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STUDIO E LAVORO: LA SCUOLA E’ ANCORA “PALESTRA DI VITA”?

STUDIO E LAVOROIl mio nuovo post pubblicato sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita” riporta un riflessione scaturita da una semplice domanda: La scuola può essere ancora considerata “palestra di vita”?
Come sempre, riporto la parte iniziale del post e vi invito a continuare la lettura sul sito del Corriere.it.

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«La scuola è palestra di vita»: uno slogan ormai superato oppure un concetto valido tuttora?

Troppo spesso sentiamo ripetere, anche da rappresentanti delle istituzioni, che la scuola italiana è eccessivamente nozionistica e anche troppo autoreferenziale, intenta com’è a trasmettere contenuti, seguendo diligentemente i programmi calati dall’alto, e preoccupata quasi esclusivamente di valutare ciò che gli studenti hanno appreso nel loro percorso scolastico. E questo senza preoccuparsi affatto della spendibilità dell’appreso una volta che i ragazzi vengono introdotti nel mondo del lavoro.

A scuola s’imparano molte cose. Nozioni su nozioni nelle varie discipline, prima di tutto. Come se le conoscenze fossero l’unico patrimonio da conquistare. Certo, senza le conoscenze è difficile arrivare al sei o addirittura ottenere dei buoni voti. Ma al di là di quelle nozioni indispensabili per imparare una materia, poi ci vuole la logica, la deduzione, la capacità di stabilire relazioni nel mare magnum dell’appreso, abilità fondamentali da acquisire nell’ambito delle materie di studio. E ancora, il problem solving che sembra costituire, secondo molti, l’unica risorsa davvero degna di questo nome nell’ambito dell’apprendimento scolastico. Ma non sempre chi frequenta la scuola, anche per molti anni, arriva a questo obiettivo trasversale. Ciò accade, in parte, perché la cosa più difficile non è insegnare ma insegnare ad imparare e, diciamolo con tutta l’onestà possibile, non tutti i docenti possiedono tale abilità.

Non sempre, tuttavia, questa responsabilità deve essere scaricata interamente sulle spalle di chi siede in cattedra.

Quante volte, ai colloqui con gli insegnanti, arrivano genitori preoccupati, se non proprio depressi, perché dicono che il/la loro figlio/a studia, studia ma non arriva al sei? Molte.
Quante volte gli stessi studenti (quelli più grandi, è ovvio) ci rincorrono per i corridoi e sfogano la frustrazione provata nello studiare tanto senza arrivare al sei? Tante.

Quanti di questi genitori e allievi ci chiedono aiuto? Pochi. La maggior parte sembra voler trovare una giustificazione alla loro ben poco aurea mediocritas. E anche quando sottolineiamo le loro carenze, quando diamo consigli e dispensiamo raccomandazioni, gli stessi ritornano a compiere i medesimi errori, sembra non si sforzino nemmeno di cambiare. Non ci ascoltano.

La maggior parte delle volte le situazioni di insuccesso scolastico dipendono dagli studenti stessi.

Le nozioni, le regole, le pagine di letteratura, le versioni di Latino non servono a nulla, tanto meno a risolvere problemi. Ancora minor incidenza hanno su un futuro lavorativo. Queste, in sintesi, le obiezioni mosse da chi non trova gli stimoli giusti per studiare.

Così molti giovani, spesso con la complicità delle loro famiglie, si autoassolvono. Stimano la scuola un’inutile perdita di tempo, tanto vale trovarsi un lavoro. Come se fosse facile! Le statistiche sulla disoccupazione giovanile sono allarmanti: quasi un giovane su due, di età compresa tra i 15 e i 24 anni, non ha un’occupazione e, avendo lasciato gli studi, va ad ingrossare le file dei cosiddetti NEET (Not in Employment, Education or Training).

Eppure basterebbe davvero poco per capire che l’impegno scolastico rappresenta, innanzitutto, un allenamento costante, il che significa fatica e sacrificio. In altre parole: lavoro.

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[immagine dal sito linkato; logo blog “Scuola di Vita” © Corriere.it]

REPETITA IUVANT … ANCHE CON TRECCANI

Lo sapevate che su you tube potete trovare delle lezioni di ripasso su vari argomenti di studio? Si tratta di un’iniziativa a cura dell’enciclopedia più famosa d’Italia: la Treccani.

Le videolezioni, di durata variabile, riguardano il Latino, l’Italiano e la Storia, un aiuto rivolto agli studenti che frequentano le scuole secondarie di secondo grado.

Repetita Treccani non è utile solo per gli studenti ma anche per i docenti che hanno la fortuna di poter utilizzare la LIM in classe.

GIOVANI D’OGGI: UNO SU QUANTI CE LA FA?

todde
Uno su mille ce la fa

ma quanto è dura la salita

in gioco c’è la vita

Così cantava, qualche anno fa, Gianni Morandi. Uno su mille … in gioco c’è la vita. E quando si parla di lavoro, se non proprio la vita in sé, c’è in gioco il futuro.
Mala tempora currunt, specialmente per i giovani che sul futuro non hanno certezze e a volte si adagiano, ingrossando le fila di quella generazione che oggi chiamano neet o né né. Giovani che non studiano e non lavorano. Gente sospesa ma non come definiva Dante le anime dei purganti. Anche se un po’ il concetto ci assomiglia: giovani di buona volontà, laureati disoccupati, sono come anime in attesa del premio finale.

Ci sono, però, quelli che, grazie anche a un pizzico di fortuna, trovano la loro strada, senza aspettare tanto.

Stefano Todde, 29 anni di Cagliari, è un esempio di quanto sia importante, oltre al talento e l’impegno profuso nello studio, avere una grande determinazione per vedere realizzati i propri sogni.

La sua storia di studente si è conclusa con una laurea in Relazioni Internazionali che l’ha portato da Cagliari a Santo Domingo. Nell’isola caraibica svolge un importante incarico presso il Ministero dell’Educazione: si occupa di cooperazione ed è l’unico funzionario con questa mansione. Lo stipendio mensile è di 1200 euro che, come Stefano ammette, è una cifra con cui a Santo Domingo si può vivere bene.
Se fosse rimasto in Italia probabilmente ora venderebbe panettoni o viti e bulloni, le uniche due opportunità che gli erano state offerte e che lui aveva rifiutato.

L’ambizione, accanto al talento e alla determinazione, ha in un certo senso facilitato il percorso a questo ragazzo che considera l’attuale incarico solo una tappa e non il traguardo: quello, infatti, è l’ONU. Sicuramente ce la farà.
Prima di laurearsi Stefano aveva partecipato al progetto Erasmus vivendo per un anno a Bordeaux. Poi aveva vinto il concorso Mae/Crui per fare un’esperienza al Consolato generale italiano a Los Angeles.

Dopo la triennale, con i soldi messi da parte facendo il cameriere, ha soggiornato per tre mesi a Binghamton, nello stato di New York, a studiare l’inglese. Al ritorno in Sardegna conclude la formazione universitaria con la specialistica e inizia un tirocinio al comitato di Cagliari dell’Unicef. «Lavoravo otto ore al giorno gratis – racconta -, ma in cambio ho ricevuto una formazione senza eguali: dopo il tirocinio sono rimasto come volontario per altri due anni. E ho capito cosa volevo fare nella vita”.

Dopo una tappa come volontario in Sudafrica, si trasferisce a Copenhagen per un master in salute internazionale focalizzato sul tema dell’Hiv/Aids, argomento della sua tesi. Poi ancora un viaggio: questa volta la meta è lo Zambia dove collabora con On Call Africa, una Ong scozzese, ma dopo un po’ di traversie capisce che deve trovare un altro obiettivo. Intanto prepara il terreno alla sua futura professione. Santo Domingo lo attende e ci va senza nemmeno passare per l’Italia: «Ormai avevo una fitta rete di contatti -spiega -, seppi che qui il mio profilo era richiesto».

A chi gli chiede se tornerebbe in Italia, Stefano risponde di no.
Peccato per questi cervelli in fuga ma non possiamo certo biasimare un giovane che, al posto di vendere panettoni, viti e bulloni, ha deciso di emigrare. Se il futuro obiettivo è l’ONU credo proprio che nella sua Sardegna, che comunque gli manca, passarà tutt’al più qualche settimana di vacanza.

[notizia e immagine da Il Fatto Quotidiano]

ISTAT: I GIOVANI NEET IN ITALIA SFIORANO I 4 MILIONI

disoccupatiNon studiano e non lavorano. Hanno un’età compresa tra i tra i 15 e i 34 anni e non solo non hanno un’occupazione, ma non hanno intrapreso nemmeno un percorso di studi professionale per avviarsi al mondo del lavoro.

In Italia si chiamano “né né”, proprio perché non hanno un impiego né seguono alcun percorso di studio. Oggi si predilige la denominazione «Neet» (acronimo inglese di «Not [engaged] in Education, Employment or Training»), importando come spesso capita un’etichetta anglosassone. Se nel 2009 i giovani “né né” nel nostro Paese erano 270 mila, esclusivamente nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 19 anni (ne ho parlato QUI), ora ad ingrossare le fila dei nullafacenti ci pensano i “meno giovani”, quelli che hanno 30-34 anni. Secondo l’ISTAT la percentuale degli under 35 in questa condizione nel terzo trimestre sfiora i 4 milioni: per l’esattezza sono 3,75 milioni. Solo al Sud i “né né” sono oltre 2 milioni, una percentuale del 36,2% sul totale.

Ora, senza puntare il dito contro nessuno – c’è la crisi, non possiamo negarlo – forse sarebbe il caso di cercare una spiegazione a questo fenomeno.
Può essere semplicistico dire: “Se le famiglie li possono mantenere …”, considerando il fatto che in molti casi anche i genitori, se non entrambi almeno uno dei due, si possono ritrovare disoccupati da un momento all’altro.
Quindi, la crisi occupazionale è una realtà da cui non si può prescindere. Mentre un tempo la minaccia dei genitori ai figli svogliati era: “O studi o ti cerchi un lavoro”, oggi questa prospettiva non c’è, tanto vale lasciare che gli studenti incapaci o svogliati prolunghino la permanenza entro le anguste pareti delle aule scolastiche.

Nonostante tutto, in Italia si registrano ogni anno tanti abbandoni scolastici. Perché?
Secondo dati di Eurostat, nel 2012 il 17,6% degli studenti ha abbandonato la scuola secondaria. Siamo secondi solo alla Spagna (24,9%), mentre la media europea è del 12,8%. La UE si prefigge l’obiettivo di scendere sotto il 10% entro il 2020. L’Italia sarà ancora fanalino di coda?

Ci possono essere molti motivi per decidere di lasciare gli studi.
In primo luogo, spesso la scelta della scuola secondaria superiore è sbagliata fin dall’inizio. Pochi ragazzi si convincono a ripensarci e nella maggior parte dei casi preferiscono rimanere nella scuola prescelta, anche a costo di collezionare debiti ogni anno e bocciature ripetute. Eppure qualcosa si potrebbe fare: il ri-orientamento è sempre possibile.

Il cambio di scuola, tuttavia, richiede spesso dei sacrifici. Prendiamo ad esempio un allievo che, iscritto ad un liceo, decida di cambiare indirizzo di studi optando per un istituto tecnico o professionale.
Certamente le discipline insegnate al liceo sono più approfondite (quelle comuni, come italiano, storia, lingua straniera, matematica), ma negli altri istituti le materie sono più specialistiche (consideriamo, ad esempio, le attività di laboratorio e le discipline prettamente tecniche e/o caratterizzanti). L’idea di dover sostenere degli esami integrativi, impegnandosi a studiare per tutta l’estate, o anche tutto l’anno qualora la decisione sia già presa in corso d’anno, sovente scoraggia gli studenti che si adagiano e rimangono nella situazione critica da cui è difficile uscire indenni.

Mettiamo il caso di chi, nonostante l’impegno, sia demotivato e non riesca a dare il meglio di sé, pensando magari che il tempo passato in aula sia del tutto inutile, che tutto ciò che con grande difficoltà e sacrificio ha tentato di apprendere, sia destinato a rimanere forse un lontano ricordo, di scarsa o nulla utilità per il futuro lavoro.
In casi come questi, l’abbandono prima o poi è l’unica soluzione che questi giovani vedono. E non c’è famiglia che tenga, non c’è alcun consiglio da parte dei docenti che possa venir preso in considerazione. A volte, la testardaggine degli adolescenti non ha eguali e per noi adulti è pressoché incomprensibile.

Di fronte a situazioni come quella descritta, ci si sente impotenti e come genitori e come insegnanti.
Ma una volta usciti da quella sorta di carcere che è considerata la scuola, le prospettive di trovare un lavoro sono scarse, quasi nulle. Anche ipotesi che qualcosa si trovi, a concorrere per un’occupazione umile per cui non è richiesto alcun diploma ci sono molti laureati disposti ad abbassare le proprie aspettative. Ed ecco che, forse perché sono più affidabili – ma in questo caso il pregiudizio la fa da padrone – vengono preferiti a chi offre poche garanzie oltreché nessuna esperienza.

Ed ecco il punto focale della questione: quando un giovane è in cerca di occupazione, molte volte viene respinto perché non ha esperienza. Ma come riuscirà mai a fare esperienza se nessuno gli offre un lavoro?
Non stupiamoci, dunque, dell’alto tasso di disoccupazione giovanile e teniamoci sul groppone i “né né”, almeno fin quando un governo serio sblocchi la situazione. Più che una speranza questa pare un’utopia.

[fonti: La stampa e Il Corriere; immagine da questo sito]

UN RIPASSO VELOCE? PROVA CON BIGNOMI

bignomi ramazzottiAi miei tempi c’erano i Bignami, snelli e agili compendi su cui si potevano ripassare le diverse discipline scolastiche. Negli anni Settanta e Ottanta andavano per la maggiore, in gradita compagnia dei traduttori che riportavano, oltre ai testi in lingua originale (perlopiù latino e greco), anche la traduzione in interlinea e, per le opere in versi, la metrica, bestia nera dei liceali, soprattutto quelli che frequentavano il classico. Non esistevano i computer, Internet faceva ancora parte della fantascienza e gli studenti si arrangiavano come potevano. Naturalmente c’era anche chi studiava sui Bignami, ma in realtà per una preparazione adeguata quei libricini non erano sufficienti in quanto parecchio riduttivi.

I tempi ora sono decisamente cambiati. Oltre a tutte le risorse digitali di cui gli studenti possono disporre (i siti ideati apposta per agevolare lo studio, anche se talvolta si sostituiscono agli allievi svolgendo i compiti per loro, ma anche le integrazioni ai libri di testo facilmente accessibili, corredati da attività specifiche per il ripasso e il recupero), è nato da poco, a cura di mamma Rai, il sito web www.bignomi.rai.it. Sembra un gioco di parole tra Bignami e Bignomi ma in realtà la parola va letta separando BIG da NOMI, ovvero i big che si sono prestati a dar voce e volto all’ultima novità nell’ambito del ripasso scolastico. L’idea è di Giovanni Benincasa, autore tv di grande esperienza e capacità di inventare nuovi strumenti per accattivarsi le simpatie dei giovani e non solo. Infatti, l’autore del Bignomi, il cui slogan è «Ripassa da noi», ritiene possa essere interessante anche per chi non frequenta la scuola da tanto tempo e magari è un po’ arrugginito. O semplicemente per chi vuole tenere la mente allenata e rinfrescare un po’ le conoscenze scolastiche ormai lontane.

Ma cos’è ‘sto Bignomi? Si tratta di cento clip, le prime di una lunga serie, a quanto pare, in cui alcuni vip tengono delle mini lezioni, della durata di pochi minuti, su argomenti letterari e storici. Così gli studenti che volessero ripassare il Risorgimento, possono fare affidamento su Rosario Fiorello che, con fare accattivante, lo racconta in una manciata di minuti. E che dire di Paola Cortellesi che espone Goldoni o disserta sulle origini della lingua italiana?

Altri attori vengono in soccorso agli studenti che aspettano l’ultimo momento per ripassare la lezione: così il simpatico Riccardo Rossi tratta la Questione Romana e Claudio Amendola espone l’indispensabile su Alfieri. Poi c’è la giovane Micaela Ramazzotti, perfettamente calata nel ruolo della prof, con tanto di occhiali, che espone in breve la Divina Commedia dantesca.

Non mancano i cantanti: a Max Pezzali è affidato il compito, per esempio, di trattare la Letteratura italiana con Italo Svevo e la storia con una lezione sulla II guerra mondiale; Malika Ayane si dedica invece a un poeta italiano del Novecento, Giuseppe Ungaretti.

E che dire degli sportivi? Una delle clip sulla letteratura di casa nostra ha come protagonista il pilota Alex Zanardi con il compito di illustrare in poche parole l’opera di Petrarca.

Questi sono solo degli esempi, naturalmente. La Rai, inoltre, rende nota la possibilità di scaricare le applicazioni per iOS o per Android, per avere le clip sempre a portata di telefonino.
Una raccomandazione agli studenti: non chiedete soccorso ai Bignomi per i compiti in classe. Le clip trattano gli argomenti molto all’acqua di rose, come si suol dire, e inoltre sarebbe scomodo copiare dai video, specialmente senza l’audio. 😉

SCUOLA: VACANZE ESTIVE PIÙ BREVI A BENEFICIO DEI PIÙ DEBOLI?

scuola chioccia
Riporto questo interessante articolo pubblicato da Tuttoscuola.com (il grassetto è mio, così come l’inserimento dei grafici):

Un documentato articolo pubblicato sulla rivista online lavoce.info sostiene, sulla base di una serie di dati, che la riduzione della durata delle vacanze estive (ventilata qualche mese fa contestualmente alla proposta di aumentare a 24 ore l’orario settimanale degli insegnanti secondari) potrebbe aiutare le famiglie meno abbienti e migliorare l’istruzione dei loro figli, riducendo i divari di apprendimento provocati dalla lunga interruzione estiva.

grafico ore lezione europa
In Italia gli studenti stanno a scuola per un numero di ore superiore a quello della maggior parte dei Paesi Ocse [vedi grafico sopra e clicca sull’immagine per ingrandirla NdR]. In compenso fanno vacanze estive tra le più lunghe. E questo danneggerebbe soprattutto quelli di loro che appartengono a famiglie sfavorite dal punto di vista economico e sociale, impossibilitate a seguirli (o a farli seguire) adeguatamente.

Gli autori dell’articolo fanno riferimento in particolare a uno studio di Victor Lavy, che ha analizzato l’impatto del numero di ore previste dal calendario scolastico sui livelli di apprendimento dei ragazzi di 15 anni in circa cinquanta Paesi che hanno partecipato ai test Pisa dell’Ocse. Lo studio mostra che l’effetto di un maggior numero di ore scolastiche è positivo soprattutto per gli alunni con basso status socioeconomico e per gli immigrati. Anche altre ricerche condotte negli USA, dove le vacanze estive sono particolarmente lunghe (e il calendario scolastico più leggero), confermano che a essere maggiormente danneggiati dalla sospensione delle lezioni sono gli allievi delle famiglie svantaggiate, che hanno minori stimoli e opportunità.

grafico vacanze estive scuola europa
Un riequilibrio del calendario in direzione della riduzione della lunga pausa estiva, magari bilanciata dall’allungamento di altre vacanze (non quelle natalizie, già sufficientemente lunghe), andrebbe a vantaggio con ogni probabilità, anche in Italia, degli alunni di queste famiglie. Ma i sindacati, come si è visto, resistono a questa eventualità, anche perché allo stato attuale all’aumento delle ore lavorate d’estate non corrisponderebbe, miopemente, alcun beneficio economico. Eppure la questione si pone, ed è di primaria importanza soprattutto sul versante dell’equità del nostro sistema educativo.

Vorrei, a questo punto, fare delle considerazioni.

1. L’articolo di Tuttoscuola ironizza su un fatto determinante, circa la riduzione delle vacanze estive: lo stipendio dei docenti che non verrebbe, ovviamente, aumentato. Nello studio pubblicato da lavoce.info si sottolinea, inoltre, che «gli insegnanti italiani sono pagati meno della media Ocse, anche se a giugno e luglio sono retribuiti come se avessero normale orario scolastico».
Mi chiedo: perché, nel resto d’Europa le ferie non vengono pagate? Immagino di sì. Sorvolo sul fatto che nell’articolo si utilizzi la concessiva: anche se a giugno e luglio sono retribuiti come se avessero normale orario scolastico. Forse non è chiaro, infatti, che per gran parte di giugno si è impegnati nelle attività di fine anno e a luglio molti docenti prestano servizio nelle commissioni di maturità, fruendo di un compenso aggiuntivo. Il che fa presupporre che qualsiasi attività sia svolta all’interno della scuola e rivolta agli studenti (corsi di recupero ed esami) viene considerata lavoro straordinario. E qui passo direttamente al punto numero 2.

2. Accorciare le vacanze estive a beneficio dei più deboli (ammesso che ciò sia vero … più avanti spiegherò perché secondo me non lo è, statistiche a parte), comporterebbe la programmazione di corsi di recupero (che già si fanno, almeno nelle scuole superiori) che difficilmente coinvolgerebbero tutte le materie scolastiche. Non credo, infatti, che nessuno, nemmeno i più deboli, necessitino di un supporto per religione o Ed. Motoria … questa constatazione riporta la riflessione sul punto 1: se davvero si verrebbe costretti a lavorare durante l’estate, senza un aumento della retribuzione, ciò dovrebbe valere per tutti, visto che lo stipendio dei docenti non è differenziato se non in base all’anzianità di servizio.
Allora che si fa? O si pagano gli “straordinari” ai docenti impegnati, in base ai loro reali oneri (ad esempio, non è la stessa cosa tenere un corso a dieci persone, su una sola materia, e quattro o cinque, a decine di studenti per giunta in materie diverse), oppure si renderebbe necessario impegnare in qualche modo anche il personale cui non graverebbe il supporto degli allievi in difficoltà. Come? Questo è un problema che mai è stato risolto (per fare un esempio, a settembre quando si tengono le prove di recupero per il superamento del Debito Formativo – sto parlando sempre delle scuole superiori -, alcuni docenti devono preparare le prove, somministrarle facendo sorveglianza, correggerle e presenziare agli scrutini, altri, invece, si limitano solo a quest’ultimo onere) e mai lo sarà.

3. Come fa notare anche lo studio pubblicato su lavoce.info (su cui, invece, Tuttoscuola sorvola), le aule scolastiche d’estate si trasformano in forni, non c’è l’aria condizionata e di certo non la metterebbero solo per tenere aperte le scuole tutta l’estate. A dire la verità, visto che ritengo che il rispetto per il lavoro svolto dovrebbe valere per tutti, mi chiedo come mai gli uffici, che realmente rimangono aperti sempre durante le sospensioni delle attività didattiche, ne siano sprovvisti. L’edilizia scolastica ha bisogno di lavori urgenti, al limite dell’abitabilità (di cui è sprovvista, a livello di certificazione, la maggior parte delle scuole in Italia), quindi considero utopistico pensare che si possano dotare gli istituti di aria condizionata. Consideriamo, a questo proposito, che i Paesi in cui le vacanze estive sono più brevi (a fronte, tuttavia, di periodi più lunghi di sospensione dell’attività didattica durante l’arco dell’anno), sono quelli che hanno un clima decisamente diverso rispetto a quello della nostra penisola, specialmente al sud.
Ne consegue che l’ipotesi di realizzare degli interventi di sostegno per i più deboli nel periodo estivo sarebbe difficilmente praticabile anche per motivi climatici.

4. Si è detto, dunque, che l’apertura estiva delle scuole favorirebbe gli studenti più bisognosi di supporto, quelli che, provenendo da situazioni sociali deboli e contesti familiari disagiati, non possono contare su quasi alcun aiuto “domestico”. Ciò può essere vero ma mi chiedo: perché, allora, questi allievi più deboli non potrebbero cogliere le stesse opportunità durante l’anno scolastico, con un supporto continuativo da parte dell’istituzione scolastica, con l’indubbio vantaggio di passare l’estate in santa pace, senza dover studiare e continuare la frequenza delle lezioni in un periodo in cui gli altri si godono il meritato riposo? Io non so come venga incontro alle difficoltà degli alunni la scuola media, ma per quanto riguarda le superiori, i corsi di recupero si fanno già, come ho detto, fino alla metà di luglio, circa, e talvolta con una ripresa delle lezioni nell’ultima settimana di agosto, prima delle prove di settembre. E mi risulta che molti, proprio perché hanno già programmato le ferie in un periodo in cui i costi sono minori, rinuncino a tale possibilità. La frequenza, infatti, seppur presentata come obbligatoria, non lo è affatto in quanto la famiglia può dichiarare di voler provvedere autonomamente alla preparazione dei figli in vista delle prove di fine anno.
Tornando allo studio di Victor Lavy, che analizza l’impatto delle ore a scuola sui ragazzi di 15 anni in circa cinquanta dei paesi che partecipano ai test Pisa dell’Ocse, esso mette in evidenza il beneficio del maggior numero di ore passate a scuola durante l’anno in particolare per le bambine, per gli alunni con basso status socioeconomico e per gli immigrati. Tuttavia, questi benefici verrebbero vanificati durante l’estate, periodo in cui la perdita delle conoscenze sarebbe maggiore per queste categorie rispetto agli allievi più benestanti. Ipotesi che viene avvalorata da un’ulteriore indagine effettuata nel 2011 dalla Rand Education e la Wallace Foundation negli Stati Uniti – Paese con uno dei calendari scolastici più leggeri a livello internazionale e con tre mesi di vacanze estive.
La mia domanda è: siamo sicuri che questa “perdita delle conoscenze” sia dettata dall’eccessiva lunghezza delle vacanze e non piuttosto da uno studio superficiale durante l’anno, affiancato dalla mancanza di stimoli in casa e da una scarsa considerazione nei confronti della cultura che in famiglie di modesto livello sociale e culturale probabilmente è presente?

Io vivo in Friuli e da sempre i ragazzi lavorano d’estate, indipendentemente dal bisogno o meno di guadagnare dei soldi. Ritengo che questa abitudine sia da emulare perché porta a responsabilizzare i giovani molto di più di quanto possa fare una “scuola chioccia” che si prende cura dei suoi cuccioli (solo sulla carta, nella migliore delle ipotesi) anche durante le vacanze.
Se poi qualcuno obietta che non è facile trovare lavoro, assicuro che, almeno qui, i stagionali volenterosi lo trovano. Avevo un amico che, più di trent’anni fa, scaricava galline dai camion … ora è un funzionario con grandi responsabilità. Di certo, non essendo uno studente modello, non gli sarebbe piaciuto essere costretto ad andare a scuola anche a luglio!

In conclusione, direi che l’ipotesi di tenere le scuole aperte tutto l’anno le trasformerebbe in una sorta di baby-parking (dove per baby s’intenda bambini e ragazzi dai 6 ai 18 anni!), facendo credere alle famiglie di vivere in un contesto sociale in cui le istituzioni vengono incontro ai bisogni (ci vorrebbe ben altro, comunque!) e, soprattutto, mettendo a tacere le voci che sostengono, senza alcuna cognizione di causa, che gli insegnanti sono troppo pagati per quel che fanno e per i tre mesi ( ❓ ) di vacanza di cui possono godere d’estate.
Ammettere ciò sarebbe decisamente più onesto, senza scomodare statistiche e studi sociali.

[immagine da questo sito]

VISCO: INVESTIRE NELLA CONOSCENZA, UNA VARIABILE DI CRESCITA

Il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, intervenendo al XX congresso dell’Aimmf, mette in luce una situazione di grave ritardo del nostro Paese, rispetto alla media OCSE, per quanto riguarda l’investimento nella conoscenza che considera un’importante variabile di crescita.

I dati sono preoccupanti: non solo l’Italia è, fra i paesi dell’OCSE, quello che investe meno nell’istruzione (il 2,4% del Pil, contro una media Ocse del 4,9%), ma anche la qualità dell’istruzione lascia molto a desiderare. Ad esempio, secondo quanto rilevato da un’indagine sulle competenze funzionali e alfabetiche condotta nel 2003, l’80% degli italiani, di età compresa tra i 16 e i 65 anni, non sarebbe in grado “di compiere ragionamenti lineari e fare inferenze di media complessità estraendo e combinando le informazioni fornite in testi poco più che elementari. Sono, “in pratica”, osserva Visco, “analfabeti funzionali”.

Non più confortanti sono i dati relativi ai laureati: sono il 15%, la metà rispetto la media OCSE. Anche se si tende a pensare che tutti i giovani ormai si laureino, la realtà è completamente diversa. E nonostante la percentuale di chi conclude gli studi universitari sia così esigua, sono moltissimi i giovani senza un lavoro o che, pur avendo studiato molti anni, si adattano a svolgere delle mansioni per le quali basterebbe un diploma, anche di scuola media.

Laureati o meno, in Italia più della metà dei giovani ha un lavoro precario. Il tasso di disoccupazione giovanile è al 27,9%, molto superiore alla media dell’area Ocse (16,7%), ed è più alto tra le donne, 29,4%, che tra gli uomini, 26,8%.

Tornando al valore della cultura, appena poco più della metà dei giovani italiani considera vantaggioso conseguire un’istruzione avanzata, la quota più bassa tra tutti i Paesi dell’Unione europea. Secondo Visco ciò “aggrava il peso degli ostacoli, spesso finanziari all’investimento in istruzione”. E “la forte corrispondenza tra le origini familiari e le scelte scolastiche che ne discende comprime la mobilità sociale”.

Non solo, investire in conoscenza è importante non soltanto sotto
il profilo dell’economia; difatti, grazie ai “benefici di una maggiore istruzione”, sempre secondo il governatore, assumono “particolare rilevanza gli effetti positivi sulla diffusione dell’illegalità”.

Chissà che ne pensa il nuovo ministro del MIUR, Francesco Profumo. Anche condividendo il pensiero di Visco, non credo sia disposto ad investire nell’istruzione, vista la priorità che il governo sta dando al risparmio. In nome di un sacrificio che, putroppo, colpirà le famiglie, alimentando forse il fenomeno della dispersione e dell’abbandono degli studi, nell’illusione di trovare un lavoro che non c’è e di contribuire al bilancio familiare, almeno contenendo le spese.

[fonte: Tuttoscuola.com]

ISRAELE HI TECH: ENTRO CINQUE ANNI TABLET PER GLI STUDENTI AL POSTO DEI LIBRI

Solo pochi giorni fa sulla stampa internazionale è rimbalzata la notizia di una specie di rivoluzione nelle scuole sudcoreane: il ministro dell’educazione Ju-ho Lee ha, infatti, annunciato che entro quattro anni tutti i testi scolastici verranno digitalizzati e gli studenti potranno accedervi via web. Tablet gratuiti saranno distribuiti alle famiglie meno abbienti per un investimento complessivo di oltre un miliardo e mezzo di euro.

Una decisione presa, come pare, considerando l’ultimo rapporto della Organisation for Economic Cooperation and Development, ente internazionale al quale aderiscono, oltre al nostro, altri 33 Paesi, secondo il quale gli studenti sud coreani, fra i 15 e i 19 anni, sarebbero i più ricettivi ad imparare attraverso i computer. Un dato sensibilmente al di sopra rispetto ai loro coetanei che vivono in Italia, in America, Francia o Inghilterra.

Più recente è, invece, la notizia che anche in Israele ci si sta muovendo verso una rivoluzione tecnologica nell’ambito dell’educazione: entro cinque anni, infatti, i pesanti manuali scolastici saranno sostituiti da sussidi digitali, come l’e-book. Ad eccezione della Bibbia, libro di studio per eccellenza in tutte le scuole di Israele, che rimarrà rigorosamente in versione cartacea.
La rivoluzione hi tech comporterà un bel risparmio per le famiglie con figli in età scolare: i libri elettronici costeranno circa il 60% in meno rispetto alle versioni tradizionali.

Se, poi, qualcuno dovesse storcere il naso perché, come ben si sa, i ragazzi davanti ad un tablet rischiano di “perdersi” in altre attività non di studio, in Israele hanno pensato anche a come evitare distrazioni: attraverso un particolare software gli insegnanti potranno monitorare l’intensità dello studio dei propri allievi. Insomma, studenti sorvegliati a vista!

E noi? Nonostante gli “sforzi” dei ministri Gelmini e Brunetta per dotare le scuole italiane di sussidi digitali e wi-fi gratuito, secondo l’ultimo rapporto OCSE nell’utilizzo delle TIC nell’ambito dell’educazione siamo al penultimo posto, ultima la Grecia. Ai primi posti, invece, i Paesi dell’Estremo Oriente dove lo sviluppo tecnologico ha da sempre una marcia in più.

Insomma, anche se i giovani italiani utilizzano regolarmente il pc e si connettono alla rete in casa (le famiglie con almeno un minorenne sono le più tecnologiche: l’81,8% possiede il personal computer, il 74,7% l’accesso ad Internet e il 63% possiede una connessione a banda larga), siamo la penultima ruota del carro.

Ma che cosa impedisce una più ampia diffusione delle nuove tecnologie a scuola? Parrebbe una certa riluttanza degli insegnanti che a fatica modificano il metodo d’insegnamento e diffidano di qualsiasi innovazione didattica. Per una volta sono d’accordo con Domenico Starnone che, in Ex cattedra e altre storie di scuola, osserva:

Preside, cosa vogliamo dire quando chiediamo ai giovani di non essere scolastici? E cosa dovrebbero fare per non esserlo? Se tutto va bene (ma non va bene), ascoltano diligentemente le nostre lezioni, che sono il riassunto dei manuali su cui abbiamo studiato al liceo o all’università; poi tornano a casa, leggono e ripetono ad alta voce quello che è scritto nel loro manuale; quindi vengono alla cattedra e ci recitano i capitoli che hanno memorizzato. All’interno di questo vecchio rito della scuola è possibile non essere scolastici?

No, in tutta franchezza non so proprio di cosa li rimproveriamo. Se studiassero cavillando coi distinguo, come facevano i seguaci della Scolastica vera (e non mi dispiacerebbe), il nostro rimprovero avrebbe senso. Se ci fossimo davvero inventati una scuola di ricerca, fatta di problemi appassionanti da risolvere, di domande a cui trovare risposte studiando, il rimprovero avrebbe ancora più senso. Ma non è andata così. I nostri ragazzi studiano esattamente come abbiamo studiato noi, studiano come si studia nella scuola da sempre. Quindi non possono essere che scolastici come siamo stati scolastici noi da ragazzi, come siamo scolastici ora che insegniamo. I manuali del resto sono scolastici. L’orario è scolastico. Le aule sono scolastiche. Che pretendiamo?

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[per la notizia sulla Corea la fonte è Repubblica, dal cui sito è tratta anche la foto; la notizia su Israele è stata diffusa dal TG 1 nell’edizione delle ore 8 del 20 luglio 2011 (non ho trovato riscontri sulla stampa)]

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