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È PIÙ IMPORTANTE AVERE UN MINISTRO CON LAUREA O UN MINISTRO CHE NE CAPISCA DI SCUOLA?

valeria-fedeliE così, dopo le dimissioni dell’ormai ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi, a seguito della schiacciante vittoria del NO al referendum sulle riforme costituzionali, a Viale Trastevere si è insediata la signora Valeria Fedeli. Il terzo ministro donna degli ultimi anni, dopo Maria Chiara Carrozza – governo Letta – e Stefania Giannini, artefice, assieme all’ex premier, della L. 107/2015, altrimenti detta #labuonascuola che ha visto l’opposizione massiccia di tutte le componenti scolastiche. Ma tant’è, almeno per il momento la disastrosa legge ce la dobbiamo tenere.

Il neo-ministro del MIUR Valeria Fedeli aveva già ricoperto il ruolo di vice-presidente del Senato e nel suo sito ufficiale si presenta così: SONO UNA SINDACALISTA PRAGMATICA. SONO FEMMINISTA, RIFORMISTA, DI SINISTRA. Nota – e oggi temuta, in veste di ministro dell’Istruzione – per aver strenuamente difeso la teoria gender da insegnare in tutte le scuole pubbliche italiane di ogni ordine e grado, vanta un’esperienza decennale, dal 2000 al 2010, in veste di segretaria generale della Filtea, la categoria tessile della Cgil.

Fino a due giorni fa il suo curriculum contemplava un fantomatico diploma di laurea in Scienze Sociali conseguito, finite le scuole (citazione dal sito personale), a Milano presso l’UNSAS. Non ci voleva certo l’occhio vigile del giornalista Mario Adinolfi, che ha sollevato il polverone, per capire che la storia del diploma di laurea puzzava, e molto. La signora Valeria, dal canto suo, ha fin da subito tentato di evitare il pubblico ludibrio, facendo riferimento ad una laurea triennale che certamente lei, nata nel 1949, non avrebbe mai potuto conseguire dato che le lauree triennali non esistevano ai tempi in cui avrebbe finito le scuole. Ha tentato, come si suol dire, di metterci una “pezza”, peggiorando le cose. Come può avere credibilità una persona del genere?

Veloce come un fulmine, dopo essersi pubblicamente scusata, non per aver millantato una laurea che non ha ma per essersi spiegata male, ha corretto il curriculum su cui ora si legge: «Finite le scuole mi sono trasferita a Milano dove ho conseguito il diploma per assistenti sociali, presso UNSAS

Pare, tuttavia, che la Fedeli non abbia nemmeno il diploma di maturità. Ed ecco spiegato il generico finite le scuole, altrimenti non avrebbe esitato a scrivere «dopo il conseguimento del diploma di maturità». Le scuole che avrebbe frequentato, infatti, si ridurrebbero a un corso triennale per conseguire il diploma di maestra d’asilo, attività che il neo-ministro ha ammesso di aver svolto per un certo periodo a Milano.

Dunque, riassumendo: abbiamo una ex maestra d’asilo, ex sindacalista nel reparto tessile, femminista e di sinistra. L’ennesimo ministro dell’Istruzione che della scuola sa poco o nulla. Ma, non dimentichiamolo, riformista.

Ora, il fatto che abbia millantato una laurea che non possiede e la mancanza addirittura di un diploma di maturità sarebbero motivi sufficienti per chiedere le dimissioni della signora Fedeli. Ma non è solo questo fatto che mi disturba, quanto la mancanza di esperienza nell’ambito della scuola pubblica. Se escludiamo, naturalmente, il fatto di averla frequentata – non così a lungo – e di aver lavorato come maestra d’asilo. Né mi consola minimamente il suo passato da sindacalista: abbiamo visto l’assoluta incapacità dei sindacati di dialogare con i governi negli ultimi anni. Grazie alla caduta di Renzi siamo riusciti, almeno momentaneamente, a sventare il pericolo di vederci appioppare un aumento di 85 euro lordi in busta paga con il rinnovo contrattuale.

Pensate forse che una ex sindacalista come la Fedeli possa davvero restituire dignità – e non solo attraverso un aumento dello stipendio – ai denigrati insegnanti italiani?

Io credo proprio di no.

[LINK della fonte]

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LICEO CLASSICO: LA SCUOLA DELLA BELLEZZA

bellezzaNella mia città l’unico liceo classico statale esistente è da anni in sofferenza. Gli allievi sono spaventati non tanto dall’impegno che tale corso di studi richiede, quanto dalla nomea della scuola stessa: rigida, antiquata, impegnativa al punto da dover rinunciare a tutto – sport, amici, passioni, amore… – per passare cinque anni devotamente in attesa sospirato diploma sudatissimo, costato lacrime e sudore.
Non credo sia davvero così, tuttavia questi sono i motivi addotti da alcuni miei allievi, quelli che considero “penne rubate al classico”, quando chiedo perché mai abbiano scelto il liceo scientifico.

Parliamoci chiaro: il liceo classico non è una scuola facile. Non lo era ai miei tempi (anche se onestamente non mi sono sacrificata più di tanto, forse per la facilità che ho sempre incontrato nello studio), lo è ancora adesso. Tuttavia, mentre decenni fa il classico era considerato il top degli studi superiori, ora è alquanto snobbato, considerato una scuola fuori dal tempo. Senza contare che sempre più è diffusa la convinzione che studiare latino e greco non serva a nulla. In altre parole, non si dà il giusto valore alla Cultura, con la ci maiuscola. Si preferisce guardare all’utilità degli studi, senza pensare che il liceo classico è stato frequentato in passato da giovani che poi sono diventati uomini di scienza, medici, avvocati, solo per citare alcune categorie. Non c’era alcun dubbio: se si voleva diventare qualcuno, era necessario frequentare il classico.

Oggi ho letto sul quotidiano locale, nella sezione Scuola (ovvero quella che pubblica i contributi degli studenti), una bella lettera aperta, scritta da una studentessa del liceo classico “Stellini”, ad un ipotetico futuro allievo del prestigioso liceo.

Eccone alcuni stralci.

[…] posso capire quello che ti intimorisce, poiché anch’io come altri, ho incontrato molte difficoltà. Le mie preoccupazioni erano la mancanza di tempo e la conseguente assenza di vita sociale.
Non nego che nel nostro liceo si debba dedicare molto tempo allo studio, ma ciò – con organizzazione e forza di volontà – non diviene un ostacolo né alla pratica di altre attività né alle relazioni sociali, e questo te lo posso dire con certezza, basandomi sulla mia esperienza.

Un secondo motivo che forse ti condiziona è la prospettiva di una faticosa e costante applicazione allo studio.

[…] io percepisco un quotidiano arricchimento personale; a questo proposito cito Ovidio, uno dei molti testimoni dell’importanza di una formazione classico-umanistica:

«Costruisci per tempo uno spirito che duri a sostegno della bellezza: è l’unica dote che permane fino all’ultimo giorno di vita. Metti ogni cura a coltivare il tuo animo con le nobili arti e impara a fondo le due lingue dell’impero».

[…] Voglio confutare un’altra opinione diffusa: gli studenti dei licei classici, usciti dall’università, hanno poche probabilità di trovare un lavoro, “non hanno un futuro”. In primis, non è vero (perlopiù la nostra scuola non esclude indirizzi scientifico-matematici), secondariamente, questo tipo di affermazioni mi sembra riduttivo: con futuro, intendiamo solo trovare un lavoro?

No, io credo che prima di tutto sia il tipo di persona che ognuno di noi vuole diventare, ciò che si vuole donare al mondo e il segno che vi si vuole lasciare: non c’è futuro senza ambizioni (e il liceo classico ti dà la possibilità di permettertele) né senza passato (ed è per questo che ci dedichiamo tanto allo studio della storia e delle lingue antiche).

[…] queste “cose inutili” sono il nostro patrimonio, la sola cosa che realmente abbiamo e che rimane, l’unica vera forza dell’uomo.
È questo che mi ha insegnato la mia scuola: il valore della bellezza, che sta pure in ciò che studiamo…
Veronica Cojaniz

LINK all’articolo originale da cui è tratta anche l’immagine.

TEMPO DI ISCRIZIONI: TROVA LA SCUOLA GIUSTA PER TE CON EDUSCOPIO

eduscopio
Si avvicina il periodo delle iscrizioni scolastiche. Gli istituti superiori stanno organizzando le giornate di Scuola Aperta, in cui docenti e studenti si prodigano per invogliare i ragazzi che attualmente frequentano la terza media a scegliere la propria scuola, sfidando la concorrenza che a volte è tutt’altro che leale.

Insomma, siete proprio sicuri che quello che vi fanno vedere sia proprio l’arrosto e non il fumo?

La Fondazione Giovanni Agnelli, con il sito Eduscopio, propone una banca dati in cui ha confrontato e valutato oltre 4.000 scuole sul territorio nazionale. Interessante è il criterio adottato: i risultati al primo anno di università di 700 mila diplomati italiani, con riferimento ai voti ottenuti agli esami e i crediti guadagnati.

Personalmente ritengo molto valido questo criterio perché ogni valutazione “interna” delle scuole, sulla base dei giudizi espressi da studenti e famiglie sul lavoro degli insegnanti, nonché sui voti ottenuti dai ragazzi, mi pare aleatoria.

Per saperne di più, CLICCA QUI.

Interessante anche l’intervista ad Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Giovanni Agnelli di Torino che ha realizzato il sito Educospio.it pubblicata su Repubblica.it

RAGAZZI DI IERI E DI OGGI: IL CAMBIAMENTO È IMPOSTO DALLA SOCIETÀ

giovani d'oggiGrazie a Twitter, mi sono imbattuta in un interessante articolo di Federico Batini (insegnante di Metodologia della ricerca educativa, dell’osservazione e della valutazione, Pedagogia sperimentale e Consulenza pedagogica all’Università degli Studi di Perugia) pubblicato dal giornale on line La Ricerca (nei passi riportati sotto il grassetto è mio).

Batini, nell’introduzione, fa riferimento a giovani, di età compresa tra i 15 e i 20 anni, italiani e stranieri, che recentemente si sono messi in luce per importanti scoperte e invenzioni. Questo “quadro” sembra essere in contraddizione con il mondo giovanile con cui ci dobbiamo confrontare quando leggiamo i giornali, specie gli articoli di cronaca:

Eppure, sfogliando i quotidiani, si ha l’impressione di un’adolescenza (e di una giovinezza) violenta, annoiata, vuota di idee e di voglia di fare, vuota di “valori” e priva di confini e limiti ragionevoli. I titoli a effetto accusano, additano, semplificano, si moltiplicano. Diventa facile per esperti e opinionisti parlare di “generazione vuota”, “generazione dell’attimo”, “generazione priva di riferimenti, di progetti e di scopi”. In ambito educativo si sente spesso parlare di ragazzi/e che non hanno motivazioni, che non sanno quello che vogliono, senza principi e norme morali.

Verissimo. Purtroppo, come lo stesso Batini afferma, spesso le buone notizie che riguardano l’attuale mondo giovanile vengono taciute o comunque non sono in grado di attirare più che tanto l’attenzione dei media e del pubblico. Eppure molti sono i bravi ragazzi, le menti capaci, gli studiosi indefessi … nonostante ciò, frequentemente si cade nella trappola del confronto tra vecchie e nuove generazioni per asserire che “i giovani d’oggi non sono più quelli di una volta”.

“I ragazzi non sono più quelli di una volta” è un ritornello che ciascuno di noi ha sentito recitare, al tempo della propria adolescenza, da chi era più adulto o già anziano. L’ovvia constatazione di una differenza nei modi di comportarsi, di aggregarsi, di amare, di desiderare, di perseguire obiettivi non può e non deve divenire un giudizio di valore. I ragazzi e le ragazze di oggi sono sì diversi, ma, aggiungerei, per fortuna! Un modo di vedere e di pensare differente gli consente di sopravvivere in una società altra rispetto a quella in cui siamo cresciuti noi: il nostro modo di pensare, vedere, vivere le cose gli sarebbe, probabilmente, fatale. La società in cui si trovano a gestire la propria crescita e i propri tentativi di futuro è una società complessa, che richiede un’attrezzatura e una strumentazione enormemente più raffinata di quella che hanno oggi gli adulti. Se si trovano in questa condizione la responsabilità è da attribuire soltanto a chi li ha preceduti. Noi tutti appartenenti alle generazioni precedenti dovremmo ricordare molto bene le nostre responsabilità e avere, inoltre, coscienza della caducità della nostra esperienza che non è più in grado di costituire, per loro, un esempio.

Io credo che queste osservazioni non abbiano bisogno di commento e siano totalmente condivisibili. Invito, in ogni caso, i lettori a leggere l’intero articolo perché davvero molto interessante.

[immagine da questo sito]

IL TEST D’AMMISSIONE A MEDICINA È ANDATO MALE? C’È SEMPRE TIRANA

medici_camiceNell’ottobre 2013 la notizia era stata perlopiù ignorata. Ora, invece, quel “piano B” potrebbe essere preso in considerazione, visto che ci sono delle testimonianze favorevoli.

Sto parlando della possibilità di frequentare la Facoltà di Medicina a Tirana, in Albania. Un “piano B”, appunto, per chi non ha superato il test di ammissione alle Facoltà italiane. E non è detto che questa sia l’opzione preferita dagli sfaticati, quelli che il liceo l’hanno fatto così così e si sono diplomati con una votazione modesta.

Cristiana ha preso 100 alla maturità e, nonostante una carriera scolastica di tutto rispetto, non era riuscita a superare il test di Medicina. Ha approfittato, quindi, della possibilità di iscriversi a Tirana, dove sono presenti dei test d’ammissione ma viene tenuta nel debito conto anche la valutazione ottenuta all’Esame di Stato: il voto vale, infatti, 30 punti su 90.

La ragazza, contatta da studenti.it, si è dichiarata entusiasta della scelta fatta. I professori sono gli stessi che a Tor Vergata, si studia in italiano, i programmi sono molto difficili e la frequenza è obbligatoria dalle 9 di mattina alle 18. La retta si aggira intorno agli 8.000€, spesa compensata dal minor costo della vita in Albania: con 200€ riesce a pagarsi una stanza singola in una casa molto grande nel centro di Tirana con altre due studentesse.
Cristiana ha già dato degli esami e, nonostante abbia ritentato il test quest’anno per riavvicinarsi alla sua famiglia, non reputa un problema l’eventuale fallimento bis.

Non tutti sanno che esiste una convenzione tra l’università di Tirana e Tor Vergata e la laurea presa a Tirana ha valore legale nel nostro Paese, senza bisogno di convalida.

Ma se gli studenti iniziano a considerare questa opportunità, gli alti vertici di alcune università italiane sono piuttosto polemici. Secondo quanto riportato da studenti.it, un dirigente della facoltà di Medicina della Sapienza a microfoni spenti ha detto: “E’ una vergogna. Si pagano 7-8 mila euro per evitare il test. Bisognerebbe proporre che chi studia medicina in percorsi del genere al ritorno in Italia faccia comunque il test“.

Un test serio e mirato, però. Personalmente ho soltanto provato a risolvere alcuni quesiti di cultura generale– fortunatamente Chomsky lo conosco, visto che all’università ho dato l’esame di Linguista Generale, e Hobsbawm dovrebbero conoscerlo bene anche gli studenti dato che spessissimo è presente fra gli autori selezionati nella documentazione per il saggio breve dell’Esame di Stato – e qualcuno di logica: sui primi nulla da dire, fattibili; sui secondi, considerato che ho dovuto leggere ognuno almeno un paio di volte, con il poco tempo a disposizione non ce l’avrei mai fatta.

Siamo alle solite: in tutti i test selettivi (vedi anche quelli del concorso per D.S. o a cattedra) non viene testata la preparazione dei candidati ma la velocità con cui riescono a leggere e rispondere. Una gara contro il tempo che, a mio parere, non solo mette agitazione ma anche contrasta con quanto dovrebbe essere richiesto ad un professionista, qualsiasi sia la specializzazione: la capacità di riflessione. Certo, ci sono sempre le emergenze, però quelle si affrontano quando si è già acquisita l’esperienza.

Praticamente 9 studenti su 10 che ieri hanno fatto il test resteranno fuori. Fra loro forse qualche valido medico mancato, mentre quell’uno che ce l’ha fatta potrebbe non diventarlo mai. Inutili rompicapi che non saggiano la preparazione dei ragazzi. E intanto costano molto, troppo.

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GIOVANI D’OGGI: UNO SU QUANTI CE LA FA?

todde
Uno su mille ce la fa

ma quanto è dura la salita

in gioco c’è la vita

Così cantava, qualche anno fa, Gianni Morandi. Uno su mille … in gioco c’è la vita. E quando si parla di lavoro, se non proprio la vita in sé, c’è in gioco il futuro.
Mala tempora currunt, specialmente per i giovani che sul futuro non hanno certezze e a volte si adagiano, ingrossando le fila di quella generazione che oggi chiamano neet o né né. Giovani che non studiano e non lavorano. Gente sospesa ma non come definiva Dante le anime dei purganti. Anche se un po’ il concetto ci assomiglia: giovani di buona volontà, laureati disoccupati, sono come anime in attesa del premio finale.

Ci sono, però, quelli che, grazie anche a un pizzico di fortuna, trovano la loro strada, senza aspettare tanto.

Stefano Todde, 29 anni di Cagliari, è un esempio di quanto sia importante, oltre al talento e l’impegno profuso nello studio, avere una grande determinazione per vedere realizzati i propri sogni.

La sua storia di studente si è conclusa con una laurea in Relazioni Internazionali che l’ha portato da Cagliari a Santo Domingo. Nell’isola caraibica svolge un importante incarico presso il Ministero dell’Educazione: si occupa di cooperazione ed è l’unico funzionario con questa mansione. Lo stipendio mensile è di 1200 euro che, come Stefano ammette, è una cifra con cui a Santo Domingo si può vivere bene.
Se fosse rimasto in Italia probabilmente ora venderebbe panettoni o viti e bulloni, le uniche due opportunità che gli erano state offerte e che lui aveva rifiutato.

L’ambizione, accanto al talento e alla determinazione, ha in un certo senso facilitato il percorso a questo ragazzo che considera l’attuale incarico solo una tappa e non il traguardo: quello, infatti, è l’ONU. Sicuramente ce la farà.
Prima di laurearsi Stefano aveva partecipato al progetto Erasmus vivendo per un anno a Bordeaux. Poi aveva vinto il concorso Mae/Crui per fare un’esperienza al Consolato generale italiano a Los Angeles.

Dopo la triennale, con i soldi messi da parte facendo il cameriere, ha soggiornato per tre mesi a Binghamton, nello stato di New York, a studiare l’inglese. Al ritorno in Sardegna conclude la formazione universitaria con la specialistica e inizia un tirocinio al comitato di Cagliari dell’Unicef. «Lavoravo otto ore al giorno gratis – racconta -, ma in cambio ho ricevuto una formazione senza eguali: dopo il tirocinio sono rimasto come volontario per altri due anni. E ho capito cosa volevo fare nella vita”.

Dopo una tappa come volontario in Sudafrica, si trasferisce a Copenhagen per un master in salute internazionale focalizzato sul tema dell’Hiv/Aids, argomento della sua tesi. Poi ancora un viaggio: questa volta la meta è lo Zambia dove collabora con On Call Africa, una Ong scozzese, ma dopo un po’ di traversie capisce che deve trovare un altro obiettivo. Intanto prepara il terreno alla sua futura professione. Santo Domingo lo attende e ci va senza nemmeno passare per l’Italia: «Ormai avevo una fitta rete di contatti -spiega -, seppi che qui il mio profilo era richiesto».

A chi gli chiede se tornerebbe in Italia, Stefano risponde di no.
Peccato per questi cervelli in fuga ma non possiamo certo biasimare un giovane che, al posto di vendere panettoni, viti e bulloni, ha deciso di emigrare. Se il futuro obiettivo è l’ONU credo proprio che nella sua Sardegna, che comunque gli manca, passarà tutt’al più qualche settimana di vacanza.

[notizia e immagine da Il Fatto Quotidiano]

VERSO L’ESAME DI STATO: CHE COSA RESTERÀ DI QUESTI CINQUE ANNI?

Studente-disperato
Svogliati, indifferenti, con la testa fra le nuvole, assenti (ora che sono maggiorenni, via libera alle giustificazioni senza falsificare firme!), annoiati, afflitti da chissà quali pensieri, insofferenti … ce ne sarebbero di cose da dire ma mi fermo qui. Questo è il ritratto dei ragazzi che fra pochi mesi affronteranno l’Esame di Stato. La maturità, come si diceva una volta. Ed è un bene che questo esame non si chiami più così: di maturità i 18enni di oggi ne dimostrano davvero pochina.

Fin da settembre hanno subito le prediche dei prof: questo è l’ultimo anno, avrete la maturità, dovrete impegnarvi molto, quello che studierete nei prossimi mesi dovrete ricordarlo a giugno. Raccomandazioni, non minacce. Ma loro sembravano impassibili. Sono ancora impassibili. Pare proprio che l’esame non sia un fatto che li riguardi.

C’è una spiegazione logica a tutto questo?
Sono innamorati? Troppo presi dall’esame di guida per prendersi la patente (altra conquista della maggiore età!)? Stufi di vedere le stesse facce da cinque anni, di varcare il medesimo portone ogni mattina? Oppure c’è dell’altro?

Forse c’è il pensiero dei test d’ammissione all’università. Qualcuno lo ha confessato.
Invece di pensare alla tesina da presentare alla commissione, questi si preparano (sempre che lo facciano, magari è solo un pensiero fisso nella loro testa e si affidano alla Divina Provvidenza per l’esito positivo …) per i test che devono superare per essere ammessi alle facoltà a numero chiuso.

Qualcuno ha detto: meglio superare l’esame con un voto così così piuttosto che perdere l’occasione di entrare nella facoltà prescelta.
Tanto non c’è neppure il bonus …

Ma vi pare logico tutto ciò?

Con tanta amarezza mi chiedo: che cosa resterà, non solo nella loro mente ma anche, e soprattutto, nel loro cuore, di questi cinque anni?

[immagine da questo sito]

UNIVERSITA’: ON LINE LE NUOVE GRADUATORIE CON L’AMMISSIONE DEGLI ESCLUSI GRAZIE AL BONUS

Come già annunciato nell’ottobre scorso, sono on line le nuove graduatorie per l’ammissione alle facoltà universitarie con accesso programmato (leggi: con test d’ammissione).

Grazie al riconoscimento del bonus maturità, 2811 studenti, per le Facoltà di Medicina, Odontoiatria, Architettura e Veterinaria, esclusi in un primo tempo, hanno la possibilità di iscriversi ai corsi anche se l’Anno Accademico è già iniziato.
Le iscrizioni in sovrannumero saranno accettate dagli Atenei entro il 31 gennaio 2014, a partire dal 19 dicembre. Chi rinuncia per quest’anno, potrà iscriversi per il prossimo, sempre come soprannumerario, secondo le modalità previste da ciascuna università.

Secondo i dati forniti dal sito Alpha Test, un bonus maturità può valere fino a 10mila posti. Infatti, una studentessa che a settembre non era stata ammessa ai corsi universitari, essendosi piazzata al 21840esimo posto, grazie al punteggio premio è balzata alla posizione 12254.

ULTERIORI INFORMAZIONI QUI.

L’ITALIA NON E’ UN PAESE PER LAUREATI

LaureatiIn tempo di crisi sono molti i giovani che s’interrogano sull’utilità di frequentare l’università dopo il diploma. Eppure l‘opinione pubblica è convinta che nel nostro Paese ci siano troppi laureati, che i ragazzi puntino al “pezzo di carta” pur sapendo di dover fronteggiare anni di lavoro “umile” (camerieri, cassieri al supermercato, commessi …) prima di poter aspirare ad un impiego compatibile con la specializzazione ottenuta dopo anni di università.

Le cose, in realtà, sono un po’ diverse. In Italia meno di un lavoratore su cinque è laureato. In Gran Bretagna sono più del doppio. Non è tutto: solo il 30% dei 19enni italiani si immatricolano all’Università. E 17 su 100 di quelli che si iscrivono, abbandonano nel corso del primo anno. Spesso i problemi sono a monte: se tornassero ai tempi dell’iscrizione alla scuola superiore, 44 diplomati su cento cambierebbero l’indirizzo di studi. La scelta sbagliata è dovuta, nella maggior parte dei casi, all’ambizione dei genitori che non ammettono per i propri figli scelte diverse rispetto al liceo. Oggi, infatti, 82 immatricolati su cento provengono da famiglie i cui genitori non hanno esperienza di studi universitari.
Anche se uno studente su due sceglie ancora il liceo, negli ultimi due anni c’è stato un leggero aumento di iscrizioni negli istituti tecnici e professionali, una scelta forse dettata dalla necessità di “volare basso”, facendo i conti con una realtà che vede più del 40% di giovani disoccupati. Meglio, dunque, puntare sui mestieri che sulle professioni.

Ma qual è l’identikit delle matricole che si sono appena iscritte negli atenei italiani?

AlmaLaurea, il consorzio interuniversitario nato nel 1994 per favorire e monitorare l’inserimento dei laureati nel mondo del lavoro, ha recentemente presentato, nella sede del ministero dell’Istruzione, il nuovo Profilo dei diplomati che hanno superato l’esame di maturità lo scorso luglio.
Andrea Cammelli, direttore di AlmaLaurea, ha presentato il profilo dei 48.272 diplomati di 347 istituti scolastici di Lazio, Puglia, Lombardia, Emilia Romagna, Liguria.
Generalmente, i diplomati si dichiarano piuttosto soddisfatti della propria esperienza scolastica: 31 su 100 si dichiarano addirittura «molto soddisfatti». Una nota positiva: nonostante l’opinione pubblica non sia certo clemente nel giudicare i docenti (nella maggior parte dei casi non a ragion veduta), i ragazzi intervistati esprimono apprezzamenti nei confronti degli insegnanti, sia per la loro preparazione sia per la disponibilità al dialogo. L’80% dei diplomati li ritiene competenti, il 74% ne ha apprezzato la chiarezza espositiva e il 65% esprime parere favorevole sulla loro capacità di valutazione. Più critici sono i giudizi che riguardano le strutture scolastiche: laboratori inadeguati per uno su due, aule soddisfacenti solo per il 51% degli studenti, impianti e attrezzature sportive per 48 su cento.
L’organizzazione scolastica pare non eccellere: solo il 64% dei diplomatile giudica positivamente le attività di recupero per chi ha debiti formativi , e solo il 58% ritiene di aver avuto il corretto supporto all’orientamento per le scelte post-diploma universitarie o lavorative. La tecnologia, nonostante gli sforzi dell’ex ministro Profumo, nelle scuole italiane pare essere una sorta di cenerentola: solo il 56% dichiara di aver ottenuto un supporto alla didattica attraverso l’utilizzo di pc e in genere delle nuove tecnologie.
Non particolarmente efficaci sono ritenute le attività extracurricolari come gli approfondimenti culturali e gli incontri con le aziende e le attività pratiche durante l’orario scolastico (laboratori, stage), lodate solo dal 54% degli studenti intervistati.

Giovani in grado di esprimere critiche ma anche di saper valutare la qualità degli studi superiori in modo onesto. Se le critiche fossero costruttive, cioè servissero a migliorare l’offerta delle scuole italiane, ci sarebbe già materiale su cui lavorare. Ma, si sa, in Italia si tende a risparmiare sull’istruzione. Non solo, manca l’incentivazione per gli studenti migliori e la capacità di venire incontro a quelli che si trovano in difficoltà e che, se non hanno abbandonato gli studi superiori, sono candidati ad essere annoverati tra gli 83 che lasceranno l’università entro il primo anno, andando ad aumentare la già cospicua percentuale di giovani disoccupati.

Questa è l’Italia. Una volta, forse, era il Bel Paese.

[fonti: Il Corriere e roars.it; l’immagine, fornita da Pietro De Nicolao, si può ingrandire con un click]

UNIVERSITA’: IN ARRIVO SANATORIA PER GLI STUDENTI ESCLUSI AI TEST E RICONOSCIMENTO DEL BONUS

studenti universitari
Non si può dire che questo nostro attuale governo brilli per coerenza. Dopo aver annunciato il bouns maturità per gli studenti in procinto di affrontare il test d’ammissione alle Facoltà a numero chiuso e dopo che, a test conclusi, avevamo assistito ad un dietro front del governo, che aveva annullato il bonus, ora un altro ripensamento dà speranza agli studenti esclusi.

I circa 2000 ragazzi che avrebbero potuto superare il test di ammissione alle facoltà a numero chiuso (medicina ma anche architettura e professioni sanitarie) se avessero potuto contare sul punteggio aggiuntivo della maturità, possono sperare di entrare nella Facoltà universitaria desiderata: i partiti di maggioranza in commissione cultura alla Camera avrebbero trovato una soluzione, facendo ammettere gli esclusi nei corsi universitari come soprannumerari, anche se l’anno accademico è già iniziato.

E come la mettiamo con le tasse già pagate per l’iscrizione ad altri corsi se non addirittura ad altre università?
Come sempre altri disagi si aggiungono a quelli già esistenti.

PER INFORMAZIONI DETTAGLIATE CLICCA QUI

[immagine da questo sito]

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