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LA BOCCIATURA NON È UNA PUNIZIONE, È MOLTO DI PIÙ. PAROLA DI MAMMA


Mi ha colpito molto la lettera che una mamma ha scritto per ringraziare gli insegnanti del figlio 17enne, al penultimo anno del liceo, per la bocciatura inflitta al giovane che, secondo questa madre onesta e obiettiva, non ha studiato, non si è impegnato e nonostante i tentativi dei docenti, non ha voluto produrre neanche la minima sufficienza.

Nella lettera (non ho trovato la fonte ma è stata pubblicata sul sito oggiscuola.com) la signora non solo si schiera apertamente dalla parte dei docenti tanto da dire di voler stringere la mano a chi l’ha bocciato, ma si scaglia anche contro le altre madri, soprattutto quelle che su Whatsapp scrivono che quell’insegnate è cattiva, l’altra dispettosa, un altro crudele, senza considerare quanta fatica facciano ogni giorno i docenti che hanno a che fare con una banda di scalmanati come sono i nostri figli. È talmente onesta questa signora da ammettere di aver difficoltà a gestire un solo ragazzo e quindi non si sente di condannare nessuno per la bocciatura di Antonio, ritenendolo unico responsabile.

La parte della lettera che mi ha colpita maggiormente è quella in cui la mamma di Antonio scrive:

Io non sono un avvocato, un ingegnere come tante delle mamme degli amici di Antonio, sono un’umile casalinga e non mi interessa cosa faccia la professoressa di italiano in casa sua, m’importa che badi a mio figlio e si occupi della sua istruzione. Antonio è giovane, è brillante, gli bastano 10 minuti per imparare un’intera pagina e nonostante ciò per un intero anno ho dovuto lottare affinché si mettesse con la testa sui libri e ho trovato delle amiche nel mio percorso: le insegnanti di mio figlio che mi hanno aiutata a comprendere la verità e cioè che la scuola è un’esperienza bellissima ma costa fatica.

Tutto ciò che questa donna scrive è ampiamente condivisibile da chi svolge questa professione bellissima ma faticosa, esattamente come la scuola deve essere per gli studenti. Le parole della mamma di Antonio, che definisce la bocciatura non una punizione ma un’esperienza che serve a capire che nella vita tutto si paga a caro prezzo e che la fatica è fondamentale per conseguire i risultati, sono la testimonianza più bella di quella collaborazione scuola-famiglia che non deve essere intesa come asettico enunciato che compare sul modulo da firmare (il cosiddetto patto di corresponsabilità) ma come strategia comune e condivisa perché la scuola sia davvero bellissima per gli alunni, seppur faticosa.

Più volte mi sono occupata di questi argomenti, della bocciatura e del fatto che la scuola debba essere anche palestra di vita. Fa piacere che chi sta dall’altra parte, sebbene parte lesa, sia d’accordo con me.

Per concludere, non posso che fare un amaro confronto con quest’altra madre, incapace di guardare in faccia la realtà e di aiutare il figlio. Sono passati tanti anni, non conosco il “seguito della vicenda” ma spero che Mario abbia trovato la giusta strada da percorrere nella vita.

LETTERA DI UNA PROFESSORESSA A UNA CATTIVA MADRE

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Dopo la lettera del papà di Mattia che si vantava di non aver fatto svolgere i compiti delle vacanze al figlioletto, eccone un’altra, questa volta scritta da una madre: la dott.ssa Francesca Romana Tiberi, psicologa, laureata in Scienze della Formazione.

Ne riporto il testo pubblicato sulla rivista on line Orizzonte Scuola:

Sono una cattiva madre perché non costringo mia figlia a estenuanti pomeriggi di compiti.

Sono una cattiva madre perché non presto abbastanza attenzione alle note di demerito che le insegnanti danno a mia figlia per non aver finito i compiti.

Sono una cattiva madre perché quando è malata non le faccio recuperare tutti i compiti persi.

Sono una cattiva madre perché la domenica non si studia… potrei continuare ore, sono una cattiva madre lo so, ma so anche di essere la migliore mamma che mia figlia possa avere perché a me interessa che lei sia felice e che ami imparare!

Non permetterò a nessun insegnante di far odiare lo studio e la conoscenza a mia figlia, a costo di esser giudicata irresponsabile!

Ed ecco la mia replica.

Cara signora Francesca Romana,

che Lei sia una cattiva madre lo ha ammesso, quindi non sarò io a doverglielo dire. Tuttavia, da insegnante, non posso esimermi dal fare qualche osservazione sulle Sue parole che ritengo molto gravi, considerando anche il fatto che Lei, a quanto pare, di professione fa la psicologa.

Lei, quando aveva l’età di Sua figlia, non ha mai passato estenuanti pomeriggi di compiti? Non so quanti anni abbia ma credo che, con il passare del tempo, i compiti assegnati a scuola siano sempre di meno. O forse Lei aveva una madre altrettanto cattiva? Non so, può essere. Ad ogni modo, mi sembra che Lei sia sopravvissuta a un così grave flagello.

Non Le pare logico, inoltre, che quando un bambino si assenta perché malato, i compiti servano a recuperare le lezioni perse? O al limite, se proprio l’argomento trattato in classe non è chiaro, non Le pare logico rivolgersi all’insegnante e pregarlo/la di perdere un po’ di tempo a rispiegare la lezione, in modo che Sua figlia, e i suoi compagni, ne possano trarre beneficio?

Lei davvero crede che la felicità di un bambino si misuri in base al tempo che, durante la domenica, può sottrarre all’esecuzione delle attività assegnate? Ma se anche così fosse, non ci sarebbe nulla di male, a patto che se ne parli con gli insegnanti, quelle persone così cattive e insensibili che hanno come unico scopo quello di rendere infelici le povere creature (oppure i genitori che si sentono in dovere di seguire passo passo i figli nell’esecuzione dei compiti, sostituendosi a loro, se è il caso).

C’è una circolare ministeriale del 1969 (precisamente la n. 177 del 14 maggio di quell’anno) che così recita:
“Questo Ministero è venuto nella determinazione di disporre che agli alunni delle scuole elementari e secondarie di ogni grado e tipo non vengano assegnati compiti scolastici da svolgere o preparare a casa per il giorno successivo a quello festivo, di guisa che nel predetto giorno non abbiano luogo, in linea di massima, interrogazioni degli alunni, almeno che non si tratti, ovviamente, di materia, il cui orario cada soltanto in detto giorno”.

Anche se con l’autonomia scolastica le vecchie circolari (mai abrogate, tra l’altro) non hanno più un ruolo prescrittivo, la cosa più logica sarebbe quella di mettersi a tavolino e discutere con il consiglio di classe (o interclasse alle elementari), serenamente, senza far valere diritti inesistenti (trascorrere in pace la domenica … io, insegnante, lavoro sempre) ma semplicemente arrivare ad un accordo tra le parti. Ad esempio, se i “compiti della domenica” sono assegnati il mercoledì, nessuno impone di eseguirli per il lunedì successivo proprio la domenica.

Lei, che è anche psicologa, davvero crede che impedendo a Sua figlia di fare i compiti – con le conseguenti note di demerito che da cattiva madre ignora, senza pensare che l’effetto su Sua figlia non è esattamente edificante – la renda una bambina felice e vogliosa di imparare? Imparare cosa? A fare la furba? A sottrarsi ai doveri che, una volta cresciuta, non potrà evitare? E come affronterà la vita di domani che impone obblighi cui non possiamo sottrarci? Allora per Sua figlia non ci saranno note di demerito ma qualche calcio nel fondoschiena. Ha presente il mondo del lavoro? Magari no, magari è una libera professionista e fa quel che vuole. Magari non lo è e ha trovato il modo di vivere felice senza dover fare ciò che le sembra scomodo, insignificante e anche alquanto dannoso.

Lei è davvero convinta che siano i docenti a far odiare la scuola, con tutti quegli obblighi che minano il diritto alla felicità di bambini e bambine, torturati da orchi e streghe che nemmeno nelle fiabe?

Lei crede di essere ritenuta un’irresponsabile. A mio modesto avviso, Lei non lo è, non solo quello, almeno. Nemmeno la ritengo una cattiva madre. Credo solo che sia Lei, non gli orchi e le streghe, a vivere in una fiaba.

Quando ne uscirà, si renderà conto che interferire in modo irrazionale nelle questioni didattiche può solo essere deleterio per Sua figlia. Forse allora se ne pentirà. Ma di certo non avrà insegnato alla bambina a vivere assumendosi delle responsabilità. Non è aggirando gli ostacoli che si cresce ma superandoli.

Ah già, Lei è una psicologa. Non ha bisogno di lezioni.

(La lettera è stata pubblicata anche su Orizzonte Scuola)

[immagine da questo sito]

LA GENERAZIONE DEI NEET: TUTTA COLPA DELLA SCUOLA?

PREMESSA
Avevo inviato questo post oltre un mese fa alla redazione del Blog “Scuola di Vita” del Corriere.it con cui da più di due anni collaboro. Non avendo ricevuto risposta, ho deciso di pubblicarlo qui. In passato avevo trattato questo argomento in due post, uno sul blog principale e uno su queste pagine. Questo articolo è un sunto dei due precedenti con i doverosi aggiornamenti.
Buona lettura!

neetgen
In Italia si chiamano “né né”, proprio perché non hanno un impiego né seguono alcun percorso di studio. Oggi si predilige la denominazione «Neet» (acronimo inglese di «Not [engaged] in Education, Employment or Training»), importando come spesso capita un’etichetta anglosassone. Se nel 2009 i giovani “né né” nel nostro Paese erano 270 mila, esclusivamente nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 19 anni, nel 2013, sempre secondo l’ISTAT, la percentuale degli under 35 in questa condizione sfiorava i 4 milioni.

A distanza di tre anni, come ci informa Dario Di Vico sul Corriere, è apparentemente migliorata, ma la fascia d’età è ristretta agli under 29: ora i giovani Neet sono 2 milioni e 300mila, ma i dati sono riferiti alla fascia di età tra i 15 e i 29 anni. Secondo l’indagine “Ghost”, 1 milione di Neet è disoccupato, ovvero in attesa di un’occupazione a breve termine, mentre gli «inattivi totali» raggiungono quota 600 mila.

Ma cosa fa questo esercito di “inoccupati”? Alcuni svolgono attività di volontariato, altri si dedicano allo sport, altri ancora sono impegnati in lavoretti come ripetizioni, baby sitting o comunque lavori a intermittenza con i quali i giovani non riescono a raggiungere una professionalità da spendere in futuro.

Insomma, pare che non tutti facciano parte della generazione degli “sdraiati”, come li definisce Michele Serra nell’omonimo libro. Anzi, i più frustrati sono i laureati (1 su 10) che davvero non avrebbero voglia di stare con le mani in mano, dato che si sono impegnati e hanno speso del tempo frequentando l’università. In questa classifica sconfortante, se vogliamo dir così, seguono i diplomati (5 su 10) che, tuttavia, non ritengono utile continuare gli studi, e quelli che non sono nemmeno arrivati al diploma di scuola media superiore (4 su 10).

Poiché questo è un blog che tratta di scuola ed è rivolto anche alle famiglie, vorrei soffermarmi a riflettere proprio su questo 40% di giovani che sono in possesso del solo diploma di terza media.

Sarebbe semplice dire che questi giovani sono degli indolenti, che non sanno attribuire il giusto valore all’istruzione o, più in generale, alla cultura. Facile puntare il dito sulle famiglie che non sono in grado di trasmettere loro questo tipo di valore e che accettano, la maggior parte delle volte loro malgrado, una situazione degna di essere chiamata parassitismo. Sarebbe scontato e banale affermare che se non hanno voglia di studiare, non li si può costringere; quante volte di fronte ai figli che non s’impegnano a scuola, i genitori tuonano con la solita frase trita e ritrita “allora vai a lavorare”. Magari trovassero lavoro, questi “inetti”!

Quando si parla di insuccesso negli studi dobbiamo tenere presente l’influenza di vari fattori: l’ambiente scolastico che il ragazzo non trova confacente, la famiglia che non ha gli strumenti per aiutarlo, le amicizie che rappresentano sempre più l’unico modello da seguire, soprattutto perché più comodo, essendo libero da obblighi che condizionano il comportamento. Mi spiego meglio: frequentando gli amici, un giovane innanzitutto non è giudicato, non ha regole da rispettare se non quelle condivise all’interno del gruppo, quasi mai impegnative a livello culturale e formativo, poi è libero di esprimere il suo disagio senza incorrere in rimproveri che addossino la responsabilità a lui solo, infine non ha bisogno di comportarsi in modo non spontaneo con il timore di essere censurato.
Il ruolo della famiglia è fondamentale, è vero, ma non è l’unica forza in ambito educativo. Spesso il “gruppo” funge da punto di riferimento e, guarda caso, non sono mai i modelli positivi ad essere trainanti.

Al di là degli stimoli che possono arrivare dalla famiglia, e talvolta anche dalla scuola, non si può escludere che il ragazzo che si trova in difficoltà alla fine segua istintivamente quelli come lui, arrendendosi alla conclusione semplicistica, ma assai condivisa tra “simili”, «la scuola non fa per me».

Per superare l’impasse è indispensabile la collaborazione scuola-famiglia, ma come sappiamo il rapporto tra le due parti è spesso tutt’altro che idilliaco. Da una parte la famiglia addossa alla scuola la responsabilità dell’insuccesso negli studi del proprio figlio, dall’altra gli insegnanti sostengono che la famiglia non si occupi del figlio e che se il ragazzo è un testone, non si applica, non segue i consigli, non c’è nulla da fare: somaro è, somaro rimarrà.

Naturalmente non si può evitare di fare i conti con l’autostima del ragazzo.
Al di là di un atteggiamento strafottente (così efficacemente descritto da Michele Serra nel libro citato), tipico di chi sfida gli adulti facendo credere che «lui sa quello che fa e non ha bisogno che qualcun altro glielo dica», spesso dietro questa ostentata sicurezza si cela una scarsissima autostima. Ovvero, facendo credere che l’insuccesso scolastico nemmeno lo sfiori, lo studente nasconde la mancanza di fiducia che ha dentro di sé.
Compito della scuola sarebbe comprendere questo tipo di situazione e trovare, assieme alla famiglia, un modo per guidare il ragazzo in un percorso di crescita che lo porti a superare la sfiducia in sé. Certo, per un adolescente è più facile gettare la spugna, rinunciare a modificare una situazione è più comodo; tuttavia, se gli adulti lo aiutassero a comprendere la causa del suo insuccesso e lo guidassero ad un miglioramento personale, quindi non solo relativo allo studio ma soprattutto relativo al suo rapporto con se stesso, ci potrebbe essere una speranza.

Non dimentichiamo, però, che molti ragazzi così fragili rifiutano di farsi consigliare dagli adulti, siano essi genitori o insegnanti.

La convinzione che il mondo del lavoro possa essere affrontato con minore impegno –solo perché non ci sono interrogazioni e compiti in classe-, per giunta con un tornaconto economico, è la molla che porta, poi, a lasciare la scuola per cercare un impiego. Ma anche quando trovano un posto, ben presto questi ragazzi comprendono che in qualsiasi mestiere sono richieste delle competenze che, se non ci sono, bisogna apprendere. L’impegno e la volontà sono imprescindibili così come il rispetto delle regole, pur diverse da quelle imposte dall’istituzione scolastica, è assolutamente dovuto. In breve, di fronte a questi ulteriori ostacoli, i ragazzi che appartengono alla “generazione dei né né” pensano di poter mollare il lavoro come hanno fatto con la scuola e di cercare altro. Peccato, però, che non ci sia questa grande offerta ed ecco che ragazzi come questi hanno un’unica possibilità: ingrossare le fila della già ben nutrita schiera dei loro simili.

Secondo Eurydice, in Italia dal 2009 al 2014 la percentuale dei cosiddetti early leavers è scesa dal 19% al 15%. Forse si potrebbero accorciare le distanze tra il nostro e gli altri Paesi europei se ci fosse una maggiore collaborazione tra scuola e famiglia, una sinergia in grado di rimuovere gli ostacoli e ridare fiducia ai giovanissimi, evitando un precoce abbandono scolastico.

[immagine da questo sito]

IL BUSINESS DELLE LEZIONI PRIVATE SI PUO’ EVITARE. ECCO COME

lezioni private
Non è la prima volta che affronto l’argomento (leggi QUI). Già nel 2012 lo SNALS aveva proposto, prima al ministro Gelmini e poi a Profumo, di permettere ai docenti di dare lezioni private intramoenia, esattamente come è possibile che i medici in servizio in ospedale ricevano i pazienti all’interno della struttura pubblica in regime privato.

Ora questa proposta, che approvo pienamente, mi pare più che mai urgente.

Come si sa, nel 1995 vennero aboliti i cosiddetti esami di riparazione alle superiori. Allora questa decisione fu giustificata dalla volontà di mettere in crisi il mercato delle lezioni private e contrastare, quindi, il lavoro nero dei prof che le impartivano. Ma il Decreto ministeriale n. 80 del 3 ottobre 2007 (firmato dall’allora ministro dell’Istruzione Fioroni) che ha introdotto la “sospensione del giudizio” a giugno e l’obbligo di saldare i debiti formativi entro l’inizio del successivo anno scolastico, ha di fatto ripristinato l’antico. Cambia la forma ma non la sostanza.

Secondo quanto si legge in un articolo pubblicato sulla rivista specializzata La tecnica della Scuola, un sondaggio effettuato dalla Fondazione Einaudi sul mercato delle ripetizioni private, rivela un giro d’affari che si aggira intorno agli 810 milioni circa di euro e che grava sul bilancio di una famiglia italiana per 1620 euro all’anno. Infatti il 90% delle lezioni private non sono dichiarate al fisco.

Così conclude la relazione:

Come Fondazione Luigi Einaudi crediamo che le lezioni private devono essere regolarizzate, accompagnando la regolamentazione da un incentivo fiscale mirato.
Tuttavia, pur riconoscendo la libertà di scelta da parte di studenti e famiglie, crediamo che un numero così alto di studenti che prendono lezioni private nel tempo trascorso dopo l’attività scolastica regolare, dimostra il fallimento del sistema scolastico attuale e l’inadeguatezza della didattica, dei programmi, e spesso anche degli insegnanti.

Se da una parte appoggio la vecchia proposta del sindacato della scuola di regolamentare il “giro” di lezioni private facendole tenere dai docenti (ovviamente su libera adesione e non ai propri allievi, cosa vietata anche se, a volte, tollerata) nelle scuole stesse, dall’altra devo fare una riflessione su quanto dichiarato dalla Fondazione Einaudi circa l’inadeguatezza della didattica, dei programmi, e spesso anche degli insegnanti.

Prima domanda: perché le famiglie sono disposte a svenarsi, con la consapevolezza di favorire l’evasione fiscale da parte degli insegnanti, per mandare i propri figli a “ripetizione”?

Personalmente mi arrabbio quando vengo avvertita dai genitori che il proprio figlio è seguito da un insegnante privato. Tuttavia posso capire che nel rapporto “uno a uno” ci siano dei vantaggi che le classi numerose (26-28 allievi) precludono. Anche se si fa costantemente il ripasso dei contenuti, ci si esercita in classe e si cerca di venire incontro alle difficoltà di tutti, è ben difficile capire quali siano le difficoltà di ciascuno.

Spesso capita che un ragazzo insufficiente non abbia il coraggio di ammettere di non aver capito, rinunci a chiedere chiarimenti anche perché teme di essere preso in giro dagli altri, oppure ha paura di essere etichettato come “stupido” dall’insegnante stesso. E’ palese che ogni studente conosce il docente che ha di fronte e anche il clima che si respira in aula.
In casi come quello descritto, qualche lezione privata può essere risolutiva.

D’altro canto, se l’allievo insufficiente non si impegna, non sta attento in classe, non si esercita a casa, la presenza di un docente tutto per lui può sollecitare l’attenzione del momento, può anche risolvere qualche problema, ma se l’atteggiamento non muta, poco gioverà allo studente il sacrificio economico della famiglia.

Seconda domanda: perché mai, nonostante le scuole (mi riferisco ovviamente alle superiori) abbiano l’obbligo di organizzare attività di recupero durante l’anno, spesso affiancate da periodi di “pausa didattica” in cui ogni docente è tenuto ad intervenire in classe per colmare le lacune e venire incontro alle difficoltà degli allievi, molte famiglie rinunciano a questa opportunità preferendo mandare i ragazzi a ripetizione?

A volte può sembrare snobismo, altre semplicemente incuria. Se le condizioni economiche lo consentono, i genitori preferiscono affidare i figli alle cure di un insegnante privato (non sempre qualificato, tra l’altro). In altri casi, gli impegni extrascolastici dei figli (il più delle volte sportivi), oppure la lontananza della scuola dal proprio domicilio e la scomodità dei mezzi pubblici che hanno orari poco agevoli, spingono le famiglie a firmare le “liberatorie”, rinunciando al servizio offerto gratuitamente dagli istituti.

Parlo per esperienza, naturalmente, e mi riferisco alla realtà che conosco, insegnando in un liceo cittadino frequentato da molti studenti che vivono a distanza di molti chilometri dalla scuola, in paesini sperduti poco serviti dai trasporti pubblici.

Terza domanda: perché capita che i ragazzi che vengono indirizzati ai corsi o agli sportelli organizzati per il recupero, non ottengano i risultati sperati, costringendo le famiglie a porre rimedio ricorrendo alle ripetizioni private?

Sempre per esperienza posso dire che molto spesso succede che gli allievi frequentino i corsi e/o gli sportelli ma che mantengano lo stesso atteggiamento passivo, quando non di disturbo, che assumono in classe durante le ore curricolari. Giocherellano con il cellulare (che viene regolarmente ritirato e consegnato in presidenza, come avviene al mattino), parlottano, arrivano senza materiale (né libri né quaderni né fotocopie consegnate dall’insegnante) e senza aver svolto le attività assegnate.
I genitori di questi ragazzi li difendono osservando che, presentarsi a scuola nel pomeriggio, dopo un’intensa (?) mattinata di lezione, è molto faticoso e certamente non facilita la concentrazione. Le dimenticanze, poi, sono giustificate con la grande quantità di libri e quaderni che già devono portare per le lezioni mattutine, quindi lo zaino è stracolmo e non può contenere altro materiale. Sta di fatto che nella maggior parte dei casi, i libri e i quaderni li hanno già utilizzati la mattino e che le fotocopie di per sé non pesano tanto e occupano poco spazio.

Questi stessi genitori, poi, firmano le giustificazioni per le assenze pomeridiane e, adducendo come pretesto la scarsa efficacia delle attività di recupero (sic!), informano i docenti di essere stati costretti a mandare i figli a lezione. Inutile dire che, nella quasi totalità dei casi (in riferimento a quanto descritto sopra), quegli allievi non colmeranno comunque le lacune.

Detto questo, per tornare alla relazione della Fondazione Luigi Einaudi, io non credo che tutte le colpe debbano essere attribuite all’inadeguatezza della didattica, dei programmi, e spesso anche degli insegnanti. Non voglio assolvere tout court l’istituzione scolastica, perché sono consapevole che i programmi necessitino di una revisione, che la didattica in alcuni casi (non nella maggioranza, comunque!) lasci a desiderare e che ci siano insegnanti (anche qui credo non si tratti della maggior parte di essi) inadeguati. Tuttavia mi pare semplicistica la conclusione della Fondazione Einaudi, soprattutto perché ignora (o almeno credo) le dinamiche da me descritte. Come sempre, i conti non si devono fare senza l’oste.

[immagine da questo sito]

MORIRE D’ESAME: IL CRUDELE DESTINO DI ANTONIO SUMMO

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«Per un esame non è mai morto nessuno!»
Quante volte abbiamo sentito o pronunciato questa battuta, diciamo così, con l’intento di sdrammatizzare? Moltissime.
Sono cose che si dicono. Mai vorremmo che fossero prese alla lettera o fungessero da infauste previsioni.

Tutti abbiamo sotto gli occhi l’orrore trasmesso dalle immagini del recente disastro ferroviario accaduto in Puglia. Per ora – e speriamo che il bilancio non si aggravi – le vittime sono 27. Poche quelle riconoscite ufficialmente. Tra queste c’è un ragazzo, 15 anni appena: Antonio Summo. Antonino per tutti.

Al mattino di quel 12 luglio funesto si era recato ad Andria per sostenere due “esami di riparazione”. In realtà si tratta delle verifiche per accertare il superamento dei Debiti Formativi. Nella maggior parte delle scuole queste verifiche si tengono a fine agosto o inizi settembre. Non sono rari, tuttavia, i casi in cui gli “esami” vengano anticipati a luglio, con lo scopo di far passare il resto dell’estate in tranquillità – a fronte di un esito positivo, naturalmente – i ragazzi con giudizio sospeso.

Il padre non voleva che sostenesse gli esami, forse avrebbe preferito che ripetesse l’anno. Non lo so. Antonino, invece, era risoluto: «Non ti preoccupare papà. Io vado».

E di cosa mai avrebbe dovuto preoccuparsi questo padre? Che cosa poteva rischiare il figlio? Al massimo una bocciatura. Il minore dei mali. Ma valeva la pena tentare, secondo Antonino.

La mattina il ragazzo aveva sostenuto l’esame in una delle materie in cui aveva il debito. La seconda “fatica” era stata fissata nel pomeriggio.

Il professore lo aveva invitato a tornare a casa a riposarsi e ripresentarsi a scuola più tardi.

Che sarà mai? Pochi km in treno, per percorrere la breve distanza tra Andria e Ruvo, e la libertà di passare qualche ora senza lo stress per l’esame imminente.

Antonio Summo a casa sua, a Ruvo di Puglia, non è mai tornato.

Ora non vorrei essere nei panni di quel papà che aveva cercato di convincerlo a non sostenere quegli esami.

Ora non riesco nemmeno a immaginare i sensi di colpa di quel professore che, convinto di fare solo il bene del ragazzo, aveva invitato Antonino a ritornare a casa.

Ma ora non c’è tempo per i sensi di colpa, per i rimorsi e per le maledizioni rivolte a un destino crudele.

Ora è tempo di lacrime e preghiere. Per il giovanissimo Antonino e per tutte le altre vittime di questa immane tragedia.

[la notizia è tratta da Corriere.it; in presenza di poche notizie ho provato a immaginare tante cose e mi scuso fin d’ora se quanto detto non dovesse corrispondere in modo preciso alla realtà; immagine da questo sito]

DSA: LA PROMOZIONE NON E’ ASSICURATA

dsa-640x480Siamo agli sgoccioli: l’anno scoalstico sta per terminare. Nel mio nuovo post pubblicato sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita” affronto un argomento delicato: i disturbi di apprendimento (DSA). Disturbi di questo tipo – che non devono essere confusi con la disabilità – sono sempre più in aumento, eppure è ancora tanto difficile saper affrontare in tempo la dislessia o la discalculia, solo per fare due esempi. In casi come questi è più che mai necessaria la collaborazione delle famiglie. Purtroppo non sempre c’è, quando addirittura non ci si trova di fronte un vero e proprio muro.
Si può bocciare un alunno DSA? Questa è la domanda. La risposta è sì. Ma ci sono delle regole da rispettare.
Come sempre, riporto una parte dell’articolo e invito i lettori a proseguire la lettura sul sito del Corriere.it.

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Una recente sentenza, la numero 196 del Tar Piemonte Sezione II, ha rigettato il ricorso della famiglia di una ragazzina iscritta alla seconda classe di un liceo e affetta da disturbi specifici di apprendimento, nella fattispecie dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia. La studentessa, per la quale, come da normativa vigente, era stato predisposto dal Consiglio di Classe un PDP (Piano di studi personalizzato), al termine dell’anno era stata bocciata. La famiglia, tuttavia, non ha fatto ricorso al Tar contro la bocciatura ma per richiedere un risarcimento per danni morali di 6mila euro, 4 dei quali da spendere per l’iscrizione della figlia in una scuola privata.

In sostanza, la famiglia ha contestato alla scuola la mancata ri-predisposizione del piano didattico personalizzato (che risaliva all’anno precedente), oltre che l’inadeguatezza e la mancata attuazione delle misure dispensative e compensative previste dal piano.

La sentenza per certi versi è esemplare in quanto i giudici piemontesi hanno puntato l’accento sul fatto che, se è vero che il PDP «deve essere aggiornato annualmente entro il primo trimestre dell’anno scolastico», la famiglia della ragazza non ha sottoposto la stessa a nuovi test per aggiornare il quadro clinico, nonostante le difficoltà riscontrate all’inizio del nuovo anno, ritenendo perciò che il piano «predisposto per l’anno precedente fosse ancora adeguato alle esigenze della ragazza».

Insomma, la diagnosi di DSA non è di per sé garanzia di promozione, nel momento in cui i docenti dovessero riscontrare da parte degli allievi scarso impegno nello studio per raggiungere gli stessi obiettivi di apprendimento degli altri compagni. Quanto all’inadeguatezza e alla mancata attuazione delle misure previste dal piano didattico personalizzato, secondo i giudici il ricorso è fondato su «deduzioni arbitrarie, disancorate da concrete evidenze scientifiche, basate esclusivamente su considerazioni soggettive, e come tali opinabili». Ciò evidentemente non basta per considerare inique le valutazioni dei docenti. Infatti, come osserva il Collegio giudicante, «la scelta degli strumenti compensativi e dispensativi più idonei in relazione alle specifiche esigenze dell’avente diritto costituisce espressione dell’ampia discrezionalità tecnica che la legge riconosce in materia al corpo docente, la quale è sindacabile da questo giudice solo in presenza di macroscopiche illogicità o irrazionalità o di evidenti errori di fatto».

Pare, inoltre, che fosse la stessa ragazza a rifiutare gli strumenti compensativi – come l’uso del pc per la lingua straniera – forse nel timore di sentirsi “diversa”.

Questi, in estrema sintesi, i dati relativi al ricorso e alla sentenza del Tar. Ora, tuttavia, vorrei chiarire alcuni aspetti riguardanti i DSA che spesso sfuggono alle famiglie (volutamente o meno).

In primis, gli studenti che soffrono di questi disturbi non sono “disabili”, non hanno pertanto diritto all’insegnante di sostegno né a un programma differenziato (per essere chiari, facilitato) né a una valutazione più “morbida” dei risultati scolastici né è contemplata per loro una revisione degli obiettivi nelle singole discipline. Ciò non significa che essi debbano essere lasciati in balìa di se stessi: la maggior parte di questi alunni tende all’insuccesso scolastico perché essi hanno una scarsa autostima, specialmente in relazione alle proprie capacità, temono il fallimento, si sentono “diversi”, non concepiscono nemmeno di competere con i compagni e sono colti dall’ansia nell’eseguire anche le più semplici attività.
A maggior ragione, i docenti devono operare al meglio per farli uscire da questo “circolo vizioso”. Secondo quanto predisposto dal PDP, hanno l’obbligo di adottare le misure dispensative e compensative del caso (ad esempio, prevedere più tempo per compiti scritti e/o una grafica differente, programmare le verifiche orali, permettere ai ragazzi di consultare tutti gli strumenti – tavole e tabelle, calcolatrice, computer con programmi di video-scrittura con correttore ortografico e sintesi vocale – previsti dalla normativa e presenti nel piano) e monitorare in modo continuativo i progressi dei loro allievi.

In secondo luogo, per portare l’allievo/a affetto da DSA al successo scolastico e formativo, è indispensabile la collaborazione della famiglia. Non è pensabile che la scuola faccia tutto da sé e sappiamo bene quanto i genitori d’oggi deleghino all’istituzione anche ciò che afferisce all’aspetto non solo didattico ma educativo.

Come sempre, tuttavia, il torto e la ragione non stanno da una sola parte.
CONTINUA A LEGGERE>>>

[immagine dal sito del Corriere.it linkato nel post]

LA MATEMATICA E’ NEMICA ANCHE ALLO SCIENTIFICO

matematica-5-640x480Il mio nuovo post pubblicato sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita” è l’ideale continuazione del precedente in cui trattavo l’aumento delle iscrizioni, per il prossimo anno scolastico, al liceo scientifico, con una sensibile preferenza per l’opzione delle “scienze applicate”, ovvero il liceo scientifico senza il latino. Ma siamo sicuri che sia il Latino l’unico “nemico” di chi si iscrive allo scientifico?
Come sempre riporto in parte l’articolo e vi invito a leggerlo interamente sul sito del Corriere.it.

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In un post precedente si ragionava sull’aumento di iscrizioni, per l’anno scolastico 2016/17, al liceo delle scienze applicate. Un’opzione che, secondo me e molti dei miei colleghi di Lettere, a volte incontra il favore dei quattordicenni alle prese con la scelta della scuola superiore per evitare la fatica di studiare il latino, presente nel piano di studi nel liceo tradizionale, anche se con un decurtamento notevole di ore in seguito al riordino dei licei voluto dall’ex ministro Mariastella Gelmini.

Ma lasciando da parte le “scienze applicate”, ragioniamo sulla scelta del liceo scientifico che pare sia diventato un refugium peccatorum.
Ormai, come si evince dai dati diffusi dal MIUR, più di metà degli studenti sceglie un percorso liceale. Se escludiamo il classico, dove si iscrivono persone motivate e consapevoli delle difficoltà cui andranno incontro, negli altri licei arrivano ragazzi – non tutti, per fortuna – con scarse qualità.

Il liceo scientifico non è più ambito solo dagli alunni bravi in matematica, ma viene scelto per esclusione.

C’è da dire, inoltre, che spesso sono gli stessi genitori a condizionare la scelta, un po’ per ambizione – senza tuttavia fare i conti con le capacità e la preparazione dei propri figli – e un po’ perché ritengono che i pargoli non abbiano particolari attitudini che invece vengono richieste dall’istruzione professionale o tecnica. Non considerano, però, che l’attitudine fondamentale richiesta da un liceo, qualsiasi esso sia, è quella di essere disposti ad impegnarsi nello studio, cosa non così scontata per chi ha frequentato la scuola media con un profitto appena sufficiente o comunque non particolarmente brillante.

Anche se so che ciò potrebbe sembrare assurdo, per esperienza posso dire che il problema di fondo di chi frequenta il liceo scientifico, non è il latino ma la matematica e tutte le altre materie scientifiche. E non mi riferisco soltanto agli allievi mediocri, quelli che non sarebbero adatti a nessun liceo. Sto parlando anche di ragazzi che nel percorso di studi precedente non hanno dimostrato particolari problemi nell’ambito logico-matematico.

Un problema da non sottovalutare è costituito dai voti troppo alti che gli insegnanti della scuola media si ostinano ad elargire. So che questo discorso può sembrare antipatico e non voglio insinuare che i docenti non siano competenti e preparati. Purtroppo, spesso nella scuola media i livelli di preparazione tendono verso il basso, anche per poter far fronte alle esigenze di alunni deboli o con situazioni disagiate alle spalle. Ad esempio, l’inserimento di ragazzini stranieri, che a malapena comprendono qualche parola di italiano, rallenta la progressione dei programmi e, di conseguenza, si abbassano gli obiettivi per tutta la classe.

Suppongo che questa situazione porti gli insegnanti a premiare con voti più alti di quanto non meritino davvero quelli che dimostrano di impegnarsi un po’ di più o comunque di non avere grossi problemi nell’apprendimento. Ma questa “strategia” comporta il rischio di creare false illusioni nei ragazzi e nelle famiglie.

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[immagine dal sito linkato; logo blog “Scuola di Vita” © Corriere.it]

COSTA TANTO DIRE “BUONGIORNO”?

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Lo scorso ottobre un Dirigente Scolastico di Empoli aveva divulgato una circolare in cui invitava gli studenti a salutarsi e salutare i docenti e il personale della scuola.

Ne parlai in classe e quasi la totalità degli allievi fu concorde nel constatare che non dovrebbe servire una circolare per far sì che gli studenti dicano “buongiorno”. In fondo si tratta solo di buona educazione e quella, fino a prova contraria, si dovrebbe impartire in famiglia.

Certo, anche la scuola deve fare la sua parte. Noi docenti non dobbiamo limitarci a trasmettere nozioni, dobbiamo anche “formare l’individuo”. Il massimo sarebbe collaborare con la famiglia a questo scopo. Peccato che il buongiorno non si veda solo dal mattino ma anche dai genitori. E chi vuol capire, capisce.

Sono una madre e so quanta fatica si faccia per crescere i figli, impartendo le regole della buona educazione, insegnando loro come comportarsi in ogni situazione, presentandosi innanzitutto come modello. Purtroppo so anche che spesso i figli, quando si trovano in altri contesti rispetto a quello familiare, possono dimenticare facilmente la buona educazione…

Insomma, non metto alla gogna le famiglie, non sempre. Tuttavia, i docenti hanno l’obbligo di redarguire gli studenti quando non si comportano bene e devono mettere in evidenza atteggiamenti poco concilianti con la buona educazione, se necessario.

Dire “buongiorno” quando si entra a scuola – e non solo in classe – mi sembra il minimo. All’ingresso si trova sempre il personale non docente (almeno spero) e salutare significa anche rispettare il loro ruolo. Nella scuola, poi, ci sono tanti docenti e, se non sono i “propri”, si fa finta di niente. Insomma, passiamo inosservati e talvolta, specie durante l’intervallo, siamo travolti dal fiume in piena che va a far man bassa al distributore di merendine, senza sentire una parola di scuse.

Ancor più trasparenti diventiamo quando ci è assegnata una supplenza in una classe non nostra. Ultimamente mi è capitato di entrare e trovare la cattedra “occupata” da uno studente lungo disteso sopra. Gli ho chiesto se considerasse quella una cosa normale. Ne ho ricavato spallucce.

Personalmente pretendo di essere accolta in classe dai ragazzi in piedi. E’ il loro modo di dire “buongiorno” senza fare un coro. Non trovano ciò disdicevole, non ne viene meno la loro dignità. Insomma, non entra il sovrano che chiede ai sudditi la proscinesi. Chiedo solo un minimo di educazione.

Peccato che io non possa “far lezione” a qualche mio collega uomo che, nemmeno se mi sbatte in faccia, mi saluta. E io non sarò mai la prima. Mi hanno insegnato che una signora deve essere salutata per prima da un uomo.

Non vorrei adesso dare l’impressione ai lettori che io viva la mia mattinata scolastica in una specie di giungla, attorniata da trogloditi. Moltissimi ragazzi sono bene educati e mi salutano quando mi incrociano, a prescindere che io sia una loro insegnante. Compensano i molti che, “congedati” al biennio, frequentano ancora il triennio ma non mi salutano perché non hanno più da temere un’insufficienza in Latino. Come se i voti li dessi sulla base della buona o cattiva educazione dimostrata.

Poi c’è C. E’ arrivato quattro anni fa sulla sedia a rotelle. La sua classe, proprio per la sua disabilità, ha un posto fisso, al piano terra. Mese dopo mese, anno dopo anno, C. è passato dalle quattro ruote alle due stampelle, poi una… ora cammina autonomamente, anche se in modo non troppo spedito.

C. mi saluta sempre quando mi incrocia. Saluta tutti, a dire il vero. Questo forse può sembrare più strano del suo essere un po’ diverso.
Il suo saluto e il suo sorriso per me sono il più bel “buongiorno”, prima di iniziare la mattinata scolastica.

[immagine da questo sito]

COMPITI A CASA: UNA PETIZIONE ON LINE PER ABOLIRLI

diritto allo studioIncredibile ma vero: una petizione on line per abolire i compiti a casa, per gli studenti della scuola dell’obbligo (a rigor di logica biennio compreso, quindi) – è stata lanciata non dai genitori stufi dei carichi di lavoro cui sono costretti i figli ma da un dirigente scolastico.

Maurizio Parodi è un preside genovese e in pochi giorni la sua petizione ha raccolto un largo consenso. Ciò non stupisce quanto le motivazioni addotte da questo zelante dirigente che, forse, vuole accattivarsi le simpatie dei genitori per non avere problemi.

Vediamo le motivazioni e le mie personali obiezioni:

1. Procurano disagi e sofferenze soprattutto agli studenti già in difficoltà, suscitando odio per la scuola e repulsione per la cultura. Di compiti non è mai morto nessuno, caro Parodi, e chi odia la scuola i compiti nemmeno si sforza di farli, glielo assicuro.

2. Avvantaggiano gli alunni che hanno genitori premurosi e istruiti … costringono spesso le famiglie a sostituirsi ai figli per completare i compiti a casa assegnati dagli insegnanti. Suvvia, cade anche lei nella trappola! I bambini e i ragazzi devono svolgerli da soli e, con la correzione in classe (che i docenti devono fare), possono rendersi conto degli errori e cercare di farne tesoro.

3. L’efficacia di questo studio domestico non è mai stata dimostrata da nessuna ricerca scientifica. Ok, ma non è mai stato dimostrato nemmeno il contrario.

4. I compiti a casa, inoltre, “favoriscono l’abbandono scolastico” che colpisce gli alunni più deboli. Questa poi… chi abbandona gli studi non lo fa perché sono troppe le attività da svolgere a casa, tanto non le svolge nemmeno; al contrario, rafforzare lo studio sugli argomenti trattati in classe con una certa autonomia nel pomeriggio aiuta a colmare le lacune o almeno ad evidenziare delle difficoltà che possono essere superate chiedendo ulteriori spiegazioni all’insegnante.

5. L’Ocse ha anche dimostrato che il carico eccessivo di lavoro domestico è controproducente. Ha dimostrato? E come? L’Ocse ha semplicemente rilevato che il carico di lavoro cui sono sottoposti gli studenti italiani (si parla di quindicenni, comunque) è superiore a quello dei “colleghi” europei. Ciò sulla base dei risultati di test che sono lontani anni luce dalla didattica che si pratica nelle nostre scuole, mentre nel resto d’Europa la pratica del teaching to the test è consolidata. Caro Parodi, pensi che negli USA lo stesso presidente Obama si è espresso a favore dell’abolizione dei test, considerati inaffidabili.

La ciliegina sulla torta sta, comunque, nell’affermazione finale di questo dirigente: «L’alternativa ai compiti è quella di insegnare ad imparare agli alunni in classe.» Non credo che gli insegnanti assegnino i compiti a casa e in classe leggono il giornale. Ma cosa dice?

[fonte: Repubblica.it]

TEMPO DI ISCRIZIONI: QUALE SCUOLA SCEGLIERE DOPO LE MEDIE?

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C’è tempo fino al 22 febbraio per scegliere in quale scuola continuare gli studi dopo le medie. Una scelta decisamente difficile che si è costretti a fare ad un’età che è caratterizzata da incertezza e indecisione. Ma decidere con cognizione di causa quale scuola frequentare per i prossimi cinque anni è di fondamentale importanza per il successo formativo.

Innanzitutto, insegnando in un liceo dalla classe prima alla quinta, posso dire che la preparazione dei quattordicenni di oggi è di gran lunga inferiore a quella dei coetanei di dieci anni fa, o anche meno. Tuttavia, se guardiamo la documentazione che arriva dalle scuole medie frequentate, tutte le lacune che man mano emergono fin dai primi giorni di scuola, sembrerebbero ingiustificate. Mi spiego meglio.

La preparazione nell’ambito della lingua italiana, ad esempio, lascia molto a desiderare. Ci sono ragazzi che si trovano in difficoltà anche solo quando devono distinguere le varie parti del discorso. Il verbo, poi, che è la la struttura portante di ogni frase, è il più maltrattato. Sembra difficile distinguere tra verbi transitivi e intransitivi, tra forma attiva e passiva, per non parlare della coniugazione di alcuni modi e tempi. Potrei scrivere un intero libro dal titolo “Il passato remoto, questo sconosciuto”. E stendiamo un velo sul corretto utilizzo del congiuntivo.

Parlare, poi, di analisi logica (della frase e del periodo) sembra paragonabile alla trattazione della fisica quantistica, che tutti sanno che esiste e pochi ne conoscono i contenuti. E’ solo un esempio, naturalmente. Ma se siamo autorizzati ad ignorare la fisica quantistica, in veste di parlanti la nostra lingua madre non possiamo ignorare l’analisi logica. Il fatto che si chiami “logica” dovrebbe suggerire che per operarla è necessario usare la testa, cosa che i quattordicenni d’oggi sanno fare benissimo in molte attività quotidiane ma che nell’affrontare le discipline scolastiche pensano non sia di primaria importanza.

E’ necessario stendere un altro velo sull’ortografia e il fatto che in qualche facoltà universitaria siano stati istituiti, per le matricole, dei corsi di italiano, più per provocazione che per reale necessità a mio parere, dovrebbe già dire tutto.
Ho parlato dell’italiano perché è trasversale, ma potrei estendere il discorso a molte discipline scolastiche che, a parere di molti, vengono affrontate in modo lacunoso e superficiale.

Naturalmente ci sono delle eccezioni: ragazzi e ragazze ben preparati che hanno delle ottime chance di frequentare un liceo con risultati brillanti e grandi soddisfazioni. Tuttavia, noto l’insana abitudine degli insegnanti della scuola media di elargire voti alti e altissimi a chi non ha una preparazione adeguata. Il problema fondamentale è che molti di questi ragazzi – e le loro famiglie – hanno delle aspettative che irrimediabilmente vengono deluse fin dai primi mesi di scuola superiore.

La scuola media è stata riformata nel 1979 e concepita come preparatoria al mondo del lavoro. Il Decreto 22 agosto 2007, n. 139 ha istituito il biennio obbligatorio della scuola superiore (va da sé che l’obbligo scolastico si espleta al compimento dei 16 anni, anche senza frequentare l’intero biennio), senza tuttavia riformare la scuola media che avrebbe dovuto essere adattata al prolungamento della frequenza obbligatoria la quale escludeva di fatto l’ingresso nel mondo del lavoro a 14 anni.

Il punto cruciale è questo: è doveroso venire incontro alle difficoltà degli alunni, anche evitando le bocciature che, trattandosi di scuola dell’obbligo, dovrebbero rappresentare delle eccezioni e non la regola. Tuttavia, non è corretto “aiutare” gli altri alzando i voti solo perché, nei confronti dei compagni più deboli, dimostrano di essere più svegli e capaci, pur impegnandosi al minimo.

Assistiamo, quindi, a quelle “elargizioni” che procurano in realtà molti danni. Se un allievo, arrivato in prima superiore, si rende conto che i risultati delle medie erano “falsati”, due possono essere le reazioni: impegnarsi di più per dimostrare ai nuovi docenti di potercela fare, oppure cadere nella demotivazione più profonda che non lascia molte speranze per il prosieguo degli studi. E si rischia di entrare in un circolo vizioso che ha come unico sbocco l’abbandono degli studi.

Quale scuola scegliere dopo le medie? Non sono una docente che dà per spacciato un allievo dopo tre settimane di scuola, ma vorrei essere onesta e dettare delle semplici regole che sarebbe utile seguire nella scelta della scuola superiore.

1. Fare i conti con la propria preparazione, al di là dei voti, e con l’impegno che si è disposti a spendere.
2. Seguire i consigli di orientamento degli insegnanti della scuola media. Quasi mai sono campati in aria.
3. Non coltivare particolari ambizioni da parte dei genitori. Non tutti i figli sono adatti al liceo (le statistiche dicono che la metà degli studenti lo preferiscono) e non bisogna commettere l’errore di sceglierlo solo perché i figli non hanno particolari attitudini che invece vengono richieste dall’istruzione professionale o tecnica. L’attitudine fondamentale richiesta da un liceo è quella di sapersi impegnare nello studio, cosa che non è così scontata per chi ha frequentato la scuola media con un profitto appena sufficiente.
4. Qualsiasi scuola è dignitosa purché ci si impegni seriamente per imparare.
5. Se è vero che l’ “obbligo scolastico” prosegue nel biennio superiore, ciò non si deve intendere come “obbligo” da parte dei docenti di promuovere tutti, qualunque sia la loro preparazione. Se si vuole continuare a studiare nel triennio successivo una adeguata preparazione è necessaria.

Questo è in sintesi il mio parere. La risposta sbagliata alla domanda posta nel titolo di questo post è una sola: “Una qualsiasi, basta andare avanti”. E’ il preludio ad una via crucis che vi porterà, con la consapevolezza che la scelta non può essere affidata al caso, da una scuola all’altra, con buone probabilità di non concluderne nessuna.

Come diceva Seneca a Lucilio, criticando chi non stava mai fermo a lungo in alcun luogo: “Non è il cielo che devi cambiare ma il tuo animo”.

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