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IL BUSINESS DELLE LEZIONI PRIVATE SI PUO’ EVITARE. ECCO COME

lezioni private
Non è la prima volta che affronto l’argomento (leggi QUI). Già nel 2012 lo SNALS aveva proposto, prima al ministro Gelmini e poi a Profumo, di permettere ai docenti di dare lezioni private intramoenia, esattamente come è possibile che i medici in servizio in ospedale ricevano i pazienti all’interno della struttura pubblica in regime privato.

Ora questa proposta, che approvo pienamente, mi pare più che mai urgente.

Come si sa, nel 1995 vennero aboliti i cosiddetti esami di riparazione alle superiori. Allora questa decisione fu giustificata dalla volontà di mettere in crisi il mercato delle lezioni private e contrastare, quindi, il lavoro nero dei prof che le impartivano. Ma il Decreto ministeriale n. 80 del 3 ottobre 2007 (firmato dall’allora ministro dell’Istruzione Fioroni) che ha introdotto la “sospensione del giudizio” a giugno e l’obbligo di saldare i debiti formativi entro l’inizio del successivo anno scolastico, ha di fatto ripristinato l’antico. Cambia la forma ma non la sostanza.

Secondo quanto si legge in un articolo pubblicato sulla rivista specializzata La tecnica della Scuola, un sondaggio effettuato dalla Fondazione Einaudi sul mercato delle ripetizioni private, rivela un giro d’affari che si aggira intorno agli 810 milioni circa di euro e che grava sul bilancio di una famiglia italiana per 1620 euro all’anno. Infatti il 90% delle lezioni private non sono dichiarate al fisco.

Così conclude la relazione:

Come Fondazione Luigi Einaudi crediamo che le lezioni private devono essere regolarizzate, accompagnando la regolamentazione da un incentivo fiscale mirato.
Tuttavia, pur riconoscendo la libertà di scelta da parte di studenti e famiglie, crediamo che un numero così alto di studenti che prendono lezioni private nel tempo trascorso dopo l’attività scolastica regolare, dimostra il fallimento del sistema scolastico attuale e l’inadeguatezza della didattica, dei programmi, e spesso anche degli insegnanti.

Se da una parte appoggio la vecchia proposta del sindacato della scuola di regolamentare il “giro” di lezioni private facendole tenere dai docenti (ovviamente su libera adesione e non ai propri allievi, cosa vietata anche se, a volte, tollerata) nelle scuole stesse, dall’altra devo fare una riflessione su quanto dichiarato dalla Fondazione Einaudi circa l’inadeguatezza della didattica, dei programmi, e spesso anche degli insegnanti.

Prima domanda: perché le famiglie sono disposte a svenarsi, con la consapevolezza di favorire l’evasione fiscale da parte degli insegnanti, per mandare i propri figli a “ripetizione”?

Personalmente mi arrabbio quando vengo avvertita dai genitori che il proprio figlio è seguito da un insegnante privato. Tuttavia posso capire che nel rapporto “uno a uno” ci siano dei vantaggi che le classi numerose (26-28 allievi) precludono. Anche se si fa costantemente il ripasso dei contenuti, ci si esercita in classe e si cerca di venire incontro alle difficoltà di tutti, è ben difficile capire quali siano le difficoltà di ciascuno.

Spesso capita che un ragazzo insufficiente non abbia il coraggio di ammettere di non aver capito, rinunci a chiedere chiarimenti anche perché teme di essere preso in giro dagli altri, oppure ha paura di essere etichettato come “stupido” dall’insegnante stesso. E’ palese che ogni studente conosce il docente che ha di fronte e anche il clima che si respira in aula.
In casi come quello descritto, qualche lezione privata può essere risolutiva.

D’altro canto, se l’allievo insufficiente non si impegna, non sta attento in classe, non si esercita a casa, la presenza di un docente tutto per lui può sollecitare l’attenzione del momento, può anche risolvere qualche problema, ma se l’atteggiamento non muta, poco gioverà allo studente il sacrificio economico della famiglia.

Seconda domanda: perché mai, nonostante le scuole (mi riferisco ovviamente alle superiori) abbiano l’obbligo di organizzare attività di recupero durante l’anno, spesso affiancate da periodi di “pausa didattica” in cui ogni docente è tenuto ad intervenire in classe per colmare le lacune e venire incontro alle difficoltà degli allievi, molte famiglie rinunciano a questa opportunità preferendo mandare i ragazzi a ripetizione?

A volte può sembrare snobismo, altre semplicemente incuria. Se le condizioni economiche lo consentono, i genitori preferiscono affidare i figli alle cure di un insegnante privato (non sempre qualificato, tra l’altro). In altri casi, gli impegni extrascolastici dei figli (il più delle volte sportivi), oppure la lontananza della scuola dal proprio domicilio e la scomodità dei mezzi pubblici che hanno orari poco agevoli, spingono le famiglie a firmare le “liberatorie”, rinunciando al servizio offerto gratuitamente dagli istituti.

Parlo per esperienza, naturalmente, e mi riferisco alla realtà che conosco, insegnando in un liceo cittadino frequentato da molti studenti che vivono a distanza di molti chilometri dalla scuola, in paesini sperduti poco serviti dai trasporti pubblici.

Terza domanda: perché capita che i ragazzi che vengono indirizzati ai corsi o agli sportelli organizzati per il recupero, non ottengano i risultati sperati, costringendo le famiglie a porre rimedio ricorrendo alle ripetizioni private?

Sempre per esperienza posso dire che molto spesso succede che gli allievi frequentino i corsi e/o gli sportelli ma che mantengano lo stesso atteggiamento passivo, quando non di disturbo, che assumono in classe durante le ore curricolari. Giocherellano con il cellulare (che viene regolarmente ritirato e consegnato in presidenza, come avviene al mattino), parlottano, arrivano senza materiale (né libri né quaderni né fotocopie consegnate dall’insegnante) e senza aver svolto le attività assegnate.
I genitori di questi ragazzi li difendono osservando che, presentarsi a scuola nel pomeriggio, dopo un’intensa (?) mattinata di lezione, è molto faticoso e certamente non facilita la concentrazione. Le dimenticanze, poi, sono giustificate con la grande quantità di libri e quaderni che già devono portare per le lezioni mattutine, quindi lo zaino è stracolmo e non può contenere altro materiale. Sta di fatto che nella maggior parte dei casi, i libri e i quaderni li hanno già utilizzati la mattino e che le fotocopie di per sé non pesano tanto e occupano poco spazio.

Questi stessi genitori, poi, firmano le giustificazioni per le assenze pomeridiane e, adducendo come pretesto la scarsa efficacia delle attività di recupero (sic!), informano i docenti di essere stati costretti a mandare i figli a lezione. Inutile dire che, nella quasi totalità dei casi (in riferimento a quanto descritto sopra), quegli allievi non colmeranno comunque le lacune.

Detto questo, per tornare alla relazione della Fondazione Luigi Einaudi, io non credo che tutte le colpe debbano essere attribuite all’inadeguatezza della didattica, dei programmi, e spesso anche degli insegnanti. Non voglio assolvere tout court l’istituzione scolastica, perché sono consapevole che i programmi necessitino di una revisione, che la didattica in alcuni casi (non nella maggioranza, comunque!) lasci a desiderare e che ci siano insegnanti (anche qui credo non si tratti della maggior parte di essi) inadeguati. Tuttavia mi pare semplicistica la conclusione della Fondazione Einaudi, soprattutto perché ignora (o almeno credo) le dinamiche da me descritte. Come sempre, i conti non si devono fare senza l’oste.

[immagine da questo sito]

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MORIRE D’ESAME: IL CRUDELE DESTINO DI ANTONIO SUMMO

antonio_summo

«Per un esame non è mai morto nessuno!»
Quante volte abbiamo sentito o pronunciato questa battuta, diciamo così, con l’intento di sdrammatizzare? Moltissime.
Sono cose che si dicono. Mai vorremmo che fossero prese alla lettera o fungessero da infauste previsioni.

Tutti abbiamo sotto gli occhi l’orrore trasmesso dalle immagini del recente disastro ferroviario accaduto in Puglia. Per ora – e speriamo che il bilancio non si aggravi – le vittime sono 27. Poche quelle riconoscite ufficialmente. Tra queste c’è un ragazzo, 15 anni appena: Antonio Summo. Antonino per tutti.

Al mattino di quel 12 luglio funesto si era recato ad Andria per sostenere due “esami di riparazione”. In realtà si tratta delle verifiche per accertare il superamento dei Debiti Formativi. Nella maggior parte delle scuole queste verifiche si tengono a fine agosto o inizi settembre. Non sono rari, tuttavia, i casi in cui gli “esami” vengano anticipati a luglio, con lo scopo di far passare il resto dell’estate in tranquillità – a fronte di un esito positivo, naturalmente – i ragazzi con giudizio sospeso.

Il padre non voleva che sostenesse gli esami, forse avrebbe preferito che ripetesse l’anno. Non lo so. Antonino, invece, era risoluto: «Non ti preoccupare papà. Io vado».

E di cosa mai avrebbe dovuto preoccuparsi questo padre? Che cosa poteva rischiare il figlio? Al massimo una bocciatura. Il minore dei mali. Ma valeva la pena tentare, secondo Antonino.

La mattina il ragazzo aveva sostenuto l’esame in una delle materie in cui aveva il debito. La seconda “fatica” era stata fissata nel pomeriggio.

Il professore lo aveva invitato a tornare a casa a riposarsi e ripresentarsi a scuola più tardi.

Che sarà mai? Pochi km in treno, per percorrere la breve distanza tra Andria e Ruvo, e la libertà di passare qualche ora senza lo stress per l’esame imminente.

Antonio Summo a casa sua, a Ruvo di Puglia, non è mai tornato.

Ora non vorrei essere nei panni di quel papà che aveva cercato di convincerlo a non sostenere quegli esami.

Ora non riesco nemmeno a immaginare i sensi di colpa di quel professore che, convinto di fare solo il bene del ragazzo, aveva invitato Antonino a ritornare a casa.

Ma ora non c’è tempo per i sensi di colpa, per i rimorsi e per le maledizioni rivolte a un destino crudele.

Ora è tempo di lacrime e preghiere. Per il giovanissimo Antonino e per tutte le altre vittime di questa immane tragedia.

[la notizia è tratta da Corriere.it; in presenza di poche notizie ho provato a immaginare tante cose e mi scuso fin d’ora se quanto detto non dovesse corrispondere in modo preciso alla realtà; immagine da questo sito]

ESAMI DI STATO NON RETRIBUITI PER I COMMISSARI: SI VA VERSO IL SERVIZIO ATTIVO PER TUTTI?

Oggi OrizzonteScuola.it ha pubblicato una mia lettera sulla mancata retribuzione dei docenti che faranno parte delle commissioni dell’Esame di Stato (II ciclo) nel 2015.
La riporto qui di seguito (il grassetto è mio). Mi sono permessa di cambiare il titolo perché credo che la Redazione abbia frainteso le mie parole. Per chiarire: sono contraria all’obbligo di far parte delle commissioni senza retribuzione ma NON sono dell’idea che, come può sembrare dal titolo scelto per il mio contributo, tutti i docenti, anche quelli non impegnati negli esami, debbano essere costretti a presentarsi a scuola, dato che sono regolarmente retribuiti. Nella lettera esprimo, invece, il timore che la mancata retribuzione dei commissari sia un primo passo verso l’applicazione del famigerato Piano Scuola di Reggi, poi ritirato e sostituito da #labuonascuola di Renzi, con l’estensione del servizio per tutti i docenti dal 30 giugno a metà luglio o anche oltre, ovvero fino alla fine degli esami di maturità.

Spero di aver chiarito il mio pensiero. Nel caso contrario, mi auspico che da questo post scaturisca una discussione che mi permetta di chiarire eventuali punti oscuri. Ovviamente i commenti sono ben accetti, a prescindere.

maturita genitoriSpettabile Redazione, scrivo riguardo alla proposta, che rientra nella Legge di Stabilità, di non retribuire i commissari interni che faranno parte delle commissioni dell’Esame di Stato il prossimo anno.

Tale proposta, oltre ad essere ingiusta, è anche discriminante perché verrebbe a creare delle disparità tra quei docenti che presteranno servizio in quanto commissari d’esame e quelli che, invece, se ne staranno a casa, ugualmente retribuiti, perché non impegnati negli esami.

Penso, per esempio, ai docenti di Religione ed Ed. Fisica che mai (forse talvolta la seconda) sono materie d’esame. Oppure a quelli che insegnano solo al biennio (al liceo scientifico, ad esempio, la Matematica ha due classi di concorso distinte fra biennio e triennio). Capita, inoltre, che anche chi insegna regolarmente al triennio (io ad esempio), non abbia classi quinte … ho colleghi che hanno tre terze oppure due terze e una quarta. Saranno forse obbligati a presentarsi a scuola per l’intera durata degli esami? E a fare che? Sarà prevista per loro qualche attività, proprio per non creare discriminazioni? Se sì, con quale orario?

E’ vero che siamo tutti in servizio fino al 30 giugno ma gli esami vanno ben oltre quella data. Insomma, non si può non riconoscere ai docenti che fanno parte delle commissioni d’esame il lavoro in più rispetto a quelli che se ne stanno beatamente a casa. Senza considerare il fatto che chi è impegnato negli esami deve partecipare a tutte le riunioni della commissione, correggere anche le prove (penso, ad esempio, al mio impegno nel correggere 25 “temi” d’italiano), presenziare ai colloqui, sbrigare tutte quelle pratiche burocratiche che portano via un sacco di tempo. Per esperienza posso dire che a volte si lavora 12 ore al giorno e per di più si è fuori casa, si devono quindi sostenere dei costi per il pranzo che non verrebbero in alcun modo rimborsati. Senza contare che molti docenti prestano servizio in una località diversa da quella di residenza e devono affrontare anche i costi del viaggio.

Ho la vaga impressione che il tanto deplorato “Piano Scuola” di Reggi, che ha funestato l’inizio dell’estate, sia stato ritirato a parole e sostituito solo in parte dai famosi 12 punti de #labuonascuola di Renzi. Infatti il Presidente del Consiglio non è più tornato sulla questione dell’orario dei docenti, non ha più parlato di scuole aperte anche d’estate. Allora chi ci assicura che la decisione di non retribuire i commissari interni d’esame sia solo il primo passo verso l’attuazione del piano Reggi? Proprio per non creare discriminazioni tra chi è impegnato negli esami e chi no potrebbe venire richiesta la presenza a scuola di tutti i docenti, magari costringendoli a tenere corsi di recupero per gli allievi con giudizio sospeso.

Un risparmio in più, considerando che ora i corsi rientrano nelle attività aggiuntive, non essendo obbligatori per i docenti, e quindi pagati a parte. D’altronde, sono “figli” dei decreti legge che hanno sostituito gli esami di riparazione e per essi dovrebbero essere stanziati annualmente dei fondi appositi. Ecco dunque che per il MIUR il risparmio sarebbe doppio: quello per i compensi ai commissari d’esame e quelli per i docenti che tengono i corsi.

E chi insegna Religione ed Educazione Fisica? Non fanno parte delle commissioni e non insegnano discipline per cui sono previsti Debiti Formativi. Forse a qualche studente sfortunato potrà essere assegnato un debito in Ed. Fisica ma la stragrande maggioranza dei docenti di una scuola sarebbe comunque libero da impegni. Ecco che lo “spettro” del piano Reggi riappare: si parlava di scuole aperte fino alla fine di luglio, con la possibilità di organizzare attività varie, più o meno ludiche, per venire incontro alle famiglie che non sanno a chi lasciare i figli quando le lezioni finiscono. Perché, allora, non trasformare i docenti non impegnati negli esami e nei corsi in animatori di un centro estivo (per di più completamente gratuito)?

Io non so se le ipotesi che ho fatto siano fantascientifiche. Almeno in parte, tuttavia, potrebbero risultare molto realistiche.

Considerando che lavoriamo con un contratto scaduto da 5 anni, gli scatti bloccati, la concreta eventualità di non progredire economicamente per altri quattro anni per poi avere – ma solo il 66% di noi, i “bravi” – un aumento per “merito” non solo ridicolo e ingiusto ma anche indecoroso, spero proprio che il governo ci ripensi e la finisca con questa politica di Robin Hood al contrario: rubare ai poveri per dare ai ricchi. I soliti privilegiati … che non siamo di certo noi docenti.

LINK al sito di OrizzonteScuola.it

C’ERA UNA VOLTA L’ESAME A SETTEMBRE, MA QUELLI DI LUGLIO FUNZIONANO MEGLIO

DEBITI LUGLIO

Settembre, tempo di esami. Il mio nuovo post pubblicato sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita” parla di Debiti Formativi e prove di recupero. In particolare, vuole riportare l’esperienza che quest’anno, per la prima volta (forse anche unica in Italia), è stata tentata nel liceo in cui insegno: anticipare il “saldo dei debiti” a luglio per permettere agli studenti di trascorrere in pace una gran parte delle vacanze.
Se siete curiosi di sapere com’è andato questo esperimento, vi invito a proseguire la lettura sul Corriere.it

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In questi giorni si stanno concludendo le verifiche per il superamento dei Debiti Formativi per quegli studenti che frequentano gli istituti superiori e a giugno hanno avuto il “giudizio sospeso”.

C’era una volta l'”esame a settembre”. I vecchi esami di riparazione furono aboliti nel 1995 con la legge n. 352 dell’8 agosto. In sostituzione fu istituito il cosiddetto Debito Formativo con il conseguente obbligo per i singoli istituti di organizzare degli appositi corsi di recupero per gli studenti che non avevano raggiunto i livelli di apprendimento previsti in alcune discipline di studio. Per questi studenti, in ogni caso, la promozione era garantita già a giugno.

Il superamento delle lacune evidenziate avveniva attraverso specifiche verifiche in itinere, anche se di fatto il mancato superamento del Debito Formativo non pregiudicava la promozione, in presenza di un profitto sufficiente relativamente al programma dell’anno in corso.

L’abolizione degli esami di riparazione fu giustificata dalla volontà di mettere in crisi il mercato delle lezioni private e contrastare, quindi, il lavoro nero dei prof che le impartivano. Ma il Decreto ministeriale n. 80 del 3 ottobre 2007 (firmato dall’allora ministro dell’Istruzione Fioroni) ha di fatto ripristinato l’antico. Cambia la forma ma non la sostanza.

Una volta si chiamavano esami di riparazione e si svolgevano rigorosamente a settembre, ora la dicitura non è più quella di un tempo, anche se si continua a chiamarli “esami”, e non necessariamente le materie si devono recuperare proprio in questo periodo dell’anno.

In molte scuole, infatti, gli insegnanti, seppur inizialmente molto riluttanti, si sono rassegnati a rimettere piede a scuola nell’ultima settimana di agosto. Il Decreto citato stabilisce che tutte le operazioni inerenti al recupero dei Debiti Formativi – prove, loro correzioni e relativi scrutini integrativi – si debbano concludere entro il 31 agosto o comunque prima dell’inizio delle lezioni.

Il ritorno all’antico ha ripresentato non solo il problema delle lezioni private, la cui spesa grava non poco sui bilanci familiari, ma anche quello di un’estate irrimediabilmente rovinata, per gli studenti, da passare sui libri di scuola.

Allora perché non provare a somministrare le prove di recupero a luglio?
Ci abbiamo provato nel liceo in cui insegno. All’inizio la proposta, approvata dal Collegio dei docenti, era piaciuta a pochi. Studenti e famiglie sono apparsi fin da subito molto preoccupati. La domanda che si ponevano era questa: se dall’esito degli scrutini di giugno alle prove di verifica passano tre settimane o poco più, come faremo mai a rimediare?
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[immagine dal sito linkato; logo blog “Scuola di Vita” © Corriere.it]

DEBITI FORMATIVI: QUANTO COSTANO ALLE FAMIGLIE?


Come ho già spiegato QUI, l’introduzione del “Giudizio sospeso” per gli allievi delle scuole secondarie di II grado che abbiano manifestato delle lacune in una o più discipline allo scrutinio finale, ha ripresentato il problema dei costi che le famiglie, qualora decidano di mandare i propri figli a “ripetizione”, devono sostenere.

Nel 1995 con il Decreto Legge del 28 giugno, n. 253, successivamente convertito in legge l’8 agosto dello stesso anno, furono aboliti gli “esami di settembre”, stabilendo che gli allievi potevano essere promossi a giugno, nonostante la presenza di qualche lacuna in una o più discipline, purché si presentassero puntuali a frequentare, nella fase iniziale delle lezioni, le attività per essi previste nella programmazione di classe.
Questo DL aveva lo scopo primario di evitare il “mercato delle lezioni private” ed esonerare le famiglie dai costi, spesso esosi, delle ripetizioni. Ma con il Decreto ministeriale n. 80, del 3 ottobre 2007, e l’applicazione del cosiddetto “giudizio sospeso”, è stato fatto, in pratica, un passo indietro e anche se non si parla di “esami di riparazione”, sta di fatto che si ripresenta l’obbligo per gli studenti di superare delle prove di verifica per il superamento del D.F.

Cosa cambia, però, nel passaggio dai vecchi esami ai Debiti Formativi? Mentre prima la scuola non aveva alcun obbligo di fornire agli allievi degli strumenti per colmare le lacune, e quindi era necessario prepararsi autonomamente e, il più delle volte, affidandosi a degli insegnanti “privati”, ora i diversi istituti hanno l’obbligo di offire agli studenti tali strumenti e, quindi, avviare dei Corsi di recupero. Tali corsi, tuttavia, non devono essere frequentati obbligatoriamente e le famiglie possono presentare alla scuola formale rinuncia, impegnandosi a provvedere in modo autonomo a porre rimedio alle carenze riscontrate da parte dei docenti nell’apprendimento dei propri figli.

Ora la domanda è questa: ma i corsi servono? Secondo il Codacons no. Non solo, il ripristino degli “esami di riparazione” (anche se formalmente, come ho più volte ripetuto, non si chiamano così) ha comportato nuovamente l’obbligo per le famiglie di assumersi l’onere delle preparazione dei figli affidandosi alle ripetizioni. Secondo le stime dell’Associazione la cifra che ogni famiglia dovrà sborsare è mediamente di 825 euro. Una cifra che in due anni è aumentata del 17,86%.

Ma quali sono i costi delle lezioni private? Be’, dipende dalle materie. Le più care in assoluto sono quelle di Greco: 35-38 euro l’ora. Seguono a ruota le lezioni di Matematica (35-37 euro l’ora), quelle di latino (33-35 euro) e quelle di Italiano (27-30 euro). Naturalmente queste sono le cifre che possono essere chieste da docenti con pluriennale esperienza e ancora in attività; più modici i compensi richiesti dai laureati e dagli studenti universitari.

Secondo il Codacons il meccanismo di recupero introdotto dall’ex ministro Fioroni continua “ad essere un flop”.
Ovvero, i corsi istituiti dalle scuole sono pochi, con pacchetti orari esigui e non per tutte le materie. Perché mai? Per mancanza di fondi. Quello che il Codacons non dice, tuttavia, è che il successo di questi corsi dipende molto dalle scuole e dalle famiglie. Cercherò di spiegarlo in poche parole, tenendo conto del fatto che la mia esperienza diretta è relativa ad un liceo in cui le cose funzionano, grazie alla dirigenza e alla buona volontà di molti docenti che, invece di starsene in spiaggia a prendersi il sole, sono tuttora impegnati a scuola nei corsi di recupero.

Innanzitutto bisogna chiarire con quale criterio vengono solitamente organizzati i corsi. Si parte dalla disponibilità dei fondi, è evidente, si considerano le materie in cui ci sono più allievi con debito, in quali classi essi sono più numerosi (ad esempio, la maggior parte dei debiti in Latino sono a biennio, quindi ci vorranno più corsi che al triennio), quanti allievi possono essere ammessi a frequentare un singolo corso (una cifra ragionevole sarebbe 12-15 ma, per risparmiare, spesso sono iscritti ad un corso 18-25 allievi), si fanno due conti ed ecco che il risultato ci darà il numero dei corsi da istituire e la loro durata.

Ma, come dicevo, la responsabilità del successo o meno dei corsi non è solo della scuola. E’ evidente che, per motivi di tempo (poco quello che separa la fine degli scrutini e l’inizio dei corsi), la scuola si organizza considerando che tutti gli allievi frequentino i corsi. Succede, però, che arrivino tutte insienme molte rinunce o, cosa ben peggiore, che i ragazzi non si presentino alle lezioni senza nemmeno rinunciarvi formalmente. Qual è il risultato? Che alcuni corsi sono semideserti, a scapito dell’ottimizzazione delle scarse risorse che avrebbero potuto essere spese in modo diverso, ad esempio istituendo un minor numero di corsi ma con più ore. E’ anche vero, tuttavia, che questo tipo di intervento mirato al recupero è più efficace se il numero degli allievi è ridotto. Rimane il fatto che, proprio per mancanza di fondi, è impossibile organizzare dei corsi per gruppi ristretti di allievi. Per questo la scuola può organizzare anche i cosiddetti “sportelli”.

Lo “sportello” è un’attività di recupero anch’essa ma rivolta a studenti che non presentino lacune gravissime (si può avere un debito con il 4 o il 3 ma anche con il 5!). Tale attività, sempre gestita dai docenti in servizio nella scuola o da personale esterno, è però rivolta a piccoli gruppi di allievi, provenienti da classi diverse che abbiano frequentato lo stesso anno di corso. Anche se, come amo ripetere spesso, l’effettiva efficacia di uno “sportello” sarebbe data dal rapporto 1-1, un docente con un allievo per volta. Allo sportello della posta o della banca, dopo aver fatto la fila, ci si trova di fronte un impiegato disponible (almeno in teoria) a venire incontro alle esigenze di un utente per volta mica a quelle di tutta la fila! Ma si sa, nelle scuole i soldi sono pochi, quindi si fa quel che si può.

Il Codacons ha trascurato, inoltre, un fatto fondamentale che contribuisce al “flop”, se così lo vogliamo proprio chiamare, dei Corsi di Recupero: l’atteggiamento degli allievi che li frequentano. In primo luogo spesso si illudono che in una decina di ore possano risolvere i problemi e godersi il resto dell’estate; secondariamente, sovente seguono i corsi con lo stesso atteggiamento svogliato e poco partecipativo con cui frequentano le lezioni durante l’anno scolastico. A maggior ragione se consideriamo che tra la fine delle lezioni, dopo nove mesi di scuola, e l’inizio dei corsi passano al massimo due settimane.

Come risolvere il problema? Innanzitutto facendo slittare l’inizio delle lezioni, come era stato ipotizzato dallo stesso ministro, Mariastella Gelmini, l’estate scorsa (ne ho parlato QUI). Tornando sui banchi più freschi e riposati, gli studenti seguirebbero meglio i corsi nella prima quindicina di settembre (ma è ovvio che dovrebbero comunque studiare da soli durante l’estate), le prove si farebbero nella terza settimana del mese, una settimana per gli scrutini (negli istituti più grandi, mentre i piccoli se la caverebbero in minor tempo) e le lezioni potrebbero riprendere nell’ultima settimana di settembre o, come ai miei tempi, il 1° ottobre. Con un piccolo sacrificio si potrebbero accorciare i periodi di vacanza e terminare le lezioni più tardi, facendo slittare l’Esame di stato ai primi di luglio, come una volta.

Per evitare il business delle “lezioni private”, io proporrei per i docenti una specie di libera professione autorizzata e legale, anche dal punto di vista fiscale, all’interno del proprio istituto. Un po’ come quella esercita dai medici intra moenia. Le famiglie non sarebbero costrette ad andare alla ricerca di docenti disponibili e, in presenza di un accordo con la dirigenza, le tariffe sarebbero senza dubbio più modeste che non quelle richieste all’esterno. Perché no? In fondo, se è vero che sarebbe vietato (uso il condizionale perché so, per sentito dire, che la regola non viene quasi mai rispettata) dare ripetizioni ai propri studenti e addirittura a quelli della scuola in cui si insegna, è anche vero che i corsi li possiamo tenere per i nostri studenti. Qual è la differenza? Forse il fatto che nel rapporto 1-1, senza testimoni, si potrebbe arrivare ad un “accordo” tra le parti? Suvvia, un po’ di fiducia non guasta. O forse sono io troppo ottimista.

[per i dati Codacons leggi QUI; LINK al servizio del TG2, edizione delle 13.00 del 13/07/11]

GIUDIZIO SOSPESO: I DEBITI FORMATIVI E L’ESTATE ROVINATA

debiti formativiOrmai le vacanze sono iniziate da quasi un mese (almeno per gli studenti che non hanno dovuto sostenere gli esami del I e del II ciclo). C’è chi, tuttavia, non passerà l’estate in santa pace e, proprio in questi giorni, sta frequentando i corsi di recupero. Proprio ieri sono passata a scuola e li ho visti, i poveretti: ancora pallidi, dato che non hanno avuto il tempo di andare al mare, sguardo perso nel vuoto, testa a ciondoloni perché probabilmente, non potendo rimanere a letto fino a mezzogiorno, manca il giusto numero di ore di sonno, stanchi di ritrovarsi davanti i libri e i quaderni che avrebbero ben volentieri lasciato nello zaino fino a settembre.

Questo è l’inizio estate di un vero e proprio esercito di ragazzi, che frequentano le superiori, che si sono visti sospendere a giugno il giudizio in attesa di superare le verifiche di settembre. Anche se le cose sono un po’ cambiate rispetto ai tempi in cui c’erano i famosi “esami a settembre”, per la gente comune sono i “rimandati”.
Ma vediamo cos’è relamente cambiato dal 1995, anno in cui sono stati aboliti gli esami di riparazione.

Gli esami a settembre erano un vero incubo per molte famiglie e la rovina di molte vacanze. Mentre i “rimandati” trascorrevano i mesi centrali dell’estate con i libri in mano, portandoseli appresso ovunque, anche nei luoghi di villeggiatura, campeggi compresi, le madri e i padri vigilavano sugli studi estivi e, se ne avevano le possibilità economiche, mandavano i figli a “ripetizione”. In questo modo, un’altrettanta nutrita schiera di professori rinunciava volentieri al periodo di riposo per dare lezioni agli sventurati. È inutile negare che quello delle ripetizioni estive era un vero e proprio business e anche chi giura di non aver mai arrotondato lo stipendio, sempre troppo misero, con le lezioni in nero, secondo me mente.

Poi, nel 1995, gli odiati esami di riparazione sono stati cancellati: tutti promossi … o bocciati, ovviamente, a seconda delle circostanze. Lo spirito che allora aveva animato il Ministero della Pubblica Istruzione era quello di evitare, appunto, il mercato delle ripetizioni che talvolta causavano un vero e proprio salasso alle famiglie. Ma si sa, i genitori son disposti a tutto per aiutare i pargoli; peccato non si chiedano quasi mai perché gli sventurati figli non studiano durante l’anno scolastico e debbano rovinare le vacanze dell’intero nucleo familiare.

Per evitare, quindi, una spesa notevole per le famiglie italiane, il Decreto Legge del 28 giugno 1995, n. 253 , successivamente convertito in legge l’8 agosto dello stesso anno, stabiliva che si poteva essere promossi nonostante la presenza di qualche lacuna in una o più discipline, purché ci si presentasse puntuali a frequentare, nella fase iniziale delle lezioni, le attività per essi previste nella programmazione di classe. Alla fine, l’incubo di rientrare nelle aule scolastiche il primo settembre, condiviso da docenti e studenti, era rimasto. L’unica differenza stava nel fatto che si tenevano i famosi Corsi IDEI (Interventi Didattici ed Educativi Integrativi) e non si dovevano esaminare gli allievi, fermo restando l’obbligo di verificare il superamento o meno delle lacune attraverso delle prove di verifica, i cui tempi e modi erano liberamente scelti da ciascun Collegio dei Docenti nel pieno rispetto dell’autonomia degli istituti scolastici.

Nel 1995 inizia, dunque, l’era dei Debiti Formativi. Non più ragazzi rimandati ma promossi pur con delle insufficienze che, in ogni caso, sul tabellone non comparivano. In effetti non può esserci promozione in presenza di voti minori del 6. Ma, almeno all’inizio, quei 6 che non erano 6, visto che in realtà potevano essere dei 5 o dei 4, quando non addirittura dei 2 o dei 3, venivano segnalati sul tabellone con una grafica che poteva variare dal 6 rosso al 6 sottolineato. Tali erano le opzioni più comuni.

Lo Stato, dunque, si impegnava a finanziare dei corsi di recupero e in tal modo si convinceva di arginare il mercato nero delle lezioni private. Purtroppo, però, i fondi erogati non erano sufficienti a coprire le necessità, ovvero ad istituire un numero adeguato di corsi, tenuto conto delle diverse discipline, del numero degli studenti e delle classi frequentate. Alla fine, i corsi attivati erano limitati alle discipline fondamentali o per lo meno quelle in cui si erano riscontrate le carenze più diffuse. Così spesso le lezioni private si frequentavano lo stesso, anzi, le famiglie più abbienti, e anche un po’ snob in verità, non mandavano i figli ai corsi di recupero anche quando venivano istituiti, preferendo pagare le ripetizioni. E come dar loro torto. L’insegnante privato, infatti, pagato profumatamente, si sente in obbligo di aiutare veramente l’allievo. C’è da dire, inoltre, che la lezione individuale è senz’altro preferibile se si tiene conto che lo studente in difficoltà ha a sua disposizione un docente tutto per sé che può rispondere ad ogni domanda, che può individuare ogni ambito del processo cognitivo in cui si riscontrano delle carenze, in altre parole che non deve dividersi tra quindici-diciotto allievi con lacune differenti e diversi livelli di preparazione.

Il D.M. succitato, quindi, non ha mai davvero risolto i problemi. Anzi, i ragazzi con in tasca la promozione a giugno spesso pensavano che non fosse affatto un obbligo colmare le lacune; qualcuno, infatti, calcolava che con una o due materie poteva benissimo arrivare in quinta senza alcun problema. Anche se in tempi recenti, l’istituzione del Credito Scolastico, ha spostato l’attenzione degli “irriducibili indebitati” sul voto finale dell’esame: il credito, infatti, veniva decurtato in presenza di debiti non saldati e, conseguentemente, i ragazzi si dovevano impegnare maggiormente nelle prove d’esame, per non rischiare la bocciatura. Ma ci troviamo quasi di fronte al classico gatto che si morde la coda: spesso le materie in cui s’ “indebitavano” erano quelle caratterizzanti, comprese almeno in due prove scritte, quindi era decisamente impossibile sperare di farcela senza colmare le lacune pregresse.

Insomma, la questione dei debiti non saldati che si perpetuavano era un problema reale. Così come la falsa convinzione dei ragazzi che la frequenza ai corsi IDEI bastasse per risolvere i problemi. Non solo le quindici ore concesse, nella migliore delle ipotesi, a ciascun corso non erano sufficienti a colmare le lacune, ma talvolta gli studenti arrivavano ai corsi mantenendo lo stesso atteggiamento tenuto durante le lezioni curricolari. È evidente, infatti, che un profitto insufficiente non è dovuto all’incapacità di spiegare dell’insegnante, come spesso credono le famiglie, o alla durezza diamantina delle teste degli allievi, come altrettanto spesso sostengono i docenti. Lo scarso rendimento scolastico si può, anzi si deve attribuire anche al modo in cui i ragazzi affrontano la scuola. Se mancano una forte motivazione, la volontà di recuperare, la capacità di concentrarsi, l’esecuzione dei compiti assegnati ecc. ecc. ogni sforzo sarà inutile. I docenti non hanno la bacchetta magica, tantomeno quelli che tengono i corsi di recupero che spesso non sono gli insegnanti del singolo allievo e che quindi non conoscono le problematiche di ogni ragazzo che frequenta il loro corso.

Detto questo, forse sarà più chiaro il motivo per cui il sistema dei Debiti Formativi così com’era non poteva continuare ad esistere. Arriviamo, dunque, al Decreto ministeriale n. 80, del 3 ottobre 2007 , a firma dell’allora ministro Fioroni. Esso stabilisce che le lacune in una o più discipline autorizzano i singoli Consigli di Classe a sospendere il giudizio in sede di scrutinio finale, rimandando la decisione di promuovere o respingere l’allievo in questione entro l’inizio delle lezioni del successivo anno scolastico. Nonostante non si parli più di “esami di riparazione” e di “rimandati a settembre”, cambia la forma ma non la sostanza. Qual è, dunque, la differenza rispetto ai vecchi esami a settembre? Semplicemente il fatto che non sussiste l’obbligo di fare degli esami veri e propri, con verifiche scritte e orali nel caso di materie che prevedano una distinta valutazione, ma delle “prove di verifica” decise in modo autonomo, per quanto riguarda la tipologia, da ciascun insegnante, purché sia lo stesso che ha attribuito il debito.

Con il suo arrivo a viale Trastevere, nel 2008, il ministro Gelmini non ha cambiato le carte in tavola. E come avrebbe potuto lei che predica da tempo il ritorno ad una scuola del rigore? Certo, il D.M. del ministro Fioroni aveva il sapore di un ritorno al passato – quello per cui la Gelmini stessa è costantemente criticata – ma con la novità che lo Stato si sarebbe fatto carico del recupero per gli studenti in difficoltà anche durante l’anno scolastico e non solo alla fine.

In realtà le somme erogate non sono sufficienti per coprire i fabbisogni delle singole scuole, anche se il ministro Gelmini ha recentemente chiarito che i fondi non sono stati ridotti, come qualcuno ha insinuato (LINK). Così si continua ad organizzare pochi corsi con ridotti pacchetti orario, spesso tenuti da docenti non abilitati, visto che alla fine di giugno si è stanchi e stufi della scuola, così si lascia il posto ai precari che hanno più bisogno di lavorare perché hanno fatto magari solo delle supplenze brevi. Sono anche più riposati e forse sono pure più preparati di quanto si creda. Tuttavia tenere dei corsi dalla fine di giugno a metà luglio, se va bene, con una ripresina anche nell’ultima settimana di agosto, non solo non risponde efficacemente alle esigenze degli allievi che sono effettivamente stressati dai nove mesi di scuola appena trascorsi, ma manda pure in bestia le famiglie che sono costrette d andare in ferie nel periodo più costoso dell’estate.

Insomma, secondo me le cose messe così non vanno. Ovvero, va benissimo non promuovere gli allievi che non lo meritano e non hanno tratto profitto dagli stimoli ricevuti, va benissimo esigere un tempestivo recupero per permettere loro di affrontare lo studio nell’anno successivo con una preparazione di base almeno accettabile, va benissimo tendere loro una mano per non farli sentire abbandonati, ma la cosa che, secondo il mio parere, andrebbe fatta è evitare che i ragazzi arrivino a giugno con delle insufficienze. Non è volere la luna, credetemi, ma solo cercare di fare il nostro lavoro nel miglior modo possibile perché è la scuola stessa che deve offrire gli strumenti per il recupero, e non sto parlando solo dei corsi. Bisogna cambiare la mentalità di tanti docenti convinti che insegnare nel miglior modo possibile equivalga a stroncare chi non si ritiene “abbia fatto la scelta giusta” e non regalare nulla, senza, tuttavia, offrire nulla. Non sono solo i corsi di recupero a dover essere finanziati ma anche quelli di formazione per insegnanti, per adeguare la didattica ai tempi che, sì, sono cambiati.

Nessun passo indietro, dunque, nessun ritorno al passato, anzi un balzo in avanti per una scuola del futuro, per una scuola migliore a partire dalla primaria. Perché, forse a qualcuno la cosa sfugge, è lì che si pongono le basi per la futura istruzione degli allievi. Spesso gli abbandoni sono dettati dalle brutte esperienze che i ragazzi hanno avuto alle elementari o alle medie, trovandosi di fronte a docenti non in grado di stimolarli ad apprendere ma capaci solo di far loro abbassare il livello di autostima. In altre parole: prevenire è meglio che curare. Sarà banale, ma è l’unica strada percorribile per migliorare la scuola.

[LINK all’articolo originale, parzialmente modificato e aggiornato]

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