Non riposò in pace


Dante morì a Ravenna nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321. Aveva cinquantasei anni, come Giulio Cesare.
Fu sepolto con grandi onori nella città che l’aveva ospitato negli ultimi anni della sua vita, passata per buona parte in esilio, sotto la protezione di Guido Novello da Polenta che volle fosse sepolto in un’arca di pietra collocata in una cappella presso la chiesa di S. Pietro Maggiore, più tardi detta di San Francesco.
Nella sua Cronica il fiorentino Giovanni Villani scrive che fu sepolto “in abito di poeta e grande filosofo”. Ma la sua Firenze non lo onorò mai di quella laurea poetica che Dante era sicuro gli avrebbe concesso, cancellando, in virtù della sua bravura nel comporre versi, le ingiuste accuse che gli erano state mosse vent’anni prima della sua scomparsa.

Dante non riposò in pace perché le inimicizie che aveva suscitato da vivo lo perseguitarono anche nella tomba. Proprio lui che aveva dedicato gran parte della vita alla stesura della Commedia, il divino poema il cui scopo didascalico era quello di mostrare all’umanità tutta la retta via per uscire dalle tenebre del peccato e scoprire la luce di Dio, proprio lui era fieramente avversato dalla Chiesa (come, d’altra parte, era avvenuto durante la sua vita a causa dell’ostilità di papa Bonifacio VIII nei suoi confronti), in particolare dal cardinale Bertrando del Poggetto. Costui, infatti, non gli perdonò le idee politiche espresse nel trattato De Monarchia in cui, da buon guelfo bianco, avvallò la tesi dell’autonomia dell’impero nei confronti del papato.

Bertrando odiò a tal punto il poeta fiorentino da far bruciare il trattato dantesco. Poco mancò che riservasse la stessa sorte anche alle ossa di Dante: avrebbe voluto disseppellire i resti e farne un falò in piazza, davanti al popolo. La mano sacrilega del cardinale fu, però, fermata da Ostasio da Polenta che era succeduto a Guido e che riuscì a sottrarre i resti del poeta a quel rogo cui egli era miracolosamente scampato da vivo.
Ma le traversie per gli illustri resti non finirono lì. Il sepolcro, venerato di giorno, la notte era divenuto il ritrovo preferito delle prostitute. Qualcuno invocò dei provvedimenti ne vagae mulieres monumentum Dantis foedis actibus deturparet (affinché donne vagabonde non deturpassero il monumento funebre di Dante con atti osceni).

Intanto a Firenze i concittadini di Dante capirono che era inutile legarsela al dito: indipendentemente dalle sue idee politiche e da quello che egli aveva fatto o non fatto (prove concrete della sua colpa non furono effettivamente mai fornite dagli accusatori, era semplicemente un nemico politico da eliminare), la sua opera era maestosa e già stava ottenendo un discreto successo. I lettori, certo, erano pochi perché i manoscritti costavano parecchio e poi la gente del popolo era perlopiù analfabeta. Ma i versi di Dante giravano per le vie di Firenze e questo fatto non poteva essere ignorato. Fu così che nel 1373 fu presentata al governo della signoria una petizione in cui un gruppo di cittadini chiedevano di provvedere ad eleggere un uomo savio, valente e ben versato nella dottrina di questo poema, il quale per un tempo non maggiore di un anno faccia lezione del libro, che volgarmente chiamasi el Dante, a quanti vorranno venire ad ascoltarlo in tutti i giorni non feriati, e per lezioni continuate come suol farsi, e con salario a piacer vostro, non maggiore di cento fiorini d’oro. La scelta del pubblico lettore della Commedia cadde su Giovanni Boccaccio, profondo conoscitore del poema e grande estimatore del poeta suo concittadino, che iniziò la Lectura Dantis nella chiesa di Santo Stefano in Badia, il 23 ottobre dello stesso anno. Le condizioni di salute alquanto precarie del poeta lo costrinsero, però, ad interrompere le sue letture nei primi mesi del 1374, dopo una sessantina di lezioni: riuscì a leggere e commentare l’opera fino al XVII canto dell’Inferno.

Insomma, pare che i fiorentini si fossero ravveduti. Avevano riabilitato l’opera del Vate ed ora volevano la restituzione delle sue ossa. Il momento propizio fu quello del pontificato di Leone X (eletto nel 1513), un de’ Medici che, per amor di patria, autorizza la traslazione delle ossa di Dante da Ravenna a Firenze. Il ritorno in patria di colui che per più di vent’anni aveva sperato di baciare nuovamente la sua terra bagnata dall’Arno sembrava non avere più ostacoli. Ma né i fiorentini né il papa avevano fatto i conti con l’intraprendenza e la cocciutaggine dei frati del convento di San Francesco: la terra che per ultima aveva ospitato il poeta esule, cacciato dal popolo ingrato di Firenze, non poteva che essere la più adatta all’eterno riposo.
Fu così che quando la delegazione della città toscana arrivò a Ravenna, trovò il sepolcro vuoto. I frati avevano trafugato le ossa, nascondendole poi in un luogo sicuro, in modo davvero ingegnoso.

Una parete del tempietto confinava con il muro del convento: nottetempo, i frati avevano praticato un foro in quella parete divisoria e, con l’abilità degna della “banda del buco”, avevano estratto dal sarcofago il cranio, i femori, le tibie e via via tutte le altre ossa di Dante, tranne quelle più piccine che sfuggirono alla santa rapina. Le riposero, poi, in una cassettina che nascosero all’interno del convento. Per secoli nessuno seppe nulla della sparizione dei resti del poeta fiorentino.

Il sepolcro ormai vuoto fu lasciato in pace per un po’. Ma verso la fine del Seicento nacque una diatriba tra la comunità di Ravenna e i frati della chiesa di San Francesco che rivendicavano il diritto di giurisdizione sul monumento funebre. La questione divenne così accesa che ad un certo punto fu affidato ad un magistrato l’incarico di consegnare le chiavi del sepolcro ai visitatori, dopo aver redatto, di volta in volta, un atto che prevedeva l’impegno della restituzione delle chiavi stesse da parte delle persone cui venivano affidate.

Nel frattempo il tempietto era diventato decadente e necessitava di lavori di restauro. Questi iniziarono il 22 maggio 1692 ma la squadra di operai mandata dal comune fu costretta a fare i conti con i frati battaglieri che li scacciarono a suon di scope e bastoni. I poveretti temevano che il comune, assumendosi l’onere del restauro, avanzasse poi i diritti di giurisdizione sul sacro luogo. Ma ben presto la contesa fu risolta e gli operai, scortati dagli sbirri, poterono completare i lavori.

Dei resti trafugati illo tempore, tuttavia, si persero le tracce. Intanto l’ira della Chiesa nei confronti di Dante era cessata. Fu così che nel 1780 il cardinale Luigi Valenti Gonzaga ordinò di erigere un nuovo tempietto ma alla dovuta ricognizione il sepolcro apparve, com’era ovvio, vuoto. Il fatto, però, fu messo a tacere, con somma soddisfazione dei frati che tennero nascoste gelosamente le reliquie nel convento, almeno fino all’arrivo di Napoleone che ordinò il sequestro dell’edificio religioso, com’era suo costume. A quel punto i religiosi, prima di fuggire, nascosero la famosa cassetta nella cappella di Braccioforte, poco distante dal convento e vicino al cimitero.

I concittadini del Vate continuavano a non darsi pace: rivolevano le ossa del poeta, senza sospettare che nella sua tomba non si trovava più di qualche falange, ossicini troppo piccoli per poter essere afferrati dai frati nell’operazione degna della migliore “banda del buco”.
Nel 1865 Firenze era diventata la capitale d’Italia e festeggiava, a maggio, il centenario della nascita del poeta: quale momento sarebbe stato più adatto per riottenere le spoglie dell’Alighieri? Peccato che delle ossa trafugate s’erano ormai perse le tracce.
Nello stesso maggio 1865 il sagrestano custode della Confraternita della Mercede, detto Grillo, fece un sogno. Gli apparve un’ombra che passeggiava nei dintorni del cimitero e che gli si presentò con queste parole: “Io sono Dante”. Al risveglio il custode corse a raccontare il sogno ai confratelli ma nessuno gli credé, essendo l’uomo notoriamente un ubriacone. Ma il 27 dello stesso mese, mentre si preparavano le celebrazioni per il centenario, nell’abbattere un pezzo di muro, l’operaio Pio Feletti con il piccone urtò contro un oggetto che si rivelò essere una cassettina di legno, ormai corrosa dall’umidità. Il luogo del ritrovamento era proprio quello indicato dal sagrestano e sulla cassetta era scritto che conteneva le ossa di Dante, collocate lì da frate Antonio Santi il 18 ottobre 1677.

Ravenna, Firenze e l’intera Italia esultarono. I concittadini dell’Alighieri sperarono di ottenere finalmente le spoglie del poeta ma la città di Ravenna si oppose con fermezza. L’esilio forzato delle ossa del poeta pareva finito, dopo la ricollocazione delle spoglie nel tempietto. Ma, approfittando del marasma che si era creato attorno alla scoperta, uno scultore rubò dei piccoli frammenti di ossa che vendette a caro prezzo. Anche uno degli scienziati chiamati a studiare il prezioso reperto, si appropriò di una falange venerandola come una reliquia, salvo pentirsi del sacrilego gesto in punto di morte. L’ossicino fu, dunque, restituito a Ravenna.

Dante riposava finalmente in pace ma non nella sua Firenze. Per il sesto centenario della morte, nel 1921, le autorità civili ed ecclesiastiche, proprio davanti al sepolcro del poeta, si riconciliarono. L’arciprete di Sant’Apollinare Nuovo, Giuseppe Mesini, di fronte alle spoglie di Dante, porse al sindaco della città, Fortunato Buzzi, un ramoscello di alloro perché lo deponesse nel sarcofago prima della sua chiusura.

Dante aveva ottenuto il suo alloro. Un ramoscello, certo, non la corona del poeta laureato che aveva sperato, in vita, di ottenere dalla sua città. Ma in fondo Ravenna fu la città che l’amò senza riserve e senza mai un ripensamento. Nella terra dei Da Polenta Dante aveva trovato un rifugio nel suo triste vagabondare e lì le sue ossa, seppur dopo molti secoli, hanno trovato finalmente la pace.

[ho tratto spunto dal testo: Dante di Cesare Marchi, Bur Biografie, Milano, 1985]

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