STORIA


CHE COS’È LA STORIA?

«Historia est testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis» (La storia è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, annunciatrice dell’antichità).

Così scrive Cicerone nel De Oratore (2, 36)

«Esposizione ordinata di fatti e avvenimenti umani del passato, quali risultano da un’indagine critica volta ad accertare sia la verità di essi, sia le connessioni reciproche per cui è lecito riconoscere in essi un’unità di sviluppo.»

Questa è la definizione di storia che viene data dal Dizionario della Lingua Italiana. (Enciclopedia Treccani)

L’etimologia: stòria (ant. o letter. istòria) deriva dal lat. historia (greco ἱστορία) che significa «ricerca, indagine, cognizione» da una radice indoeuropea da cui il greco οἶδα «sapere» (e ἴστωρ «colui che sa») e il latino vid– da cui vĭdēre «vedere».

La storia, quindi, presuppone una testimonianza, stando all’etimologia. S’intende, cioè, che lo storico sia colui che vede e riporta ciò di cui è stato testimone. Non sempre è stato così ed è più che evidente il fatto che eventi antichi non sempre ci siano stati riportati da testimoni oculari.

La storiografia (disciplina che si occupa di descrivere i fatti nella storia) ha origine in Grecia con Erodoto di Alicarnasso (V secolo a.C.), considerato il vero padre della storia. Tuttavia, pur sforzandosi di ricostruire i fatti storci attraverso una ricerca rigorosa, che presuppone una selezione accurata delle fonti da cui trae le informazioni, non opera una separazione netta tra “storia” e “leggenda”, discostandosi ben poco dai logografi. Questi ultimi (il più noto è Ecateo, vissuto tra il VI e il V secolo a.C.) erano perlopiù “narratori in prosa” che arricchivano i loro racconti con indicazioni sui luoghi geografici, sugli usi e costumi locali e facendo riferimento anche ai miti. Pertanto si può dire che, seppur introducendo degli elementi nuovi nelle sue Storie, Erodoto rappresenta il ponte tra la logografia e la storiografia vera e propria.

Il primo vero storico fu, invece, l’ateniese Tucidide (IV secolo a. C.) cui si attribuisce il merito di aver tralasciato quegli elementi più folkloristici per dedicarsi al resoconto dei fatti, prestando particolare attenzione alla storia politica e militare del suo tempo. Egli narra, infatti, della guerra del Peloponneso (431-404) ed è il primo a definire la storia una “scienza”, capace di essere anche magistra vitae, come più tardi la definirà Cicerone.
Ma anche il resoconto di Tucidide ha i suoi limiti e l’autore stesso ne è perfettamente consapevole:

Ho ritenuto mio dovere descrivere le azioni compiute in questa guerra non sulla base di elementi d’informazione ricevuti dal primo che incontrassi per via, né come paresse a me, con un’approssimazione arbitraria, ma analizzando con infinita cura e precisione (naturalmente nei confini del possibile) ogni particolare dei fatti cui avevo di persona assistito o che altri mi avessero riferito. È stata un’impresa faticosa: poiché le memorie di quanti prendono parte a una medesima azione non coincidono mai sulle stesse circostanze e sui suoi particolari. Da qui resoconti diversi, a seconda della individuale capacità di ricordo e delle soggettive propensioni. (Tucidide, La guerra del Peloponneso, libro I, cap. 22, §§ 2-3)

Non dobbiamo, quindi, pensare che le prime opere storiografiche ricostruissero i fatti in modo oggettivo, presupposto irrinunciabile della storiografia moderna.
Ad esempio, se prendiamo in considerazione la storia romana e in particolare il periodo imperiale, la visione che ne offre Tacito (55 – 120 d.C.) è stata fortemente condizionata, secondo i critici, dall’atteggiamento ostile della classe aristocratica, specialmente l’ordine senatorio, nei confronti dell’impero che, da Augusto in poi, ha di fatto esautorato le istituzioni repubblicane, delegittimando dunque anche il potere del senato. Questo sentimento di avversione è comune anche ad un altro storiografo contemporaneo a Tacito, Svetonio (70 – 140 d.C.), che produce ritratti fortemente negativi, a volte alquanto bizzarri, di imperatori come Caligola e Nerone, il che fa pensare che, almeno entro certi limiti, le rappresentazioni fortemente negative di questi principi andrebbero ridimensionate se non proprio riabilitate.

L’IMPORTANZA DELLE FONTI

A questo punto, appare chiara l’importanza delle fonti storiche.
Il punto di partenza di ogni indagine storica è un documento, parola che deriva dal latino docere che significa “insegnare”. Perché un documento insegni davvero qualcosa, è necessario uno scrupoloso esame da parte dello storiografo e non sempre, a dispetto del significato attribuito comunemente al vocabolo, i documenti sono scritti.
Le fonti, infatti, possono essere di vario tipo: ad esempio, per ciò che concerne la preistoria, periodo in cui l’uso della scrittura non era ancora conosciuto, anche un semplice oggetto può costituire un documento d’indagine. Quindi non solo i testi scritti sono delle fonti. Esse si distinguono, inoltre, fra primarie – appartenenti al periodo che lo storico vuole studiare – e secondarie – che risalgono a epoche successive.

Un’altra distinzione va fatta, poi, tra fonti intenzionali e fonti non intenzionali. Facciamo degli esempi, ancora una volta tratti dalla storia dell’antica Roma.
Caio Giulio Cesare (100 a.C. – 44 a.C.), scrivendo il De bello gallico, ha voluto riportare una testimonianza diretta della sua esperienza, pur con tutti i limiti del caso, dal momento che i suoi Commentarii non possono essere considerati una testimonianza oggettiva. Tuttavia appare chiaro che l’opera di Cesare possa essere annoverata tra le fonti intenzionali.
Altro discorso merita l’epistolario di Cicerone: egli, scrivendo le lettere a familiari e amici, non pensava affatto di produrre una testimonianza che potesse essere utilizzata dai posteri, nonostante contenessero una notevole quantità di notizie sulla vita di Roma nel I secolo a.C. E’ evidente, quindi, che la raccolta di epistole firmate da Cicerone costituisca una fonte non intenzionale.

Come abbiamo detto, i documenti non devono essere necessariamente scritti. Per ricostruire molti fatti accaduti nell’antichità, infatti, si fa riferimento ad una tradizione orale che può attraversare anche diversi secoli per approdare alla stesura scritta degli avvenimenti in questione. E’ il caso, per esempio, della guerra di Troia la cui testimonianza è fornita dai poemi omerici redatti almeno quattro secoli dopo gli eventi.

Quando parliamo di testimonianze scritte non dobbiamo, però, riferirci solo a opere letterarie o similari. Anche le epigrafi celebrative, infatti, o i graffiti che compaiono sulle pareti delle case (pensiamo a Pompei), oppure testi non letterari come una raccolta di leggi o scritti che documentino la vita religiosa e sociale di una comunità (pensiamo alle leggi delle XII tavole o agli Annales compilati dai Pontefici Massimi nell’antica Roma) raccontano tante cose su molteplici aspetti della civiltà che l’indagine dello storico vuole approfondire.
Ma anche l’iconografia è importante: pensiamo ad un vaso di ceramica o a un bassorilievo che possono fornire informazioni utili, oltre che sui fatti “raccontati” in essi, anche sull’evoluzione degli stili e delle tecniche.

IL SUPPORTO DELLE DISCIPLINE SPECIALISTICHE NELLA RICOSTRUZIONE STORICA

E’ evidente, a questo punto, che anche le testimonianze materiali hanno la loro importanza nella ricostruzione degli eventi storici. Perciò si può dire che chi ha il compito di “scrivere la storia” deve tener conto delle scoperte in vari ambiti:

1. l’archeologia: gli archeologi studiano i reperti del passato che riportano alla luce, li catalogano, li datano (a questo proposito è importante il cosiddetto “metodo del carbonio 14” che permette di datare materiali di origine organica come ossa, legno, fibre tessili, semi, carboni di legno, …) e ovviamente si prendono cura dell’ “oggetto” restaurandolo;
2. la paleontologia che studia le ere geologiche ed è strettamente legata alla preistoria;
3. l’antropologia che si interessa dell’essere umano sotto più aspetti (fisico o “morfologico” e culturale);
4. l’epigrafia che studia le testimonianze scritte su pietre e metalli;
5. la papirologia che si occupa delle testimonianze scritte su papiro (un materiale scrittorio di origine vegetale diffuso nell’antico Egitto);
6. la numismatica che studia le monete;
7. la diplomatica che studia i documenti di origine medievale, perlopiù allo scopo di verificarne l’autenticità.

Ne consegue che “fare storia” sia un’operazione di tipo interdisciplinare.

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