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FINO A QUANDO, MATTEO RENZI, ABUSERAI DELLA NOSTRA PAZIENZA?

catlilina
«Fino a quando abuserai tu, o Catalina, della nostra pazienza? Quando cesseremo noi di essere oggetto del tuo furore? Quando avrà fine cotesta tua sfrenata audacia?»

Con queste parole Cicerone si rivolse a Catilina nella sua prima orazione pronunciata per denunciare l’ardire dell’aristocratico decaduto che tramava contro lo Stato.
Sostituite “Catilina” con “Renzi” e “noi” (nel caso di Cicerone è plurale majestatis) con “noi docenti” e queste parole calzano a pennello, descrivendo a perfezione ciò che sta accadendo nel mondo della scuola da quando è entrata in vigore la Legge 107/2015, detta #labuonascuola. Mai aggettivo fu usato così a sproposito.

La cosiddetta #buonascuola fa acqua da tutte le parti. Non voglio oggi soffermarmi a parlare dell’intera legge, contrastata da tutti i docenti, da molte famiglie e da numerosi studenti, senza purtroppo alcun esito. Proposta e approvata in Parlamento con un colpo di mano (se non proprio di Stato, come nel caso di Catilina, ma comunque contro lo stesso buon senso): la cancellazione di migliaia di emendamenti che, se discussi, avrebbero fatto slittare il varo della legge. Un colpo di spugna e via.

Oggi, dopo mesi di silenzio, su queste pagine che vorrebbero trattare la buona scuola vera, desidero esprimere la mia indignazione per l’ultima umiliazione cui il nostro attuale governo ha sottoposto il corpo docente, di tutte le scuole di ogni ordine e grado.

Il tanto sbandierato concorso a cattedre inizierà, pare, il prossimo 28 aprile con le prove scritte. C’è solo un piccolo problema che onestamente non so come Renzi e il ministro Stefania Giannini (la meno nominata nella storia dei ministri della Repubblica, tanto che tutti attribuiscono la “riforma” della scuola a Renzi, capo del governo) riusciranno ad affrontare: la mancanza di docenti disposti a far parte delle commissioni d’esame. Perché, dunque, accade ciò? Ve lo spiego subito, ma prima vorrei fare un passo indietro.

Un tempo i commissari d’esame – che non so come venissero selezionati ma per esperienza posso dire che ne ho incontrati di ignorantoni – avevano l’esonero dall’insegnamento per tutta la durata degli esami. Inoltre godevano di un compenso extra, che non so valutare ma immagino volesse in qualche “gratificare gli eletti” con il riconoscimento di una professionalità speciale, e naturalmente di un rimborso spese.

Oggi, invece, i futuri commissari non saranno esonerati dall’insegnamento (il che significa non solo essere presenti a scuola ogni mattina ma anche correggere i compiti, preparare le lezioni, presenziare alle riunioni …. espletare, dunque, tutte le attività complementari alla funzione docente), non avranno rimborsi spese, nemmeno se costretti a spostarsi dal luogo di servizio a quello in cui è insediata la commissione, e, udite udite, avranno un compenso pari a 1 euro l’ora. Se non ci credete, leggete l’ottimo articolo pubblicato su Tuttoscuola.com, in cui vengono fatti, come si suol dire, i conti della serva.

Nell’articolo pubblicato dal Corriere.it, a firma di Gian Antonio Stella, ho letto i soliti commenti denigranti del tipo: «comunque quel mese prendono il loro stipendio di 1200/1300€ al mese (per lavorare 4 ore al giorno e 2 mesi di ferie l’anno ) più i soldi del concorso arrivando fino a 1600/1800€.» Ormai a commenti come questi ho fatto il callo, non mi scompongo né spreco fiato per difendere una categoria che nel tempo è stata insultata, svilita, denigrata, paragonata a lavori più pesanti, come quello in fabbrica, o a carriere prestigiose (che a noi docenti sono precluse) ottenute lavorando 50-60 ore a settimana.

A me sinceramente non interessa il lavoro degli altri, anche se ho un grande rispetto per tutte le categorie di lavoratori, cosa che purtroppo non è reciproca. Vorrei, però, che in tutta sincerità qualcuno mi dicesse che farebbe gli straordinari a 1 euro all’ora.

[nell’immagine, “Catilina” dipinto di C. Maccari nel Palazzo del Senato a Roma, da questo sito]

A COSA SERVE IL PROF POTENZIATO?

prof-potenziatoHo ripreso le pubblicazioni sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita”, dopo alcuni mesi di stop. Il post pubblicato oggi tratta dell’organico potenziato, un argomento molto seguito da chi s’interessa della scuola e soprattutto delle vicissitudini di quella #buonascuola molto pubblicizzata dall’attuale governo ma che di buono ha veramente poco o nulla.
Come sempre riporto in parte l’articolo e vi invito a leggerlo interamente sul sito del Corriere.it.

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Tutti sanno che uno dei fiori all’occhiello della Legge 107/2015 (la cosiddetta #buonascuola) è, almeno nelle intenzioni del governo Renzi, l’assunzione di un tot numero di docenti per decretare, anche se non subito, la fine della “supplentite”.

Già nel corrente anno scolastico sono stati assunti più di novantamila docenti in tutte le scuole di ogni ordine e grado. I numeri, tuttavia, seppure possano essere considerati una garanzia per abbattere, o almeno tentare, il precariato, sono alquanto lontani dalla cifra sbandierata durante l’estate scorsa: in realtà i docenti che dovrebbero essere assunti sono almeno il doppio.

L’urgenza, tuttavia, era quella di non incorrere nelle sanzioni in seguito alla condanna dell’Italia da parte della Corte di Giustizia europea che ha ritenuto illegittimo assumere i docenti all’inizio dell’anno scolastico, per poi licenziarli alla fine di giugno, per più di 36 mesi. Nella scuola italiana, infatti, si è costituito il cosiddetto “precariato storico” proprio per questo motivo, caso unico in tutta la UE.

Se queste assunzioni non sono il farmaco in grado di debellare la “supplentite”, almeno dobbiamo riconoscere lo sforzo fatto per procedere all’assunzione massiccia di docenti che, precari da anni e anni, finalmente possono sperare in una maggior sicurezza economica e stabilità del posto di lavoro.

Le assunzioni finora operate in seguito alla Legge 107/2015 hanno previsto tre fasi, l’ultima delle quali, la C, ha coinvolto 55mila insegnanti. Il Ministero dell’Istruzione ha proceduto alle nomine pensando ad un potenziamento dell’organico delle singole scuole: i nuovi insegnanti si sono aggiunti al personale ordinario per incrementare l’offerta formativa, secondo le necessità degli istituti. In realtà questi docenti, o almeno gran parte di essi, servono a coprire i buchi negli orari delle classi, girando per la scuola e sostituendo i colleghi assenti al mattino. I più fortunati possono essere impegnati in supplenze brevi, nel caso di assenze prolungate dei titolari.

Fin dalle prime nomine dei docenti dell’organico potenziato, sono fioccate lettere di protesta pubblicate sui siti delle redazioni che si occupano di scuola, in alcuni casi anche sulle maggior testate nazionali e locali.

Il motivo della protesta? L’essere trattati sostanzialmente come tappabuchi.

In realtà, come dicevo, quest’organico dovrebbe potenziare quello di fatto, venendo incontro alle necessità delle singole scuole, soprattutto per quanto riguarda progetti specifici (sostegno, recupero, attività extracurricolari…). Il problema è che, sin dal loro arrivo, i nuovi prof sono stati utilizzati per coprire le assenze, in alcuni casi hanno un orario flessibile (c’è qualcuno che protesta perché costretto ad essere “reperibile” ogni giorno ad ogni ora) e talvolta sono abilitati per una materia che nella scuola in cui prestano servizio non esiste nemmeno.

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[immagine dal sito linkato; logo blog “Scuola di Vita” © Corriere.it]

“Docenti e Dirigenti responsabilizzati e pagati” di Umberto Tenuta

bimbi a scuola

Valorizzare i dirigenti scolastici?

Sì, responsabilizzarli!

La loro azienda non rilascia TITOLI, ma VALORI!

Valori umani, valori che nessuno, e tanto meno l’INVALSI, può misurare.

Chi può misurare il valore del VERO, del BENE e del BELLO, il valore dell’UOMO, valore infinito?

3+5=8

Oh quanti euro sprecati nel voler misurare che cosa un ragazzino ha imparato nel primo giorno di scuola!

Mistero che nessuno mai conoscerà!

State contenti, umana gente, al quia;

ché, se potuto aveste veder tutto,

mestier non era parturir Maria.

I DIRIGENTI dell’Azienda SCUOLA, vanno valorizzati, ma soprattutto responsabilizzati.

Se l’Azienda non produce, chiude, e il Dirigente se ne va alla casetta al mare, che intanto si è comprata.

Ma mica il Dirigente monta le ante della finestra!

A montar le ante ci pensa il Maestro d’arte.

Sì, a innamorare i giovani svagati a DAVANTI A SAN GUIDO ci pensa la giovine Maestra che innamorata già è, e sa leggere di greco e di latino.

Maestri non si è se non si è innamorati, giovani assetati, mai sazi di tomi e di CD.

Mica bastano loro i PONY!

A loro è grato <>.

Continuo, da casa a scuola, da scuola a casa.

Altro che le trentasei ore dell’impiegato di banca!

A casa gli rode l’anima quel bimbo là, al primo posto della sala aulente, che niente ama di laghi e di monti.

Non lo può scordare, non lo può dimenticare, nemmeno mentre cala la pasta.

Il suo è uno studio, studium, amore che gli rode l’anima, che non gli dà requiem.

Altro che trentasei ore!

Il medico ti scrive la ricetta e ti dà il numero del suo cellulare.

La maestra è un pochino più digitalizzata, li tiene collegati, i suoi giovani studenti, sul suo tablet, a casa ed a scuola.

Di là condivide gli amori, le gioie, le passioni, i rancori dei suoi giovani studenti.

È una chioccia che se li porta sempre appresso i suoi pulcini!

Con loro alla ricerca di chicchi di grano e di chicchi di melograno, di meridiani e di indiani, di ablativi e di genitivi.

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NOTE

Per chi volesse sapere qualcosa di più sull’autore, Umberto Tenuta, QUI si può leggere il suo curriculum (di tutto rispetto, aggiungo!). Sicuramente una persona che della scuola ne sa più di Giannini, Reggi ed “esperti” del MIUR.
Il grassetto è mio ed evidenzia le parti che mi sono piaciute di più.
Grazie all’autore (sempre che mi legga): noi docenti abbiamo proprio bisogno di qualcuno che ci capisca.

[immagine da questo sito. ATTENZIONE: NON CLICCARE SUL LINK PERCHE’ IL SITO POTREBBE CONTENERE VIRUS. SUL MIO PC è STATO BLOCCATO]

L’ORARIO DEI DOCENTI RADDOPPIA? L’INCUBO D’INIZIO ESTATE

peanuts-stipendio insegnanti
Ci risiamo: nonostante i buoni propositi del presidente del Consiglio Matteo Renzi, un altro macigno incombe sulla testa della scuola. Noi docenti, che già ci sentiamo continuamente minacciati dalla spada di Damocle dell’opinione pubblica, non avevamo bisogno di quest’altra mazzata.

Il piano per la scuola, che sarà presentato ufficialmente il 15 luglio e diverrà, almeno nelle intenzioni, una legge delega, prevede, tra le altre cose, di raddoppiare l’orario di lavoro dei docenti, da 18 a 36 ore, senza aumenti stipendiali ma con dei premi per chi lavora di più, prendendosi responsabilità e offrendo competenze specifiche. Questo è il “parto” delle menti eccelse del Miur, il ministro Giannini e il sottosegretario Reggi.

Gli scatti d’anzianità rimarrebbero invariati ma sarebbero previsti premi stipendiali fino al 30 per cento per i docenti impegnati in ruoli organizzativi (vicepresidi, docenti senior … cioè?) o attività specializzate (lingue e informatica … perché non altre? il CLIL, per esempio, oppure il teatro, il cinema, attività sportive). In cambio il ministero chiede agli insegnanti una maggiore disponibilità: più ore a scuole per un periodo più lungo. Non più solo 208 giorni di lezione (di cui obbligatori sarebbero 200 …) ma 230. Scuole aperte più a lungo (fino alle 16.30, all’inizio, ma l’intenzione è quella di un orario continuato fino alle 22) fino a tutto luglio.

Non è tutto. Con il prolungamento dell’orario a 36 ore le supplenze saranno richieste ai docenti già in cattedra nell’istituto senza riconoscimenti economici extra.

Ma non basta. Più potere ai dirigenti scolastici che potranno percepire aumenti stipendiali in base ai risultati dell’istituto che dirigono e decideranno a chi dare i bonus stipendiali.

Questa la proposta, di sapore montiano (d’altronde la Giannini milita nel suo partito, Lista Civica … con scarsissimo successo, tra l’altro, in occasione delle elezioni europee, tanto che molti hanno chiesto le sue dimissioni). Non ci potevamo aspettare nulla di buono ma direi che al peggio non c’è limite.

Ora non voglio fare la solita geremiade ma dimostrare, punto per punto, quanto sia dannosa e anche incoerente questa proposta.

1. Aumento dell’orario per i docenti. Se s’intendesse con le 36 ore far riemergere quel lavoro sommerso che tutti noi svolgiamo a casa e che non può essere quantificato (a meno che non ci mettano una telecamera a casa …), sarei d’accordo. Sono anni che chiedo di poter lavorare a scuola e di timbrare il cartellino tutti i giorni, senza consumare energia a casa, tra luce e pc, senza consumare l’inchiostro della stampante e senza pagare l’adsl di tasca mia, tornando a casa la sera e staccando dagli impegni scolastici, anche mentalmente, fino al mattino dopo.
Non mi pare, tuttavia, che l’intento del ministro sia questo, in ogni caso sarebbe inattuabile per mancanza di spazi: dove potrebbero lavorare decine di docenti nel pomeriggio, specie se le aule saranno occupate dagli studenti per occupare il tempo dei quali qualcosa si inventeranno?
Infatti, nella proposta si legge che i docenti dovranno accollarsi le supplenze che normalmente vengono affidate ai precari, entro il limite delle 36 ore.
Ora io non so quanti riescano a capire che più lavoro in classe = più lavoro a casa, meno energie e più stanchezza, un insegnamento che non può essere qualitativamente accettabile. Senza contare il rischio, più che concreto, dello SLC (Stress Lavoro correlato).
Farsi carico delle supplenze implica anche la disoccupazione dei precari, molti dei quali “storici”, con 10-15 anni di servizio all’attivo.
Non solo: ci sono classi di concorso in esubero (la mia, ad esempio, la A051, ormai è in soprannumero, non ci sono cattedre disponibili nemmeno per i docenti di ruolo), dovremmo supplire eventualmente i colleghi malati oppure quelli che hanno altri incarichi e si assentano per l’intero anno scolastico. Domanda: se siamo una ventina di docenti, come si attribuiranno le supplenze? In ordine di graduatoria? Verrà designato chi è più in alto perché ha più esperienza o chi è più in basso perché è più giovane (non è una regola fissa, ad ogni modo)?
In casi come questi, ne sono certa, salterebbero fuori i corsi di recupero gratis. Io qui non ci sto, come amava ripetere l’ex Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. I corsi, infatti, rientrano nella didattica extracurricolare e dovrebbero essere specialistici, affidati a docenti con alta professionalità. Uso il condizionale perché in realtà vengono affidati a chi si propone per la docenza, a volte persone con poca onestà, gente che non sa nemmeno insegnare nelle ore curricolari e che fa più danni che altro. Ma al MIUR cosa importa? Basta non sborsare i soldi che, lo ricordo, sono previsti da un decreto (articolo 10 del Decreto ministeriale n. 80, del 3 ottobre 2007) firmato da Fioroni.

2. Calendario scolastico allungato. 230 giorni di lezione corrispondono più o meno a 38 settimane (contro le attuali 33-34). Benissimo: avrei più tempo per svolgere i programmi, per interrogare, per il recupero in itinere, potrei fare anche qualche compito in più (oddio, ne ho corretti 1000 quest’anno, più di così …). E i ragazzi, sarebbero d’accordo? Io dico di no. Se già per molti – fortunatamente non per tutti – la permanenza a scuola equivale a una tortura, non credo che cinque settimane in più di scuola, specie quando le aule diventano dei forni, con il caldo estivo, sarebbero accolte con gioia. E che facciamo? Organizziamo giochi nel parco, magari facciamo costruire una piscina e ci facciamo sguazzare dentro i pargoli accaldati? Secondo me al MIUR pensano che la scuola sia un ricreatorio …
Allungare il calendario scolastico è, poi, in controtendenza rispetto al resto dei Paesi europei, come ho dimostrato QUI. Infatti, gli studenti italiani passano già più tempo in classe rispetto ai colleghi europei.
Insomma, si parla tanto di uniformarci agli standard europei – “Ce lo chiede l’Europa” sembra essere il motto del momento – e una volta che l’Europa non ci chiede nulla, noi dobbiamo fare i maestri? La media dei giorni di lezione nei Paesi europei è di 200 ma noi abbiamo le vacanze estive più lunghe per motivi climatici (e di ferie delle famiglie!). Vogliamo andare in classe anche in piena estate? Benissimo. Facciamo le pause lunghe durante l’anno, come nei Paesi nordici. Naturalmente sperando che ci forniscano un efficiente impianto di aria condizionata per affrontare il mese di luglio (e parte di giugno) nelle aule-fornaci.

3. Scuole aperte tutto il giorno. A parte il fatto che molte scuole italiane hanno i portoni aperti anche nel pomeriggio (il mio liceo chiude alla 19, il che significa quasi 12 ore di apertura, considerando che l’accoglienza degli allievi è possibile dalle 7.40 del mattino) per svolgere attività extracurricolari facoltative (sport, attività ludiche, corsi di lingua, teatro, coro e tutto ciò che rientra nell’offerta formativa), questa proposta è incoerente per quanto riguarda il risparmio. E’ evidente che, specie nella stagione fredda, tenere aperta la scuola ha dei costi.
Sempre più scuole in Italia propongono la settimana corta per chiudere il sabato, cercando di risparmiare sul riscaldamento che comunque non è il solo problema. Dobbiamo mettere in conto, infatti, i maggiori consumi elettrici e, se vogliamo offrire dei servizi ai ragazzi, dei computer, delle stampanti per fare delle ricerche, ad esempio.
Potrebbero essere più contente le famiglie con figli piccoli, ma penso che i genitori dei più grandi non gradirebbero la permanenza dei ragazzi a scuola fino alle 22. Senza contare quelli che non vivono nei pressi della scuola ma nell’immediata periferia o nei paesi limitrofi (qui a Udine la percentuale è altissima): come potrebbero, alle dieci di sera, ritornare a casa?
Non dimentichiamo, poi, che tenere aperto un istituto per così tante ore al giorno e per 11 mesi all’anno comporterebbe dei costi insostenibili per pagare il personale. Che facciamo, diamo direttamente le chiavi agli studenti?
Certamente si creerebbero nuovo posti di lavoro, almeno per gli ATA. Ma forse il ministero ha pensato ai tagli e non ai maggiori costi.

4. Più potere ai dirigenti. Oggi, sulla scia delle polemiche suscitate nell’immediatezza dal Piano per la scuola, Raggi chiarisce: “Toccherà al dirigente scolastico organizzare la disponibilità dei professori della sua scuola. Se qualcuno non potrà lavorare 36 ore allora potrà rinunciare a una parte degli incentivi” (LINK). A questo punto il “piano” diventa incomprensibile. Se prima avevamo ipotizzato per tutti le 36 ore senza alcun compenso, adesso pare che ci si possa anche rifiutare, rinunciando agli incentivi. Nell’arco di sole 24 ore, hanno già cambiato le carte in tavola. Mi perdoneranno, dunque, i lettori se non rivedo quanto scritto in precedenza (su questo post ho lavorato già ieri per tutto il pomeriggio), tanto credo che di revisioni ne vedremo molte fino al 15 luglio.
Ad ogni modo, se davvero il D.S. avrà più poteri, ciò potrebbe essere rischioso. Il dirigente, infatti, anche il più onesto e integerrimo, ha le sue preferenze. Che ne sarà di chi gli sta solo un po’ antipatico? Inoltre, in che modo può valutare il lavoro dei docenti? Attraverso i risultati delle classi oppure stando alle voci che provengono dalle famiglie?
Il rischio, non possiamo negarlo, è quello di un dilagare, da parte dei docenti, di una didattica mirata (training to the test) al superamento dei Test InValsi, qualora fossero lo strumento per valutare l’operato degli insegnanti, oppure dell’aiutino dato agli studenti per fare bella figura (cheating, di cui ho parlato più volte in questo blog). Se poi si guardasse al rendimento globale della classe (per le classi e le materie non oggetto di misurazione nazionale), allora i prof potrebbero essere portati ad elargire sufficienze immeritate pur di ottenere qualche soldino in più.
Insomma, sull’onestà e la trasparenza di tutti non metterei la mano sul fuoco.

Infine, la ciliegina sulla torta: il piano, rimanendo in tema di tagli, prevede l’accorciamento del corso di studi superiore (d’altronde, già la Gelmini suddividendo il quinquennio in due bienni e quinto anno covava questa idea funesta) di un anno. “Ce lo chiede l’Europa”, dicono. Ma a noi nessuno ha chiesto nulla, non sono stati interpellati i docenti, le famiglie, gli studenti, le parti sociali. Solo voci diffuse, perlopiù contrarie si sono levate al discreto ventilare della proposta.
Oggi, invece, si dà per certo che i ragazzi si diplomeranno a 18 anni, conformandosi alla maggior parte dei Pesi europei. Così sforneremo, probabilmente, dei ragazzi ancora meno competenti, meno preparati soprattutto ad affrontare la vita che li aspetta fuori da quel microcosmo protetto che è la scuola.

Una sola cosa l’Europa non è capace di chiederci: l’adeguamento dello stipendio degli insegnanti ai parametri europei. Naturalmente questo è un dettaglio insignificante.

N.B. Poiché nelle ultime 24 ore sono usciti numerosissimi articoli su questa proposta Giannini-Reggi, mi è impossibile citare tutte le fonti. Vi invito, dunque, a consultare la mia pagina Twitter dove potete trovare, tra i retweet e preferiti, un’ampia discussione. Se cinguettare anche voi, vi invito a usare l’hashtag #36oreascuola.

[immagine da questo sito]

ULTERIORI CHIARIMENTI (PER ORA!) A QUESTO LINK (della serie: le carte in tavola vengono cambiate in men che non si dica!)

MI SCUSI, SIGNORA GIANNINI, IL MIO ENTUSIASMO DI DOCENTE NON SI È SPENTO PER VIA DELLO STIPENDIO

giannini
Insegno da 30 anni e sono di ruolo dal 1986. Quando ho avuto in mano il primo cedolino dello stipendio da docente a tempo indeterminato (pure il ruolo c’è stato tolto, almeno aveva una qualche parvenza di conquista) era il 27 settembre 1986: 960mila lire. Tanto? Poco? Se considero che ci avrei pagato l’affitto per tre mesi, sarebbe come dire che oggi dovrei guadagnare più o meno 3mila euro. Siamo molto ma molto lontani e non dite che gli affitti sono aumentati vertiginosamente. E’ il nostro stipendio ad esser calato mostruosamente in rapporto al costo della vita.

Non so perché ma, pur avendo studiato come una matta e ottenuto un posto di ruolo (seppur in un paesino sperduto di montagna a due ore di viaggio da casa) meritato, visto che non ho avuto raccomandazioni di sorta, con quel cedolino in mano – che pure non era il primo avendo alle spalle un bel periodo di supplenze – mi sembrava quasi che quei soldi fossero un regalo. Eppure me li ero strasudati.

Avevo l’età in cui oggi più o meno uno studente finisce la laurea triennale, ero sposata da un anno e facevo progetti per allargare la famiglia. Con un posto di ruolo e due stipendi si poteva fare. I soldi sarebbero bastati? Avremmo avuto bisogno di una baby sitter e poi i bambini costano, specie nei primi anni di vita. I soldi non sono mai stati importanti per me. Ce la saremmo cavata.

Andavo su e giù cinque giorni alla settimana, quando andava bene ritornavo a casa alle 15, quando andava male alle 18, in più mi fermavo al pomeriggio quando c’erano le riunioni. E a casa mi aspettavano le lezioni da preparare, i compiti da correggere, un altro concorso da superare. 960mila lire al mese erano il giusto compenso per tanta fatica, tanti sacrifici? Non ci ho mai pensato.

Ho cresciuto due figli, affrontato altri concorsi, raggiunto l’obiettivo di insegnare al liceo, conquistato finalmente una sede comoda, vicina a casa.
Le mie giornate erano divise tra lezioni a scuola, compiti a casa con i figli, doveri di madre e moglie, doveri d’insegnante con il lavoro da svolgere nel pomeriggio e anche di notte. Nel tempo ho visto crescere lo stipendio fino a sfiorare i 2 milioni di lire, poco prima dell’avvento dell’euro. Poi è come se il tempo si fosse fermato ma le spese no, aumentavano sempre più e i soldi che portavo a casa non erano poi così tanti. Ma non ci pensavo.

Ho trascorso anni a scuola di pomeriggio. Partecipavo a tutti i progetti, assistevo ai corsi di formazione e aggiornamento, preparavo materiali didattici assieme alle colleghe per trovare strumenti innovativi. Ero sempre fuori eppure anche a casa il lavoro non mancava. Una volta una collega mi chiese: “Ma tu non hai una famiglia, dei figli piccoli?” Domanda retorica, non voleva risposte, era, anzi, una sorta di rimprovero come dire “Ma che stai a fare qui con tutti gli impegni che hai a casa?” Mi fermai a riflettere. Forse aveva ragione, avrei dovuto dedicare più tempo alla casa, al marito, ai figli. Nemmeno in quella occasione lo stipendio mi era sembrato poca cosa rispetto all’impegno profuso.

Ad un certo punto, dopo anni di volontariato (tutto ciò che facevo in più a scuola non era retribuito oppure lo era in modo ridicolo), per la prima volta pensai allo stipendio. Mi fermai ma non perché fossi demotivata dalle magre entrare. Avevo capito una cosa: la nostra disponibilità a lavorare gratis ci aveva fatto cadere nella trappola. Se gli insegnanti, seppur mal pagati e non retribuiti per le ore straordinarie, lavoravano ugualmente perché avevano una coscienza e amavano la propria professione, perché avrebbero dovuto essere pagati meglio?

Ho detto basta. Da quel dì ogni attività aggiuntiva doveva essere retribuita, altrimenti non avrei fatto nulla di più di ciò che ero obbligata a fare per contratto. Ho iniziato a selezionare le cose che mi piaceva fare e per le quali avrei ottenuto un riconoscimento economico. Era giusto che venisse riconosciuta la professionalità acquisita. Se avessi continuato a fare tanto e gratis avrei convinto chi si aspettava da me un certo impegno che il mio operato non avesse alcun valore. La mia professionalità sarebbe stata salva dicendo dei no. Mi sarei dedicata esclusivamente alla didattica in classe, migliorando le mie prestazioni in quel determinato contesto. Avrei fatto di meno ma meglio, l’indispensabile ma qualitativamente buono.

Eccomi giunta al perché di questa riflessione.
Il ministro Giannini dice che gli insegnanti sono demotivati perché pagati poco. Una considerazione che probabilmente è condivisa da chi non insegna e dai quei pochi che davvero fanno il minimo sindacale o anche molto meno. Ma non può essere condivisa dalla maggior parte dei docenti che sanno cosa significhi insegnare oggi. Gli insegnanti non sono mai stati strapagati eppure l’opinione pubblica non era compatta nell’asserire che per quel che fanno hanno uno stipendio quasi regalato e un numero infinito di giorni di vacanza. Ecco, forse è questa la cosa su cui dovremmo riflettere. Cos’è cambiato negli anni nel nostro lavoro se non è questione di soldi?

Glielo spiego io alla signora Giannini.

In modo sintetico cercherò di esporre i motivi di una eventuale (non è detto che sia così diffusa) demotivazione degli insegnanti:

1. i bambini e i ragazzi sono viziati e difesi a spada tratta dai genitori (anche quando si difende l’indifendibile)

2. l’educazione dei pargoli, fondamentale per instaurare un clima di collaborazione all’interno delle classi, vacilla notevolmente, sicché si perde più tempo nell’attività educativa e formativa piuttosto che in quella prettamente didattica

3. la preparazione dei discenti, nel passaggio da un ordine e grado di scuola ad un altro, è sempre più scadente, il che implica una notevole perdita di tempo nel recupero e consolidamento dei prerequisiti … e si rimane indietro con i programmi

4. la promozione sembra essere diventata un diritto acquisito all’atto dell’iscrizione, i debiti formativi e/o le bocciature sono considerati un affronto diretto alla famiglia che reagisce a volte in modo sconsiderato inibendo un rapporto scuola-famiglia più costruttivo

5. le classi sempre più affollate rendono impossibile una didattica individualizzata, costringendo, loro malgrado, i docenti a fare delle scelte: seguire i più deboli a scapito delle belle menti o svolgere un’attività didattica che tenga conto di queste ultime lasciando indietro chi è in difficoltà

6. la riforma della scuola, mirata esclusivamente e dichiaratamente ai tagli, ha prodotto solo danni (difficoltà nel gestire le classi, come al punto 5, nello svolgere i programmi rimasti smisurati ma relegati in un numero minore di ore, solo per fare due esempi)

Potrei aggiungere tanto altro ma mi fermo qui. Il clima di malumore che serpeggia nelle scuole ormai sta deteriorando la nostra professione, forse irrimediabilmente. Ma non è una questione di soldi, non solo. Pare che il Presidente del Consiglio Renzi non abbia intenzione di rinnovare i contratti dei dipendenti pubblici, quindi anche il nostro, fino al 2020. E intanto l’indennità di vacanza contrattuale (per me circa 13 euro al mese) da provvedimento provvisorio rischia di diventare permanente.

Signora Giannini, lo ripeto, non è una questione di soldi. È questione di DIGNITÀ e RISPETTO per il nostro lavoro.

CI RISIAMO: A SARZANA GENITORI AL LAVORO PER MANUTENZIONE SCUOLA

sarzana scuolaNell’ultimo week end i genitori della scuola dell’infanzia di Sarzanello hanno svolto un’attività di volontariato per la prima serie di interventi di pulizia e riordino degli spazi. Armati di pennello e attrezzi vari hanno provveduto alla tinteggiatura delle pareti, alla sostituzione di mensole, citofoni e interfono. Ma i lavori non sono stati ultimati: c’è ancora bisogno di completare gli interventi al piano superiore dell’edificio con l’acquisto di nuove tende ignifughe, l’installazione di una rete wi-fi e la sistemazione del vecchio ascensore interno.

Sabato insieme ai genitori volontari sono arrivati anche il sindaco Alessio Cavarra e l’assessore ai lavori pubblici Massimo Baudone che, come già avvenuto nella scuola di Santa Caterina, hanno offerto la loro collaborazione agli improvvisati operai-volontari.

«Il nostro progetto — spiegano i genitori-volontari — non è mirato solo alla riqualificazione degli spazi condivisi ma a creare un ambiente che risponda alle esigenze dei nostri bambini che a scuola trascorrono gran parte della propria giornata. Ci siamo messi in gioco come genitori, consapevoli che le risorse economiche a disposizione della scuola pubblica sono sempre molto poche e non sufficienti a dare risposte alle tante richieste che arrivano da insegnanti e genitori. Ognuno di noi ha fornito un valido e prezioso aiuto, offrendo le proprie capacità, abilità e aiuto nel reperire fondi per l’acquisto del materiale».

Lodevole intento, questo è fuori discussione. Ma io rinnovo la mia personale contrarietà a questo genere di iniziative, già esplicitata in un vecchio post in cui davo notizia di un analogo intervento di genitori-volontari che interessò allora due scuole per l’infanzia con sede a Corsico, in provincia di Milano.

Non posso fare altro che ribadire che deve essere lo Stato a provvedere a questo tipo di lavori. Laddove le istituzioni latitano, è necessario alzare la voce e pretendere gli aiuti necessari, altrimenti lo Stato si arrogherà il diritto di non intervenire “tanto ci pensano loro”. Insomma, il self made va bene a casa propria, anche per problemi di responsabilità. I volontari, infatti, non sono tutelati da alcuna assicurazione che è, invece, indispensabile in certi interventi di manutenzione. Insomma, qui non si tratta di mettere un chiodo alla parete, cosa che comunque potrebbe procurare degli inconvenienti a delle persone maldestre.

Se il programma, come chiariscono i genitori, è quello di trasformare la scuola di Sarzanello in un modello di qualità per i bambini da 3 a 6 anni, è il ministero che ci deve pensare.
Il neoministro Stefania Giannini ha previsto uno stanziamento di 150 milioni di euro per provvedere alle prime necessità. Ma per mettere a norma e rendere vivibili gli edifici scolastici italiani ci vorrebbero 4 miliardi. Solo per gli interventi urgenti in Friuli – Venezia Giulia, la mia regione che è pure autonoma ed elargisce somme consistenti per migliorare l’istruzione e tutti gli annessi e connessi (solo per fare un esempio, qui i libri in comodato sono una realtà da più di dieci anni, mentre a livello centrale se ne discute da mesi senza arrivare ad una soluzione), sarebbero necessari 200 milioni euro e posso garantire che la situazione dell’edilizia scolastica non è a livello massimo di degrado.

Una soluzione ci sarebbe, a mio modesto parere: cercare degli sponsor e trasformare le scuole in fondazioni, raccogliendo i fondi necessari per fare fronte alle esigenze dando in appalto i lavori a ditte specializzate. Una proposta avanzata dal P.d.dl. Aprea su emulazione di altre realtà europee, come ad esempio le Trust School del Regno Unito.

[fonte della notizia e immagine: lanazione.it]

Istruzione: merito e valutazione, le parole d’ordine di chi non vuole pensare

Effettivamente …

onesiphoros

Da “Ilfattoquotidiano“, di Andrea Bellelli.

Il neo-ministro dell’istruzione Stefania Giannini ha rilasciato al Messaggero un’intervista nella quale ha indicato quelle che, secondo Lei, dovrebbero essere le linee guida per la scuola italiana: merito e valutazione. Non poteva cominciare peggio, con frasi fatte non solo vuote e banali, ma anche sottilmente classiste, che squalificano chi le pronuncia e chi le apprezza.

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