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LETTERA DI UNA PROFESSORESSA A UNA CATTIVA MADRE

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Dopo la lettera del papà di Mattia che si vantava di non aver fatto svolgere i compiti delle vacanze al figlioletto, eccone un’altra, questa volta scritta da una madre: la dott.ssa Francesca Romana Tiberi, psicologa, laureata in Scienze della Formazione.

Ne riporto il testo pubblicato sulla rivista on line Orizzonte Scuola:

Sono una cattiva madre perché non costringo mia figlia a estenuanti pomeriggi di compiti.

Sono una cattiva madre perché non presto abbastanza attenzione alle note di demerito che le insegnanti danno a mia figlia per non aver finito i compiti.

Sono una cattiva madre perché quando è malata non le faccio recuperare tutti i compiti persi.

Sono una cattiva madre perché la domenica non si studia… potrei continuare ore, sono una cattiva madre lo so, ma so anche di essere la migliore mamma che mia figlia possa avere perché a me interessa che lei sia felice e che ami imparare!

Non permetterò a nessun insegnante di far odiare lo studio e la conoscenza a mia figlia, a costo di esser giudicata irresponsabile!

Ed ecco la mia replica.

Cara signora Francesca Romana,

che Lei sia una cattiva madre lo ha ammesso, quindi non sarò io a doverglielo dire. Tuttavia, da insegnante, non posso esimermi dal fare qualche osservazione sulle Sue parole che ritengo molto gravi, considerando anche il fatto che Lei, a quanto pare, di professione fa la psicologa.

Lei, quando aveva l’età di Sua figlia, non ha mai passato estenuanti pomeriggi di compiti? Non so quanti anni abbia ma credo che, con il passare del tempo, i compiti assegnati a scuola siano sempre di meno. O forse Lei aveva una madre altrettanto cattiva? Non so, può essere. Ad ogni modo, mi sembra che Lei sia sopravvissuta a un così grave flagello.

Non Le pare logico, inoltre, che quando un bambino si assenta perché malato, i compiti servano a recuperare le lezioni perse? O al limite, se proprio l’argomento trattato in classe non è chiaro, non Le pare logico rivolgersi all’insegnante e pregarlo/la di perdere un po’ di tempo a rispiegare la lezione, in modo che Sua figlia, e i suoi compagni, ne possano trarre beneficio?

Lei davvero crede che la felicità di un bambino si misuri in base al tempo che, durante la domenica, può sottrarre all’esecuzione delle attività assegnate? Ma se anche così fosse, non ci sarebbe nulla di male, a patto che se ne parli con gli insegnanti, quelle persone così cattive e insensibili che hanno come unico scopo quello di rendere infelici le povere creature (oppure i genitori che si sentono in dovere di seguire passo passo i figli nell’esecuzione dei compiti, sostituendosi a loro, se è il caso).

C’è una circolare ministeriale del 1969 (precisamente la n. 177 del 14 maggio di quell’anno) che così recita:
“Questo Ministero è venuto nella determinazione di disporre che agli alunni delle scuole elementari e secondarie di ogni grado e tipo non vengano assegnati compiti scolastici da svolgere o preparare a casa per il giorno successivo a quello festivo, di guisa che nel predetto giorno non abbiano luogo, in linea di massima, interrogazioni degli alunni, almeno che non si tratti, ovviamente, di materia, il cui orario cada soltanto in detto giorno”.

Anche se con l’autonomia scolastica le vecchie circolari (mai abrogate, tra l’altro) non hanno più un ruolo prescrittivo, la cosa più logica sarebbe quella di mettersi a tavolino e discutere con il consiglio di classe (o interclasse alle elementari), serenamente, senza far valere diritti inesistenti (trascorrere in pace la domenica … io, insegnante, lavoro sempre) ma semplicemente arrivare ad un accordo tra le parti. Ad esempio, se i “compiti della domenica” sono assegnati il mercoledì, nessuno impone di eseguirli per il lunedì successivo proprio la domenica.

Lei, che è anche psicologa, davvero crede che impedendo a Sua figlia di fare i compiti – con le conseguenti note di demerito che da cattiva madre ignora, senza pensare che l’effetto su Sua figlia non è esattamente edificante – la renda una bambina felice e vogliosa di imparare? Imparare cosa? A fare la furba? A sottrarsi ai doveri che, una volta cresciuta, non potrà evitare? E come affronterà la vita di domani che impone obblighi cui non possiamo sottrarci? Allora per Sua figlia non ci saranno note di demerito ma qualche calcio nel fondoschiena. Ha presente il mondo del lavoro? Magari no, magari è una libera professionista e fa quel che vuole. Magari non lo è e ha trovato il modo di vivere felice senza dover fare ciò che le sembra scomodo, insignificante e anche alquanto dannoso.

Lei è davvero convinta che siano i docenti a far odiare la scuola, con tutti quegli obblighi che minano il diritto alla felicità di bambini e bambine, torturati da orchi e streghe che nemmeno nelle fiabe?

Lei crede di essere ritenuta un’irresponsabile. A mio modesto avviso, Lei non lo è, non solo quello, almeno. Nemmeno la ritengo una cattiva madre. Credo solo che sia Lei, non gli orchi e le streghe, a vivere in una fiaba.

Quando ne uscirà, si renderà conto che interferire in modo irrazionale nelle questioni didattiche può solo essere deleterio per Sua figlia. Forse allora se ne pentirà. Ma di certo non avrà insegnato alla bambina a vivere assumendosi delle responsabilità. Non è aggirando gli ostacoli che si cresce ma superandoli.

Ah già, Lei è una psicologa. Non ha bisogno di lezioni.

(La lettera è stata pubblicata anche su Orizzonte Scuola)

[immagine da questo sito]

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ZECCHINO D’ORO 2016: VINCE UNA CANZONE CONTRO I BULLI

“Quel bulletto del carciofo” interpretata da Chiara Masetti, una bambina modenese di 7 anni, si è aggiudicata il podio all’ultimo “Zecchino d’oro”, gara musicale che, con i suoi cinquantanove anni di storia, si è adattata ai tempi. La canzone vincitrice è, infatti, un vero e proprio inno contro il bullismo. Delle canzoni zecchiniane mantiene il ritmo fresco e spensierato ma il testo, scritto da Giuseppe De Rosa e Serena Riffaldi, affronta un argomento purtroppo moderno, anche se in fondo il bullismo è sempre esistito. Tuttavia, un tempo non se ne parlava, era qualcosa da nascondere e chi ne era vittima, veniva considerato un debole, un po’ scemo, uno che si faceva mettere i piedi in testa facilmente. Quindi, un po’ se le andava a cercare.

Il bullismo oggi è alla luce del sole e vede la condanna unanime di insegnanti e genitori. Purtroppo ancora molto si deve fare per contrastare un fenomeno in crescita.

Dati recenti attestano che il fenomeno si sta allargando sempre più, comprendendo anche il cosiddetto cyberbullismo nato con il dilagare dei social network, utilizzati anche da bambini molto piccoli e preadolescenti, spesso senza alcun controllo da parte delle famiglie.

Secondo i dati diffusi da Telefono Azzurro, dal settembre 2015 al giugno 2016 si è verificato 1 caso al giorno di bullismo e cyberbullismo, per un totale di 270 casi gestiti dalla Onlus, oltre a più di 600 segnalazioni.

L’area geografica maggiormente interessata in Italia è il nord (45% dei casi), le vittime sono prevalentemente di nazionalità italiana (85% dei casi) e le femmine sono maggiormente prese di mira: il 45%, dato che sale al 70% per episodi di cyberbullismo. I bulli, invece, sono al 60% maschi, anche se negli ultimi tempi si sta assistendo ad episodi di aggressività anche da parte delle ragazze, specialmente dovuti a “questioni di cuore”.

Sempre secondo i dati diffusi da Telefono Azzurro, l’età delle vittime si sta abbassando: nel 22% dei casi le vittime hanno solo di 5 anni.

Non è un caso, forse, che Giuseppe De Rosa e Serena Riffaldi abbiano pensato di affrontare questa problematica in una canzone destinata a un pubblico di bambini e preadolescenti.

“Quel bulletto del carciofo” ha come protagonista un carciofo arrogante che maltratta le verdure più deboli come la cipolla, la zucchina, la patata e il pomodoro, cercando di affermare il suo potere nell’orto.
Per questo motivo, le verdure decidono di coalizzarsi e alla fine scoprono che il carciofo bullo è troppo solo e, in mancanza di affetti, se la prende con chi vede vivere più serenamente.
La canzone ha una fine lieta: le altre verdure dell’orto perdonano il bullo “pungente” e gli offrono la loro amicizia.

Purtroppo le vere storie di bullismo spesso non hanno un finale positivo. Ma l’aver trattato un tema così delicato in un concorso di canzoni per bambini è almeno un passo avanti per sensibilizzare i più piccoli.

[dati Telefono Azzurro da questo sito]

DSA: LA PROMOZIONE NON E’ ASSICURATA

dsa-640x480Siamo agli sgoccioli: l’anno scoalstico sta per terminare. Nel mio nuovo post pubblicato sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita” affronto un argomento delicato: i disturbi di apprendimento (DSA). Disturbi di questo tipo – che non devono essere confusi con la disabilità – sono sempre più in aumento, eppure è ancora tanto difficile saper affrontare in tempo la dislessia o la discalculia, solo per fare due esempi. In casi come questi è più che mai necessaria la collaborazione delle famiglie. Purtroppo non sempre c’è, quando addirittura non ci si trova di fronte un vero e proprio muro.
Si può bocciare un alunno DSA? Questa è la domanda. La risposta è sì. Ma ci sono delle regole da rispettare.
Come sempre, riporto una parte dell’articolo e invito i lettori a proseguire la lettura sul sito del Corriere.it.

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Una recente sentenza, la numero 196 del Tar Piemonte Sezione II, ha rigettato il ricorso della famiglia di una ragazzina iscritta alla seconda classe di un liceo e affetta da disturbi specifici di apprendimento, nella fattispecie dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia. La studentessa, per la quale, come da normativa vigente, era stato predisposto dal Consiglio di Classe un PDP (Piano di studi personalizzato), al termine dell’anno era stata bocciata. La famiglia, tuttavia, non ha fatto ricorso al Tar contro la bocciatura ma per richiedere un risarcimento per danni morali di 6mila euro, 4 dei quali da spendere per l’iscrizione della figlia in una scuola privata.

In sostanza, la famiglia ha contestato alla scuola la mancata ri-predisposizione del piano didattico personalizzato (che risaliva all’anno precedente), oltre che l’inadeguatezza e la mancata attuazione delle misure dispensative e compensative previste dal piano.

La sentenza per certi versi è esemplare in quanto i giudici piemontesi hanno puntato l’accento sul fatto che, se è vero che il PDP «deve essere aggiornato annualmente entro il primo trimestre dell’anno scolastico», la famiglia della ragazza non ha sottoposto la stessa a nuovi test per aggiornare il quadro clinico, nonostante le difficoltà riscontrate all’inizio del nuovo anno, ritenendo perciò che il piano «predisposto per l’anno precedente fosse ancora adeguato alle esigenze della ragazza».

Insomma, la diagnosi di DSA non è di per sé garanzia di promozione, nel momento in cui i docenti dovessero riscontrare da parte degli allievi scarso impegno nello studio per raggiungere gli stessi obiettivi di apprendimento degli altri compagni. Quanto all’inadeguatezza e alla mancata attuazione delle misure previste dal piano didattico personalizzato, secondo i giudici il ricorso è fondato su «deduzioni arbitrarie, disancorate da concrete evidenze scientifiche, basate esclusivamente su considerazioni soggettive, e come tali opinabili». Ciò evidentemente non basta per considerare inique le valutazioni dei docenti. Infatti, come osserva il Collegio giudicante, «la scelta degli strumenti compensativi e dispensativi più idonei in relazione alle specifiche esigenze dell’avente diritto costituisce espressione dell’ampia discrezionalità tecnica che la legge riconosce in materia al corpo docente, la quale è sindacabile da questo giudice solo in presenza di macroscopiche illogicità o irrazionalità o di evidenti errori di fatto».

Pare, inoltre, che fosse la stessa ragazza a rifiutare gli strumenti compensativi – come l’uso del pc per la lingua straniera – forse nel timore di sentirsi “diversa”.

Questi, in estrema sintesi, i dati relativi al ricorso e alla sentenza del Tar. Ora, tuttavia, vorrei chiarire alcuni aspetti riguardanti i DSA che spesso sfuggono alle famiglie (volutamente o meno).

In primis, gli studenti che soffrono di questi disturbi non sono “disabili”, non hanno pertanto diritto all’insegnante di sostegno né a un programma differenziato (per essere chiari, facilitato) né a una valutazione più “morbida” dei risultati scolastici né è contemplata per loro una revisione degli obiettivi nelle singole discipline. Ciò non significa che essi debbano essere lasciati in balìa di se stessi: la maggior parte di questi alunni tende all’insuccesso scolastico perché essi hanno una scarsa autostima, specialmente in relazione alle proprie capacità, temono il fallimento, si sentono “diversi”, non concepiscono nemmeno di competere con i compagni e sono colti dall’ansia nell’eseguire anche le più semplici attività.
A maggior ragione, i docenti devono operare al meglio per farli uscire da questo “circolo vizioso”. Secondo quanto predisposto dal PDP, hanno l’obbligo di adottare le misure dispensative e compensative del caso (ad esempio, prevedere più tempo per compiti scritti e/o una grafica differente, programmare le verifiche orali, permettere ai ragazzi di consultare tutti gli strumenti – tavole e tabelle, calcolatrice, computer con programmi di video-scrittura con correttore ortografico e sintesi vocale – previsti dalla normativa e presenti nel piano) e monitorare in modo continuativo i progressi dei loro allievi.

In secondo luogo, per portare l’allievo/a affetto da DSA al successo scolastico e formativo, è indispensabile la collaborazione della famiglia. Non è pensabile che la scuola faccia tutto da sé e sappiamo bene quanto i genitori d’oggi deleghino all’istituzione anche ciò che afferisce all’aspetto non solo didattico ma educativo.

Come sempre, tuttavia, il torto e la ragione non stanno da una sola parte.
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[immagine dal sito del Corriere.it linkato nel post]

QUANDO GRAZIE A UN TEMA IN CLASSE SI SCOPRE UN MOSTRO

School supplies with apple on wooden table

School supplies with apple on wooden table

Ho già trattato l’argomento temi in classe-privacy in questo post (pubblicato anche sul blog “Scuola di Vita” del Corriere.it). Il contenuto dei temi che i bambini e i ragazzi scrivono a scuola è tutelato dalla legge sulla privacy, ma a patto che non si divulghi pubblicamente il contenuto. Diverso è il caso in cui ciò che l’alunno/a scrive in un compito a scuola, trattando un fatto strettamente personale, venga segnalato a chi di dovere (in questo caso alla Polizia) se l’interessato si trova in una situazione di pericolo o sia coinvolto, in modo involontario, in un atto criminale.

Questa è la storia di una 14enne di Varese che, fin dalla più tenera età, ha subito le molestie sessuali, fino alla violenza, da parte del compagno della madre.

Da insegnante lodo il modo in cui è stato trattato dalla scuola questo caso terribile.
Da una parte le compagne hanno raccolto la testimonianza della ragazzina che, seppur senza entrare nei particolari, aveva preannunciato l’intenzione di suicidarsi. Dall’altra, le insegnanti, informate dalle alunne di una classe di terza media, hanno pensato di proporre un tema in cui gli allievi si sentissero liberi di parlare della propria famiglia.

La “trappola” ha avuto l’esito sperato: la 14enne si è lasciata andare a una dettagliata confessione che ha permesso ai docenti di segnalare il fatto alle Forze dell’Ordine. Ciò dimostra non solo la disperazione della ragazzina ma anche la fiducia che ha riposto nell’insegnante di Italiano.

La cosa che più mi sconvolge è leggere la reazione della madre: interpellata dagli inquirenti, anziché prendere le difese della figlia si è arrabbiata con lei, accusandola di averla tradita e di mentire per ripicca.
Immediata la reazione della magistratura: la ragazzina è stata tolta alla potestà dei due adulti e ospitata in una comunità insieme con il fratello, anche lui vittima di maltrattamenti da parte del patrigno.

Questa vicenda, pur nella sua drammaticità, ci conferma che la #buonascuola esiste ed è quella che si prende cura, innanzitutto, dei bambini e dei ragazzi come persone, grazie alla sensibilità di validi docenti, a volte costretti a “riparare i danni” che la famiglia, come ambiente deputato all’educazione dei minori, produce.

[immagine da questo sito]

COMPITI A CASA: UNA PETIZIONE ON LINE PER ABOLIRLI

diritto allo studioIncredibile ma vero: una petizione on line per abolire i compiti a casa, per gli studenti della scuola dell’obbligo (a rigor di logica biennio compreso, quindi) – è stata lanciata non dai genitori stufi dei carichi di lavoro cui sono costretti i figli ma da un dirigente scolastico.

Maurizio Parodi è un preside genovese e in pochi giorni la sua petizione ha raccolto un largo consenso. Ciò non stupisce quanto le motivazioni addotte da questo zelante dirigente che, forse, vuole accattivarsi le simpatie dei genitori per non avere problemi.

Vediamo le motivazioni e le mie personali obiezioni:

1. Procurano disagi e sofferenze soprattutto agli studenti già in difficoltà, suscitando odio per la scuola e repulsione per la cultura. Di compiti non è mai morto nessuno, caro Parodi, e chi odia la scuola i compiti nemmeno si sforza di farli, glielo assicuro.

2. Avvantaggiano gli alunni che hanno genitori premurosi e istruiti … costringono spesso le famiglie a sostituirsi ai figli per completare i compiti a casa assegnati dagli insegnanti. Suvvia, cade anche lei nella trappola! I bambini e i ragazzi devono svolgerli da soli e, con la correzione in classe (che i docenti devono fare), possono rendersi conto degli errori e cercare di farne tesoro.

3. L’efficacia di questo studio domestico non è mai stata dimostrata da nessuna ricerca scientifica. Ok, ma non è mai stato dimostrato nemmeno il contrario.

4. I compiti a casa, inoltre, “favoriscono l’abbandono scolastico” che colpisce gli alunni più deboli. Questa poi… chi abbandona gli studi non lo fa perché sono troppe le attività da svolgere a casa, tanto non le svolge nemmeno; al contrario, rafforzare lo studio sugli argomenti trattati in classe con una certa autonomia nel pomeriggio aiuta a colmare le lacune o almeno ad evidenziare delle difficoltà che possono essere superate chiedendo ulteriori spiegazioni all’insegnante.

5. L’Ocse ha anche dimostrato che il carico eccessivo di lavoro domestico è controproducente. Ha dimostrato? E come? L’Ocse ha semplicemente rilevato che il carico di lavoro cui sono sottoposti gli studenti italiani (si parla di quindicenni, comunque) è superiore a quello dei “colleghi” europei. Ciò sulla base dei risultati di test che sono lontani anni luce dalla didattica che si pratica nelle nostre scuole, mentre nel resto d’Europa la pratica del teaching to the test è consolidata. Caro Parodi, pensi che negli USA lo stesso presidente Obama si è espresso a favore dell’abolizione dei test, considerati inaffidabili.

La ciliegina sulla torta sta, comunque, nell’affermazione finale di questo dirigente: «L’alternativa ai compiti è quella di insegnare ad imparare agli alunni in classe.» Non credo che gli insegnanti assegnino i compiti a casa e in classe leggono il giornale. Ma cosa dice?

[fonte: Repubblica.it]

GENITORI-IMBIANCHINI A SCUOLA? NO, GRAZIE

genitori imbianchiniIl mio nuovo post pubblicato sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita” tratta un argomento che ho già affrontato in questo blog (QUI e QUI). Tant’è vero che in parte riprende – con citazioni testuali – i concetti già espressi allora, in relazione al volontariato che talvolta viene prestato dai genitori all’interno degli edifici scolastici, con varie opere di manutenzione.
Ora come allora esprimo la mia ferma contrarietà a questo genere di iniziative, pur apprezzando e lodando la buona volontà di quei genitori.
Come sempre, riporto la parte iniziale dell’articolo, invitandovi a leggerlo interamente sul sito del Corriere.it.

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Giovanna Maria Fagnani ha raccontato su questo blog la propria esperienza di madre alle prese con le carenti condizioni igienico-sanitarie (muri scrostati, sporcizia, controsoffitti messi in posa alla buona) delle aule nella scuola frequentata dai figli.

Nel post la giornalista scrive che, alla proposta dei genitori di sistemare due aule, con lavori di piccola manutenzione (tinteggiatura, pulizia …), con stupore ha dovuto constatare che i più contrari erano alcuni insegnanti. Bene, io da insegnante concordo con quelle maestre. Ne spiegherò in breve il motivo.

Che i genitori si improvvisino imbianchini e addetti alle pulizie non è una novità. Il fenomeno credo sia più diffuso di quanto si pensi, anche se gli episodi messi in risalto dalle cronache dei giornali non sono molti. Come sempre, succede che si tenda a evidenziare ciò che di negativo riguarda la scuola, lasciando nell’ombra gli aspetti positivi.

A questo punto si potrebbe pensare che con quest’ultima affermazione io mi sia contraddetta: perché sono contraria all’intrusione delle famiglie nella manutenzione delle aule scolastiche se in fin dei conti considero la cosa positiva?

Io non posso che lodare il buon intento di questo tipo di azione. Purtroppo, però, la gente, animata dalla buona volontà, non capisce che, così facendo, non si fa altro che incoraggiare la latitanza dello Stato.

Sono, infatti, convinta che la solidarietà sociale non possa in alcun modo colmare le lacune di uno Stato che latita sempre più. Al volontariato degli insegnanti, che spesso fanno ore aggiuntive senza essere pagati per venire incontro alle esigenze degli allievi, o comunque svolgono mansioni “sottocosto” pur di non far mancar nulla all’utenza, ora si aggiunge quello dei genitori. In questo modo si concorre ad incrementare il disinteresse dello Stato nei confronti di una scuola che, come un vecchio carrozzone, va avanti sempre e solo confidando in uomini e donne di buona volontà.

Laddove le istituzioni latitano, è necessario alzare la voce e pretendere gli aiuti necessari, altrimenti lo Stato si arrogherà sempre il diritto di non intervenire, “tanto ci pensano loro”. Insomma, il self made va bene a casa propria, anche per problemi di responsabilità. I volontari, infatti, non sono tutelati da alcuna assicurazione che è, invece, indispensabile in certi interventi di manutenzione.

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[immagine dal sito linkato; logo blog “Scuola di Vita” © Corriere.it]

“CARA MONICA, TI SPIEGO L’OLOCAUSTO”. LETTERA DI PRIMO LEVI A UNA BAMBINA

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Il quotidiano torinese La Stampa ha recentemente pubblicato un articolo scritto da Monica Perosino che, trentadue anni fa, aveva rivolto allo scrittore Primo Levi una domanda: “Come potevano essere così cattivi i tedeschi?”.

A distanza di così tanti anni, la lettera inedita indirizzata da Levi all’undicenne, ritrovata da Monica durante un trasloco, è stata pubblicata.

Incuriosita dalla lettura del libro Se questo è un uomo, la bambina decise di scrivere all’autore per chiedergli perché nessuno avesse tentato di fermare lo sterminio degli ebrei. «Nemmeno per un attimo pensai che stavo scrivendo allo scrittore di fama planetaria. Per me era solo Primo Levi e il suo libro era anche un po’ mio.»

«La risposta arrivò, datata 25 aprile,- spiega la Perosino – e non colsi subito la coincidenza fino in fondo. Il concetto di “ignoranza volontaria” non era la spiegazione che mi aspettavo. Io volevo sapere se il male esisteva. Smisi di rileggere la lettera tre anni dopo, l’11 aprile 1987, quando trovarono il corpo di Primo Levi nella tromba delle scale. Ero rimasta senza l’uomo che avrebbe potuto darmi spiegazioni. La lettera finì in un cassetto, assieme ad altre.»

Un dattiloscritto, con qualche cancellatura e correzione, che porta la firma di Levi. Una lettera che in realtà non dà risposte, fa solo supposizioni. Perché rispondere alla domanda che la bambina aveva posto non era facile, forse più difficile se l’interlocutore era proprio una delle vittime di quella follia umana.

25/4/83
Cara Monica,
la domanda che mi poni, sulla crudeltà dei tedeschi, ha dato molto filo da torcere agli storici. A mio parere, sarebbe assurdo accusare tutti i tedeschi di allora; ed è ancora più assurdo coinvolgere nell’accusa i tedeschi di oggi. È però certo che una grande maggioranza del popolo tedesco ha accettato Hitler, ha votato per lui, lo ha approvato ed applaudito, finché ha avuto successi politici e militari; eppure, molti tedeschi, direttamente o indirettamente, avevano pur dovuto sapere cosa avveniva, non solo nei Lager, ma in tutti i territori occupati, e specialmente in Europa Orientale. Perciò, piuttosto che di crudeltà, accuserei i tedeschi di allora di egoismo, di indifferenza, e soprattutto di ignoranza volontaria, perché chi voleva veramente conoscere la verità poteva conoscerla, e farla conoscere, anche senza correre eccessivi rischi. La cosa più brutta vista in Lager credo sia proprio la selezione che ho descritta nel libro che conosci.
Ti ringrazio per avermi scritto e per l’invito a venire nella tua scuola, ma in questo periodo sono molto occupato, e mi sarebbe impossibile accettare. Ti saluto con affetto
Primo Levi

[notizia e immagine soggetta a © da La Stampa]

SE IL TEMA IN CLASSE VIENE LETTO ANCHE DAI GENITORI …

tema in classeQuando gli studenti sono alle prese con i temi “personali”, in cui devono esprimere un proprio parere su un determinato argomento che ha a che fare con il loro mondo, sembra dimentichino due cose fondamentali: che si tratta di un’esercitazione scolastica soggetta a valutazione e che, appunto per questo, l’elaborato verrà letto dall’insegnante.

Con il foglio protocollo sul banco e la penna biro saldamente in mano, i bambini e i ragazzi sembrano lasciarsi andare ad una riflessione spontanea, con tutti gli errori formali del caso, sulla loro vita, sugli interessi che coltivano, sui rapporti familiari e sulle amicizie che stringono all’interno e fuori dall’ambiente scolastico. Come se fosse una pagina di diario da chiudere con il lucchetto, una volta conclusa la stesura. Un fatto privato, insomma.

Qualche tempo fa ho affrontato l’argomento dei temi in classe e del rispetto della privacy cui l’insegnante è tenuto nel momento in cui si impegna a non diffondere il contenuto degli elaborati e la cautela che ha l’obbligo di applicare quando decide di far leggere ad alta voce gli scritti degli studenti.

Una recente sentenza del TAR della Puglia ha messo in chiaro un aspetto che allora non avevo considerato: i temi scolastici possono venire letti anche dalle famiglie, nel caso in cui l’allievo sia minorenne.

La sentenza n. 2597 del 20.10.2014 del Tar della Puglia stabilisce il diritto dei genitori a visionare i temi del proprio figlio per controllare i suoi orientamenti permettendo loro anche il controllo sull’operato del docente.
I giudici hanno stabilito, infatti, che, concorrendo l’ambiente scolastico alla formazione e alla crescita degli studenti, naturalmente assieme alla famiglia, i genitori hanno diritto a leggere i temi svolti a scuola per cogliere eventuali sfumature che possono sfuggire entro le pareti domestiche.
Allo stesso tempo la sentenza ha dichiarato legittimo il controllo dei genitori sulla valutazione dei docenti, pur non ammettendo confronti con i temi svolti dai compagni di scuola dei ragazzi.

I genitori potranno, dunque, a richiesta, leggere i compiti dei figli a loro insaputa? No. Infatti i giudici pugliesi hanno deciso che lo studente, anche se minorenne, deve essere avvisato di questa “intrusione” legale dei genitori nelle loro riflessioni scolastiche.

A questo punto è legittimo pensare che possa venir meno la spontaneità degli allievi i quali, se non temono di venir letti dai docenti – sempre che ripongano in essi la dovuta fiducia -, certamente non saranno così felici di sapere che le loro “pagine di diario” potrebbero finire nelle mani di mamma e papà.

[LINK della fonte; immagine da questo sito]

SE ANCHE IL TEMA SULLE VACANZE RISCHIA DI VIOLARE LA PRIVACY

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Le scuole hanno riaperto i battenti e ho pensato al classico tema che gli insegnanti, specie quelli della primaria e della secondaria di I grado, assegnano agli alunni il primo giorno di scuola. Questo l’argomento del mio nuovo post pubblicato sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita”. Vi siete mai chiesti se invitare agli allievi a descrivere le loro vacanze, magari richiedendo un resoconto per iscritto, violi in qualche modo la privacy? Nel post che, come sempre, vi invito a finire di leggere sul Corriere.it troverete la risposta.

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Al rientro dalla lunga pausa estiva capita spesso che gli insegnanti chiedano ai propri allievi di parlare delle loro vacanze. È un modo per rompere il ghiaccio con una bella chiacchierata oppure di riprendere confidenza con la penna scrivendo un tema dal classico titolo: “Cos’hai fatto durante le vacanze?”.

Nulla di male, intendiamoci, ma i genitori di oggi sono molto più attenti alla privacy di quanto non lo fossero le mamme e i papà di un tempo.

Insomma, se la maestra o la prof di Lettere si comporta in questo modo, viola la privacy? A questo proposito, ma non solo, già da alcuni anni esiste una sorta di “codice di comportamento” cui si devono attenere i docenti e, in genere, il personale scolastico. È stato divulgato anche un opuscolo in cui si riportano le norme generali che riguardano la privacy nelle aule scolastiche. Si va dal trattamento dei dati personali degli studenti all’utilizzo dei cellulari o della videocamera a scuola.

A proposito dei temi in classe, non solo quelli sulle vacanze ovviamente, il garante si è espresso in questi termini: Non commette la violazione della privacy l’insegnante che assegna ai propri alunni lo svolgimento di temi in classe riguardanti il loro mondo personale e familiare.

Logicamente, il docente è tenuto al segreto professionale e s’impegna a non divulgare il contenuto dei temi, in particolar modo qualora essi contengano riferimenti alla vita privata degli alunni. Ma se volesse, ad esempio, leggerne qualcuno in classe?

In questo caso il garante della privacy si appella alla sensibilità del singolo: Nel momento in cui gli elaborati vengono letti in classe – specialmente se sono presenti argomenti delicati – è affidata alla sensibilità di ciascun insegnante la capacità di trovare il giusto equilibrio tra le esigenze didattiche e la tutela dei dati personali.
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[immagine dal sito linkato; logo blog “Scuola di Vita” © Corriere.it]

COMPITI PER LE VACANZE, UN MALE NECESSARIO

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Le vacanze stanno per finire: chissà se gli studenti italiani, grandi e piccini, hanno completato i compiti per le vacanze? Questo l’argomento del mio post pubblicato sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita” il 28 agosto.
In realtà si tratta di una rivisitazione di vecchie pubblicazioni ma l’argomento è sempre interessante e per certi versi spinoso.
Come sempre, riporto la parte iniziale del post, invitando i lettori a proseguire la lettura sul Corriere.it

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Quanto manca alla ripresa delle lezioni? Poco, pochissimo. Tre settimane, più o meno, e saremo tutti di nuovo in aula, pronti per iniziare un nuovo anno. E voi studenti, li avete fatti i compiti delle vacanze?

Questo è un argomento molto dibattuto che vede spesso su opposti fronti i docenti e le famiglie.

La domanda che ci si pone è: “Compiti per le vacanze: sì o no?” Io li ho sempre considerati un male necessario, tenuto conto anche del fatto che le vacanze estive degli studenti italiani sono decisamente lunghe. A patto che, al rientro dalla lunga pausa estiva, si correggano in classe, almeno quelli che servono agli studenti come allenamento per non arrugginirsi del tutto.

Molti genitori si schierano apertamente contro i compiti estivi considerandoli un inutile fardello che pesa più sulle loro spalle che su quelle dei figli. In altre parole, durante le vacanze vogliono stare in pace e non occuparsi dell’organizzazione delle attività, pianificando i tempi e i luoghi in cui far svolgere ai pargoli i compiti assegnati.

Questo però è un falso problema. I genitori potrebbero innanzitutto stabilire i tempi e i modi di comune accordo con i figli. Se la famiglia trascorre un certo periodo fuori casa, è decisamente sconsigliabile mettere in valigia libri e quaderni. I bambini e i ragazzi hanno tutto il diritto di divertirsi e passare un periodo di relax e spensieratezza. È bene tener presente che gli studenti devono staccare dalla routine dello studio per almeno tre settimane. L’esecuzione dei compiti, quindi, potrebbe iniziare verso la seconda settimana di luglio o anche più tardi, a seconda della mole di lavoro da svolgere.

A questo proposito, è vero che qualche docente, specialmente chi insegna alla primaria, esagera troppo, riempiendo di compiti i poveri bambini. Certamente ci vuole un po’ di equilibrio e di buon senso anche da parte degli insegnanti. E’ evidente che il carico di lavoro debba essere calibrato a seconda del tipo di scuola e dell’età dei discenti.

I più piccoli hanno bisogno di tenersi un po’ in allenamento, ma non possono rinunciare a godersi il meritato riposo, a divertirsi, a giocare e fare esperienze diverse. La scuola durante i mesi estivi deve essere un lontano ricordo e le attività possono benissimo occupare il periodo finale delle vacanze, dall’ultima settimana di agosto all’inizio delle lezioni, per riprendere confidenza con libri e quaderni.

Per i ragazzi delle medie il discorso è decisamente diverso. Innanzitutto dipende molto dai livelli che hanno raggiunto durante l’anno: c’è chi ha ben consolidato le conoscenze e raggiunto un buon livello di competenze e abilità, e chi, al contrario, è stato “graziato” e ha bisogno di lavorare d’estate per poter affrontare più tranquillamente l’anno scolastico successivo.

Sarebbe auspicabile che i docenti stessi assegnassero delle attività differenziate a seconda delle necessità degli alunni, dando anche precise indicazioni alle famiglie.

E gli allievi che frequentano le superiori? Be’, loro sono un po’ più grandi e dovrebbero essere in grado di regolarsi da soli in base alle necessità. Ad esempio, gli allievi con “giudizio sospeso” non si possono permettere un’estate completamente spensierata.

I “debiti”, infatti, vanno saldati, le prove di recupero in molte scuole si stanno già svolgendo o si svolgeranno a breve costringendo molti studenti a un rientro anticipato nelle aule scolastiche. Tutte le operazioni, compresi gli scrutini integrativi, devono comunque essere espletate prima della ripresa delle lezioni. Per questi ragazzi i compiti sono assolutamente indispensabili perché i soli corsi, che ogni istituto propone con modalità differenti in completa autonomia, non possono bastare a colmare tutte le lacune.

Insomma, ci vuole un po’ di buona volontà da parte di tutti.
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[immagine dal sito linkato; logo blog “Scuola di Vita” © Corriere.it]

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