GLI ULTIMI GIORNI DI DANTE

Giovanni Mochi, Dante presenta Giotto a Guido da Polenta , olio su tela, 1310, Casa di Dante, Firenze (out of copyright)

Durante il lungo esilio, sappiamo che dal 1318 al 1321 Dante si trova a Ravenna ospite di Guido Novello da Polenta che in quella città aveva instaurato la signoria alla morte dello zio Lamberto avvenuta nel 1316. Durante questo soggiorno è certo che si sposta e viaggia in qualità di ambasciatore del ravennate. Nel 1319 per un periodo è a Mantova, nel 1320 è di nuovo a Verona, città che l’aveva già ospitato in passato, dove nella chiesa di Sant’Elena discute la Quaestio de aqua et terra, una questione relativa all’altezza delle acque rispetto alle terre emerse.

Durante un’ambasceria a Venezia, Dante contrasse le febbri malariche che lo portarono alla morte nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321.

Guido Novello, che fin dalla sua nomina aveva cercato di mantenere la pace nella sua terra, si trova a dover far fronte a dei contrasti sorti con Venezia a causa del contrabbando del sale. La città lagunare, infatti, aveva il monopolio sul sale e su altre merci che transitavano per il porto di Ravenna e nel 1260 aveva fatto costruire la fortezza di Marcabò per sorvegliare i traffici sul Po primario. Dante stesso cita questo forte nel XXVIII canto dell’Inferno al v. 75, in cui il dannato Pier da Medicina gli si rivolge con queste parole:

se mai torni a veder lo dolce piano
che da Vercelli a Marcabò dichina
.

Nella perifrasi il poeta vuole indicare l’estensione della Pianura Padana.

Proprio a causa dei frequenti contrasti tra le due città, nel 1318 l’Alighieri fu inviato a Ravenna dal veronese Cangrande della Scala che a quel tempo lo ospitava. Le trattative non furono fruttuose e nell’agosto 1321 Venezia fornì aiuti in denaro al signore di Forlì, Cecco Ordelaffi, per un’azione comune contro Ravenna. È probabile che Dante non fosse più tornato a Verona e avesse accettato l’ospitalità da parte di Guido Novello da Polenta. Quindi, l’ultima ambasceria del poeta a Venezia, cui seguì la sua morte, rientrava in quella controversia.

Finalmente a Ravenna, dopo anni di esilio, Dante ritrovò il calore di una casa. Lo stesso Guido Novello, per riconoscenza dei suoi servigi e per la stima che nutriva nei confronti dell’esule fiorentino, gliene donò una, permettendo alla famiglia Alighieri di riunirsi.  Nella città romagnola lo raggiunse la moglie Gemma assieme ai figli Pietro e Jacopo, ormai adulti, e l’unica figlia femmina, Antonia, la quale, decisa a prendere i voti, entrerà nel monastero di Santo Stefano e sceglierà il nome di Beatrice, la donna che il padre amò per tutta la vita.

William Bell Scott, Boccaccio fa visita alla figlia di Dante, olio su tela, anno sconosciuto

Riguardo alla presenza a Ravenna anche del figlio Giovanni, sulla cui esistenza i dantisti hanno a lungo indugiato tant’è che solo nel secolo scorso venne identificato come il primogenito, non ci sono certezze. Secondo quanto scritto da Alessandro Barbero nel suo recente saggio Dante, la presenza di Giovanni a Lucca nel 1308 farebbe pensare che avesse seguito il padre in esilio. Tuttavia di lui non si hanno più notizie dopo esser stato citato come testimone, nel 1314, all’elezione del sindaco della comunità di San Miniato a Pagnolle, luogo in cui gli Alighieri avevano un podere. Giovanni sarebbe, dunque, tornato a Firenze e l’assenza di notizie successive farebbe pensare, secondo Barbero, che sia morto senza lasciare eredi.

Tornando alle vicende di Dante a Ravenna, come si è detto, nell’agosto del 1321 i rapporti tra la città romagnola e Venezia si fanno più tesi del solito, soprattutto dopo che la Serenissima aveva deliberato in Maggior Consiglio di attaccare Ravenna per punirla dei continui attacchi subiti dalle imbarcazioni veneziane che trasportavano il sale da parte delle navi ravennati.

Secondo Tiraboschi, autore di una Vita di Dante, rifacendosi a quanto scritto da Filippo Villani e Domenico di Bendino d’Arezzo, Guido inviò Dante a Venezia nel tentativo di trattare la pace. Tuttavia il poeta aspettò invano di ricevere udienza e tornò a Ravenna senza aver concluso nulla. Forse durante l’attraversamento delle valli di Comacchio, zona paludosa ed estremamente pericolosa per la salute, si ammalò di malaria. È anche probabile che la malattia l’avesse colto durante il viaggio di andata e, tornato a Ravenna, lo stato di salute sarebbe stato troppo compromesso per poter essere curato. Di certo il buon Guido da Polenta avrebbe fatto di tutto per salvarlo.

Dante, ritratto allegorico del Bronzino, collezione privata (immagine da questo sito)

Scrive Mario Tobino nel suo romanzo Biondo era e bello:

I familiari si sono accorti che Dante è per morire. Stranamente il suo viso aveva ripreso i tratti giovanili.

Riconosce il francescano chiamato in fretta; già c’è l’accordo che lo seppelliranno nella vicina chiesa di San Francesco. Intravede Guido Novello, il notaio, giovani volti di allievi. Non esiste più alcun nemico, nessun avversario. Quante bambinesche giravolte fa l’Arno prima di arrivare a Firenze; deve spedire a Can Grande gli ultimi canti del Paradiso. Finalmente la pace. Neri e Bianchi sono laggiù, pallidi.

La figlia suor Beatrice accomoda le lenzuola. Ora Guido Novello gli sorride. Che dolce sonno. L’accoglienza di San Francesco.

“Non respira più” piange sommessamente la figlia.

Mai ci fu un volto così bello, insieme alla morte.

Quegli ultimi canti del Paradiso, che Cangrande non ricevette mai, furono ritrovati, pare otto mesi dopo la dipartita del Sommo Poeta, dal figlio Jacopo, grazie a una “visione” in cui il padre, con addosso “candidissimi vestimenti” e la luce della grazia divina risplendente nel viso, rivelò il luogo in cui essi erano stati nascosti. Così racconta Boccaccio nel suo Trattatello in laude di Dante, descrivendo un nascondiglio nel muro della casa dove il poeta fiorentino aveva concluso la sua esistenza terrena:

[…] una stuoia, al muro confitta, la quale leggiarmente levatane, videro [Jacopo e il notaio Giardina che l’accompagnava] nel muro una finestretta da niuno di loro mai più veduta, né saputo che ella vi fosse, e in quella trovarono alquante scritte, tutte per l’umidità del muro muffate e vicine al corrompersi, se guari più state vi fossero; e quelle pianamente dalla muffa purgate, leggendole, videro contenere li tredici canti tanto da loro cercati.

Dante è sepolto a Ravenna in una cappella presso la chiesa di S. Pietro Maggiore, più tardi detta di San Francesco. Invano da quasi 700 anni Firenze invoca la restituzione delle spoglie del poeta.

Tomba di Dante a Ravenna (immagine da questo sito)
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