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PERCHÉ STUDIARE (ANCORA) IL LATINO E IL GRECO?

In occasione dell’80esimo anniversario dalla morte di Antonio Gramsci, il 29 aprile scorso, il MIUR (Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca) ha invitato le scuole a riflettere sulla sua figura e sul suo pensiero, utili per comprendere la complessità del presente che viviamo e le sue radici storiche, per promuovere occasioni di studio, ricerca e approfondimento. (LINK)

Onestamente non ho mai approfondito lo studio di Gramsci, se non per un breve periodo all’università, grazie alla baldanzosa ammirazione che il mio docente di Letteratura Italiana nutriva per lui e per altri personaggi legati alla cultura marxista. Ricordo che allora quel professore – Giampaolo Borghello, per chi fosse curioso – non riuscì più di tanto a farmelo amare. Tuttavia, ci sono degli scritti di Gramsci che appaiono molto attuali. Uno di questi, tratto dai Quaderni dal carcere, riguarda lo studio delle lingue classiche e, facendo seguito all’invito del MIUR, ne riporto qualche stralcio – purtroppo in questo periodo a scuola il tempo è davvero tiranno ed è una lotta per portare a termine i programmi, o almeno tentare -, sperando che qualche allievo di buona volontà lo legga. Il grassetto è mio.

Non si impara il latino e il greco per parlare queste lingue, per fare i camerieri o gli interpreti o che so io. Si imparano per conoscere la civiltà dei due popoli, la cui vita si pone come base della cultura mondiale. La lingua latina o greca si impara secondo grammatica, un po’ meccanicamente: ma c’è molta esagerazione nell’accusa di meccanicità e aridità. Si ha che fare con dei ragazzetti, ai quali occorre far contrarre certe abitudini di diligenza, di esattezza, di compostezza fisica, di concentrazione psichica in determinati oggetti. Uno studioso di trenta-quarant’anni sarebbe capace di stare a tavolino sedici ore filate, se da bambino non avesse «coattivamente», per «coercizione meccanica» assunto le abitudini psicofisiche conformi? Se si vogliono allevare anche degli studiosi, occorre incominciare da lì e occorre premere su tutti per avere quelle migliaia, o centinaia, o anche solo dozzine di studiosi di gran nerbo, di cui ogni civiltà ha bisogno.

Il latino non si studia per imparare il latino, si studia per abituare i ragazzi a studiare, ad analizzare un corpo storico che si può trattare come un cadavere ma che continuamente si ricompone in vita. Naturalmente io non credo che il latino e il greco abbiano delle qualità taumaturgiche intrinseche: dico che in un dato ambiente, in una data cultura, con una data tradizione, lo studio così graduato dava quei determinati effetti. Si può sostituire il latino e il greco e li si sostituirà utilmente, ma occorrerà sapere disporre didatticamente la nuova materia o la nuova serie di materie, in modo da ottenere risultati equivalenti di educazione generale dell’uomo, partendo dal ragazzetto fino all’età della scelta professionale. In questo periodo lo studio o la parte maggiore dello studio deve essere disinteressato, cioè non avere scopi pratici immediati o troppo immediatamente mediati: deve essere formativo, anche se «istruttivo», cioè ricco di nozioni concrete. […]

Anche lo studio è un mestiere e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio anche nervoso-muscolare, oltre che intellettuale: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo e il dolore e la noia. La partecipazione di più larghe masse alla scuola media tende a rallentare la disciplina dello studio, a domandare facilitazioni. Molti pensano addirittura che la difficoltà sia artificiale, perché sono abituati a considerare lavoro e fatica solo il lavoro manuale. È una quistione complessa. Certo il ragazzo di una famiglia tradizionalmente di intellettuali supera più facilmente il processo di adattamento psicofisico: egli già entrando la prima volta in classe ha parecchi punti di vantaggio sugli altri scolari, ha un’ambientazione già acquisita per le abitudini famigliari. Così il figlio di un operaio di città soffre meno entrando in fabbrica di un ragazzo di contadini o di un contadino già sviluppato per la vita dei campi.

Ecco perché molti del popolo pensano che nella difficoltà dello studio ci sia un trucco a loro danno; vedono il signore compiere con scioltezza e con apparente facilità il lavoro che ai loro figli costa lacrime e sangue, e pensano ci sia un trucco. In una nuova situazione politica, queste quistioni diventeranno asprissime e occorrerà resistere alla tendenza di rendere facile ciò che non può esserlo senza essere snaturato. Se si vorrà creare un nuovo corpo di intellettuali, fino alle più alte cime, da uno strato sociale che tradizionalmente non ha sviluppato le attitudini psico-fisiche adeguate, si dovranno superare difficoltà inaudite.

[Quaderni dal Carcere, 4 [XIII], 55]

E ora qualche mia considerazione.

La prima riflessione – Non si impara il latino e il greco per parlare queste lingue – è quanto mai attuale. In particolare ci sono metodi didattici (spacciati per innovativi ma che hanno alle spalle qualche decina d’anni) che tendono proprio a privilegiare lo studio del latino – insegnando al liceo scientifico mi soffermo solo su questa lingua – secondo il cosiddetto “metodo natura”, vale a dire una didattica mutuata attraverso quella delle lingue moderne. Sto parlando, naturalmente, del metodo Ørberg, un linguista danese vissuto tra il 1920 e il 2010, che aveva sperimentato la didattica del latino riproducendo le condizioni normali e prevedibili in cui una persona del tutto ignara di latino si troverebbe se circondata solo da antichi Romani. Secondo lo studioso, in questo modo si supererebbe lo studio noioso delle regole grammaticali e lo sforzo inutile d’imparare a memoria lunghissime liste di vocaboli, contestualizzando in diverse “situazioni” l’apprendimento della lingua, come si fa appunto nella didattica delle lingue moderne. Attraverso il MN si arriverebbe all’utilizzo vivo della lingua per portare gli studenti ad una reale padronanza della lingua che stanno studiando, portandoli all’ “interno dei testi”, evitando di relegarli al ruolo di semplici spettatori di uno spettacolo che comprendono a stento (il testo latino d’autore). In altre parole, si arriva all’utilizzo del latino come lingua veicolare che comunque non potrebbero usare, come invece accade con le lingue moderne, al mercato o al ristorante … dell’antica Roma.

Non mi dilungo ma voglio far capire che già negli anni Trenta del Novecento Gramsci aveva capito che lo scopo della didattica del latino non è quello di parlare queste lingue, per fare i camerieri o gli interpreti. Vale a dire che già allora, sorprendentemente, si tendeva ad attribuire allo studio delle lingue classiche uno scopo non pratico. Oggi va di moda parlare del problem solving cui il latino, in modo insospettabile per molti, contribuisce non poco, abituando gli allievi a sviluppare la capacità logica per superare l’ostacolo, ovvero per comprendere e – solo successivamente – tradurre un testo di Cesare o Cicerone, ad esempio. Più problem solving di così!

Insomma, anche ai tempi di Gramsci lo studio delle “lingue morte” era accusato di eccessiva meccanicità e aridità. In più doveva essere parecchio noioso, classista e soprattutto costava molta fatica, troppa per alcuni. È evidente che oggi il discorso sulle classi sociali e sul vantaggio che deriverebbe a chi appartiene ad un ambito familiare colto nell’affrontare gli studi di un certo livello non è più valido. Soprattutto ora che l’Ocse ha eletto la scuola italiana reginetta dell’inclusività. Però è pur vero che molti degli stimoli devono arrivare, o almeno dovrebbero, dalle famiglie. Tuttavia, se proprio in famiglia si ritiene inutile lo studio delle lingue classiche e più in generale delle discipline umanistiche, il giovane allievo è portato a sopportare con grande sacrificio e a volte insofferenza lo studio di questa ed altre materie “inutili”.

Perché si studiano certe cose? È una domanda che, inutile negarlo, tutti ci siamo fatti (io per le scienze che la mia professoressa burbera, volgare e del tutto impreparata, mi aveva fatto odiare) ma fino a 20 anni fa lo studio, anche quello che non era particolarmente gradito, veniva considerato un dovere e l’ “utilità” non era misurata sulla base di una spendibilità immediata (a me, per esempio, le formule chimiche non sono mai servite nella vita!). L’obiettivo finale era quello di costruirsi una base culturale (perché, diciamolo, la scuola non ha mai avuto la pretesa di offrire la Cultura a 360 gradi) da approfondire con gli studi successivi e nel corso di tutta la vita da adulti. Un modo, insomma, per non sentirsi ignoranti.

Torniamo, dunque, alla riflessione di Gramsci: Anche lo studio è un mestiere e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio anche nervoso-muscolare, oltre che intellettuale: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo e il dolore e la noia.
In queste osservazioni ci sono delle parole “magiche” che tutti i nostri studenti dovrebbero annotare nel quadernetto della memoria: mestiere, faticoso, sforzo, dolore, noia.

Non voglio commentare questo passaggio, le parole parlano da sole. Dirò solo che nei nostri studenti manca lo spirito di adattamento, vogliono (vorrebbero?) che tutto sia facile, che nulla richieda sacrificio e fatica, che ogni cosa sia facilmente raggiungibile (la sufficienza, ad esempio) senza trovare ostacoli (dolore) e possibilmente senza annoiarsi troppo.

Bene, pare che anche gli studenti dell’età di Gramsci soffrissero di questo disturbo. Il mondo va avanti ma certe cose non cambiano. Viene da pensare che anche la scuola sia rimasta indietro – didattica del latino e del greco a prescindere – ma non è così. Il problema vero non riguarda la didattica che per forza di cose si deve rinnovare e innovare (vedi l’utilizzo delle nuove tecnologie, per esempio), non riguarda nemmeno i “programmi vecchi” perché ci sono discipline e intellettuali del passato che hanno ancora molto da insegnare alle nuove generazioni. Il problema vero è lo scarso valore che viene dato alla Cultura in generale e la convinzione errata che tutto debba essere alla portata di tutti.

Ci troviamo davanti alla generazione del fast food e della smart life. Ma la scuola non sarà mai né fastsmart… almeno non troppo!

ESAME DI STATO 2014: UN AIUTO PER LA TESINA? CI PENSA GIANO

gianoGiano, il dio romano protettore degli inizi e dei passaggi, nelle attività umane e in quelle naturali, a cui dobbiamo il nome del primo mese del calendario, da qualche anno è diventato il protettore anche dei maturandi.

Dietro la maschera bifronte si nasconde, tuttavia, uno staff in carne ed ossa: docenti e ricercatori dell’Università Luiss di Roma. L’idea è venuta nel 2008 a Umberto Vairano, già docente di statistica e calcolo delle probabilità nell’ateneo, appassionato di letteratura, con alle spalle anche diversi anni di insegnamento nelle scuole, e un’esperienza egli uffici del Centro europeo dell’Educazione (antesignano dell’Invalsi).

Lo staff, cui si sono rivolti, in 6 anni di attività, tre milioni di ragazzi, risponde alle e-mail dei maturandi e dispensa consigli in particolare sulla tesina.
Giano è un database che contiene vari tipi di materiali: video, scritti, libri, fotografie. Il tutto ordinato per temi e argomenti in un catalogo multimediale, con titoli di tesine e possibili collegamenti tra argomenti e discipline che il professore spiega e i ragazzi possono usare per produrre i loro lavori da presentare alla commissione dì’esame.

Gli studenti interessati possono trovare QUI materiali e informazioni.

[fonte: Corriere.it]

REPETITA IUVANT … ANCHE CON TRECCANI

Lo sapevate che su you tube potete trovare delle lezioni di ripasso su vari argomenti di studio? Si tratta di un’iniziativa a cura dell’enciclopedia più famosa d’Italia: la Treccani.

Le videolezioni, di durata variabile, riguardano il Latino, l’Italiano e la Storia, un aiuto rivolto agli studenti che frequentano le scuole secondarie di secondo grado.

Repetita Treccani non è utile solo per gli studenti ma anche per i docenti che hanno la fortuna di poter utilizzare la LIM in classe.

MEGLIO LA LIM DEL TABLET: PAROLA DI STUDENTI

tablet scuola

Nasce da un tema assegnato ai miei allievi di seconda il nuovo articolo pubblicato sul Blog “Scuola di Vita” del Corriere.it. E siamo a quota sei.
L’argomento è l’introduzione delle nuove tecnologie in classe, o per meglio dire la digitalizzazione della scuola italiana. Ho estrapolato dai temi alcune riflessioni che mi sono sembrate interessanti, allo scopo di conoscere il parere dei diretti interessati, quelli che, a torto o a ragione, chiamiamo “nativi digitali”. Il risultato? Il tablet divide gli studenti ma sono tutti compatti nel dire di sì alla LIM.
Una riflessione interessante, a mio parere, che forse vi stupirà. Vi invito, come al solito, a continuare la lettura sul sito del Corriere.it.

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Me ne rendo conto: il campione non è per nulla rappresentativo. Tredici studenti, ragazzi e ragazze di 15 anni, che frequentano la seconda liceo scientifico, hanno dovuto racchiudere nell’angusto spazio di un tema scolastico, per la precisione un testo argomentativo, tutto ciò che pensano sull’utilizzo della tecnologia a scuola.

Un tablet sul banco? Perché no? Ma con moderazione.

L’ha detto anche Orazio, qualche secolo fa: est modus in rebus. Il latino lo studiano e a qualche cosa serve.

Diciamolo chiaramente: un tablet significa meno libri e quindi uno zaino molto più leggero. Anzi, secondo qualcuno il vecchio zaino potrebbe terminare la sua gloriosa attività e finire in qualche angolo recondito della soffitta. E siamo 1 a 0 per il tablet.

Ma come la mettiamo con l’emozione che si prova nel toccare le pagine di un libro, sfiorandole, quasi una carezza, e sentendo l’odore che emana la carta? Gli e-book costeranno anche meno ma è decisamente meno emozionante leggerli. E siamo pari.

Certamente c’è un minor rischio di lasciare il materiale a casa perché si ha tutto a portata di mano, tutto contenuto in una tavoletta sottile e discreta. E se poi il tablet si rompe? Quanto costa ripararlo e quanto tempo si deve aspettare? C’è, poi, anche il rischio di perdere i dati … no, no meglio libri e quaderni.

Già, però pensiamo agli alberi che si abbattono per produrre i libri cartacei: un tablet è anche una scelta ecologica. Però non possiamo ignorare che l’aggeggio informatico rappresenti un potenziale rischio per la salute: le onde elettromagnetiche diffuse dal WiFi, senza contare i problemi alla vista che possono derivare da ore e ore passate davanti allo schermo.

Il duello continua a non avere vincitori.

Ok, ma è un cambiamento necessario per trasformare la scuola in un luogo più favorevole all’apprendimento: vuoi mettere un tablet con tutte le sue applicazioni? Rende senz’altro meno noiosa la lezione e i ragazzi partecipano con più interesse.

Sì però c’è il rischio che qualche studente se ne approfitti per passare il tempo trastullandosi con le altre applicazioni non propriamente didattiche. I detrattori sono giunti ad una conclusione che non scontenterà i prof, alcuni dei quali allergici alle novità: la tecnologia è ovunque, dovremmo salvaguardare almeno le vecchie forme di apprendimento.

CONTINUA A LEGGERE >>>

[immagine dal sito linkato; logo blog “Scuola di Vita” © Corriere.it]

I NOSTRI RAGAZZI: DA NATIVI DIGITALI A DEMENTI DIGITALI?

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Gli ultimi ministri dell’Istruzione, da Francesco Profumo a Maria Chiara Carrozza, hanno manifestato l’intenzione di digitalizzare la scuola, partendo proprio dalle aree che sembrano le cenerentole nel campo educativo: le scuole del sud.
Recentemente sono stati stanziati 15 milioni di euro per installare il WIFI in più di 1500 istituti nella nostra penisole. Il registro elettronico stenta a decollare ma pare che entro il prossimo anno scolastico ci si debba adeguare.

Per quanto riguarda i libri di testo, attualmente i docenti sono obbligati ad adottare i manuali misti. Una parte cartacea con l’espansione digitale che comprende vari tipi di materiali integrativi e di approfondimento, da utilizzare anche sulle LIM. Queste ultime, tuttavia, non sembrano aver sostituito le vecchie lavagne di ardesia con il gessetto, se non una minima parte e spesso le scuole sono costrette, volendo stare al passo con i tempi, ad arrivare a dei compromessi con le case editrici che “regalano” le lavagne multimediali se in cambio si acquistano i loro programmi.

Insomma, i nostri ragazzi sono dei nativi digitali e la scuola deve venire incontro alle loro esigenze.
Non tutti sono d’accordo, però.

Recentemente è uscito un libro scritto dallo psichiatra Manfred Spitzer che si dichiara contrario all’uso di tablet e altri sussidi informatici nelle scuole. Nel suo Demenza digitale (Corbaccio, pp. 342, euro 19,90) Spitzer fa una vera e propria denuncia: l’uso eccessivo di smartphone e computer interagisce negativamente con il cervello e porterebbe a dei danni seri a livello intellettivo: per il neuropsichiatra, infatti, questi frutti dell’avanzamento tecnologico riducono le nostre facoltà mentali e andrebbero tassati, come le sigarette.

Stando ai dati da cui parte Spitzer per arrivare alla sua pessimistica conclusione, l’allarmismo pare essere giustificato. Negli Stati Uniti i bambini e gli adolescenti di età compresa fra gli 8 e i 18 anni passano ormai in media 7,5 ore davanti a uno schermo, sia esso del cellulare, del tablet o del pc. In Italia la situazione non è più confortante: secondo l’11° rapporto Censis sulla comunicazione, il 12,5% dei giovani tra i 14 e i 29 anni usa i media digitali per più di 6 ore al giorno e un altro 15% si attesta fra le 3 e le 6 ore.

«Usare continuamente computer o smartphone – spiega Spitzer – ostacola lo sviluppo o il mantenimento di capacità come la memoria, l’autocontrollo, la concentrazione, la socialità, che possono rafforzarsi solo interagendo con il mondo reale. E non si dica che i media digitali aiutano l’apprendimento: molti studi dimostrano che l’introduzione a scuola di computer, tablet o lavagne elettroniche non porta a un miglioramento nelle competenze degli studenti. L’idea poi di utilizzare i media digitali anche per l’educazione e l’intrattenimento di bambini in età prescolare può sfociare in un disastro: a quell’età lo sviluppo cerebrale passa attraverso la manualità, i giochi collettivi, l’attività fisica, il canto e il disegno».

Queste osservazioni piuttosto catastrofiche sono derivate allo studioso da un’esperienza personale. Nel libro spiega: «Ero a San Francisco per lavoro, e mi spostavo per la città in auto, usando un navigatore satellitare. Un giorno mi fu rubato, ma, visto che avevo fatto quei percorsi diverse volte, ero sicuro di potermi orientare da solo. Invece mi persi, e solo allora mi resi conto che, affidandomi al gps, avevo compromesso la capacità del cervello di prendere nota dei punti di riferimento, come avrebbe fatto se avessi usato una cartina».

Pensate, forse, che il termine “demenza digitale” l’abbia coniato Spitzer? Niente affatto. Dal 2007 in Corea del Sud viene utilizzato per definire i casi estremi di dipendenza da internet, un disturbo che, a vari gradi di gravità, riguarda il 12 per cento degli studenti.
Il paese asiatico è in testa alle classifiche mondiali per quanto riguarda l’istruzione. È convinzione diffusa che buona parte della forte ripresa economica della Corea del Sud si debba alla solidità e all’efficienza del suo sistema educativo, che porta quasi tutti i suoi giovani al diploma di istruzione secondaria (97%) e due terzi degli under 30 alla laurea e ad altri titoli di istruzione superiore.

Se dobbiamo dar retta a Spitzer, questi giovani sud coreani arrivano alla laurea del tutto rincitrulliti?
Può darsi che l’adattamento del sistema educativo alle nuove tecnologie abbia un prezzo da pagare. Dobbiamo solo capire se sia meglio avere dei giovani più in gamba dal punto di vista tecnologico ma dementi anzitempo, oppure dei ragazzi intelligenti che hanno pochi stimoli e quindi sono meno competitivi rispetto ai coetanei di altre parti del mondo.

[LINK della fonte]

STANZIATI 15 MILIONI PER WIFI IN 1.554 SCUOLE SUPERIORI … MA INTANTO LE SCUOLE CADONO A PEZZI

lavagna multimediale
Il decreto legge 104/2013 “L’istruzione riparte” (convertito dalla legge 128) ha stanziato 15 milioni per impianti wireless nelle scuole. 1.554 scuole italiane (istituti secondari di II grado) beneficeranno dei milioni stanziati dal decreto: 5 milioni per il 2013 e 10 milioni per il 2014.

Continua il programma di digitalizzazione della scuola, già iniziato dal governo Berlusconi, grazie all’interessamento dell’ex ministro Renato Brunetta (ne ho parlato QUI), proseguito dall’ex ministro Francesco Profumo (ne ho parlato QUI) e portato avanti con grande sollecitudine e convinzione dall’attuale ministro del MIUR Maria Chiara Carrozza.

La digitalizzazione della scuola italiana stenta a decollare: il registro elettronico, tanto per fare un esempio, che a detta dell’ex ministro Profumo avrebbe dovuto essere in dotazione in tutte le classi scolastiche di medie e superiori, di fatto non è presente in tutte le scuole. Molti istituti, tra l’altro, devono ancora ultimare la cablatura, senza la quale non è possibile l’accesso ad internet in ogni aula.

In Europa la situazione è molto diversa. L’Italia, secondo l’Eurispes, impiegherà quindici anni per mettersi alla pari con gli altri Paesi europei. Troppo poche le risorse stanziate: solo 5 euro a studente, considerati i 30 milioni già stanziati.
Secondo i ricercatori, nel nostro Paese si contano 416 «Cl@ssi 2.0»: 124 classi, 240 docenti e 2.400 studenti nella scuola primaria; 156 classi, 1.400 docenti e 3.300 studenti nella secondaria di primo grado; 136 classi, 1.360 docenti e 2.900 studenti nella secondaria di secondo grado.

Grande interesse ha suscitato l’introduzione in aula della LIM (lavagna multimediale), ma le richieste superano di gran lunga i fondi che lo Stato è disposto a stanziare: ad oggi si contano 70mila lavagne interattive in 1.200 classi e solo 36 scuole sono coinvolte nelle nuove sperimentazioni didattiche. Circa 80mila sono gli insegnanti che hanno partecipato ad attività formative sull’uso di questo supporto digitale. Ma ne servirebbero un numero dieci volte maggiore per accontentare tutti.

Intervenendo mercoledì al Convegno «Educare alla Rete», in occasione della Giornata europea della protezione dei dati personali 2014, il ministro Maria Chiara Carrozza, riferendosi all’educazione digitale, l’ha paragonata a «un’educazione civica che si rinnova», aggiungendo che «la scuola deve cambiare la sua struttura seguendo il nuovo modo in cui il sapere si trasmette». Per i docenti, questo non dovrebbe essere «un elemento aggiuntivo, ma parte della propria professionalità».

Belle parole e buoni propositi. Intendiamoci, io non sono contraria alla digitalizzazione della scuola (non sarei una prof on line, altrimenti!), però penso che le priorità siano altre.

Secondo il recente Rapporto su sicurezza, qualità e accessibilità a scuola, una scuola su sette ha lesioni strutturali evidenti, presenti soprattutto sulle facciate. Muffe, infiltrazioni, aule con intonaci staccati sono la norma nel 20% degli edifici. Il 39% di questi non prevede alcun piano di manutenzione adeguato e il degrado crescente è testimoniato dal fatto che solo nel 2012 era il 21% a non prevederlo.
Non è tutto: nonostante il numero consistente di alunni disabili (207.244) che frequentano le scuole della nostra penisola, il 27% degli istituti non è dotato di rampe d’accesso, il 35% degli edifici scolastici non ha l’ascensore, nel 23% dei casi non è presente il bagno per disabili, il 44% delle aule non ha banchi adattabili ad una carrozzina, il 57% non ha attrezzature didattiche o tecnologiche per permettere una partecipazione valida degli studenti con disabilità alle lezioni. Non c’è spazio per carrozzine nei laboratori, nelle biblioteche, nelle mense.

Allora, vista la situazione mi chiedo: non potremmo fare a meno di registri digitali, LIM, WiFi in tutte le aule e dirottare i milioni stanziati per la digitalizzazione delle scuole verso la manutenzione, ordinaria e straordinaria, degli edifici scolastici? In fondo, stiamo parlando solo di sicurezza … che se ne fa uno studente della LIM quando il soffitto rischia di piombargli addosso?

Senza contare che non vedo di quale utilità possa essere il tablet sul banco se poi in bagno manca la carta igienica. A meno che non si voglia seguire l’esempio dello spot che ha come protagonista la povera Emma.

[fonti: Tuttoscuola, L’olandese Volante e Corriere; immagine da questo sito]

L’ITALIA NON E’ UN PAESE PER LAUREATI

LaureatiIn tempo di crisi sono molti i giovani che s’interrogano sull’utilità di frequentare l’università dopo il diploma. Eppure l‘opinione pubblica è convinta che nel nostro Paese ci siano troppi laureati, che i ragazzi puntino al “pezzo di carta” pur sapendo di dover fronteggiare anni di lavoro “umile” (camerieri, cassieri al supermercato, commessi …) prima di poter aspirare ad un impiego compatibile con la specializzazione ottenuta dopo anni di università.

Le cose, in realtà, sono un po’ diverse. In Italia meno di un lavoratore su cinque è laureato. In Gran Bretagna sono più del doppio. Non è tutto: solo il 30% dei 19enni italiani si immatricolano all’Università. E 17 su 100 di quelli che si iscrivono, abbandonano nel corso del primo anno. Spesso i problemi sono a monte: se tornassero ai tempi dell’iscrizione alla scuola superiore, 44 diplomati su cento cambierebbero l’indirizzo di studi. La scelta sbagliata è dovuta, nella maggior parte dei casi, all’ambizione dei genitori che non ammettono per i propri figli scelte diverse rispetto al liceo. Oggi, infatti, 82 immatricolati su cento provengono da famiglie i cui genitori non hanno esperienza di studi universitari.
Anche se uno studente su due sceglie ancora il liceo, negli ultimi due anni c’è stato un leggero aumento di iscrizioni negli istituti tecnici e professionali, una scelta forse dettata dalla necessità di “volare basso”, facendo i conti con una realtà che vede più del 40% di giovani disoccupati. Meglio, dunque, puntare sui mestieri che sulle professioni.

Ma qual è l’identikit delle matricole che si sono appena iscritte negli atenei italiani?

AlmaLaurea, il consorzio interuniversitario nato nel 1994 per favorire e monitorare l’inserimento dei laureati nel mondo del lavoro, ha recentemente presentato, nella sede del ministero dell’Istruzione, il nuovo Profilo dei diplomati che hanno superato l’esame di maturità lo scorso luglio.
Andrea Cammelli, direttore di AlmaLaurea, ha presentato il profilo dei 48.272 diplomati di 347 istituti scolastici di Lazio, Puglia, Lombardia, Emilia Romagna, Liguria.
Generalmente, i diplomati si dichiarano piuttosto soddisfatti della propria esperienza scolastica: 31 su 100 si dichiarano addirittura «molto soddisfatti». Una nota positiva: nonostante l’opinione pubblica non sia certo clemente nel giudicare i docenti (nella maggior parte dei casi non a ragion veduta), i ragazzi intervistati esprimono apprezzamenti nei confronti degli insegnanti, sia per la loro preparazione sia per la disponibilità al dialogo. L’80% dei diplomati li ritiene competenti, il 74% ne ha apprezzato la chiarezza espositiva e il 65% esprime parere favorevole sulla loro capacità di valutazione. Più critici sono i giudizi che riguardano le strutture scolastiche: laboratori inadeguati per uno su due, aule soddisfacenti solo per il 51% degli studenti, impianti e attrezzature sportive per 48 su cento.
L’organizzazione scolastica pare non eccellere: solo il 64% dei diplomatile giudica positivamente le attività di recupero per chi ha debiti formativi , e solo il 58% ritiene di aver avuto il corretto supporto all’orientamento per le scelte post-diploma universitarie o lavorative. La tecnologia, nonostante gli sforzi dell’ex ministro Profumo, nelle scuole italiane pare essere una sorta di cenerentola: solo il 56% dichiara di aver ottenuto un supporto alla didattica attraverso l’utilizzo di pc e in genere delle nuove tecnologie.
Non particolarmente efficaci sono ritenute le attività extracurricolari come gli approfondimenti culturali e gli incontri con le aziende e le attività pratiche durante l’orario scolastico (laboratori, stage), lodate solo dal 54% degli studenti intervistati.

Giovani in grado di esprimere critiche ma anche di saper valutare la qualità degli studi superiori in modo onesto. Se le critiche fossero costruttive, cioè servissero a migliorare l’offerta delle scuole italiane, ci sarebbe già materiale su cui lavorare. Ma, si sa, in Italia si tende a risparmiare sull’istruzione. Non solo, manca l’incentivazione per gli studenti migliori e la capacità di venire incontro a quelli che si trovano in difficoltà e che, se non hanno abbandonato gli studi superiori, sono candidati ad essere annoverati tra gli 83 che lasceranno l’università entro il primo anno, andando ad aumentare la già cospicua percentuale di giovani disoccupati.

Questa è l’Italia. Una volta, forse, era il Bel Paese.

[fonti: Il Corriere e roars.it; l’immagine, fornita da Pietro De Nicolao, si può ingrandire con un click]

A SCUOLA CON LE APP

tablet a scuola2Mentre l’adozione dei libri completamente digitali è slittata di un anno (ma probabilmente di tempo ne passerà ancora molto prima di rendere effettivo il decreto firmato dall’ex ministro Profumo), gli studenti italiani non si perdono d’animo e si affidano alle App per i loro smartphone e tablet.

Con l’avvio del corrente anno scolastico, infatti, assistiamo ad un boom delle educational app: più di 73mila le registrazioni, numerose le offerte in un pacchetto che abbina gli universali Google Translator e Dropbox ad app specializzate come Homework (“compiti a casa”) e Ted Talks. Un po’ come avere un manuale scolastico multidisciplinare sempre a portata di mano.

Homework, ad esempio, permette di registrare, giorno per giorno, le scadenze degli impegni tra i banchi del liceo o dell’università, mentre il calendario settimanale aggiorna gli orari. Attraverso delle liste predisposte dall’utente è possibile verificare lo svolgimento di compiti e incarichi, con tanto di alert fisso su ritardi e imprecisioni.

E poi gli appunti a misura di tablet. Con il dito si può scrivere di tutto, utilizzando applicazioni di videoscrittura con tanto di correzione automatica. Writer, SimpleNote, Notability ed Evernote sostituiscono i quadernoni ad anelli rendendo decisamente obsoleti gli ormai vetusti quablock. La penna e la matita possono dormire sonni tranquilli senza timore d’essere disturbate una volta trovato posto nell’astuccio portapenne. E lo zaino si fa leggero.
Nemmeno i grafici e le mappe concettuali hanno più bisogno di penne e righelli o carta millimetrata: ora ci sono Idea Sketch e Imind Map. E la vita degli studenti si fa più semplice.

Lo studio matto e disperatissimo di leopardiana memoria fa sorridere i nostri studenti. Studiare, memorizzare, scrivere e disegnare non costa più fatica e può addirittura essere divertente.

Insomma, generazioni di studenti si sono lamentate perché la scuola è noiosa. D’ora in poi non ne avranno più motivo. Ma impareranno davvero qualcosa?

[fonte: Il Sole 24 Ore; immagine da questo sito]

SMS E SOCIAL NETWORK ABBASSANO LA MEDIA DEGLI STUDENTI

cellulareInteressante il sondaggio proposto da un docente di Fisica su 300 studenti della provincia di Pordenone. Il professor Ruggero Da Ros ne ha concluso che i “drogati” di cellulare e pc hanno una media più bassa rispetto agli studenti che li usano con parsimonia.

«In media gli studenti passano 5 ore al giorno con il cellulare o davanti a un video – Da Ros commenta così i risultati del test -. Escludendo 104 minuti dedicati alla televisione, che sembra non incidano sul profitto, chi ha 6 decimi di media dedica 5 ore al giorno al cellulare e al computer». I più bravi, quelli che ottengono la media di 8 decimi, invece, dedicano meno tempo agli sms e ai social network: «Massimo 2 ore: 180 minuti in meno fanno la differenza».
Ovviamente le eccezioni non mancano: dal test emerge che il 5% di studenti che hanno una media scolastica molto bassa non è schiavo della tecnologia. Diciamo che manca loro solo la voglia di studiare, anche in assenza di distrazioni.

Tradotto in cifre, quelli che si accontentano del 6 inviano circa 100 sms (qualcuno, però, arriva anche a 200) al giorno contro i 25 dei compagni più brillanti. Mentre il ministero dell’Istruzione preme per introdurre o espandere l’uso della tecnologia a scuola, dal sondaggio emerge una cattiva abitudine dei ragazzi che studiano con il cellulare e il computer accesi sulla scrivania e, tra messaggini e chat, perdono la concentrazione. Siamo sicuri che un maggior utilizzo della tecnologia anche sui banchi di scuola giovi al loro profitto?

[fonte: Messaggero Veneto]

ESAME DI STATO 2012: E-BOOK AL POSTO DELLA TESINA

Il Dirigente dell’ISIS “Manzini” di San Daniele del Friuli ha le idee chiare: la tecnologia è il futuro della scuola. La parola d’ordine del progresso, dunque, è una sola: innovazione. Un obiettivo impegnativo considerate le scarse risorse di cui le scuole italiane possono disporre, ma i conti in tasca ai friulani è meglio non farli. Anche con poco da sempre loro riescono ad ottenere il meglio. E non solo nell’ambito dell’istruzione.

Già da quest’anno cinque studenti del “Manzini”, primi in Italia, presenteranno alla commissione dell’Esame di Stato un e-Book al posto della tesina tradizionale cartacea o della presentazione in Power Point che da qualche anno ha sostituito il vecchio “dattiloscritto”. I commissari potranno “godersi lo spettacolo” direttamente sul tablet. Con la speranza che, al di là della forma, il contenuto sia apprezzabile.

Ma le innovazioni che il Dirigente Scolastico friulano, Giuseppe Santoro, ha in mente non si fermano all’e-Book: aule dotate di videoproiettori, apple tv, iPad, pc e tavolette grafiche; piattaforme che in ambiente virtuale consentano ai professori di seguire, anche in orario extrascolastico, il lavoro degli studenti, specie quelli in difficoltà, e anche durante le vacanze estive per gli allievi che devono superare i debiti a settembre.

Ma a quanto ammontano i fondi? Settantamila euro, una cifra che può apparire modesta negli ambienti scolastici cittadini ma che, assicura Santoro, in una realtà piccola come quella di San Daniele può bastare per la strumentazione “minima” di ogni aula e per tablet individuali in un paio di classi. «Oggi – spiega il preside – disponiamo unicamente di due laboratori informatici e di uno Cad che devono di volta in volta essere prenotati dagli insegnanti, mentre domani i professori avranno accesso a internet direttamente dalla propria aula e potranno saltare liberamente dal libro di testo tradizionale a quello in versione elettronica».

Che dire? Visto che il mio dirigente mi ha soprannominata “la prof tecnologica”, posso solo dire: che meraviglia! Un esempio da seguire.

[fonte: Messaggero Veneto]

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