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PERCHÉ STUDIARE (ANCORA) IL LATINO E IL GRECO?

In occasione dell’80esimo anniversario dalla morte di Antonio Gramsci, il 29 aprile scorso, il MIUR (Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca) ha invitato le scuole a riflettere sulla sua figura e sul suo pensiero, utili per comprendere la complessità del presente che viviamo e le sue radici storiche, per promuovere occasioni di studio, ricerca e approfondimento. (LINK)

Onestamente non ho mai approfondito lo studio di Gramsci, se non per un breve periodo all’università, grazie alla baldanzosa ammirazione che il mio docente di Letteratura Italiana nutriva per lui e per altri personaggi legati alla cultura marxista. Ricordo che allora quel professore – Giampaolo Borghello, per chi fosse curioso – non riuscì più di tanto a farmelo amare. Tuttavia, ci sono degli scritti di Gramsci che appaiono molto attuali. Uno di questi, tratto dai Quaderni dal carcere, riguarda lo studio delle lingue classiche e, facendo seguito all’invito del MIUR, ne riporto qualche stralcio – purtroppo in questo periodo a scuola il tempo è davvero tiranno ed è una lotta per portare a termine i programmi, o almeno tentare -, sperando che qualche allievo di buona volontà lo legga. Il grassetto è mio.

Non si impara il latino e il greco per parlare queste lingue, per fare i camerieri o gli interpreti o che so io. Si imparano per conoscere la civiltà dei due popoli, la cui vita si pone come base della cultura mondiale. La lingua latina o greca si impara secondo grammatica, un po’ meccanicamente: ma c’è molta esagerazione nell’accusa di meccanicità e aridità. Si ha che fare con dei ragazzetti, ai quali occorre far contrarre certe abitudini di diligenza, di esattezza, di compostezza fisica, di concentrazione psichica in determinati oggetti. Uno studioso di trenta-quarant’anni sarebbe capace di stare a tavolino sedici ore filate, se da bambino non avesse «coattivamente», per «coercizione meccanica» assunto le abitudini psicofisiche conformi? Se si vogliono allevare anche degli studiosi, occorre incominciare da lì e occorre premere su tutti per avere quelle migliaia, o centinaia, o anche solo dozzine di studiosi di gran nerbo, di cui ogni civiltà ha bisogno.

Il latino non si studia per imparare il latino, si studia per abituare i ragazzi a studiare, ad analizzare un corpo storico che si può trattare come un cadavere ma che continuamente si ricompone in vita. Naturalmente io non credo che il latino e il greco abbiano delle qualità taumaturgiche intrinseche: dico che in un dato ambiente, in una data cultura, con una data tradizione, lo studio così graduato dava quei determinati effetti. Si può sostituire il latino e il greco e li si sostituirà utilmente, ma occorrerà sapere disporre didatticamente la nuova materia o la nuova serie di materie, in modo da ottenere risultati equivalenti di educazione generale dell’uomo, partendo dal ragazzetto fino all’età della scelta professionale. In questo periodo lo studio o la parte maggiore dello studio deve essere disinteressato, cioè non avere scopi pratici immediati o troppo immediatamente mediati: deve essere formativo, anche se «istruttivo», cioè ricco di nozioni concrete. […]

Anche lo studio è un mestiere e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio anche nervoso-muscolare, oltre che intellettuale: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo e il dolore e la noia. La partecipazione di più larghe masse alla scuola media tende a rallentare la disciplina dello studio, a domandare facilitazioni. Molti pensano addirittura che la difficoltà sia artificiale, perché sono abituati a considerare lavoro e fatica solo il lavoro manuale. È una quistione complessa. Certo il ragazzo di una famiglia tradizionalmente di intellettuali supera più facilmente il processo di adattamento psicofisico: egli già entrando la prima volta in classe ha parecchi punti di vantaggio sugli altri scolari, ha un’ambientazione già acquisita per le abitudini famigliari. Così il figlio di un operaio di città soffre meno entrando in fabbrica di un ragazzo di contadini o di un contadino già sviluppato per la vita dei campi.

Ecco perché molti del popolo pensano che nella difficoltà dello studio ci sia un trucco a loro danno; vedono il signore compiere con scioltezza e con apparente facilità il lavoro che ai loro figli costa lacrime e sangue, e pensano ci sia un trucco. In una nuova situazione politica, queste quistioni diventeranno asprissime e occorrerà resistere alla tendenza di rendere facile ciò che non può esserlo senza essere snaturato. Se si vorrà creare un nuovo corpo di intellettuali, fino alle più alte cime, da uno strato sociale che tradizionalmente non ha sviluppato le attitudini psico-fisiche adeguate, si dovranno superare difficoltà inaudite.

[Quaderni dal Carcere, 4 [XIII], 55]

E ora qualche mia considerazione.

La prima riflessione – Non si impara il latino e il greco per parlare queste lingue – è quanto mai attuale. In particolare ci sono metodi didattici (spacciati per innovativi ma che hanno alle spalle qualche decina d’anni) che tendono proprio a privilegiare lo studio del latino – insegnando al liceo scientifico mi soffermo solo su questa lingua – secondo il cosiddetto “metodo natura”, vale a dire una didattica mutuata attraverso quella delle lingue moderne. Sto parlando, naturalmente, del metodo Ørberg, un linguista danese vissuto tra il 1920 e il 2010, che aveva sperimentato la didattica del latino riproducendo le condizioni normali e prevedibili in cui una persona del tutto ignara di latino si troverebbe se circondata solo da antichi Romani. Secondo lo studioso, in questo modo si supererebbe lo studio noioso delle regole grammaticali e lo sforzo inutile d’imparare a memoria lunghissime liste di vocaboli, contestualizzando in diverse “situazioni” l’apprendimento della lingua, come si fa appunto nella didattica delle lingue moderne. Attraverso il MN si arriverebbe all’utilizzo vivo della lingua per portare gli studenti ad una reale padronanza della lingua che stanno studiando, portandoli all’ “interno dei testi”, evitando di relegarli al ruolo di semplici spettatori di uno spettacolo che comprendono a stento (il testo latino d’autore). In altre parole, si arriva all’utilizzo del latino come lingua veicolare che comunque non potrebbero usare, come invece accade con le lingue moderne, al mercato o al ristorante … dell’antica Roma.

Non mi dilungo ma voglio far capire che già negli anni Trenta del Novecento Gramsci aveva capito che lo scopo della didattica del latino non è quello di parlare queste lingue, per fare i camerieri o gli interpreti. Vale a dire che già allora, sorprendentemente, si tendeva ad attribuire allo studio delle lingue classiche uno scopo non pratico. Oggi va di moda parlare del problem solving cui il latino, in modo insospettabile per molti, contribuisce non poco, abituando gli allievi a sviluppare la capacità logica per superare l’ostacolo, ovvero per comprendere e – solo successivamente – tradurre un testo di Cesare o Cicerone, ad esempio. Più problem solving di così!

Insomma, anche ai tempi di Gramsci lo studio delle “lingue morte” era accusato di eccessiva meccanicità e aridità. In più doveva essere parecchio noioso, classista e soprattutto costava molta fatica, troppa per alcuni. È evidente che oggi il discorso sulle classi sociali e sul vantaggio che deriverebbe a chi appartiene ad un ambito familiare colto nell’affrontare gli studi di un certo livello non è più valido. Soprattutto ora che l’Ocse ha eletto la scuola italiana reginetta dell’inclusività. Però è pur vero che molti degli stimoli devono arrivare, o almeno dovrebbero, dalle famiglie. Tuttavia, se proprio in famiglia si ritiene inutile lo studio delle lingue classiche e più in generale delle discipline umanistiche, il giovane allievo è portato a sopportare con grande sacrificio e a volte insofferenza lo studio di questa ed altre materie “inutili”.

Perché si studiano certe cose? È una domanda che, inutile negarlo, tutti ci siamo fatti (io per le scienze che la mia professoressa burbera, volgare e del tutto impreparata, mi aveva fatto odiare) ma fino a 20 anni fa lo studio, anche quello che non era particolarmente gradito, veniva considerato un dovere e l’ “utilità” non era misurata sulla base di una spendibilità immediata (a me, per esempio, le formule chimiche non sono mai servite nella vita!). L’obiettivo finale era quello di costruirsi una base culturale (perché, diciamolo, la scuola non ha mai avuto la pretesa di offrire la Cultura a 360 gradi) da approfondire con gli studi successivi e nel corso di tutta la vita da adulti. Un modo, insomma, per non sentirsi ignoranti.

Torniamo, dunque, alla riflessione di Gramsci: Anche lo studio è un mestiere e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio anche nervoso-muscolare, oltre che intellettuale: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo e il dolore e la noia.
In queste osservazioni ci sono delle parole “magiche” che tutti i nostri studenti dovrebbero annotare nel quadernetto della memoria: mestiere, faticoso, sforzo, dolore, noia.

Non voglio commentare questo passaggio, le parole parlano da sole. Dirò solo che nei nostri studenti manca lo spirito di adattamento, vogliono (vorrebbero?) che tutto sia facile, che nulla richieda sacrificio e fatica, che ogni cosa sia facilmente raggiungibile (la sufficienza, ad esempio) senza trovare ostacoli (dolore) e possibilmente senza annoiarsi troppo.

Bene, pare che anche gli studenti dell’età di Gramsci soffrissero di questo disturbo. Il mondo va avanti ma certe cose non cambiano. Viene da pensare che anche la scuola sia rimasta indietro – didattica del latino e del greco a prescindere – ma non è così. Il problema vero non riguarda la didattica che per forza di cose si deve rinnovare e innovare (vedi l’utilizzo delle nuove tecnologie, per esempio), non riguarda nemmeno i “programmi vecchi” perché ci sono discipline e intellettuali del passato che hanno ancora molto da insegnare alle nuove generazioni. Il problema vero è lo scarso valore che viene dato alla Cultura in generale e la convinzione errata che tutto debba essere alla portata di tutti.

Ci troviamo davanti alla generazione del fast food e della smart life. Ma la scuola non sarà mai né fastsmart… almeno non troppo!

DAREDEVIL SELFIE IN GITA SCOLASTICA: IL DIRIGENTE ANNULLA I VIAGGI DI ISTRUZIONE


Un modo sciocco per sfidare la morte. Una moda insensata sempre più diffusa. Si chiama daredevil selfie e consiste nel farsi un autoscatto (esiste ancora, sapete, questo termine nel dizionario!) in situazioni pericolose. C’è chi lo fa sui binari con il treno in arrivo, chi si immortala al volante percorrendo l’autostrada a velocità folle, chi mentre prende al volo lo skilift e chi con un’arma puntata alla tempia, stile roulette russa, sfida la sorte. Solo qualche esempio, il tutto all’unico scopo di guadagnarsi qualche like sui social network. Perché, va da sé, questi selfie poi vanno rigorosamente condivisi. Prodezze da ammirare, insomma.

Ma se il daredevil selfie viene scoperto da un dirigente scolastico e riguarda il comportamento degli studenti in viaggio con la scuola, allora sono guai. Se il dirigente in questione si chiama Aldo Durì, i guai sono molto seri.

Il dirigente Durì è a capo dell’Isis di Cervignano del Friuli (Udine) e fa spesso parlare di sé sui quotidiani locali per la sua rigidità e rigore. In passato aveva imposto un dressing code (su cui concordo al 100%) che metteva al bando bermuda e canotte, sconsigliando l’uso degli infradito. Poco gradita a questo dirigente anche l’amicizia tra docenti e studenti su Facebook (e anche su questo concordo), se non vietata almeno sconsigliata. Più recentemente ha puntato il dito sull’uso sconsiderato di WhatsApp da parte delle famiglie: secondo Durì, i gruppi nati su WhatsApp permettono che «alcuni docenti siano accusati delle più diverse malefatte senza potersi difendere in un confronto franco e leale. In questo modo si crea un clima avvelenato, che non favorisce la convivenza all’interno delle classi e neppure i rapporti tra scuola e famiglia». Da qui l’appello a non veicolare in questo modo maldicenze varie in favore di un dialogo più costruttivo tra le componenti scolastiche.

Insomma, questo preside che forse non tutti vorrebbero avere ma che senza ombra di dubbio sta tentando di mettere un po’ d’ordine nel suo istituto, ultimamente ha dovuto fare i conti con un daredevil selfie scattato da uno studente in viaggio di istruzione all’estero. Il ragazzo si è immortalato mentre era seduto sul davanzale della finestra della camera d’albergo, situata al quarto piano, con le gambe a penzoloni. Non solo, pare che altri compagni si siano cimentati nella “prodezza” di scavalcare le finestre delle camere in cui erano alloggiati per raggiungere i compagni nelle stanze vicine. Questa prodezza, immancabilmente postata sui social, ha però ottenuto prodotto un effetto molto diverso dai like collezionati: Durì ha infatti vietato le “gite”, ammettendo solo uscite in giornata senza pernottamento. Questo perché, sottolinea il dirigente, «i professori accompagnatori si assumono una responsabilità da far tremare i polsi: in caso di incidente sono loro a dovere dimostrare di aver vigilato e di aver fatto tutto per impedire l’incidente e sono, ovviamente, responsabili dei minori loro affidati».

Ecco, per me Durì merita un monumento. E se i genitori protestano, possono anche mettersi in discussione, una volta tanto: potrebbero educare meglio i loro figli, renderli maggiormente responsabili, far capire loro che ci sono mode stupide, oltreché rischiose, da cui è meglio tenersi alla larga.

Il dirigente dell’Isis di Cervignano non ha mai nascosto di essere contrario ai viaggi di istruzione perché se è vero che «in tanti casi hanno un reale valore culturale e si inseriscono coerentemente nel percorso formativo, in altri casi di istruttivo hanno solo il pretesto e si riducono a viaggi turistici in comitiva con la scuola, che ormai svolge le funzioni di un’agenzia di viaggio.» Durì ha anche dichiarato di aver tentato di «porre un argine a questa deriva, riconducendo queste uscite a un contesto educativo rigoroso». Evidentemente aspettava l’occasione giusta per dire basta. Gli si è presentata su un piatto d’argento, come si suol dire, grazie al daredevil selfie e a qualche studente decisamente indisciplinato. Peccato che poi ne facciano le spese anche tanti allievi che hanno la testa ben piantata sul collo. Ma si sa, la scuola è una comunità e la responsabilità di uno o pochi ricade su tutti.

[fonte: Messaggero Veneto; immagine da questo sito]

DÀ VOTI TROPPO BASSI: PROF SOSPESO DAL DS RIABILITATO DAL GIUDICE

L’opinione pubblica è contro la scuola e i docenti per i troppi compiti e i voti troppo bassi? La sentenza di un giudice del lavoro, cancellando una sanzione disciplinare ingiusta comminata a un docente, apre uno spiraglio di speranza per la ritrovata dignità di una professione che da troppo tempo è sotto i riflettori e non certo per il riconoscimento dei giusti meriti. Anche se si tratta di un caso, forse isolato, quanti di noi sono finiti sotto accusa per i voti troppo bassi, da parte dei genitori ma anche di qualche zelante Dirigente Scolastico il cui interesse primario è quello di non perdere iscrizioni?

A Casarano, in provincia di Lecce, cinque anni fa un docente di matematica in servizio all’istituto tecnico commerciale era stato sospeso dal capo di istituto perché troppo severo. All’atto della sanzione disciplinare inflittagli si contestava al professore la valutazione troppo severa degli alunni che avrebbe comportato una situazione di panico nelle classi che sfociava nelle proteste degli studenti e le preoccupazioni delle famiglie nonché la mancata collaborazione del docente a un dialogo costruttivo con gli studenti. In altre parole: l’insegnante, nonostante il richiamo del DS che, come egli stesso precisa nella memoria difensiva presentata al tribunale, aveva agito al fine di sedare gli animi e far rientrare la situazione nella normalità, non aveva operato, sempre secondo il capo di istituto, per porre rimedio alla situazione delineata, continuando a valutare gli alunni con “eccessiva severità”.

Ma che cosa significa normalità? Ce lo spiega il docente stesso che desidera rimanere anonimo: «Volevano solo tutti, preside, professori e famiglie, che mi adeguassi al sistema» o, per meglio dire, «poche regole chiare e non scritte. Non si possono bocciare più di 6-7 ragazzi all’anno altrimenti non si formano le classi successive

C’era un tempo in cui il bravo professore era colui che dava voti bassi e bocciava. Al contrario, chi esagerava nelle valutazioni veniva considerato poco severo e poco degno della cattedra che occupava perché non insegnava ai discenti ad impegnarsi e sudarsi un 7 o un 8, poiché i 9 e i 10 erano solamente un miraggio.

Ora i tempi sono cambiati. A scuola si deve essere comprensivi, possibilmente dotati di buone conoscenze in ambito pedagogico e psicopedagogico per individuare con esattezza le cause di un basso profitto e trovare i rimedi. C’è chi lo fa – modestamente mi includo nella categoria anche se non lesino i 2 e i 3 ai miei studenti, salvo poi cercare di farli arrivare ad un profitto positivo – e chi invece preferisce “andare per la sua strada”, senza modificare il proprio modo di valutare e senza cercare strategie mirate al superamento del problema.

Io non conosco il docente in questione, tuttavia posso condividere almeno in parte le sue riflessioni. «Le scuole devono avere un nome solido per potersi permettere di bocciare», prosegue il professore, «altrimenti si fanno terra bruciata intorno. E la stessa cosa vale per i professori: quelli che mettono voti reali, come me, vengono guardati male e costretti a giustificare ogni virgola, per cui quasi tutti si adattano mettendo sufficienze anche a chi non se lo merita».

C’è da aggiungere che sotto accusa è anche la scarsa preparazione degli allievi piuttosto che l’eccessiva severità del docente: «Ma non si tratta di essere severo: io penso di essere assolutamente normale.», spiega a sua discolpa il professore, «Quando sono entrato per la prima volta nell’istituto di Casarano, quello dove è scoppiato il caso, ho sottoposto i ragazzi di prima superiore ad un test matematico che viene proposto dal Miur per bambini di IV e V elementare, volevo valutare le loro condizioni di partenza. E per evitare polemiche ho usato quesiti riconosciuti, non inventati da me. Ma i risultati sono stati imbarazzanti, i ragazzi non erano in grado di rispondere a domande semplicissime: così ho messo loro voti bassi, come meritavano».

Nonostante ciò, pare che l’inflessibilità del docente incriminato abbia avuto come effetto una battaglia di piccoli dispetti, rimostranze, boicottaggi, visite degli ispettori ministeriali, circolari ritoccate, che è finita in tribunale. In questa sede, però, il comportamento dell’insegnante è stato giudicato corretto e il giudice ha anche condannato la scuola a pagare le spese legali, con conseguente danno erariale per l’Amministrazione Pubblica. Una sentenza che dà soddisfazione al professore, che ormai da anni insegna in un’altra scuola, anche se giunge con ben cinque anni di ritardo. Ma sulla lentezza dei tribunali bisognerebbe aprire un capitolo a parte. Accontentiamoci di questo buon esempio che la Legge ci vuole offrire.

[fonte: Il Corriere; immagine da questo sito]

LA GENERAZIONE DEI NEET: TUTTA COLPA DELLA SCUOLA?

PREMESSA
Avevo inviato questo post oltre un mese fa alla redazione del Blog “Scuola di Vita” del Corriere.it con cui da più di due anni collaboro. Non avendo ricevuto risposta, ho deciso di pubblicarlo qui. In passato avevo trattato questo argomento in due post, uno sul blog principale e uno su queste pagine. Questo articolo è un sunto dei due precedenti con i doverosi aggiornamenti.
Buona lettura!

neetgen
In Italia si chiamano “né né”, proprio perché non hanno un impiego né seguono alcun percorso di studio. Oggi si predilige la denominazione «Neet» (acronimo inglese di «Not [engaged] in Education, Employment or Training»), importando come spesso capita un’etichetta anglosassone. Se nel 2009 i giovani “né né” nel nostro Paese erano 270 mila, esclusivamente nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 19 anni, nel 2013, sempre secondo l’ISTAT, la percentuale degli under 35 in questa condizione sfiorava i 4 milioni.

A distanza di tre anni, come ci informa Dario Di Vico sul Corriere, è apparentemente migliorata, ma la fascia d’età è ristretta agli under 29: ora i giovani Neet sono 2 milioni e 300mila, ma i dati sono riferiti alla fascia di età tra i 15 e i 29 anni. Secondo l’indagine “Ghost”, 1 milione di Neet è disoccupato, ovvero in attesa di un’occupazione a breve termine, mentre gli «inattivi totali» raggiungono quota 600 mila.

Ma cosa fa questo esercito di “inoccupati”? Alcuni svolgono attività di volontariato, altri si dedicano allo sport, altri ancora sono impegnati in lavoretti come ripetizioni, baby sitting o comunque lavori a intermittenza con i quali i giovani non riescono a raggiungere una professionalità da spendere in futuro.

Insomma, pare che non tutti facciano parte della generazione degli “sdraiati”, come li definisce Michele Serra nell’omonimo libro. Anzi, i più frustrati sono i laureati (1 su 10) che davvero non avrebbero voglia di stare con le mani in mano, dato che si sono impegnati e hanno speso del tempo frequentando l’università. In questa classifica sconfortante, se vogliamo dir così, seguono i diplomati (5 su 10) che, tuttavia, non ritengono utile continuare gli studi, e quelli che non sono nemmeno arrivati al diploma di scuola media superiore (4 su 10).

Poiché questo è un blog che tratta di scuola ed è rivolto anche alle famiglie, vorrei soffermarmi a riflettere proprio su questo 40% di giovani che sono in possesso del solo diploma di terza media.

Sarebbe semplice dire che questi giovani sono degli indolenti, che non sanno attribuire il giusto valore all’istruzione o, più in generale, alla cultura. Facile puntare il dito sulle famiglie che non sono in grado di trasmettere loro questo tipo di valore e che accettano, la maggior parte delle volte loro malgrado, una situazione degna di essere chiamata parassitismo. Sarebbe scontato e banale affermare che se non hanno voglia di studiare, non li si può costringere; quante volte di fronte ai figli che non s’impegnano a scuola, i genitori tuonano con la solita frase trita e ritrita “allora vai a lavorare”. Magari trovassero lavoro, questi “inetti”!

Quando si parla di insuccesso negli studi dobbiamo tenere presente l’influenza di vari fattori: l’ambiente scolastico che il ragazzo non trova confacente, la famiglia che non ha gli strumenti per aiutarlo, le amicizie che rappresentano sempre più l’unico modello da seguire, soprattutto perché più comodo, essendo libero da obblighi che condizionano il comportamento. Mi spiego meglio: frequentando gli amici, un giovane innanzitutto non è giudicato, non ha regole da rispettare se non quelle condivise all’interno del gruppo, quasi mai impegnative a livello culturale e formativo, poi è libero di esprimere il suo disagio senza incorrere in rimproveri che addossino la responsabilità a lui solo, infine non ha bisogno di comportarsi in modo non spontaneo con il timore di essere censurato.
Il ruolo della famiglia è fondamentale, è vero, ma non è l’unica forza in ambito educativo. Spesso il “gruppo” funge da punto di riferimento e, guarda caso, non sono mai i modelli positivi ad essere trainanti.

Al di là degli stimoli che possono arrivare dalla famiglia, e talvolta anche dalla scuola, non si può escludere che il ragazzo che si trova in difficoltà alla fine segua istintivamente quelli come lui, arrendendosi alla conclusione semplicistica, ma assai condivisa tra “simili”, «la scuola non fa per me».

Per superare l’impasse è indispensabile la collaborazione scuola-famiglia, ma come sappiamo il rapporto tra le due parti è spesso tutt’altro che idilliaco. Da una parte la famiglia addossa alla scuola la responsabilità dell’insuccesso negli studi del proprio figlio, dall’altra gli insegnanti sostengono che la famiglia non si occupi del figlio e che se il ragazzo è un testone, non si applica, non segue i consigli, non c’è nulla da fare: somaro è, somaro rimarrà.

Naturalmente non si può evitare di fare i conti con l’autostima del ragazzo.
Al di là di un atteggiamento strafottente (così efficacemente descritto da Michele Serra nel libro citato), tipico di chi sfida gli adulti facendo credere che «lui sa quello che fa e non ha bisogno che qualcun altro glielo dica», spesso dietro questa ostentata sicurezza si cela una scarsissima autostima. Ovvero, facendo credere che l’insuccesso scolastico nemmeno lo sfiori, lo studente nasconde la mancanza di fiducia che ha dentro di sé.
Compito della scuola sarebbe comprendere questo tipo di situazione e trovare, assieme alla famiglia, un modo per guidare il ragazzo in un percorso di crescita che lo porti a superare la sfiducia in sé. Certo, per un adolescente è più facile gettare la spugna, rinunciare a modificare una situazione è più comodo; tuttavia, se gli adulti lo aiutassero a comprendere la causa del suo insuccesso e lo guidassero ad un miglioramento personale, quindi non solo relativo allo studio ma soprattutto relativo al suo rapporto con se stesso, ci potrebbe essere una speranza.

Non dimentichiamo, però, che molti ragazzi così fragili rifiutano di farsi consigliare dagli adulti, siano essi genitori o insegnanti.

La convinzione che il mondo del lavoro possa essere affrontato con minore impegno –solo perché non ci sono interrogazioni e compiti in classe-, per giunta con un tornaconto economico, è la molla che porta, poi, a lasciare la scuola per cercare un impiego. Ma anche quando trovano un posto, ben presto questi ragazzi comprendono che in qualsiasi mestiere sono richieste delle competenze che, se non ci sono, bisogna apprendere. L’impegno e la volontà sono imprescindibili così come il rispetto delle regole, pur diverse da quelle imposte dall’istituzione scolastica, è assolutamente dovuto. In breve, di fronte a questi ulteriori ostacoli, i ragazzi che appartengono alla “generazione dei né né” pensano di poter mollare il lavoro come hanno fatto con la scuola e di cercare altro. Peccato, però, che non ci sia questa grande offerta ed ecco che ragazzi come questi hanno un’unica possibilità: ingrossare le fila della già ben nutrita schiera dei loro simili.

Secondo Eurydice, in Italia dal 2009 al 2014 la percentuale dei cosiddetti early leavers è scesa dal 19% al 15%. Forse si potrebbero accorciare le distanze tra il nostro e gli altri Paesi europei se ci fosse una maggiore collaborazione tra scuola e famiglia, una sinergia in grado di rimuovere gli ostacoli e ridare fiducia ai giovanissimi, evitando un precoce abbandono scolastico.

[immagine da questo sito]

MORIRE D’ESAME: IL CRUDELE DESTINO DI ANTONIO SUMMO

antonio_summo

«Per un esame non è mai morto nessuno!»
Quante volte abbiamo sentito o pronunciato questa battuta, diciamo così, con l’intento di sdrammatizzare? Moltissime.
Sono cose che si dicono. Mai vorremmo che fossero prese alla lettera o fungessero da infauste previsioni.

Tutti abbiamo sotto gli occhi l’orrore trasmesso dalle immagini del recente disastro ferroviario accaduto in Puglia. Per ora – e speriamo che il bilancio non si aggravi – le vittime sono 27. Poche quelle riconoscite ufficialmente. Tra queste c’è un ragazzo, 15 anni appena: Antonio Summo. Antonino per tutti.

Al mattino di quel 12 luglio funesto si era recato ad Andria per sostenere due “esami di riparazione”. In realtà si tratta delle verifiche per accertare il superamento dei Debiti Formativi. Nella maggior parte delle scuole queste verifiche si tengono a fine agosto o inizi settembre. Non sono rari, tuttavia, i casi in cui gli “esami” vengano anticipati a luglio, con lo scopo di far passare il resto dell’estate in tranquillità – a fronte di un esito positivo, naturalmente – i ragazzi con giudizio sospeso.

Il padre non voleva che sostenesse gli esami, forse avrebbe preferito che ripetesse l’anno. Non lo so. Antonino, invece, era risoluto: «Non ti preoccupare papà. Io vado».

E di cosa mai avrebbe dovuto preoccuparsi questo padre? Che cosa poteva rischiare il figlio? Al massimo una bocciatura. Il minore dei mali. Ma valeva la pena tentare, secondo Antonino.

La mattina il ragazzo aveva sostenuto l’esame in una delle materie in cui aveva il debito. La seconda “fatica” era stata fissata nel pomeriggio.

Il professore lo aveva invitato a tornare a casa a riposarsi e ripresentarsi a scuola più tardi.

Che sarà mai? Pochi km in treno, per percorrere la breve distanza tra Andria e Ruvo, e la libertà di passare qualche ora senza lo stress per l’esame imminente.

Antonio Summo a casa sua, a Ruvo di Puglia, non è mai tornato.

Ora non vorrei essere nei panni di quel papà che aveva cercato di convincerlo a non sostenere quegli esami.

Ora non riesco nemmeno a immaginare i sensi di colpa di quel professore che, convinto di fare solo il bene del ragazzo, aveva invitato Antonino a ritornare a casa.

Ma ora non c’è tempo per i sensi di colpa, per i rimorsi e per le maledizioni rivolte a un destino crudele.

Ora è tempo di lacrime e preghiere. Per il giovanissimo Antonino e per tutte le altre vittime di questa immane tragedia.

[la notizia è tratta da Corriere.it; in presenza di poche notizie ho provato a immaginare tante cose e mi scuso fin d’ora se quanto detto non dovesse corrispondere in modo preciso alla realtà; immagine da questo sito]

SCIENTIFICO: SENZA LATINO E’ MEGLIO?

latinoL’ultimo post pubblicato sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita” riguarda un argomento di grande attualità: il boom di iscrizioni, per il prossimo anno scolastico, al liceo scientifico, con una sensibile preferenza per l’opzione delle “scienze applicate”, ovvero il liceo scientifico senza il latino. Naturalmente il mio intervento è a favore del latino e mi aspettavo una caterva di commenti contro lo studio di questa lingua, ormai considerata dai più “fuori moda” e di scarsa utilità. E invece… leggete i commenti sul sito del Corriere.it, rimarrete forse stupiti quanto me.
Come sempre riporto in parte l’articolo e vi invito a leggerlo interamente sul sito del Corriere.it.

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Le iscrizioni alla scuola superiore si sono concluse da pochi giorni. Come osserva il Corriere, nell’articolo firmato da Claudia Voltattorni, c’è stato anche quest’anno il boom di iscrizioni ai licei, con un’impennata decisa per il liceo scientifico, in particolare l’opzione “scienze applicate”: l’ha scelto il 7,6% degli studenti contro il 6,9% dello scorso anno. Cerchiamo di capire il motivo di questo successo.

Potrei dire che nei quattordicenni di oggi c’è una spiccata curiosità nei confronti della scienza, in tutte le sue declinazioni. Se “applicata” è meglio. Ma mentirei.

Il fatto è che lo spettro del Latino angustia la maggior parte degli studenti che si iscrive al liceo scientifico. Due sono gli atteggiamenti che posso osservare, dal momento che insegno Lettere allo scientifico, escludendo le persone molto motivate che non mancano: o lo subiscono e cercano di fare del proprio meglio, oppure non lo digeriscono per niente e lo studiano poco e male, con scarso impegno, confidando nel fatto che, se nelle materie scientifiche se la cavano, per il solo Latino non si viene bocciati. Tutt’al più si rimedia un debito che, se è l’unico, non basta per ripetere l’anno.

Da settembre anche nel mio liceo ci sarà l’opzione delle “scienze applicate”. Le iscrizioni sono andate ben oltre le più rosee aspettative e noi prof di Lettere sappiamo bene che questo fatto ci si ritorce contro: per le “scienze applicate”, infatti, basta l’abilitazione per insegnare negli istituti tecnici e professionali e, nella migliore delle ipotesi, in futuro non perderemo il posto ma potremo insegnare solo Italiano e Storia. Un’abilitazione che molti di noi già possedevano prima di fare l’ennesimo concorso per poter insegnare al liceo. Ad ogni modo, se non altro per spirito corporativo, siamo felici di aver ottenuto il nulla osta dal ministero che ci ha dato fiducia e, anche considerando il RAV (Rapporto di Autovalutazione), sa che il nostro liceo è una scuola seria e affidabile.

Non voglio che si pensi che io sia angustiata dal fatto che negli anni a venire potrei anche non insegnare più il Latino. Io sono preoccupata per gli studenti che forse credono, erroneamente, che il liceo delle “scienze applicate” sia più facile dello scientifico tradizionale proprio per l’assenza del latino nel piano di studi. Insomma, mi spiacerebbe che considerino l’antico idioma una sorta di bestia nera da evitare come la peste, per affrontare i cinque anni in santa pace. Così non sarà.

Per capire come stanno veramente le cose, bisogna fare un passo indietro. Nel riordino dei licei, voluto dall’ex ministro Mariastella Gelmini, l’opzione delle “scienze applicate” doveva teoricamente essere l’erede della vecchia sperimentazione del “liceo tecnologico” che allora era affidato, in termini di piano di studi e logistici, agli istituti tecnici. In realtà, la nuova opzione è soltanto più scientifica (se guardiamo i quadri orari ci sono più ore di matematica, informatica e scienze, anche se numericamente in totale sono le stesse rispetto al corso tradizionale) ma di tecnologico ha ben poco. Manca, infatti, quella didattica laboratoriale, vanto del vecchio tecnologico, e che veramente ci avvicinava agli standard europei.

Insomma, molte ore da passare a scuola, in aula, e a casa sui libri di testo e sui quaderni a svolgere esercizi su esercizi. Poco o nulla di pratico, come suggerirebbe l’aggettivo “applicato” riferito alle scienze.

La mia è una formazione classica quindi è ovvio che non farei mai cambio tra le tre ore settimanali di latino e le ore in più di matematica e scienze (in tutto, se consideriamo l’intero ambito scientifico, 12 ore).
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COSTA TANTO DIRE “BUONGIORNO”?

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Lo scorso ottobre un Dirigente Scolastico di Empoli aveva divulgato una circolare in cui invitava gli studenti a salutarsi e salutare i docenti e il personale della scuola.

Ne parlai in classe e quasi la totalità degli allievi fu concorde nel constatare che non dovrebbe servire una circolare per far sì che gli studenti dicano “buongiorno”. In fondo si tratta solo di buona educazione e quella, fino a prova contraria, si dovrebbe impartire in famiglia.

Certo, anche la scuola deve fare la sua parte. Noi docenti non dobbiamo limitarci a trasmettere nozioni, dobbiamo anche “formare l’individuo”. Il massimo sarebbe collaborare con la famiglia a questo scopo. Peccato che il buongiorno non si veda solo dal mattino ma anche dai genitori. E chi vuol capire, capisce.

Sono una madre e so quanta fatica si faccia per crescere i figli, impartendo le regole della buona educazione, insegnando loro come comportarsi in ogni situazione, presentandosi innanzitutto come modello. Purtroppo so anche che spesso i figli, quando si trovano in altri contesti rispetto a quello familiare, possono dimenticare facilmente la buona educazione…

Insomma, non metto alla gogna le famiglie, non sempre. Tuttavia, i docenti hanno l’obbligo di redarguire gli studenti quando non si comportano bene e devono mettere in evidenza atteggiamenti poco concilianti con la buona educazione, se necessario.

Dire “buongiorno” quando si entra a scuola – e non solo in classe – mi sembra il minimo. All’ingresso si trova sempre il personale non docente (almeno spero) e salutare significa anche rispettare il loro ruolo. Nella scuola, poi, ci sono tanti docenti e, se non sono i “propri”, si fa finta di niente. Insomma, passiamo inosservati e talvolta, specie durante l’intervallo, siamo travolti dal fiume in piena che va a far man bassa al distributore di merendine, senza sentire una parola di scuse.

Ancor più trasparenti diventiamo quando ci è assegnata una supplenza in una classe non nostra. Ultimamente mi è capitato di entrare e trovare la cattedra “occupata” da uno studente lungo disteso sopra. Gli ho chiesto se considerasse quella una cosa normale. Ne ho ricavato spallucce.

Personalmente pretendo di essere accolta in classe dai ragazzi in piedi. E’ il loro modo di dire “buongiorno” senza fare un coro. Non trovano ciò disdicevole, non ne viene meno la loro dignità. Insomma, non entra il sovrano che chiede ai sudditi la proscinesi. Chiedo solo un minimo di educazione.

Peccato che io non possa “far lezione” a qualche mio collega uomo che, nemmeno se mi sbatte in faccia, mi saluta. E io non sarò mai la prima. Mi hanno insegnato che una signora deve essere salutata per prima da un uomo.

Non vorrei adesso dare l’impressione ai lettori che io viva la mia mattinata scolastica in una specie di giungla, attorniata da trogloditi. Moltissimi ragazzi sono bene educati e mi salutano quando mi incrociano, a prescindere che io sia una loro insegnante. Compensano i molti che, “congedati” al biennio, frequentano ancora il triennio ma non mi salutano perché non hanno più da temere un’insufficienza in Latino. Come se i voti li dessi sulla base della buona o cattiva educazione dimostrata.

Poi c’è C. E’ arrivato quattro anni fa sulla sedia a rotelle. La sua classe, proprio per la sua disabilità, ha un posto fisso, al piano terra. Mese dopo mese, anno dopo anno, C. è passato dalle quattro ruote alle due stampelle, poi una… ora cammina autonomamente, anche se in modo non troppo spedito.

C. mi saluta sempre quando mi incrocia. Saluta tutti, a dire il vero. Questo forse può sembrare più strano del suo essere un po’ diverso.
Il suo saluto e il suo sorriso per me sono il più bel “buongiorno”, prima di iniziare la mattinata scolastica.

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TEMPO DI ISCRIZIONI: QUALE SCUOLA SCEGLIERE DOPO LE MEDIE?

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C’è tempo fino al 22 febbraio per scegliere in quale scuola continuare gli studi dopo le medie. Una scelta decisamente difficile che si è costretti a fare ad un’età che è caratterizzata da incertezza e indecisione. Ma decidere con cognizione di causa quale scuola frequentare per i prossimi cinque anni è di fondamentale importanza per il successo formativo.

Innanzitutto, insegnando in un liceo dalla classe prima alla quinta, posso dire che la preparazione dei quattordicenni di oggi è di gran lunga inferiore a quella dei coetanei di dieci anni fa, o anche meno. Tuttavia, se guardiamo la documentazione che arriva dalle scuole medie frequentate, tutte le lacune che man mano emergono fin dai primi giorni di scuola, sembrerebbero ingiustificate. Mi spiego meglio.

La preparazione nell’ambito della lingua italiana, ad esempio, lascia molto a desiderare. Ci sono ragazzi che si trovano in difficoltà anche solo quando devono distinguere le varie parti del discorso. Il verbo, poi, che è la la struttura portante di ogni frase, è il più maltrattato. Sembra difficile distinguere tra verbi transitivi e intransitivi, tra forma attiva e passiva, per non parlare della coniugazione di alcuni modi e tempi. Potrei scrivere un intero libro dal titolo “Il passato remoto, questo sconosciuto”. E stendiamo un velo sul corretto utilizzo del congiuntivo.

Parlare, poi, di analisi logica (della frase e del periodo) sembra paragonabile alla trattazione della fisica quantistica, che tutti sanno che esiste e pochi ne conoscono i contenuti. E’ solo un esempio, naturalmente. Ma se siamo autorizzati ad ignorare la fisica quantistica, in veste di parlanti la nostra lingua madre non possiamo ignorare l’analisi logica. Il fatto che si chiami “logica” dovrebbe suggerire che per operarla è necessario usare la testa, cosa che i quattordicenni d’oggi sanno fare benissimo in molte attività quotidiane ma che nell’affrontare le discipline scolastiche pensano non sia di primaria importanza.

E’ necessario stendere un altro velo sull’ortografia e il fatto che in qualche facoltà universitaria siano stati istituiti, per le matricole, dei corsi di italiano, più per provocazione che per reale necessità a mio parere, dovrebbe già dire tutto.
Ho parlato dell’italiano perché è trasversale, ma potrei estendere il discorso a molte discipline scolastiche che, a parere di molti, vengono affrontate in modo lacunoso e superficiale.

Naturalmente ci sono delle eccezioni: ragazzi e ragazze ben preparati che hanno delle ottime chance di frequentare un liceo con risultati brillanti e grandi soddisfazioni. Tuttavia, noto l’insana abitudine degli insegnanti della scuola media di elargire voti alti e altissimi a chi non ha una preparazione adeguata. Il problema fondamentale è che molti di questi ragazzi – e le loro famiglie – hanno delle aspettative che irrimediabilmente vengono deluse fin dai primi mesi di scuola superiore.

La scuola media è stata riformata nel 1979 e concepita come preparatoria al mondo del lavoro. Il Decreto 22 agosto 2007, n. 139 ha istituito il biennio obbligatorio della scuola superiore (va da sé che l’obbligo scolastico si espleta al compimento dei 16 anni, anche senza frequentare l’intero biennio), senza tuttavia riformare la scuola media che avrebbe dovuto essere adattata al prolungamento della frequenza obbligatoria la quale escludeva di fatto l’ingresso nel mondo del lavoro a 14 anni.

Il punto cruciale è questo: è doveroso venire incontro alle difficoltà degli alunni, anche evitando le bocciature che, trattandosi di scuola dell’obbligo, dovrebbero rappresentare delle eccezioni e non la regola. Tuttavia, non è corretto “aiutare” gli altri alzando i voti solo perché, nei confronti dei compagni più deboli, dimostrano di essere più svegli e capaci, pur impegnandosi al minimo.

Assistiamo, quindi, a quelle “elargizioni” che procurano in realtà molti danni. Se un allievo, arrivato in prima superiore, si rende conto che i risultati delle medie erano “falsati”, due possono essere le reazioni: impegnarsi di più per dimostrare ai nuovi docenti di potercela fare, oppure cadere nella demotivazione più profonda che non lascia molte speranze per il prosieguo degli studi. E si rischia di entrare in un circolo vizioso che ha come unico sbocco l’abbandono degli studi.

Quale scuola scegliere dopo le medie? Non sono una docente che dà per spacciato un allievo dopo tre settimane di scuola, ma vorrei essere onesta e dettare delle semplici regole che sarebbe utile seguire nella scelta della scuola superiore.

1. Fare i conti con la propria preparazione, al di là dei voti, e con l’impegno che si è disposti a spendere.
2. Seguire i consigli di orientamento degli insegnanti della scuola media. Quasi mai sono campati in aria.
3. Non coltivare particolari ambizioni da parte dei genitori. Non tutti i figli sono adatti al liceo (le statistiche dicono che la metà degli studenti lo preferiscono) e non bisogna commettere l’errore di sceglierlo solo perché i figli non hanno particolari attitudini che invece vengono richieste dall’istruzione professionale o tecnica. L’attitudine fondamentale richiesta da un liceo è quella di sapersi impegnare nello studio, cosa che non è così scontata per chi ha frequentato la scuola media con un profitto appena sufficiente.
4. Qualsiasi scuola è dignitosa purché ci si impegni seriamente per imparare.
5. Se è vero che l’ “obbligo scolastico” prosegue nel biennio superiore, ciò non si deve intendere come “obbligo” da parte dei docenti di promuovere tutti, qualunque sia la loro preparazione. Se si vuole continuare a studiare nel triennio successivo una adeguata preparazione è necessaria.

Questo è in sintesi il mio parere. La risposta sbagliata alla domanda posta nel titolo di questo post è una sola: “Una qualsiasi, basta andare avanti”. E’ il preludio ad una via crucis che vi porterà, con la consapevolezza che la scelta non può essere affidata al caso, da una scuola all’altra, con buone probabilità di non concluderne nessuna.

Come diceva Seneca a Lucilio, criticando chi non stava mai fermo a lungo in alcun luogo: “Non è il cielo che devi cambiare ma il tuo animo”.

TUO FIGLIO E’ STATO BOCCIATO? NIENTE DRAMMI

scrutiniAttuale, ahimè, il tema che ho scelto per l’ultimo post pubblicato sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita”. Cosa fare – e non fare – quando un figlio viene bocciato? Prima regola: niente drammi.
Come sempre riporto in parte l’articolo e vi invito a leggerlo interamente sul sito del Corriere.it.

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Nel percorso scolastico di molti ragazzi si è costretti a superare lo scoglio di una bocciatura. Senso di impotenza, fallimento, ingiustizia, frustrazione, vergogna sono alcuni dei sentimenti che spesso nascono da una situazione che di per sé non è tragica e deve, invece, portare ragazzi e famiglie ad una riflessione: che cosa non ha funzionato?

La risposta più gettonata è: si è trattato di un’ingiustizia. L’atteggiamento vittimistico, che molte volte caratterizza maggiormente i genitori che non gli studenti stessi, è certamente il più conveniente. Addossare agli altri delle responsabilità significa, in fondo, assolversi da qualsiasi colpa. Ma è davvero il modo migliore per affrontare un piccolo incidente di percorso?

Una volta, per segnalare la necessità di ripetere l’anno si usava il verbo “bocciare”. Si tratta di un verbo preso in prestito dal gioco delle bocce nel quale ogni giocatore si prefigge di raggiungere un solo scopo, per accaparrarsi il punto: urtare una boccia con la propria allontanandola dal boccino. Ecco che la parola diventa sinonimo di “respingere”, tant’è che il “bocciato” veniva generalmente definito “respinto”, allontanato dall’obiettivo principale di ogni studente: quello di superare l’anno scolastico.

Oggi, nel linguaggio scolastico comune, si utilizza la formula “non ammesso alla classe successiva”. Una perifrasi elegante – lo sarà, poi? – per evitare un termine tanto orribile come “bocciato”. Ma in fondo non cambia la sostanza: se nel percorso di studi ci si allontana dal’obiettivo, inevitabilmente non si può proseguire la “partita”.

Considerando che le bocciature nella scuola primaria e secondaria di primo grado sono davvero rare e devono essere concordate con le famiglie, focalizziamo la nostra attenzione sulla scuola superiore. Da qualche anno anche il biennio degli istituti secondari di secondo grado rientra nella scuola dell’obbligo. A questo punto qualcuno si chiederà: se negli otto anni precedenti le bocciature sono rare, trattandosi di scuola dell’obbligo, perché nei primi due anni delle superiori i docenti tendono a bocciare con estrema facilità? Il punto è che le parole hanno un peso e solo una corretta connotazione ne completa il significato: scuola dell’obbligo, infatti, non significa “obbligo” da parte degli insegnanti di promuovere tutti. A maggior ragione se si tratta di ragazzi non più fanciulli, che dovrebbero essere in grado di scegliere una scuola che risponda alle proprie inclinazioni e che sia alla loro portata, considerati gli esiti del percorso scolastico precedente.

Le scuole superiori non sono tutte uguali. E’ vero che l’obbligatorietà del biennio stona con la variegata offerta formativa delle scuole di diverso tipo: si parte dal basso, dagli istituti professionali, passando per i tecnici e arrivando in alto, ai licei. Un biennio obbligatorio, a mio parere, dovrebbe essere unico. Con la possibilità di scegliere come materie elettive alcune discipline che meglio si conciliano con il percorso successivo. Ma questo è un altro discorso.

L’abbandono scolastico, specialmente in seguito ad una o più bocciature, è un “male” tutto italiano e interessa perlopiù proprio i primi anni della scuola superiore. Se nella maggior parte dei casi la colpa del fallimento viene attribuita all’istituzione scolastica, è anche vero che spesso, terminata la scuola media, gli alunni non sono in grado di fare la scelta giusta oppure sono talmente condizionati dalle famiglie che nutrono particolari ambizioni sui figli, senza tener conto delle reali competenze acquisite, da orientarsi verso i licei – le statistiche rilevano che uno studente su due sceglie proprio questo tipo di scuola superiore -, senza tenere nel debito conto l’impegno che un corso di studi liceale comporta e i prerequisiti che richiede per garantire il successo formativo.

Secondo la mia esperienza di docente al liceo, posso assicurare che la maggior parte delle volte la “bocciatura” è determinata da un mix micidiale: scelta errata – molte volte forzata- della scuola, elevate aspettative delle famiglie e ansia da prestazione provata dagli studenti che si sentono oppressi tra docenti che chiedono molto impegno e genitori che si aspettano troppo.

Di fronte alla “non ammissione alla classe successiva” bisognerebbe fare una riflessione seria, senza addossare ad altri la colpa del fallimento – i docenti perfidi o i genitori troppo autoritari che impongono le scelte – anzi, cercando di capire ciò che non ha funzionato e chiedersi se ci sia un’altra strada percorribile. A volte, una scuola meno impegnativa del liceo, per fare un esempio vicino alla mia esperienza, risulta molto più gratificante ed apre la strada al successo scolastico che si credeva irraggiungibile.

E a mamma e papà cosa conviene fare? Per prima cosa, niente drammi. Parlare serenamente con il proprio figlio (o figlia, anche se è vero che le ragazze sono più in gamba dei maschietti!) sul suo futuro, cercare, se è il caso, una strada alternativa oppure ragionare sugli errori commessi in modo da non incorrervi in futuro. Evitare, nel modo più assoluto, di cercare lo scontro con i docenti ritenuti responsabili della bocciatura.

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UN CALCIO AL RAZZISMO, A SCUOLA E IN CAMPO

sport-per-tuttiL’ultimo post pubblicato sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita” tratta un argomento molto interessante: l’educazione interculturale attraverso il calcio. Si tratta di un progetto portato avanti dalla Uisp (Unione Italiana Sport Per Tutti), in collaborazione con la Lega calcio di serie A. “Il calciastorie – storie di integrazione dal profondo del calcio” ha preso il via a settembre 2014, affrontando, in diverse scuole superiori italiane, il problema del razzismo attraverso racconti di integrazione che hanno come protagonisti proprio i calciatori.
Riporto in parte l’articolo e vi invito, come sempre, a leggerlo interamente sul sito del Corriere.it.

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“La grande popolarità del calcio nel mondo è dovuta al fatto che in ogni piazza, in ogni angolo del mondo c’è un bambino che gioca e si diverte con un pallone tra i piedi.” Questo è il pensiero di Zdenek Zeman, allenatore di calcio ceco naturalizzato italiano, attualmente alla guida tecnica del Cagliari.

Quanti bambini crescono con il sogno di diventare calciatori famosi? E quanti adolescenti coltivano quel sogno, anche se la maggior parte delle volte lo sentono volare via, come un calcio troppo alto che manda il pallone oltre la traversa?

Il calcio è senza dubbio lo sport più amato, fin dalla più tenera età. Ma può questo sport avvicinare degli adolescenti alle problematiche del razzismo? Sì, a patto che lo si consideri uno strumento di integrazione per chi, pur sentendosi “diverso” per lingua, cultura, colore della pelle e religione, trovi nell’unità e complementarità che il gioco di squadra più famoso al mondo richiede, l’occasione di sentirsi “uguale” agli altri.

La UISP (Unione Italiana Sport Per Tutti), in collaborazione con la Lega calcio di serie A, ha lanciato un interessante progetto che ha preso il via a settembre 2014, affrontando, in diverse scuole superiori italiane, il problema del razzismo attraverso racconti di integrazione che hanno come protagonisti proprio i calciatori. “Il calciastorie – storie di integrazione dal profondo del calcio” ha anche diversi partner: il ministero del Lavoro, l’Associazione Italiana Calciatori (Aic), Panini, Sky (Sport) e Telecom.

Vincenzo Manco, presidente nazionale Uisp, ha presentato il progetto con queste parole: «Il calcio attraversa la storia sociale e politica delle piccole e grandi comunità, racconta percorsi di emancipazione e trasmette esempi positivi perché incarna lo spirito popolare del nostro Paese. Luoghi, persone e culture si fondono, interagiscono, creano aggregazione, civiltà. […] Il calcio intreccia meridiani e paralleli, genti, generazioni, generi, etnie, civiltà, antiche e contemporanee e deve diventare una sorta di macramè liberatorio dei nostri pregiudizi e dei nostri tabù».

Proprio questo è l’obiettivo del progetto: diffondere tra i giovani la cultura della tolleranza parlando di calcio, lo sport più amato nel nostro Paese. Uno sport che unisce chi condivide la stessa passione ma a volte divide, se pensiamo agli episodi di razzismo cui spesso si assiste negli stadi. Ed è pensando a questo che l’iniziativa acquista un valore aggiunto: il progetto è stato finanziato grazie ai fondi, messi a disposizione dalla Lega, derivanti dalle multe irrogate dal giudice sportivo per sanzionare comportamenti razzisti e violenti negli stadi.

L’idea è nata dalla storia di Arpad Weisz, raccontata da Matteo Marani, direttore del “Guerin Sportivo”, nel libro “Dallo Scudetto ad Auschwitz”. Weisz, ebreo di origine ungherese, era un allenatore del Bologna e dell’Inter negli anni Trenta. Dopo aver portato alla vittoria il Bologna in due campionati tra il 1935 e il 1937, in seguito alla promulgazione delle leggi razziali, fu costretto a fuggire prima a Parigi e poi nei Paesi Bassi. Da lì, dopo l’occupazione nazista, fu deportato assieme alla famiglia nel campo di sterminio di Auschwitz, dove morì nel 1944.

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