Archivi Blog

IL BUSINESS DELLE LEZIONI PRIVATE SI PUO’ EVITARE. ECCO COME

lezioni private
Non è la prima volta che affronto l’argomento (leggi QUI). Già nel 2012 lo SNALS aveva proposto, prima al ministro Gelmini e poi a Profumo, di permettere ai docenti di dare lezioni private intramoenia, esattamente come è possibile che i medici in servizio in ospedale ricevano i pazienti all’interno della struttura pubblica in regime privato.

Ora questa proposta, che approvo pienamente, mi pare più che mai urgente.

Come si sa, nel 1995 vennero aboliti i cosiddetti esami di riparazione alle superiori. Allora questa decisione fu giustificata dalla volontà di mettere in crisi il mercato delle lezioni private e contrastare, quindi, il lavoro nero dei prof che le impartivano. Ma il Decreto ministeriale n. 80 del 3 ottobre 2007 (firmato dall’allora ministro dell’Istruzione Fioroni) che ha introdotto la “sospensione del giudizio” a giugno e l’obbligo di saldare i debiti formativi entro l’inizio del successivo anno scolastico, ha di fatto ripristinato l’antico. Cambia la forma ma non la sostanza.

Secondo quanto si legge in un articolo pubblicato sulla rivista specializzata La tecnica della Scuola, un sondaggio effettuato dalla Fondazione Einaudi sul mercato delle ripetizioni private, rivela un giro d’affari che si aggira intorno agli 810 milioni circa di euro e che grava sul bilancio di una famiglia italiana per 1620 euro all’anno. Infatti il 90% delle lezioni private non sono dichiarate al fisco.

Così conclude la relazione:

Come Fondazione Luigi Einaudi crediamo che le lezioni private devono essere regolarizzate, accompagnando la regolamentazione da un incentivo fiscale mirato.
Tuttavia, pur riconoscendo la libertà di scelta da parte di studenti e famiglie, crediamo che un numero così alto di studenti che prendono lezioni private nel tempo trascorso dopo l’attività scolastica regolare, dimostra il fallimento del sistema scolastico attuale e l’inadeguatezza della didattica, dei programmi, e spesso anche degli insegnanti.

Se da una parte appoggio la vecchia proposta del sindacato della scuola di regolamentare il “giro” di lezioni private facendole tenere dai docenti (ovviamente su libera adesione e non ai propri allievi, cosa vietata anche se, a volte, tollerata) nelle scuole stesse, dall’altra devo fare una riflessione su quanto dichiarato dalla Fondazione Einaudi circa l’inadeguatezza della didattica, dei programmi, e spesso anche degli insegnanti.

Prima domanda: perché le famiglie sono disposte a svenarsi, con la consapevolezza di favorire l’evasione fiscale da parte degli insegnanti, per mandare i propri figli a “ripetizione”?

Personalmente mi arrabbio quando vengo avvertita dai genitori che il proprio figlio è seguito da un insegnante privato. Tuttavia posso capire che nel rapporto “uno a uno” ci siano dei vantaggi che le classi numerose (26-28 allievi) precludono. Anche se si fa costantemente il ripasso dei contenuti, ci si esercita in classe e si cerca di venire incontro alle difficoltà di tutti, è ben difficile capire quali siano le difficoltà di ciascuno.

Spesso capita che un ragazzo insufficiente non abbia il coraggio di ammettere di non aver capito, rinunci a chiedere chiarimenti anche perché teme di essere preso in giro dagli altri, oppure ha paura di essere etichettato come “stupido” dall’insegnante stesso. E’ palese che ogni studente conosce il docente che ha di fronte e anche il clima che si respira in aula.
In casi come quello descritto, qualche lezione privata può essere risolutiva.

D’altro canto, se l’allievo insufficiente non si impegna, non sta attento in classe, non si esercita a casa, la presenza di un docente tutto per lui può sollecitare l’attenzione del momento, può anche risolvere qualche problema, ma se l’atteggiamento non muta, poco gioverà allo studente il sacrificio economico della famiglia.

Seconda domanda: perché mai, nonostante le scuole (mi riferisco ovviamente alle superiori) abbiano l’obbligo di organizzare attività di recupero durante l’anno, spesso affiancate da periodi di “pausa didattica” in cui ogni docente è tenuto ad intervenire in classe per colmare le lacune e venire incontro alle difficoltà degli allievi, molte famiglie rinunciano a questa opportunità preferendo mandare i ragazzi a ripetizione?

A volte può sembrare snobismo, altre semplicemente incuria. Se le condizioni economiche lo consentono, i genitori preferiscono affidare i figli alle cure di un insegnante privato (non sempre qualificato, tra l’altro). In altri casi, gli impegni extrascolastici dei figli (il più delle volte sportivi), oppure la lontananza della scuola dal proprio domicilio e la scomodità dei mezzi pubblici che hanno orari poco agevoli, spingono le famiglie a firmare le “liberatorie”, rinunciando al servizio offerto gratuitamente dagli istituti.

Parlo per esperienza, naturalmente, e mi riferisco alla realtà che conosco, insegnando in un liceo cittadino frequentato da molti studenti che vivono a distanza di molti chilometri dalla scuola, in paesini sperduti poco serviti dai trasporti pubblici.

Terza domanda: perché capita che i ragazzi che vengono indirizzati ai corsi o agli sportelli organizzati per il recupero, non ottengano i risultati sperati, costringendo le famiglie a porre rimedio ricorrendo alle ripetizioni private?

Sempre per esperienza posso dire che molto spesso succede che gli allievi frequentino i corsi e/o gli sportelli ma che mantengano lo stesso atteggiamento passivo, quando non di disturbo, che assumono in classe durante le ore curricolari. Giocherellano con il cellulare (che viene regolarmente ritirato e consegnato in presidenza, come avviene al mattino), parlottano, arrivano senza materiale (né libri né quaderni né fotocopie consegnate dall’insegnante) e senza aver svolto le attività assegnate.
I genitori di questi ragazzi li difendono osservando che, presentarsi a scuola nel pomeriggio, dopo un’intensa (?) mattinata di lezione, è molto faticoso e certamente non facilita la concentrazione. Le dimenticanze, poi, sono giustificate con la grande quantità di libri e quaderni che già devono portare per le lezioni mattutine, quindi lo zaino è stracolmo e non può contenere altro materiale. Sta di fatto che nella maggior parte dei casi, i libri e i quaderni li hanno già utilizzati la mattino e che le fotocopie di per sé non pesano tanto e occupano poco spazio.

Questi stessi genitori, poi, firmano le giustificazioni per le assenze pomeridiane e, adducendo come pretesto la scarsa efficacia delle attività di recupero (sic!), informano i docenti di essere stati costretti a mandare i figli a lezione. Inutile dire che, nella quasi totalità dei casi (in riferimento a quanto descritto sopra), quegli allievi non colmeranno comunque le lacune.

Detto questo, per tornare alla relazione della Fondazione Luigi Einaudi, io non credo che tutte le colpe debbano essere attribuite all’inadeguatezza della didattica, dei programmi, e spesso anche degli insegnanti. Non voglio assolvere tout court l’istituzione scolastica, perché sono consapevole che i programmi necessitino di una revisione, che la didattica in alcuni casi (non nella maggioranza, comunque!) lasci a desiderare e che ci siano insegnanti (anche qui credo non si tratti della maggior parte di essi) inadeguati. Tuttavia mi pare semplicistica la conclusione della Fondazione Einaudi, soprattutto perché ignora (o almeno credo) le dinamiche da me descritte. Come sempre, i conti non si devono fare senza l’oste.

[immagine da questo sito]

Annunci

MORIRE D’ESAME: IL CRUDELE DESTINO DI ANTONIO SUMMO

antonio_summo

«Per un esame non è mai morto nessuno!»
Quante volte abbiamo sentito o pronunciato questa battuta, diciamo così, con l’intento di sdrammatizzare? Moltissime.
Sono cose che si dicono. Mai vorremmo che fossero prese alla lettera o fungessero da infauste previsioni.

Tutti abbiamo sotto gli occhi l’orrore trasmesso dalle immagini del recente disastro ferroviario accaduto in Puglia. Per ora – e speriamo che il bilancio non si aggravi – le vittime sono 27. Poche quelle riconoscite ufficialmente. Tra queste c’è un ragazzo, 15 anni appena: Antonio Summo. Antonino per tutti.

Al mattino di quel 12 luglio funesto si era recato ad Andria per sostenere due “esami di riparazione”. In realtà si tratta delle verifiche per accertare il superamento dei Debiti Formativi. Nella maggior parte delle scuole queste verifiche si tengono a fine agosto o inizi settembre. Non sono rari, tuttavia, i casi in cui gli “esami” vengano anticipati a luglio, con lo scopo di far passare il resto dell’estate in tranquillità – a fronte di un esito positivo, naturalmente – i ragazzi con giudizio sospeso.

Il padre non voleva che sostenesse gli esami, forse avrebbe preferito che ripetesse l’anno. Non lo so. Antonino, invece, era risoluto: «Non ti preoccupare papà. Io vado».

E di cosa mai avrebbe dovuto preoccuparsi questo padre? Che cosa poteva rischiare il figlio? Al massimo una bocciatura. Il minore dei mali. Ma valeva la pena tentare, secondo Antonino.

La mattina il ragazzo aveva sostenuto l’esame in una delle materie in cui aveva il debito. La seconda “fatica” era stata fissata nel pomeriggio.

Il professore lo aveva invitato a tornare a casa a riposarsi e ripresentarsi a scuola più tardi.

Che sarà mai? Pochi km in treno, per percorrere la breve distanza tra Andria e Ruvo, e la libertà di passare qualche ora senza lo stress per l’esame imminente.

Antonio Summo a casa sua, a Ruvo di Puglia, non è mai tornato.

Ora non vorrei essere nei panni di quel papà che aveva cercato di convincerlo a non sostenere quegli esami.

Ora non riesco nemmeno a immaginare i sensi di colpa di quel professore che, convinto di fare solo il bene del ragazzo, aveva invitato Antonino a ritornare a casa.

Ma ora non c’è tempo per i sensi di colpa, per i rimorsi e per le maledizioni rivolte a un destino crudele.

Ora è tempo di lacrime e preghiere. Per il giovanissimo Antonino e per tutte le altre vittime di questa immane tragedia.

[la notizia è tratta da Corriere.it; in presenza di poche notizie ho provato a immaginare tante cose e mi scuso fin d’ora se quanto detto non dovesse corrispondere in modo preciso alla realtà; immagine da questo sito]

LA BOCCIATURA NON PIACE? BASTA RIFARE LO SCRUTINIO

scrutinioLa notizia ha creato in me molto sconcerto. Il fatto è accaduto all’ITIS Feltrinelli di Milano dove quattro studenti, risultati non ammessi alla classe successiva sul tabellone esposto lunedì, magicamente in due giorni sono stati salvati – per il momento il giudizio è sospeso– e al posto della bocciatura hanno rimediato qualche debito da saldare entro fine estate.

Cos’è successo, in pratica? Due professori, di italiano e matematica, non hanno considerato la media matematica dei voti, suscitando le proteste degli studenti che hanno indotto la dirigente ad annullare quello scrutinio, rivalutando subito la classe. Ma non è tutto: nella stessa classe, una terza liceo scientifico, un “rimandato” è stato promosso e altri due studenti si sono ritrovati con il debito in una materia e non due come era stato deciso.

La cosa, a mio parere, più sconcertante è la giustificazione addotta dalla dirigente, Annamaria Indinimeo, per il doppio scrutinio: «Possibile e doveroso rimediare quando c’è un errore. I ragazzi hanno segnalato che non c’era corrispondenza con i voti sul registro elettronico e avevano ragione. Perché avrei dovuto aspettare il ricorso? Il Tar mi avrebbe chiesto di ripetere lo scrutinio, l’ho fatto direttamente».

Questo è uno dei risvolti negativi dell’adozione del registro elettronico, dirà qualcuno. In realtà le cose stanno diversamente. Cercherò di spiegarlo in modo semplice, anche per i non addetti ai lavori.

Il registro elettronico segnala la media matematica, senza tenere nel debito conto tutti quei fattori – partecipazione alle lezioni, interesse dimostrato nei confronti della materia, impegno nello studio, esecuzione delle attività domestiche, partecipazione alle attività di recupero organizzate dalla scuola… – che concorrono alla valutazione sommativa. Quest’ultima, infatti, non consiste nella mera media matematica ma deve tener conto dell’intero percorso. Certamente l’ago della bilancia penderà più da una parte o dall’altra nei casi di arrotondamento per eccesso o per difetto.

In questo caso, però, pare che i voti siano drasticamente scesi, forse di un punto intero. Infatti, come spiega la dirigente, «la proposta di voto dei due professori era discordante dalla media matematica perché gli insegnanti hanno riconosciuto un peso diverso ai singoli voti orali e scritti. I criteri della valutazione non erano stati comunicati alla classe quindi ai ragazzi i conti non tornavano».

Ecco, quindi, che l’errore non è del registro elettronico ma dell’uomo, in questo caso dei due professori.

La trasparenza è un dovere cui non ci si può sottrarre. Ecco quello che è stato deciso nel liceo in cui insegno: nella programmazione annuale ciascun docente scrive in modo chiaro che non sarà la media matematica a determinare il voto finale bensì quella ponderata che tiene conto, appunto, del diverso peso che possono avere differenti tipi di verifica.

Personalmente adotto un’altra strategia: nella valutazione di ogni singola prova fisso dei livelli di sufficienza differenti dal classico 60%, avvertendo preventivamente gli allievi. In questo modo ogni prova ha il giusto peso e la media è veritiera. L’aggiustamento della media finale, dunque, dipenderà dal merito – o demerito – di ogni studente.

A questo punto credo che la dirigente abbia avuto la coda di paglia: se è successo questo significa che non era presente al primo scrutinio oppure non aveva di fronte i voti della classe. Posso assicurare che la mia dirigente ha presenziato a tutti gli scrutini con davanti il registro elettronico e tutte le valutazioni del quadrimestre, materia per materia. Tutto ciò forse non salva da un ricorso al TAR ma offre ottime possibilità che i voti non vengano contestati. Almeno spero.

[fonte: Corriere.it; immagine da questo sito]

DEBITI FORMATIVI: QUANTO COSTANO ALLE FAMIGLIE?


Come ho già spiegato QUI, l’introduzione del “Giudizio sospeso” per gli allievi delle scuole secondarie di II grado che abbiano manifestato delle lacune in una o più discipline allo scrutinio finale, ha ripresentato il problema dei costi che le famiglie, qualora decidano di mandare i propri figli a “ripetizione”, devono sostenere.

Nel 1995 con il Decreto Legge del 28 giugno, n. 253, successivamente convertito in legge l’8 agosto dello stesso anno, furono aboliti gli “esami di settembre”, stabilendo che gli allievi potevano essere promossi a giugno, nonostante la presenza di qualche lacuna in una o più discipline, purché si presentassero puntuali a frequentare, nella fase iniziale delle lezioni, le attività per essi previste nella programmazione di classe.
Questo DL aveva lo scopo primario di evitare il “mercato delle lezioni private” ed esonerare le famiglie dai costi, spesso esosi, delle ripetizioni. Ma con il Decreto ministeriale n. 80, del 3 ottobre 2007, e l’applicazione del cosiddetto “giudizio sospeso”, è stato fatto, in pratica, un passo indietro e anche se non si parla di “esami di riparazione”, sta di fatto che si ripresenta l’obbligo per gli studenti di superare delle prove di verifica per il superamento del D.F.

Cosa cambia, però, nel passaggio dai vecchi esami ai Debiti Formativi? Mentre prima la scuola non aveva alcun obbligo di fornire agli allievi degli strumenti per colmare le lacune, e quindi era necessario prepararsi autonomamente e, il più delle volte, affidandosi a degli insegnanti “privati”, ora i diversi istituti hanno l’obbligo di offire agli studenti tali strumenti e, quindi, avviare dei Corsi di recupero. Tali corsi, tuttavia, non devono essere frequentati obbligatoriamente e le famiglie possono presentare alla scuola formale rinuncia, impegnandosi a provvedere in modo autonomo a porre rimedio alle carenze riscontrate da parte dei docenti nell’apprendimento dei propri figli.

Ora la domanda è questa: ma i corsi servono? Secondo il Codacons no. Non solo, il ripristino degli “esami di riparazione” (anche se formalmente, come ho più volte ripetuto, non si chiamano così) ha comportato nuovamente l’obbligo per le famiglie di assumersi l’onere delle preparazione dei figli affidandosi alle ripetizioni. Secondo le stime dell’Associazione la cifra che ogni famiglia dovrà sborsare è mediamente di 825 euro. Una cifra che in due anni è aumentata del 17,86%.

Ma quali sono i costi delle lezioni private? Be’, dipende dalle materie. Le più care in assoluto sono quelle di Greco: 35-38 euro l’ora. Seguono a ruota le lezioni di Matematica (35-37 euro l’ora), quelle di latino (33-35 euro) e quelle di Italiano (27-30 euro). Naturalmente queste sono le cifre che possono essere chieste da docenti con pluriennale esperienza e ancora in attività; più modici i compensi richiesti dai laureati e dagli studenti universitari.

Secondo il Codacons il meccanismo di recupero introdotto dall’ex ministro Fioroni continua “ad essere un flop”.
Ovvero, i corsi istituiti dalle scuole sono pochi, con pacchetti orari esigui e non per tutte le materie. Perché mai? Per mancanza di fondi. Quello che il Codacons non dice, tuttavia, è che il successo di questi corsi dipende molto dalle scuole e dalle famiglie. Cercherò di spiegarlo in poche parole, tenendo conto del fatto che la mia esperienza diretta è relativa ad un liceo in cui le cose funzionano, grazie alla dirigenza e alla buona volontà di molti docenti che, invece di starsene in spiaggia a prendersi il sole, sono tuttora impegnati a scuola nei corsi di recupero.

Innanzitutto bisogna chiarire con quale criterio vengono solitamente organizzati i corsi. Si parte dalla disponibilità dei fondi, è evidente, si considerano le materie in cui ci sono più allievi con debito, in quali classi essi sono più numerosi (ad esempio, la maggior parte dei debiti in Latino sono a biennio, quindi ci vorranno più corsi che al triennio), quanti allievi possono essere ammessi a frequentare un singolo corso (una cifra ragionevole sarebbe 12-15 ma, per risparmiare, spesso sono iscritti ad un corso 18-25 allievi), si fanno due conti ed ecco che il risultato ci darà il numero dei corsi da istituire e la loro durata.

Ma, come dicevo, la responsabilità del successo o meno dei corsi non è solo della scuola. E’ evidente che, per motivi di tempo (poco quello che separa la fine degli scrutini e l’inizio dei corsi), la scuola si organizza considerando che tutti gli allievi frequentino i corsi. Succede, però, che arrivino tutte insienme molte rinunce o, cosa ben peggiore, che i ragazzi non si presentino alle lezioni senza nemmeno rinunciarvi formalmente. Qual è il risultato? Che alcuni corsi sono semideserti, a scapito dell’ottimizzazione delle scarse risorse che avrebbero potuto essere spese in modo diverso, ad esempio istituendo un minor numero di corsi ma con più ore. E’ anche vero, tuttavia, che questo tipo di intervento mirato al recupero è più efficace se il numero degli allievi è ridotto. Rimane il fatto che, proprio per mancanza di fondi, è impossibile organizzare dei corsi per gruppi ristretti di allievi. Per questo la scuola può organizzare anche i cosiddetti “sportelli”.

Lo “sportello” è un’attività di recupero anch’essa ma rivolta a studenti che non presentino lacune gravissime (si può avere un debito con il 4 o il 3 ma anche con il 5!). Tale attività, sempre gestita dai docenti in servizio nella scuola o da personale esterno, è però rivolta a piccoli gruppi di allievi, provenienti da classi diverse che abbiano frequentato lo stesso anno di corso. Anche se, come amo ripetere spesso, l’effettiva efficacia di uno “sportello” sarebbe data dal rapporto 1-1, un docente con un allievo per volta. Allo sportello della posta o della banca, dopo aver fatto la fila, ci si trova di fronte un impiegato disponible (almeno in teoria) a venire incontro alle esigenze di un utente per volta mica a quelle di tutta la fila! Ma si sa, nelle scuole i soldi sono pochi, quindi si fa quel che si può.

Il Codacons ha trascurato, inoltre, un fatto fondamentale che contribuisce al “flop”, se così lo vogliamo proprio chiamare, dei Corsi di Recupero: l’atteggiamento degli allievi che li frequentano. In primo luogo spesso si illudono che in una decina di ore possano risolvere i problemi e godersi il resto dell’estate; secondariamente, sovente seguono i corsi con lo stesso atteggiamento svogliato e poco partecipativo con cui frequentano le lezioni durante l’anno scolastico. A maggior ragione se consideriamo che tra la fine delle lezioni, dopo nove mesi di scuola, e l’inizio dei corsi passano al massimo due settimane.

Come risolvere il problema? Innanzitutto facendo slittare l’inizio delle lezioni, come era stato ipotizzato dallo stesso ministro, Mariastella Gelmini, l’estate scorsa (ne ho parlato QUI). Tornando sui banchi più freschi e riposati, gli studenti seguirebbero meglio i corsi nella prima quindicina di settembre (ma è ovvio che dovrebbero comunque studiare da soli durante l’estate), le prove si farebbero nella terza settimana del mese, una settimana per gli scrutini (negli istituti più grandi, mentre i piccoli se la caverebbero in minor tempo) e le lezioni potrebbero riprendere nell’ultima settimana di settembre o, come ai miei tempi, il 1° ottobre. Con un piccolo sacrificio si potrebbero accorciare i periodi di vacanza e terminare le lezioni più tardi, facendo slittare l’Esame di stato ai primi di luglio, come una volta.

Per evitare il business delle “lezioni private”, io proporrei per i docenti una specie di libera professione autorizzata e legale, anche dal punto di vista fiscale, all’interno del proprio istituto. Un po’ come quella esercita dai medici intra moenia. Le famiglie non sarebbero costrette ad andare alla ricerca di docenti disponibili e, in presenza di un accordo con la dirigenza, le tariffe sarebbero senza dubbio più modeste che non quelle richieste all’esterno. Perché no? In fondo, se è vero che sarebbe vietato (uso il condizionale perché so, per sentito dire, che la regola non viene quasi mai rispettata) dare ripetizioni ai propri studenti e addirittura a quelli della scuola in cui si insegna, è anche vero che i corsi li possiamo tenere per i nostri studenti. Qual è la differenza? Forse il fatto che nel rapporto 1-1, senza testimoni, si potrebbe arrivare ad un “accordo” tra le parti? Suvvia, un po’ di fiducia non guasta. O forse sono io troppo ottimista.

[per i dati Codacons leggi QUI; LINK al servizio del TG2, edizione delle 13.00 del 13/07/11]

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: