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UN BILANCIO SULLA DIDATTICA A DISTANZA


L’emergenza coronavirus ha costretto la scuola italiana a fare i conti con una metodologia didattica mai sperimentata prima, almeno non in modo esclusivo. La didattica digitale, infatti, è nata per accompagnare quella tradizionale non per sostituirla. Di punto in bianco è venuta a mancare la presenza a scuola, la condivisione degli spazi, a volte troppo stretti e solo ora tutti iniziano a rendersene conto (gli addetti ai lavori lo sanno da molto tempo), il bello e il brutto della vita scolastica fatta di “gioie e dolori”, di inevitabili attriti ma anche di empatia. La didattica non è una scienza esatta, ognuno la interpreta come vuole o anche come può. “Ho fatto il possibile” si dice spesso, ma è bene ricordare che i margini di miglioramento ci sono sempre.

La “buona volontà” è uno dei mezzi attraverso il quale spesso si veicolano i saperi. Tanta buona volontà, da parte dei docenti, ha permesso di praticare la DaD, anche senza una formazione specifica. Ma anche gli studenti erano impreparati e sono stati costretti a metterci tutta la loro “buona volontà”, anche se non tutti. E pure fra i docenti ci sarà stato qualcuno meno impegnato, tanto lo sapevamo fin dall’inizio, o quasi, che l’anno si sarebbe concluso con “tutti promossi”, a risarcimento parziale di quell’incidente di percorso che si è rivelata essere l’emergenza Covid19. Per qualcuno, anzi tanti, molto più di un incidente ma in questa mia riflessione vorrei affidarmi a quel #tuttoandràbene che è stato il motto della reclusione forzata imposta dal diffondersi del contagio, oltre a ogni limite immaginabile.

Per una volta, dopo la rimozione della pedana avvenuta nella maggior parte delle aule scolastiche, docenti e discenti si sono ritrovati sullo stesso piano: davanti al pc o tablet, a volte davanti allo smartphone che è l’unico dispositivo che i ragazzi, e molte famiglie, ritengono davvero utile, ognuno a casa propria. Camerette, studi con librerie traboccanti di libri, forse mai letti, sale da pranzo, cucine, armadi (sì, quelli che si trasformano in postazioni d’ufficio senza occupare tanto spazio), sgabuzzini, sottotetti con travi a vista, giardini o terrazze (con l’aumento della temperatura) hanno fatto da sfondo a tante videolezioni che, in qualche modo, hanno tentato di salvare il salvabile. Un anno scolastico disgraziato che, solo davanti a concerti improvvisati dai terrazzini e inno nazionale cantato a squarciagola, ha avuto la parvenza di qualcosa di più di un semplice “ci rivediamo a settembre”. Forse.

Video è la parola che ha caratterizzato le nostre vite per il lungo periodo di reclusione forzata (scusate ma lockdown a me non piace). Videoconferenze, videochiamate con amici e parenti per non perdersi di vista, video prodotti dagli insegnanti per spiegare le regole (secondo la metodologia della flipped classroom), video prodotti dagli studenti per dimostrare le competenze digitali che andavano valutate.

Video è il verbo latino che significa “vedo”. Eppure io ho visto davvero poco. Le telecamere erano spesso spente per non rallentare la connessione, così non sapevo mai cosa succedesse dietro le quinte. Quando, alla fine della lezione, notavo qualcuno stazionare sulla piattaforma Meet, comprendevo che dietro a una telecamera spenta si possono fare un sacco di cose, perdendo la cognizione del tempo.

Audio è un altro verbo latino che significa “ascolto”. Eppure io ho ascoltato ben poco. I microfoni spesso spenti, per non far sentire giustamente gli strilli dei fratellini o le urla di madri esasperate da una permanenza entro le mura domestiche che non è un’abitudine per chi non fa la casalinga, ma spenti anche per poter fare una telefonata in tranquillità o semplicemente per non rispondere a una domanda dei prof. Non potete immaginare la tempestività con cui i microfoni si rompevano, eppure erano perfettamente funzionanti fino a un attimo prima. “Non so perché” era la risposta di rito, rigorosamente scritta in chat.

L’audio degli insegnanti è, al contrario, sempre rimasto acceso. A beneficio dei discenti, certo, ma anche esposto a orecchie indiscrete. Quale genitore ha mai chiesto di entrare in aula durante le lezioni? Nella cameretta del figlio, però, ci è entrato senza bussare e senza chiedere il permesso. Anche se nessuno ha nulla da nascondere – insomma, se in classe c’è qualcuno che legge il giornale o smanetta con il cellulare, con le poche ore a disposizione per la DaD non credo che si sia divertito a perdere tempo, piuttosto i refrattari si saranno semplicemente rifiutati di fare i videocollegamenti, visto che non hanno costituito un’esclusiva tra gli strumenti messi in atto – può essere poco gradita una supervisione non autorizzata da parte delle famiglie.

Cos’è davvero successo durante le videolezioni al di là del monitor? Nella maggior parte dei casi non lo sappiamo. Ma nel momento in cui siamo stati obbligati a valutare questo percorso i dubbi sono stati tanti. Come valutare le competenze chiave europee senza poter distinguere tra chi non ha partecipato per problemi tecnici (soprattutto la connessione che in certe zone è scadente oppure a causa dell’utilizzo in contemporanea di più dispositivi, da parte di altri componenti della famiglia per lavoro o studio) e chi invece non ne ha proprio avuto voglia? Come giustificare il ritardo nella consegna dei compiti se non sappiamo distinguere tra varie scuse accampate e poco impegno? Come obbligare chi non vuole partecipare a una lezione dialogata per timidezza o anche perché non vuole farsi sentire dai familiari? Come comprendere se i risultati sono stati scadenti per mancanza di impegno oppure per la mancata comprensione di certi argomenti? E’ già molto difficile che qualche allievo chieda apertamente spiegazioni in classe, figuriamoci nel contesto della videolezione.

Insomma, la valutazione rappresenta uno dei nodi, se non il più importante, da sciogliere prima di poter affermare che la Didattica a Distanza potrebbe diventare prassi nell’educazione, seppur accompagnata dalla didattica in presenza.

Finora ho riflettuto immaginando una completa disponibilità da parte degli studenti a seguire la DaD, avendone i mezzi e mettendoci o meno tutto l’impegno possibile. Che dire degli altri? Di chi non ha potuto rimanere in contatto con la “scuola a distanza”, nonostante i milioni di € stanziati dal MI, sempre troppo tardi comunque. Si parla di 1.600.000 fra bambini e ragazzi per i quali la DaD ha probabilmente coinciso con un anticipo delle vacanze estive. Con tanto di promozione assicurata.

Ci sono in Italia delle realtà scolastiche difficili in cui, nonostante l’impegno di dirigenti e docenti, già in tempi normali è complicato stabilire relazioni soddisfacenti con le famiglie. La mancanza di motivazione è a monte, la latitanza è la regola e con le lezioni a distanza è venuto a mancare anche quel contatto tra scuola e famiglia, fatto di incontri in presenza, che non sempre ha successo. Ma almeno si tenta.

La Dad non ha rimosso gli ostacoli, ne ha creati altri. Tecnologici ma non solo.

La maggior parte degli allievi che hanno una famiglia alle spalle e che trovano dentro di sé una forte motivazione per non rimanere indietro, si è adeguata a questa nuova modalità senza traumi, anzi, considerando soprattutto il lato positivo che deriva dall’acquisizione di una maggiore autonomia nello studio e senso di responsabilità. Tre mesi li hanno fatti crescere più che non un intero anno. Ricordate le competenze chiave europee? “Imparare ad imparare” è senz’altro la competenza in cui un buon numero di studenti si è cimentata ottenendo anche un discreto successo. Ma chi non ha voglia di imparare, neppure se accompagnato e preso per mano, quanti stimoli può avere per farlo da solo?

Nonostante il “tutti promossi”, con la dispersione scolastica si dovrà fare i conti. E non mi riferisco solo a chi dalla Dad non è nemmeno stato raggiunto. Parlo anche di quegli allievi che, pur in presenza di lacune grandi come baratri, sono stati promossi, non importa se con il 6 o il 5 o il 4, e dovranno fare i conti con una preparazione che non permetterà loro di proseguire gli studi nella classe successiva, dovendo recuperare le materie insufficienti, nere o rosse che siano, e nello stesso tempo stare al passo con i nuovi programmi. Immagino che da parte di questi allievi non ci sia la consapevolezza delle difficoltà cui andranno incontro. Per loro la promozione è ciò che conta, poi si vedrà.

Concludo questa lunga riflessione (nonostante abbia cercato di essere sintetica…) facendo una considerazione: la DaD ha davvero per certi versi creato le condizioni ideali per praticare la flipped classroom, la “scuola capovolta” che costringe gli studenti a gestire la propria autonomia nell’apprendimento. Però dalle faccette sciupate di molti allievi e allieve che ho potuto osservare per i saluti finali, ho avuto l’impressione che più che flipped le classi siano state shakerate. Insomma, da un giorno all’altro li abbiamo messi in un mixer, li abbiamo scossi un po’, a volte con successo altre volte apparentemente senza esito alcuno, e forse il cocktail che ne è uscito deve raggiungere la consistenza giusta. Forse abbiamo sbagliato ricetta.

Una cosa è certa: solo il rientro in aula permetterà a tutti i nodi di venire al pettine. Poi cercheremo, se potremo e come potremo, di correre ai ripari.

[immagine da questo sito]

10 IN CONDOTTA: TUTTI MERITATI?

Gennaio, andiamo. E’ tempo di scrutinare.

D’Annunzio mi scuserà per la citazione, forse impropria e certamente un po’ distorta, della sua celebre poesia I pastori. Mi è parsa adatta al momento dell’anno scolastico che, credo nella gran parte delle scuole italiane, è dedicato alla valutazione degli allievi alla fine del primo periodo didattico. Insomma, è tempo di scrutini.

Fra pochi giorni gli studenti avranno in mano (si fa per dire perché ormai di cartaceo non c’è quasi più nulla nella pubblica amministrazione… si chiama dematerializzazione) la loro pagella e dovranno fare i conti, forse, con risultati al di sotto delle aspettative e impegnarsi per il recupero delle insufficienze. I più fortunati potranno, invece, rallegrarsi nel vedere premiato il loro impegno nello studio.

C’è, tuttavia, un voto che, pur essendo nella maggior parte dei casi positivo, a volte scontenta i genitori: il voto di condotta.

Credo tutti sappiano che con il decreto ministeriale n° 5 del 16 gennaio 2009 il voto di condotta è stato allineato con gli altri voti, «concorrendo alla valutazione complessiva degli studenti» (in parole semplici: «fa media»). Forse, però, non è ancora chiaro a tutti che si tratta di una valutazione che dovrebbe, almeno nelle intenzioni del legislatore, essere trattata al pari degli altri voti, considerando gli stessi parametri che portano a valutare il livello raggiunto da ciascun allievo: negativo (obiettivi non raggiunti) o positivo (sufficiente, buono, ottimo, eccellente).

Dovrebbe, dicevo, e il condizionale non solo è d’obbligo ma deve essere sottolineato. Dovrebbe perché in realtà non è.
Vi spiego perché.

Ho dedicato a questo argomento che mi sta molto a cuore diversi post su questo blog e su “Scuola di vita”, blog del Corriere.it. All’inizio, rimanevo sconcertata dalle reazioni improprie di qualche genitore che chiedeva giustificazione dell’8 in condotta (sui 7 stendo un velo pietoso).

Nella mia riflessione parto da una semplice domanda: qualche genitore si è mai lamentato di un 8 in Latino o Matematica (faccio riferimento al liceo scientifico in cui insegno da più di 25 anni)? Mai. L’8 è indubbiamente un bel voto, di cui andare fieri. Naturalmente il 9 e il 10 sono valutazioni di cui essere ancora più orgogliosi, però l’8 non è da disprezzare.

Ma allora, per la condotta cosa cambia?

Ve lo dico io: sul voto di condotta aleggia ancora quella sorta di “onta” che derivava all’allievo/a – e alla sua famiglia – dall’8. Con il 7, addirittura, un tempo il malcapitato (si fa per dire perché un comportamento non adeguato non “capita” ma deriva da fatti inequivocabilmente intenzionali) doveva sostenere l’esame di “riparazione” a settembre in tutte le materie, indipendentemente dai risultati positivi ottenuti. In altre parole: hai studiato, sì, ma non ti sai comportare. La scuola, infatti, non è solo un luogo in cui si imparano tante cose, belle o meno belle, interessanti o noiose, utili o meno utili. La scuola è anche il luogo in cui si formano i cittadini di domani. La scuola è l’ambiente eletto per la formazione e l’educazione, oltreché per l’istruzione vera e propria.

Dal 2009, grazie allo zelo dell’ex ministro del MIUR Mariastella Gelmini, con un 5 in condotta si viene bocciati. Cinque è inequivocabilmente un voto negativo ma non troppo, almeno rispetto alla valutazione delle altre materie. Eppure, se leggiamo le motivazioni che possono portare alla bocciatura per il 5 in condotta, abbiamo l’impressione che il soggetto sia praticamente pronto per il riformatorio.

In 10 anni di 5 non ne ho mai visti, mentre i 6 sono stati forse due, comminati per gravissimi motivi, quale infrazioni ai regolamenti, comportamenti irrispettosi, assenze ingiustificate (leggi “marine”) e altre amenità che dovrebbero far pensare quasi all’impossibilità di recupero. Come dire che se valuto la preparazione in Latino con un 6, l’allievo/a in questione sia completamente a digiuno nella mia materia. E invece no, non dico che sappia tradurre perfettamente un testo di Cicerone, ma almeno è in grado di comprenderlo e commentarlo, seppur con qualche difficoltà e con l’aiuto da parte mia.

Ma allora, ripeto, per la condotta cosa cambia?

Dirò di più: da quel lontano 2009 ho notato la sempre maggior tendenza a elargire i 9 e i 10. Mentre un tempo (per esempio sei anni fa, quando ho scritto l’articolo per il Corriere.it) il voto standard era l’8, ora si è passati al 9. Non posso dire che gli 8 in Latino di un tempo siano diventati 9, forse in qualche caso sì, ma non in tutti i casi.

L’allievo/a è tranquillo/a ed educato/a, segue le lezioni, non fa quasi mai assenze (quindi gode di ottima salute… un parametro alquanto discutibile, a mio parere), non partecipa attivamente ma non disturba e, almeno apparentemente, si interessa a ciò che accade sotto i suoi occhi e a ciò che percepisce con le sue orecchie, qualche volta aiuta i compagni in difficoltà (con la massima discrezione…), porta tutti i materiali utili a seguire le lezioni e presta generosamente il suo manuale a chi l’ha lasciato a casa. Ed è subito 10.

A mio parere un 10 in condotta vale molto di più. Il 10 rappresenta l’eccellenza, se non sbaglio. Dovrebbe essere un premio per studenti modello che, al di là degli obblighi e delle convenzioni, si spendono maggiormente per appropriarsi dei contenuti attraverso l’approfondimento personale, per esporre il proprio punto di vista critico attraverso la partecipazione attiva alle lezioni, per sviluppare la capacità di creare autonomamente percorsi inter-pluridisciplinari e per valorizzare tutte le “banalità” che sono oggetto di studio quotidiano in classe.
Questi sono di norma i parametri di cui teniamo conto nella valutazione delle discipline scolastiche, è vero, ma cosa cambia se dobbiamo valutare la condotta?

Solo il mio parere, intendiamoci. E, nonostante non sia d’accordo con il progressivo innalzamento del voto di condotta, posso capire le motivazioni, specie quelle dei Dirigenti Scolastici. In fondo sono loro a doversi sorbire le proteste delle famiglie per un 8 che non viene considerato alla stessa stregua degli altri voti, sono loro a dover fare i conti con una società in cui la valutazione di una prestazione è messa in relazione con la persona, ciò che è e non ciò che realmente fa e come lo fa.

Mio/a figlio/a è educato, se non ha 10 vuol dire che non sono un buon genitore. Questa è l’errata premessa (che in fondo è anche conclusione perché su certe cose non si può discutere) che porta a non considerare la valutazione della condotta alla stessa stregua delle discipline scolastiche. Ciò per me rappresenta il fallimento di quel provvedimento (122/2009) di cui è autore Max Bruschi, lo stesso che, nel commentare il mio articolo su “Scuola di vita”, si è espresso nei miei confronti dicendo “Ha colto in pieno lo spirito della norma”.

Giusta o sbagliata che sia, è una norma e dovrebbe valere per tutti. Ciò non è. Nel constatare il passo indietro, mi torna alla mente la mia maestra che, forse troppo stanca per spiegare (aveva la sua età… anche se probabilmente, era più giovane di me ora…) o semplicemente svogliata, a volte ci sottoponeva al “gioco del silenzio”.

Noi bambine, costrette a rimanere immobili per non so quanto tempo, con la bocca tappata fino al far diventare bianche le labbra, le braccia ben serrate attorno allo schienale della sedia e il capo inclinato all’indietro il più possibile, tanto che con i capelli riuscivo a toccare la seduta (ah, beata gioventù con la cervicale in ottima salute!), dovevamo dimostrare di essere brave e di meritare il 10 in condotta.

Siamo tornati davvero così indietro?

[Immagine da questo sito.]

PRONTI PER LA #MATURITÀ2018? SÌ, MA SENZA LO SMARTPHONE (E ALTRE DIAVOLERIE TECNOLOGICHE)


Come ogni anno l’Esame di Stato del II ciclo (noto ai più con l’etichetta “di maturità” che, però, è stata abolita fin dal 1997) è stato anticipato da una circolare del MIUR, diramata in tutte le scuole superiori, che riguarda l’uso dei dispositivi tecnologici. Viene confermato “il divieto tassativo per maturande e maturandi, nei giorni delle prove scritte, di utilizzare cellulari, smartphone, PC e qualsiasi altra apparecchiatura elettronica in grado di accedere alla rete o riprodurre file e immagini, pena l’esclusione dall’Esame”.

Nei licei e istituti in cui avrà luogo domani, 20 giugno 2018, la prima prova scritta dell’Esame di Stato conclusivo, dovrà anche essere disattivato qualunque collegamento della scuola con la rete Internet e dovranno essere resi inaccessibili aule e laboratori di informatica, nonché qualunque tipo di personal computer collegato o collegabile alla rete.

Non si tratta di una novità perché da molti anni, pur considerando nel frattempo il progresso delle nuove tecnologie, questo divieto esiste e la punizione per i trasgressori è severissima: chi viene colto in flagrante, infatti, non potrà più continuare l’esame.

Eppure, immancabilmente a poche ore dalla lettura delle tracce della prima prova vengono diffusi i testi e in molti siti prolificano le tracce svolte. Ciò vale, naturalmente, anche per la seconda prova scritta che cambia a seconda dell’indirizzo di studi.

Gli studenti, insomma, non sembrano affatto intimoriti dall’eventuale punizione. Certi studenti, almeno. Eppure le commissioni procedono al ritiro dei telefonini prima dell’inizio delle prove. Quanto agli altri dispositivi, un tablet o un notebook non sono certamente facili da nascondere. Ma allora come fanno? Se poi la rete dell’istituto scolastico è disconnessa, è chiaro che devono possedere dispositivi dotati di connessione propria.

Un sito molto frequentato dagli studenti, Studenti.it, qualora ce ne fosse bisogno ha pubblicato recentemente un post in cui si elargiscono consigli su come “fregare” la commissione e consultare indisturbati il proprio dispositivo.

La classica “furbizia”, più che collaudata durante le prove scritte in classe, è quella di consegnare un vecchio cellulare alla commissione tenendosi in tasca lo smartphone di ultima generazione che potrà tornare utile durante le pause ai servizi. Poi c’è lo smartwatch che sicuramente i commissari d’esame non sanno distinguere da un orologio normale e che si rivelerà fonte di utili suggerimenti stando comodamente seduti al proprio banco.

A questo punto faccio due considerazioni:

1. I responsabili di un sito che dà consigli su come trasgredire a delle disposizioni ministeriali dovrebbe essere denunciato per istigazione a delinquere.

2. Se un sito, complice l’audace maturando di turno, pubblica fotografie dei testi delle tracce e svolgimenti e soluzioni varie prima della conclusione dell’esame (che dura 6 ore), dovrebbe essere oscurato per almeno 30 giorni. In caso di recidiva, una bella multa da 1000 euro minimo e la chiusura definitiva del sito.

Forse posso sembrare troppo rigida ma i giovani devono imparare che nella vita le cose si conquistano con l’impegno e la fatica. Le regole vanno rispettate e cercare i sotterfugi non fa di certo crescere.

Ah già, l’esame non si chiama più di “maturità”. I diciannovenni hanno ancora tanta strada da fare per diventare adulti.

[immagine da questo sito]

COME REAGISCONO I GENITORI DI FRONTE ALLA BOCCIATURA DEL FIGLIO?


Una domanda banale, se volete. Basterebbe una risposta: “Male” e io avrei finito di scrivere il post.

Ma la questione è molto più complessa perché le reazioni sono varie e cambiano a seconda del sentimento che fa da propulsore: rabbia, dolore, frustrazione, sconforto, desolazione, vergogna, sensazione di impotenza o di fallimento, incapacità di accettare un torto o, per meglio dire, quello che si ritiene tale. Potrei continuare ma tutti i sentimenti che animano i genitori, almeno nell’immediatezza della notizia della bocciatura di un figlio, portano a uno stato d’animo che si può sintetizzare così: impossibilità di considerare ottimisticamente ciò che accadrà in futuro. Il “prima”, con tutto il bagaglio di responsabilità anche personali, scompare di botto per lasciare il campo libero a un “dopo” che non sembra presagire nulla di buono. Come quando si percepisce una catastrofe imminente.

Non c’è nulla di catastrofico nel perdere un anno di scuola. Lo so, è difficile crederlo, ma è così. So già che qualcuno obietterà: “Brava, tu stai dall’altra parte…”. Certo, ma sto dall’altra parte da talmente tanti anni che un’idea su questo spinoso argomento me la sono fatta e cerco solo di trasmettere un messaggio positivo a quei genitori che ora soffrono, ne sono consapevole, ma che sbagliano quando pensano che un anno di scuola buttato al vento possa essere motivo di una frustrazione così grande. E sbagliano, certi genitori, a lasciare quasi del tutto esclusi i figli che si trovano ad essere “vittime di questa sciagura”, che dovrebbero stare al centro della loro attenzione e, invece, spesso vengono messi in un angolino in attesa che mamma e papà “elaborino il lutto”. Come se il dolore fosse tutto loro e dovesse trovare sfogo prendendosela, ad esempio, con la scuola, i docenti, il sistema che non funziona.

Sono finiti i tempi in cui l’ex ministro Mariastella Gelmini, con estrema soddisfazione, inneggiava alla scuola che boccia:

«Siamo tornati ad una scuola che non promuove tutti. E che distingue tra persone che studiano e persone che non studiano. Tra persone che si comportano bene e persone che non si comportano bene. Una scuola che promuove tutti non è una scuola che fa il bene del ragazzo.» (LINK)

Correva l’anno 2009 e i dati degli scrutini finali avevano registrato un aumento consistente delle non ammissioni all’Esame di Stato di II grado, delle bocciature in generale e anche delle bocciature dopo l’esame (3000 studenti in più rispetto all’anno precedente).

Confesso che allora mi trovavo completamente d’accordo con la Gelmini. Tanto da non tollerare la lezioncina che, da tutt’altro genere di pulpito, arrivava dal professor Umberto Veronesi (che si riferiva, però, solo alla bocciatura degli studenti prossimi alla maturità):

«Io sono convinto che il fallimento, o la «sconfitta finale», se vogliamo, non sia dei ragazzi bocciati, ma della scuola, intesa come sistema formativo ed educativo nel suo insieme.» (LINK)

Quella di Veronesi fu una conclusione molto riduttiva, tipica di chi non passa nove mesi in un’aula scolastica.

Più condivisibili mi apparvero allora le parole di Marco Rossi Doria che aveva preso parte alla diatriba, pur concentrandosi sull’aspetto educativo in relazione ai comportamenti errati degli studenti, e che con le aule scolastiche ha una certa dimestichezza:

«La scuola riprenda pure a bocciare ma fornisca anche maggiori possibilità a ciascuno. E la politica la smetta di sottovalutare la fatica e la complessità del compito che la scuola si assume ogni giorno e di lesinare denaro. Perché a imparare si impara ovunque. Ma non c’è un altro posto dove si può dar senso a quel che si apprende, dove le generazioni convivono fuori della famiglia e dove genitori e insegnanti possono mettersi intorno a un tavolo e ricostruire, insieme, le funzioni educative.» (LINK)

Perché tra le due posizioni appare più sensata quella di Rossi Doria? Proprio per il fatto che mette in primo piano i rapporti scuola-famiglia, la condivisione delle responsabilità. Ogni professore che si vede costretto a bocciare un allievo, se ha un minimo di coscienza ed è consapevole del lavoro svolto, condivide con i genitori di quell’allievo lo stesso senso di frustrazione, di impotenza, di fallimento. Insomma, bocciare non piace a nessuno (o quasi… non metto in dubbio che ci siano ancora dei docenti sadici) ed è fondamentale che una bocciatura, come male estremo proprio per il bene dello studente/figlio, non veda contrapposti su differenti schieramenti la scuola e la famiglia, l’un contro l’altro armati.

Sono cambiati i tempi, dicevo. Le statistiche dimostrano che si boccia sempre meno. Lo si fa in casi estremi, quando le lacune in più discipline sono tali da compromettere il proseguimento degli studi. In questi casi perdere un anno non è un male ma un bene, a patto che la decisione dei docenti venga rispettata e condivisa dalle famiglie.

Quale può essere, dunque, la soluzione? Cercare di superare assieme il momento difficile, senza il palleggiamento di responsabilità cui a volte si assiste in questi casi.

Senza contare che certe reazioni non giovano a nessuno. Usare violenza, come le cronache di questi giorni riportano, oltre a non essere la soluzione rappresenta un messaggio negativo nei confronti dei ragazzi stessi. L’educazione e il rispetto che insegniamo a scuola sono del tutto vanificati da comportamenti irrazionali che, se negli intenti dovrebbero servire a difendere i figli da soprusi o torti (sempre presunti, ovviamente), danneggiano oltremodo l’azione educativa della scuola e ne denotano l’assenza in famiglia. Quale idea di giustizia si offre ai ragazzi nel momento in cui si cerca di risolvere il contenzioso a suon di botte?

Nemmeno reazioni apparentemente più pacifiche, come per esempio un ricorso alle vie legali, può essere una soluzione. Servirebbe solo a dare ai ragazzi l’illusione di poter essere difesi sempre, a prescindere dalle responsabilità personali. Ma nella vita sappiamo bene che le cose stanno diversamente.

Una bocciatura non è mai inaspettata, non è un fulmine a ciel sereno. Specialmente ora, grazie al registro elettronico, le famiglie sono puntualmente informate sul profitto dei figli, le comunicazioni arrivano in tempo reale, mettendo in primo piano sia le difficoltà sia gli strumenti che la scuola offre per superarle. Purtroppo gli insegnanti non sono dotati di bacchetta magica in grado di convertire i 4 o 5 in 6 e nemmeno i giudici hanno questo potere. Tutt’al più vanno a caccia di qualche vizio di forma e, nel caso in cui sfortunatamente lo trovino, ciò non cambia la sostanza.

Nemmeno far credere ai giovani che la forma abbia più valore della sostanza sembra una soluzione. Certamente non è una buona lezione di vita.

[immagine tratta da questo sito]

PERCHÉ LEGGERE (ANCORA) “I PROMESSI SPOSI” A SCUOLA

Non è di certo una novità: sono molti anni che esperti e non si chiedono se non sia il caso di abolire la lettura del romanzo di Alessandro Manzoni a scuola. Una lettura obbligatoria da ben 147 anni e che per lo più annoia gli studenti e, aggiungo io, mette in crisi molti docenti che o non sanno come “trattare” didatticamente questo romanzo o non sono capaci di farne una lettura critica sì, ma anche un po’ innovativa.

L’ultima provocazione arriva dalla rivista Pagina 99 che nell’edizione del 19 maggio scorso mette in bella mostra sulla copertina un titolo molto perentorio: “Liberiamo gli studenti dai Promessi Sposi”. E in modo altrettanto perentorio aggiunge nel sommario: “È arrivato il momento di cambiare”. Di questo avviso sembrano essere professori come Giunta e Gardini e scrittori come Camilleri.

Già due anni fa l’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi aveva addirittura dichiarato che la lettura dei Promessi Sposi dovrebbe essere abolita per legge. Però nel discorso rivolto alla platea di studenti universitari della Luiss School of government, aveva aggiunto: «una volta proibiti diventano affascinanti, e si rivelano essere un capolavoro assoluto».

Ora, io non concordo con Pagina 99 e gli “esperti” citati né con Renzi che maldestramente vorrebbe appellarsi al fascino del proibito. Se il romanzo di Manzoni venisse tolto dai programmi scolastici nessun giovane si avvicinerebbe alla lettura delle avventure di Renzo Tramaglino e Lucia Mondella per puro diletto. Senza contare che I Promessi Sposi non sono facilmente leggibili senza la guida del docente o dei curatori – a volte eccellenti – delle edizioni scolastiche del romanzo.

La scorsa estate, accingendomi a insegnare nuovamente, dopo qualche anno di pausa, I Promessi Sposi in una classe seconda liceale, anch’io mi sono posta una domanda: ha ancora senso leggere Manzoni a scuola? La mia risposta è stata senza indugio affermativa ma immediatamente seguita da un altro quesito: che cosa può rendere davvero avvincente – se non proprio appassionante – la lettura scolastica di questo romanzo così antico? Ho cercato di spiegare perché, a mio avviso, è ancora importante leggere Manzoni a scuola nella prefazione del libro di cui i miei allievi ed io stiamo curando la pubblicazione:

Perché si studia ancora a scuola il romanzo di Alessandro Manzoni? È una domanda che spesso gli studenti – e anche qualche docente – si pongono. Forse perché I promessi sposi è il romanzo per antonomasia, racchiude in sé ogni aspetto tipico della narratologia, perché imparando a conoscerlo, ad analizzarlo e ad apprezzarlo ci si impossessa di una chiave di lettura universale, una specie di passepartout che permette poi di affrontare la lettura di qualsiasi altra opera narrativa.
Ma al di fuori degli schemi scolastici tradizionali, I promessi sposi è un romanzo avvincente, con la sua galleria di personaggi e situazioni, con la descrizione, a volte garbatamente ironica, di caratteri differenti e debolezze umane che è possibile trovare, al di là della vicenda particolare, in ogni tempo e luogo.
[…] Seguendo le vicende di Renzo, Lucia e tutti i personaggi che animano il capolavoro manzoniano, abbiamo la possibilità di “metterci nei loro panni”, di prendere le parti di chi agisce nel modo a noi più congeniale, di pensare a cosa avremmo fatto noi in una certa situazione. Ecco, allora, che qualche spunto per una lettura più attiva del romanzo ci può essere, facendo anche un po’ di esercizio di scrittura, non semplicemente quella scolastica, quella del “temino” fatto per bene, formalmente corretto e rispondente alla traccia. Una scrittura creativa senza timore di andare “fuori” perché quello che gli allievi scriveranno, lo cercheranno dentro di loro sulla scia delle emozioni che questa lettura susciterà.

Così, capitolo dopo capitolo, sono nati gli spunti per “rivedere” le avventure dei due protagonisti attraverso le loro stesse testimonianze – a volte ironiche e scherzose, talvolta anche caricaturali per certi personaggi come don Abbondio – restituite attraverso varie tipologie di testi che gli allievi, divisi in gruppi, hanno elaborato: articoli di cronaca, interviste, interviste incrociate, pagine di diario, lettere … e non mancano i luoghi, anch’essi protagonisti a loro modo di questo romanzo. Sono nate così le “guide turistiche” del palazzotto di don Rodrigo, del castello dell’Innominato, del convento di Pescarenico, senza tralasciare i consigli per una bella gita in quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno.

Un piccolo assaggio… BUONA LETTURA!

INTERVISTA (IMPOSSIBILE) A DON ABBONDIO

[fonti: tecnicadellascuola.it; iltempo.it; immagine da questo sito]

LA BOCCIATURA NON È UNA PUNIZIONE, È MOLTO DI PIÙ. PAROLA DI MAMMA


Mi ha colpito molto la lettera che una mamma ha scritto per ringraziare gli insegnanti del figlio 17enne, al penultimo anno del liceo, per la bocciatura inflitta al giovane che, secondo questa madre onesta e obiettiva, non ha studiato, non si è impegnato e nonostante i tentativi dei docenti, non ha voluto produrre neanche la minima sufficienza.

Nella lettera (non ho trovato la fonte ma è stata pubblicata sul sito oggiscuola.com) la signora non solo si schiera apertamente dalla parte dei docenti tanto da dire di voler stringere la mano a chi l’ha bocciato, ma si scaglia anche contro le altre madri, soprattutto quelle che su Whatsapp scrivono che quell’insegnate è cattiva, l’altra dispettosa, un altro crudele, senza considerare quanta fatica facciano ogni giorno i docenti che hanno a che fare con una banda di scalmanati come sono i nostri figli. È talmente onesta questa signora da ammettere di aver difficoltà a gestire un solo ragazzo e quindi non si sente di condannare nessuno per la bocciatura di Antonio, ritenendolo unico responsabile.

La parte della lettera che mi ha colpita maggiormente è quella in cui la mamma di Antonio scrive:

Io non sono un avvocato, un ingegnere come tante delle mamme degli amici di Antonio, sono un’umile casalinga e non mi interessa cosa faccia la professoressa di italiano in casa sua, m’importa che badi a mio figlio e si occupi della sua istruzione. Antonio è giovane, è brillante, gli bastano 10 minuti per imparare un’intera pagina e nonostante ciò per un intero anno ho dovuto lottare affinché si mettesse con la testa sui libri e ho trovato delle amiche nel mio percorso: le insegnanti di mio figlio che mi hanno aiutata a comprendere la verità e cioè che la scuola è un’esperienza bellissima ma costa fatica.

Tutto ciò che questa donna scrive è ampiamente condivisibile da chi svolge questa professione bellissima ma faticosa, esattamente come la scuola deve essere per gli studenti. Le parole della mamma di Antonio, che definisce la bocciatura non una punizione ma un’esperienza che serve a capire che nella vita tutto si paga a caro prezzo e che la fatica è fondamentale per conseguire i risultati, sono la testimonianza più bella di quella collaborazione scuola-famiglia che non deve essere intesa come asettico enunciato che compare sul modulo da firmare (il cosiddetto patto di corresponsabilità) ma come strategia comune e condivisa perché la scuola sia davvero bellissima per gli alunni, seppur faticosa.

Più volte mi sono occupata di questi argomenti, della bocciatura e del fatto che la scuola debba essere anche palestra di vita. Fa piacere che chi sta dall’altra parte, sebbene parte lesa, sia d’accordo con me.

Per concludere, non posso che fare un amaro confronto con quest’altra madre, incapace di guardare in faccia la realtà e di aiutare il figlio. Sono passati tanti anni, non conosco il “seguito della vicenda” ma spero che Mario abbia trovato la giusta strada da percorrere nella vita.

MATURANDI D’OGGI

Gli strafalcioni, per carità, sono sempre esistiti. Vuoi l’emozione, vuoi lo studio matto e disperatissimo dell’ultimo momento che non produce nulla di buono, anzi, rende ancor più confuse le idee, all’esame di maturità (ora chiamato “di Stato”) per gli studenti di ieri e di oggi le figuracce sembrano essere un rito sacro cui non si può rinunciare.

Ricordo un vecchio professore che, ad un corso di aggiornamento, parlando del modo di prendere appunti e delle abbreviazioni più usate, riferì l’orrore provato davanti a una candidata che insisteva a citare un certo Nino Biperio senza rendersi conto che quella X (di Bixio, naturalmente) non era affatto un PER.
Più recentemente mi è toccato sentire all’esame di una mia quinta, in veste di commissario interno, che Pirandello era uno scrittore lombardo. 😦 Quella volta la figuraccia del mio allievo aveva fatto vergognare più me di lui.
Poi c’è anche chi, non sapendo rispondere, s’inventa che un dato argomento non è stato proprio affrontato. Ad esempio, l’allieva che a una domanda che riguardava i Patti Lateranensi, cercò di cavarsela dicendo che il programma di storia non comprendeva gli anni del secondo dopoguerra. 😦 Quando il professore le fece notare che il Concordato fu stipulato tra il Regno d’Italia e la Santa Sede l’11 febbraio 1929, la ragazza sbuffando replicò che lei aveva l’esonero dall’insegnamento della religione cattolica. 😦 😦
Indimenticabile, poi, facendo l’analisi della lirica dannunziana La pioggia nel pineto, la risposta alla mia domanda su chi fosse realmente Ermione: “L’amica di Harry Potter”.

Con il passare del tempo, tuttavia, ho l’impressione che gli studenti, arrivati all’esame finale dopo cinque anni faticosissimi (forse più per noi insegnanti che per loro), non siano preda di amnesie e lapsus dovuti all’emotività, almeno non tutti. Molti, sempre secondo il mio parere, escono dal liceo con il loro bel diploma pur ignorando molte cose. E questa mia supposizione sembra trovare conferma nei nuovi mostri che si sono venuti a creare durante gli orali dell’esame di Stato ancora in corso.

Vediamoli in sintesi:

1. “Gabriele D’Annunzio è un estetista” (ma è un classico, non passerà mai di moda)
2. I Promessi Sposi di Manzoni si concludono con la morte di uno dei due (non si sa se Renzo o Lucia ma almeno uno ci rimette le penne)
3. Durante la Seconda guerra mondiale esistevano le navicelle spaziali ❓
4. A Hiroshima nel 1945 ci fu un grande terremoto che provocò il crollo di un’importante centrale nucleare (vabbè confondere Hiroshima con Fukushima ma collocare una catastrofe nucleare avvenuta nel 2011 più di sessant’anni prima …)
4. Tra i protagonisti della Seconda guerra mondiale ci fu anche Napoleone (voleva essere immortale, lo sappiamo…)
5. Il Rinascimento si colloca nel dopoguerra (forse lo studente pensava al boom economico?)
6. L’urlo di Munch è stato dipinto da Van Gogh (infatti, Munch è quello che grida…)
7. I muscoli sotto sforzo producono latte (vabbè che si dice “far venire il latte alle ginocchia”… sì, ai commissari d’esame)
8. Il Vello d’oro è un muscolo del nostro corpo (chissà che fatica deve aver fatto Giasone per estirparlo…)
9. La capitale dell’Inghilterra è Berlino (forse l’assonanza con Brexit ha ingannato il malcapitato)
10. La Germania di Tacito parla di Hitler (Hitler – Germania, binomio indissolubile… anche a 2000 anni di distanza)

[LINK della fonte]

PERCHÉ STUDIARE (ANCORA) IL LATINO E IL GRECO?

In occasione dell’80esimo anniversario dalla morte di Antonio Gramsci, il 29 aprile scorso, il MIUR (Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca) ha invitato le scuole a riflettere sulla sua figura e sul suo pensiero, utili per comprendere la complessità del presente che viviamo e le sue radici storiche, per promuovere occasioni di studio, ricerca e approfondimento. (LINK)

Onestamente non ho mai approfondito lo studio di Gramsci, se non per un breve periodo all’università, grazie alla baldanzosa ammirazione che il mio docente di Letteratura Italiana nutriva per lui e per altri personaggi legati alla cultura marxista. Ricordo che allora quel professore – Giampaolo Borghello, per chi fosse curioso – non riuscì più di tanto a farmelo amare. Tuttavia, ci sono degli scritti di Gramsci che appaiono molto attuali. Uno di questi, tratto dai Quaderni dal carcere, riguarda lo studio delle lingue classiche e, facendo seguito all’invito del MIUR, ne riporto qualche stralcio – purtroppo in questo periodo a scuola il tempo è davvero tiranno ed è una lotta per portare a termine i programmi, o almeno tentare -, sperando che qualche allievo di buona volontà lo legga. Il grassetto è mio.

Non si impara il latino e il greco per parlare queste lingue, per fare i camerieri o gli interpreti o che so io. Si imparano per conoscere la civiltà dei due popoli, la cui vita si pone come base della cultura mondiale. La lingua latina o greca si impara secondo grammatica, un po’ meccanicamente: ma c’è molta esagerazione nell’accusa di meccanicità e aridità. Si ha che fare con dei ragazzetti, ai quali occorre far contrarre certe abitudini di diligenza, di esattezza, di compostezza fisica, di concentrazione psichica in determinati oggetti. Uno studioso di trenta-quarant’anni sarebbe capace di stare a tavolino sedici ore filate, se da bambino non avesse «coattivamente», per «coercizione meccanica» assunto le abitudini psicofisiche conformi? Se si vogliono allevare anche degli studiosi, occorre incominciare da lì e occorre premere su tutti per avere quelle migliaia, o centinaia, o anche solo dozzine di studiosi di gran nerbo, di cui ogni civiltà ha bisogno.

Il latino non si studia per imparare il latino, si studia per abituare i ragazzi a studiare, ad analizzare un corpo storico che si può trattare come un cadavere ma che continuamente si ricompone in vita. Naturalmente io non credo che il latino e il greco abbiano delle qualità taumaturgiche intrinseche: dico che in un dato ambiente, in una data cultura, con una data tradizione, lo studio così graduato dava quei determinati effetti. Si può sostituire il latino e il greco e li si sostituirà utilmente, ma occorrerà sapere disporre didatticamente la nuova materia o la nuova serie di materie, in modo da ottenere risultati equivalenti di educazione generale dell’uomo, partendo dal ragazzetto fino all’età della scelta professionale. In questo periodo lo studio o la parte maggiore dello studio deve essere disinteressato, cioè non avere scopi pratici immediati o troppo immediatamente mediati: deve essere formativo, anche se «istruttivo», cioè ricco di nozioni concrete. […]

Anche lo studio è un mestiere e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio anche nervoso-muscolare, oltre che intellettuale: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo e il dolore e la noia. La partecipazione di più larghe masse alla scuola media tende a rallentare la disciplina dello studio, a domandare facilitazioni. Molti pensano addirittura che la difficoltà sia artificiale, perché sono abituati a considerare lavoro e fatica solo il lavoro manuale. È una quistione complessa. Certo il ragazzo di una famiglia tradizionalmente di intellettuali supera più facilmente il processo di adattamento psicofisico: egli già entrando la prima volta in classe ha parecchi punti di vantaggio sugli altri scolari, ha un’ambientazione già acquisita per le abitudini famigliari. Così il figlio di un operaio di città soffre meno entrando in fabbrica di un ragazzo di contadini o di un contadino già sviluppato per la vita dei campi.

Ecco perché molti del popolo pensano che nella difficoltà dello studio ci sia un trucco a loro danno; vedono il signore compiere con scioltezza e con apparente facilità il lavoro che ai loro figli costa lacrime e sangue, e pensano ci sia un trucco. In una nuova situazione politica, queste quistioni diventeranno asprissime e occorrerà resistere alla tendenza di rendere facile ciò che non può esserlo senza essere snaturato. Se si vorrà creare un nuovo corpo di intellettuali, fino alle più alte cime, da uno strato sociale che tradizionalmente non ha sviluppato le attitudini psico-fisiche adeguate, si dovranno superare difficoltà inaudite.

[Quaderni dal Carcere, 4 [XIII], 55]

E ora qualche mia considerazione.

La prima riflessione – Non si impara il latino e il greco per parlare queste lingue – è quanto mai attuale. In particolare ci sono metodi didattici (spacciati per innovativi ma che hanno alle spalle qualche decina d’anni) che tendono proprio a privilegiare lo studio del latino – insegnando al liceo scientifico mi soffermo solo su questa lingua – secondo il cosiddetto “metodo natura”, vale a dire una didattica mutuata attraverso quella delle lingue moderne. Sto parlando, naturalmente, del metodo Ørberg, un linguista danese vissuto tra il 1920 e il 2010, che aveva sperimentato la didattica del latino riproducendo le condizioni normali e prevedibili in cui una persona del tutto ignara di latino si troverebbe se circondata solo da antichi Romani. Secondo lo studioso, in questo modo si supererebbe lo studio noioso delle regole grammaticali e lo sforzo inutile d’imparare a memoria lunghissime liste di vocaboli, contestualizzando in diverse “situazioni” l’apprendimento della lingua, come si fa appunto nella didattica delle lingue moderne. Attraverso il MN si arriverebbe all’utilizzo vivo della lingua per portare gli studenti ad una reale padronanza della lingua che stanno studiando, portandoli all’ “interno dei testi”, evitando di relegarli al ruolo di semplici spettatori di uno spettacolo che comprendono a stento (il testo latino d’autore). In altre parole, si arriva all’utilizzo del latino come lingua veicolare che comunque non potrebbero usare, come invece accade con le lingue moderne, al mercato o al ristorante … dell’antica Roma.

Non mi dilungo ma voglio far capire che già negli anni Trenta del Novecento Gramsci aveva capito che lo scopo della didattica del latino non è quello di parlare queste lingue, per fare i camerieri o gli interpreti. Vale a dire che già allora, sorprendentemente, si tendeva ad attribuire allo studio delle lingue classiche uno scopo non pratico. Oggi va di moda parlare del problem solving cui il latino, in modo insospettabile per molti, contribuisce non poco, abituando gli allievi a sviluppare la capacità logica per superare l’ostacolo, ovvero per comprendere e – solo successivamente – tradurre un testo di Cesare o Cicerone, ad esempio. Più problem solving di così!

Insomma, anche ai tempi di Gramsci lo studio delle “lingue morte” era accusato di eccessiva meccanicità e aridità. In più doveva essere parecchio noioso, classista e soprattutto costava molta fatica, troppa per alcuni. È evidente che oggi il discorso sulle classi sociali e sul vantaggio che deriverebbe a chi appartiene ad un ambito familiare colto nell’affrontare gli studi di un certo livello non è più valido. Soprattutto ora che l’Ocse ha eletto la scuola italiana reginetta dell’inclusività. Però è pur vero che molti degli stimoli devono arrivare, o almeno dovrebbero, dalle famiglie. Tuttavia, se proprio in famiglia si ritiene inutile lo studio delle lingue classiche e più in generale delle discipline umanistiche, il giovane allievo è portato a sopportare con grande sacrificio e a volte insofferenza lo studio di questa ed altre materie “inutili”.

Perché si studiano certe cose? È una domanda che, inutile negarlo, tutti ci siamo fatti (io per le scienze che la mia professoressa burbera, volgare e del tutto impreparata, mi aveva fatto odiare) ma fino a 20 anni fa lo studio, anche quello che non era particolarmente gradito, veniva considerato un dovere e l’ “utilità” non era misurata sulla base di una spendibilità immediata (a me, per esempio, le formule chimiche non sono mai servite nella vita!). L’obiettivo finale era quello di costruirsi una base culturale (perché, diciamolo, la scuola non ha mai avuto la pretesa di offrire la Cultura a 360 gradi) da approfondire con gli studi successivi e nel corso di tutta la vita da adulti. Un modo, insomma, per non sentirsi ignoranti.

Torniamo, dunque, alla riflessione di Gramsci: Anche lo studio è un mestiere e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio anche nervoso-muscolare, oltre che intellettuale: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo e il dolore e la noia.
In queste osservazioni ci sono delle parole “magiche” che tutti i nostri studenti dovrebbero annotare nel quadernetto della memoria: mestiere, faticoso, sforzo, dolore, noia.

Non voglio commentare questo passaggio, le parole parlano da sole. Dirò solo che nei nostri studenti manca lo spirito di adattamento, vogliono (vorrebbero?) che tutto sia facile, che nulla richieda sacrificio e fatica, che ogni cosa sia facilmente raggiungibile (la sufficienza, ad esempio) senza trovare ostacoli (dolore) e possibilmente senza annoiarsi troppo.

Bene, pare che anche gli studenti dell’età di Gramsci soffrissero di questo disturbo. Il mondo va avanti ma certe cose non cambiano. Viene da pensare che anche la scuola sia rimasta indietro – didattica del latino e del greco a prescindere – ma non è così. Il problema vero non riguarda la didattica che per forza di cose si deve rinnovare e innovare (vedi l’utilizzo delle nuove tecnologie, per esempio), non riguarda nemmeno i “programmi vecchi” perché ci sono discipline e intellettuali del passato che hanno ancora molto da insegnare alle nuove generazioni. Il problema vero è lo scarso valore che viene dato alla Cultura in generale e la convinzione errata che tutto debba essere alla portata di tutti.

Ci troviamo davanti alla generazione del fast food e della smart life. Ma la scuola non sarà mai né fastsmart… almeno non troppo!

DAREDEVIL SELFIE IN GITA SCOLASTICA: IL DIRIGENTE ANNULLA I VIAGGI DI ISTRUZIONE


Un modo sciocco per sfidare la morte. Una moda insensata sempre più diffusa. Si chiama daredevil selfie e consiste nel farsi un autoscatto (esiste ancora, sapete, questo termine nel dizionario!) in situazioni pericolose. C’è chi lo fa sui binari con il treno in arrivo, chi si immortala al volante percorrendo l’autostrada a velocità folle, chi mentre prende al volo lo skilift e chi con un’arma puntata alla tempia, stile roulette russa, sfida la sorte. Solo qualche esempio, il tutto all’unico scopo di guadagnarsi qualche like sui social network. Perché, va da sé, questi selfie poi vanno rigorosamente condivisi. Prodezze da ammirare, insomma.

Ma se il daredevil selfie viene scoperto da un dirigente scolastico e riguarda il comportamento degli studenti in viaggio con la scuola, allora sono guai. Se il dirigente in questione si chiama Aldo Durì, i guai sono molto seri.

Il dirigente Durì è a capo dell’Isis di Cervignano del Friuli (Udine) e fa spesso parlare di sé sui quotidiani locali per la sua rigidità e rigore. In passato aveva imposto un dressing code (su cui concordo al 100%) che metteva al bando bermuda e canotte, sconsigliando l’uso degli infradito. Poco gradita a questo dirigente anche l’amicizia tra docenti e studenti su Facebook (e anche su questo concordo), se non vietata almeno sconsigliata. Più recentemente ha puntato il dito sull’uso sconsiderato di WhatsApp da parte delle famiglie: secondo Durì, i gruppi nati su WhatsApp permettono che «alcuni docenti siano accusati delle più diverse malefatte senza potersi difendere in un confronto franco e leale. In questo modo si crea un clima avvelenato, che non favorisce la convivenza all’interno delle classi e neppure i rapporti tra scuola e famiglia». Da qui l’appello a non veicolare in questo modo maldicenze varie in favore di un dialogo più costruttivo tra le componenti scolastiche.

Insomma, questo preside che forse non tutti vorrebbero avere ma che senza ombra di dubbio sta tentando di mettere un po’ d’ordine nel suo istituto, ultimamente ha dovuto fare i conti con un daredevil selfie scattato da uno studente in viaggio di istruzione all’estero. Il ragazzo si è immortalato mentre era seduto sul davanzale della finestra della camera d’albergo, situata al quarto piano, con le gambe a penzoloni. Non solo, pare che altri compagni si siano cimentati nella “prodezza” di scavalcare le finestre delle camere in cui erano alloggiati per raggiungere i compagni nelle stanze vicine. Questa prodezza, immancabilmente postata sui social, ha però ottenuto prodotto un effetto molto diverso dai like collezionati: Durì ha infatti vietato le “gite”, ammettendo solo uscite in giornata senza pernottamento. Questo perché, sottolinea il dirigente, «i professori accompagnatori si assumono una responsabilità da far tremare i polsi: in caso di incidente sono loro a dovere dimostrare di aver vigilato e di aver fatto tutto per impedire l’incidente e sono, ovviamente, responsabili dei minori loro affidati».

Ecco, per me Durì merita un monumento. E se i genitori protestano, possono anche mettersi in discussione, una volta tanto: potrebbero educare meglio i loro figli, renderli maggiormente responsabili, far capire loro che ci sono mode stupide, oltreché rischiose, da cui è meglio tenersi alla larga.

Il dirigente dell’Isis di Cervignano non ha mai nascosto di essere contrario ai viaggi di istruzione perché se è vero che «in tanti casi hanno un reale valore culturale e si inseriscono coerentemente nel percorso formativo, in altri casi di istruttivo hanno solo il pretesto e si riducono a viaggi turistici in comitiva con la scuola, che ormai svolge le funzioni di un’agenzia di viaggio.» Durì ha anche dichiarato di aver tentato di «porre un argine a questa deriva, riconducendo queste uscite a un contesto educativo rigoroso». Evidentemente aspettava l’occasione giusta per dire basta. Gli si è presentata su un piatto d’argento, come si suol dire, grazie al daredevil selfie e a qualche studente decisamente indisciplinato. Peccato che poi ne facciano le spese anche tanti allievi che hanno la testa ben piantata sul collo. Ma si sa, la scuola è una comunità e la responsabilità di uno o pochi ricade su tutti.

[fonte: Messaggero Veneto; immagine da questo sito]

DÀ VOTI TROPPO BASSI: PROF SOSPESO DAL DS RIABILITATO DAL GIUDICE

L’opinione pubblica è contro la scuola e i docenti per i troppi compiti e i voti troppo bassi? La sentenza di un giudice del lavoro, cancellando una sanzione disciplinare ingiusta comminata a un docente, apre uno spiraglio di speranza per la ritrovata dignità di una professione che da troppo tempo è sotto i riflettori e non certo per il riconoscimento dei giusti meriti. Anche se si tratta di un caso, forse isolato, quanti di noi sono finiti sotto accusa per i voti troppo bassi, da parte dei genitori ma anche di qualche zelante Dirigente Scolastico il cui interesse primario è quello di non perdere iscrizioni?

A Casarano, in provincia di Lecce, cinque anni fa un docente di matematica in servizio all’istituto tecnico commerciale era stato sospeso dal capo di istituto perché troppo severo. All’atto della sanzione disciplinare inflittagli si contestava al professore la valutazione troppo severa degli alunni che avrebbe comportato una situazione di panico nelle classi che sfociava nelle proteste degli studenti e le preoccupazioni delle famiglie nonché la mancata collaborazione del docente a un dialogo costruttivo con gli studenti. In altre parole: l’insegnante, nonostante il richiamo del DS che, come egli stesso precisa nella memoria difensiva presentata al tribunale, aveva agito al fine di sedare gli animi e far rientrare la situazione nella normalità, non aveva operato, sempre secondo il capo di istituto, per porre rimedio alla situazione delineata, continuando a valutare gli alunni con “eccessiva severità”.

Ma che cosa significa normalità? Ce lo spiega il docente stesso che desidera rimanere anonimo: «Volevano solo tutti, preside, professori e famiglie, che mi adeguassi al sistema» o, per meglio dire, «poche regole chiare e non scritte. Non si possono bocciare più di 6-7 ragazzi all’anno altrimenti non si formano le classi successive

C’era un tempo in cui il bravo professore era colui che dava voti bassi e bocciava. Al contrario, chi esagerava nelle valutazioni veniva considerato poco severo e poco degno della cattedra che occupava perché non insegnava ai discenti ad impegnarsi e sudarsi un 7 o un 8, poiché i 9 e i 10 erano solamente un miraggio.

Ora i tempi sono cambiati. A scuola si deve essere comprensivi, possibilmente dotati di buone conoscenze in ambito pedagogico e psicopedagogico per individuare con esattezza le cause di un basso profitto e trovare i rimedi. C’è chi lo fa – modestamente mi includo nella categoria anche se non lesino i 2 e i 3 ai miei studenti, salvo poi cercare di farli arrivare ad un profitto positivo – e chi invece preferisce “andare per la sua strada”, senza modificare il proprio modo di valutare e senza cercare strategie mirate al superamento del problema.

Io non conosco il docente in questione, tuttavia posso condividere almeno in parte le sue riflessioni. «Le scuole devono avere un nome solido per potersi permettere di bocciare», prosegue il professore, «altrimenti si fanno terra bruciata intorno. E la stessa cosa vale per i professori: quelli che mettono voti reali, come me, vengono guardati male e costretti a giustificare ogni virgola, per cui quasi tutti si adattano mettendo sufficienze anche a chi non se lo merita».

C’è da aggiungere che sotto accusa è anche la scarsa preparazione degli allievi piuttosto che l’eccessiva severità del docente: «Ma non si tratta di essere severo: io penso di essere assolutamente normale.», spiega a sua discolpa il professore, «Quando sono entrato per la prima volta nell’istituto di Casarano, quello dove è scoppiato il caso, ho sottoposto i ragazzi di prima superiore ad un test matematico che viene proposto dal Miur per bambini di IV e V elementare, volevo valutare le loro condizioni di partenza. E per evitare polemiche ho usato quesiti riconosciuti, non inventati da me. Ma i risultati sono stati imbarazzanti, i ragazzi non erano in grado di rispondere a domande semplicissime: così ho messo loro voti bassi, come meritavano».

Nonostante ciò, pare che l’inflessibilità del docente incriminato abbia avuto come effetto una battaglia di piccoli dispetti, rimostranze, boicottaggi, visite degli ispettori ministeriali, circolari ritoccate, che è finita in tribunale. In questa sede, però, il comportamento dell’insegnante è stato giudicato corretto e il giudice ha anche condannato la scuola a pagare le spese legali, con conseguente danno erariale per l’Amministrazione Pubblica. Una sentenza che dà soddisfazione al professore, che ormai da anni insegna in un’altra scuola, anche se giunge con ben cinque anni di ritardo. Ma sulla lentezza dei tribunali bisognerebbe aprire un capitolo a parte. Accontentiamoci di questo buon esempio che la Legge ci vuole offrire.

[fonte: Il Corriere; immagine da questo sito]

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