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LA GENERAZIONE DEI NEET: TUTTA COLPA DELLA SCUOLA?

PREMESSA
Avevo inviato questo post oltre un mese fa alla redazione del Blog “Scuola di Vita” del Corriere.it con cui da più di due anni collaboro. Non avendo ricevuto risposta, ho deciso di pubblicarlo qui. In passato avevo trattato questo argomento in due post, uno sul blog principale e uno su queste pagine. Questo articolo è un sunto dei due precedenti con i doverosi aggiornamenti.
Buona lettura!

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In Italia si chiamano “né né”, proprio perché non hanno un impiego né seguono alcun percorso di studio. Oggi si predilige la denominazione «Neet» (acronimo inglese di «Not [engaged] in Education, Employment or Training»), importando come spesso capita un’etichetta anglosassone. Se nel 2009 i giovani “né né” nel nostro Paese erano 270 mila, esclusivamente nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 19 anni, nel 2013, sempre secondo l’ISTAT, la percentuale degli under 35 in questa condizione sfiorava i 4 milioni.

A distanza di tre anni, come ci informa Dario Di Vico sul Corriere, è apparentemente migliorata, ma la fascia d’età è ristretta agli under 29: ora i giovani Neet sono 2 milioni e 300mila, ma i dati sono riferiti alla fascia di età tra i 15 e i 29 anni. Secondo l’indagine “Ghost”, 1 milione di Neet è disoccupato, ovvero in attesa di un’occupazione a breve termine, mentre gli «inattivi totali» raggiungono quota 600 mila.

Ma cosa fa questo esercito di “inoccupati”? Alcuni svolgono attività di volontariato, altri si dedicano allo sport, altri ancora sono impegnati in lavoretti come ripetizioni, baby sitting o comunque lavori a intermittenza con i quali i giovani non riescono a raggiungere una professionalità da spendere in futuro.

Insomma, pare che non tutti facciano parte della generazione degli “sdraiati”, come li definisce Michele Serra nell’omonimo libro. Anzi, i più frustrati sono i laureati (1 su 10) che davvero non avrebbero voglia di stare con le mani in mano, dato che si sono impegnati e hanno speso del tempo frequentando l’università. In questa classifica sconfortante, se vogliamo dir così, seguono i diplomati (5 su 10) che, tuttavia, non ritengono utile continuare gli studi, e quelli che non sono nemmeno arrivati al diploma di scuola media superiore (4 su 10).

Poiché questo è un blog che tratta di scuola ed è rivolto anche alle famiglie, vorrei soffermarmi a riflettere proprio su questo 40% di giovani che sono in possesso del solo diploma di terza media.

Sarebbe semplice dire che questi giovani sono degli indolenti, che non sanno attribuire il giusto valore all’istruzione o, più in generale, alla cultura. Facile puntare il dito sulle famiglie che non sono in grado di trasmettere loro questo tipo di valore e che accettano, la maggior parte delle volte loro malgrado, una situazione degna di essere chiamata parassitismo. Sarebbe scontato e banale affermare che se non hanno voglia di studiare, non li si può costringere; quante volte di fronte ai figli che non s’impegnano a scuola, i genitori tuonano con la solita frase trita e ritrita “allora vai a lavorare”. Magari trovassero lavoro, questi “inetti”!

Quando si parla di insuccesso negli studi dobbiamo tenere presente l’influenza di vari fattori: l’ambiente scolastico che il ragazzo non trova confacente, la famiglia che non ha gli strumenti per aiutarlo, le amicizie che rappresentano sempre più l’unico modello da seguire, soprattutto perché più comodo, essendo libero da obblighi che condizionano il comportamento. Mi spiego meglio: frequentando gli amici, un giovane innanzitutto non è giudicato, non ha regole da rispettare se non quelle condivise all’interno del gruppo, quasi mai impegnative a livello culturale e formativo, poi è libero di esprimere il suo disagio senza incorrere in rimproveri che addossino la responsabilità a lui solo, infine non ha bisogno di comportarsi in modo non spontaneo con il timore di essere censurato.
Il ruolo della famiglia è fondamentale, è vero, ma non è l’unica forza in ambito educativo. Spesso il “gruppo” funge da punto di riferimento e, guarda caso, non sono mai i modelli positivi ad essere trainanti.

Al di là degli stimoli che possono arrivare dalla famiglia, e talvolta anche dalla scuola, non si può escludere che il ragazzo che si trova in difficoltà alla fine segua istintivamente quelli come lui, arrendendosi alla conclusione semplicistica, ma assai condivisa tra “simili”, «la scuola non fa per me».

Per superare l’impasse è indispensabile la collaborazione scuola-famiglia, ma come sappiamo il rapporto tra le due parti è spesso tutt’altro che idilliaco. Da una parte la famiglia addossa alla scuola la responsabilità dell’insuccesso negli studi del proprio figlio, dall’altra gli insegnanti sostengono che la famiglia non si occupi del figlio e che se il ragazzo è un testone, non si applica, non segue i consigli, non c’è nulla da fare: somaro è, somaro rimarrà.

Naturalmente non si può evitare di fare i conti con l’autostima del ragazzo.
Al di là di un atteggiamento strafottente (così efficacemente descritto da Michele Serra nel libro citato), tipico di chi sfida gli adulti facendo credere che «lui sa quello che fa e non ha bisogno che qualcun altro glielo dica», spesso dietro questa ostentata sicurezza si cela una scarsissima autostima. Ovvero, facendo credere che l’insuccesso scolastico nemmeno lo sfiori, lo studente nasconde la mancanza di fiducia che ha dentro di sé.
Compito della scuola sarebbe comprendere questo tipo di situazione e trovare, assieme alla famiglia, un modo per guidare il ragazzo in un percorso di crescita che lo porti a superare la sfiducia in sé. Certo, per un adolescente è più facile gettare la spugna, rinunciare a modificare una situazione è più comodo; tuttavia, se gli adulti lo aiutassero a comprendere la causa del suo insuccesso e lo guidassero ad un miglioramento personale, quindi non solo relativo allo studio ma soprattutto relativo al suo rapporto con se stesso, ci potrebbe essere una speranza.

Non dimentichiamo, però, che molti ragazzi così fragili rifiutano di farsi consigliare dagli adulti, siano essi genitori o insegnanti.

La convinzione che il mondo del lavoro possa essere affrontato con minore impegno –solo perché non ci sono interrogazioni e compiti in classe-, per giunta con un tornaconto economico, è la molla che porta, poi, a lasciare la scuola per cercare un impiego. Ma anche quando trovano un posto, ben presto questi ragazzi comprendono che in qualsiasi mestiere sono richieste delle competenze che, se non ci sono, bisogna apprendere. L’impegno e la volontà sono imprescindibili così come il rispetto delle regole, pur diverse da quelle imposte dall’istituzione scolastica, è assolutamente dovuto. In breve, di fronte a questi ulteriori ostacoli, i ragazzi che appartengono alla “generazione dei né né” pensano di poter mollare il lavoro come hanno fatto con la scuola e di cercare altro. Peccato, però, che non ci sia questa grande offerta ed ecco che ragazzi come questi hanno un’unica possibilità: ingrossare le fila della già ben nutrita schiera dei loro simili.

Secondo Eurydice, in Italia dal 2009 al 2014 la percentuale dei cosiddetti early leavers è scesa dal 19% al 15%. Forse si potrebbero accorciare le distanze tra il nostro e gli altri Paesi europei se ci fosse una maggiore collaborazione tra scuola e famiglia, una sinergia in grado di rimuovere gli ostacoli e ridare fiducia ai giovanissimi, evitando un precoce abbandono scolastico.

[immagine da questo sito]

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LAVORI ESTIVI: UTILI MA NON OBBLIGATORI

lavori estivi studentiNell’ultimo post pubblicato sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita” questa volta parlo un po’ di me. Mi ha ispirata l’uscita del ministro del Lavoro Poletti che vorrebbe impegnare una parte delle vacanze degli studenti, reputate troppo lunghe, con qualche esperienza nel mondo del lavoro. Nell’articolo, che in origine era intitolato “Eppure a me piaceva lavorare d’estate”, racconto delle mie esperienze di lavoro estivo, fortemente volute, anche a costo di trovarmi in situazioni che avrei preferito evitare. Ma solo così si fa esperienza perché, come recita un detto popolare, “sbagliando si impara”.
Riporto in parte l’articolo e vi invito, come sempre, a leggerlo interamente sul sito del Corriere.it.

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Ho letto con grande piacere e partecipazione (nel senso che in molto di ciò che ha scritto mi ci sono ritrovata, seppur con lo sforzo di ricordare un passato troppo remoto, ahimè) il post di Paolo Romano sull’estate degli studenti che il ministro Poletti vorrebbe in qualche modo rivedere.

Eppure credo che l’idea di spronare i giovani a fare qualche lavoretto d’estate non sia del tutto da buttare. Tre mesi sono tanti, troppi per qualcuno. Personalmente ricordo come passava in fretta il tempo. C’era bisogno di riprendersi dalle lunghe ed estenuanti fatiche che i nove mesi di scuola imponevano. Sempre che ci si impegnasse nello studio, è ovvio.

Ero felice quando al mare, in villeggiatura (come si diceva allora), ritrovavo le amicizie “stagionali” e i miei mi concedevano di far tardi la sera, sempre sotto stretta sorveglianza di mio fratello. Mi sentivo ancora più felice quando lui decideva di “sganciarmi” e si accordava sull’ora di rientro e su ciò che avremmo raccontato ai nostri genitori al ritorno. Piccole bugie, enorme felicità.

La scuola in quei mesi era un lontano ricordo. Non riuscivo a concepire come qualcuno si potesse rovinare le vacanze con gli esami di riparazione a settembre. Non lo capisco nemmeno ora che insegno, a dire il vero.

Poi, all’età di 15-16 anni, ho sentito la necessità di trovarmi un lavoretto. Volevo mettere da parte qualche soldo per togliermi gli sfizi, anche se sapevo che i miei non mi avrebbero negato nulla. Bastava chiedere. Forse per questo non comprendevano quell’idea balzana di lavorare d’estate. Così iniziai a fare la baby-sitter (so che oggigiorno nessuno lascerebbe in mano ad un’adolescente dei bambini, ma allora era diverso, si cresceva in fretta e si era molto più responsabili), a dare ripetizioni, a vendere cosmetici in giro per le case (tutti aprivano la porta e non ho mai avuto paura di brutti incontri), a confezionare braccialetti e collanine che poi vendevo alle amiche. Ho persino fatto traduzioni e registrato su una cassetta (ah, i vecchi mangicassette!) un libro d’inglese per un ragazzo che voleva migliorare la pronuncia.

A un certo punto ho osato di più: volevo lavorare in ufficio con papà. Fui accontentata, anche se dovetti accettare un lavoro part-time, nel pomeriggio, quando l’ufficio non era aperto al pubblico. È stata un’esperienza utilissima: decisi allora che il lavoro di segretaria non faceva per me. La mia vita doveva essere votata all’insegnamento, ne ero certa.

Nell’estate dei miei diciassette anni (mi avviavo comunque verso la maggiore età, essendo nata in ottobre) tentai l’impresa più ardita: niente lavoretti “precari”, niente lavoro d’ufficio in famiglia, volevo fare qualcosa che spezzasse il cordone ombelicale e nel contempo si avvicinasse al lavoro che ero certa di fare in futuro. Fu così che mi ritrovai a fare l’assistente in una colonia al mare. Fu l’esperienza più traumatica della mia vita.

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[immagine dal sito linkato; logo blog “Scuola di Vita” © Corriere.it]

STUDIO E LAVORO: LA SCUOLA E’ ANCORA “PALESTRA DI VITA”?

STUDIO E LAVOROIl mio nuovo post pubblicato sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita” riporta un riflessione scaturita da una semplice domanda: La scuola può essere ancora considerata “palestra di vita”?
Come sempre, riporto la parte iniziale del post e vi invito a continuare la lettura sul sito del Corriere.it.

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«La scuola è palestra di vita»: uno slogan ormai superato oppure un concetto valido tuttora?

Troppo spesso sentiamo ripetere, anche da rappresentanti delle istituzioni, che la scuola italiana è eccessivamente nozionistica e anche troppo autoreferenziale, intenta com’è a trasmettere contenuti, seguendo diligentemente i programmi calati dall’alto, e preoccupata quasi esclusivamente di valutare ciò che gli studenti hanno appreso nel loro percorso scolastico. E questo senza preoccuparsi affatto della spendibilità dell’appreso una volta che i ragazzi vengono introdotti nel mondo del lavoro.

A scuola s’imparano molte cose. Nozioni su nozioni nelle varie discipline, prima di tutto. Come se le conoscenze fossero l’unico patrimonio da conquistare. Certo, senza le conoscenze è difficile arrivare al sei o addirittura ottenere dei buoni voti. Ma al di là di quelle nozioni indispensabili per imparare una materia, poi ci vuole la logica, la deduzione, la capacità di stabilire relazioni nel mare magnum dell’appreso, abilità fondamentali da acquisire nell’ambito delle materie di studio. E ancora, il problem solving che sembra costituire, secondo molti, l’unica risorsa davvero degna di questo nome nell’ambito dell’apprendimento scolastico. Ma non sempre chi frequenta la scuola, anche per molti anni, arriva a questo obiettivo trasversale. Ciò accade, in parte, perché la cosa più difficile non è insegnare ma insegnare ad imparare e, diciamolo con tutta l’onestà possibile, non tutti i docenti possiedono tale abilità.

Non sempre, tuttavia, questa responsabilità deve essere scaricata interamente sulle spalle di chi siede in cattedra.

Quante volte, ai colloqui con gli insegnanti, arrivano genitori preoccupati, se non proprio depressi, perché dicono che il/la loro figlio/a studia, studia ma non arriva al sei? Molte.
Quante volte gli stessi studenti (quelli più grandi, è ovvio) ci rincorrono per i corridoi e sfogano la frustrazione provata nello studiare tanto senza arrivare al sei? Tante.

Quanti di questi genitori e allievi ci chiedono aiuto? Pochi. La maggior parte sembra voler trovare una giustificazione alla loro ben poco aurea mediocritas. E anche quando sottolineiamo le loro carenze, quando diamo consigli e dispensiamo raccomandazioni, gli stessi ritornano a compiere i medesimi errori, sembra non si sforzino nemmeno di cambiare. Non ci ascoltano.

La maggior parte delle volte le situazioni di insuccesso scolastico dipendono dagli studenti stessi.

Le nozioni, le regole, le pagine di letteratura, le versioni di Latino non servono a nulla, tanto meno a risolvere problemi. Ancora minor incidenza hanno su un futuro lavorativo. Queste, in sintesi, le obiezioni mosse da chi non trova gli stimoli giusti per studiare.

Così molti giovani, spesso con la complicità delle loro famiglie, si autoassolvono. Stimano la scuola un’inutile perdita di tempo, tanto vale trovarsi un lavoro. Come se fosse facile! Le statistiche sulla disoccupazione giovanile sono allarmanti: quasi un giovane su due, di età compresa tra i 15 e i 24 anni, non ha un’occupazione e, avendo lasciato gli studi, va ad ingrossare le file dei cosiddetti NEET (Not in Employment, Education or Training).

Eppure basterebbe davvero poco per capire che l’impegno scolastico rappresenta, innanzitutto, un allenamento costante, il che significa fatica e sacrificio. In altre parole: lavoro.

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[immagine dal sito linkato; logo blog “Scuola di Vita” © Corriere.it]

DOCENTI: SEI A RISCHIO BURN-OUT? UN QUESTIONARIO ON LINE TE LO SVELA

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Lo Stress Lavoro Correlato è un argomento che mi sta molto cuore e che ho trattato in diversi post, anche facendo riferimento a uno dei massimi esperti in materia: il dott. Vittorio Lodolo D’Oria. (leggi: Cara scuola ti amo da impazzire, Caro ministro ci vuole tutti pazzi?, Perché i prof vogliono andare in pensione prima e L’orario dei docenti raddoppia? L’incubo d’inizio estate).

Lo SLC può portare, nei casi particolarmente gravi, al cosiddetto burn-out. Di che cosa si tratta?

In breve: è l’esito patologico di un processo stressogeno che colpisce le persone che esercitano professioni d’aiuto, qualora queste non rispondano in maniera adeguata ai carichi eccessivi di stress che il loro lavoro li porta ad assumere.

Maslach e Leiter (2000) hanno perfezionato le componenti della sindrome attraverso tre dimensioni:

1. deterioramento dell’impegno nei confronti del lavoro
2. deterioramento delle emozioni originariamente associate al lavoro
3. un problema di adattamento tra persona ed il lavoro, a causa delle eccessive richieste di quest’ultimo.
In tal senso il burn-out diventa una sindrome da stress non più esclusiva delle professioni d’aiuto, ma probabile in qualsiasi organizzazione di lavoro. [definizione e informazioni tratte da wikipedia]

L’insegnamento prevede, infatti, oltre agli aspetti prettamente didattici che sarebbe comunque semplicistico definire “trasmissione di nozioni”, un rapporto stretto tra docente e discente che rientra perfettamente nella categoria di quelle professioni dette “d’aiuto”.

Avendo già parlato in modo diffuso del problema (nei post linkati) e non volendo ripetermi, in questo articolo mi soffermo a trattare di un’interessante iniziativa che parte dall’Università La Sapienza di Roma. La dottoressa Luisa Vianello sta portando avanti una ricerca, nell’ambito del suo dottorato in Psicologia sociale, dello sviluppo e ricerca educativa, e si sta occupando del burn-out degli insegnanti. La sua ricerca è rivolta ai docenti di scuole di ogni ordine e grado, precari e di ruolo (e non soltanto a coloro che già si sentono in burn-out conclamato), e per parteciparvi basta rispondere alle domande di un questionario online.

È possibile partecipare all’indagine fino al 30 settembre, inviando una mail vuota all’indirizzo questionariosapienza@gmail.com. In risposta si riceverà una mail con il link per accedere alla compilazione del questionario, che richiede in media circa 25 minuti (tuttavia è possibile salvare le proprie risposte e riprenderle con più calma e lucidità in un momento successivo). Tutta l’operazione si svolge nell’assoluto rispetto della privacy e in nessun caso sarà possibile risalire all’identità dei partecipanti. (informazioni da La Stampa)

Non conosco direttamente l’iniziativa, anche se ho intenzione di compilare il questionario, né saprei valutarne la validità a livello di ricerca. Tuttavia credo sia doveroso partecipare se non altro per rendersi conto di quali siano i rischi cui andiamo incontro, specialmente se abbiamo alle spalle 30 anni di lavoro.

Lo SLC è una malattia che, come tutte del resto, è meglio prevenire piuttosto che curare.

[immagine da questo sito]

SCUOLA: LO STIPENDIO DIFFERENZIATO RIPAGHEREBBE DALLA FATICA GLI INSEGNANTI DI ITALIANO E LATINO

correzione compitiSi discute tanto, in quest’estate che sembra non avere pace, per quanto riguarda la scuola, sull’aumento del carico di lavoro dei docenti proposto dal sottosegretario all’Istruzione Roberto Reggi.
In realtà, fra i docenti c’è già chi, a parità di stipendio, lavora di più. Naturalmente si tratta di un lavoro non osservabile né quantificabile, in quanto sommerso. Potrebbe essere, comunque, valutabile sulla base dei risultati scolastici degli studenti, ma questo è un argomento che porterebbe via molto spazio e scatenerebbe, ne sono sicura, delle polemiche. Inutile mettere altra carne sul fuoco.

Il lavoro sommerso è una delle anomalie della nostra scuola. Sulla rivista on line OrizzonteScuola si è aperto un dibattito fra docenti che insegnano diverse discipline. Ognuno, com’è logico, tira l’acqua al suo mulino, affermando che quando si lavora con coscienza e passione, tutti lavorano tanto, indipendentemente dalla disciplina insegnata.

Io non concordo. Ho inviato una lettera sull’argomento ed è stata pubblicata. La riporto di seguito e spero che anche qui si possa aprire un dibattito.

Spett.le Redazione, ho letto con attenzione le repliche dei colleghi Lino Carravieri e Fulvio Mulas alla lettera inviata dalla professoressa Enza Ferro, docente di Latino e Greco, la quale propone una differenziazione dello stipendio a seconda della/e disciplina/e insegnata/e.

Io insegno Materie Letterarie al liceo scientifico (in prevalenza Latino e Italiano al biennio e al triennio) e non posso che concordare con la collega Ferro.

Pur rispettando il lavoro di tutti e pur ritenendo che le repliche in autodifesa dei professori che insegnano Educazione Fisica siano più che legittime, devo fare alcune considerazioni riguardo al lavoro che grava sulle spalle di una prof di Lettere rispetto a chi insegna Ed. Fisica.

Devo fare una premessa: lo stipendio non è mai stato differenziato a seconda dei titoli (lauree, concorsi a cattedra, specializzazioni …) posseduti da ognuno. Possiamo solo avere un punteggio aggiuntivo nella graduatoria d’istituto, il che ci può salvare da un eventuale trasferimento d’ufficio in quanto soprannumerari.

Lavorare in situazioni disagiate, pur essendo certamente un fattore che aggrava lo stress, non ha mai portato a differenziazioni dello stipendio. Giusto o sbagliato che sia. E nemmeno l’insegnamento di sostegno, anche se personalmente io ai docenti di sostegno darei lo stipendio doppio!

Veniamo, dunque, ai carichi di lavoro. È indubbio che tutti, a prescindere dalle materie insegnate, debbano preparare le lezioni, le verifiche, spesso adattandole ai diversi livelli di preparazione degli studenti e differenziandole in base agli specifici bisogni degli studenti, con certificazione o meno. È anche scontato che ognuno perda una parte del proprio tempo nell’autoaggiornamento.

Per quanto riguarda, invece, la correzione delle verifiche, avrei qualche obiezione.

Io insegno Italiano in tre classi e Latino in due. Il che significa che ho cinque materie con valutazione scritta e orale in tre classi, per un totale di 75 allievi. Le prove possono essere di diverso tipo: per l’Italiano “temi” (poi spiego perché uso le virgolette), prove di grammatica, di epica, di narrativa, di poesia con analisi del testo, di letteratura; per il Latino traduzione e analisi di un testo, prove di grammatica e di letteratura.

Non tutte queste prove prevedono lo stesso tempo di correzione. Per i “temi”, ad esempio, bisogna fare un distinguo: oltre ai classici elaborati, che tutti nella loro vita scolastica hanno svolto, al biennio propongo anche testi descrittivi, espositivi o argomentativi; al triennio sono costretta a proporre analisi del testo, saggio breve o articolo di giornale, tema storico e di ordine generale, le tipologie previste dalla prima prova dell’esame di Stato. Poi, visto che solitamente gli allievi possono scegliere tra tre o più tracce (al triennio a volte anche o 5-6), c’è da tenere nel debito conto che non tutti i compiti da correggere sono “uguali”, che ogni volta ci si deve concentrare sulla traccia proposta e valutare lo scritto in base alla coerenza e la coesione, l’adesione alla traccia scelta, controllare la sintassi, la punteggiatura, il lessico, l’ortografia.

A ciò si aggiunge la “decifrazione” di grafie a volte illeggibili oppure la necessità di proseguire la correzione sulla brutta copia, ancor meno decifrabile. Infine, un’ulteriore perdita di tempo comporta l’utilizzo della griglia di valutazione e la scrittura di un giudizio sintetico che accompagni il voto numerico.

I tempi di correzione vanno da un minimo di 20 minuti-mezzora per compito ad un massimo di un’ora. Gli elaborati del biennio a volte devono essere “riscritti” a margine perché scritti in modo del tutto inappropriato. Quelli del triennio portano via moltissimo tempo perché sono più lunghi ed articolati, oltreché più complessi dal punto di vista contenutistico, com’è logico che sia.

Proprio perché ci vuole una pazienza certosina, i “temi” li correggo con il contagocce, 3-4 ogni pomeriggio, considerando anche il fatto che sulle spalle grava la stanchezza di una mattinata a scuola e che ci sono altre incombenze, come la preparazione delle lezioni, la ricerca dei materiali ecc. Il tutto moltiplicato per 75, gli allievi, e ogni cinque settimane circa.

Per il Latino la correzione dei classici “compiti” va più spedita perché le prove sono tutte “uguali”, essendo unico il testo proposto per la traduzione. Tuttavia, bisogna porre l’attenzione sulla “resa” in italiano, oltreché sulla correttezza della versione, e accertarsi che qualcuno non abbia scaricato dal web la traduzione bell’ e pronta (cosa che capita, purtroppo, nonostante la sorveglianza assidua). Le prove di letteratura e l ’analisi del testo non comportano tempi di correzione lunghi quanto quelli dovuti ad un “tema” di italiano, in ogni caso personalmente correggo ogni compito almeno tre volte, compilando anche la griglia di valutazione e scrivendo, oltre al voto, pure un giudizio sintetico.

Onestamente non ho mai fatto i conti del tempo impiegato per correggere le 1000 prove di quest’anno scolastico. Probabilmente per non spaventarmi. Ma posso assicurare che ho lavorato tutti i pomeriggi, we compreso, a volte facendo le ore piccole specie quando dovevo presenziare a qualche riunione a scuola dopo le lezioni. Tra l’altro non ho mai corretto compiti durante i collegi docenti o altri incontri, come fanno molti colleghi, specie quelli che insegnano discipline scientifiche. Io non propongo mai test a crocette ma prove semi-strutturate perlopiù con quesiti a riposta aperta, anche se qualche esercizio può prevedere scelte multiple o vero/falso.

Venendo ai colleghi di Ed. Fisica, molti nel pomeriggio-sera lavorano nelle palestre come personal trainer o tengono lezioni di gruppo, alcuni sono proprietari o soci delle palestre stesse. Senza contare quelli impegnati a scuola in attività extracurricolari, pagati con il Fis oppure dagli stessi genitori. Poi ci sono anche quelli che tengono lezione all’università della Terza Età o enti analoghi, facendo volontariato (cosa nobilissima di per sé). Tutto questo mi fa supporre che non siano così occupati nel preparare lezioni, attività diversificate oppure nel correggere i compiti.

D’altra parte, si potrà obiettare che i docenti, come me, che insegnano Lettere arrotondano lo stipendio con le lezioni private pagate profumatamente (specie quelle di Latino e Greco), lavorando in nero ed evadendo il fisco. Personalmente non riesco nemmeno ad aiutare gratis i figli degli amici o dei parenti perché non ho tempo e sono troppo stanca. Non nego che ci siano professori che si arricchiscono con le ripetizioni ma
in questo caso ho dubbi fondati che riescano a fare seriamente il loro lavoro in classe e svolgere in modo adeguato tutto ciò che è connesso alla funzione docente.

Infine, sino a qualche anno fa non mi lamentavo per lo stipendio. Una volta noi di Lettere, proprio perché ci veniva riconosciuto un carico di lavoro differente rispetto ai docenti di altre discipline, avevamo cattedre di 14-15-16 o 17 ore (quella considerata la più impegnativa tant’è che l’anno successivo “respiravamo” con la cattedra da 14). Con la saturazione delle cattedre a 18 ore siamo gravati da carichi quasi doppi (anche relativamente alle riunioni, visto che prima avevamo al massimo 2 classi, ora ne possiamo avere anche 6) e lo stipendio è lo stesso, anzi, è diminuito a causa dei maggiori oneri fiscali.

Proprio in virtù di questo ragionamento trovo giusto che lo stipendio sia differenziato.

Insomma, a me pare che la scarsa opinione che la gente comune ha del nostro lavoro, non riconosciuto come attività altamente formativa, tra le altre cose, invece di vederci compatti stia scatenando una guerra tra poveri. E allo Stato conviene, evidentemente, che si scateni questa guerra così si potrà dire che chi vuole lavorare di più guadagnerà di più. Senza, però, mettere in nessun conto che alcuni lavorano già di più rispetto ad altri, pur non facendo nulla di extra.

[LINK all’articolo originale; immagine sotto il titolo da questo sito]

“Docenti e Dirigenti responsabilizzati e pagati” di Umberto Tenuta

bimbi a scuola

Valorizzare i dirigenti scolastici?

Sì, responsabilizzarli!

La loro azienda non rilascia TITOLI, ma VALORI!

Valori umani, valori che nessuno, e tanto meno l’INVALSI, può misurare.

Chi può misurare il valore del VERO, del BENE e del BELLO, il valore dell’UOMO, valore infinito?

3+5=8

Oh quanti euro sprecati nel voler misurare che cosa un ragazzino ha imparato nel primo giorno di scuola!

Mistero che nessuno mai conoscerà!

State contenti, umana gente, al quia;

ché, se potuto aveste veder tutto,

mestier non era parturir Maria.

I DIRIGENTI dell’Azienda SCUOLA, vanno valorizzati, ma soprattutto responsabilizzati.

Se l’Azienda non produce, chiude, e il Dirigente se ne va alla casetta al mare, che intanto si è comprata.

Ma mica il Dirigente monta le ante della finestra!

A montar le ante ci pensa il Maestro d’arte.

Sì, a innamorare i giovani svagati a DAVANTI A SAN GUIDO ci pensa la giovine Maestra che innamorata già è, e sa leggere di greco e di latino.

Maestri non si è se non si è innamorati, giovani assetati, mai sazi di tomi e di CD.

Mica bastano loro i PONY!

A loro è grato <>.

Continuo, da casa a scuola, da scuola a casa.

Altro che le trentasei ore dell’impiegato di banca!

A casa gli rode l’anima quel bimbo là, al primo posto della sala aulente, che niente ama di laghi e di monti.

Non lo può scordare, non lo può dimenticare, nemmeno mentre cala la pasta.

Il suo è uno studio, studium, amore che gli rode l’anima, che non gli dà requiem.

Altro che trentasei ore!

Il medico ti scrive la ricetta e ti dà il numero del suo cellulare.

La maestra è un pochino più digitalizzata, li tiene collegati, i suoi giovani studenti, sul suo tablet, a casa ed a scuola.

Di là condivide gli amori, le gioie, le passioni, i rancori dei suoi giovani studenti.

È una chioccia che se li porta sempre appresso i suoi pulcini!

Con loro alla ricerca di chicchi di grano e di chicchi di melograno, di meridiani e di indiani, di ablativi e di genitivi.

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NOTE

Per chi volesse sapere qualcosa di più sull’autore, Umberto Tenuta, QUI si può leggere il suo curriculum (di tutto rispetto, aggiungo!). Sicuramente una persona che della scuola ne sa più di Giannini, Reggi ed “esperti” del MIUR.
Il grassetto è mio ed evidenzia le parti che mi sono piaciute di più.
Grazie all’autore (sempre che mi legga): noi docenti abbiamo proprio bisogno di qualcuno che ci capisca.

[immagine da questo sito. ATTENZIONE: NON CLICCARE SUL LINK PERCHE’ IL SITO POTREBBE CONTENERE VIRUS. SUL MIO PC è STATO BLOCCATO]

DA PRECARIE A DIRIGENTI SCOLASTICI: E’ GIUSTO?

dirigente scolasticoDue docenti precarie, ammesse con riserva alle prove del concorso per Dirigenti Scolastici, possono aspirare al ruolo dirigenziale. L’ha stabilito il TAR del Lazio che ha sciolto la riserva d’accesso al concorso ritenendo erronea la norma che prevede un servizio minimo di ruolo di cinque anni per presentare domanda.

Le due insegnanti hanno superato la prova pre-selettiva e tutte le prove d’esame. Possono, quindi, essere inserite nella graduatoria per Dirigenti Scolastici ed essere nominate in ruolo.

I giudici del TAR hanno agito allineandosi alle direttive europee che non prevedono limiti d’accesso ai pubblici esami, proprio per non discriminare i precari. Come osserva Marcello Pacifico, presidente dell’Anief, è arrivato il momento di prendere atto della giurisprudenza comunitaria e dell’esistenza di un’Europa dei diritti che i più conoscono, ma per la cui applicazione bisogna ancora lottare al fine di riuscire a far rispettare la dignità dell’uomo e del suo lavoro.

Fin qui la notizia. Personalmente ho delle perplessità.

Non voglio togliere alcun merito alle due colleghe né ho alcun tipo di riserva nei confronti dei precari. Il concorso non era facile, a partire dalla prova pre-selettiva. In media un candidato su quindici ha superato tutte le prove. Le due colleghe erano senz’altro ben preparate e saranno probabilmente delle ottime dirigenti. La questione è un’altra.

In Italia, si sa, il precariato è una piaga sociale. Nella scuola, in particolare, è molto difficile che un docente precario, anche se in possesso di abilitazione, ottenga un posto a tempo indeterminato. La politica dei tagli iniziata nel 2008, la riforma delle scuole secondarie di II grado, l’aumento del numero minimo di studenti per classe … sono tutti fattori che hanno determinato una stagnazione nell’ambito degli organici.

Quando parlavamo di supplenti, fino a una ventina di anni fa, eravamo soliti riferirci a gente giovane con poca esperienza. Ora la situazione è completamente diversa: ci sono precari che insegnano da 15-20 anni e non hanno alcuna certezza di essere assunti. L’Europa ha già bacchettato l’Italia e i nostri politici perché il “giochetto” delle nomine fino al 30 giugno e la riassunzione a settembre, spesso nelle stesse scuole, dei supplenti annuali fa risparmiare lo Stato ma determina una discriminazione grave dei precari che, pur lavorando effettivamente come i docenti di ruolo, o quasi, si vedono decurtare lo stipendio di due mensilità, con tutto quel che consegue a livello di 13^ mensilità, ferie e Tfr.

Ora la maggior parte dei supplenti che insegnano regolarmente tutti gli anni sono ben preparati. Tuttavia, considerato che la figura dell’attuale Dirigente Scolastico è ben lontana da quella del vecchio “Preside”, una buona preparazione in ambito didattico serve a poco o nulla.
Allora, direte voi, a maggior ragione un precario può aspirare al posto di Dirigente, visto che l’esperienza in cattedra ha scarso valore. Il ragionamento non fa una piega ma c’è un ma.

Chi sceglie di fare l’insegnante non ha alcuna possibilità di carriera. Nasce insegnante e muore insegnante (visto come si allungano i tempi per il pensionamento, forse questo modo di dire può sembrare più realistico di un tempo, almeno per quel che riguarda la fine). L’unica prospettiva di carriera è quella di fare il concorso per Dirigente Scolastico oppure quello per Dirigente Tecnico (ex ispettore scolastico). Per quest’ultimo ruolo, i concorsi sono rarissimi. L’ultimo in ordine di tempo, almeno secondo la fonte che ho consultato), è stato bandito nel 2008 dopo un ventennio (la dicitura non è casuale …) di nomine politiche, aggirando il concorso pubblico, previsto per legge quando si deve assumere personale di ruolo nella Pubblica Amministrazione.

A questo punto, ritorno alla questione dei precari ammessi al ruolo dei Dirigenti Scolastici. Non trovo giusto, proprio in virtù dei ragionamenti sopraesposti, che venga tolto il vincolo dei cinque anni di ruolo come docente per partecipare al concorso per D.S. Sarebbe comodo, infatti, per un supplente fare qualche anno di precariato e aspirare ad un’occupazione meglio retribuita (ma con molte responsabilità), “portando via il posto” (lo virgoletto perché si tratta, in definitiva, di aumentare il numero dei concorrenti) a chi ha anni di ruolo alle spalle e vorrebbe migliorare la propria posizione economica.

Prendiamo ad esempio il privato: sarebbe normale se una segretaria, dopo qualche anno di lavoro in ufficio, diventasse capoufficio, togliendo a persone con più esperienza la possibilità di aspirare a quel posto?

E adesso non ditemi che dipende dalla segretaria e dagli “straordinari” che è disposta a fare.

[LINK della fonte]

PERCHÉ I PROF VOGLIONO ANDARE IN PENSIONE PRIMA

inesgnante stanca

Il mio nuovo articolo pubblicato sul Blog “Scuola di Vita” del Corriere.it, tratta un argomento di cui si sta discutendo molto in questi giorni: il prepensionamento degli insegnanti sessantenni.
La riflessione parte da una petizione on line proposta dalla docente e scrittrice siciliana Mila Spicola che chiede, appunto, di permettere ai docenti più in età di lasciare il posto di lavoro in favore dei più giovani.
Non tutti sono d’accordo: giorni fa sul Sussidiario.net è uscita una lettera di un docente che, obbligato al ritiro, vorrebbe restare al suo posto. Di tutt’altro avviso la collega docente e blogger Isabella Milani di cui nell’articolo riporto in parte il pensiero che condivido totalmente.
Vi invito, come al solito, a continuare la lettura sul sito del Corriere.it.

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Sta spopolando sul web una petizione promossa da Mila Spicola (docente, scrittrice e giornalista) per permettere ai sessantenni di poter usufruire del prepensionamento. È nota, infatti, la proposta del ministro P.A. Marianna Madia, fieramente avversata dalla collega del MIUR, Stefania Giannini, che non concorda sul fatto che si debbano mandare in pensione anticipatamente i docenti per lasciare il posto alle nuove leve.

È evidente che la signora Giannini non ha mai insegnato in una scuola, specialmente la primaria o la secondaria di I grado, anche se insegnare è difficile e usurante in ogni ordine e grado di scuola.

Secondo gli studi di Vittorio Lodolo D’Oria – medico che si occupa del Disagio Mentale Professionale (DM)] negli insegnanti dal 1998, autore del libro Pazzi per la scuola, pubblicato nel 2010 per Alpes Italia e animatore di un sito – i docenti rappresentano una delle categorie di lavoratori maggiormente esposte allo Stress da Lavoro Correlato (qui il report più recente, a proposito dell’inidoneità dei docenti).

Nello studio, Lodolo D’Oria parte da una considerazione: i docenti italiani sono decisamente “vecchi”. L’età media del campione della sua indagine è di 54,7 anni, con un’anzianità di servizio media di 29,2 anni di cui 19 trascorsi in cattedra e 10 in altre mansioni.

Ebbene, in ben 101 casi su 158 si sono riscontrate diagnosi psichiatriche.

Nonostante gli studi e i dati emersi, lo Stress da Lavoro Correlato (SLC) non è attualmente riconosciuto come malattia professionale per gli insegnanti, anche se è la maggiormente diffusa assieme alla disfonia cronica. La riflessione finale di Lodolo D’Oria non ha bisogno di commenti:

«Negli ultimi 20 anni si è passati traumaticamente dalle permissive baby-pensioni al drastico sistema previdenziale odierno, senza la benché minima valutazione della salute della più numerosa categoria professionale, per giunta a prevalenza femminile. […]
Una sorta di accanimento – ai limiti dell’incostituzionalità – sui “deboli”, resi tali da
malattie tra l’altro sviluppate durante il lavoro, dopo aver tolto loro anche la possibilità di richiedere un indennizzo a titolo di risarcimento.»

Di certo non è facile parlare di questi in un momento in cui si assiste a una sorta di accanimento contro gli insegnanti da parte dell’opinione pubblica. Chi non ha mai insegnato non sa realmente quali siano gli impegni effettivi di un docente. Il momento più critico ha coinciso con la proposta del governo Monti di aumentare l’orario di cattedra, per gli insegnanti della secondaria di I e II grado, da 18 a 24 ore.

CONTINUA A LEGGERE >>>

[immagine dal sito linkato; logo blog “Scuola di Vita” © Corriere.it]

MI SCUSI, SIGNORA GIANNINI, IL MIO ENTUSIASMO DI DOCENTE NON SI È SPENTO PER VIA DELLO STIPENDIO

giannini
Insegno da 30 anni e sono di ruolo dal 1986. Quando ho avuto in mano il primo cedolino dello stipendio da docente a tempo indeterminato (pure il ruolo c’è stato tolto, almeno aveva una qualche parvenza di conquista) era il 27 settembre 1986: 960mila lire. Tanto? Poco? Se considero che ci avrei pagato l’affitto per tre mesi, sarebbe come dire che oggi dovrei guadagnare più o meno 3mila euro. Siamo molto ma molto lontani e non dite che gli affitti sono aumentati vertiginosamente. E’ il nostro stipendio ad esser calato mostruosamente in rapporto al costo della vita.

Non so perché ma, pur avendo studiato come una matta e ottenuto un posto di ruolo (seppur in un paesino sperduto di montagna a due ore di viaggio da casa) meritato, visto che non ho avuto raccomandazioni di sorta, con quel cedolino in mano – che pure non era il primo avendo alle spalle un bel periodo di supplenze – mi sembrava quasi che quei soldi fossero un regalo. Eppure me li ero strasudati.

Avevo l’età in cui oggi più o meno uno studente finisce la laurea triennale, ero sposata da un anno e facevo progetti per allargare la famiglia. Con un posto di ruolo e due stipendi si poteva fare. I soldi sarebbero bastati? Avremmo avuto bisogno di una baby sitter e poi i bambini costano, specie nei primi anni di vita. I soldi non sono mai stati importanti per me. Ce la saremmo cavata.

Andavo su e giù cinque giorni alla settimana, quando andava bene ritornavo a casa alle 15, quando andava male alle 18, in più mi fermavo al pomeriggio quando c’erano le riunioni. E a casa mi aspettavano le lezioni da preparare, i compiti da correggere, un altro concorso da superare. 960mila lire al mese erano il giusto compenso per tanta fatica, tanti sacrifici? Non ci ho mai pensato.

Ho cresciuto due figli, affrontato altri concorsi, raggiunto l’obiettivo di insegnare al liceo, conquistato finalmente una sede comoda, vicina a casa.
Le mie giornate erano divise tra lezioni a scuola, compiti a casa con i figli, doveri di madre e moglie, doveri d’insegnante con il lavoro da svolgere nel pomeriggio e anche di notte. Nel tempo ho visto crescere lo stipendio fino a sfiorare i 2 milioni di lire, poco prima dell’avvento dell’euro. Poi è come se il tempo si fosse fermato ma le spese no, aumentavano sempre più e i soldi che portavo a casa non erano poi così tanti. Ma non ci pensavo.

Ho trascorso anni a scuola di pomeriggio. Partecipavo a tutti i progetti, assistevo ai corsi di formazione e aggiornamento, preparavo materiali didattici assieme alle colleghe per trovare strumenti innovativi. Ero sempre fuori eppure anche a casa il lavoro non mancava. Una volta una collega mi chiese: “Ma tu non hai una famiglia, dei figli piccoli?” Domanda retorica, non voleva risposte, era, anzi, una sorta di rimprovero come dire “Ma che stai a fare qui con tutti gli impegni che hai a casa?” Mi fermai a riflettere. Forse aveva ragione, avrei dovuto dedicare più tempo alla casa, al marito, ai figli. Nemmeno in quella occasione lo stipendio mi era sembrato poca cosa rispetto all’impegno profuso.

Ad un certo punto, dopo anni di volontariato (tutto ciò che facevo in più a scuola non era retribuito oppure lo era in modo ridicolo), per la prima volta pensai allo stipendio. Mi fermai ma non perché fossi demotivata dalle magre entrare. Avevo capito una cosa: la nostra disponibilità a lavorare gratis ci aveva fatto cadere nella trappola. Se gli insegnanti, seppur mal pagati e non retribuiti per le ore straordinarie, lavoravano ugualmente perché avevano una coscienza e amavano la propria professione, perché avrebbero dovuto essere pagati meglio?

Ho detto basta. Da quel dì ogni attività aggiuntiva doveva essere retribuita, altrimenti non avrei fatto nulla di più di ciò che ero obbligata a fare per contratto. Ho iniziato a selezionare le cose che mi piaceva fare e per le quali avrei ottenuto un riconoscimento economico. Era giusto che venisse riconosciuta la professionalità acquisita. Se avessi continuato a fare tanto e gratis avrei convinto chi si aspettava da me un certo impegno che il mio operato non avesse alcun valore. La mia professionalità sarebbe stata salva dicendo dei no. Mi sarei dedicata esclusivamente alla didattica in classe, migliorando le mie prestazioni in quel determinato contesto. Avrei fatto di meno ma meglio, l’indispensabile ma qualitativamente buono.

Eccomi giunta al perché di questa riflessione.
Il ministro Giannini dice che gli insegnanti sono demotivati perché pagati poco. Una considerazione che probabilmente è condivisa da chi non insegna e dai quei pochi che davvero fanno il minimo sindacale o anche molto meno. Ma non può essere condivisa dalla maggior parte dei docenti che sanno cosa significhi insegnare oggi. Gli insegnanti non sono mai stati strapagati eppure l’opinione pubblica non era compatta nell’asserire che per quel che fanno hanno uno stipendio quasi regalato e un numero infinito di giorni di vacanza. Ecco, forse è questa la cosa su cui dovremmo riflettere. Cos’è cambiato negli anni nel nostro lavoro se non è questione di soldi?

Glielo spiego io alla signora Giannini.

In modo sintetico cercherò di esporre i motivi di una eventuale (non è detto che sia così diffusa) demotivazione degli insegnanti:

1. i bambini e i ragazzi sono viziati e difesi a spada tratta dai genitori (anche quando si difende l’indifendibile)

2. l’educazione dei pargoli, fondamentale per instaurare un clima di collaborazione all’interno delle classi, vacilla notevolmente, sicché si perde più tempo nell’attività educativa e formativa piuttosto che in quella prettamente didattica

3. la preparazione dei discenti, nel passaggio da un ordine e grado di scuola ad un altro, è sempre più scadente, il che implica una notevole perdita di tempo nel recupero e consolidamento dei prerequisiti … e si rimane indietro con i programmi

4. la promozione sembra essere diventata un diritto acquisito all’atto dell’iscrizione, i debiti formativi e/o le bocciature sono considerati un affronto diretto alla famiglia che reagisce a volte in modo sconsiderato inibendo un rapporto scuola-famiglia più costruttivo

5. le classi sempre più affollate rendono impossibile una didattica individualizzata, costringendo, loro malgrado, i docenti a fare delle scelte: seguire i più deboli a scapito delle belle menti o svolgere un’attività didattica che tenga conto di queste ultime lasciando indietro chi è in difficoltà

6. la riforma della scuola, mirata esclusivamente e dichiaratamente ai tagli, ha prodotto solo danni (difficoltà nel gestire le classi, come al punto 5, nello svolgere i programmi rimasti smisurati ma relegati in un numero minore di ore, solo per fare due esempi)

Potrei aggiungere tanto altro ma mi fermo qui. Il clima di malumore che serpeggia nelle scuole ormai sta deteriorando la nostra professione, forse irrimediabilmente. Ma non è una questione di soldi, non solo. Pare che il Presidente del Consiglio Renzi non abbia intenzione di rinnovare i contratti dei dipendenti pubblici, quindi anche il nostro, fino al 2020. E intanto l’indennità di vacanza contrattuale (per me circa 13 euro al mese) da provvedimento provvisorio rischia di diventare permanente.

Signora Giannini, lo ripeto, non è una questione di soldi. È questione di DIGNITÀ e RISPETTO per il nostro lavoro.

GIOVANI D’OGGI: UNO SU QUANTI CE LA FA?

todde
Uno su mille ce la fa

ma quanto è dura la salita

in gioco c’è la vita

Così cantava, qualche anno fa, Gianni Morandi. Uno su mille … in gioco c’è la vita. E quando si parla di lavoro, se non proprio la vita in sé, c’è in gioco il futuro.
Mala tempora currunt, specialmente per i giovani che sul futuro non hanno certezze e a volte si adagiano, ingrossando le fila di quella generazione che oggi chiamano neet o né né. Giovani che non studiano e non lavorano. Gente sospesa ma non come definiva Dante le anime dei purganti. Anche se un po’ il concetto ci assomiglia: giovani di buona volontà, laureati disoccupati, sono come anime in attesa del premio finale.

Ci sono, però, quelli che, grazie anche a un pizzico di fortuna, trovano la loro strada, senza aspettare tanto.

Stefano Todde, 29 anni di Cagliari, è un esempio di quanto sia importante, oltre al talento e l’impegno profuso nello studio, avere una grande determinazione per vedere realizzati i propri sogni.

La sua storia di studente si è conclusa con una laurea in Relazioni Internazionali che l’ha portato da Cagliari a Santo Domingo. Nell’isola caraibica svolge un importante incarico presso il Ministero dell’Educazione: si occupa di cooperazione ed è l’unico funzionario con questa mansione. Lo stipendio mensile è di 1200 euro che, come Stefano ammette, è una cifra con cui a Santo Domingo si può vivere bene.
Se fosse rimasto in Italia probabilmente ora venderebbe panettoni o viti e bulloni, le uniche due opportunità che gli erano state offerte e che lui aveva rifiutato.

L’ambizione, accanto al talento e alla determinazione, ha in un certo senso facilitato il percorso a questo ragazzo che considera l’attuale incarico solo una tappa e non il traguardo: quello, infatti, è l’ONU. Sicuramente ce la farà.
Prima di laurearsi Stefano aveva partecipato al progetto Erasmus vivendo per un anno a Bordeaux. Poi aveva vinto il concorso Mae/Crui per fare un’esperienza al Consolato generale italiano a Los Angeles.

Dopo la triennale, con i soldi messi da parte facendo il cameriere, ha soggiornato per tre mesi a Binghamton, nello stato di New York, a studiare l’inglese. Al ritorno in Sardegna conclude la formazione universitaria con la specialistica e inizia un tirocinio al comitato di Cagliari dell’Unicef. «Lavoravo otto ore al giorno gratis – racconta -, ma in cambio ho ricevuto una formazione senza eguali: dopo il tirocinio sono rimasto come volontario per altri due anni. E ho capito cosa volevo fare nella vita”.

Dopo una tappa come volontario in Sudafrica, si trasferisce a Copenhagen per un master in salute internazionale focalizzato sul tema dell’Hiv/Aids, argomento della sua tesi. Poi ancora un viaggio: questa volta la meta è lo Zambia dove collabora con On Call Africa, una Ong scozzese, ma dopo un po’ di traversie capisce che deve trovare un altro obiettivo. Intanto prepara il terreno alla sua futura professione. Santo Domingo lo attende e ci va senza nemmeno passare per l’Italia: «Ormai avevo una fitta rete di contatti -spiega -, seppi che qui il mio profilo era richiesto».

A chi gli chiede se tornerebbe in Italia, Stefano risponde di no.
Peccato per questi cervelli in fuga ma non possiamo certo biasimare un giovane che, al posto di vendere panettoni, viti e bulloni, ha deciso di emigrare. Se il futuro obiettivo è l’ONU credo proprio che nella sua Sardegna, che comunque gli manca, passarà tutt’al più qualche settimana di vacanza.

[notizia e immagine da Il Fatto Quotidiano]

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