UGO FOSCOLO: STORIA DI UN ESULE VENEZIANO CON LA GRECIA NEL CUORE

foscolo

  1. UGO E ZACINTO

Niccolò Ugo (questo secondo nome fu poi preferito dal poeta) Foscolo nasce a Zante, una delle isole dello Ionio allora sotto il dominio della Repubblica di Venezia, il 6 febbraio 1778.

Il padre Andrea proveniva da un’antica famiglia veneziana, forse di nobili origini seppure decaduta, che si era trasferita già da diverse generazioni nelle colonie venete tra la Dalmazia e la Grecia.  A Zante, celebrata da Foscolo nel sonetto A Zacinto, Andrea svolgeva, all’epoca della nascita del figlio, l’incarico di medico di bordo della marina veneziana. La madre, Diamantina Spathis, vedova di un precedente matrimonio, era greca e la sua famiglia abitava diverse isole ionie. Dopo il primogenito nacquero altri tre figli: Rubina nel 1779, Gian Dionisio (Giovanni, ricordato da Ugo in un altro celebre sonetto) nel 1781 e Costantino Angelo (Giulio) nel 1787, entrambi morti suicidi.

La lingua madre per il piccolo Ugo è il greco moderno che gli viene insegnato da Diamantina, mentre apprende  il veneziano, seppure nella versione contaminata delle colonie, dal padre. Imparerà correttamente l’italiano solo dopo il suo arrivo a Venezia, dove nel 1793 raggiungerà  la madre che, dopo la morte del padre avvenuta nel 1788, l’aveva lasciato con i nonni sull’isola greca.

1.1 ZANTE E LA SERENISSIMA

Ai tempi in cui nacque Foscolo, come si è detto, Zante si trovava sotto la dominazione della Repubblica di Venezia. Con il declino dell’impero bizantino, già nel 1185 l’isola fu governata dalle più importanti famiglie veneziane.  Nel 1194 Matteo Orsini stabilì un governo locale nell’isola: la Contea palatina di Cefalonia, Itaca e Zante.

Venezia dominò le isole ioniche per ben sei secoli, con un’interruzione dovuta ad una breve conquista turca dal 1479 al 1485. Il massimo splendore si ebbe nel XVII secolo quando Zante, in seguito all’evacuazione dei veneziani da Creta, crebbe demograficamente e proprio grazie ai nuovi arrivati godette di un periodo di prosperità economica.

L’isola rimase sotto il dominio della Repubblica di Venezia fino al 1797, quando fu ceduta agli Austriaci con il Trattato di Campoformio.

  1. ZANTE, LA PATRIA IDEALE

Il rapporto che Foscolo strinse con l’isola natale, in cui passò, dopo un breve soggiorno in Dalmazia, gli anni importanti della formazione, rimase immutato con il passare del tempo.

In una lettera scritta nel 1808 al cugino Jakob Salomon Bartholdy, si legge:

Quantunque italiano d’educazione e d’origine, e deliberato di lasciare in qualunque evento le mie ceneri sotto le rovine d’Italia anziché all’ombra delle palme d’ogni altra terra più gloriosa e più lieta, io, finché sarò memore di me stesso, non oblierò mai che nacqui da madre greca, che fui allattato da greca nutrice e che vidi il primo raggio di sole nella chiara e selvosa Zacinto, risuonante ancora de’ versi con che Omero e Teocrito la celebravano. (Ugo Foscolo, Epistolario, lettera del 29 settembre 1808)

Zante rappresentò sempre per Foscolo la Patria ideale, il luogo dei ricordi infantili e degli affetti familiari. Divenendo adulto la sua origine assumerà un significato emblematico per il poeta, convinto di essere un predestinato e di aver stretto con gli antichi un legame privilegiato. Nello stesso tempo l’isola rappresenta per lui la terra da cui, nella condizione di esiliato, si è allontanato con la consapevolezza di non potervi mai fare ritorno. Un sentimento di perdita che lo accompagnerà per tutta la vita.

Foscolo, infatti, dopo aver accolto Napoleone come liberatore della Patria, in seguito alla firma del Trattato di Campoformido, nel 1797,  parte per un esilio volontario che lo spingerà oltremanica, a Londra, dove morirà in povertà nel 1827, assistito dalla figlia Floriana.

Questo forte legame, sia con la madre terra sia con il mondo antico, i suoi eroi e i suoi miti, emerge in particolare nei versi di uno dei sonetti più famosi del poeta: A Zacinto.

Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di colui che l’acque

cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.

Sin dal primo verso si nota la sacralità della terra natia che non si esaurisce nello stretto e imperituro rapporto fra la madrepatria e l’esule. Le sacre sponde di Zacinto sono rese tali dalla nascita della dea Venere che  fea quelle isole feconde / col suo primo sorriso.

2.1 IL MITO DI VENERE E QUELLO DI ARTEMIDE

Ci sono delle affinità tra la descrizione della nascita di Venere fatta da Foscolo in A Zacinto e il famoso dipinto rinascimentale (1482-1482) opera di Sandro Botticelli. Il poeta avrà di certo tenuto presenti fonti classiche greche come Esiodo e Omero, nonché latine come Ovidio e Lucrezio. Lo stesso pittore pare essersi ispirato al mito della nascita di Afrodite (da ἀφρός [aphrós]  che significa “spuma”) tramandato da Esiodo (VIII-VII secolo a.C.) nella Teogonia, secondo il quale la nascita della dea della bellezza e della fecondità sarebbe stata provocata dalla spuma marina, frutto del seme del membro di Urano evirato da Kronos, mischiato con l’acqua del mare:

E come ebbe tagliati i genitali con l’adamante
lì getto dalla terra nel mare molto agitato,
e furono portati al largo, per molto tempo; attorno bianca
la spuma dall’immortale membro sortì, e in essa una fanciulla
nacque, e dapprima a Citera divina
giunse, e di lì poi giunse a Cipro molto lambita dai flutti;
lì approdò, la dea veneranda e bella, e attorno l’erba
sotto i piedi nasceva; lei Afrodite,
cioè dea Afrogenea e Citerea dalla bella corona,
chiamano dèi e uomini, perché nella spuma
nacque; e anche Citerea, perché prese terra a Citera;
Ciprogenea che nacque in Cipro, molto battuta dai flutti;
oppure Philommedea perché nacque dai genitali. 
(Esiodo, Teogonia, vv. 188-200)

botticelli_venus

Il mito originario ricorda la nascita della dea sull’isola di Cipro (da cui l’epiteto Ciprogenea), lo stesso seguito da Botticelli  nel suo dipinto che, al di là del titolo, fa riferimento più all’approdo di Afrodite sull’isola piuttosto che alla sua nascita.

Foscolo, nel sonetto A Zacinto, rielabora questo mito non solo per esaltare l’origine divina della sua isola natale ma anche, e soprattutto, per mettere in risalto il soffio fecondatore (sorriso) che crea in seguito il contrasto con la petrosa Itaca di Ulisse.

Nell’opera di Botticelli, la ninfa Ora (a destra), che rappresenta la rinascita primaverile, accoglie, con un manto floreale, la dea Venere, nuda su una conchiglia e sospinta dal soffio fecondatore di Zefiro, abbracciato a un personaggio femminile, forse a simboleggiare la fisicità dell’atto amoroso che trasmette alla divinità la passione amorosa.

Nel dipinto di Botticelli notiamo, inoltre, quelle limpide nubi (sullo sfondo) e quelle fronde (alle spalle della ninfa Ora) che completano la rappresentazione poetica operata da Foscolo nel sonetto.

Ma non solo il mito di Venere ci riporta a Zante. Fra le verdi foreste dell’isola, infatti, secondo la leggenda, era solita girovagare Artemide, dea della caccia,  in compagnia del fratello Apollo che suonava la lira sotto le piante di alloro per decantare lo splendore dell’isola.

Il mito della fondazione di Zante risale, invece, a Zakynthos, figlio di Dardano, re di Troia, che partendo con la sua flotta giunse nell’isola fondandovi la sua acropoli.
Zakynthos è rappresentato in varie monete con in mano un serpente, poiché secondo alcune leggende, avrebbe liberato l’isola dai serpenti che la infestavano.
Esiste anche una teoria per cui gli Arcadi, nel primo millennio a.C., arrivarono sull’isola con l’intento di fondare nuove colonie e, a testimonianza di queste origini, vi sono lo speciale talento degli abitanti per la musica ed il culto della dea Artemide, caratteristiche tipiche dell’Arcadia.

  1. ZANTE, OMERO E ULISSE

Non è un caso se nella seconda quartina del sonetto troviamo, di seguito all’accenno alla nascita di Venere, il riferimento al poeta Omero: onde tacque / le tue limpide nubi e le tue fronde / l’inclito verso di colui che l’acque / cantò fatali: L’autore dell’Odissea (canto VIII), infatti, ne aveva cantato l’amore furtivo per Ares (Marte) , con il quale la dea tradì il marito Efesto, che ritorna anche in Lucrezio (De Rerum Natura, I, vv. 1-49), nel famoso “Inno a Venere”.

L’acque fatali costituiscono un esplicito riferimento all’eroe Ulisse che dovette penare non poco per ritornare nella sua Itaca e passò molto tempo a navigare per quei mari. Ma c’è un altro legame tra Zante e Ulisse. L’isola, secondo Omero che ne parla nell’Odissea, sarebbe stata assoggettata al dominio dell’itacese e avrebbe fatto parte della spedizione a Troia, assieme ad altre undici navi partite con Ulisse. Terminata la guerra di Troia con il ritorno di Ulisse ad Itaca, si ebbe il leggendario sterminio dei cosiddetti Proci, i pretendenti di Penelope, tra cui vengono annoverati venti giovani di Zante. Questo evento mitologico sembra rifarsi ad una rivolta scoppiata nelle isole dello Ionio che, oltre a decretare la fine del potere di Ulisse, portò alla stesura di un particolare trattato in cui fu sancito, per la prima volta, il diritto ad un governo democratico.

         3. 1 IL DIVERSO ESIGLIO DI ULISSE

Nella lirica Ulisse ha un ruolo di primo piano perché incarna la figura emblematica dell’esule. Foscolo ne condivide il destino, seppur con un esito diverso: alla fine l’eroe omerico farà ritorno alla sua petrosa Itaca, dopo aver girovagato per mare ed essersi fermato su diverse terre. Questo è il significato dell’aggettivo diverso che rimanda al latino diversus con il significato di “rivolto in direzioni opposte”.  Diverso, nel vero senso della parola, è il destino di Foscolo: non farà più ritorno nella sua Zacinto ma nemmeno nella sua Patria, intesa come Venezia, ormai passata sotto il dominio straniero.

         3.2 FOSCOLO COME OMERO, POETA IMMORTALE

Tu non altro che il canto avrai del figlio, / o materna mia terra, dice sconsolato il poeta nell’ultima terzina. Egli, esule volontario, affida i suoi versi alla madre terra con la consapevolezza che essi gli sopravvivranno. Come Omero aveva perpetuato la sua fama attraverso la composizione dei poemi “eterni”, così Foscolo spera di rimanere immortale grazie alla sua poesia.

Questo concetto è ripreso anche nel carme Dei Sepolcri:

E me che i tempi ed il desio d’onore
fan per diversa gente ir fuggitivo,
me ad evocar gli eroi chiamin le Muse
del mortale pensiero animatrici.
Siedon custodi de’ sepolcri, e quando
il tempo con sue fredde ale vi spazza
fin le rovine, le Pimplèe fan lieti
di lor canto i deserti, e l’armonia
vince di mille secoli il silenzio
. (vv. 226-234)

  1. L’ILLACRIMATA SEPOLTURA

C’è una cosa che tormenta il poeta pensando alla morte: se è vero che con i suoi versi egli potrà vivere in eterno, morendo esule in terra straniera non potrà avere nell’amata Patria una tomba, confortata dal pianto dei suo cari. Il Fato ha prescritto per lui una illacrimata sepoltura.

Perché, dunque, questo rammarico? In fondo, come scrive all’inizio dei Sepolcri,  All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne / confortate di pianto è forse il sonno / della morte men duro? (vv. 1-3)

In realtà non è il sonno eterno a spaventarlo, quanto il fatto che per lui la tomba rappresenta l’unico legame che rimane tra i vivi e i morti.

Non vive ei forse anche sotterra, quando
gli sarà muta l’armonia del giorno,
se può destarla con soavi cure
nella mente de’ suoi? Celeste è questa
corrispondenza d’amorosi sensi,
celeste dote è negli umani; e spesso
per lei si vive con l’amico estinto
e l’estinto con noi, se pia la terra
che lo raccolse infante e lo nutriva,
nel suo grembo materno ultimo asilo
porgendo, sacre le reliquie renda
dall’insultar de’ nembi e dal profano
piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
e di fiori odorata arbore amica
le ceneri di molli ombre consoli.
Sol chi non lascia eredità d’affetti
poca gioia ha dell’urna
(vv. 26-42)

L’illacrimata sepoltura rimanda, quindi, alla negazione stessa di quella corrispondenza d’amorosi sensi che avvicina gli uomini agli dei (celeste dote è negli umani). Proprio per questo, alla fine del sonetto dedicato al fratello Giovanni (In morte del fratello Giovanni), alle straniere genti che lo ospiteranno negli ultimi giorni di vita rivolge parole di supplica:  l’ossa mie rendete / allora al petto della madre mesta.

 

Le straniere genti, i londinesi che offrirono l’ultimo rifugio all’infelice esule, esaudiranno quest’ultimo desiderio: nel 1871, quarantaquattro anni dopo la morte, i suoi resti furono traslati in Italia e ora riposano in quella Basilica di Santa Croce a Firenze che il poeta aveva celebrato nel carme Dei Sepolcri . Con la speranza che, come le altre urne de’ forti, anche la sua possa a egregie cose il forte animo accendere.

Fonti:

internetculturale.it

it.wikipedia.org

felicedalelio.wordpress.com

it.wikipedia.org

zanteisland.com

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