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Istruzione: merito e valutazione, le parole d’ordine di chi non vuole pensare

Effettivamente …

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Da “Ilfattoquotidiano“, di Andrea Bellelli.

Il neo-ministro dell’istruzione Stefania Giannini ha rilasciato al Messaggero un’intervista nella quale ha indicato quelle che, secondo Lei, dovrebbero essere le linee guida per la scuola italiana: merito e valutazione. Non poteva cominciare peggio, con frasi fatte non solo vuote e banali, ma anche sottilmente classiste, che squalificano chi le pronuncia e chi le apprezza.

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DDL STABILITÀ E SCUOLA: STOP ALL’AUMENTO DELL’ORARIO DI CATTEDRA PER I DOCENTI

Prime indiscrezioni sulla discussione riguardo agli emendamenti al ddl Stabilità (ex Finanziaria). La riunione è ancora in corso ma pare che siano stati trovati i fondi per coprire l’importo stabilito per la scuola, nell’ambito della Spending Review, scongiurando l’aumento delle ore di cattedra, da 18 a 24 ore, per gli insegnanti della scuole secondarie di I e II grado.

L’ARTICOLO VERRÀ AGGIORNATO AL PIÙ PRESTO IN ATTESA DI NOTIZIE PIÙ DETTAGLIATE. Per il momento invito alla lettura de Il Corriere e Il Messaggero.

QUELLO CHE NOI PROF SPESSO NON ASCOLTIAMO

Per il Ministero dell’Istruzione siamo solo numeri: 18 ore per docente, tot classi per scuola, 27-30 allievi per classe, e non importa se le aule sono troppo piccole per contenerli tutti. Non importa se le ore a volte sono troppo poche per svolgere i programmi, fare le verifiche, interrogare … troppo poche per accorgerci che quelli che abbiamo di fronte non sono solo numeri, sono piccoli uomini e piccole donne che attraversano un momento delicato, quello dell’adolescenza.

Non c’importa dei loro disagi, delle loro lacrime, dei loro sospiri, del loro continuo chiedere di andare ai servizi, del movimento perpetuo che compiono nei loro banchi troppo stretti, troppo scomodi, troppo scolastici. Già, che cosa ci può essere di più scolastico di un’aula? Nulla. Forse dovremmo rendere quelle aule più umane e meno scolastiche, avere il coraggio di dire al diavolo i programmi, le verifiche, le interrogazioni, occupiamoci un po’ di loro. Chiediamo loro quali siano gli interessi, le passioni, gli amori e le amicizie, quale sia il loro mondo al di fuori delle alule scolastiche. Perché sono innanzitutto persone e poi allievi da interrogare, valutare, sgridare e colpevolizzare, ogni qual volta, incapaci di andare oltre a quei voti scritti ordinatamente sul registro, a quelle note affibbiate per non aver fatto i compiti, a quei meno che segnalano la distrazione o l’impreparazione, non ci chiediamo quale sia il vero perché di un curricolo scolastico deludente, di bocciature ripetute, di fallimenti sommati ad altri fallimenti.

Se ogni tanto, non dico sempre, fossimo capaci di trascurare i dettagli di quelle indicazioni nazionali propinate dal ministero, per essere uomini e donne alle prese con l’età difficile dei nostri allievi, forse ne risentirebbe lo svolgimento dei programmi ma ne guadagnerebbe il benessere dei nostri studenti. E forse eviteremmo tragedie come questa.

Aveva solo dodici anni, tutta la vita davanti. Ma lei odiava la scuola e odiava la famiglia. Chissà se qualcuno se n’era accorto, si era fermato a cogliere i segnali di un disagio che sarebbe bastato saper leggere e interpretare, mandando al diavolo, per una volta, l’analisi testuale e i problemi di geometria.

Io odio me, per tutte le volte in cui non ho chiesto ai miei ragazzi “oggi come state?”, per non aver fatto una lezione sulla bellezza della vita, sulla felicità che si può cogliere anche se fosse solo un filo d’erba in mezzo a una montagna di paglia.

Siamo in una gabbia, quella dei doveri, e non ci accorgiamo che stiamo trascinando anche loro dentro quella gabbia che dorata non è, è simile ad una prigione da cui escono grida di dolore che non siamo in grado di cogliere perché preferiamo essere sordi. Sperando che non accadano mai tragedie come questa. Ma quando accadono, allora è giunto il momento di fermarsi e pensare che le lezioni più belle forse non le abbiamo ancora impartite.

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