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UN ANNO DI STUDIO ALL’ESTERO: UN’ESPERIENZA ENTUSIASMANTE

WaterfordHigh-640x480 (1)Il mio nuovo post pubblicato sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita” ha come argomento l’intercultura. Ogni anno decine di migliaia di studenti italiani si trasferiscono all’estero per frequentare un anno di scuola. Normalmente si tratta di ragazzi che “saltano” il quarto anno della scuola superiore (nel senso che non lo frequentano nella loro scuola) e rientrano in quinta. Un’esperienza che lo scorso anno è stata sperimentata da una mia allieva. Questo post, in realtà, l’ha scritto Silvia, io ho soltanto messo assieme, a mo’ di collage, ciò che lei ha scritto di questa “avventura” nei report che periodicamente inviava in Italia, ai suoi docenti.
Proprio perché si tratta di una testimonianza diretta di Silvia, ho deciso di riportare l’articolo per intero. Lo trovate sul sito del Corriere.it.

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Un anno di studio all’estero? Un’esperienza entusiasmante. Parola di Silvia, studentessa della mia attuale quinta, che ha passato lo scorso anno negli Stati Uniti, ospite di una famiglia che vive a Burlington, una cittadina di soli 10mila abitanti, nel sud dello stato di Wisconsin, nel Mid-West, uno degli Stati più freddi della nazione (in inverno spesso le temperature si aggirano intorno ai venti/trenta gradi sotto lo zero).

Il clima rigido non ha dissuaso la ragazza dall’intraprendere questa avventura. Per un anno ha frequentato la High School di Waterford, scelta dalla famiglia ospitante e frequentata anche dai loro figli. Waterford è un piccolo paese di 5mila abitanti, cresciuto proprio intorno alla scuola, con la quale intreccia diverse attività. Nonostante sia stata fondata nel 1904, la Waterford Union High School è una scuola molto moderna:

«Ha circa 1.100 studenti, ci sono cinque palestre e una sala pesi, con molti spogliatoi docce e armadietti personali. Ci sono caffetteria, mensa con una grande sala da pranzo, auditorium, biblioteca, laboratori, molti uffici e aule per lo studio individuale».

Salta all’occhio la differenza abissale con molte scuole italiane. E stiamo parlando di un paesino di 5000 abitanti, non di una metropoli. Anche l’organizzazione didattica è profondamente diversa da quella dei nostri istituti superiori:

«L’orario, a differenza del sistema italiano, si ripete giorno dopo giorno e non settimana dopo settimana, e quindi tutte le materie hanno lo stesso numero di ore nel semestre. Durante le lezioni a volte i professori concedono i work day, ore durante le quali gli alunni possono studiare e completare gli esercizi, avendo la possibilità di consultare gli insegnati in caso di difficoltà. Inoltre ogni studente è obbligato a svolgere a scuola almeno un’ora di studio individuale al giorno. Gli studenti non hanno quindi in genere molti compiti da svolgere la sera, ma devono comunque studiare, impegnarsi e sapersi organizzare, perché al termine delle lezioni spesso si è impegnati in attività extrascolastiche o in attività sportive».

Le attività extrascolastiche proposte dalla scuola sono numerose: pallavolo, calcio, football americano, softball, baseball, pallacanestro, tennis, atletica, cross country, wrestling, sollevamento pesi, nuoto, tiro al piattello, hockey, danza, cheerleading, ginnastica artistica e bowling. Poi la banda, il coro, i gruppi di teatro e recitazione, cui si affiancano vari “club” dedicati alla pesca o alle lingue straniere. Gli studenti, inoltre, dedicano parte del loro tempo libero dagli impegni scolastici ed extrascolastici al volontariato.

Naturalmente Silvia non si è lasciata sfuggire l’occasione di provare qualcuna di queste attività, pur faticando un po’ per “incastrare” i vari impegni:

«Appena arrivata ho potuto inserirmi nella squadra di pallavolo della scuola e mi allenavo ogni giorno per due ore al termine delle lezioni. E’ stato molto faticoso perché all’inizio avevo difficoltà con la lingua e anche perché mi stavo ancora ambientando a questa nuova vita. La giornata era pesante perché la scuola la mattina inizia presto e, facendo un’attività pomeridiana, arrivavo a casa tardi, per gli orari dello stile di vita americano, considerando che si cena alle 17. Ma è stato anche molto utile per il mio inserimento, in quanto ho potuto conoscere diverse ragazze e capire l’importanza dello sport a livello scolastico e relazionarmi con gente nuova. Lo spirito degli studenti per l’appartenenza alla scuola è qualcosa di fantastico, che si può capire solo provando, e sono fiera del mio percorso fatto e dell’esperienza che la pallavolo americana mi ha lasciato».

Differenze anche a livello di relazioni tra i banchi:

«Gli studenti italiani, stando sempre nella stessa classe per cinque anni, creano delle relazioni molto più solide con i compagni di classe. Quelli americani, cambiando classe ogni ora, conoscono molti più compagni ma in modo superficiale.» Con i docenti i rapporti sono “più amichevoli e meno formali” e in generale l’ambiente della scuola è molto accogliente.

La scuola americana, inoltre, si preoccupa del benessere degli studenti al punto da assegnare ad ognuno un proprio consulente che lavora in un ufficio all’interno dell’edificio e può essere interpellato per ogni tipo di problema. Forse questo è un punto a nostro sfavore in quanto in Italia, almeno non in tutte le scuole della penisola – da quanto le cronache ci raccontano, purtroppo – c’è questa attenzione verso gli studenti come persone.
Ma vediamo cosa ci racconta Silvia sulla preparazione che l’istruzione superiore offre negli Stati Uniti e sull’impegno richiesto nello studio:

«“La scuola americana è molto più facile di quella italiana” è la frase che senza dubbio mi sono sentita ripetere infinite volte prima di partire e, avendo vissuto questa esperienza, posso affermare che è veritiera. Gli studenti americani non studiano tanto come siamo abituati noi in Italia. Nonostante ciò riescono comunque ad avere risultati soddisfacenti. Ad ogni modo bisogna impegnarsi e sapersi organizzare, perché durante il pomeriggio si è spesso impegnati in attività extrascolastiche o in attività sportive. Gli studenti devono finire i compiti per il giorno stabilito (in caso contrario c’è un voto negativo), sono tenuti ad arrivare in orario, sono tenuti ad essere ogni giorno preparati, responsabili e rispettosi nei confronti degli altri, studenti e corpo docenti, della struttura e del personale. Il motto della scuola è infatti “Be prepared, Be responsible, Be respectful”.»

Insomma, in America si fatica forse un po’ meno che in Italia ma si studia comunque. Una scuola, quella statunitense, sicuramente rigida in termini di rispetto delle regole. In particolare gli americani tengono molto alla puntualità:

«Tra un’ora e quella successiva ci sono cinque minuti per spostarsi di aula in aula, perché negli Stati Uniti sono gli studenti che si spostano e non i professori. Se si arriva in ritardo ad una lezione si riceve un richiamo verbale la prima volta, 15 minuti in detenzione la seconda, mentre dalla terza volta in poi, oltre ad andare in detenzione, vengono avvisati i genitori. La detenzione si svolge il martedì e il giovedì oppure il sabato mattina. Ogni professore decide quale sia la punizione, una volta in detenzione, che può consistere nello svolgere dei compiti extra oppure aiutare a pulire e a riordinare la struttura scolastica.»

Sarà stato il clima del Wisconsin, ma a Silvia è mancato il calore mediterraneo: «

Se devo essere sincera, gli Stati Uniti mi hanno entusiasmato molto, ma gli americani non sono affatto calorosi come noi italiani e a volte proprio non riuscivo a capacitarmi di certe abitudini o comportamenti piuttosto egoistici. Sono comunque soddisfatta per tutto quello che sono riuscita a fare e ad imparare, a partire dalla lingua per finire con le nuove relazioni intrecciate e l’integrazione nella cultura del Paese.»

[immagine dal sito del Corriere.it linkato nel post]

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PER OTTENERE DEI RISULTATI A SCUOLA IL TALENTO NON È INDISPENSABILE

studenti

Gli studenti statunitensi dicono che per andar bene in matematica bisogna esserci tagliati, mentre nove studenti asiatici su dieci rispondono che basta applicarsi, e sono convinti che gli insegnanti possano aiutarli a farlo. (LINK)

Dagli studenti statunitensi i nostri hanno ben poco da imparare. Chi ha trascorso un anno all’estero, un exchange student program in una delle high school degli States, è tornato con un bagaglio di esperienze che da sole basterebbero per definire lo studio all’estero un’opportunità. Ma per quanto riguarda le conoscenze, il bagaglio che uno studente liceale italiano acquisisce in un anno di studio non è paragonabile alla misera formazione che ottiene frequentando una scuola analoga negli USA. Non c’è paragone: dal punto di vista qualitativo la scuola italiana offre di più. Checché se ne dica.

Lo dicono, tra l’altro, gli studenti stessi. E non deve stupire l’affermazione degli americani che per ottenere dei risultati a scuola ci vuole talento. Per andare bene in matematica non si deve per forza esserci tagliati (e lo dice una che l’ha sempre odiata ma si è comunque impegnata nello studio) basta applicarsi. Non a caso a dircelo sono gli studenti orientali: Corea del Sud, Thailandia, Giappone sono paesi in cui vige un rigore tale da portare senza problemi qualsiasi studente ad un livello accettabile. Certamente hanno una grande importanza il valore che si dà allo studio, in famiglia prima di tutto, la rispettabilità di cui godono gli insegnanti e l’ottima opinione di cui gode la scuola come istituzione.

Se uno studente americano, con cui senza dubbio molti italiani concordano, è convinto che ci voglia talento per imparare qualsiasi disciplina (non a caso il loro piano di studi non è imposto ma basato sulle scelte individuali) e un asiatico pensa ci voglia solo impegno, non si tratta soltanto di punti di vista ma di una vera e propria forma mentis.

Noi docenti italiani ancora non abbiamo ben formato quelle menti. Ma forse non è solo colpa nostra.

[immagine da questo sito]

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