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IL GIORNO DEL RICORDO: LE FOIBE E L’ESODO GIULIANO-DALMATA


Dal 2004 il 10 febbraio è il Giorno del Ricordo dedicato alla memoria del dramma dell’esodo giuliano-dalmata e di tutte le vittime delle Foibe.

I due eventi sono collegati alla cessione di parte del territorio italiano alla Jugoslavia (ormai ex) e al clima di odio che si diffuse durante e dopo la seconda guerra mondiale nei confronti dei cittadini italiani residenti in Istria e nella Dalmazia e degli oppositori, veri o presunti, al regime comunista di Tito.

La questione dal punto di vista storico è molto complessa. Cercherò di sintetizzarla quanto possibile.

Subito dopo la firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943 in Istria e in Dalmazia si assiste alla vendetta dei partigiani slavi nei confronti dei fascisti e degli italiani non comunisti. Considerati “nemici del popolo”, circa un migliaio di persone furono torturate e massacrate, quindi gettate nelle foibe (cavità carsiche presenti sul territorio italo-sloveno) vive o morte che fossero.
La persecuzione prosegue fino alla primavera del 1947, fino a quando, cioè, viene fissato il confine fra l’Italia e la Jugoslavia.

Furono infoibati poliziotti, impiegati civili e funzionari statali, civili di ogni categoria, compresi donne e bambini, persino religiosi, e furono uccisi o internati in campi tutti coloro che avrebbero potuto opporsi alle rivendicazioni jugoslave sulla Venezia Giulia compresi membri del movimento antifascista italiano. In totale si stima che le vittime delle foibe siano state tra le seimila e le undicimila. Qualcuno pensa che il numero fosse anche maggiore, fino a sfiorare le quindicimila vittime.

A questo orrore si unisce la sofferenza di migliaia di istriani e dalmati, costretti a vivere in un Paese che non è più il loro.

Il 10 febbraio del 1947 l’Italia ratifica il trattato di pace e la fascia costiera dell’Istria (Capodistria, Pirano, Umago e Cittanova ) passa sotto amministrazione jugoslava (zona B); il resto dell’Istria, Fiume e Zara passano in maniera definitiva sotto sovranità jugoslava. La fascia costiera da Monfalcone a Muggia va sotto amministrazione alleata (zona A) mentre Gorizia e il resto della Venezia Giulia tornano sotto la sovranità italiana.


L’esodo era comunque già iniziato prima della fine della guerra per diversi motivi: il terrore causato dai massacri delle foibe, le deportazioni dei civili italiani in campi di concentramento operate dalle forze di occupazione jugoslave, il timore di vivere sottomessi alla dittatura comunista in terre non più italiane. Un forte impulso all’esodo fu dato dalla sistematica e preordinata politica di pulizia etnica praticata dagli jugoslavi per eliminare la maggioranza italiana.

Trecentocinquantamila persone si trasformano in esuli. Costretti a lasciare le loro case, gli oggetti che non potevano trasportare, e a subire la confisca dei beni. Già nella prima metà del 1946 il Bollettino Ufficiale jugoslavo pubblicò ordinanze secondo le quali si conferiva al Comitato Popolare locale il diritto di disporre delle case degli esuli italiani e di cederle ai cittadini croati; si sequestravano tutti i beni del nemico e degli assenti; si considerava nemico e fascista, quindi da epurare, chiunque si opponesse al passaggio dell’Istria alla Jugoslavia.

L’ultima fase migratoria ebbe luogo dopo il 1954 allorché il Memorandum di Londra assegnò definitivamente la zona A del Territorio Libero di Trieste all’Italia, e la zona B alla Jugoslavia. L’esodo si concluse solamente intorno al 1960. Dal censimento jugoslavo del 1971 in Istria, a Fiume e nel Quarnero erano rimasti 17.516 italiani su un totale di 432.136 abitanti.

Il 10 novembre 1975 con il trattato di Osimo, nelle Marche, l’allora Ministro degli Esteri Rumor firmò la cessione in via definitiva della zona B alla Jugoslavia.

Per quasi cinquant’anni il silenzio della storiografia e della classe politica avvolge la vicenda degli italiani uccisi nelle foibe istriane. D’ora in poi si inizia a parlare dello sterminio delle foibe e dell’esodo forzato dalle terre dell’Istria e della Dalmazia.

Solo ieri il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella, nel commemorare le vittime delle foibe e dell’esodo, ha ricordato che peggio del negazionismo c’è solo l’indifferenza.

Nel 2004, come già detto, si dedica a questi eventi la “Giornata del ricordo” ed è giusto che sia così ma, rispetto alla deportazione e allo sterminio avvenuti nel lager nazisti, su questa pagina di storia si sa ancora poco e molti sono i sospetti.

Leggo su questo sito, a proposito del confronto tra i due eventi:

Perché dobbiamo parlare sempre della Shoah e non parliamo di altri genocidi?
[…] Per sintetizzare: studiamo la Shoah perché è un episodio della storia italiana. Migliaia di ebrei nostri concittadini sono stati deportati e uccisi, anche grazie alla collaborazione del fascismo e di tanti “italiani comuni”.
[…] Un’altra risposta si può dare cercando di contestualizzare gli altri genocidi. Mentre la Shoah, infatti, non riesce a trovare una spiegazione “logica” che sia condivisa dagli storici, e rimane quindi per molti aspetti ancora un mistero, altri crimini, altrettanto orrendi ed odiosi, possono essere capiti e spiegati attraverso il contesto. […] La Shoah non ha alcuna spiegazione “razionale”. Le scelte naziste del 1943-1944 non avevano nulla di comprensibile, né dal punto di vista militare, né economico, né politico. Per rimanere nel panorama italiano, per spiegare il fenomeno delle Foibe si può raccontare l’occupazione italiana della Jugoslavia tra il 1941 ed il 1943. […] Ovviamente in tal modo non si intende giustificare il massacro di migliaia di italiani nelle caverne del Carso, ma comprendere: l’obiettivo è quello di spiegare le ragioni che portarono all’odio politico ed etnico che ha causato un tale orrore.

Ecco, io non sono d’accordo sulla diversificazione operata tra lo sterminio degli Ebrei (e non solo) durante l’Olocausto e lo sterminio avvenuto nelle foibe del Carso (senza dimenticare l’esodo).

È noto, attraverso molte testimonianze, che la questione non fu soltanto politica. Molte vittime erano del tutto innocenti, esattamente come gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali. Non si può ridurre il tutto a una questione politica asserendo che gli episodi criminali di cui si è detto fossero una rappresaglia nei confronti degli anticomunisti, né si può dire con certezza che tutti i profughi dall’Istria e dalla Dalmazia fossero fascisti.

Io ho avuto la fortuna di incontrare una dei profughi da Pola: mia suocera. Per lei, e per tutti i suoi familiari, non sarebbe stato possibile più vivere in un luogo che, seppur amatissimo, non potevano più chiamare Patria. Non avrebbero mai accettato di rinunciare alla loro lingua, l’italiano, costretti a utilizzare, almeno al di fuori del contesto familiare, una lingua straniera che neppure conoscevano.

Mia suocera non sopportava nemmeno di vedere sulla sua carta di identità la sigla HR a fianco del luogo di nascita Pola. Lei era nata in Italia, era italiana come Pola allora. Non ha mai voluto capire che sul documento era identificata l’attuale appartenenza di Pola alla Croazia. Anzi, lo capiva benissimo ma non lo volle mai accettare.

Per concludere, personalmente non concordo sull’istituzione di due diverse date (il 27 gennaio e il 10 febbraio) per commemorare degli eventi che, al di là delle motivazioni (o non motivazioni) e del numero delle vittime, sono da considerare crimini contro l’umanità.

L’ADIO

 

I disi che bisogna far valise,
Che in primavera dovarò pompar,
Con quatro fazoleti e do camise,
E con do brazi che sa lavorar.

Se devo andar, te voio dir adio,
Come sa dir adio un polesan,
A saludarte come un vero fio,
Che parti, per andar assai lontano.

Solo due lagrime,
una per ocio,
E po in zenocio,
questa terra baserò
Solo due lagrime,
el cor in gola,
Mia cara pola,
mi te saluderò.

Adio voio dirghe a la caseta,
Dove go pasà la gioventù,
Adio a questa terra benedeta,
Perche se vado non te vedo più.

Con la coscenza più che mai serena,
Do robe voio cior per ricordar,
In t’un scartosso un tochetin dè rena,
In ‘na fiascheta un fia` del tuo bel mar.

Testo: Arturo Daici | Musica: Alberto Picconi 1946

 

PER APPROFONDIRE

RAIPLAY

Marisa Madieri, Verde acqua (autobiografia dell’esodo da Fiume)

Simone Cristicchi, Magazzino 18 (spettacolo teatrale sull’esodo giuliano dalmata)

[Fonti: Wikipedia-esodo; Wikipedia-foibe e giorgioperlasca.it]

SHOAH, A SCUOLA SI RISCHIA LA NOIA E L’INDIFFERENZA?

auschwitzIl mio nuovo post pubblicato sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita” tratta l’argomento di oggi: l’olocausto. Il Parlamento italiano, con la Legge n° 211 del 20 luglio 2000, ha aderito alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio GIORNO DELLA MEMORIA in ricordo delle vittime dell’Olocausto e in onore di coloro che, a rischio della propria vita, hanno protetto i perseguitati. La data è stata scelta perché all’inizio del 1945, proprio il 27 gennaio, le truppe sovietiche dell’Armata Rossa abbatterono i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz liberando i pochi superstiti.
Com’è consuetudine, da anni nelle scuole la Shoah è l’argomento del giorno. A mio parere, una pagina di Storia come questa non dovrebbe essere relegata ad una sola giornata, tanto per non deludere chi si aspetta che se ne parli ogni 27 gennaio. Eppure c’è chi pensa che, a lungo andare, rischi di annoiare gli studenti o addirittura renderli indifferenti. Sarà così?
Riporto in parte l’articolo e vi invito a leggerlo interamente sul sito del Corriere.it.

logo_blog-scuola-di-vita

Leggo sul forum di un noto quotidiano specializzato il commento di una collega insegnante che, a proposito della celebrazione della Giornata della Memoria a scuola, si chiede:

Un alunno che per i 13 anni della sua frequenza scolastica, ogni anno, è sollecitato su questa tematica non rischia, alla lunga, l’assuefazione e, di conseguenza, l’indifferenza?

Personalmente direi di no, a patto che l’argomento venga trattato in modo diverso, suscitando l’interesse degli studenti e favorendo il coinvolgimento degli stessi attraverso stimoli adatti all’età.

Parlare dello sterminio degli ebrei a scuola rientra perfettamente nell’educazione alla Pace ed è argomento quanto mai attuale, soprattutto dopo i fatti di Parigi, in particolare l’attentato al supermercato kosher.

Di certo la Shoah non è un argomento facile da trattare con i più piccoli, quindi escluderei almeno i bambini che frequentano i primi tre anni della scuola primaria. Sebbene si tratti di una pagina di Storia che suscita orrore, lo sterminio degli ebrei può essere trattato anche attraverso le moderne tecnologie, come fosse un gioco, pur con la consapevolezza che purtroppo si tratta di eventi accaduti realmente.

Franco Grego, ex insegnante di storia, ha ideato una app per smartphone, disponibile anche in inglese, Auschwitz, una storia di vento, che racconta la Shoah in modo semplice, una sorta di fiaba multimediale fatta di parole, immagini, colori e suoni, musiche e animazioni. Il racconto è incentrato sulla storia di due fratelli ebrei francesi, Jou Jou e Didier, deportati ad Auschwitz assieme al loro papà. Compito dei giovani lettori è quello di accompagnare i due ragazzini durante il viaggio nell’Europa occupata dai nazisti, dal treno carico di prigionieri all’arrivo al campo e alla selezione.

«L’idea è nata un paio di anni fa – racconta Grego – quando mia moglie e io portammo i nostri bambini a visitare la casa-museo di Anna Frank ad Amsterdam. Benché li avessimo in qualche modo preparati, raccontando loro la sua storia e la persecuzione degli ebrei, rimasero molto turbati e cominciarono a rivolgerci domande semplici, a cui però era difficile rispondere».

Greco, mettendo in pratica l’idea iniziale, ha potuto contare, per le illustrazioni, sulla collaborazione di Giulia Spanghero, già sceneggiatrice per Disney Italia, nonché illustratrice de “La lettura”, inserto del “Corriere della Sera”. Giovanna Pezzetta e Leo Virgili, che da anni lavorano per avvicinare i piccoli alla musica e alla lettura attraverso corsi, letture teatrali, laboratori e libri-cd, hanno composto le musiche.

Lasciando il mondo multimediale, sulla deportazione degli ebrei nei campi di sterminio c’è un’ampia letteratura e filmografia. Recentemente ho letto il romanzo di Markus Zusak, Storia di una ladra di libri, che non narra direttamente l’argomento ma ha come protagonista una bambina innamorata dei libri, Liesel, che è indirettamente vittima del nazismo (viene, infatti, separata dalla madre, perseguitata politica). Sullo sfondo si muovono le vicende che riguardano una delle più orribili pagine della Storia del Novecento e tutto ciò viene descritto attraverso lo sguardo innocente di Liesel che sa pensare molto meglio di tanti adulti. Il messaggio che ne cogliamo, leggendo questo romanzo, è davvero molto profondo. Davvero bello anche il film, diretto da Brian Percival, che può tranquillamente essere visto dai ragazzi dalle medie in su.

Per quanto riguarda i libri da far leggere a scuola, oltre agli irrinunciabili Se questo è un uomo di Primo Levi e Il diario di Anna Frank, un romanzo per ragazzi dagli 11 anni in su è Il bambino con il pigiama a righe di John Boyne, da cui è stato tratto anche l’omonimo film la cui visione facilmente può essere proposta in classe su dvd. Un altro bel romanzo è L’amico ritrovato di Fred Uhlman la cui lettura può essere abbinata alla visione dell’omonimo film.

Altri due film in particolare mi sento di proporre, dal biennio delle superiori: Train de vie, per la regia di Radu Mihaileanu, e Il pianista diretto da Roman Polansky. Ma le scelte sono molto ampie, sia in ambito letterario che cinematografico. Per non dilungarmi, invito a consultare questo sito.

Insomma, della Shoah a scuola si può e si deve parlare.

[…]

E non dimentichiamo le voci della Shoah, quelle dei sopravvissuti che, pur essendo ormai molto avanti con gli anni, continuano a portare nelle scuole la loro testimonianza. Purtroppo il loro numero si assottiglia sempre più.
Queste le parole di Marta Ascoli, sopravvissuta allo sterminio e autrice del libro autobiografico Auschwitz è di tutti (uscito per Lint editore nel 1998, ripubblicato da Rizzoli nel 2011): «Niente potrà riparare la ferita subita, ma sono convinta che noi ex-deportati possiamo fare qualcosa per gli altri, il mio ricordo non può e non deve rimanere chiuso tra le mura di casa, all’interno della famiglia, sento che la mia sventura riguarda tutti, le vittime di ogni violenza, ma anche chi continua a pensare all’altro come nemico da annientare, da liquidare».

Ormai anche la voce di Marta si è spenta. Ho avuto l’onore di conoscere questa persona meravigliosa che per anni ha parlato della sua esperienza agli studenti di tutta Italia. Con queste parole, che concludono il suo libro, mi piace ricordarla:

Auschwitz è patrimonio di tutti.
Nessuno lo dimentichi, nessuno lo contesti.
Auschwitz rimanga luogo di raccoglimento e di monito per le future generazioni
.

LINK dell’articolo sul Corriere.it

[immagine dal sito linkato; logo blog “Scuola di Vita” © Corriere.it]

IL GIORNO DELLA MEMORIA: A SCUOLA SE NE PARLA ANCORA?

giornatadellamemoriaIl Giorno della Memoria è una ricorrenza internazionale che si celebra il 27 gennaio di ogni anno in commemorazione delle vittime dell’Olocausto.
Questa data è stata scelta dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005 durante la 42ª riunione plenaria, perché il 27 gennaio 1945 avvenne la liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, ad opera delle truppe sovietiche dell’Armata Rossa.

Negli ultimi anni ho come l’impressione che a scuola se ne parli poco. Fino a qualche tempo fa venivano organizzate delle iniziative di vario tipo: letture di brani tratti da testimonianze dei sopravvissuti, incontri con i superstiti ancora in vita, visione di film e/o documentari sulla Shoah. Questi sono solo alcuni esempi, naturalmente. Poi, è evidente che le iniziative siano diverse a seconda degli ordini e gradi di istruzione.

Pare, però, che questa Giornata sia un po’ caduta nel dimenticatoio. I motivi possono essere di tipo organizzativo. Chi insegna sa che iniziative di tal genere sono affidate alla buona volontà dei docenti che dedicano il loro tempo ad organizzare, ricercare e preparare i materiali, predisporre orari e tutto ciò che viene richiesto da un evento che dovrebbe coinvolgere tutta la scuola o quasi.
Negli ultimi anni, tuttavia, sui docenti gravano degli oneri non indifferenti: la saturazione di tutte le cattedre a 18 ore (parlo della scuola secondaria di I e II grado), le classi sempre più numerose, così come le attività aggiuntive richieste, hanno portato i docenti ad un superlavoro per cui il tempo è appena sufficiente per dedicarsi alla didattica “ordinaria”.
Credo che si debbano fare i conti con questa realtà che sacrifica ogni attività sia affidata esclusivamente all’iniziativa dei docenti che, se non mancano di buona volontà, di tempo ne hanno sempre meno.

La cosa che stupisce in particolare è che, Giorno della memoria a parte, della Shoah a scuola si parli poco comunque.
Secondo un sondaggio fatto da skuola.net, 1 studente su 5 a scuola non parla dell’Olocausto. In pratica il 20% dei ragazzi intervistati non sa nemmeno cosa sia.
Può essere consolante, tuttavia, che il 68% dei 900 studenti che hanno partecipato al sondaggio afferma che è grazie alla scuola se ne sa abbastanza sulla vicenda storica. Però, quando si va ad indagare su ciò che per loro significa “abbastanza”, si viene a sapere che circa l’11% è convinto che gli ebrei morti nei campi di concentramento siano stati solo qualche migliaio, lo 0,4% qualche centinaio e, addirittura, circa il 7% non ne ha idea.

Quello che, secondo me, manca è il riferimento anche alle altre vittime dei campi di concentramento. A scuola ci si concentra, com’è giusto che sia, sulle persecuzioni razziali nei confronti degli ebrei, dimenticando che il fenomeno ha interessato anche numerose altre “categorie”: nei campi di concentramento, infatti, morirono circa 6 milioni e mezzo di ebrei, 3 milioni e mezzo di prigionieri di guerra sovietici, 1 milione di oppositori politici, 500.000 zingari Rom e Sinti, 2.250 testimoni di Geova, 270.000 morti tra disabili e malati di mente e circa 25 mila omosessuali provenienti da tutta Europa. (informazioni tratte da “Cenere rosa”: uccisi dalla barbarie, sepolti dal silenzio. Lo sterminio degli omosessuali nei lager nazisti su Critica Impura, post molto interessante che invito a leggere)

Anche la Storia, come tutte le discipline, negli anni ha subito tagli di orari e svolgere il programma completo, approfondendo la riflessione su diversi eventi, è ormai un problema arduo. Dedicare maggiore attenzione alla Shoah, allargando il discorso anche alle altre vittime dei lager, potrebbe servire a colmare il gap, anche se la discussione su eventi tragici come questo non dovrebbe essere relegata ad una sola giornata.

Nonostante tutto, sempre stando al sondaggio di skuola.net, il 6,5% dei partecipanti ritiene esagerata tutta questa attenzione nei confronti del fenomeno.

[immagine da questo sito]

I LICEALI DI NAPOLI E LE QUATTRO GIORNATE

4 giornate napoliSu iniziativa del Corriere del Mezzogiorno, sottoposti ad un quiz storico, i liceali napoletani, alla domanda «Sai cosa sono le Quattro giornate di Napoli?», hanno dato delle risposte a dir poco stravaganti, almeno quelli che non hanno fatto scena muta o detto palesemente “non so” oppure fatto qualche smorfia alquanto eloquente.

I più “preparati” hanno citato Masaniello e Anna Magnani. 😯

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L’EPIFANIA TUTTE LE FESTE LE PORTA VIA

Siamo quasi arrivati alla fine delle vacanze. Fin da piccola ho imparato che per “ultima arriva l’Epifania che tutte le feste le porta via”. Certo che è un bel periodo per i bambini: prima i vari santi (Santa Lucia o San Nicolò, dipende dai luoghi), poi Babbo Natale, infine la Befana portano i doni ai pargoli che si godono questa pacchia annuale almeno finché ci credono.

A dire la verità la Befana non era presa in grande considerazione a casa mia. Una cosa, però, me la sono sempre chiesta: che c’entravano i re Magi con la Befana? Insomma, quella promiscuità tra sacro e profano mi creava una certa inquietudine. Ma a tutto c’è una spiegazione, quindi ora vediamo che nesso ci può essere tra una festa sacra e un’usanza folkloristica.

Il termine “Epifania” deriva dal greco epiphaneia che significa apparizione e si riferisce, logicamente, all’apparizione della stella cometa che portò i re Magi al cospetto di Gesù bambino. Dal termine greco si passò poi al latino epiphania che, attraverso il linguaggio popolare, diventa prima Pifania, poi Bifania, fino alla distorsione del termine nella parola finale “Befana”.

Ma se dal punto di vista etimologico la spiegazione appare plausibile, che nesso c’è tra i re Magi e la vecchietta, diciamolo pure, un po’ bruttina che viaggia nei cieli a cavallo di una scopa e si intrufola nei camini, lasciandosi scivolare fino a sotto per infilare i doni nelle calze dei bambini? Ebbene, anche a questa domanda c’è una risposta. Infatti, secondo la tradizione, i re Magi, durante il loro lungo viaggio guidato dalla cometa, avrebbero chiesto informazioni sul luogo in cui si trovava Gesù proprio ad una vecchietta; questa pare si fosse rifiutata di aiutarli, salvo pentirsi subito dopo. Così la donna si sarebbe messa alla ricerca lei stessa del bambino ma, non trovandolo, avrebbe iniziato a distribuire dolci e frutta a tutti i bambini che incontrava, nella speranza che uno di essi fosse Gesù. Da quel giorno, sempre secondo la leggenda, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio a cavallo della sua scopa la Befana continua a distribuire doni ad ogni bambino facendo il giro di tutti i camini del mondo.

Per finire, vi lascio una poesia di Giovanni Pascoli, forse una delle più note anche se i versi conosciuti sono per lo più quelli iniziali. Ma leggendola tutta ci si rende conto del messaggio recondito che il poeta voleva lanciare: la Befana non è un essere soprannaturale in grado di portare la felicità a tutti i bambini. È solo una vecchia infreddolita che spia nelle case della gente, si rallegra del benessere che trova presso le famiglie “ricche” ma di fronte alla finestra del povero casolare può solo osservare le lacrime della madre che non riempirà di doni gli zoccoli consunti dei figli e, impotente, se ne vola via sull’ “aspro monte”.

Viene viene la Befana
vien dai monti a notte fonda.
Come è stanca! La circonda
neve, gelo e tramontana.
Viene viene la Befana.
Ha le mani al petto in croce,
e la neve è il suo mantello
ed il gelo il suo pannello
ed il vento la sua voce.
Ha le mani al petto in croce.
E s’accosta piano piano
alla villa, al casolare,
a guardare, ad ascoltare
or più presso or più lontano.
Piano piano, piano piano.
Che c’è dentro questa villa?
Uno stropiccio leggero.
Tutto è cheto, tutto è nero.
Un lumino passa e brilla.
Che c’è dentro questa villa?
Guarda e guarda…tre lettini
con tre bimbi a nanna, buoni.
guarda e guarda… ai capitoni
c’è tre calze lunghe e fini.
Oh! tre calze e tre lettini.
Il lumino brilla e scende,
e ne scricchiolan le scale;
il lumino brilla e sale,
e ne palpitan le tende.
Chi mai sale? Chi mai scende?
Co’ suoi doni mamma è scesa,
sale con il suo sorriso.
Il lumino le arde in viso
come lampada di chiesa.
Co’ suoi doni mamma è scesa.
La Befana alla finestra
sente e vede, e s’allontana.
Passa con la tramontana,
passa per la via maestra,
trema ogni uscio, ogni finestra.
E che c’è nel casolare?
Un sospiro lungo e fioco.
Qualche lucciola di fuoco
brilla ancor nel focolare.
Ma che c’è nel casolare?
Guarda e guarda… tre strapunti
con tre bimbi a nanna, buoni.
Tra la cenere e i carboni
c’è tre zoccoli consunti.
Oh! tre scarpe e tre strapunti…
E la mamma veglia e fila
sospirando e singhiozzando,
e rimira a quando a quando
oh! quei tre zoccoli in fila…
Veglia e piange, piange e fila.
La Befana vede e sente;
fugge al monte, ch’è l’aurora.
Quella mamma piange ancora
su quei bimbi senza niente.
La Befana vede e sente.
La Befana sta sul monte.
Ciò che vede è ciò che vide:
c’è chi piange e c’è chi ride;
essa ha nuvoli alla fronte,
mentre sta sull’aspro monte.

[estratto dall’articolo originale Viene viene la Befana …]

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