti degli stimoli devono arrivare, o almeno dovrebbero, dalle famiglie. Tuttavia, se proprio in famiglia si ritiene inutile lo studio delle lingue classiche e più in generale delle discipline umanistiche, il giovane allievo è portato a sopportare con grande sacrificio e a volte insofferenza lo studio di questa ed altre materie “inutili”.

Perché si studiano certe cose? È una domanda che, inutile negarlo, tutti ci siamo fatti (io per le scienze che la mia professoressa burbera, volgare e del tutto impreparata, mi aveva fatto odiare) ma fino a 20 anni fa lo studio, anche quello che non era particolarmente gradito, veniva considerato un dovere e l’ “utilità” non era misurata sulla base di una spendibilità immediata (a me, per esempio, le formule chimiche non sono mai servite nella vita!). L’obiettivo finale era quello di costruirsi una base culturale (perché, diciamolo, la scuola non ha mai avuto la pretesa di offrire la Cultura a 360 gradi) da approfondire con gli studi successivi e nel corso di tutta la vita da adulti. Un modo, insomma, per non sentirsi ignoranti.

Torniamo, dunque, alla riflessione di Gramsci: Anche lo studio è un mestiere e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio anche nervoso-muscolare, oltre che intellettuale: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo e il dolore e la noia.
In queste osservazioni ci sono delle parole “magiche” che tutti i nostri studenti dovrebbero annotare nel quadernetto della memoria: mestiere, faticoso, sforzo, dolore, noia.

Non voglio commentare questo passaggio, le parole parlano da sole. Dirò solo che nei nostri studenti manca lo spirito di adattamento, vogliono (vorrebbero?) che tutto sia facile, che nulla richieda sacrificio e fatica, che ogni cosa sia facilmente raggiungibile (la sufficienza, ad esempio) senza trovare ostacoli (dolore) e possibilmente senza annoiarsi troppo.

Bene, pare che anche gli studenti dell’età di Gramsci soffrissero di questo disturbo. Il mondo va avanti ma certe cose non cambiano. Viene da pensare che anche la scuola sia rimasta indietro – didattica del latino e del greco a prescindere – ma non è così. Il problema vero non riguarda la didattica che per forza di cose si deve rinnovare e innovare (vedi l’utilizzo delle nuove tecnologie, per esempio), non riguarda nemmeno i “programmi vecchi” perché ci sono discipline e intellettuali del passato che hanno ancora molto da insegnare alle nuove generazioni. Il problema vero è lo scarso valore che viene dato alla Cultura in generale e la convinzione errata che tutto debba essere alla portata di tutti.

Ci troviamo davanti alla generazione del fast food e della smart life. Ma la scuola non sarà mai né fastsmart… almeno non troppo!

DAREDEVIL SELFIE IN GITA SCOLASTICA: IL DIRIGENTE ANNULLA I VIAGGI DI ISTRUZIONE


Un modo sciocco per sfidare la morte. Una moda insensata sempre più diffusa. Si chiama daredevil selfie e consiste nel farsi un autoscatto (esiste ancora, sapete, questo termine nel dizionario!) in situazioni pericolose. C’è chi lo fa sui binari con il treno in arrivo, chi si immortala al volante percorrendo l’autostrada a velocità folle, chi mentre prende al volo lo skilift e chi con un’arma puntata alla tempia, stile roulette russa, sfida la sorte. Solo qualche esempio, il tutto all’unico scopo di guadagnarsi qualche like sui social network. Perché, va da sé, questi selfie poi vanno rigorosamente condivisi. Prodezze da ammirare, insomma.

Ma se il daredevil selfie viene scoperto da un dirigente scolastico e riguarda il comportamento degli studenti in viaggio con la scuola, allora sono guai. Se il dirigente in questione si chiama Aldo Durì, i guai sono molto seri.

Il dirigente Durì è a capo dell’Isis di Cervignano del Friuli (Udine) e fa spesso parlare di sé sui quotidiani locali per la sua rigidità e rigore. In passato aveva imposto un dressing code (su cui concordo al 100%) che metteva al bando bermuda e canotte, sconsigliando l’uso degli infradito. Poco gradita a questo dirigente anche l’amicizia tra docenti e studenti su Facebook (e anche su questo concordo), se non vietata almeno sconsigliata. Più recentemente ha puntato il dito sull’uso sconsiderato di WhatsApp da parte delle famiglie: secondo Durì, i gruppi nati su WhatsApp permettono che «alcuni docenti siano accusati delle più diverse malefatte senza potersi difendere in un confronto franco e leale. In questo modo si crea un clima avvelenato, che non favorisce la convivenza all’interno delle classi e neppure i rapporti tra scuola e famiglia». Da qui l’appello a non veicolare in questo modo maldicenze varie in favore di un dialogo più costruttivo tra le componenti scolastiche.

Insomma, questo preside che forse non tutti vorrebbero avere ma che senza ombra di dubbio sta tentando di mettere un po’ d’ordine nel suo istituto, ultimamente ha dovuto fare i conti con un daredevil selfie scattato da uno studente in viaggio di istruzione all’estero. Il ragazzo si è immortalato mentre era seduto sul davanzale della finestra della camera d’albergo, situata al quarto piano, con le gambe a penzoloni. Non solo, pare che altri compagni si siano cimentati nella “prodezza” di scavalcare le finestre delle camere in cui erano alloggiati per raggiungere i compagni nelle stanze vicine. Questa prodezza, immancabilmente postata sui social, ha però ottenuto prodotto un effetto molto diverso dai like collezionati: Durì ha infatti vietato le “gite”, ammettendo solo uscite in giornata senza pernottamento. Questo perché, sottolinea il dirigente, «i professori accompagnatori si assumono una responsabilità da far tremare i polsi: in caso di incidente sono loro a dovere dimostrare di aver vigilato e di aver fatto tutto per impedire l’incidente e sono, ovviamente, responsabili dei minori loro affidati».

Ecco, per me Durì merita un monumento. E se i genitori protestano, possono anche mettersi in discussione, una volta tanto: potrebbero educare meglio i loro figli, renderli maggiormente responsabili, far capire loro che ci sono mode stupide, oltreché rischiose, da cui è meglio tenersi alla larga.

Il dirigente dell’Isis di Cervignano non ha mai nascosto di essere contrario ai viaggi di istruzione perché se è vero che «in tanti casi hanno un reale valore culturale e si inseriscono coerentemente nel percorso formativo, in altri casi di istruttivo hanno solo il pretesto e si riducono a viaggi turistici in comitiva con la scuola, che ormai svolge le funzioni di un’agenzia di viaggio.» Durì ha anche dichiarato di aver tentato di «porre un argine a questa deriva, riconducendo queste uscite a un contesto educativo rigoroso». Evidentemente aspettava l’occasione giusta per dire basta. Gli si è presentata su un piatto d’argento, come si suol dire, grazie al daredevil selfie e a qualche studente decisamente indisciplinato. Peccato che poi ne facciano le spese anche tanti allievi che hanno la testa ben piantata sul collo. Ma si sa, la scuola è una comunità e la responsabilità di uno o pochi ricade su tutti.

[fonte: Messaggero Veneto; immagine da questo sito]

DÀ VOTI TROPPO BASSI: PROF SOSPESO DAL DS RIABILITATO DAL GIUDICE

L’opinione pubblica è contro la scuola e i docenti per i troppi compiti e i voti troppo bassi? La sentenza di un giudice del lavoro, cancellando una sanzione disciplinare ingiusta comminata a un docente, apre uno spiraglio di speranza per la ritrovata dignità di una professione che da troppo tempo è sotto i riflettori e non certo per il riconoscimento dei giusti meriti. Anche se si tratta di un caso, forse isolato, quanti di noi sono finiti sotto accusa per i voti troppo bassi, da parte dei genitori ma anche di qualche zelante Dirigente Scolastico il cui interesse primario è quello di non perdere iscrizioni?

A Casarano, in provincia di Lecce, cinque anni fa un docente di matematica in servizio all’istituto tecnico commerciale era stato sospeso dal capo di istituto perché troppo severo. All’atto della sanzione disciplinare inflittagli si contestava al professore la valutazione troppo severa degli alunni che avrebbe comportato una situazione di panico nelle classi che sfociava nelle proteste degli studenti e le preoccupazioni delle famiglie nonché la mancata collaborazione del docente a un dialogo costruttivo con gli studenti. In altre parole: l’insegnante, nonostante il richiamo del DS che, come egli stesso precisa nella memoria difensiva presentata al tribunale, aveva agito al fine di sedare gli animi e far rientrare la situazione nella normalità, non aveva operato, sempre secondo il capo di istituto, per porre rimedio alla situazione delineata, continuando a valutare gli alunni con “eccessiva severità”.

Ma che cosa significa normalità? Ce lo spiega il docente stesso che desidera rimanere anonimo: «Volevano solo tutti, preside, professori e famiglie, che mi adeguassi al sistema» o, per meglio dire, «poche regole chiare e non scritte. Non si possono bocciare più di 6-7 ragazzi all’anno altrimenti non si formano le classi successive

C’era un tempo in cui il bravo professore era colui che dava voti bassi e bocciava. Al contrario, chi esagerava nelle valutazioni veniva considerato poco severo e poco degno della cattedra che occupava perché non insegnava ai discenti ad impegnarsi e sudarsi un 7 o un 8, poiché i 9 e i 10 erano solamente un miraggio.

Ora i tempi sono cambiati. A scuola si deve essere comprensivi, possibilmente dotati di buone conoscenze in ambito pedagogico e psicopedagogico per individuare con esattezza le cause di un basso profitto e trovare i rimedi. C’è chi lo fa – modestamente mi includo nella categoria anche se non lesino i 2 e i 3 ai miei studenti, salvo poi cercare di farli arrivare ad un profitto positivo – e chi invece preferisce “andare per la sua strada”, senza modificare il proprio modo di valutare e senza cercare strategie mirate al superamento del problema.

Io non conosco il docente in questione, tuttavia posso condividere almeno in parte le sue riflessioni. «Le scuole devono avere un nome solido per potersi permettere di bocciare», prosegue il professore, «altrimenti si fanno terra bruciata intorno. E la stessa cosa vale per i professori: quelli che mettono voti reali, come me, vengono guardati male e costretti a giustificare ogni virgola, per cui quasi tutti si adattano mettendo sufficienze anche a chi non se lo merita».

C’è da aggiungere che sotto accusa è anche la scarsa preparazione degli allievi piuttosto che l’eccessiva severità del docente: «Ma non si tratta di essere severo: io penso di essere assolutamente normale.», spiega a sua discolpa il professore, «Quando sono entrato per la prima volta nell’istituto di Casarano, quello dove è scoppiato il caso, ho sottoposto i ragazzi di prima superiore ad un test matematico che viene proposto dal Miur per bambini di IV e V elementare, volevo valutare le loro condizioni di partenza. E per evitare polemiche ho usato quesiti riconosciuti, non inventati da me. Ma i risultati sono stati imbarazzanti, i ragazzi non erano in grado di rispondere a domande semplicissime: così ho messo loro voti bassi, come meritavano».

Nonostante ciò, pare che l’inflessibilità del docente incriminato abbia avuto come effetto una battaglia di piccoli dispetti, rimostranze, boicottaggi, visite degli ispettori ministeriali, circolari ritoccate, che è finita in tribunale. In questa sede, però, il comportamento dell’insegnante è stato giudicato corretto e il giudice ha anche condannato la scuola a pagare le spese legali, con conseguente danno erariale per l’Amministrazione Pubblica. Una sentenza che dà soddisfazione al professore, che ormai da anni insegna in un’altra scuola, anche se giunge con ben cinque anni di ritardo. Ma sulla lentezza dei tribunali bisognerebbe aprire un capitolo a parte. Accontentiamoci di questo buon esempio che la Legge ci vuole offrire.

[fonte: Il Corriere; immagine da questo sito]

C’ERA UNA VOLTA UNA PROF CHE NON SORRIDEVA MAI…

Tempo fa leggevo i tweet riportati sopra. L’autore è un giovanissimo docente che, in qualche modo, mi ha riportato indietro nel tempo, alla mia nomina in ruolo, tanti e tanti anni fa.

Vincitrice di concorso alla scuola media, non potei scegliere sede migliore di un piccolo paese di montagna a circa 75 chilometri da casa. Siamo sulle Alpi Carniche, a Paularo. Due pullman per arrivarci, un’ora e mezza di viaggio, sperando di non perdere la coincidenza alla stazione delle corriere di Tolmezzo. Altra ora e mezza al ritorno.

Ero molto giovane e, a dispetto di ciò che ogni donna vorrebbe, mi dava molto fastidio dimostrare qualche anno in meno della mia età. Fu così che adottai la strategia del “cerbero”: niente confidenza, niente sorrisi, richiami ad ogni flebile emissione di voce, note sul libretto e urlacci per sanzionare la minima mancanza.

Avevo un’unica classe – cosa che oggi bramerei anche se 16 ore di lezione e tutte le materie letterarie da insegnare costituiscono una condizione assai difficile da sostenere, pur considerando la modesta mole di lavoro per quanto riguarda la correzione dei compiti in classe -, una seconda media a tempo prolungato. L’orario, con due pomeriggi a settimana e, soprattutto, due turni di sorveglianza alla mensa, contribuiva al mio quotidiano malumore, causato anche dalle ore perse in viaggio e dagli orari assurdi di rientro a casa.

Sorvolo sul livello di istruzione dei pargoli e sul divieto imposto dal preside di insegnare la grammatica italiana, laddove la necessità era quasi una questione di sopravvivenza. Al posto della morfologia e della sintassi impartivo lezioni, sempre poco convinte, di cinema (in particolare il linguaggio cinematografico), pubblicità ed erbario. Sì, proprio erbario. L’attività consisteva nel raccogliere, con l’insegnante di scienze, le erbe selvatiche, intervistare le vecchiette del luogo esperte di fitoterapia o di cucina locale (con l’ausilio della collega d’inglese, unica del posto e in grado di decodificare la lingua carnica e tradurla in un italiano a me comprensibile) e stendere un libricino, sotto la mia guida, in cui si elencavano le proprietà delle varie erbe e i loro utilizzi sia in campo “medico” sia culinario. Ricordo che, grazie ad un’ispirazione illuminante, suggerii di intitolare il libretto “Rimedi per i malanni e delizie per il palato”.

Il lavoro occupò molti mesi e verso la fine di aprile fu allestita una mostra con le erbe raccolte ed essiccate e il libricino fu stampato in più copie e distribuito gratuitamente ai partecipanti.
Fu in occasione di quella specie di festa che, fuori dall’aula e in un contesto diverso da quello delle lezioni ordinarie, mi si avvicinò una mia allieva e mi chiese: “Professoressa (allora non si usava il confidenziale diminutivo prof), perché lei non ride mai come la professoressa dell’altra seconda?“.

Rimasi spiazzata. Non ricordo se e cosa io abbia risposto. Ricordo, però, che la ragazzina continuò: “E poi l’altra professoressa offre sempre le caramelle”. Infatti, la collega era praticamente una ruminante, si faceva fuori chili di liquirizia. Sarei curiosa di conoscere lo stato dei suoi denti trent’anni dopo…

Quella domanda – Perché non ride mai? – mi risuonò nella mente per ore, per giorni. Che cos’ero diventata? Io ero sempre stata una persona allegra, affabile. Perché mi ero trasformata in una specie di orco? Perché avevo perso il sorriso? Ero così perché mi pesava il viaggio, perché ero stanca di passare ore sul pullman, perché a casa, nel poco tempo che mi rimaneva, dovevo immergermi nello studio per superare un altro concorso, quello che mi avrebbe portato via da quel paesino, aprendo davanti a me nuovi orizzonti, popolati non da bimbetti montanari poco acculturati e ai quali non potevo nemmeno insegnare la grammatica italiana, ma da adolescenti cittadini, desiderosi di imparare Dante e Manzoni?

No. Ero diventata così solo perché temevo di non essere rispettata. Ero giovane e carina, non dimostravo nemmeno la mia età. Temevo di non essere presa in considerazione, nella giusta considerazione, se non urlavo, rimproveravo, scrivevo note e mantenevo la serietà che una professoressa doveva avere, senza elargire sorrisi e caramelle.

Ma avevo reso tristi i miei alunni, senza nemmeno rendermene conto.

Ne ebbi la prova quando, nell’ultimo tema di Italiano (ormai sicura che l’anno successivo non sarei stata più un’insegnante di scuola media, avendo vinto nel frattempo l’altro concorso), chiesi di parlare dell’esperienza di quell’anno, della classe, dei compagni e dei professori. Non erano obbligati a parlare di me, anzi, di solito in quel tipo di situazione se ne guardano bene. D’altra parte, c’era pure il rischio che mentissero spudoratamente, scrivendo di me ciò che conveniva scrivere per ottenere un buon voto.

Un sospetto che crollò di fronte alla genuina spontaneità di quei ragazzini e ragazzine con i pometti rossi sulle guance e senza peli sulla lingua. Quasi tutti parlarono anche di me. Tutti fecero le stesse osservazioni.
Copiai accuratamente i loro temini – nella parte che mi riguardava – su un quadernetto che ancora oggi conservo con cura nell’armadio dello studio. Sopravvissuto al trasloco di 16 anni fa e al mio frenetico mettere ordine che a volte significa buttare via tutto ciò che non serve senza indugiare. Un quadernetto con la copertina illustrata da Holly Hobbie, perché quand’ero giovane mi piacevano quelle donnine graziose, dai tratti gentili e dalla compostezza in cui mi rispecchiavo.

Confesso che rileggendo quei pensieri sparsi, dopo aver letto i tweet di Niccolò, mi sono venute le lacrime agli occhi.
Fra tutti i brevi scritti, ho scelto di riportare quello di Viviana F. che, senza peli sulla lingua e senza secondi fini, ha scritto di me così:

holly-hobbie«… all’inizio dell’anno era molto cattiva e si può dire che non sia cambiata molto, anzi poco. I suoi pregi sono pochi, ad esempio, mentre spiega si esprime molto bene. Fuori dall’ambito scolastico è molto simpatica [penso si riferisse alla presentazione dell’erbario]. […] I suoi pregi sono pochi, io non li so tutti, però dei difetti ho molto da parlare. Uno è che quando spiega non si può parlare, poi non ride quasi mai durante le lezioni, rarissime le volte in cui possiamo ridere, ma io rido lo stesso, anche se grida quasi sempre e poi si deve stare attenti con lei, altrimenti partono le note. Nell’aspetto fisico è molto bella e anche un po’ magra, forse a causa nostra che la facciamo arrabbiare. Anche se è perfida, questo è il suo lavoro [sic!]. Comunque vorrei che restasse e non voglio che creda che l’ho messa nell’elenco dei professori che vorrei tenere solo per farle un piacere, ma perché è vero.»

A tanti anni di distanza, ringrazio quegli alunni che, inconsapevolmente, mi hanno insegnato molto (e poi, rileggendo i “temini”, si esprimevano meglio di tanti liceali di adesso!).

Grazie a:

David B.
Michele B.
Ivanka C.
Zalima C.
Sonia D.
Nikita D.G.
Adi F.
Barbara F.
Silvia F.
Viviana F.
Sandra F.
Paolo G.
Jean-Jacques M.
Gerry M.
Luca M.
Ivan P.

ZECCHINO D’ORO 2016: VINCE UNA CANZONE CONTRO I BULLI

“Quel bulletto del carciofo” interpretata da Chiara Masetti, una bambina modenese di 7 anni, si è aggiudicata il podio all’ultimo “Zecchino d’oro”, gara musicale che, con i suoi cinquantanove anni di storia, si è adattata ai tempi. La canzone vincitrice è, infatti, un vero e proprio inno contro il bullismo. Delle canzoni zecchiniane mantiene il ritmo fresco e spensierato ma il testo, scritto da Giuseppe De Rosa e Serena Riffaldi, affronta un argomento purtroppo moderno, anche se in fondo il bullismo è sempre esistito. Tuttavia, un tempo non se ne parlava, era qualcosa da nascondere e chi ne era vittima, veniva considerato un debole, un po’ scemo, uno che si faceva mettere i piedi in testa facilmente. Quindi, un po’ se le andava a cercare.

Il bullismo oggi è alla luce del sole e vede la condanna unanime di insegnanti e genitori. Purtroppo ancora molto si deve fare per contrastare un fenomeno in crescita.

Dati recenti attestano che il fenomeno si sta allargando sempre più, comprendendo anche il cosiddetto cyberbullismo nato con il dilagare dei social network, utilizzati anche da bambini molto piccoli e preadolescenti, spesso senza alcun controllo da parte delle famiglie.

Secondo i dati diffusi da Telefono Azzurro, dal settembre 2015 al giugno 2016 si è verificato 1 caso al giorno di bullismo e cyberbullismo, per un totale di 270 casi gestiti dalla Onlus, oltre a più di 600 segnalazioni.

L’area geografica maggiormente interessata in Italia è il nord (45% dei casi), le vittime sono prevalentemente di nazionalità italiana (85% dei casi) e le femmine sono maggiormente prese di mira: il 45%, dato che sale al 70% per episodi di cyberbullismo. I bulli, invece, sono al 60% maschi, anche se negli ultimi tempi si sta assistendo ad episodi di aggressività anche da parte delle ragazze, specialmente dovuti a “questioni di cuore”.

Sempre secondo i dati diffusi da Telefono Azzurro, l’età delle vittime si sta abbassando: nel 22% dei casi le vittime hanno solo di 5 anni.

Non è un caso, forse, che Giuseppe De Rosa e Serena Riffaldi abbiano pensato di affrontare questa problematica in una canzone destinata a un pubblico di bambini e preadolescenti.

“Quel bulletto del carciofo” ha come protagonista un carciofo arrogante che maltratta le verdure più deboli come la cipolla, la zucchina, la patata e il pomodoro, cercando di affermare il suo potere nell’orto.
Per questo motivo, le verdure decidono di coalizzarsi e alla fine scoprono che il carciofo bullo è troppo solo e, in mancanza di affetti, se la prende con chi vede vivere più serenamente.
La canzone ha una fine lieta: le altre verdure dell’orto perdonano il bullo “pungente” e gli offrono la loro amicizia.

Purtroppo le vere storie di bullismo spesso non hanno un finale positivo. Ma l’aver trattato un tema così delicato in un concorso di canzoni per bambini è almeno un passo avanti per sensibilizzare i più piccoli.

[dati Telefono Azzurro da questo sito]

LA GENERAZIONE DEI NEET: TUTTA COLPA DELLA SCUOLA?

PREMESSA
Avevo inviato questo post oltre un mese fa alla redazione del Blog “Scuola di Vita” del Corriere.it con cui da più di due anni collaboro. Non avendo ricevuto risposta, ho deciso di pubblicarlo qui. In passato avevo trattato questo argomento in due post, uno sul blog principale e uno su queste pagine. Questo articolo è un sunto dei due precedenti con i doverosi aggiornamenti.
Buona lettura!

neetgen
In Italia si chiamano “né né”, proprio perché non hanno un impiego né seguono alcun percorso di studio. Oggi si predilige la denominazione «Neet» (acronimo inglese di «Not [engaged] in Education, Employment or Training»), importando come spesso capita un’etichetta anglosassone. Se nel 2009 i giovani “né né” nel nostro Paese erano 270 mila, esclusivamente nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 19 anni, nel 2013, sempre secondo l’ISTAT, la percentuale degli under 35 in questa condizione sfiorava i 4 milioni.

A distanza di tre anni, come ci informa Dario Di Vico sul Corriere, è apparentemente migliorata, ma la fascia d’età è ristretta agli under 29: ora i giovani Neet sono 2 milioni e 300mila, ma i dati sono riferiti alla fascia di età tra i 15 e i 29 anni. Secondo l’indagine “Ghost”, 1 milione di Neet è disoccupato, ovvero in attesa di un’occupazione a breve termine, mentre gli «inattivi totali» raggiungono quota 600 mila.

Ma cosa fa questo esercito di “inoccupati”? Alcuni svolgono attività di volontariato, altri si dedicano allo sport, altri ancora sono impegnati in lavoretti come ripetizioni, baby sitting o comunque lavori a intermittenza con i quali i giovani non riescono a raggiungere una professionalità da spendere in futuro.

Insomma, pare che non tutti facciano parte della generazione degli “sdraiati”, come li definisce Michele Serra nell’omonimo libro. Anzi, i più frustrati sono i laureati (1 su 10) che davvero non avrebbero voglia di stare con le mani in mano, dato che si sono impegnati e hanno speso del tempo frequentando l’università. In questa classifica sconfortante, se vogliamo dir così, seguono i diplomati (5 su 10) che, tuttavia, non ritengono utile continuare gli studi, e quelli che non sono nemmeno arrivati al diploma di scuola media superiore (4 su 10).

Poiché questo è un blog che tratta di scuola ed è rivolto anche alle famiglie, vorrei soffermarmi a riflettere proprio su questo 40% di giovani che sono in possesso del solo diploma di terza media.

Sarebbe semplice dire che questi giovani sono degli indolenti, che non sanno attribuire il giusto valore all’istruzione o, più in generale, alla cultura. Facile puntare il dito sulle famiglie che non sono in grado di trasmettere loro questo tipo di valore e che accettano, la maggior parte delle volte loro malgrado, una situazione degna di essere chiamata parassitismo. Sarebbe scontato e banale affermare che se non hanno voglia di studiare, non li si può costringere; quante volte di fronte ai figli che non s’impegnano a scuola, i genitori tuonano con la solita frase trita e ritrita “allora vai a lavorare”. Magari trovassero lavoro, questi “inetti”!

Quando si parla di insuccesso negli studi dobbiamo tenere presente l’influenza di vari fattori: l’ambiente scolastico che il ragazzo non trova confacente, la famiglia che non ha gli strumenti per aiutarlo, le amicizie che rappresentano sempre più l’unico modello da seguire, soprattutto perché più comodo, essendo libero da obblighi che condizionano il comportamento. Mi spiego meglio: frequentando gli amici, un giovane innanzitutto non è giudicato, non ha regole da rispettare se non quelle condivise all’interno del gruppo, quasi mai impegnative a livello culturale e formativo, poi è libero di esprimere il suo disagio senza incorrere in rimproveri che addossino la responsabilità a lui solo, infine non ha bisogno di comportarsi in modo non spontaneo con il timore di essere censurato.
Il ruolo della famiglia è fondamentale, è vero, ma non è l’unica forza in ambito educativo. Spesso il “gruppo” funge da punto di riferimento e, guarda caso, non sono mai i modelli positivi ad essere trainanti.

Al di là degli stimoli che possono arrivare dalla famiglia, e talvolta anche dalla scuola, non si può escludere che il ragazzo che si trova in difficoltà alla fine segua istintivamente quelli come lui, arrendendosi alla conclusione semplicistica, ma assai condivisa tra “simili”, «la scuola non fa per me».

Per superare l’impasse è indispensabile la collaborazione scuola-famiglia, ma come sappiamo il rapporto tra le due parti è spesso tutt’altro che idilliaco. Da una parte la famiglia addossa alla scuola la responsabilità dell’insuccesso negli studi del proprio figlio, dall’altra gli insegnanti sostengono che la famiglia non si occupi del figlio e che se il ragazzo è un testone, non si applica, non segue i consigli, non c’è nulla da fare: somaro è, somaro rimarrà.

Naturalmente non si può evitare di fare i conti con l’autostima del ragazzo.
Al di là di un atteggiamento strafottente (così efficacemente descritto da Michele Serra nel libro citato), tipico di chi sfida gli adulti facendo credere che «lui sa quello che fa e non ha bisogno che qualcun altro glielo dica», spesso dietro questa ostentata sicurezza si cela una scarsissima autostima. Ovvero, facendo credere che l’insuccesso scolastico nemmeno lo sfiori, lo studente nasconde la mancanza di fiducia che ha dentro di sé.
Compito della scuola sarebbe comprendere questo tipo di situazione e trovare, assieme alla famiglia, un modo per guidare il ragazzo in un percorso di crescita che lo porti a superare la sfiducia in sé. Certo, per un adolescente è più facile gettare la spugna, rinunciare a modificare una situazione è più comodo; tuttavia, se gli adulti lo aiutassero a comprendere la causa del suo insuccesso e lo guidassero ad un miglioramento personale, quindi non solo relativo allo studio ma soprattutto relativo al suo rapporto con se stesso, ci potrebbe essere una speranza.

Non dimentichiamo, però, che molti ragazzi così fragili rifiutano di farsi consigliare dagli adulti, siano essi genitori o insegnanti.

La convinzione che il mondo del lavoro possa essere affrontato con minore impegno –solo perché non ci sono interrogazioni e compiti in classe-, per giunta con un tornaconto economico, è la molla che porta, poi, a lasciare la scuola per cercare un impiego. Ma anche quando trovano un posto, ben presto questi ragazzi comprendono che in qualsiasi mestiere sono richieste delle competenze che, se non ci sono, bisogna apprendere. L’impegno e la volontà sono imprescindibili così come il rispetto delle regole, pur diverse da quelle imposte dall’istituzione scolastica, è assolutamente dovuto. In breve, di fronte a questi ulteriori ostacoli, i ragazzi che appartengono alla “generazione dei né né” pensano di poter mollare il lavoro come hanno fatto con la scuola e di cercare altro. Peccato, però, che non ci sia questa grande offerta ed ecco che ragazzi come questi hanno un’unica possibilità: ingrossare le fila della già ben nutrita schiera dei loro simili.

Secondo Eurydice, in Italia dal 2009 al 2014 la percentuale dei cosiddetti early leavers è scesa dal 19% al 15%. Forse si potrebbero accorciare le distanze tra il nostro e gli altri Paesi europei se ci fosse una maggiore collaborazione tra scuola e famiglia, una sinergia in grado di rimuovere gli ostacoli e ridare fiducia ai giovanissimi, evitando un precoce abbandono scolastico.

[immagine da questo sito]

IL BUSINESS DELLE LEZIONI PRIVATE SI PUO’ EVITARE. ECCO COME

lezioni private
Non è la prima volta che affronto l’argomento (leggi QUI). Già nel 2012 lo SNALS aveva proposto, prima al ministro Gelmini e poi a Profumo, di permettere ai docenti di dare lezioni private intramoenia, esattamente come è possibile che i medici in servizio in ospedale ricevano i pazienti all’interno della struttura pubblica in regime privato.

Ora questa proposta, che approvo pienamente, mi pare più che mai urgente.

Come si sa, nel 1995 vennero aboliti i cosiddetti esami di riparazione alle superiori. Allora questa decisione fu giustificata dalla volontà di mettere in crisi il mercato delle lezioni private e contrastare, quindi, il lavoro nero dei prof che le impartivano. Ma il Decreto ministeriale n. 80 del 3 ottobre 2007 (firmato dall’allora ministro dell’Istruzione Fioroni) che ha introdotto la “sospensione del giudizio” a giugno e l’obbligo di saldare i debiti formativi entro l’inizio del successivo anno scolastico, ha di fatto ripristinato l’antico. Cambia la forma ma non la sostanza.

Secondo quanto si legge in un articolo pubblicato sulla rivista specializzata La tecnica della Scuola, un sondaggio effettuato dalla Fondazione Einaudi sul mercato delle ripetizioni private, rivela un giro d’affari che si aggira intorno agli 810 milioni circa di euro e che grava sul bilancio di una famiglia italiana per 1620 euro all’anno. Infatti il 90% delle lezioni private non sono dichiarate al fisco.

Così conclude la relazione:

Come Fondazione Luigi Einaudi crediamo che le lezioni private devono essere regolarizzate, accompagnando la regolamentazione da un incentivo fiscale mirato.
Tuttavia, pur riconoscendo la libertà di scelta da parte di studenti e famiglie, crediamo che un numero così alto di studenti che prendono lezioni private nel tempo trascorso dopo l’attività scolastica regolare, dimostra il fallimento del sistema scolastico attuale e l’inadeguatezza della didattica, dei programmi, e spesso anche degli insegnanti.

Se da una parte appoggio la vecchia proposta del sindacato della scuola di regolamentare il “giro” di lezioni private facendole tenere dai docenti (ovviamente su libera adesione e non ai propri allievi, cosa vietata anche se, a volte, tollerata) nelle scuole stesse, dall’altra devo fare una riflessione su quanto dichiarato dalla Fondazione Einaudi circa l’inadeguatezza della didattica, dei programmi, e spesso anche degli insegnanti.

Prima domanda: perché le famiglie sono disposte a svenarsi, con la consapevolezza di favorire l’evasione fiscale da parte degli insegnanti, per mandare i propri figli a “ripetizione”?

Personalmente mi arrabbio quando vengo avvertita dai genitori che il proprio figlio è seguito da un insegnante privato. Tuttavia posso capire che nel rapporto “uno a uno” ci siano dei vantaggi che le classi numerose (26-28 allievi) precludono. Anche se si fa costantemente il ripasso dei contenuti, ci si esercita in classe e si cerca di venire incontro alle difficoltà di tutti, è ben difficile capire quali siano le difficoltà di ciascuno.

Spesso capita che un ragazzo insufficiente non abbia il coraggio di ammettere di non aver capito, rinunci a chiedere chiarimenti anche perché teme di essere preso in giro dagli altri, oppure ha paura di essere etichettato come “stupido” dall’insegnante stesso. E’ palese che ogni studente conosce il docente che ha di fronte e anche il clima che si respira in aula.
In casi come quello descritto, qualche lezione privata può essere risolutiva.

D’altro canto, se l’allievo insufficiente non si impegna, non sta attento in classe, non si esercita a casa, la presenza di un docente tutto per lui può sollecitare l’attenzione del momento, può anche risolvere qualche problema, ma se l’atteggiamento non muta, poco gioverà allo studente il sacrificio economico della famiglia.

Seconda domanda: perché mai, nonostante le scuole (mi riferisco ovviamente alle superiori) abbiano l’obbligo di organizzare attività di recupero durante l’anno, spesso affiancate da periodi di “pausa didattica” in cui ogni docente è tenuto ad intervenire in classe per colmare le lacune e venire incontro alle difficoltà degli allievi, molte famiglie rinunciano a questa opportunità preferendo mandare i ragazzi a ripetizione?

A volte può sembrare snobismo, altre semplicemente incuria. Se le condizioni economiche lo consentono, i genitori preferiscono affidare i figli alle cure di un insegnante privato (non sempre qualificato, tra l’altro). In altri casi, gli impegni extrascolastici dei figli (il più delle volte sportivi), oppure la lontananza della scuola dal proprio domicilio e la scomodità dei mezzi pubblici che hanno orari poco agevoli, spingono le famiglie a firmare le “liberatorie”, rinunciando al servizio offerto gratuitamente dagli istituti.

Parlo per esperienza, naturalmente, e mi riferisco alla realtà che conosco, insegnando in un liceo cittadino frequentato da molti studenti che vivono a distanza di molti chilometri dalla scuola, in paesini sperduti poco serviti dai trasporti pubblici.

Terza domanda: perché capita che i ragazzi che vengono indirizzati ai corsi o agli sportelli organizzati per il recupero, non ottengano i risultati sperati, costringendo le famiglie a porre rimedio ricorrendo alle ripetizioni private?

Sempre per esperienza posso dire che molto spesso succede che gli allievi frequentino i corsi e/o gli sportelli ma che mantengano lo stesso atteggiamento passivo, quando non di disturbo, che assumono in classe durante le ore curricolari. Giocherellano con il cellulare (che viene regolarmente ritirato e consegnato in presidenza, come avviene al mattino), parlottano, arrivano senza materiale (né libri né quaderni né fotocopie consegnate dall’insegnante) e senza aver svolto le attività assegnate.
I genitori di questi ragazzi li difendono osservando che, presentarsi a scuola nel pomeriggio, dopo un’intensa (?) mattinata di lezione, è molto faticoso e certamente non facilita la concentrazione. Le dimenticanze, poi, sono giustificate con la grande quantità di libri e quaderni che già devono portare per le lezioni mattutine, quindi lo zaino è stracolmo e non può contenere altro materiale. Sta di fatto che nella maggior parte dei casi, i libri e i quaderni li hanno già utilizzati la mattino e che le fotocopie di per sé non pesano tanto e occupano poco spazio.

Questi stessi genitori, poi, firmano le giustificazioni per le assenze pomeridiane e, adducendo come pretesto la scarsa efficacia delle attività di recupero (sic!), informano i docenti di essere stati costretti a mandare i figli a lezione. Inutile dire che, nella quasi totalità dei casi (in riferimento a quanto descritto sopra), quegli allievi non colmeranno comunque le lacune.

Detto questo, per tornare alla relazione della Fondazione Luigi Einaudi, io non credo che tutte le colpe debbano essere attribuite all’inadeguatezza della didattica, dei programmi, e spesso anche degli insegnanti. Non voglio assolvere tout court l’istituzione scolastica, perché sono consapevole che i programmi necessitino di una revisione, che la didattica in alcuni casi (non nella maggioranza, comunque!) lasci a desiderare e che ci siano insegnanti (anche qui credo non si tratti della maggior parte di essi) inadeguati. Tuttavia mi pare semplicistica la conclusione della Fondazione Einaudi, soprattutto perché ignora (o almeno credo) le dinamiche da me descritte. Come sempre, i conti non si devono fare senza l’oste.

[immagine da questo sito]

MORIRE D’ESAME: IL CRUDELE DESTINO DI ANTONIO SUMMO

antonio_summo

«Per un esame non è mai morto nessuno!»
Quante volte abbiamo sentito o pronunciato questa battuta, diciamo così, con l’intento di sdrammatizzare? Moltissime.
Sono cose che si dicono. Mai vorremmo che fossero prese alla lettera o fungessero da infauste previsioni.

Tutti abbiamo sotto gli occhi l’orrore trasmesso dalle immagini del recente disastro ferroviario accaduto in Puglia. Per ora – e speriamo che il bilancio non si aggravi – le vittime sono 27. Poche quelle riconoscite ufficialmente. Tra queste c’è un ragazzo, 15 anni appena: Antonio Summo. Antonino per tutti.

Al mattino di quel 12 luglio funesto si era recato ad Andria per sostenere due “esami di riparazione”. In realtà si tratta delle verifiche per accertare il superamento dei Debiti Formativi. Nella maggior parte delle scuole queste verifiche si tengono a fine agosto o inizi settembre. Non sono rari, tuttavia, i casi in cui gli “esami” vengano anticipati a luglio, con lo scopo di far passare il resto dell’estate in tranquillità – a fronte di un esito positivo, naturalmente – i ragazzi con giudizio sospeso.

Il padre non voleva che sostenesse gli esami, forse avrebbe preferito che ripetesse l’anno. Non lo so. Antonino, invece, era risoluto: «Non ti preoccupare papà. Io vado».

E di cosa mai avrebbe dovuto preoccuparsi questo padre? Che cosa poteva rischiare il figlio? Al massimo una bocciatura. Il minore dei mali. Ma valeva la pena tentare, secondo Antonino.

La mattina il ragazzo aveva sostenuto l’esame in una delle materie in cui aveva il debito. La seconda “fatica” era stata fissata nel pomeriggio.

Il professore lo aveva invitato a tornare a casa a riposarsi e ripresentarsi a scuola più tardi.

Che sarà mai? Pochi km in treno, per percorrere la breve distanza tra Andria e Ruvo, e la libertà di passare qualche ora senza lo stress per l’esame imminente.

Antonio Summo a casa sua, a Ruvo di Puglia, non è mai tornato.

Ora non vorrei essere nei panni di quel papà che aveva cercato di convincerlo a non sostenere quegli esami.

Ora non riesco nemmeno a immaginare i sensi di colpa di quel professore che, convinto di fare solo il bene del ragazzo, aveva invitato Antonino a ritornare a casa.

Ma ora non c’è tempo per i sensi di colpa, per i rimorsi e per le maledizioni rivolte a un destino crudele.

Ora è tempo di lacrime e preghiere. Per il giovanissimo Antonino e per tutte le altre vittime di questa immane tragedia.

[la notizia è tratta da Corriere.it; in presenza di poche notizie ho provato a immaginare tante cose e mi scuso fin d’ora se quanto detto non dovesse corrispondere in modo preciso alla realtà; immagine da questo sito]

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