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GIOVANI D’OGGI: UNO SU QUANTI CE LA FA?

todde
Uno su mille ce la fa

ma quanto è dura la salita

in gioco c’è la vita

Così cantava, qualche anno fa, Gianni Morandi. Uno su mille … in gioco c’è la vita. E quando si parla di lavoro, se non proprio la vita in sé, c’è in gioco il futuro.
Mala tempora currunt, specialmente per i giovani che sul futuro non hanno certezze e a volte si adagiano, ingrossando le fila di quella generazione che oggi chiamano neet o né né. Giovani che non studiano e non lavorano. Gente sospesa ma non come definiva Dante le anime dei purganti. Anche se un po’ il concetto ci assomiglia: giovani di buona volontà, laureati disoccupati, sono come anime in attesa del premio finale.

Ci sono, però, quelli che, grazie anche a un pizzico di fortuna, trovano la loro strada, senza aspettare tanto.

Stefano Todde, 29 anni di Cagliari, è un esempio di quanto sia importante, oltre al talento e l’impegno profuso nello studio, avere una grande determinazione per vedere realizzati i propri sogni.

La sua storia di studente si è conclusa con una laurea in Relazioni Internazionali che l’ha portato da Cagliari a Santo Domingo. Nell’isola caraibica svolge un importante incarico presso il Ministero dell’Educazione: si occupa di cooperazione ed è l’unico funzionario con questa mansione. Lo stipendio mensile è di 1200 euro che, come Stefano ammette, è una cifra con cui a Santo Domingo si può vivere bene.
Se fosse rimasto in Italia probabilmente ora venderebbe panettoni o viti e bulloni, le uniche due opportunità che gli erano state offerte e che lui aveva rifiutato.

L’ambizione, accanto al talento e alla determinazione, ha in un certo senso facilitato il percorso a questo ragazzo che considera l’attuale incarico solo una tappa e non il traguardo: quello, infatti, è l’ONU. Sicuramente ce la farà.
Prima di laurearsi Stefano aveva partecipato al progetto Erasmus vivendo per un anno a Bordeaux. Poi aveva vinto il concorso Mae/Crui per fare un’esperienza al Consolato generale italiano a Los Angeles.

Dopo la triennale, con i soldi messi da parte facendo il cameriere, ha soggiornato per tre mesi a Binghamton, nello stato di New York, a studiare l’inglese. Al ritorno in Sardegna conclude la formazione universitaria con la specialistica e inizia un tirocinio al comitato di Cagliari dell’Unicef. «Lavoravo otto ore al giorno gratis – racconta -, ma in cambio ho ricevuto una formazione senza eguali: dopo il tirocinio sono rimasto come volontario per altri due anni. E ho capito cosa volevo fare nella vita”.

Dopo una tappa come volontario in Sudafrica, si trasferisce a Copenhagen per un master in salute internazionale focalizzato sul tema dell’Hiv/Aids, argomento della sua tesi. Poi ancora un viaggio: questa volta la meta è lo Zambia dove collabora con On Call Africa, una Ong scozzese, ma dopo un po’ di traversie capisce che deve trovare un altro obiettivo. Intanto prepara il terreno alla sua futura professione. Santo Domingo lo attende e ci va senza nemmeno passare per l’Italia: «Ormai avevo una fitta rete di contatti -spiega -, seppi che qui il mio profilo era richiesto».

A chi gli chiede se tornerebbe in Italia, Stefano risponde di no.
Peccato per questi cervelli in fuga ma non possiamo certo biasimare un giovane che, al posto di vendere panettoni, viti e bulloni, ha deciso di emigrare. Se il futuro obiettivo è l’ONU credo proprio che nella sua Sardegna, che comunque gli manca, passarà tutt’al più qualche settimana di vacanza.

[notizia e immagine da Il Fatto Quotidiano]

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PER OTTENERE DEI RISULTATI A SCUOLA IL TALENTO NON È INDISPENSABILE

studenti

Gli studenti statunitensi dicono che per andar bene in matematica bisogna esserci tagliati, mentre nove studenti asiatici su dieci rispondono che basta applicarsi, e sono convinti che gli insegnanti possano aiutarli a farlo. (LINK)

Dagli studenti statunitensi i nostri hanno ben poco da imparare. Chi ha trascorso un anno all’estero, un exchange student program in una delle high school degli States, è tornato con un bagaglio di esperienze che da sole basterebbero per definire lo studio all’estero un’opportunità. Ma per quanto riguarda le conoscenze, il bagaglio che uno studente liceale italiano acquisisce in un anno di studio non è paragonabile alla misera formazione che ottiene frequentando una scuola analoga negli USA. Non c’è paragone: dal punto di vista qualitativo la scuola italiana offre di più. Checché se ne dica.

Lo dicono, tra l’altro, gli studenti stessi. E non deve stupire l’affermazione degli americani che per ottenere dei risultati a scuola ci vuole talento. Per andare bene in matematica non si deve per forza esserci tagliati (e lo dice una che l’ha sempre odiata ma si è comunque impegnata nello studio) basta applicarsi. Non a caso a dircelo sono gli studenti orientali: Corea del Sud, Thailandia, Giappone sono paesi in cui vige un rigore tale da portare senza problemi qualsiasi studente ad un livello accettabile. Certamente hanno una grande importanza il valore che si dà allo studio, in famiglia prima di tutto, la rispettabilità di cui godono gli insegnanti e l’ottima opinione di cui gode la scuola come istituzione.

Se uno studente americano, con cui senza dubbio molti italiani concordano, è convinto che ci voglia talento per imparare qualsiasi disciplina (non a caso il loro piano di studi non è imposto ma basato sulle scelte individuali) e un asiatico pensa ci voglia solo impegno, non si tratta soltanto di punti di vista ma di una vera e propria forma mentis.

Noi docenti italiani ancora non abbiamo ben formato quelle menti. Ma forse non è solo colpa nostra.

[immagine da questo sito]

Il valore di un insegnante

Come ho già commentato da Diemme, chiederò trasferimento in Giappone …

Diemme - La strada è lunga, ma la sto percorrendo

Giappone - insegnanti vs imperatore

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Il futuro della scuola o…la scuola del futuro?

Un bel progetto ma, ahimè, utopistico per la scuola italiana.

LE LUNE DI SIBILLA

“NON POSSIAMO PRETENDERE CHE LE COSE CAMBINO SE CONTINUIAMO A FARE LE STESSE COSE” (Albert Einstein)

A Copenaghen è stata progettata una scuola senza spazi chiusi, senza aule tradizionali e senza l’utilizzo di libri cartacei. E’ l’OrestadCollege, una scuola superiore, l’indirizzo corrisponde a quello di un liceo e si assiste ad un costruttivo stravolgimento sia dell’architettura dell’edificio, che dell’organizzazione didattica.

L’idea è quella di creare un ambiente che gli studenti percepiscano come loro e in cui possono trovarsi a loro agio e organizzare da soli il proprio tempo. L’esterno presenta numerosissime vetrate, l’ambiente è quindi molto luminoso; l’edificio si sviluppa su quattro piani e gli spazi dedicati alle lezioni sono organizzati in modo che si possano creare gruppi di lavoro tra gli studenti.

L’organizzazione didattica prevede che il docente fornisca un imput che stimoli l’intuizione, la creatività degli studenti, che a loro volta possono sviluppare l’argomento sotto…

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SPAGNA: MAMME POSANO PER CALENDARIO EROTICO PER PAGARE SCUOLABUS

MADRES HACEN CALENDARIO ERÓTICO PARA FINANCIAR TRANSPORTE ESCOLAR
Monistrol de Montserrat è una cittadina catalana di tremila anime distante circa 40 km da Barcellona. I bambini che vi abitano non possono usufruire del servizio di scuolabus gratuito perché la scuola non è distante dalle loro case, pur trovandosi in cima a una montagna e per arrivarci bisogna percorrere una strada accidentata. La legge catalana prevede, infatti, che solo gli studenti che abitano a più di tre chilometri dall’istituto possano usufruire del servizio gratuito e non tiene conto delle difficoltà che si possono incontrare per arrivarci.

Per pagare il servizio in media ogni famiglia dovrebbe sborsare 90 euro al mese per una spesa complessiva di 7.200 euro. Una cifra decisamente elevata che l’amministrazione non intende accollarsi, considerando anche i tempi di crisi. Così, dopo che le proteste delle famiglie non hanno dato alcun esito, le mamme hanno pensato ad un’iniziativa piuttosto “originale”: posare nude, o in abiti succinti, per un calendario. Per ora sono state distribuite 3000 copie, al costo di 5 euro a calendario, e pare che l’iniziativa sia un vero successo: hanno già trovato due sponsor e sono disposte a ripetere l’esperienza anche in futuro.

Ora, io non sono generalmente una bacchettona ma in questo caso mi pongo due domande:

per il bene dei figli si è disposti a tutto, è vero. Ma questo non è un po’ troppo?

– visto che difficilmente i bambini potranno rimanere ignari dell’iniziativa, anzi, rischiano pure di vedere “appesa” la propria madre in qualche bar o altro esercizio pubblico, può essere considerato un messaggio positivo?

Insomma, noi combattiamo quasi quotidianamente la battaglia contro le “veline” e le altre showgirl che sulle copertine dei settimanali (visibili anche ai bambini sugli espositori delle edicole) ammiccano lanciando il messaggio che, se si è giovani e belle, si può conquistare il mondo, ci indigniamo contro la strumentalizzazione del corpo della donna operata dalla televisione e dalla pubblicità, e loro, le spagnole, con tanta disinvoltura appaiono in pose erotiche su un calendario per il bene dei figli. A questo punto mi pare che il benessere e la tutela della famiglia sia un surplus di cui la politica non si interessa affatto … e non solo da noi.

[fonte: Il Corriere; immagine da questo sito]

NEW YORK: I CELLULARI A SCUOLA NON POSSONO NEMMENO ENTRARE


Nelle scuole italiane, si sa, l’uso dei cellulari durante le ore di lezione è vietato agli studenti e ai professori. In teoria sarebbe vietato anche durante l’intervallo e comunque entro il perimetro della scuola ma normalmente è tollerato, purché il telefonino non resti acceso in classe. Inoltre, l’utilizzo durante le verifiche è sanzionato con un provvedimento disciplinare deciso dal Consiglio di Classe.
L’unica occasione in cui i cellulari hanno divieto di accesso a scuola è durante le prove scritte dell’Esame di Stato. Tuttavia, se qualcuno lo porta con sé, viene invitato a lasciarlo al personale di sorveglianza per tutta la durata delle prove.

Negli Stati Uniti, invece, gli studenti a scuola con il cellulare non possono nemmeno entrare. A quanto pare solo in 88 istituti newyorkesi dotati di metal detector è possibile un controllo. In verità, il metal detector ha più la funzione di scongiurare il pericolo che i ragazzi portino in classe armi varie. E devono rinunciare non solo al mobile phone ma anche agli iPod e perfino agli iPad, per evitare che invece di ascoltare i professori i ragazzi passino le ore su Facebook e a chattare. Ma lasciarlo a casa non è proprio ammissibile perché significherebbe privarsi del telefonino e degli altri aggeggi tecnologici nel tempo di percorrenza tra casa e scuola. Allora che si fa? Lo si deposita nei furgoni posizionati allo scopo di fronte alla maggior parte degli istituti scolastici.

L’idea non è male soprattutto per i proprietari dei furgoni che riescono a trarne un buon profitto. Infatti il deposito per il cellulare costa un dollaro al giorno, non proprio una cifra irrisoria calcolando che sono migliaia i teenager utilizzano questo servizio. A conti fatti, in un anno a uno studente che porta con sé ogni giorno il telefonino, il deposito viene a costare circa 180 dollari.

Un’idea buona, se vogliamo, ma non esente da rischi: l’assalto al furgone. Nel Bronx, lo scorso giugno, alcuni teppisti hanno assalito un veicolo e rubato ben 200 cellulari. Secondo le statistiche della polizia di New York, nell’ultimo anno solo i furti legati agli iPhone hanno causato un aumento del 4% dei crimini nella metropoli.

E da noi un’idea del genere funzionerebbe? Probabilmente no visto che mi sembra molto difficile che sia varata una legge che imponga l’accesso a scuola senza telefonino o iPod. Susciterebbe, probabilmente, un’insurrezione generale … da parte dei genitori che vogliono sempre stare in contatto con i figli. Hai visto mai che succeda qualcosa durante il viaggio …

Ma i nostri genitori come facevano?

SUCCESSO SCOLASTICO: DALLA COREA DEL SUD ABBIAMO SOLO DA IMPARARE

Secondo l’istituto di ricerca Bruegel di Bruxelles (che ha avuto Mario Monti tra i suoi fondatori), citato in un recente articolo di Federico Rampini su Repubblica, la Corea del Sud costituisce un modello particolarmente virtuoso di uscita dalla crisi, essendo riuscita, anche grazie a rilevanti interventi di spesa pubblica, a superare del 10%, nel terzo trimestre del 2011, il PIL realizzato prima della crisi del 2008.

È convinzione diffusa che buona parte della forte ripresa economica della Corea del Sud si debba alla solidità e all’efficienza del suo sistema educativo, che porta quasi tutti i suoi giovani al diploma di istruzione secondaria (97%) e due terzi degli under 30 alla laurea e ad altri titoli di istruzione superiore.

È vero che, dopo il diploma, fortissima è la competizione e durissima la selezione (esclusivamente meritocratica) per entrare nelle migliori università, ma è anche vero che quasi tutti gli studenti arrivano alla conclusione degli studi secondari senza ripetere alcuna classe (le bocciature non sono previste) e che nei test Ocse-Pisa la Corea è ai primissimi posti, e spesso al primo, in quasi tutte le classifiche.

Qual è la ragione di fondo di queste straordinarie performances del sistema educativo coreano? Quella più importante non sembra essere la pur rilevantissima spesa per l’istruzione (oltre il 7% del PIL) ma l’elevata considerazione sociale nella quale viene tenuta l’istruzione, dovuta anche al peso della tradizione culturale confuciana, che mette l’istruzione in cima ai valori fondamentali della comunità insieme al senso civico, al rispetto degli insegnanti e degli anziani e alla lealtà verso lo Stato.

Si sa che gli studenti coreani (come quelli giapponesi) studiano molto anche perché subiscono la convergente pressione degli insegnanti e delle famiglie. Ma in compenso sanno tutti, a partire da quelli appartenenti alle classi sociali più disagiate, che l’impegno viene premiato e che la competizione si svolge su basi meritocratiche, nella massima trasparenza.

Sul successo della scuola coreana più che le variabili economiche, organizzative o curricolari sembrano pesare quelle culturali e soprattutto il prestigio sociale della scuola e degli insegnanti. Un modello di scuola, come si vede, non facilmente esportabile in un Paese, per esempio, come l’Italia. Ma anche un valido motivo per riconsiderare le priorità del paese (come ricorda anche Gian Antonio Stella in un editoriale sul Corriere della sera del 4 marzo: “Da dove ripartire? Dalla scuola”), e per riflettere a fondo su alcune debolezze strutturali del nostro sistema sociale e di istruzione.

[articolo di TUTTOSCUOLA.COM]

Dalla Corea del Sud siamo lontani non solo migliaia di chilometri ma qualche anno luce.
Chissà che ne pensa il “tecnico” Profumo a proposito del modello coreano nell’ambito dell’istruzione. E chissà se i genitori e gli allievi italiani, sarebbe meglio dire la società tutta, sono disposti a dare fiducia alle istituzioni scolastiche e a far in modo che la scuola e gli insegnanti in Italia riacquistino quel prestigio che si è perso per strada ormai da molti anni.

Chissà …

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