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E PARLIAMO DELL’AGGIORNAMENTO DEI PROF


Dicono che noi insegnanti dobbiamo aggiornarci se vogliamo essere meritevoli del compito che ci viene affidato, ovvero di formare, educare e istruire le nuove generazioni che avranno un domani il potere sul mondo. Vabbè, questo forse è esagerato ma è inutile negare che il nostro è un ruolo prezioso perché noi docenti siamo donne e uomini che fanno ogni giorno della conoscenza un dono. Parole del ministro (ministra non lo scriverò mai!) Valeria Fedeli, pronunciate in occasione della Giornata Mondiale degli Insegnanti, istituita dall’UNESCO nel 1994, giornata che, diciamolo, non se la fila o almeno non l’è filata nessuno per molti anni. Solo ultimamente i media ci ricordano che esiste, che si celebra – oddio, celebra è una parola grossa – il 5 ottobre di ogni anno. E ogni 5 ottobre, da qualche tempo, gli insegnanti conquistano un posto d’onore, diciamo così, nel panorama della carta stampata e dei tiggì per poi ricadere nel dimenticatoio… anche dei ministri, ahimè.

Ma non è della Giornata Mondiale degli Insegnanti che volevo parlare. Il fatto è che in quella occasione i vari ministri non solo ci elevano agli onori, che per la categoria più bistrattata della Pubblica Amministrazione rimane una parola che non ha riscontri nella pratica di tutti i giorni, ma ci ricordano anche i vari oneri che non sono pochi. Tra questi l’aggiornamento. Così si esprimeva il ministro Fedeli il 5 ottobre scorso:

“L’educazione di qualità delle nuove generazioni è un fattore di sviluppo fondamentale e trasversale delle nostre società, come sottolinea anche l’Agenda 2030 dell’Onu. Il ruolo svolto dalle docenti e dai docenti è prezioso. La loro valorizzazione e il riconoscimento della dignità della loro professione è importante. È per questo che stiamo lavorando al rinnovo del loro contratto, bloccato ingiustamente per troppo tempo. Siamo impegnati a trovare le risorse in Legge di Bilancio per adeguare le loro retribuzioni. Indispensabili sono anche la loro formazione e il loro aggiornamento costante: c’è un Piano che è stato predisposto a tale scopo, perché vogliamo sostenerli nella guida delle studentesse e degli studenti di fronte ai mutamenti e ai cambiamenti repentini che attraversano le nostre società”.

Ora, vorrei lasciare da parte il discorso sul rinnovo del contratto perché la miseria di 85 € di aumento lordo promesso credo possa essere riconosciuto da tutti – anche da chi ci denigra – un insulto. Lo è soprattutto nei confronti di quegli insegnanti che lavorano con sacrificio e abnegazione, senza guardare la busta paga mensile. Questi sono sicuramente la maggioranza anche se una sparuta minoranza, costituita anche da poveri derelitti consumati dallo stress che ingiustamente non viene considerato malattia professionale (solo ora qualcosa si sta muovendo ed esclusivamente per le maestre della scuola dell’infanzia in previsione di poter usufruire dell’Ape Social), fa certamente più notizia.

Non voglio parlare del contratto, dicevo, e nemmeno della valorizzazione che, grazie al bonus per il merito, dovrebbe essere garantita ma le cifre che girano – almeno quelle che sono arrivate nelle mie tasche, pur ammazzandomi di lavoro – sono ridicole e costituiscono più un’offesa che il riconoscimento del merito. Mi soffermerò, invece, a parlare dell’aggiornamento che, a detta di Valeria Fedeli, è indispensabile per guidare i giovani che frequentano le nostre scuole, di fronte ai cambiamenti sociali repentini. Detta così, sembrerebbe prioritario stare al passo con i tempi soprattutto nella didattica, meglio se con l’ausilio delle cosiddette “nuove tecnologie” che non si sa bene cosa siano soprattutto per quel significato effimero dell’aggettivo “nuovo”, considerando che se compri uno smartphone oggi – è solo un esempio – domani è già vecchio.

Io mi sono sempre aggiornata, nei tempi e luoghi che ho ritenuto più opportuni. Non ho certamente bisogno che un ministro dell’Istruzione me lo dica. Anzi, per esperienza personale posso dire che l’obbligo, in quanto tale, spesso ottiene effetti catastrofici. In primo luogo, sentirsi obbligati a frequentare dei corsi di per sé non aumenta il valore dell’insegnamento perché spesso ciò che è coercitivo viene vissuto male. In secondo luogo, ogni volta che scatta l’obbligo di aggiornarsi (è successo più volte nei miei lunghi anni di insegnamento, anche legato allo scatto stipendiale, per poi decadere miseramente dopo aver inutilmente frequentato 200 ore di corsi) spuntano come funghi proposte di vario tipo, alcune di fatto irricevibili ma che importa, tanto la cosa fondamentale è “fare ore”. Insomma, la qualità delle proposte frequentemente lascia a desiderare.

Ultimamente ho frequentato due corsi, anche se quest’obbligo di ufficiale ha ben poco, soprattutto in relazione alla quantità di ore che dovremmo perdere, e lo dico non solo per provocazione ma perché spesso è davvero una perdita di tempo. Due esperienze diametralmente opposte, pur avendo in comune il tema, ovvero la didattica digitale, che cercherò di descrivere brevemente. Tengo a precisare che la frequenza era pomeridiana e non in orario di servizio.

Un corso è stato davvero interessante e posso dire di avere imparato tante cose che non conoscevo. La docente che ha tenuto il corso era preparatissima, coinvolgente, disponibilissima nel venire incontro alle esigenze di tutti i corsisti (una ventina più o meno). Si metteva davanti al pc, con alle spalle lo schermo su cui potevamo seguire passo passo le sue spiegazioni. Aveva predisposto un’infinità di materiali – anche troppi a mio parere – per poter dimostrare nella pratica ciò che avremmo potuto produrre attraverso varie piattaforme digitali. Noi discenti avevamo tutti una postazione con pc e potevamo seguire le istruzioni della formatrice per mettere in pratica senza inutili perdite di tempo, a provare e riprovare, ciò che veniva spiegato in teoria.

Un altro corso, che purtroppo per qualche settimana si è sovrapposto all’altro (quindi ero impegnata anche 8 ore a settimana), non mi ha dato assolutamente nulla e lasciato solo tanta rabbia per aver perso così tanto tempo inutilmente. Il docente formatore (titolo che, a parere di tutti i corsisti, rivestiva indegnamente) non ha spiegato nulla – non era nemmeno in grado di parlare un italiano corretto dal punto di vista grammaticale – né tanto meno ci ha guidati nell’esplorazione di piattaforme digitali che avremmo potuto utilizzare nella didattica. All’inizio di ogni incontro si limitava a esporre il programma della giornata, cioè tutto ciò che avremmo potuto provare a sperimentare da soli nelle 4 ore, senza tuttavia darci nessuna istruzione pratica. Nel programma che era esposto su una piattaforma di condivisione interna c’erano dei link che spesso non funzionavano o erano errati, che avrebbero dovuto rimandare alle piattaforme da sperimentare le quali spesso riportavano istruzioni in inglese, il che rendeva tutto più difficile mentre sarebbe stato molto più agevole essere guidati da lui tramite dimostrazione pratica. Verso chi richiedeva il suo aiuto era disponibile ma in una “classe” di più di 20 persone è evidente che la gestione diventava impossibile per poter accontentare tutti.
Io ho cercato di arrangiarmi ma perlopiù ho approfittato della situazione per scambiare quattro chiacchiere con i colleghi, alcuni sconosciuti fino a quel momento. Diciamo che per quanto riguarda la socializzazione l’esperienza è stata positiva ma a quel punto tanto valeva andare al bar davanti a un cappuccino fumante, senza perdere 18 ore in chiacchiere all’interno di un edificio scolastico.
Per quanto riguarda la maggior parte dei corsisti, erano impegnati nella correzione o preparazione di compiti, nella compilazione del registro elettronico e a rispondere a qualche e-mail. Qualcuno ne ha approfittato per leggere i quotidiani on line, per farsi un solitario o per prenotare la prossima vacanza su Tripadvisor. Insomma, qualche esperienza del digitale è stata fatta!

In conclusione posso dire che i due formatori erano entrambi nominati, attraverso titoli specifici da valutare per mezzo di un regolare bando, nell’ambito del PON (Programma Operativo Nazionale) del Miur, così descritto sul sito: «intitolato “Per la Scuola – competenze e ambienti per l’apprendimento” è un piano di interventi che punta a creare un sistema d’istruzione e di formazione di elevata qualità. È finanziato dai Fondi Strutturali Europei e ha una durata settennale, dal 2014 al 2020.» Compenso lordo orario per i formatori: 70 euro, cui si aggiungono i 35 per i cosiddetti tutor che in aula ho intravisto poche volte. Fate il calcolo per 18 ore… Certamente la formatrice del primo corso se li è sudati ma il sedicente formatore del secondo potrebbe essere quasi accusato di appropriazione indebita.

Ora considerate i due esempi riportati e chiedetevi come funziona la scuola italiana. C’è chi si suda e merita tutto ciò che gli/le viene dato, ma c’è anche chi, pur facendo poco o nulla, s’intasca il gruzzolo senza merito alcuno. I due sono stati pagati allo stesso modo quindi non mi vengano a parlare di merito e valorizzazione perché son tutte fandonie: c’è chi viene giustamente valorizzato e chi intasca il gruzzolo e basta.

[fonti: Orizzonte Scuola per i riferimenti al ministro fedeli; immagine da questo sito]

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MEGLIO LA LIM DEL TABLET: PAROLA DI STUDENTI

tablet scuola

Nasce da un tema assegnato ai miei allievi di seconda il nuovo articolo pubblicato sul Blog “Scuola di Vita” del Corriere.it. E siamo a quota sei.
L’argomento è l’introduzione delle nuove tecnologie in classe, o per meglio dire la digitalizzazione della scuola italiana. Ho estrapolato dai temi alcune riflessioni che mi sono sembrate interessanti, allo scopo di conoscere il parere dei diretti interessati, quelli che, a torto o a ragione, chiamiamo “nativi digitali”. Il risultato? Il tablet divide gli studenti ma sono tutti compatti nel dire di sì alla LIM.
Una riflessione interessante, a mio parere, che forse vi stupirà. Vi invito, come al solito, a continuare la lettura sul sito del Corriere.it.

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Me ne rendo conto: il campione non è per nulla rappresentativo. Tredici studenti, ragazzi e ragazze di 15 anni, che frequentano la seconda liceo scientifico, hanno dovuto racchiudere nell’angusto spazio di un tema scolastico, per la precisione un testo argomentativo, tutto ciò che pensano sull’utilizzo della tecnologia a scuola.

Un tablet sul banco? Perché no? Ma con moderazione.

L’ha detto anche Orazio, qualche secolo fa: est modus in rebus. Il latino lo studiano e a qualche cosa serve.

Diciamolo chiaramente: un tablet significa meno libri e quindi uno zaino molto più leggero. Anzi, secondo qualcuno il vecchio zaino potrebbe terminare la sua gloriosa attività e finire in qualche angolo recondito della soffitta. E siamo 1 a 0 per il tablet.

Ma come la mettiamo con l’emozione che si prova nel toccare le pagine di un libro, sfiorandole, quasi una carezza, e sentendo l’odore che emana la carta? Gli e-book costeranno anche meno ma è decisamente meno emozionante leggerli. E siamo pari.

Certamente c’è un minor rischio di lasciare il materiale a casa perché si ha tutto a portata di mano, tutto contenuto in una tavoletta sottile e discreta. E se poi il tablet si rompe? Quanto costa ripararlo e quanto tempo si deve aspettare? C’è, poi, anche il rischio di perdere i dati … no, no meglio libri e quaderni.

Già, però pensiamo agli alberi che si abbattono per produrre i libri cartacei: un tablet è anche una scelta ecologica. Però non possiamo ignorare che l’aggeggio informatico rappresenti un potenziale rischio per la salute: le onde elettromagnetiche diffuse dal WiFi, senza contare i problemi alla vista che possono derivare da ore e ore passate davanti allo schermo.

Il duello continua a non avere vincitori.

Ok, ma è un cambiamento necessario per trasformare la scuola in un luogo più favorevole all’apprendimento: vuoi mettere un tablet con tutte le sue applicazioni? Rende senz’altro meno noiosa la lezione e i ragazzi partecipano con più interesse.

Sì però c’è il rischio che qualche studente se ne approfitti per passare il tempo trastullandosi con le altre applicazioni non propriamente didattiche. I detrattori sono giunti ad una conclusione che non scontenterà i prof, alcuni dei quali allergici alle novità: la tecnologia è ovunque, dovremmo salvaguardare almeno le vecchie forme di apprendimento.

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[immagine dal sito linkato; logo blog “Scuola di Vita” © Corriere.it]

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