STUDIO E LAVORO: LA SCUOLA E’ ANCORA “PALESTRA DI VITA”?

STUDIO E LAVOROIl mio nuovo post pubblicato sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita” riporta un riflessione scaturita da una semplice domanda: La scuola può essere ancora considerata “palestra di vita”?
Come sempre, riporto la parte iniziale del post e vi invito a continuare la lettura sul sito del Corriere.it.

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«La scuola è palestra di vita»: uno slogan ormai superato oppure un concetto valido tuttora?

Troppo spesso sentiamo ripetere, anche da rappresentanti delle istituzioni, che la scuola italiana è eccessivamente nozionistica e anche troppo autoreferenziale, intenta com’è a trasmettere contenuti, seguendo diligentemente i programmi calati dall’alto, e preoccupata quasi esclusivamente di valutare ciò che gli studenti hanno appreso nel loro percorso scolastico. E questo senza preoccuparsi affatto della spendibilità dell’appreso una volta che i ragazzi vengono introdotti nel mondo del lavoro.

A scuola s’imparano molte cose. Nozioni su nozioni nelle varie discipline, prima di tutto. Come se le conoscenze fossero l’unico patrimonio da conquistare. Certo, senza le conoscenze è difficile arrivare al sei o addirittura ottenere dei buoni voti. Ma al di là di quelle nozioni indispensabili per imparare una materia, poi ci vuole la logica, la deduzione, la capacità di stabilire relazioni nel mare magnum dell’appreso, abilità fondamentali da acquisire nell’ambito delle materie di studio. E ancora, il problem solving che sembra costituire, secondo molti, l’unica risorsa davvero degna di questo nome nell’ambito dell’apprendimento scolastico. Ma non sempre chi frequenta la scuola, anche per molti anni, arriva a questo obiettivo trasversale. Ciò accade, in parte, perché la cosa più difficile non è insegnare ma insegnare ad imparare e, diciamolo con tutta l’onestà possibile, non tutti i docenti possiedono tale abilità.

Non sempre, tuttavia, questa responsabilità deve essere scaricata interamente sulle spalle di chi siede in cattedra.

Quante volte, ai colloqui con gli insegnanti, arrivano genitori preoccupati, se non proprio depressi, perché dicono che il/la loro figlio/a studia, studia ma non arriva al sei? Molte.
Quante volte gli stessi studenti (quelli più grandi, è ovvio) ci rincorrono per i corridoi e sfogano la frustrazione provata nello studiare tanto senza arrivare al sei? Tante.

Quanti di questi genitori e allievi ci chiedono aiuto? Pochi. La maggior parte sembra voler trovare una giustificazione alla loro ben poco aurea mediocritas. E anche quando sottolineiamo le loro carenze, quando diamo consigli e dispensiamo raccomandazioni, gli stessi ritornano a compiere i medesimi errori, sembra non si sforzino nemmeno di cambiare. Non ci ascoltano.

La maggior parte delle volte le situazioni di insuccesso scolastico dipendono dagli studenti stessi.

Le nozioni, le regole, le pagine di letteratura, le versioni di Latino non servono a nulla, tanto meno a risolvere problemi. Ancora minor incidenza hanno su un futuro lavorativo. Queste, in sintesi, le obiezioni mosse da chi non trova gli stimoli giusti per studiare.

Così molti giovani, spesso con la complicità delle loro famiglie, si autoassolvono. Stimano la scuola un’inutile perdita di tempo, tanto vale trovarsi un lavoro. Come se fosse facile! Le statistiche sulla disoccupazione giovanile sono allarmanti: quasi un giovane su due, di età compresa tra i 15 e i 24 anni, non ha un’occupazione e, avendo lasciato gli studi, va ad ingrossare le file dei cosiddetti NEET (Not in Employment, Education or Training).

Eppure basterebbe davvero poco per capire che l’impegno scolastico rappresenta, innanzitutto, un allenamento costante, il che significa fatica e sacrificio. In altre parole: lavoro.

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[immagine dal sito linkato; logo blog “Scuola di Vita” © Corriere.it]

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Da piccola preferivo parlare ... oggi mi piace scrivere

Pubblicato il 12 novembre 2014, in cultura, docenti, famiglia, giovani d'oggi, Lavoro, scuola, studenti con tag , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

  1. Il tuo articolo mi ha fatto ricordare una mia amica che, anziché tradurre dal greco e dal latino, comprava le versioni fatte e le imparava a memoria. Risultato, una fatica enorme, ed inutile, per continuare a prendere due. Io ero esterrefatta, per fare le versioni impiegavo dieci minuti, per impararle a memoria ci avrei impiegato un’ora e più, che poi era esattamente quello che impiegava lei. Ho provato a passarle il messaggio, niente, l’aggirare l’ostacolo per lei era la cosa più conveniente.

    Alla fine, a furia di bocciature, fu costretta ad abbandonare gli studi, e papino la infilò in un posto statale. Ricordo che guadagnava circa 800.000 lire al mese regolari, mentre io ne prendevo la metà in nero.

    Oggi, probabilmente, sarò sposata a qualcuno con un’ottima posizione e vivrà in una bella casa di rappresentanza, più o meno come i suoi genitori.

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