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PRONTI PER LA #MATURITÀ2018? SÌ, MA SENZA LO SMARTPHONE (E ALTRE DIAVOLERIE TECNOLOGICHE)


Come ogni anno l’Esame di Stato del II ciclo (noto ai più con l’etichetta “di maturità” che, però, è stata abolita fin dal 1997) è stato anticipato da una circolare del MIUR, diramata in tutte le scuole superiori, che riguarda l’uso dei dispositivi tecnologici. Viene confermato “il divieto tassativo per maturande e maturandi, nei giorni delle prove scritte, di utilizzare cellulari, smartphone, PC e qualsiasi altra apparecchiatura elettronica in grado di accedere alla rete o riprodurre file e immagini, pena l’esclusione dall’Esame”.

Nei licei e istituti in cui avrà luogo domani, 20 giugno 2018, la prima prova scritta dell’Esame di Stato conclusivo, dovrà anche essere disattivato qualunque collegamento della scuola con la rete Internet e dovranno essere resi inaccessibili aule e laboratori di informatica, nonché qualunque tipo di personal computer collegato o collegabile alla rete.

Non si tratta di una novità perché da molti anni, pur considerando nel frattempo il progresso delle nuove tecnologie, questo divieto esiste e la punizione per i trasgressori è severissima: chi viene colto in flagrante, infatti, non potrà più continuare l’esame.

Eppure, immancabilmente a poche ore dalla lettura delle tracce della prima prova vengono diffusi i testi e in molti siti prolificano le tracce svolte. Ciò vale, naturalmente, anche per la seconda prova scritta che cambia a seconda dell’indirizzo di studi.

Gli studenti, insomma, non sembrano affatto intimoriti dall’eventuale punizione. Certi studenti, almeno. Eppure le commissioni procedono al ritiro dei telefonini prima dell’inizio delle prove. Quanto agli altri dispositivi, un tablet o un notebook non sono certamente facili da nascondere. Ma allora come fanno? Se poi la rete dell’istituto scolastico è disconnessa, è chiaro che devono possedere dispositivi dotati di connessione propria.

Un sito molto frequentato dagli studenti, Studenti.it, qualora ce ne fosse bisogno ha pubblicato recentemente un post in cui si elargiscono consigli su come “fregare” la commissione e consultare indisturbati il proprio dispositivo.

La classica “furbizia”, più che collaudata durante le prove scritte in classe, è quella di consegnare un vecchio cellulare alla commissione tenendosi in tasca lo smartphone di ultima generazione che potrà tornare utile durante le pause ai servizi. Poi c’è lo smartwatch che sicuramente i commissari d’esame non sanno distinguere da un orologio normale e che si rivelerà fonte di utili suggerimenti stando comodamente seduti al proprio banco.

A questo punto faccio due considerazioni:

1. I responsabili di un sito che dà consigli su come trasgredire a delle disposizioni ministeriali dovrebbe essere denunciato per istigazione a delinquere.

2. Se un sito, complice l’audace maturando di turno, pubblica fotografie dei testi delle tracce e svolgimenti e soluzioni varie prima della conclusione dell’esame (che dura 6 ore), dovrebbe essere oscurato per almeno 30 giorni. In caso di recidiva, una bella multa da 1000 euro minimo e la chiusura definitiva del sito.

Forse posso sembrare troppo rigida ma i giovani devono imparare che nella vita le cose si conquistano con l’impegno e la fatica. Le regole vanno rispettate e cercare i sotterfugi non fa di certo crescere.

Ah già, l’esame non si chiama più di “maturità”. I diciannovenni hanno ancora tanta strada da fare per diventare adulti.

[immagine da questo sito]

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E PARLIAMO DELL’AGGIORNAMENTO DEI PROF


Dicono che noi insegnanti dobbiamo aggiornarci se vogliamo essere meritevoli del compito che ci viene affidato, ovvero di formare, educare e istruire le nuove generazioni che avranno un domani il potere sul mondo. Vabbè, questo forse è esagerato ma è inutile negare che il nostro è un ruolo prezioso perché noi docenti siamo donne e uomini che fanno ogni giorno della conoscenza un dono. Parole del ministro (ministra non lo scriverò mai!) Valeria Fedeli, pronunciate in occasione della Giornata Mondiale degli Insegnanti, istituita dall’UNESCO nel 1994, giornata che, diciamolo, non se la fila o almeno non l’è filata nessuno per molti anni. Solo ultimamente i media ci ricordano che esiste, che si celebra – oddio, celebra è una parola grossa – il 5 ottobre di ogni anno. E ogni 5 ottobre, da qualche tempo, gli insegnanti conquistano un posto d’onore, diciamo così, nel panorama della carta stampata e dei tiggì per poi ricadere nel dimenticatoio… anche dei ministri, ahimè.

Ma non è della Giornata Mondiale degli Insegnanti che volevo parlare. Il fatto è che in quella occasione i vari ministri non solo ci elevano agli onori, che per la categoria più bistrattata della Pubblica Amministrazione rimane una parola che non ha riscontri nella pratica di tutti i giorni, ma ci ricordano anche i vari oneri che non sono pochi. Tra questi l’aggiornamento. Così si esprimeva il ministro Fedeli il 5 ottobre scorso:

“L’educazione di qualità delle nuove generazioni è un fattore di sviluppo fondamentale e trasversale delle nostre società, come sottolinea anche l’Agenda 2030 dell’Onu. Il ruolo svolto dalle docenti e dai docenti è prezioso. La loro valorizzazione e il riconoscimento della dignità della loro professione è importante. È per questo che stiamo lavorando al rinnovo del loro contratto, bloccato ingiustamente per troppo tempo. Siamo impegnati a trovare le risorse in Legge di Bilancio per adeguare le loro retribuzioni. Indispensabili sono anche la loro formazione e il loro aggiornamento costante: c’è un Piano che è stato predisposto a tale scopo, perché vogliamo sostenerli nella guida delle studentesse e degli studenti di fronte ai mutamenti e ai cambiamenti repentini che attraversano le nostre società”.

Ora, vorrei lasciare da parte il discorso sul rinnovo del contratto perché la miseria di 85 € di aumento lordo promesso credo possa essere riconosciuto da tutti – anche da chi ci denigra – un insulto. Lo è soprattutto nei confronti di quegli insegnanti che lavorano con sacrificio e abnegazione, senza guardare la busta paga mensile. Questi sono sicuramente la maggioranza anche se una sparuta minoranza, costituita anche da poveri derelitti consumati dallo stress che ingiustamente non viene considerato malattia professionale (solo ora qualcosa si sta muovendo ed esclusivamente per le maestre della scuola dell’infanzia in previsione di poter usufruire dell’Ape Social), fa certamente più notizia.

Non voglio parlare del contratto, dicevo, e nemmeno della valorizzazione che, grazie al bonus per il merito, dovrebbe essere garantita ma le cifre che girano – almeno quelle che sono arrivate nelle mie tasche, pur ammazzandomi di lavoro – sono ridicole e costituiscono più un’offesa che il riconoscimento del merito. Mi soffermerò, invece, a parlare dell’aggiornamento che, a detta di Valeria Fedeli, è indispensabile per guidare i giovani che frequentano le nostre scuole, di fronte ai cambiamenti sociali repentini. Detta così, sembrerebbe prioritario stare al passo con i tempi soprattutto nella didattica, meglio se con l’ausilio delle cosiddette “nuove tecnologie” che non si sa bene cosa siano soprattutto per quel significato effimero dell’aggettivo “nuovo”, considerando che se compri uno smartphone oggi – è solo un esempio – domani è già vecchio.

Io mi sono sempre aggiornata, nei tempi e luoghi che ho ritenuto più opportuni. Non ho certamente bisogno che un ministro dell’Istruzione me lo dica. Anzi, per esperienza personale posso dire che l’obbligo, in quanto tale, spesso ottiene effetti catastrofici. In primo luogo, sentirsi obbligati a frequentare dei corsi di per sé non aumenta il valore dell’insegnamento perché spesso ciò che è coercitivo viene vissuto male. In secondo luogo, ogni volta che scatta l’obbligo di aggiornarsi (è successo più volte nei miei lunghi anni di insegnamento, anche legato allo scatto stipendiale, per poi decadere miseramente dopo aver inutilmente frequentato 200 ore di corsi) spuntano come funghi proposte di vario tipo, alcune di fatto irricevibili ma che importa, tanto la cosa fondamentale è “fare ore”. Insomma, la qualità delle proposte frequentemente lascia a desiderare.

Ultimamente ho frequentato due corsi, anche se quest’obbligo di ufficiale ha ben poco, soprattutto in relazione alla quantità di ore che dovremmo perdere, e lo dico non solo per provocazione ma perché spesso è davvero una perdita di tempo. Due esperienze diametralmente opposte, pur avendo in comune il tema, ovvero la didattica digitale, che cercherò di descrivere brevemente. Tengo a precisare che la frequenza era pomeridiana e non in orario di servizio.

Un corso è stato davvero interessante e posso dire di avere imparato tante cose che non conoscevo. La docente che ha tenuto il corso era preparatissima, coinvolgente, disponibilissima nel venire incontro alle esigenze di tutti i corsisti (una ventina più o meno). Si metteva davanti al pc, con alle spalle lo schermo su cui potevamo seguire passo passo le sue spiegazioni. Aveva predisposto un’infinità di materiali – anche troppi a mio parere – per poter dimostrare nella pratica ciò che avremmo potuto produrre attraverso varie piattaforme digitali. Noi discenti avevamo tutti una postazione con pc e potevamo seguire le istruzioni della formatrice per mettere in pratica senza inutili perdite di tempo, a provare e riprovare, ciò che veniva spiegato in teoria.

Un altro corso, che purtroppo per qualche settimana si è sovrapposto all’altro (quindi ero impegnata anche 8 ore a settimana), non mi ha dato assolutamente nulla e lasciato solo tanta rabbia per aver perso così tanto tempo inutilmente. Il docente formatore (titolo che, a parere di tutti i corsisti, rivestiva indegnamente) non ha spiegato nulla – non era nemmeno in grado di parlare un italiano corretto dal punto di vista grammaticale – né tanto meno ci ha guidati nell’esplorazione di piattaforme digitali che avremmo potuto utilizzare nella didattica. All’inizio di ogni incontro si limitava a esporre il programma della giornata, cioè tutto ciò che avremmo potuto provare a sperimentare da soli nelle 4 ore, senza tuttavia darci nessuna istruzione pratica. Nel programma che era esposto su una piattaforma di condivisione interna c’erano dei link che spesso non funzionavano o erano errati, che avrebbero dovuto rimandare alle piattaforme da sperimentare le quali spesso riportavano istruzioni in inglese, il che rendeva tutto più difficile mentre sarebbe stato molto più agevole essere guidati da lui tramite dimostrazione pratica. Verso chi richiedeva il suo aiuto era disponibile ma in una “classe” di più di 20 persone è evidente che la gestione diventava impossibile per poter accontentare tutti.
Io ho cercato di arrangiarmi ma perlopiù ho approfittato della situazione per scambiare quattro chiacchiere con i colleghi, alcuni sconosciuti fino a quel momento. Diciamo che per quanto riguarda la socializzazione l’esperienza è stata positiva ma a quel punto tanto valeva andare al bar davanti a un cappuccino fumante, senza perdere 18 ore in chiacchiere all’interno di un edificio scolastico.
Per quanto riguarda la maggior parte dei corsisti, erano impegnati nella correzione o preparazione di compiti, nella compilazione del registro elettronico e a rispondere a qualche e-mail. Qualcuno ne ha approfittato per leggere i quotidiani on line, per farsi un solitario o per prenotare la prossima vacanza su Tripadvisor. Insomma, qualche esperienza del digitale è stata fatta!

In conclusione posso dire che i due formatori erano entrambi nominati, attraverso titoli specifici da valutare per mezzo di un regolare bando, nell’ambito del PON (Programma Operativo Nazionale) del Miur, così descritto sul sito: «intitolato “Per la Scuola – competenze e ambienti per l’apprendimento” è un piano di interventi che punta a creare un sistema d’istruzione e di formazione di elevata qualità. È finanziato dai Fondi Strutturali Europei e ha una durata settennale, dal 2014 al 2020.» Compenso lordo orario per i formatori: 70 euro, cui si aggiungono i 35 per i cosiddetti tutor che in aula ho intravisto poche volte. Fate il calcolo per 18 ore… Certamente la formatrice del primo corso se li è sudati ma il sedicente formatore del secondo potrebbe essere quasi accusato di appropriazione indebita.

Ora considerate i due esempi riportati e chiedetevi come funziona la scuola italiana. C’è chi si suda e merita tutto ciò che gli/le viene dato, ma c’è anche chi, pur facendo poco o nulla, s’intasca il gruzzolo senza merito alcuno. I due sono stati pagati allo stesso modo quindi non mi vengano a parlare di merito e valorizzazione perché son tutte fandonie: c’è chi viene giustamente valorizzato e chi intasca il gruzzolo e basta.

[fonti: Orizzonte Scuola per i riferimenti al ministro fedeli; immagine da questo sito]

ESAME DI STATO 2014: UN AIUTO PER LA TESINA? CI PENSA GIANO

gianoGiano, il dio romano protettore degli inizi e dei passaggi, nelle attività umane e in quelle naturali, a cui dobbiamo il nome del primo mese del calendario, da qualche anno è diventato il protettore anche dei maturandi.

Dietro la maschera bifronte si nasconde, tuttavia, uno staff in carne ed ossa: docenti e ricercatori dell’Università Luiss di Roma. L’idea è venuta nel 2008 a Umberto Vairano, già docente di statistica e calcolo delle probabilità nell’ateneo, appassionato di letteratura, con alle spalle anche diversi anni di insegnamento nelle scuole, e un’esperienza egli uffici del Centro europeo dell’Educazione (antesignano dell’Invalsi).

Lo staff, cui si sono rivolti, in 6 anni di attività, tre milioni di ragazzi, risponde alle e-mail dei maturandi e dispensa consigli in particolare sulla tesina.
Giano è un database che contiene vari tipi di materiali: video, scritti, libri, fotografie. Il tutto ordinato per temi e argomenti in un catalogo multimediale, con titoli di tesine e possibili collegamenti tra argomenti e discipline che il professore spiega e i ragazzi possono usare per produrre i loro lavori da presentare alla commissione dì’esame.

Gli studenti interessati possono trovare QUI materiali e informazioni.

[fonte: Corriere.it]

MEGLIO LA LIM DEL TABLET: PAROLA DI STUDENTI

tablet scuola

Nasce da un tema assegnato ai miei allievi di seconda il nuovo articolo pubblicato sul Blog “Scuola di Vita” del Corriere.it. E siamo a quota sei.
L’argomento è l’introduzione delle nuove tecnologie in classe, o per meglio dire la digitalizzazione della scuola italiana. Ho estrapolato dai temi alcune riflessioni che mi sono sembrate interessanti, allo scopo di conoscere il parere dei diretti interessati, quelli che, a torto o a ragione, chiamiamo “nativi digitali”. Il risultato? Il tablet divide gli studenti ma sono tutti compatti nel dire di sì alla LIM.
Una riflessione interessante, a mio parere, che forse vi stupirà. Vi invito, come al solito, a continuare la lettura sul sito del Corriere.it.

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Me ne rendo conto: il campione non è per nulla rappresentativo. Tredici studenti, ragazzi e ragazze di 15 anni, che frequentano la seconda liceo scientifico, hanno dovuto racchiudere nell’angusto spazio di un tema scolastico, per la precisione un testo argomentativo, tutto ciò che pensano sull’utilizzo della tecnologia a scuola.

Un tablet sul banco? Perché no? Ma con moderazione.

L’ha detto anche Orazio, qualche secolo fa: est modus in rebus. Il latino lo studiano e a qualche cosa serve.

Diciamolo chiaramente: un tablet significa meno libri e quindi uno zaino molto più leggero. Anzi, secondo qualcuno il vecchio zaino potrebbe terminare la sua gloriosa attività e finire in qualche angolo recondito della soffitta. E siamo 1 a 0 per il tablet.

Ma come la mettiamo con l’emozione che si prova nel toccare le pagine di un libro, sfiorandole, quasi una carezza, e sentendo l’odore che emana la carta? Gli e-book costeranno anche meno ma è decisamente meno emozionante leggerli. E siamo pari.

Certamente c’è un minor rischio di lasciare il materiale a casa perché si ha tutto a portata di mano, tutto contenuto in una tavoletta sottile e discreta. E se poi il tablet si rompe? Quanto costa ripararlo e quanto tempo si deve aspettare? C’è, poi, anche il rischio di perdere i dati … no, no meglio libri e quaderni.

Già, però pensiamo agli alberi che si abbattono per produrre i libri cartacei: un tablet è anche una scelta ecologica. Però non possiamo ignorare che l’aggeggio informatico rappresenti un potenziale rischio per la salute: le onde elettromagnetiche diffuse dal WiFi, senza contare i problemi alla vista che possono derivare da ore e ore passate davanti allo schermo.

Il duello continua a non avere vincitori.

Ok, ma è un cambiamento necessario per trasformare la scuola in un luogo più favorevole all’apprendimento: vuoi mettere un tablet con tutte le sue applicazioni? Rende senz’altro meno noiosa la lezione e i ragazzi partecipano con più interesse.

Sì però c’è il rischio che qualche studente se ne approfitti per passare il tempo trastullandosi con le altre applicazioni non propriamente didattiche. I detrattori sono giunti ad una conclusione che non scontenterà i prof, alcuni dei quali allergici alle novità: la tecnologia è ovunque, dovremmo salvaguardare almeno le vecchie forme di apprendimento.

CONTINUA A LEGGERE >>>

[immagine dal sito linkato; logo blog “Scuola di Vita” © Corriere.it]

I NATIVI DIGITALI? CE LI SIAMO INVENTATI NOI

tablet bambiniRiprendo a parlare dei giovani d’oggi, quelli che chiamiamo “nativi digitali” riferendoci al fatto che le nuove generazioni sono a contatto con la tecnologia digitale fin dalla più tenera età.

Anche a scuola il dibattito è acceso: dobbiamo adeguarci alle nuove richieste dei bambini e dei ragazzi? Una scuola innovativa non può prescindere dalla tecnologia: è giusto far usare il tablet, solo per fare un esempio, agli scolari della primaria? La scuola è noiosa: perché non venire incontro alle esigenze dei discenti con una didattica innovativa che faccia uso della LIM?

Tante domande che hanno risposte diverse. C’è chi incoraggia l’utilizzo di sussidi informatici per un apprendimento veloce e interessante, per loro ovviamente, e c’è chi sostiene che già a casa i ragazzi stiano per ore incollati al monitor di un pc o di un tablet, utilizzando i social network e applicazioni ludiche. Almeno per imparare qualcosa di valido e duraturo bisogna rimanere fedeli ai vecchi strumenti didattici: i libri di testo, rigorosamente cartacei, e tutt’al più qualche sussidio come film e power point per spiegazioni veloci.

Non si arriverà mai ad una posizione univoca, ad una soluzione condivisa.

Ma ci siamo mai chiesti cosa significhi davvero “nativi digitali”?
Una spiegazione esauriente la fornisce danah boyd – rigorosamente scritto minuscolo per adeguarsi alla scomparsa del maiuscolo dettata dall’utilizzo dei telefonini e dei social network – nel libro It’s complicated. The social lives of networked teens (YUP), uscito proprio in questi giorni negli Stati Uniti.

L’autrice rifiuta l’etichetta “nativi digitali” e lo spiega a chiare lettere:

Quando parliamo di “nativi digitali” non ci vogliamo prendere la responsabilità di aiutare i ragazzi. La retorica che circonda i “nativi” vuol far credere che i giovani siano per natura abili con la tecnologia in virtù dell’anno in cui sono nati. Mentre i dati che abbiamo, e non le impressioni, dimostrano che molti ragazzi non hanno neanche competenze tecnologiche di base.

Insomma, pensiamoci: abbiamo creato dei “mostri”. Personcine che prendono confidenza con l’informatica, senza capirne un acca dal punto di vista tecnico, solo perché vedono gli adulti che ne fanno un uso smodato, senza tener conto che è l’esempio che conta. Quale modello possono mai essere dei genitori incollati allo smartphone che rispondono distrattamente alle richieste dei più piccoli? Alla fine i figli crescono con l’idea che ciò che rapisce così tanto gli adulti debba essere per forza molto interessante.

I più giovani sanno usare la tecnologia meglio di tanti adulti, è vero. Ma, come sostiene la boyd, non nascono con il tablet nella culla al posto dei vecchi sonagli e pupazzetti di peluche. Siamo noi grandi a dare l’esempio e, rassegnati, li definiamo “nativi” quando dovremmo semplicemente chiamarli “malati digitali”.

[fonte: intervista a danah boyd su pagina99.it, segnalata da @tuttoprof; immagine da questo sito]

I NOSTRI RAGAZZI: DA NATIVI DIGITALI A DEMENTI DIGITALI?

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Gli ultimi ministri dell’Istruzione, da Francesco Profumo a Maria Chiara Carrozza, hanno manifestato l’intenzione di digitalizzare la scuola, partendo proprio dalle aree che sembrano le cenerentole nel campo educativo: le scuole del sud.
Recentemente sono stati stanziati 15 milioni di euro per installare il WIFI in più di 1500 istituti nella nostra penisole. Il registro elettronico stenta a decollare ma pare che entro il prossimo anno scolastico ci si debba adeguare.

Per quanto riguarda i libri di testo, attualmente i docenti sono obbligati ad adottare i manuali misti. Una parte cartacea con l’espansione digitale che comprende vari tipi di materiali integrativi e di approfondimento, da utilizzare anche sulle LIM. Queste ultime, tuttavia, non sembrano aver sostituito le vecchie lavagne di ardesia con il gessetto, se non una minima parte e spesso le scuole sono costrette, volendo stare al passo con i tempi, ad arrivare a dei compromessi con le case editrici che “regalano” le lavagne multimediali se in cambio si acquistano i loro programmi.

Insomma, i nostri ragazzi sono dei nativi digitali e la scuola deve venire incontro alle loro esigenze.
Non tutti sono d’accordo, però.

Recentemente è uscito un libro scritto dallo psichiatra Manfred Spitzer che si dichiara contrario all’uso di tablet e altri sussidi informatici nelle scuole. Nel suo Demenza digitale (Corbaccio, pp. 342, euro 19,90) Spitzer fa una vera e propria denuncia: l’uso eccessivo di smartphone e computer interagisce negativamente con il cervello e porterebbe a dei danni seri a livello intellettivo: per il neuropsichiatra, infatti, questi frutti dell’avanzamento tecnologico riducono le nostre facoltà mentali e andrebbero tassati, come le sigarette.

Stando ai dati da cui parte Spitzer per arrivare alla sua pessimistica conclusione, l’allarmismo pare essere giustificato. Negli Stati Uniti i bambini e gli adolescenti di età compresa fra gli 8 e i 18 anni passano ormai in media 7,5 ore davanti a uno schermo, sia esso del cellulare, del tablet o del pc. In Italia la situazione non è più confortante: secondo l’11° rapporto Censis sulla comunicazione, il 12,5% dei giovani tra i 14 e i 29 anni usa i media digitali per più di 6 ore al giorno e un altro 15% si attesta fra le 3 e le 6 ore.

«Usare continuamente computer o smartphone – spiega Spitzer – ostacola lo sviluppo o il mantenimento di capacità come la memoria, l’autocontrollo, la concentrazione, la socialità, che possono rafforzarsi solo interagendo con il mondo reale. E non si dica che i media digitali aiutano l’apprendimento: molti studi dimostrano che l’introduzione a scuola di computer, tablet o lavagne elettroniche non porta a un miglioramento nelle competenze degli studenti. L’idea poi di utilizzare i media digitali anche per l’educazione e l’intrattenimento di bambini in età prescolare può sfociare in un disastro: a quell’età lo sviluppo cerebrale passa attraverso la manualità, i giochi collettivi, l’attività fisica, il canto e il disegno».

Queste osservazioni piuttosto catastrofiche sono derivate allo studioso da un’esperienza personale. Nel libro spiega: «Ero a San Francisco per lavoro, e mi spostavo per la città in auto, usando un navigatore satellitare. Un giorno mi fu rubato, ma, visto che avevo fatto quei percorsi diverse volte, ero sicuro di potermi orientare da solo. Invece mi persi, e solo allora mi resi conto che, affidandomi al gps, avevo compromesso la capacità del cervello di prendere nota dei punti di riferimento, come avrebbe fatto se avessi usato una cartina».

Pensate, forse, che il termine “demenza digitale” l’abbia coniato Spitzer? Niente affatto. Dal 2007 in Corea del Sud viene utilizzato per definire i casi estremi di dipendenza da internet, un disturbo che, a vari gradi di gravità, riguarda il 12 per cento degli studenti.
Il paese asiatico è in testa alle classifiche mondiali per quanto riguarda l’istruzione. È convinzione diffusa che buona parte della forte ripresa economica della Corea del Sud si debba alla solidità e all’efficienza del suo sistema educativo, che porta quasi tutti i suoi giovani al diploma di istruzione secondaria (97%) e due terzi degli under 30 alla laurea e ad altri titoli di istruzione superiore.

Se dobbiamo dar retta a Spitzer, questi giovani sud coreani arrivano alla laurea del tutto rincitrulliti?
Può darsi che l’adattamento del sistema educativo alle nuove tecnologie abbia un prezzo da pagare. Dobbiamo solo capire se sia meglio avere dei giovani più in gamba dal punto di vista tecnologico ma dementi anzitempo, oppure dei ragazzi intelligenti che hanno pochi stimoli e quindi sono meno competitivi rispetto ai coetanei di altre parti del mondo.

[LINK della fonte]

STANZIATI 15 MILIONI PER WIFI IN 1.554 SCUOLE SUPERIORI … MA INTANTO LE SCUOLE CADONO A PEZZI

lavagna multimediale
Il decreto legge 104/2013 “L’istruzione riparte” (convertito dalla legge 128) ha stanziato 15 milioni per impianti wireless nelle scuole. 1.554 scuole italiane (istituti secondari di II grado) beneficeranno dei milioni stanziati dal decreto: 5 milioni per il 2013 e 10 milioni per il 2014.

Continua il programma di digitalizzazione della scuola, già iniziato dal governo Berlusconi, grazie all’interessamento dell’ex ministro Renato Brunetta (ne ho parlato QUI), proseguito dall’ex ministro Francesco Profumo (ne ho parlato QUI) e portato avanti con grande sollecitudine e convinzione dall’attuale ministro del MIUR Maria Chiara Carrozza.

La digitalizzazione della scuola italiana stenta a decollare: il registro elettronico, tanto per fare un esempio, che a detta dell’ex ministro Profumo avrebbe dovuto essere in dotazione in tutte le classi scolastiche di medie e superiori, di fatto non è presente in tutte le scuole. Molti istituti, tra l’altro, devono ancora ultimare la cablatura, senza la quale non è possibile l’accesso ad internet in ogni aula.

In Europa la situazione è molto diversa. L’Italia, secondo l’Eurispes, impiegherà quindici anni per mettersi alla pari con gli altri Paesi europei. Troppo poche le risorse stanziate: solo 5 euro a studente, considerati i 30 milioni già stanziati.
Secondo i ricercatori, nel nostro Paese si contano 416 «Cl@ssi 2.0»: 124 classi, 240 docenti e 2.400 studenti nella scuola primaria; 156 classi, 1.400 docenti e 3.300 studenti nella secondaria di primo grado; 136 classi, 1.360 docenti e 2.900 studenti nella secondaria di secondo grado.

Grande interesse ha suscitato l’introduzione in aula della LIM (lavagna multimediale), ma le richieste superano di gran lunga i fondi che lo Stato è disposto a stanziare: ad oggi si contano 70mila lavagne interattive in 1.200 classi e solo 36 scuole sono coinvolte nelle nuove sperimentazioni didattiche. Circa 80mila sono gli insegnanti che hanno partecipato ad attività formative sull’uso di questo supporto digitale. Ma ne servirebbero un numero dieci volte maggiore per accontentare tutti.

Intervenendo mercoledì al Convegno «Educare alla Rete», in occasione della Giornata europea della protezione dei dati personali 2014, il ministro Maria Chiara Carrozza, riferendosi all’educazione digitale, l’ha paragonata a «un’educazione civica che si rinnova», aggiungendo che «la scuola deve cambiare la sua struttura seguendo il nuovo modo in cui il sapere si trasmette». Per i docenti, questo non dovrebbe essere «un elemento aggiuntivo, ma parte della propria professionalità».

Belle parole e buoni propositi. Intendiamoci, io non sono contraria alla digitalizzazione della scuola (non sarei una prof on line, altrimenti!), però penso che le priorità siano altre.

Secondo il recente Rapporto su sicurezza, qualità e accessibilità a scuola, una scuola su sette ha lesioni strutturali evidenti, presenti soprattutto sulle facciate. Muffe, infiltrazioni, aule con intonaci staccati sono la norma nel 20% degli edifici. Il 39% di questi non prevede alcun piano di manutenzione adeguato e il degrado crescente è testimoniato dal fatto che solo nel 2012 era il 21% a non prevederlo.
Non è tutto: nonostante il numero consistente di alunni disabili (207.244) che frequentano le scuole della nostra penisola, il 27% degli istituti non è dotato di rampe d’accesso, il 35% degli edifici scolastici non ha l’ascensore, nel 23% dei casi non è presente il bagno per disabili, il 44% delle aule non ha banchi adattabili ad una carrozzina, il 57% non ha attrezzature didattiche o tecnologiche per permettere una partecipazione valida degli studenti con disabilità alle lezioni. Non c’è spazio per carrozzine nei laboratori, nelle biblioteche, nelle mense.

Allora, vista la situazione mi chiedo: non potremmo fare a meno di registri digitali, LIM, WiFi in tutte le aule e dirottare i milioni stanziati per la digitalizzazione delle scuole verso la manutenzione, ordinaria e straordinaria, degli edifici scolastici? In fondo, stiamo parlando solo di sicurezza … che se ne fa uno studente della LIM quando il soffitto rischia di piombargli addosso?

Senza contare che non vedo di quale utilità possa essere il tablet sul banco se poi in bagno manca la carta igienica. A meno che non si voglia seguire l’esempio dello spot che ha come protagonista la povera Emma.

[fonti: Tuttoscuola, L’olandese Volante e Corriere; immagine da questo sito]

A SCUOLA CON LE APP

tablet a scuola2Mentre l’adozione dei libri completamente digitali è slittata di un anno (ma probabilmente di tempo ne passerà ancora molto prima di rendere effettivo il decreto firmato dall’ex ministro Profumo), gli studenti italiani non si perdono d’animo e si affidano alle App per i loro smartphone e tablet.

Con l’avvio del corrente anno scolastico, infatti, assistiamo ad un boom delle educational app: più di 73mila le registrazioni, numerose le offerte in un pacchetto che abbina gli universali Google Translator e Dropbox ad app specializzate come Homework (“compiti a casa”) e Ted Talks. Un po’ come avere un manuale scolastico multidisciplinare sempre a portata di mano.

Homework, ad esempio, permette di registrare, giorno per giorno, le scadenze degli impegni tra i banchi del liceo o dell’università, mentre il calendario settimanale aggiorna gli orari. Attraverso delle liste predisposte dall’utente è possibile verificare lo svolgimento di compiti e incarichi, con tanto di alert fisso su ritardi e imprecisioni.

E poi gli appunti a misura di tablet. Con il dito si può scrivere di tutto, utilizzando applicazioni di videoscrittura con tanto di correzione automatica. Writer, SimpleNote, Notability ed Evernote sostituiscono i quadernoni ad anelli rendendo decisamente obsoleti gli ormai vetusti quablock. La penna e la matita possono dormire sonni tranquilli senza timore d’essere disturbate una volta trovato posto nell’astuccio portapenne. E lo zaino si fa leggero.
Nemmeno i grafici e le mappe concettuali hanno più bisogno di penne e righelli o carta millimetrata: ora ci sono Idea Sketch e Imind Map. E la vita degli studenti si fa più semplice.

Lo studio matto e disperatissimo di leopardiana memoria fa sorridere i nostri studenti. Studiare, memorizzare, scrivere e disegnare non costa più fatica e può addirittura essere divertente.

Insomma, generazioni di studenti si sono lamentate perché la scuola è noiosa. D’ora in poi non ne avranno più motivo. Ma impareranno davvero qualcosa?

[fonte: Il Sole 24 Ore; immagine da questo sito]

SMS E SOCIAL NETWORK ABBASSANO LA MEDIA DEGLI STUDENTI

cellulareInteressante il sondaggio proposto da un docente di Fisica su 300 studenti della provincia di Pordenone. Il professor Ruggero Da Ros ne ha concluso che i “drogati” di cellulare e pc hanno una media più bassa rispetto agli studenti che li usano con parsimonia.

«In media gli studenti passano 5 ore al giorno con il cellulare o davanti a un video – Da Ros commenta così i risultati del test -. Escludendo 104 minuti dedicati alla televisione, che sembra non incidano sul profitto, chi ha 6 decimi di media dedica 5 ore al giorno al cellulare e al computer». I più bravi, quelli che ottengono la media di 8 decimi, invece, dedicano meno tempo agli sms e ai social network: «Massimo 2 ore: 180 minuti in meno fanno la differenza».
Ovviamente le eccezioni non mancano: dal test emerge che il 5% di studenti che hanno una media scolastica molto bassa non è schiavo della tecnologia. Diciamo che manca loro solo la voglia di studiare, anche in assenza di distrazioni.

Tradotto in cifre, quelli che si accontentano del 6 inviano circa 100 sms (qualcuno, però, arriva anche a 200) al giorno contro i 25 dei compagni più brillanti. Mentre il ministero dell’Istruzione preme per introdurre o espandere l’uso della tecnologia a scuola, dal sondaggio emerge una cattiva abitudine dei ragazzi che studiano con il cellulare e il computer accesi sulla scrivania e, tra messaggini e chat, perdono la concentrazione. Siamo sicuri che un maggior utilizzo della tecnologia anche sui banchi di scuola giovi al loro profitto?

[fonte: Messaggero Veneto]

FRIULI – VENEZIA GIULIA: FINANZIAMENTO REGIONALE DI UN MILIONE DI EURO PER LA SCUOLA DIGITALE

Solo tre giorni fa il ministro del MIUR, Francesco Profumo, ha reso noto il programma di digitalizzazione della scuola per i prossimi anni. A breve scompariranno i registri e le pagelle in formato cartaceo. Già dallo scorso anno le iscrizioni nelle scuola di ogni ordine e grado erano possibili anche on line. La crisi economica ha reso necessari i tagli delle spese visto che il titolare dell’Istruzione, sentendo parlare di spending review, ha messo le mani avanti: il personale della scuola non si tocca. Salvi gli stipendi, seppur notevolmente assottigliati dall’aggravio fiscale e congelati per i prossimi tre anni (gli scatti di anzianità, infatti, sono bloccati), il risparmio di spesa doveva per forza trovare altre vie.

La scuola digitale, però, parte dal sud. Profumo ha, infatti, promesso la distribuzione di un tablet ad ogni insegnante delle scuole secondarie della Puglia, Campania, Sicilia e Calabria. Ma non per questo le rimanenti regioni se ne stanno a guardare.

La Regione Autonoma Friuli – Venezia Giulia, ad esempio, ha stanziato un milione di euro, per il 2012, al fine di digitalizzare le scuole secondarie con una dotazione di 839 lavagne interattive multimediali (Lim). Già dallo scorso anno scolastico è iniziata la formazione degli insegnanti e 16.800 studenti, il 13% del totale, hanno potuto far lezione con le lavagne digitali.

Il progetto, stando a quanto dichiarato dall’assessore regionale all’Istruzione Roberto Molinaro, ha una durata triennale e prevede anche il comodato dei libri di testo (già in essere da parecchi anni, per tutti gli studenti che frequentano la scuola dell’obbligo) non più solo in forma cartacea ma anche sotto forma di e-book. Verranno messe a disposizione degli studenti friulan-giuliani ancora 500 lavagne Lim e altre apparecchiature e attrezzature informatiche. Le istituzioni scolastiche interessate hanno tempo fino al 25 ottobre per presentare domanda ai competenti uffici regionali.

Un piccolo inizio, è vero, ma è la dimostrazione di quanto possa funzionare bene una regione autonoma, senza sprechi di sorta e soprattutto con delle innovazioni che risultano vantaggiose oltre che per gli studenti e gli insegnanti, anche per il ministero stesso che può tirare un sospiro di sollievo. Con buona pace anche di quelli della Lega.

[fonte: Messaggero Veneto]

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