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#MATURITÀ2019: TUTTE LE NOVITÀ E… NUOVE PREOCCUPAZIONI

Sembra essere proprio tormentato il “nuovo” Esame di Stato che gli studenti di quinta dovranno affrontare tra pochi mesi. Tante novità che, seppur con le buone intenzioni che non si possono mettere in dubbio (anche Matteo Renzi aveva varato la #buonascuola con le migliori intenzioni, o no?), non danno l’idea di una “riforma” vera e propria, piuttosto trasmettono quella di un rattoppamento e raffazonamento dell’esistente tanto per non smentire l’obiettivo dell’attuale governo che fin da subito si è autoproclamato “governo del cambiamento”.

Già dalla scorsa estate il ministro del Miur Marco Bussetti aveva preannunciato alcuni “cambiamenti”: via l’Alternanza scuola-lavoro che non è più vincolante per l’ammissione all’esame (ma rimarrà nel curriculum seppur con un nome diverso e minor numero di ore obbligatorie), via la terza prova scritta per far posto alle prove nazionali elaborate dall’Invalsi, anch’esse non vincolanti però obbligatorie, via il saggio breve dalla prima prova scritta, via la tesina come introduzione al colloquio, rivisitati tutti i punteggi del credito formativo per dare il giusto rilievo al percorso scolastico fatto dagli allievi dalla terza classe in poi. Già preannunciata e ora confermata anche la rivoluzione della seconda prova, detta “mista”, giusto per aggiungere un “cambiamento” che altro non è che una nuova preoccupazione per studenti e docenti.

Attraverso un comunicato via You Tube – come si conviene a un “governo del cambiamento” che vuole avvicinarsi ai giovani – il ministro Bussetti ha diramato pochi giorni fa gli ultimi dettagli riguardo alle prove scritte e relativi commissari interni ed esterni. Con largo anticipo, ci tiene a precisare.

Vediamo in che cosa consistono questi “cambiamenti” (in particolare, mi riferisco al liceo scientifico, scuola in cui insegno, ma alla fine dell’articolo troverete tutti i link utili per gli altri istituti). Dal momento che non riesco proprio a essere oggettiva, distinguerò i dati dalle opinioni contrassegnando queste ultime con il corsivo.

1. L’alternanza scuola-lavoro. Per i maturandi di quest’anno scolastico rimarrà obbligatorio il monte ore già stabilito (200 per lo scientifico) pur non essendo vincolante per l’ammissione all’esame. Il ministro tiene a precisare che “una parte dell’orale sarà dedicata all’alternanza, che è un potente strumento di orientamento e di acquisizione di competenze trasversali”. Esclusa, tuttavia, l’illustrazione dell’esperienza in sostituzione della tesina, ormai relegata in soffitta, come primo approccio al colloquio. Per gli studenti che ora frequentano la classe terza, non si chiamerà più Alternanza scuola-lavoro ma “Percorsi per le Competenze Trasversali”. L’acronimo PCT risulta impronunciabile ma è sempre meglio di ASL che, per i non addetti ai lavori, rimandava al vecchio ente di assistenza sanitaria.

2. Le prove Invalsi del quinto anno. Forse pochi ricorderanno che già l’ex ministro Mariastella Gelmini aveva annunciato l’abolizione del “quizzone (nomignolo indecoroso affibbiato dai giornalisti alla terza prova che, nel 90% dei casi, non era affatto un quiz a crocette ma una prova seria e piuttosto impegnativa) in favore di una prova nazionale per rendere maggiormente omogenea la valutazione degli studenti nelle scuole di tutta la penisola. Correva l’anno 2011 e se dobbiamo dare un merito al nuovo governo, possiamo elogiarlo per la memoria lunga e anche, forse, per la volontà di creare una continuità con l’ex governo guidato da Forza Italia.
Le prove nazionali non saranno parte integrante dell’Esame di Stato 2019, come avrebbe voluto la Gelmini, ma verranno somministrate nel mese di marzo (classi non campione: dal 4 al 30 marzo 2019; classi campione: dal 12 al 15 marzo) in modalità CTB e verteranno su tre materie: italiano, matematica e inglese (reading e listening). Per quest’anno, come già detto, non costituiscono requisito di ammissione all’esame e non vi sarà l’obbligo di recuperarle nel caso di assenza. Sono previsti strumenti compensativi e dispensativi per gli allievi BES. La valutazione delle prove sarà inserita nel curriculum dello studente. (CLICCA QUI per vedere degli esempi delle prove)

3. La prima prova scritta. La prova di italiano rimane comune a tutti gli indirizzi. Le tracce saranno sette complessivamente, suddivise in tre tipologie: due tracce per la tipologia A (analisi e interpretazione di un testo letterario, in prosa o poesia, a partire dall’Unità d’Italia fino a tutto il Novecento); tre tracce per la tipologia B (testo argomentativo da analizzare, interpretare e commentare) inerenti ai seguenti ambiti: artistico, letterario, storico, filosofico, scientifico, tecnologico, economico e sociale; due tracce per la tipologia C (simile all’ex tipologia D, prevede la trattazione “libera” su un argomento con eventuale testo di appoggio).
Alcune osservazioni: al di là delle critiche mosse all’abolizione del tema storico (scelto ogni anno da poco più dell’1% degli studenti), le conoscenze in ambito storico possono essere indispensabili per lo svolgimento della tipologia B, anche se nella rosa delle tre tracce proposte, per una questione puramente aritmetica, non possono essere inseriti tutti e 8 gli ambiti. Tuttavia, è possibile se non altamente probabile che alcune conoscenze storiche siano imprescindibili per lo svolgimento della tipologia C.
Ampio spazio viene concesso all’argomentazione (nelle tipologie B e C) che nel vecchio “saggio breve” poteva quasi passare inosservata se l’utilizzo dei testi a corredo era comunque originale.

4. La seconda prova scritta mista. Dato che le preoccupazioni non erano già abbastanza numerose alla luce di tali novità, il Miur ha stabilito che anche la seconda prova scritta dovesse subire una rivoluzione. Non più l’opzione latino-greco (che era anche intuibile vista l’alternanza annuale quasi scontata) ma una prova mista che comprenda entrambe le discipline per i licei classici. E se ciò non bastasse, non più soltanto traduzione ma anche analisi e confronto tra testi, tipologie, autori e contesti… un bel po’ di carne al fuoco, non c’è che dire. Seppure personalmente io sia a favore di questo tipo di prova, credo che ci voglia un bel po’ di allenamento per poterla svolgere bene, e pochi mesi, intensi anche dal punto di vista dello svolgimento dei programmi, sono davvero insufficienti. Ciò vale anche per la seconda prova mista proposta allo scientifico dove alla già temuta matematica (ma se scegliete il liceo scientifico perché tutta ‘sta paura della matematica?) si aggiunge la temutissima fisica. Una prova mista che si preannuncia difficile non solo perché gli allievi non ne hanno mai svolte di simili (consideriamo pure il fatto che non sempre la cattedra di Matematica e Fisica è affidata a un unico docente) ma anche perché le ore curricolari di fisica, seppur presente nel piano di studi dalla prima a partire dal riordino dei licei voluto dall’ex ministro Gelmini, sono decisamente troppo poche rispetto al monte ore di matematica.

5. Il colloquio. Come già detto, è stata eliminata la tesina che dava l’avvio all’esame orale e, contrariamente a quanto previsto dalla #buonascuola, non si parte dalla relazione sull’esperienza di ASL, anche se l’argomento verrà trattato comunque dai maturandi in questa fase d’esame, preferibilmente con l’ausilio di un prodotto multimediale. La novità dell’ultima ora che risulta più sconvolgente è la proposta di tre tracce d’avvio, chiuse in tre buste, che la commissione preparerà e tra cui lo studente dovrà operare la sua scelta. Le tracce proporranno analisi di testi, documenti, esperienze, progetti, problemi, tenuto conto del percorso svolto dagli allievi. Un avvio d’esame sullo stile dell’ultima prova che i concorrenti, chiusi in cabina, dovevano sostenere nell’indimenticabile quiz Rischiatutto condotto da Mike Bongiorno negli anni Settanta. Se la terza prova scritta non era propriamente un “quizzone”, ecco che l’idea del quiz viene rispolverata in una fase d’esame, l’orale, in cui lo studente certamente non avrà una marcata predisposizione al rischio.
Altra novità: una parte del colloquio riguarderà le attività effettivamente svolte nell’ambito di “Cittadinanza e costituzione”, sempre tenendo conto delle indicazioni fornite dal Consiglio di classe sui percorsi fatti. Ora, se l’intenzione di proporre questa “materia”, di cui è responsabile sempre l’ex ministro Gelmini (un “governo del cambiamento” particolarmente ispirato da Marystar), è certamente buona, non altrettanto buona né omogenea potrebbe essere in tal senso la preparazione degli allievi. Infatti, nel proporre l’insegnamento di questa disciplina (in sostituzione della vecchia educazione civica, complementare all’insegnamento della storia solo sulla carta), ci si è dimenticati di assegnarla a un docente specifico, preparato in un ambito che sconfina nel Diritto, grande assente nei piani di studio dei licei più importanti. Quindi, affidare alla buona volontà dei singoli – quasi sempre in assenza di veri percorsi trasversali, come dovrebbe essere – l’onere di impartire questo insegnamento, non è di fatto garanzia della buona preparazione degli allievi e nemmeno di una preparazione unitaria. D’altra parte, ogni scuola organizza delle attività complementari nell’ambito dell’educazione alla legalità e alla pace, proponendo delle esperienze molto valide, ma esse non sempre sono comuni a tutte le classi. Penso al “Viaggio della Memoria” nei campi di concentramento organizzato annualmente nel mio liceo ma che interessa solo un’esigua parte degli allievi i quali, al colloquio, avranno la possibilità di parlare di un’esperienza altamente formativa godendo di un vantaggio su altri compagni della stessa classe. Mi viene in mente anche il viaggio organizzano in Sicilia, con l’associazione “Addio Pizzo”, ma che non interessa tutte le classi in quanto per i viaggi di istruzione c’è il paletto dell’80% di adesioni e non sempre si raggiunge questa quota. Ne consegue che in qualche quinta i maturandi potranno fare bella figura raccontando l’esperienza fatta, a scapito di altre che non hanno partecipato.

6. L’attribuzione dei punteggi. La valutazione del diploma rimane in 100esimi (sufficienza 60/100) ma con criteri di distribuzione diversi. Innanzitutto, l’eliminazione di una prova scritta viene compensata in parte con il passaggio dai 15esimi ai 20esimi nella valutazione delle due prove rimaste. I 5 punti di scarto, a mio parere, potevano essere aggiunti ai crediti, ma il ministro Bussetti ha voluto rivoluzionare tutto, abbassando il punteggio del colloquio (da 30 a 20 punti) e incrementando a dismisura quello dei crediti (da 25 a 40). A questo punto, un esame che, fra scritti e orale, forniva ben 75 punti su 100, viene ridimensionato a soli 60 punti contro i 40 derivati dalla somma dei crediti che gli studenti accumulano negli ultimi tre anni. Sebbene ritenga corretto che nel voto di diploma si tenga conto del percorso fatto dagli studenti negli ultimi tre anni (perché non includere, allora, nei 40 punti anche il biennio?), non mi pare giusto che, senza il dovuto preavviso, ci rimettano quei ragazzi che non hanno brillato nei due anni precedenti ma che avrebbero certamente potuto fare di più con un incentivo di tal specie.
Sono state diffuse dal Miur delle tabelle per la conversione dei punteggi accumulati tra il terzo e il quarto anno e il nuovo punteggio per il quinto. (CLICCA QUI)

Per concludere, alcuni argomenti di interesse.

Le simulazioni delle prove scritte.
Il ministro Bussetti ha annunciato che verranno somministrate le simulazioni nazionali delle prove scritte. Ecco le date: per la prima prova (comune a tutte le scuole) il 19 febbraio e il 26 marzo; per la seconda prova (diversa nei vari indirizzi di studio) il 28 febbraio e il 2 aprile.
Con un’apposita circolare saranno fornite alle scuole tutte le indicazioni operative. Nel frattempo il Ministero ha già pubblicato, nel mese di dicembre, alcuni esempi di traccia, sia per la prima che per le seconde prove. (per ulteriori informazioni CLICCA QUI)

Esempi di prima prova (diffusi dal Ministero):
esempio tipologia – a

esempio1 tipologia – b

esempio2 tipologia – b

esempio tipologia – c

La Commissione d’esame.
La Commissione rimane mista: tre membri interni e tre esterni più il presidente che è sempre esterno. Il Miur ha già comunicato le materie affidate ai commissari esterni (CLICCA QUI)

Per chi fosse interessato alla lettura di diverse opinioni (autorevoli) sulla prima prova scritta, rimando ad alcuni articoli pubblicati sul sito laletteraturaenoi.it:

La riforma della prima prova dell’Esame di Stato /1: come cambia l’approccio alla letteratura

La riforma della prima prova dell’Esame di Stato /2: la scrittura alla (prima) prova

La riforma della prima prova dell’esame di Stato /3. Tra continuità e positive innovazioni

Luca Serianni sulla riforma della prima prova esc

Le tracce e gli indizi. Riflessioni sugli esempi di prima prova

CLICCANDO QUI potete trovare alcuni esempi di prove Invalsi.

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RISULTATI #MATURITÀ2018: PROMOZIONI E LODI IN AUMENTO SPECIALMENTE AL SUD. IL “CASO PUGLIA”

Il MIUR ha diffuso i risultati relativi all’Esame di Stato del II ciclo. Il 99,6% dei maturandi è stato promosso, contro il 99,5% di un anno fa. Lieve aumento anche per le lodi: sono l’1,3%, un anno fa erano l’1,2%.

Anche la percentuale dei promossi con una votazione superiore a 70/100 ha registrato un aumento passando dal 62,5% dello scorso anno al 64,4%. In diminuzione, invece, i punteggi sotto il 70: il 27,8% delle maturande e dei maturandi ha conseguito una votazione tra il 61 e il 70, fascia di voto che nel 2017 era stata conseguita dal 29%. I 60 scendono al 7,8%, rispetto all’8,5% del 2017.

Gli allievi che hanno meritato il punteggio massimo e la lode sono complessivamente 6.004. In termini di dati assoluti, le Regioni con il più alto numero di lodi sono Puglia (1.066), Campania (860) e Lazio (574). Guardando al rapporto percentuale tra diplomati con lode e popolazione scolastica territoriale, in Puglia ha conseguito il voto massimo il 3% delle maturande e dei maturandi.

Gli studenti che hanno ottenuto le votazioni più alte sono i liceali: il 2,2% ha ottenuto la lode, l’8% ha conquistato il 100, l’11,4% tra 91 e 99, il 22,9% tra 81 e 90. Nei Licei, a primeggiare tra le votazioni più alte è, ancora una volta, il Classico.

Risultati complessivamente più modesti sono stati registrati nei Tecnici e nei Professionali dove, tuttavia, sono aumentati i 100 e lode.

Nemmeno quest’anno si placano le polemiche che riguardano i voti più alti al sud, nonostante nelle rilevazioni nazionali Invalsi la situazione appaia capovolta. Ad esempio, in Lombardia, che supera mediamente la media italiana nelle rilevazioni nazionali, le lodi non superano lo 0,5 % mentre in Campania e Sicilia, agli ultimi posti nelle rilevazioni, sono tre volte tanto (1,4 % e 1,3%). Ma è il “caso Puglia” a destare maggiori perplessità.

La Puglia non è proprio il fanalino di coda per quanto riguarda i risultati dei test Invalsi. La regione sta appena sotto la Campania ma precede di due posizioni la Sicilia. Tuttavia, i risultati non brillanti nei test affrontati dagli studenti che hanno terminato il secondo anno della scuola secondaria di secondo grado sono poco conciliabili con l’exploit di lodi in Puglia, ben tre volte tanto la Lombardia che nelle rilevazioni ottiene risultati vicini alla media europea, così come tutto il nord della penisola.

Si è spesso puntato il dito contro la maggior propensione dei docenti del sud a elargire valutazioni generose. Se così fosse, il prossimo anno gli studenti del quinto si troveranno in difficoltà dovendo affrontare, prima dell’esame di Stato, i test Invalsi. Infatti, com’è noto, questi test, pur non facendo parte dell’esame di Stato, rappresentano la condizione indispensabile per essere ammessi all’esame. Ciò fa pensare che gli studenti pugliesi non avranno la possibilità di primeggiare e fare incetta di lodi. Infatti, anche lo studente con un curriculum eccezionale dovrà fare i conti con la prova Invalsi e la lode potrebbe allontanarsi dall’obiettivo finale.

Di contro, il record di lodi registrato quest’anno a Milano potrebbe non essere casuale ma risponderebbe a una precisa strategia operata dai docenti per mettere i propri studenti nella condizione di ottenere il massimo dei voti: se in Puglia e nelle altre regioni del sud i professori sono “larghi di manica, anche i docenti milanesi si sono adeguati e non hanno centellinato più i nove e i dieci in pagella durante tutto il corso di studi. Non dimentichiamo che i crediti scolastici del triennio hanno costituito, fino a quest’anno, un “tesoretto” di 25 punti sui cento totali, a condizione però di avere una media almeno dell’8 durante tutto il triennio senza neanche un 7. In questo modo, alla fine conquistare la lode è stato più facile per gli studenti milanesi.

Ma il prossimo anno la questione cambierà: con l’obbligatorietà della prova Invalsi alla fine del corso di studi che avrà il compito di misurare la preparazione dei ragazzi, anche l’esame di Stato, senza la tesina e la terza prova e con la valutazione dell’alternanza scuola lavoro, sarà più serio e si confida in una maggiore omogeneità dei risultati, da nord a sud.

[fonti: Tuttoscuola.com; lagazzettadelmezzogiorno.it e infodata.ilsole24ore.com; immagine da questo sito]

#MATURITÀ2019: ADDIO TERZA PROVA, BENVENUTI (?) TEST INVALSI

Da quando è nata, nel 1997 con la riforma dell’Esame di Stato del II ciclo, l’hanno bistrattata chiamandola impropriamente “quizzone”. In realtà credo che in poche scuole superiori in così tanti anni sia stata proposta la terza prova a crocette (risposte chiuse), preferendo la formula dei “quesiti a risposta singola” (tipologia b) che è tutt’altro che semplice. Infatti, pur considerando che non esiste una terza prova “ministeriale” uguale per tutte le scuole o per ogni indirizzo, questo terzo scritto è sempre stato il più temuto dai maturandi.

La finalità della terza prova, secondo il D.M. n. 429 del 20 Novembre 2000, è quella di «accertare le conoscenze, competenze e capacità acquisite dal candidato, nonché le capacità di utilizzare e integrare conoscenze e competenze relative alle materie dell’ultimo anno di corso, anche ai fini di una produzione scritta, grafica o pratica». Ciò significa che le domande riguardano tutto il programma di quattro o cinque materie del quinto anno, a seconda della scelta di ciascuna commissione (circa 10-15 quesiti, due o tre per ciascuna disciplina, che prevedono una risposta chiara e sintetica con un numero di righe da rispettare). Tutt’altro che semplice.

Con il prossimo anno scolastico la terza prova non ci sarà più. Le prove scritte rimarranno due (Italiano per tutte gli istituti e una materia caratterizzante a seconda del tipo di scuola e indirizzo) ma i ragazzi iscritti al quinto anno dovranno affrontare, prima dell’esame, i nuovi test elaborati dall’InValsi (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione) che da molti anni ormai ha il compito di testare il livello di apprendimento degli studenti italiani che frequentano scuole di ogni ordine e grado.

Il nuovo Esame di Stato del II ciclo è descritto nel decreto legislativo approvato il 7 aprile 2017 e contempla anche altri cambiamenti: l’attribuzione del credito scolastico che passa da 25 a 40 punti; l’ammissione all’esame anche con delle insufficienze (a patto che la media sia 6); il colloquio che inizierà non più con la famigerata testina pluridisciplinare ma con una relazione e/o un elaborato multimediale sull’esperienza di alternanza scuola-lavoro svolta nell’arco del secondo biennio e del quinto anno. Anche l’attribuzione dei punteggi per le prove scritte e per l’orale cambierà: 20 punti per ciascuna (mentre ora le tre prove scritte “fruttano” fino a 45 punti e il colloquio fino a 30). È più che evidente che una parte considerevole del punteggio finale (100/100) è data dal credito scolastico il quale costituisce, in un certo senso, il “tesoretto” che ciascun allievo riuscirà a mettere da parte nell’arco dei tre anni, una volta ultimato il biennio obbligatorio.

Tornando ai test InValsi, lo svolgimento delle prove nazionali sarà obbligatorio e costituirà un vincolo per l’ammissione all’esame, pur non influendo sul voto finale. L’esito delle prove, che presumibilmente si svolgeranno a dicembre (almeno stando alle voci che circolano), verrà riportato sui documenti allegati al Diploma. Le materie oggetto dei test saranno italiano, matematica e inglese.

Di più non è dato sapere, anche se alcune università riportano nei loro siti delle simulazioni su cui i maturandi possono esercitarsi.

Pare strano, tuttavia, che con il cambio ai vertici di Viale Trastevere nulla sia cambiato rispetto a quanto deciso dalla cosiddetta #buonascuola. Qualche mese fa, infatti, lo stesso Istituto Nazionale aveva ammesso, al termine del monitoraggio nazionale, che occorrono politiche scolastiche differenziate in base alle esigenze del territorio e alle tipologie di scuole. Proporre, dunque, i test nazionali proprio al quinto anno della scuola superiore, per di più con il vincolo per l’ammissione (anche se non si parla di superamento delle stesse), appare un controsenso in quanto essi andranno a sostituire l’unica prova non nazionale, predisposta dalle commissioni tenendo conto delle simulazioni fatte in classe durante il quinto anno.

A questo proposito, così commenta Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief:

«Ci saremmo certamente aspettati modifiche che rimpolpassero, in assoluto, lo spessore della scuola superiore di secondo grado. Sarebbe stato quindi più opportuno qualificare il titolo di studio, elevandone la qualità complessiva. Questo, avrebbe contribuito anche a spazzare via, una volta per tutte, i periodici tentativi di cancellazione del valore legale del titolo di studio: è una questione di primaria importanza, perché in tal modo si dà il giusto valore all’impegno degli studenti e si risolleva, anche a livello di considerazione sociale, l’operato di docenti e personale Ata. Anziché sulla verifica caso per caso, si è voluto puntare, invece, sulla logica dell’uniformità a tutti i costi

Ma c’è un’altra considerazione da fare. La terza prova serviva a testare la preparazione dei maturandi su un certo numero di discipline che i candidati erano costretti a studiare. I test InValsi verteranno su tre materie: italiano, matematica e inglese. Per quanto riguarda l’italiano, essendoci già la prima prova all’esame, il test personalmente mi sembra ridondante. Per quanto concerne la matematica, non è chiaro se i test saranno uguali per tutte le scuole superiori, ma per gli studenti dello scientifico si potrebbe trattare di una “passeggiata” rispetto ai contenuti dell’attuale seconda prova. Infine, per l’inglese è importante che il test si proponga la finalità di certificare, in convenzione con enti certificatori accreditati, le abilità di comprensione e uso della lingua inglese in linea con il Quadro Comune di Riferimento Europeo per le lingue, ma non è specificato il livello (B2 è il minimo che si possa chiedere alla fine della scuola superiore). Si sa, poi, quale sia il reale livello di conoscenza dell’inglese da parte degli studenti italiani. Magari con il bonus cultura (se Bussetti lo confermerà) potranno fare qualche corso accelerato in una scuola privata…

Dopo queste considerazioni, è dunque legittimo chiederci: la nuova #maturità sarà un altro dei pasticciacci brutti di Viale Trastevere?

[fonti: teleborsa.it; scuolaonline.com; orizzontescuola.it; immagine da questo sito]

ESAME DI STATO 2016: LUNEDI’ LA TERZA PROVA. E CONTINUANO A CHIAMARLA “QUIZZONE”

Archiviate le prime due prove scritte (la prima d’italiano è uguale per tutte le scuole secondarie di II grado d’Italia mentre la seconda varia da istituto a istituto), per gli studenti “maturandi” si sta avvicinando il giorno della terza prova. Lunedì prossimo, dopo un week-end lungo giorni di riposo (almeno si spera, ma molto più facilmente staranno studiando come matti…), ritorneranno nelle scuole ormai trasformate in fornaci, considerato il notevole aumento delle temperature in tutta la penisola, per affrontare l’ultima prova scritta prima dell’orale.

Da quando, con la riforma dell’esame di maturità – che oggi si chiama Esame di Stato -, varata nel 1997, è stata introdotta la terza prova scritta, essa viene, impropriamente quizzone“. In realtà è tutt’altro che un quiz a crocette, almeno nella maggior parte dei casi. Una prova complessa considerato il numero delle materie e dei quesiti che possono riguardare il programma svolto nell’intero anno scolastico.

Ma vediamo, per chi non ne fosse ancora informato, di che cosa si tratta.

La terza prova scritta, a differenza delle prime due che sono ministeriali, è preparata autonomamente da ciascuna Commissione esaminatrice (costituita da tre commissari esterni, tre interni e un Presidente) che decide anche la tipologia degli esercizi da sottoporre agli studenti.
Anche se le possibilità sono varie, tra cui anche i quesiti a risposta multipla (da 30 a 40), in altre parole un test a crocette, la maggior parte delle commissioni propende per i quesiti aperti che richiedono una risposta sintetica. Possono essere proposti, inoltre, dei problemi scientifici a soluzione rapida (non più di 2), oppure, a seconda degli indirizzi di studio, si può richiedere la realizzazione di un progetto.

Insomma, tutt’altro che “quizzone”. Le discipline coinvolte possono essere quattro o cinque e il numero dei quesiti può variare da un minimo di 10 a un massimo di 15. Generalmente la terza prova è costruita prendendo spunto dalle simulazioni che vengono svolte dagli allievi durante l’anno scolastico, ma non si tratta di una regola ferrea. Ogni decisione, infatti, spetta ai membri della commissione che preparano le domande da sottoporre ai maturandi la mattina stessa della prova e non anticipano le materie coinvolte nella prova.

Annunciato con una certezza quasi assoluta già dall’anno scolastico 2014/15, il grande assente continua ad essere il test InValsi. Da anni, infatti, si parla di sostituire la terza prova scritta con un test a risposta multipla di tipo anglosassone simile a quello dell’Invalsi che viene proposto per l’esame di terza media. L’obiettivo primario sarebbe quello di avere un sistema di valutazione omogeneo per tutto il Paese e scongiurare quelle disparità di valutazione che annualmente si riscontrano tra le scuole nelle diverse parti della penisola. A partire dall’elargizione delle lodi, sempre troppo presenti al Sud, mentre al Nord, che nelle rilevazioni nazionali se la cava egregiamente (attestandosi sulle medie europee, quando non le supera, come nel caso del Nord-Est), sono di gran lunga meno numerose.

C’è chi parla, addirittura, di eliminare l’esame di Stato, oppure sostituire con un’unica prova tipo InValsi le tre attuali. In questo modo, dicono, si garantirebbe una maggior equità e oggettività nelle valutazioni. Rimane il fatto che, almeno per quanto riguarda i maturandi di oggi, la terza prova si fa ed è parecchio impegnativa. Magari fosse un quizzone!

Coraggio, ragazzi, un ultimo sforzo, anzi, penultimo (dato che c’è ancora l’orale che non è una passeggiata), prima di potervi godere le meritate vacanze.

Per chi volesse allenarsi, il Corriere.it ha pubblicato una serie di prove somministrate in passato e riguardanti le diverse discipline in vari indirizzi liceali. CLICCA QUI

A PROPOSITO DI TAGLI ALLA SCUOLA, QUANTO COSTANO I TEST INVALSI?

Ho deciso di ribloggare questo vecchio post, piuttosto che aggiornarlo (non l’avrebbe letto nessuno!) perché dal blog di Marco Barone apprendo che il piano triennale (2013, 2014, 2015) per le prove InValsi prevede una spesa di 14 milioni di euro. Sì, avete capito bene, nessuno zero in più. 😦
LINK all’articolo originale

laprofonline

Di fronte ai preannunciati tagli alle risorse della pubblica amministrazione, scuola in testa, bisogna riconoscere a questo governo almeno il buon gusto di non parlare di “ottimizzazione delle risorse”, di gelminiana memoria. Non so se peccasse di eccesso di diplomazia l’ex ministro o pecchino di sfacciataggine gli attuali ministri.

Proprio a questo proposito mi chiedevo quanto possano incidere sulla spesa del MIUR i famigerati test InValsi che puntualmente suscitano polemiche sia da parte dei docenti sia da quella degli studenti.

Per prima cosa ho cercato alcuni dati sul sito dell’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione, il cui acronimo è certamente più noto. Nulla. Nessun dato. Alla faccia della trasparenza.

Gli unici dati li ho trovati su una pagina Facebook un po’ datata:

– sono stati spesi circa 5,6 milioni di euro nel 2009 (anno cui si riferisce la notizia riportata)

– si prevede…

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ANCORA SUI TEST INVALSI E SUL CHEATING

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Dei test InValsi non si smette mai di parlare. Anche quando le aule scolastiche sono deserte, è oggetto di discussione sul web, in particolare sul social network.

Quasi 38 mila post sono stati pubblicati su Twitter e i profili pubblici di Facebook, con un picco il giorno della somministrazione dei test all’esame di terza media, ovvero il 17 giugno. E in questi commenti emerge l’amara verità: in occasione di questi test, ritenuti perlopiù difficili e inutili, tre ragazzi su quattro hanno ammesso di aver copiato, come si evince dalla tabella sottostante.

test invalsi cheating

La cosa curiosa, se vogliamo dir così, è che in alcuni casi gli studenti affermano che siano gli stessi insegnanti a dare degli “aiutini”, con una percentuale persino maggiore al nord rispetto al centro-sud.

La domanda da porsi è: perché i docenti aiutano gli alunni in una prova d’esame? La risposta non è difficile: per fare bella figura. Ovviamente il tutto rischiando di essere scoperti, nel qual caso si farebbe una pessima figura.

Io credo che, a parte il costo enorme, i test InValsi dovrebbero essere eliminati dagli esami di Stato (e invece si parla di renderli obbligatori anche per i maturandi) perché, se l’obiettivo è quello di arrivare ad una valutazione su scala nazionale dei diversi istituti, i risultati, falsati dalla pratica del cheating, non sono affidabili.

Per lo stesso motivo ritengo che queste prove elaborate dall’Istituto Nazionale per la Valutazione siano inadeguate per stabilire i meriti delle singole scuole. Mi spiego: qualora i test diventino uno strumento meritocratico, la pratica del cheating rischierebbe di dilagare. E non possiamo far leva sull’onestà dei docenti perché potrebbe anche verificarsi il caso in cui gli stessi dirigenti, per poter ottenere maggiori finanziamenti, lascino intendere che i test debbano ottenere dei buoni risultati. Senza contare che, sulla base delle “classifiche” che si verrebbero a creare, le scuole migliori ne trarrebbero degli indiscutibili vantaggi in termini di iscrizioni.

Il quadro forse può sembrare catastrofico. Io spero vivamente di sbagliarmi ma siamo in Italia, che cos’altro ci potremmo aspettare?

[LINK della fonte (da cui è stata copiata anche la tabella); immagine sotto il titolo da questo sito]

ARTICOLO CORRELATO: A PROPOSITO DI MERITOCRAZIA E CHEATING

SEGNALO ANCHE QUESTO INTERESSANTE ARTICOLO DI GIANNI MEREGHETTI PER ILSUSSIDIARIO.NET

PUBBLICATO IL RAPPORTO INVALSI 2013

invalsiForse ai test InValsi ci stiamo abituando. Quest’anno, anche se non sono mancate le solite contestazioni da parte di studenti (quelli delle superiori, ovviamente) e insegnanti, sono quasi passati inosservati. Forse più che abitudine è rassegnazione: i test non ci piacciono ma sono diventati una prassi nell’attività delle scuole di ogni ordine e grado.

Quali sono i risultati di quest’anno? Si potrebbe dire i soliti: confermata la maggior preparazione degli studenti del Nord rispetto a quelli del Sud, sebbene alcuni cenni di miglioramento si notino in alcune regioni come Abruzzo, Molise, Puglia e Basilicata. I più bravi studiano nelle scuole della Provincia Autonoma di Trento, del Friuli Venezia Giulia, Veneto, Marche e Piemonte.

La rilevazione ha coinvolto 13.232 scuole, 141.784 classi e 2 milioni 862mila studenti. Com’è noto, le prove sono state somministrate al secondo e quinto anno della scuola primaria, nella prima e terza classe (prova d’esame) della scuola secondaria di I grado e agli studenti che nello scorso anno scolastico hanno frequentato la seconda classe della secondaria di II grado. Le materie oggetto di indagine sono state, come di consueto, italiano e matematica.

Nelle prove di italiano gli studenti si sono dimostrati più preparati nell’analisi dei testi narrativi, piuttosto che nell’ambito dei testi espositivi e in quelli di tipo «non continuo o misto», in cui viene richiesto anche di interpretare dati e grafici funzionali all’esposizione dei contenuti del testo. I risultati peggiori riguardano i quesiti «grammaticali».

Nell’ambito dei test proposti per la matematica, gli alunni nel complesso si sono dimostrati più abili con i «numeri» e i «dati e previsioni», manifestando maggiori difficoltà nell’ambito «spazio e figure» e in quello «relazioni e funzioni».

carrozzaInteressante il commento del ministro Maria Chiara Carrozza, per la prima volta alle prese con i test InValsi. Presentando a Roma, presso l’Istituto tecnico industriale Galileo Galilei, il Rapporto nazionale sulle prove Invalsi 2012-2013, il ministro ha dichiarato che bisogna «uscire da una logica di ‘guerre di religione’ sulla valutazione», non si tratta del «giudizio di Dio». Aggiungendo: «Non si comprende la valutazione se non la si lega alla conoscenza: alla consapevolezza di limiti, potenzialità. E’ alla luce di questa ‘filosofia della valutazione’, legata alla necessità di conoscere quello che facciamo e come lo facciamo, che dobbiamo vedere le prove Invalsi».

Mi sembra un buon punto di partenza. Forse abbiamo trovato chi è disposto ad ascoltare la voce degli insegnanti, non contrari alla valutazione in sé, ma a quella dell’InValsi, contestata anche da esperti di chiara fama, Giorgio Israel in testa.

Un piccolo passo avanti ma non facciamoci troppe illusioni.

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[Fonti: Corriere e Tuttoscuola; immagine da questo sito]

ESAME DI STATO 2013: OGGI LA TERZA PROVA. MA NON CHIAMATELA QUIZZONE

Da quando, con la riforma dell’esame di maturità – che oggi si chiama Esame di Stato -, varata nel 1997, è stata introdotta la terza prova scritta, essa viene, tanto volgarmente quanto semplicisticamente, chiamata “quizzone“. In realtà è tutt’altro che un quiz, almeno nella maggior parte dei casi. Ma vediamo, per chi non ne fosse ancora informato, di che cosa si tratta.

La terza prova scritta, a differenza delle prime due che sono ministeriali (la prima è uguale per tutte le scuole secondarie di II grado d’Italia), è preparata dalla Commissione esaminatrice (costituita da tre commissari esterni, tre interni e un Presidente) che decide anche la tipologia degli esercizi da sottoporre agli studenti.
Esiste, è vero, la possibilità di predisporre dei quesiti a risposta multipla (da 30 a 40), ma la maggior parte delle commissioni propende per i questiti che richiedono una risposta sintetica. Possono essere proposti, inoltre, dei problemi scientifici a soluzione rapida (non più di 2), oppure, a seconda degli indirizzi di studio, si può richiedere la realizzazione di un progetto.

Insomma, tutt’altro che quizzone. Le discipline coinvolte possono essere quattro o cinque e il numero dei quesiti varia da un minimo di 10 a un massimo di 15. Generalmente la Terza prova è costruita prendendo spunto dalle simulazioni che vengono svolte dagli allievi durante l’anno scolastico, ma non si tratta di una regola ferrea. Ogni decisione, infatti, spetta ai membri della commissione che preparano le domande da sottoporre ai maturandi la mattina stessa della prova e non anticipano le materie oggetto d’esame.

Da anni si parla di sostituire questa prova con un test a risposta multipla di tipo anglosassone simile a quello dell’Invalsi che viene proposto per l’esame di terza media. L’obiettivo primario sarebbe quello di per avere un sistema di valutazione omogeneo per tutto il Paese. Forse il progetto andrà in porto con l’anno scolastico 2014-15.

Le commissioni hanno lavorato tutta la giornata per la correzione delle prove perché fra un paio di giorni inizieranno gli orali. Non rimane, quindi, che quest’ultimo sforzo e poi … tutti in vacanza, finalmente!

CONCORSO DOCENTI: IN FRIULI-VENEZIA GIULIA È STRAGE DI CANDIDATI

Mean teacherNello scorso dicembre ai test pre-selettivi si erano presentati 2.100 per 103 cattedre. La maggior parte dei candidati era costituita da donne, l’età media era 38,4 anni. Nello specifico, circa la metà aveva un’età compresa tra 36 e 45 anni.

Ora, dopo la correzione degli scritti, dei 300 ammessi solo 29 hanno superato le prove nell’ambito letterario (ma le cattedre a disposizione sono 36) e 26 persone per 6 posti nell’ambito economico.

I commissari d’esame giurano di essere stati equi e puntato il dito sulla scarsissima preparazione dei candidati.
La griglia di valutazione stilata dai commissari d’esame parla di pertinenza, correttezza linguistica, completezza e originalità. «Trattazione dei contenuti conoscenze disciplinari specifiche e competenze metodologico didattiche, coerente con il quesito», si legge fra i criteri. E ancora: «Contesti informativi adeguati. Correttezza ortografica, grammaticale e sintattica. Lessico appropriato. Registro linguistico e stile appropriati e coerenti al contenuto. Chiarezza espositiva».

Gli errori riscontrati nelle prove corrette sono di tutti i tipi: ortografici e sintattici, cui si aggiunge la scarsa originalità, la non aderenza alla traccia proposta (sono andati fuori tema, insomma) e le risposte lasciate in bianco. L’apoteosi dell’ignoranza, a quanto pare. E già si punta il dito contro l’università che oggi non prepara gli studenti. Ma come “oggi”? Se l’età media è di 38 anni?

Se consideriamo che, specie nell’ambito letterario, le cattedre disponibili non sarebbero coperte nemmeno se tutti i candidati ammessi all’orale fossero promossi, si dovrà attingere alle graduatorie dei non abilitati o comunque costituite da persone che non hanno superato nemmeno i test pre-selettivi. In che mani andranno a finire i nostri studenti?

E meno male che gli studenti del Friuli-Venezia Giulia risultano essere fra i più bravi in Italia nei test InValsi, perfettamente in linea, quando non la superano, con la media europea.

[fonte: Messaggero Veneto]

SPENDERE DI PIÙ PER LA SCUOLA INVESTENDO MEGLIO

Valutazione_PeanutsNell’attesa dei risultati delle elezioni politiche 2013, il cui spoglio delle schede è tuttora in corso, urge una riflessione sul futuro della scuola pubblica.
Nei vari programmi elettorali più o meno tutti hanno parlato di scuola, perlopiù demolendo ciò che negli anni passati è stato fatto senza, tuttavia, fare delle proposte serie per rilanciare la cultura e l’educazione ormai oppresse sotto il peso di tagli ingiustificati che hanno portato ad un peggioramento delle condizioni dei docenti con il conseguente abbassamento della qualità del servizio offerto.

Secondo me l’errore più diffuso negli anni passati è stato quello di pensare a contenere le spese senza tener conto dello sviluppo. Per fare scuola non è solo necessario un tot numero di docenti – sempre minore con aggravio dei compiti sul singolo – ma è soprattutto indispensabile far funzionare l’intero sistema con delle innovazioni serie, per ciò che concerne i programmi scolastici e l’aggiornamento degli insegnanti.

Leggo su Tuttoscuola.com un elenco di proposte per un serio rinnovamento del sistema scuola, che condivido pienamente. Eccolo:

1) realizzare iniziative sistematiche e periodiche di formazione in servizio obbligatoria;

2) introdurre una diversificazione nella carriera (e quindi nella retribuzione) del personale scolastico, in proporzione all’impegno che si intende profondere;

3) potenziare i sistemi di valutazione;

4) sviluppare la ricerca di base e applicata, anche nella forma della ricerca-azione, sull’innovazione educativa;

5) rafforzare la comunicazione orizzontale tra le scuole e la diffusione delle buone pratiche;

6) utilizzare al meglio le risorse umane e tecniche disponibili, attraverso una riorganizzazione delle condizioni di lavoro funzionale al miglioramento del servizio offerto;

7) migliorare la qualità degli ambienti (aule, laboratori, attrezzature) nei quali si svolge l’apprendimento;

8) promuovere e sostenere anche con incentivi gli interventi nelle scuole a rischio.

Un punto su cui penso sia necessario intervenire con urgenza è il secondo che, inevitabilmente, è legato al terzo.
Fino ad ora il lavoro degli insegnanti non è stato controllato né valutato, e neppure è mai stato tenuto nel debito conto il fatto che insegnare una qualsiasi disciplina non è come insegnare una disciplina qualsiasi … e scusate il gioco di parole. Trovo sia ingiusto che alcuni docenti abbiano pacchi e pacchi di compiti da correggere e alcuni nessuno o comunque un numero limitato di prove (spesso con valutazione orale) non troppo impegnative per la correzione. Anche l’impegno che richiede il numero delle classi in cui si insegna – e conseguentemente il numero totale degli allievi – è differente, sempre in riferimento al “lavoro domestico”.
Non trascurabile, inoltre, è il fatto che spesso il lavoro non viene né quantificato né valutato in termini di qualità. E ciò, se da una parte può essere un bel vantaggio per chi fa il minimo indispensabile, per chi lavora seriamente, almeno il doppio dell’orario settimanale di cattedra, è quanto meno demoralizzante.

Il problema della valutazione non è di facile soluzione. L’ex ministro Gelmini, nonostante le promesse di differenziare gli stipendi degli insegnanti sulla base dell’effettivo lavoro svolto nonché sui risultati ottenuti, non ha mai fatto proposte serie. Da parte sua, il ministro uscente Francesco Profumo ha varato il progetto VALeS (progetto sperimentale per individuare criteri, strumenti e metodologie per la valutazione esterna delle scuole e dei dirigenti scolastici) che in ogni caso viaggia sul binario della sperimentazione, senza fare proposte molto diverse rispetto alla sperimentazione del merito di gelminiana memoria.

Una cosa, fra tutte, non condivido: affidare all’onnipresente InValsi il compito di valutare gli apprendimenti e, di conseguenza, le scuole. In primo luogo perché i costi dell’InValsi sono proibitivi, in secondo luogo perché i test fino ad oggi proposti sono risultati poco affidabili. Senza contare che il timore di “fare una brutta figura” ha portato sempre più docenti al training to the test, deleterio per l’apprendimento permanente e volto soltanto all’acquisizione di nozioni minime, indispensabili solo a superare il test e subito dimenticate. Mi riferisco soprattutto ai test di matematica la cui affidabilità è stata più volte messa in discussione da una voce ben più autorevole di me: quella del prof. Giorgio Israel che dice no anche alla valutazione dei docenti affidata a studenti e famiglie. E fa l’unica osservazione che merita attenzione: »La questione della valutazione dei docenti ritorna sempre, ed è innegabile che la riqualificazione della professione passa per un buon sistema di valutazione. Ma è noto che sul tema siamo sempre in alto mare, essenzialmente perché non si vuol prendere atto che l’unico sistema valido è quello delle ispezioni, concepito come un processo interattivo all’interno del sistema capace di attivare il fine autentico della valutazione, ovvero un processo di crescita culturale.» (LINK)

Ecco, investire nella scuola significa anche questo: trovare un sistema di valutazione super partes. Rimarrebbe sempre il dubbio che gli ispettori – per la maggior parte ex dirigenti – non lo siano del tutto o non siano in grado di dare una valutazione oggettiva, in mancanza di strumenti atti allo scopo. Sarebbe, comunque, un bel passo avanti.

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