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LA GENERAZIONE DEI NEET: TUTTA COLPA DELLA SCUOLA?

PREMESSA
Avevo inviato questo post oltre un mese fa alla redazione del Blog “Scuola di Vita” del Corriere.it con cui da più di due anni collaboro. Non avendo ricevuto risposta, ho deciso di pubblicarlo qui. In passato avevo trattato questo argomento in due post, uno sul blog principale e uno su queste pagine. Questo articolo è un sunto dei due precedenti con i doverosi aggiornamenti.
Buona lettura!

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In Italia si chiamano “né né”, proprio perché non hanno un impiego né seguono alcun percorso di studio. Oggi si predilige la denominazione «Neet» (acronimo inglese di «Not [engaged] in Education, Employment or Training»), importando come spesso capita un’etichetta anglosassone. Se nel 2009 i giovani “né né” nel nostro Paese erano 270 mila, esclusivamente nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 19 anni, nel 2013, sempre secondo l’ISTAT, la percentuale degli under 35 in questa condizione sfiorava i 4 milioni.

A distanza di tre anni, come ci informa Dario Di Vico sul Corriere, è apparentemente migliorata, ma la fascia d’età è ristretta agli under 29: ora i giovani Neet sono 2 milioni e 300mila, ma i dati sono riferiti alla fascia di età tra i 15 e i 29 anni. Secondo l’indagine “Ghost”, 1 milione di Neet è disoccupato, ovvero in attesa di un’occupazione a breve termine, mentre gli «inattivi totali» raggiungono quota 600 mila.

Ma cosa fa questo esercito di “inoccupati”? Alcuni svolgono attività di volontariato, altri si dedicano allo sport, altri ancora sono impegnati in lavoretti come ripetizioni, baby sitting o comunque lavori a intermittenza con i quali i giovani non riescono a raggiungere una professionalità da spendere in futuro.

Insomma, pare che non tutti facciano parte della generazione degli “sdraiati”, come li definisce Michele Serra nell’omonimo libro. Anzi, i più frustrati sono i laureati (1 su 10) che davvero non avrebbero voglia di stare con le mani in mano, dato che si sono impegnati e hanno speso del tempo frequentando l’università. In questa classifica sconfortante, se vogliamo dir così, seguono i diplomati (5 su 10) che, tuttavia, non ritengono utile continuare gli studi, e quelli che non sono nemmeno arrivati al diploma di scuola media superiore (4 su 10).

Poiché questo è un blog che tratta di scuola ed è rivolto anche alle famiglie, vorrei soffermarmi a riflettere proprio su questo 40% di giovani che sono in possesso del solo diploma di terza media.

Sarebbe semplice dire che questi giovani sono degli indolenti, che non sanno attribuire il giusto valore all’istruzione o, più in generale, alla cultura. Facile puntare il dito sulle famiglie che non sono in grado di trasmettere loro questo tipo di valore e che accettano, la maggior parte delle volte loro malgrado, una situazione degna di essere chiamata parassitismo. Sarebbe scontato e banale affermare che se non hanno voglia di studiare, non li si può costringere; quante volte di fronte ai figli che non s’impegnano a scuola, i genitori tuonano con la solita frase trita e ritrita “allora vai a lavorare”. Magari trovassero lavoro, questi “inetti”!

Quando si parla di insuccesso negli studi dobbiamo tenere presente l’influenza di vari fattori: l’ambiente scolastico che il ragazzo non trova confacente, la famiglia che non ha gli strumenti per aiutarlo, le amicizie che rappresentano sempre più l’unico modello da seguire, soprattutto perché più comodo, essendo libero da obblighi che condizionano il comportamento. Mi spiego meglio: frequentando gli amici, un giovane innanzitutto non è giudicato, non ha regole da rispettare se non quelle condivise all’interno del gruppo, quasi mai impegnative a livello culturale e formativo, poi è libero di esprimere il suo disagio senza incorrere in rimproveri che addossino la responsabilità a lui solo, infine non ha bisogno di comportarsi in modo non spontaneo con il timore di essere censurato.
Il ruolo della famiglia è fondamentale, è vero, ma non è l’unica forza in ambito educativo. Spesso il “gruppo” funge da punto di riferimento e, guarda caso, non sono mai i modelli positivi ad essere trainanti.

Al di là degli stimoli che possono arrivare dalla famiglia, e talvolta anche dalla scuola, non si può escludere che il ragazzo che si trova in difficoltà alla fine segua istintivamente quelli come lui, arrendendosi alla conclusione semplicistica, ma assai condivisa tra “simili”, «la scuola non fa per me».

Per superare l’impasse è indispensabile la collaborazione scuola-famiglia, ma come sappiamo il rapporto tra le due parti è spesso tutt’altro che idilliaco. Da una parte la famiglia addossa alla scuola la responsabilità dell’insuccesso negli studi del proprio figlio, dall’altra gli insegnanti sostengono che la famiglia non si occupi del figlio e che se il ragazzo è un testone, non si applica, non segue i consigli, non c’è nulla da fare: somaro è, somaro rimarrà.

Naturalmente non si può evitare di fare i conti con l’autostima del ragazzo.
Al di là di un atteggiamento strafottente (così efficacemente descritto da Michele Serra nel libro citato), tipico di chi sfida gli adulti facendo credere che «lui sa quello che fa e non ha bisogno che qualcun altro glielo dica», spesso dietro questa ostentata sicurezza si cela una scarsissima autostima. Ovvero, facendo credere che l’insuccesso scolastico nemmeno lo sfiori, lo studente nasconde la mancanza di fiducia che ha dentro di sé.
Compito della scuola sarebbe comprendere questo tipo di situazione e trovare, assieme alla famiglia, un modo per guidare il ragazzo in un percorso di crescita che lo porti a superare la sfiducia in sé. Certo, per un adolescente è più facile gettare la spugna, rinunciare a modificare una situazione è più comodo; tuttavia, se gli adulti lo aiutassero a comprendere la causa del suo insuccesso e lo guidassero ad un miglioramento personale, quindi non solo relativo allo studio ma soprattutto relativo al suo rapporto con se stesso, ci potrebbe essere una speranza.

Non dimentichiamo, però, che molti ragazzi così fragili rifiutano di farsi consigliare dagli adulti, siano essi genitori o insegnanti.

La convinzione che il mondo del lavoro possa essere affrontato con minore impegno –solo perché non ci sono interrogazioni e compiti in classe-, per giunta con un tornaconto economico, è la molla che porta, poi, a lasciare la scuola per cercare un impiego. Ma anche quando trovano un posto, ben presto questi ragazzi comprendono che in qualsiasi mestiere sono richieste delle competenze che, se non ci sono, bisogna apprendere. L’impegno e la volontà sono imprescindibili così come il rispetto delle regole, pur diverse da quelle imposte dall’istituzione scolastica, è assolutamente dovuto. In breve, di fronte a questi ulteriori ostacoli, i ragazzi che appartengono alla “generazione dei né né” pensano di poter mollare il lavoro come hanno fatto con la scuola e di cercare altro. Peccato, però, che non ci sia questa grande offerta ed ecco che ragazzi come questi hanno un’unica possibilità: ingrossare le fila della già ben nutrita schiera dei loro simili.

Secondo Eurydice, in Italia dal 2009 al 2014 la percentuale dei cosiddetti early leavers è scesa dal 19% al 15%. Forse si potrebbero accorciare le distanze tra il nostro e gli altri Paesi europei se ci fosse una maggiore collaborazione tra scuola e famiglia, una sinergia in grado di rimuovere gli ostacoli e ridare fiducia ai giovanissimi, evitando un precoce abbandono scolastico.

[immagine da questo sito]

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TEMPO DI ISCRIZIONI: QUALE SCUOLA SCEGLIERE DOPO LE MEDIE?

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C’è tempo fino al 22 febbraio per scegliere in quale scuola continuare gli studi dopo le medie. Una scelta decisamente difficile che si è costretti a fare ad un’età che è caratterizzata da incertezza e indecisione. Ma decidere con cognizione di causa quale scuola frequentare per i prossimi cinque anni è di fondamentale importanza per il successo formativo.

Innanzitutto, insegnando in un liceo dalla classe prima alla quinta, posso dire che la preparazione dei quattordicenni di oggi è di gran lunga inferiore a quella dei coetanei di dieci anni fa, o anche meno. Tuttavia, se guardiamo la documentazione che arriva dalle scuole medie frequentate, tutte le lacune che man mano emergono fin dai primi giorni di scuola, sembrerebbero ingiustificate. Mi spiego meglio.

La preparazione nell’ambito della lingua italiana, ad esempio, lascia molto a desiderare. Ci sono ragazzi che si trovano in difficoltà anche solo quando devono distinguere le varie parti del discorso. Il verbo, poi, che è la la struttura portante di ogni frase, è il più maltrattato. Sembra difficile distinguere tra verbi transitivi e intransitivi, tra forma attiva e passiva, per non parlare della coniugazione di alcuni modi e tempi. Potrei scrivere un intero libro dal titolo “Il passato remoto, questo sconosciuto”. E stendiamo un velo sul corretto utilizzo del congiuntivo.

Parlare, poi, di analisi logica (della frase e del periodo) sembra paragonabile alla trattazione della fisica quantistica, che tutti sanno che esiste e pochi ne conoscono i contenuti. E’ solo un esempio, naturalmente. Ma se siamo autorizzati ad ignorare la fisica quantistica, in veste di parlanti la nostra lingua madre non possiamo ignorare l’analisi logica. Il fatto che si chiami “logica” dovrebbe suggerire che per operarla è necessario usare la testa, cosa che i quattordicenni d’oggi sanno fare benissimo in molte attività quotidiane ma che nell’affrontare le discipline scolastiche pensano non sia di primaria importanza.

E’ necessario stendere un altro velo sull’ortografia e il fatto che in qualche facoltà universitaria siano stati istituiti, per le matricole, dei corsi di italiano, più per provocazione che per reale necessità a mio parere, dovrebbe già dire tutto.
Ho parlato dell’italiano perché è trasversale, ma potrei estendere il discorso a molte discipline scolastiche che, a parere di molti, vengono affrontate in modo lacunoso e superficiale.

Naturalmente ci sono delle eccezioni: ragazzi e ragazze ben preparati che hanno delle ottime chance di frequentare un liceo con risultati brillanti e grandi soddisfazioni. Tuttavia, noto l’insana abitudine degli insegnanti della scuola media di elargire voti alti e altissimi a chi non ha una preparazione adeguata. Il problema fondamentale è che molti di questi ragazzi – e le loro famiglie – hanno delle aspettative che irrimediabilmente vengono deluse fin dai primi mesi di scuola superiore.

La scuola media è stata riformata nel 1979 e concepita come preparatoria al mondo del lavoro. Il Decreto 22 agosto 2007, n. 139 ha istituito il biennio obbligatorio della scuola superiore (va da sé che l’obbligo scolastico si espleta al compimento dei 16 anni, anche senza frequentare l’intero biennio), senza tuttavia riformare la scuola media che avrebbe dovuto essere adattata al prolungamento della frequenza obbligatoria la quale escludeva di fatto l’ingresso nel mondo del lavoro a 14 anni.

Il punto cruciale è questo: è doveroso venire incontro alle difficoltà degli alunni, anche evitando le bocciature che, trattandosi di scuola dell’obbligo, dovrebbero rappresentare delle eccezioni e non la regola. Tuttavia, non è corretto “aiutare” gli altri alzando i voti solo perché, nei confronti dei compagni più deboli, dimostrano di essere più svegli e capaci, pur impegnandosi al minimo.

Assistiamo, quindi, a quelle “elargizioni” che procurano in realtà molti danni. Se un allievo, arrivato in prima superiore, si rende conto che i risultati delle medie erano “falsati”, due possono essere le reazioni: impegnarsi di più per dimostrare ai nuovi docenti di potercela fare, oppure cadere nella demotivazione più profonda che non lascia molte speranze per il prosieguo degli studi. E si rischia di entrare in un circolo vizioso che ha come unico sbocco l’abbandono degli studi.

Quale scuola scegliere dopo le medie? Non sono una docente che dà per spacciato un allievo dopo tre settimane di scuola, ma vorrei essere onesta e dettare delle semplici regole che sarebbe utile seguire nella scelta della scuola superiore.

1. Fare i conti con la propria preparazione, al di là dei voti, e con l’impegno che si è disposti a spendere.
2. Seguire i consigli di orientamento degli insegnanti della scuola media. Quasi mai sono campati in aria.
3. Non coltivare particolari ambizioni da parte dei genitori. Non tutti i figli sono adatti al liceo (le statistiche dicono che la metà degli studenti lo preferiscono) e non bisogna commettere l’errore di sceglierlo solo perché i figli non hanno particolari attitudini che invece vengono richieste dall’istruzione professionale o tecnica. L’attitudine fondamentale richiesta da un liceo è quella di sapersi impegnare nello studio, cosa che non è così scontata per chi ha frequentato la scuola media con un profitto appena sufficiente.
4. Qualsiasi scuola è dignitosa purché ci si impegni seriamente per imparare.
5. Se è vero che l’ “obbligo scolastico” prosegue nel biennio superiore, ciò non si deve intendere come “obbligo” da parte dei docenti di promuovere tutti, qualunque sia la loro preparazione. Se si vuole continuare a studiare nel triennio successivo una adeguata preparazione è necessaria.

Questo è in sintesi il mio parere. La risposta sbagliata alla domanda posta nel titolo di questo post è una sola: “Una qualsiasi, basta andare avanti”. E’ il preludio ad una via crucis che vi porterà, con la consapevolezza che la scelta non può essere affidata al caso, da una scuola all’altra, con buone probabilità di non concluderne nessuna.

Come diceva Seneca a Lucilio, criticando chi non stava mai fermo a lungo in alcun luogo: “Non è il cielo che devi cambiare ma il tuo animo”.

TUO FIGLIO E’ STATO BOCCIATO? NIENTE DRAMMI

scrutiniAttuale, ahimè, il tema che ho scelto per l’ultimo post pubblicato sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita”. Cosa fare – e non fare – quando un figlio viene bocciato? Prima regola: niente drammi.
Come sempre riporto in parte l’articolo e vi invito a leggerlo interamente sul sito del Corriere.it.

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Nel percorso scolastico di molti ragazzi si è costretti a superare lo scoglio di una bocciatura. Senso di impotenza, fallimento, ingiustizia, frustrazione, vergogna sono alcuni dei sentimenti che spesso nascono da una situazione che di per sé non è tragica e deve, invece, portare ragazzi e famiglie ad una riflessione: che cosa non ha funzionato?

La risposta più gettonata è: si è trattato di un’ingiustizia. L’atteggiamento vittimistico, che molte volte caratterizza maggiormente i genitori che non gli studenti stessi, è certamente il più conveniente. Addossare agli altri delle responsabilità significa, in fondo, assolversi da qualsiasi colpa. Ma è davvero il modo migliore per affrontare un piccolo incidente di percorso?

Una volta, per segnalare la necessità di ripetere l’anno si usava il verbo “bocciare”. Si tratta di un verbo preso in prestito dal gioco delle bocce nel quale ogni giocatore si prefigge di raggiungere un solo scopo, per accaparrarsi il punto: urtare una boccia con la propria allontanandola dal boccino. Ecco che la parola diventa sinonimo di “respingere”, tant’è che il “bocciato” veniva generalmente definito “respinto”, allontanato dall’obiettivo principale di ogni studente: quello di superare l’anno scolastico.

Oggi, nel linguaggio scolastico comune, si utilizza la formula “non ammesso alla classe successiva”. Una perifrasi elegante – lo sarà, poi? – per evitare un termine tanto orribile come “bocciato”. Ma in fondo non cambia la sostanza: se nel percorso di studi ci si allontana dal’obiettivo, inevitabilmente non si può proseguire la “partita”.

Considerando che le bocciature nella scuola primaria e secondaria di primo grado sono davvero rare e devono essere concordate con le famiglie, focalizziamo la nostra attenzione sulla scuola superiore. Da qualche anno anche il biennio degli istituti secondari di secondo grado rientra nella scuola dell’obbligo. A questo punto qualcuno si chiederà: se negli otto anni precedenti le bocciature sono rare, trattandosi di scuola dell’obbligo, perché nei primi due anni delle superiori i docenti tendono a bocciare con estrema facilità? Il punto è che le parole hanno un peso e solo una corretta connotazione ne completa il significato: scuola dell’obbligo, infatti, non significa “obbligo” da parte degli insegnanti di promuovere tutti. A maggior ragione se si tratta di ragazzi non più fanciulli, che dovrebbero essere in grado di scegliere una scuola che risponda alle proprie inclinazioni e che sia alla loro portata, considerati gli esiti del percorso scolastico precedente.

Le scuole superiori non sono tutte uguali. E’ vero che l’obbligatorietà del biennio stona con la variegata offerta formativa delle scuole di diverso tipo: si parte dal basso, dagli istituti professionali, passando per i tecnici e arrivando in alto, ai licei. Un biennio obbligatorio, a mio parere, dovrebbe essere unico. Con la possibilità di scegliere come materie elettive alcune discipline che meglio si conciliano con il percorso successivo. Ma questo è un altro discorso.

L’abbandono scolastico, specialmente in seguito ad una o più bocciature, è un “male” tutto italiano e interessa perlopiù proprio i primi anni della scuola superiore. Se nella maggior parte dei casi la colpa del fallimento viene attribuita all’istituzione scolastica, è anche vero che spesso, terminata la scuola media, gli alunni non sono in grado di fare la scelta giusta oppure sono talmente condizionati dalle famiglie che nutrono particolari ambizioni sui figli, senza tener conto delle reali competenze acquisite, da orientarsi verso i licei – le statistiche rilevano che uno studente su due sceglie proprio questo tipo di scuola superiore -, senza tenere nel debito conto l’impegno che un corso di studi liceale comporta e i prerequisiti che richiede per garantire il successo formativo.

Secondo la mia esperienza di docente al liceo, posso assicurare che la maggior parte delle volte la “bocciatura” è determinata da un mix micidiale: scelta errata – molte volte forzata- della scuola, elevate aspettative delle famiglie e ansia da prestazione provata dagli studenti che si sentono oppressi tra docenti che chiedono molto impegno e genitori che si aspettano troppo.

Di fronte alla “non ammissione alla classe successiva” bisognerebbe fare una riflessione seria, senza addossare ad altri la colpa del fallimento – i docenti perfidi o i genitori troppo autoritari che impongono le scelte – anzi, cercando di capire ciò che non ha funzionato e chiedersi se ci sia un’altra strada percorribile. A volte, una scuola meno impegnativa del liceo, per fare un esempio vicino alla mia esperienza, risulta molto più gratificante ed apre la strada al successo scolastico che si credeva irraggiungibile.

E a mamma e papà cosa conviene fare? Per prima cosa, niente drammi. Parlare serenamente con il proprio figlio (o figlia, anche se è vero che le ragazze sono più in gamba dei maschietti!) sul suo futuro, cercare, se è il caso, una strada alternativa oppure ragionare sugli errori commessi in modo da non incorrervi in futuro. Evitare, nel modo più assoluto, di cercare lo scontro con i docenti ritenuti responsabili della bocciatura.

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[immagine dal sito linkato; logo blog “Scuola di Vita” © Corriere.it]

Vaghe stelle dell’Orsa – Leopardi a scuola

Soprattutto quello che di Leopardi a scuola non si legge. Una bella scoperta … per gli studenti.

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Una professoressa deve cambiare scuola e lasciare – dopo 4 anni insieme – la sua IV liceo proprio nell’anno più importante: l’ultimo, l’anno della maturità. L’anno in cui si studia, si legge, si ama Leopardi. Cosa dovrebbe dire questa professoressa salutando i suoi alunni? Molte cose e tutte importanti. Ma fra tutte sente forte una responsabilità, urgente: dare un piccolo contributo per restituire a Leopardi una consistenza reale, di uomo vero, che sa ridere, divertirtisi, che prova rabbia e sa amare fortemente. Provare a rendergli quella verità umana che troppe volte gli viene sottratta dagli impietosi ritratti scolastici che ne fanno il “poeta depresso del pessimismo cosmico”.

Nella cuore della lettera di saluto ai ragazzi – tra ricordi condivisi, riflessioni e raccomandazioni – si sono così fatti largo dei testi assenti dai libri di scuola. Un piccolo e speranzoso viatico per leggere Leopardi con occhi più veri.

(…) In V…

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SE ANCHE IL TEMA SULLE VACANZE RISCHIA DI VIOLARE LA PRIVACY

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Le scuole hanno riaperto i battenti e ho pensato al classico tema che gli insegnanti, specie quelli della primaria e della secondaria di I grado, assegnano agli alunni il primo giorno di scuola. Questo l’argomento del mio nuovo post pubblicato sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita”. Vi siete mai chiesti se invitare agli allievi a descrivere le loro vacanze, magari richiedendo un resoconto per iscritto, violi in qualche modo la privacy? Nel post che, come sempre, vi invito a finire di leggere sul Corriere.it troverete la risposta.

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Al rientro dalla lunga pausa estiva capita spesso che gli insegnanti chiedano ai propri allievi di parlare delle loro vacanze. È un modo per rompere il ghiaccio con una bella chiacchierata oppure di riprendere confidenza con la penna scrivendo un tema dal classico titolo: “Cos’hai fatto durante le vacanze?”.

Nulla di male, intendiamoci, ma i genitori di oggi sono molto più attenti alla privacy di quanto non lo fossero le mamme e i papà di un tempo.

Insomma, se la maestra o la prof di Lettere si comporta in questo modo, viola la privacy? A questo proposito, ma non solo, già da alcuni anni esiste una sorta di “codice di comportamento” cui si devono attenere i docenti e, in genere, il personale scolastico. È stato divulgato anche un opuscolo in cui si riportano le norme generali che riguardano la privacy nelle aule scolastiche. Si va dal trattamento dei dati personali degli studenti all’utilizzo dei cellulari o della videocamera a scuola.

A proposito dei temi in classe, non solo quelli sulle vacanze ovviamente, il garante si è espresso in questi termini: Non commette la violazione della privacy l’insegnante che assegna ai propri alunni lo svolgimento di temi in classe riguardanti il loro mondo personale e familiare.

Logicamente, il docente è tenuto al segreto professionale e s’impegna a non divulgare il contenuto dei temi, in particolar modo qualora essi contengano riferimenti alla vita privata degli alunni. Ma se volesse, ad esempio, leggerne qualcuno in classe?

In questo caso il garante della privacy si appella alla sensibilità del singolo: Nel momento in cui gli elaborati vengono letti in classe – specialmente se sono presenti argomenti delicati – è affidata alla sensibilità di ciascun insegnante la capacità di trovare il giusto equilibrio tra le esigenze didattiche e la tutela dei dati personali.
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[immagine dal sito linkato; logo blog “Scuola di Vita” © Corriere.it]

COMPITI PER LE VACANZE, UN MALE NECESSARIO

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Le vacanze stanno per finire: chissà se gli studenti italiani, grandi e piccini, hanno completato i compiti per le vacanze? Questo l’argomento del mio post pubblicato sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita” il 28 agosto.
In realtà si tratta di una rivisitazione di vecchie pubblicazioni ma l’argomento è sempre interessante e per certi versi spinoso.
Come sempre, riporto la parte iniziale del post, invitando i lettori a proseguire la lettura sul Corriere.it

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Quanto manca alla ripresa delle lezioni? Poco, pochissimo. Tre settimane, più o meno, e saremo tutti di nuovo in aula, pronti per iniziare un nuovo anno. E voi studenti, li avete fatti i compiti delle vacanze?

Questo è un argomento molto dibattuto che vede spesso su opposti fronti i docenti e le famiglie.

La domanda che ci si pone è: “Compiti per le vacanze: sì o no?” Io li ho sempre considerati un male necessario, tenuto conto anche del fatto che le vacanze estive degli studenti italiani sono decisamente lunghe. A patto che, al rientro dalla lunga pausa estiva, si correggano in classe, almeno quelli che servono agli studenti come allenamento per non arrugginirsi del tutto.

Molti genitori si schierano apertamente contro i compiti estivi considerandoli un inutile fardello che pesa più sulle loro spalle che su quelle dei figli. In altre parole, durante le vacanze vogliono stare in pace e non occuparsi dell’organizzazione delle attività, pianificando i tempi e i luoghi in cui far svolgere ai pargoli i compiti assegnati.

Questo però è un falso problema. I genitori potrebbero innanzitutto stabilire i tempi e i modi di comune accordo con i figli. Se la famiglia trascorre un certo periodo fuori casa, è decisamente sconsigliabile mettere in valigia libri e quaderni. I bambini e i ragazzi hanno tutto il diritto di divertirsi e passare un periodo di relax e spensieratezza. È bene tener presente che gli studenti devono staccare dalla routine dello studio per almeno tre settimane. L’esecuzione dei compiti, quindi, potrebbe iniziare verso la seconda settimana di luglio o anche più tardi, a seconda della mole di lavoro da svolgere.

A questo proposito, è vero che qualche docente, specialmente chi insegna alla primaria, esagera troppo, riempiendo di compiti i poveri bambini. Certamente ci vuole un po’ di equilibrio e di buon senso anche da parte degli insegnanti. E’ evidente che il carico di lavoro debba essere calibrato a seconda del tipo di scuola e dell’età dei discenti.

I più piccoli hanno bisogno di tenersi un po’ in allenamento, ma non possono rinunciare a godersi il meritato riposo, a divertirsi, a giocare e fare esperienze diverse. La scuola durante i mesi estivi deve essere un lontano ricordo e le attività possono benissimo occupare il periodo finale delle vacanze, dall’ultima settimana di agosto all’inizio delle lezioni, per riprendere confidenza con libri e quaderni.

Per i ragazzi delle medie il discorso è decisamente diverso. Innanzitutto dipende molto dai livelli che hanno raggiunto durante l’anno: c’è chi ha ben consolidato le conoscenze e raggiunto un buon livello di competenze e abilità, e chi, al contrario, è stato “graziato” e ha bisogno di lavorare d’estate per poter affrontare più tranquillamente l’anno scolastico successivo.

Sarebbe auspicabile che i docenti stessi assegnassero delle attività differenziate a seconda delle necessità degli alunni, dando anche precise indicazioni alle famiglie.

E gli allievi che frequentano le superiori? Be’, loro sono un po’ più grandi e dovrebbero essere in grado di regolarsi da soli in base alle necessità. Ad esempio, gli allievi con “giudizio sospeso” non si possono permettere un’estate completamente spensierata.

I “debiti”, infatti, vanno saldati, le prove di recupero in molte scuole si stanno già svolgendo o si svolgeranno a breve costringendo molti studenti a un rientro anticipato nelle aule scolastiche. Tutte le operazioni, compresi gli scrutini integrativi, devono comunque essere espletate prima della ripresa delle lezioni. Per questi ragazzi i compiti sono assolutamente indispensabili perché i soli corsi, che ogni istituto propone con modalità differenti in completa autonomia, non possono bastare a colmare tutte le lacune.

Insomma, ci vuole un po’ di buona volontà da parte di tutti.
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“PROF, PERCHÉ NON LI OBBLIGA?”: LETTORI NON SI NASCE, SI DIVENTA

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Le vacanze stanno per finire e anche il blog del Corriere.it “Scuola di Vita” ha ripreso le pubblicazioni. Ecco il nuovo post dedicato alla lettura. Qualche tempo fa la giornalista Gianna Fregonara, prendendo spunto proprio da questo mio post (che avevo già inviato in redazione), mi ha citata in un suo articolo comparso sulla versione cartacea del quotidiano. Vi invito a leggerlo perché è molto interessante.
Come sempre, riporto la parte iniziale del post, invitando i lettori a proseguire la lettura sul Corriere.it

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Quante volte i genitori mi chiedono: “Prof, perché non li obbliga a leggere?” oppure vengo interpellata in questo modo: “Prof, io compro libri su libri ma mio figlio non vuole leggere. Che devo fare?”.

Io sorrido e penso alla mia esperienza. Non sono una lettrice nata, lo sono diventata con molta calma e soprattutto non perché qualcuno mi abbia stimolata alla lettura.

La mia casa era piena di libri eppure da bambina non mi degnavo di aprirli. Ai compleanni ogni libro ricevuto in regalo costituiva per me una grande delusione. Ma i miei genitori non mi hanno mai costretta a leggere.

Sul finire delle elementari mi innamorai della serie tv “Pippi Calzelunghe”. Mio padre, allora, mi acquistò il romanzo della scrittrice svedese Astrid Lindgren, “madre” della ragazzina dalle treccine rosse, e io mi tuffai nella lettura senza rendermi conto che per una principiante affrontare più di 400 pagine non era cosa da poco.

A mio parere, non si può nemmeno dire che gli stimoli familiari siano indispensabili per avviare alla lettura i bambini o i ragazzi. Io ho un fratello più grande e lui, pur avendo a disposizione la medesima biblioteca ben fornita, non ha mai avuto la mia stessa passione.

Mettiamo pure che si abbia a disposizione una biblioteca paterna come quella di Leopardi, non è scontato che vi passino ore ed ore durante la giovinezza, emulando il poeta recanatese. Anzi, è molto più probabile che si finisca per odiare quella biblioteca e quei libri così a portata di mano. A volte il gusto della ricerca è molto più appassionante. CONTINUA A LEGGERE >>>

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MA I PROF NON DEVONO ANCHE INSEGNARE A VIVERE?

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Il mio nuovo articolo pubblicato sul Blog “Scuola di Vita” del Corriere.it in realtà è una rivisitazione di un post pubblicato su questo blog tempo fa, una riflessione che era nata in seguito al suicidio di una giovanissima. Lo ripropongo perché purtroppo eventi luttuosi che riguardano giovani studenti sono sempre più attuali. L’ultimo riguarda una sedicenne di Forlì che, tra l’altro, era bravissima a scuola ma odiava i suoi genitori perché non le permettevano di rincorrere i suoi sogni. Ora questi genitori sono indagati per maltrattamenti in famiglia e di istigazione al suicidio. (LINK)
Vi invito, come al solito, a continuare la lettura sul sito del Corriere.it.

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Gli studenti, tranne quelli che stanno affrontando l’esame di Stato, sono ormai in vacanza. L’ultima campanella per quest’anno scolastico è suonata da un bel po’ e noi prof abbiamo da poco terminato di espletare tutte quelle formalità burocratiche di fine anno: relazioni, programmi svolti, scrutini. Qualcuno è ancora impegnato nelle commissioni d’esame. Ancora una volta siamo i “giudici” dei nostri studenti. Ma noi un esame di coscienza ce lo facciamo mai?

Stritolati dalla burocrazia, nel compilare i programmi ben scritti e ordinati, rigorosamente salvati in un file del nostro pc, ci chiediamo cosa abbiamo fatto di buono quest’anno? E non mi riferisco agli argomenti trattati, alle poesie lette, ai capitoli spiegati, alle regole illustrate per bene alla lavagna. Per “buono” intendo qualcosa di umano, al di là dei numeri.

Docenti e studenti sono accomunati dalla stesso destino. Per il Ministero dell’Istruzione siamo solo numeri: 18 ore per docente, tot classi per scuola, 27-30 allievi per classe, e non importa se le aule sono troppo piccole per contenerli tutti. Non importa se le ore a volte sono troppo poche per svolgere i programmi, fare le verifiche, interrogare … troppo poche per accorgerci che quelli che abbiamo di fronte non sono solo numeri, sono piccoli uomini e piccole donne che attraversano un momento delicato, quello dell’adolescenza, che ha bisogno di molta attenzione.

Troppo spesso, presi come siamo dai mille oneri che la scuola ci impone, non ci accorgiamo dei loro disagi, delle loro lacrime, dei loro sospiri, del loro continuo chiedere di andare ai servizi, del movimento perpetuo che compiono nei loro banchi troppo stretti, troppo scomodi, troppo scolastici. Già, che cosa ci può essere di più scolastico di un’aula? Nulla. Forse dovremmo rendere quelle aule più umane e meno scolastiche, avere il coraggio di dire al diavolo i programmi, le verifiche, le interrogazioni, occupiamoci un po’ di loro.

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[immagine dal sito linkato; logo blog “Scuola di Vita” © Corriere.it]

“L’ADOLESCENZA NON E’ UNA MALATTIA”: UNA “LEZIONE” DI ALESSANDRO D’AVENIA

Ho poco tempo per commentare ma credo che questa “lezione” sia, oltre che bellissima, anche costruttiva per chi fa la professione più bella (e anche una delle più complesse) del mondo: l’insegnamento.

Buona lettura.

LETTURE HARD IN UN LICEO ROMANO: DOCENTI DENUNCIATI

urlo-munchSta facendo il giro del web questa notizia che riguarda un noto liceo romano: il Giulio Cesare. Dei ragazzi minorenni, di età compresa tra i 14 e 16 anni, sarebbero stati costretti a leggere in classe alcuni brani tratti dal romanzo di Melania Mazzucco Sei come sei.

Non conosco il libro in questione ma ho letto uno dei brani sotto accusa. Lo riporto di seguito, AVVERTENDO CHE CONTIENE DEI RIFERIMENTI ESPLICITI AD UN RAPPORTO SESSUALE TRA GAY

, la cui lettura, quindi, non è consigliata a tutti.

“… Nessuno avrebbe mai sospettato che quel muscoloso, ruvido, stopper la notte si stancava la mano sulle foto di Jimi Hendrix, Valerij Borzov e Cassius Clay. Pure, benchè sapesse che Mariani Andrea non soltanto lo avrebbe respinto ma anche tradito e sputtanato, un pomeriggio, quando dopo la partita indugiò nello spogliatoio e si ritrovò solo con lui, Giose decise di agire – indifferente alle conseguenze.

Si inginocchiò, fingendo di cercare l’accappatoio nel borsone, e poi, con un guizzo fulmineo, con una disinvoltura di cui non si immaginava capace, ficcò la testa fra le gambe di Mariani e si infilò l’uccello in bocca. Aveva un odore penetrante di urina, e un sapore dolce.

Invece di dargli un pugno in testa, Mariani lasciò fare. Giose lo inghiottì fino all’ultima goccia e sentì il suo sapore in gola per giorni. Il fatto si ripetè altre due volte, innalzandolo a livelli di beatitudine inaudita…”

Non conosco e nemmeno immagino per quale motivo sia stata scelta quest’opera per una lettura in classe a dei minorenni. Non mi va nemmeno di esprimere un giudizio perché non conosco i fatti, se non quanto sommariamente riportato dai media, né le circostanze che li hanno determinati. Ignoro se dietro ci sia un progetto particolare (magari con il fine di combattere l’omofobia), se sia stato presentato e concordato con le famiglie, essendo la lettura rivolta a degli adolescenti.

Fatto sta che i docenti (si parla di più d’uno, stando alla notizia diffusa) sono stati denunciati presso la Procura di Roma da un gruppo di genitori che hanno agito dopo aver contattato l’Associazione Giuristi per la Vita e l’Associazione Pro Vita Onlus.

Nella denuncia si afferma che gli allievi in questione hanno un’età compresa tra i 14 ed i 16 anni, da qui il reato ipotizzato di corruzione di minore. Inoltre si sottolinea che la divulgazione di materiale dichiaratamente osceno, non può non urtare la sensibilità dell’uomo medio, specie se si considera che tale divulgazione era diretta ad un pubblico composto da minorenni.

Secondo i genitori, gli allievi del ginnasio romano sarebbero stati obbligati a leggere il romanzo a forte impronta omosessualista, sottolineando che alcuni passi rivelano, in realtà, un chiaro contenuto pornografico.

Personalmente non ho nulla contro la Mazzucco e il suo romanzo, su cui non mi esprimo perché non l’ho letto (ma invito chi l’avesse fatto a illuminarmi!). Tale vicenda mi ha fatto tornare alla mente un fatto occorsomi una dozzina di anni fa in una classe seconda (quindi frequentata da dei 15enni).

Avevo assegnato, come compito a casa, la lettura del romanzo di Elsa Morante La Storia, considerando il fatto che si tratta di uno dei pilastri dell letteratura del Novecento. Due genitori vennero al colloquio portando con sé un voluminoso pacco di fotocopie (più di un centinaio di fogli), su cui avevano pazientemente evidenziato tutte le parolacce (ahimè, anche bestemmie) o le situazioni sconvenienti, a loro dire, inserite nella narrazione. Dissero che quel libro mai e poi mai l’avrebbero fatto leggere al figlio. Non obiettai in quanto mi pareva fosse una legittima scelta, anche se potevo immaginare come si sentisse quel ragazzo, unico fra tutti i suoi compagni, a non poter leggere il romanzo della Morante.

Ora, senza offesa per la Mazzucco, di certo, almeno da quanto si evince dal passo riportato, non mi pare una gran scrittrice, nulla a che vedere con la Morante.

Da parte mia, onde evitare altri problemi, mi limito a leggere, in seconda, i Promessi Sposi che nulla ha di scabroso, a meno che non si guardi il video del trio Solenghi, Marchesini, Lopez.

Scherzi a parte, voi come giudicate la reazione di quei genitori?

[fonti: Orizzontescuola e Il Messaggero]

AGGIORNAMENTO DEL POST, 28 APRILE 2014

Attraverso un’altra fonte (Corriere.it), la vicenda acquista contorni meno sfumati.

La lettura del libro della Mazzucco rientra tra quelle proposte ad alcune classi del ginnasio, nell’ambito della «Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale» voluta dalla Presidenza del Consiglio e finalizzata alla «realizzazione di un piano triennale di azioni pilota (2013-2015), integrate e multidisciplinari, volte alla prevenzione e al contrasto delle discriminazioni in tale ambito».

Ecco spiegato il motivo per cui si parla di più docenti denunciati.
A questo punto, prendo anch’io una posizione e dichiaro che non avrei mai appoggiato un progetto che mi costringa a leggere un brano come quello riportato perché, oltretutto, è scritto in una maniera orribile. Poi, come qualcuno ha commentato, ci sono sicuramente dei testi più adatti per trattare un argomento così delicato.

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