Il pubblico di Dante


Parlando di “pubblico” per un’opera letteraria, dobbiamo distinguerne due tipi: quello reale e quello ideale. Il primo è costituito da quelli che sono gli effettivi lettori accostatisi alla Commedia ed è, evidentemente, un pubblico impossibile da ricostruire. Ci sono, però, degli aneddoti curiosi, come quelli riportati dal Sacchetti, che testimoniano la presenza di un pubblico vasto e appartenente a tutti gli strati sociali del tempo. Sacchetti parla di asinai per i quali Dante era come una specie di cantastorie e ciò fa pensare a una diffusione orale dell’opera perché tante persone non sapevano leggere né potevano possedere i preziosi e costosi manoscritti. Un altro aneddoto, infatti, riguarda un copista che avrebbe trascritto cento copie della Commedia per fare la dote alla figlia. Pare che questo gruppo di codici fosse conosciuto con il nome “Dante dei 100”.

Un’opera letteraria è letta su diversi piani di decodificazione, anche se il messaggio è univoco. Quindi, il lettore legge a vari livelli e decodifica il testo come preferisce. Quello che a noi interessa è, però, il pubblico ideale di Dante, cioè i lettori che il poeta aveva in mente quando componeva la sua opera e al quale essa era indirizzata. Ogni scrittore desidera che certe persone leggano l’opera che sta componendo, la comprendano e l’apprezzino. Quando Dante sceglie il suo lettore ideale, opera la scelta in un preciso contesto che è quello della civiltà comunale. Parliamo, dunque, di una società acculturata grazie anche alla presenza massiccia di laici che avevano una funzione preminente nell’ambito del Comune, persone che avevano sempre lavorato nell’ambito dell’amministrazione e che non avevano avuto il tempo di studiare il latino.

La cultura richiesta dalla società comunale è sempre quella tradizionale, tramandata dalle scuole. Tuttavia, non si tratta più di una cultura che si esprime in latino, bensì in volgare. Grande diffusione hanno in questo periodo le Cronache dei Comuni. A Firenze nasce, con Compagni e Villani, la storiografia in senso moderno. Ad esempio, nel prologo di Villani emerge l’orgoglio dell’autore di essere fiorentino e la volontà di descrivere le vicende della sua città. L’opera è scritta in volgare per essere compresa dai fiorentini che rappresentano il pubblico ideale. Questo fatto presuppone la divisione della popolazione tra una ristretta cerchia di persone che conoscono il latino e una grande massa che non lo conosce, nonché un pubblico che ha l’esigenza di sapere la storia della propria città.

Tornando a Dante, è chiaro che egli ha in mente un pubblico di intellettuali non certo di asinai, come testimonia il Sacchetti. È certo che la cantica più diffusa fosse l’Inferno, per il linguaggio più facilmente comprensibile e per la tematica trattata: era interesse di tutti sapere come sarebbero stati puniti i peccati, così com’era interesse di Dante ammonire i lettori nel rispetto dei canoni tipici di ogni opera didascalica. Sempre il Sacchetti attesta che l’Inferno era conosciuto dal popolo, ma solo relativamente ad alcuni passi, quelli che parevano più interessanti alla massa: l’episodio del Conte Ugolino o quello di Paolo e Francesca, paragonabili a tanti fatti di cronaca nera dei nostri tempi. È evidente che il Paradiso non era letto né da fabbri né da asinai.

Sappiamo che Boccaccio, grande ammiratore del suo concittadino, commentò Dante in pubblico, ma si fermò al XVII canto dell’Inferno, ufficialmente per motivi di salute ma forse il vero motivo fu l’accusa, che gli era stata mossa, di sprecare energie per il pubblico indegno e incapace di cogliere la complessità del messaggio dantesco. Effettivamente, anche se l’età comunale è più democratica rispetto a quella feudale, secondo gli intellettuali la cultura doveva essere comunque indirizzata ad un pubblico aristocratico, che non conosceva più il latino ma che possedeva una cultura non strettamente popolare. Sintomatica di questa concezione di “pubblico aristocratico” è una novella di fine ‘200 che fa parte di una raccolta intitolata il Novellino. Si racconta di un filosofo che muore e compare in sogno ad un allievo. Questo filosofo si trova all’inferno perché ha volgarizzato la scienza, cioè ha esposto i problemi scientifici cercando di farsi capire dalla gente comune. Quando l’allievo si sveglia, consapevole dell’ammonimento ricevuto da parte del filosofo, chiude la sua scuola e si fa frate.

Nella concezione dantesca – condivisa anche da Petrarca e Boccaccio – la letteratura è un fatto aristocratico, è teologia, scienza di Dio, divulgazione dei grandi problemi che solo persone appartenenti alla Chiesa e alla nobiltà potevano comprendere. Non a caso la scienza continua ad esprimersi in latino e Dante stesso usa la lingua antica per i trattati destinati ad un ristretto pubblico colto. Quindi, si può comprendere il motivo dell’apostrofe al lettore che apre il II canto del Paradiso:

O voi che siete in piccioletta barca,
desiderosi d’ascoltar, seguiti
dietro al mio legno che cantando varca,
tornate a riveder li vostri liti:
non vi mettete in pelago, ché forse,
perdendo me, rimarreste smarriti.
L’acqua ch’io prendo già mai non si corse;
Minerva spira, e conducemi Appollo,
e nove Muse mi dimostran l’Orse.
Voialtri pochi che drizzaste il collo
per tempo al pan de li angeli, del quale
vivesi qui ma non sen vien satollo,
metter potete ben per l’alto sale
vostro navigio, servando mio solco
dinanzi a l’acqua che ritorna equale.
Que’ glorïosi che passaro al Colco
non s’ammiraron come coi farete,
quando Iasón vider fatto bifolco.

Il pubblico ideale non può più coincidere con quello reale, fatto di asinai e fabbri. Ora chi non si è nutrito del pane degli angeli non può più seguire Dante perché rischia di perdersi nel “pelago” sconosciuto.

L’appello al lettore del II canto del Paradiso di Dante.

All’inizio del II canto del Paradiso Dante si rivolge al lettore in una delle tante apostrofi ricorrenti nell’intera Commedia. L’appello è rivolto a due tipi di lettori: quelli che l’hanno seguito fino a quel punto e quelli, pochi, che saranno in grado di proseguire il viaggio insieme a lui.
Fin dall’inizio è chiaro che le cose che dirà sono troppo difficili per un pubblico “popolare”. Per esprimere questo concetto, Dante fa uso della metafora della lettura intesa come “viaggio per mare”. Nel medioevo la navigazione era molto pericolosa quindi rappresentava simbolicamente il pericolo. Ma, nel caso della Commedia, qual è il reale pericolo? Ovviamente quello di non comprendere il racconto del poeta, di non riuscire ad andare oltre la lettera, di non dare il giusto significato al messaggio che il poeta indirizza al lettore.

All’inizio, dunque, l’autore avverte: “Voi che, desiderosi d’ascoltare, con la vostra piccola barca avete seguito la mia nave (legno) che varca il mare con il suo verso, tornate alle vostre spiagge e non avanzate in mare aperto perché se perderete di vista la mia guida, vi smarrirete. Io sto percorrendo un mare sconosciuto.” Di seguito il poeta invoca Minerva, Apollo e le Muse che fanno riferimento all’ispirazione divina e che simboleggiano, nella metafora della navigazione, il vento, il timone e la guida verso la Stella Polare. Molti hanno individuato nelle divinità citate tre momenti dell’ispirazione poetica: qui Dante è autore ispirato che compie questo viaggio per volontà divina.

I pochi, dunque, che saranno in grado di seguirlo, sono quei lettori che “si nutrono del pan de li angeli”, cioè la sapienza divina che gli uomini non sono in grado di vedere perché fatti di anima e corpo. La sapienza divina si apprende attraverso lo studio delle scienze sacre, cioè la teologia; chi si è dedicato allo studio della teologia e si è nutrito del “pan de li angeli” non si sazia mai. Questo è l’insegnamento di San Tommaso secondo il quale la felicità è proporzionata alla struttura umana che è imperfetta, quindi si può studiare la teologia senza mai essere abbastanza appagati.

All’auctoritas cristiana si affianca, però, l’esperienza della cultura classica di Dante: il mito degli Argonauti alla ricerca del vello d’oro (1). L’eroe della spedizione nella Colchide è Giasone che, tra le altre imprese, semina i denti di un drago da cui nascono gli uomini armati. Per far comprendere al lettore l’eccezionalità di ciò che è in procinto di descrivere, Dante paragona lo stupore dei pochi che lo seguiranno nella lettura a quello dei compagni di Giasone che lo “vider fatto bifolco”. Ma quella meraviglia degli antichi eroi è ben poca cosa in confronto allo stupore dei lettori del Paradiso.

Al lettore, quindi, non basta la conoscenza della teologia, deve conoscere anche i classici come Ovidio, Lucano, Stazio e l’immancabile Virgilio; deve conoscere le Sacre Scritture e i commenti ad esse, in particolare San Tommaso. È un lettore colto, certamente, che non ha paura di perdersi, che non teme di confondersi e si lascia contagiare dall’empatia con cui il poeta lo coinvolge nella condivisione dell’esperienza unica e irripetibile. Un’esperienza che è difficile descrivere e di cui, a volte, rimane nella mente di Dante scarsa memoria.

(1). Per il mito vedi questo sito

© Materiale elaborato dall’autrice Marisa Moles. Vietata la riproduzione.

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