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#MATURITÀ2019: ADDIO TERZA PROVA, BENVENUTI (?) TEST INVALSI

Da quando è nata, nel 1997 con la riforma dell’Esame di Stato del II ciclo, l’hanno bistrattata chiamandola impropriamente “quizzone”. In realtà credo che in poche scuole superiori in così tanti anni sia stata proposta la terza prova a crocette (risposte chiuse), preferendo la formula dei “quesiti a risposta singola” (tipologia b) che è tutt’altro che semplice. Infatti, pur considerando che non esiste una terza prova “ministeriale” uguale per tutte le scuole o per ogni indirizzo, questo terzo scritto è sempre stato il più temuto dai maturandi.

La finalità della terza prova, secondo il D.M. n. 429 del 20 Novembre 2000, è quella di «accertare le conoscenze, competenze e capacità acquisite dal candidato, nonché le capacità di utilizzare e integrare conoscenze e competenze relative alle materie dell’ultimo anno di corso, anche ai fini di una produzione scritta, grafica o pratica». Ciò significa che le domande riguardano tutto il programma di quattro o cinque materie del quinto anno, a seconda della scelta di ciascuna commissione (circa 10-15 quesiti, due o tre per ciascuna disciplina, che prevedono una risposta chiara e sintetica con un numero di righe da rispettare). Tutt’altro che semplice.

Con il prossimo anno scolastico la terza prova non ci sarà più. Le prove scritte rimarranno due (Italiano per tutte gli istituti e una materia caratterizzante a seconda del tipo di scuola e indirizzo) ma i ragazzi iscritti al quinto anno dovranno affrontare, prima dell’esame, i nuovi test elaborati dall’InValsi (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione) che da molti anni ormai ha il compito di testare il livello di apprendimento degli studenti italiani che frequentano scuole di ogni ordine e grado.

Il nuovo Esame di Stato del II ciclo è descritto nel decreto legislativo approvato il 7 aprile 2017 e contempla anche altri cambiamenti: l’attribuzione del credito scolastico che passa da 25 a 40 punti; l’ammissione all’esame anche con delle insufficienze (a patto che la media sia 6); il colloquio che inizierà non più con la famigerata testina pluridisciplinare ma con una relazione e/o un elaborato multimediale sull’esperienza di alternanza scuola-lavoro svolta nell’arco del secondo biennio e del quinto anno. Anche l’attribuzione dei punteggi per le prove scritte e per l’orale cambierà: 20 punti per ciascuna (mentre ora le tre prove scritte “fruttano” fino a 45 punti e il colloquio fino a 30). È più che evidente che una parte considerevole del punteggio finale (100/100) è data dal credito scolastico il quale costituisce, in un certo senso, il “tesoretto” che ciascun allievo riuscirà a mettere da parte nell’arco dei tre anni, una volta ultimato il biennio obbligatorio.

Tornando ai test InValsi, lo svolgimento delle prove nazionali sarà obbligatorio e costituirà un vincolo per l’ammissione all’esame, pur non influendo sul voto finale. L’esito delle prove, che presumibilmente si svolgeranno a dicembre (almeno stando alle voci che circolano), verrà riportato sui documenti allegati al Diploma. Le materie oggetto dei test saranno italiano, matematica e inglese.

Di più non è dato sapere, anche se alcune università riportano nei loro siti delle simulazioni su cui i maturandi possono esercitarsi.

Pare strano, tuttavia, che con il cambio ai vertici di Viale Trastevere nulla sia cambiato rispetto a quanto deciso dalla cosiddetta #buonascuola. Qualche mese fa, infatti, lo stesso Istituto Nazionale aveva ammesso, al termine del monitoraggio nazionale, che occorrono politiche scolastiche differenziate in base alle esigenze del territorio e alle tipologie di scuole. Proporre, dunque, i test nazionali proprio al quinto anno della scuola superiore, per di più con il vincolo per l’ammissione (anche se non si parla di superamento delle stesse), appare un controsenso in quanto essi andranno a sostituire l’unica prova non nazionale, predisposta dalle commissioni tenendo conto delle simulazioni fatte in classe durante il quinto anno.

A questo proposito, così commenta Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief:

«Ci saremmo certamente aspettati modifiche che rimpolpassero, in assoluto, lo spessore della scuola superiore di secondo grado. Sarebbe stato quindi più opportuno qualificare il titolo di studio, elevandone la qualità complessiva. Questo, avrebbe contribuito anche a spazzare via, una volta per tutte, i periodici tentativi di cancellazione del valore legale del titolo di studio: è una questione di primaria importanza, perché in tal modo si dà il giusto valore all’impegno degli studenti e si risolleva, anche a livello di considerazione sociale, l’operato di docenti e personale Ata. Anziché sulla verifica caso per caso, si è voluto puntare, invece, sulla logica dell’uniformità a tutti i costi

Ma c’è un’altra considerazione da fare. La terza prova serviva a testare la preparazione dei maturandi su un certo numero di discipline che i candidati erano costretti a studiare. I test InValsi verteranno su tre materie: italiano, matematica e inglese. Per quanto riguarda l’italiano, essendoci già la prima prova all’esame, il test personalmente mi sembra ridondante. Per quanto concerne la matematica, non è chiaro se i test saranno uguali per tutte le scuole superiori, ma per gli studenti dello scientifico si potrebbe trattare di una “passeggiata” rispetto ai contenuti dell’attuale seconda prova. Infine, per l’inglese è importante che il test si proponga la finalità di certificare, in convenzione con enti certificatori accreditati, le abilità di comprensione e uso della lingua inglese in linea con il Quadro Comune di Riferimento Europeo per le lingue, ma non è specificato il livello (B2 è il minimo che si possa chiedere alla fine della scuola superiore). Si sa, poi, quale sia il reale livello di conoscenza dell’inglese da parte degli studenti italiani. Magari con il bonus cultura (se Bussetti lo confermerà) potranno fare qualche corso accelerato in una scuola privata…

Dopo queste considerazioni, è dunque legittimo chiederci: la nuova #maturità sarà un altro dei pasticciacci brutti di Viale Trastevere?

[fonti: teleborsa.it; scuolaonline.com; orizzontescuola.it; immagine da questo sito]

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#MATURITÀ2019: CHE COSA RESTERÀ DELLA PRIMA PROVA?


Archiviate le prime due prove scritte dell’Esame di Stato 2018 (cui si aggiunge la terza prova che si svolgerà il 25 giugno e sarà l’ultima), sorge spontanea una domanda: che cosa resterà della prima prova?

La prova di Italiano, lo ricordo, è comune a tutte le scuole. Dalla riforma del 1997 voluta dall’allora ministro Luigi Berlinguer con la legge 425, il classico “tema” è stato sostituito da varie tipologie testuali. Gli studenti che affronteranno la “maturità” nell’estate del 2019 sosterranno un esame diverso, sia per quanto concerne gli scritti sia per ciò che riguarda il colloquio orale. Anche l’attribuzione dei punteggi sarà differente rispetto agli attuali criteri e verrà dato ampio spazio alle attività di Alternanza scuola-lavoro il cui monte ore è obbligatorio per tutti e varia a seconda della tipologia della scuola superiore frequentata.

La “riforma” dell’Esame di Stato del II ciclo è stata voluta dal governo Renzi ed è regolamentata dalla legge 107/2015 (in particolare dal Decreto legislativo 62/2017 [art. 17, comma 5]), la cosiddetta “Buona scuola” che di buono ha poco o nulla, difetti tanti. Ma non è di questo che voglio parlare perché è mia intenzione, per ora, concentrarmi sulla prima prova.

Ci sono state, nei mesi precedenti, alcune anticipazioni da parte dell’ormai ex ministro Valeria Fedeli ma di preciso si sa ben poco. Un affidabile contributo è quello del professor Luca Serianni che è a capo della commissione che ha riformulato gli Esami di Stato del I e II ciclo. In merito alla prima prova dell’esame di “maturità” si è limitato a dire che sono previsti dei cambiamenti, anche se sarà mantenuta l’analisi di un testo letterario che in un primo momento sembrava destinata a scomparire. Tuttavia, secondo Serianni, si punterà all’«accentuazione che si deve partire dall’unità d’Italia, non concentrarsi sul Novecento». Ciò mi sembra saggio considerato che il programma di italiano al quinto anno è immenso e presentare all’esame autori come Magris o Bassani (oggetto della tipologia A di quest’anno) è un azzardo.

Se in un primo momento anche il saggio breve sembrava destinato ad essere archiviato, la commissione del MIUR ne ha confermato la presenza anche al prossimo Esame di Stato. Il professor Massimo Palermo, docente all’università per stranieri di Perugia, anch’egli membro della commissione ministeriale, ha anticipato che i lavori sono orientati verso una più chiara distinzione tra articolo di giornale e saggio breve, evitando un accumulo di materiali per le tracce (il cosiddetto dossier), riducendone il numero. Anche perché, come sottolinea Serianni, «lo studente cade nella tentazione di fare un collage, ma alla fine delle superiori deve dimostrare di aver imparato a ragionare con la propria testa».

Questo è quanto. Nulla si dice circa le altre tipologie presenti attualmente (C, tema storico, e D, tema “d’ordine generale”) che paiono quindi destinate a essere messe in soffitta.

Io non so voi che leggete ma io personalmente rimango con i dubbi di prima. Questo dire e non dire mi sembra un modo per rimandare qualsiasi decisione, lasciando in sospeso noi docenti (che però dobbiamo programmare le attività del prossimo anno e sapere quindi quali siano le scelte migliori anche in vista dell’esame finale), mentre gli studenti che hanno appena terminato il quarto anno rimangono disorientati senza avere molte certezze su ciò che li attende.

[fonti: Orizzonte Scuola, youreducation]

PRONTI PER LA #MATURITÀ2018? SÌ, MA SENZA LO SMARTPHONE (E ALTRE DIAVOLERIE TECNOLOGICHE)


Come ogni anno l’Esame di Stato del II ciclo (noto ai più con l’etichetta “di maturità” che, però, è stata abolita fin dal 1997) è stato anticipato da una circolare del MIUR, diramata in tutte le scuole superiori, che riguarda l’uso dei dispositivi tecnologici. Viene confermato “il divieto tassativo per maturande e maturandi, nei giorni delle prove scritte, di utilizzare cellulari, smartphone, PC e qualsiasi altra apparecchiatura elettronica in grado di accedere alla rete o riprodurre file e immagini, pena l’esclusione dall’Esame”.

Nei licei e istituti in cui avrà luogo domani, 20 giugno 2018, la prima prova scritta dell’Esame di Stato conclusivo, dovrà anche essere disattivato qualunque collegamento della scuola con la rete Internet e dovranno essere resi inaccessibili aule e laboratori di informatica, nonché qualunque tipo di personal computer collegato o collegabile alla rete.

Non si tratta di una novità perché da molti anni, pur considerando nel frattempo il progresso delle nuove tecnologie, questo divieto esiste e la punizione per i trasgressori è severissima: chi viene colto in flagrante, infatti, non potrà più continuare l’esame.

Eppure, immancabilmente a poche ore dalla lettura delle tracce della prima prova vengono diffusi i testi e in molti siti prolificano le tracce svolte. Ciò vale, naturalmente, anche per la seconda prova scritta che cambia a seconda dell’indirizzo di studi.

Gli studenti, insomma, non sembrano affatto intimoriti dall’eventuale punizione. Certi studenti, almeno. Eppure le commissioni procedono al ritiro dei telefonini prima dell’inizio delle prove. Quanto agli altri dispositivi, un tablet o un notebook non sono certamente facili da nascondere. Ma allora come fanno? Se poi la rete dell’istituto scolastico è disconnessa, è chiaro che devono possedere dispositivi dotati di connessione propria.

Un sito molto frequentato dagli studenti, Studenti.it, qualora ce ne fosse bisogno ha pubblicato recentemente un post in cui si elargiscono consigli su come “fregare” la commissione e consultare indisturbati il proprio dispositivo.

La classica “furbizia”, più che collaudata durante le prove scritte in classe, è quella di consegnare un vecchio cellulare alla commissione tenendosi in tasca lo smartphone di ultima generazione che potrà tornare utile durante le pause ai servizi. Poi c’è lo smartwatch che sicuramente i commissari d’esame non sanno distinguere da un orologio normale e che si rivelerà fonte di utili suggerimenti stando comodamente seduti al proprio banco.

A questo punto faccio due considerazioni:

1. I responsabili di un sito che dà consigli su come trasgredire a delle disposizioni ministeriali dovrebbe essere denunciato per istigazione a delinquere.

2. Se un sito, complice l’audace maturando di turno, pubblica fotografie dei testi delle tracce e svolgimenti e soluzioni varie prima della conclusione dell’esame (che dura 6 ore), dovrebbe essere oscurato per almeno 30 giorni. In caso di recidiva, una bella multa da 1000 euro minimo e la chiusura definitiva del sito.

Forse posso sembrare troppo rigida ma i giovani devono imparare che nella vita le cose si conquistano con l’impegno e la fatica. Le regole vanno rispettate e cercare i sotterfugi non fa di certo crescere.

Ah già, l’esame non si chiama più di “maturità”. I diciannovenni hanno ancora tanta strada da fare per diventare adulti.

[immagine da questo sito]

COME REAGISCONO I GENITORI DI FRONTE ALLA BOCCIATURA DEL FIGLIO?


Una domanda banale, se volete. Basterebbe una risposta: “Male” e io avrei finito di scrivere il post.

Ma la questione è molto più complessa perché le reazioni sono varie e cambiano a seconda del sentimento che fa da propulsore: rabbia, dolore, frustrazione, sconforto, desolazione, vergogna, sensazione di impotenza o di fallimento, incapacità di accettare un torto o, per meglio dire, quello che si ritiene tale. Potrei continuare ma tutti i sentimenti che animano i genitori, almeno nell’immediatezza della notizia della bocciatura di un figlio, portano a uno stato d’animo che si può sintetizzare così: impossibilità di considerare ottimisticamente ciò che accadrà in futuro. Il “prima”, con tutto il bagaglio di responsabilità anche personali, scompare di botto per lasciare il campo libero a un “dopo” che non sembra presagire nulla di buono. Come quando si percepisce una catastrofe imminente.

Non c’è nulla di catastrofico nel perdere un anno di scuola. Lo so, è difficile crederlo, ma è così. So già che qualcuno obietterà: “Brava, tu stai dall’altra parte…”. Certo, ma sto dall’altra parte da talmente tanti anni che un’idea su questo spinoso argomento me la sono fatta e cerco solo di trasmettere un messaggio positivo a quei genitori che ora soffrono, ne sono consapevole, ma che sbagliano quando pensano che un anno di scuola buttato al vento possa essere motivo di una frustrazione così grande. E sbagliano, certi genitori, a lasciare quasi del tutto esclusi i figli che si trovano ad essere “vittime di questa sciagura”, che dovrebbero stare al centro della loro attenzione e, invece, spesso vengono messi in un angolino in attesa che mamma e papà “elaborino il lutto”. Come se il dolore fosse tutto loro e dovesse trovare sfogo prendendosela, ad esempio, con la scuola, i docenti, il sistema che non funziona.

Sono finiti i tempi in cui l’ex ministro Mariastella Gelmini, con estrema soddisfazione, inneggiava alla scuola che boccia:

«Siamo tornati ad una scuola che non promuove tutti. E che distingue tra persone che studiano e persone che non studiano. Tra persone che si comportano bene e persone che non si comportano bene. Una scuola che promuove tutti non è una scuola che fa il bene del ragazzo.» (LINK)

Correva l’anno 2009 e i dati degli scrutini finali avevano registrato un aumento consistente delle non ammissioni all’Esame di Stato di II grado, delle bocciature in generale e anche delle bocciature dopo l’esame (3000 studenti in più rispetto all’anno precedente).

Confesso che allora mi trovavo completamente d’accordo con la Gelmini. Tanto da non tollerare la lezioncina che, da tutt’altro genere di pulpito, arrivava dal professor Umberto Veronesi (che si riferiva, però, solo alla bocciatura degli studenti prossimi alla maturità):

«Io sono convinto che il fallimento, o la «sconfitta finale», se vogliamo, non sia dei ragazzi bocciati, ma della scuola, intesa come sistema formativo ed educativo nel suo insieme.» (LINK)

Quella di Veronesi fu una conclusione molto riduttiva, tipica di chi non passa nove mesi in un’aula scolastica.

Più condivisibili mi apparvero allora le parole di Marco Rossi Doria che aveva preso parte alla diatriba, pur concentrandosi sull’aspetto educativo in relazione ai comportamenti errati degli studenti, e che con le aule scolastiche ha una certa dimestichezza:

«La scuola riprenda pure a bocciare ma fornisca anche maggiori possibilità a ciascuno. E la politica la smetta di sottovalutare la fatica e la complessità del compito che la scuola si assume ogni giorno e di lesinare denaro. Perché a imparare si impara ovunque. Ma non c’è un altro posto dove si può dar senso a quel che si apprende, dove le generazioni convivono fuori della famiglia e dove genitori e insegnanti possono mettersi intorno a un tavolo e ricostruire, insieme, le funzioni educative.» (LINK)

Perché tra le due posizioni appare più sensata quella di Rossi Doria? Proprio per il fatto che mette in primo piano i rapporti scuola-famiglia, la condivisione delle responsabilità. Ogni professore che si vede costretto a bocciare un allievo, se ha un minimo di coscienza ed è consapevole del lavoro svolto, condivide con i genitori di quell’allievo lo stesso senso di frustrazione, di impotenza, di fallimento. Insomma, bocciare non piace a nessuno (o quasi… non metto in dubbio che ci siano ancora dei docenti sadici) ed è fondamentale che una bocciatura, come male estremo proprio per il bene dello studente/figlio, non veda contrapposti su differenti schieramenti la scuola e la famiglia, l’un contro l’altro armati.

Sono cambiati i tempi, dicevo. Le statistiche dimostrano che si boccia sempre meno. Lo si fa in casi estremi, quando le lacune in più discipline sono tali da compromettere il proseguimento degli studi. In questi casi perdere un anno non è un male ma un bene, a patto che la decisione dei docenti venga rispettata e condivisa dalle famiglie.

Quale può essere, dunque, la soluzione? Cercare di superare assieme il momento difficile, senza il palleggiamento di responsabilità cui a volte si assiste in questi casi.

Senza contare che certe reazioni non giovano a nessuno. Usare violenza, come le cronache di questi giorni riportano, oltre a non essere la soluzione rappresenta un messaggio negativo nei confronti dei ragazzi stessi. L’educazione e il rispetto che insegniamo a scuola sono del tutto vanificati da comportamenti irrazionali che, se negli intenti dovrebbero servire a difendere i figli da soprusi o torti (sempre presunti, ovviamente), danneggiano oltremodo l’azione educativa della scuola e ne denotano l’assenza in famiglia. Quale idea di giustizia si offre ai ragazzi nel momento in cui si cerca di risolvere il contenzioso a suon di botte?

Nemmeno reazioni apparentemente più pacifiche, come per esempio un ricorso alle vie legali, può essere una soluzione. Servirebbe solo a dare ai ragazzi l’illusione di poter essere difesi sempre, a prescindere dalle responsabilità personali. Ma nella vita sappiamo bene che le cose stanno diversamente.

Una bocciatura non è mai inaspettata, non è un fulmine a ciel sereno. Specialmente ora, grazie al registro elettronico, le famiglie sono puntualmente informate sul profitto dei figli, le comunicazioni arrivano in tempo reale, mettendo in primo piano sia le difficoltà sia gli strumenti che la scuola offre per superarle. Purtroppo gli insegnanti non sono dotati di bacchetta magica in grado di convertire i 4 o 5 in 6 e nemmeno i giudici hanno questo potere. Tutt’al più vanno a caccia di qualche vizio di forma e, nel caso in cui sfortunatamente lo trovino, ciò non cambia la sostanza.

Nemmeno far credere ai giovani che la forma abbia più valore della sostanza sembra una soluzione. Certamente non è una buona lezione di vita.

[immagine tratta da questo sito]

LA BOCCIATURA NON È UNA PUNIZIONE, È MOLTO DI PIÙ. PAROLA DI MAMMA


Mi ha colpito molto la lettera che una mamma ha scritto per ringraziare gli insegnanti del figlio 17enne, al penultimo anno del liceo, per la bocciatura inflitta al giovane che, secondo questa madre onesta e obiettiva, non ha studiato, non si è impegnato e nonostante i tentativi dei docenti, non ha voluto produrre neanche la minima sufficienza.

Nella lettera (non ho trovato la fonte ma è stata pubblicata sul sito oggiscuola.com) la signora non solo si schiera apertamente dalla parte dei docenti tanto da dire di voler stringere la mano a chi l’ha bocciato, ma si scaglia anche contro le altre madri, soprattutto quelle che su Whatsapp scrivono che quell’insegnate è cattiva, l’altra dispettosa, un altro crudele, senza considerare quanta fatica facciano ogni giorno i docenti che hanno a che fare con una banda di scalmanati come sono i nostri figli. È talmente onesta questa signora da ammettere di aver difficoltà a gestire un solo ragazzo e quindi non si sente di condannare nessuno per la bocciatura di Antonio, ritenendolo unico responsabile.

La parte della lettera che mi ha colpita maggiormente è quella in cui la mamma di Antonio scrive:

Io non sono un avvocato, un ingegnere come tante delle mamme degli amici di Antonio, sono un’umile casalinga e non mi interessa cosa faccia la professoressa di italiano in casa sua, m’importa che badi a mio figlio e si occupi della sua istruzione. Antonio è giovane, è brillante, gli bastano 10 minuti per imparare un’intera pagina e nonostante ciò per un intero anno ho dovuto lottare affinché si mettesse con la testa sui libri e ho trovato delle amiche nel mio percorso: le insegnanti di mio figlio che mi hanno aiutata a comprendere la verità e cioè che la scuola è un’esperienza bellissima ma costa fatica.

Tutto ciò che questa donna scrive è ampiamente condivisibile da chi svolge questa professione bellissima ma faticosa, esattamente come la scuola deve essere per gli studenti. Le parole della mamma di Antonio, che definisce la bocciatura non una punizione ma un’esperienza che serve a capire che nella vita tutto si paga a caro prezzo e che la fatica è fondamentale per conseguire i risultati, sono la testimonianza più bella di quella collaborazione scuola-famiglia che non deve essere intesa come asettico enunciato che compare sul modulo da firmare (il cosiddetto patto di corresponsabilità) ma come strategia comune e condivisa perché la scuola sia davvero bellissima per gli alunni, seppur faticosa.

Più volte mi sono occupata di questi argomenti, della bocciatura e del fatto che la scuola debba essere anche palestra di vita. Fa piacere che chi sta dall’altra parte, sebbene parte lesa, sia d’accordo con me.

Per concludere, non posso che fare un amaro confronto con quest’altra madre, incapace di guardare in faccia la realtà e di aiutare il figlio. Sono passati tanti anni, non conosco il “seguito della vicenda” ma spero che Mario abbia trovato la giusta strada da percorrere nella vita.

HAI FATTO TROPPE ASSENZE? RISCHI LA BOCCIATURA

L’anno scolastico è ormai agli sgoccioli e gli studenti iniziano a temere, specialmente quelli che frequentano la scuola superiore, di non essere promossi. Ma al di là del profitto, c’è un’altra cosa da tener presente: il numero di assenze collezionate durante l’anno. Superare, infatti, il 25% di ore rispetto al curricolo totale può costare caro perché si rischia di non essere ammessi allo scrutinio finale. Vediamo meglio, punto per punto, cosa dice la Legge.

1. Non contano i giorni di assenza ma le ORE. Infatti, il Decreto del Presidente della Repubblica del 22 giugno 2009 n. 122, all’articolo 14, comma 7, stabilisce che «ai fini della validità degli anni scolastici – compreso l’ultimo anno di corso – per procedere alla valutazione finale di ciascuno studente, è richiesta la frequenza di almeno tre quarti dell’orario annuale personalizzato.» Ma cosa s’intende per orario annuale personalizzato?
Come il MIUR ha specificato nella Circolare n.20 del 4 marzo 2011 (Prot. n. 1483) bisogna tener presente il monte ore annuale delle lezioni, che consiste nell’orario complessivo di tutte le discipline e non nella quota oraria annuale di ciascuna disciplina. Nella stessa circolare citata si specifica quanto segue: «Le istituzioni scolastiche, in base all’ordinamento scolastico di appartenenza, vorranno definire preliminarmente il monte ore annuo di riferimento per ogni anno di corso, quale base di calcolo per la determinazione dei tre quarti di presenza richiesti dal Regolamento per la validità dell’anno, assumendo come orario di riferimento quello curricolare e obbligatorio.»

Quanto alla personalizzazione, si fa riferimento all’art. 11 del decreto legislativo n. 59/2004 e i richiamati articoli 2 e 14 del Regolamento che parlano espressamente di “orario annuale personalizzato”. «A riguardo è opportuno precisare che – si legge sempre nella suddetta circolare – tali riferimenti devono essere interpretati per la scuola secondaria di primo grado alla luce del nuovo assetto ordinamentale definito dal d.P.R. 20 marzo 2009 n. 89 (in particolare dall’art. 5) e, per la scuola secondaria di secondo grado, in relazione alla specificità dei piani di studio propri di ciascuno dei percorsi del nuovo o vecchio ordinamento presenti presso le istituzioni scolastiche.
L’intera questione della personalizzazione va, comunque, inquadrata per tutta la scuola secondaria nella cornice normativa del d.P.R. 275/99 e, in particolare, degli artt. 8 e 9 del predetto regolamento. Pertanto devono essere considerate, a tutti gli effetti, come rientranti nel monte ore annuale del curricolo di ciascun allievo tutte le attività oggetto di formale valutazione intermedia e finale da parte del consiglio di classe.»

2. MONTE ORE ANNUO. Va da sé che nel computo delle ore di assenza che, ripeto, non possono superare il 25% del monte ore annuo, vanno contemplate non solo le giornate di assenza ma anche le ore perse nel caso di entrate posticipate o uscite anticipate.
Il monte ore varia, ovviamente, a seconda dell’ordine e grado di scuola. Di seguito vengono date delle indicazioni di massima.

Scuola primaria (ex scuola elementare): vi possono essere classi funzionanti per 24 ore settimanali e classi con orario a 27 ore. In base alle disponibilità di organico di docenti, possono funzionare anche classi a 30 ore settimanali. Nel caso del tempo pieno, l’orario settimanale è di 40 ore ed è comprensivo della mensa scolastica. Per ottenere il monte ore annuo bisogna moltiplicare per 33, cioè il numero di settimane previsto di norma (ma a seconda delle scuole può essere anche più ampio).

Scuola secondaria di primo grado (ex scuola media): l’orario normale di lezione è di 30 ore settimanali ma può essere esteso da 36 fino a 40 ore per le classi a tempo prolungato. Anche in questo caso di norma si moltiplica l’orario settimanale per 33 e si ottiene il monte ore annuo.

Scuola secondaria di secondo grado (ex scuola superiore): in questo caso, vista la complessità dell’istruzione secondaria di secondo grado che si articola in istruzione professionale, tecnica e liceale, si veda il piano dettagliato a questo LINK.
Mi limito a riportare il monte ore annuo per i licei:

Per il liceo classico, il totale annuale è di 891 ore al biennio e di 1023 al triennio
Per il liceo scientifico, il totale annuale è di 891 ore al biennio e di 990 al triennio
Per il liceo linguistico, il totale annuale è di 891 ore al biennio e di 990 al triennio
Per il liceo artistico, il totale annuale è di 1122 ore e di 1155 al triennio
Per il liceo musicale e coreutico, il totale annuale è di 1056 ore
Per il liceo di scienze umane, il totale annuale è di 891 ore al biennio e di 990 al triennio

3. DEROGHE. Sono previste per casi eccezionali e vengono regolamentate dalle indicazioni date dal MIUR sempre nella circolare succitata in cui si legge: «È compito del consiglio di classe verificare, nel rispetto dei criteri definiti dal collegio dei docenti e delle indicazioni della presente nota, se il singolo allievo abbia superato il limite massimo consentito di assenze e se tali assenze, pur rientrando nelle deroghe previste dal collegio dei docenti, impediscano, comunque, di procedere alla fase valutativa, considerata la non sufficiente permanenza del rapporto educativo.»

In sintesi, indicativamente sono previste deroghe nei seguenti casi:

 gravi motivi di salute adeguatamente documentati;
 terapie e/o cure programmate;
 donazioni di sangue;
 partecipazione ad attività sportive e agonistiche organizzate da federazioni
riconosciute dal C.O.N.I.;
 adesione a confessioni religiose per le quali esistono specifiche intese che
considerano il sabato come giorno di riposo (cfr. Legge n. 516/1988 che recepisce
l’intesa con la Chiesa Cristiana Avventista del Settimo Giorno; Legge n. 101/1989
sulla regolazione dei rapporti tra lo Stato e l’Unione delle Comunità Ebraiche
Italiane, sulla base dell’intesa stipulata il 27 febbraio 1987).
 calamità o disastri naturali che coinvolgono determinate zone del territorio italiano (in tal caso sarà proprio il Miur a spostare il limite massimo di assenza consentite). Nell’anno scolastico 2016/2017, in seguito alle scosse di terremoto che hanno colpito il Centro Italia e alla successiva ondata di maltempo, il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto che stabilisce che: “Nelle scuole dei comuni colpiti dal sisma l’anno scolastico sarà valido anche con meno di 200 giorni di attività didattiche effettivamente svolte.” Secondo quanto si legge in un comunicato diffuso dal Ministero, inoltre, nella norma: “si prevede una deroga anche per i giorni di frequenza minima richiesti alle studentesse e agli studenti per poter essere ammessi agli scrutini finali.” (LINK)

Per quanto riguarda le assenze per malattia, il consiglio di classe ha facoltà di aumentare eccezionalmente il limite del 25% per alcuni studenti. Sono due le condizioni da rispettare per ottenere la deroga:

1. Avere delle comprovate e documentate motivazioni per le assenze
2. Possedere un numero di valutazioni sufficiente a poter accedere allo scrutinio

Per quanto concerne le assenze dovute alla partecipazione ad attività agonistiche, nella circolare si rimanda alla nota 2056/11 in cui è chiarito che tra le deroghe consentite alle singole istituzioni scolastiche vanno considerate anche quelle degli studenti che svolgono sport a livello agonistico sempre che sussistano i presupposti per poter valutare gli apprendimenti conseguiti in tutte le discipline di studio. Anche in questo caso, è indispensabile produrre la relativa documentazione e possedere comunque un numero di valutazioni sufficiente a poter portare a compimento l’anno.

[immagine da questo sito]

DÀ VOTI TROPPO BASSI: PROF SOSPESO DAL DS RIABILITATO DAL GIUDICE

L’opinione pubblica è contro la scuola e i docenti per i troppi compiti e i voti troppo bassi? La sentenza di un giudice del lavoro, cancellando una sanzione disciplinare ingiusta comminata a un docente, apre uno spiraglio di speranza per la ritrovata dignità di una professione che da troppo tempo è sotto i riflettori e non certo per il riconoscimento dei giusti meriti. Anche se si tratta di un caso, forse isolato, quanti di noi sono finiti sotto accusa per i voti troppo bassi, da parte dei genitori ma anche di qualche zelante Dirigente Scolastico il cui interesse primario è quello di non perdere iscrizioni?

A Casarano, in provincia di Lecce, cinque anni fa un docente di matematica in servizio all’istituto tecnico commerciale era stato sospeso dal capo di istituto perché troppo severo. All’atto della sanzione disciplinare inflittagli si contestava al professore la valutazione troppo severa degli alunni che avrebbe comportato una situazione di panico nelle classi che sfociava nelle proteste degli studenti e le preoccupazioni delle famiglie nonché la mancata collaborazione del docente a un dialogo costruttivo con gli studenti. In altre parole: l’insegnante, nonostante il richiamo del DS che, come egli stesso precisa nella memoria difensiva presentata al tribunale, aveva agito al fine di sedare gli animi e far rientrare la situazione nella normalità, non aveva operato, sempre secondo il capo di istituto, per porre rimedio alla situazione delineata, continuando a valutare gli alunni con “eccessiva severità”.

Ma che cosa significa normalità? Ce lo spiega il docente stesso che desidera rimanere anonimo: «Volevano solo tutti, preside, professori e famiglie, che mi adeguassi al sistema» o, per meglio dire, «poche regole chiare e non scritte. Non si possono bocciare più di 6-7 ragazzi all’anno altrimenti non si formano le classi successive

C’era un tempo in cui il bravo professore era colui che dava voti bassi e bocciava. Al contrario, chi esagerava nelle valutazioni veniva considerato poco severo e poco degno della cattedra che occupava perché non insegnava ai discenti ad impegnarsi e sudarsi un 7 o un 8, poiché i 9 e i 10 erano solamente un miraggio.

Ora i tempi sono cambiati. A scuola si deve essere comprensivi, possibilmente dotati di buone conoscenze in ambito pedagogico e psicopedagogico per individuare con esattezza le cause di un basso profitto e trovare i rimedi. C’è chi lo fa – modestamente mi includo nella categoria anche se non lesino i 2 e i 3 ai miei studenti, salvo poi cercare di farli arrivare ad un profitto positivo – e chi invece preferisce “andare per la sua strada”, senza modificare il proprio modo di valutare e senza cercare strategie mirate al superamento del problema.

Io non conosco il docente in questione, tuttavia posso condividere almeno in parte le sue riflessioni. «Le scuole devono avere un nome solido per potersi permettere di bocciare», prosegue il professore, «altrimenti si fanno terra bruciata intorno. E la stessa cosa vale per i professori: quelli che mettono voti reali, come me, vengono guardati male e costretti a giustificare ogni virgola, per cui quasi tutti si adattano mettendo sufficienze anche a chi non se lo merita».

C’è da aggiungere che sotto accusa è anche la scarsa preparazione degli allievi piuttosto che l’eccessiva severità del docente: «Ma non si tratta di essere severo: io penso di essere assolutamente normale.», spiega a sua discolpa il professore, «Quando sono entrato per la prima volta nell’istituto di Casarano, quello dove è scoppiato il caso, ho sottoposto i ragazzi di prima superiore ad un test matematico che viene proposto dal Miur per bambini di IV e V elementare, volevo valutare le loro condizioni di partenza. E per evitare polemiche ho usato quesiti riconosciuti, non inventati da me. Ma i risultati sono stati imbarazzanti, i ragazzi non erano in grado di rispondere a domande semplicissime: così ho messo loro voti bassi, come meritavano».

Nonostante ciò, pare che l’inflessibilità del docente incriminato abbia avuto come effetto una battaglia di piccoli dispetti, rimostranze, boicottaggi, visite degli ispettori ministeriali, circolari ritoccate, che è finita in tribunale. In questa sede, però, il comportamento dell’insegnante è stato giudicato corretto e il giudice ha anche condannato la scuola a pagare le spese legali, con conseguente danno erariale per l’Amministrazione Pubblica. Una sentenza che dà soddisfazione al professore, che ormai da anni insegna in un’altra scuola, anche se giunge con ben cinque anni di ritardo. Ma sulla lentezza dei tribunali bisognerebbe aprire un capitolo a parte. Accontentiamoci di questo buon esempio che la Legge ci vuole offrire.

[fonte: Il Corriere; immagine da questo sito]

IL BUSINESS DELLE LEZIONI PRIVATE SI PUO’ EVITARE. ECCO COME

lezioni private
Non è la prima volta che affronto l’argomento (leggi QUI). Già nel 2012 lo SNALS aveva proposto, prima al ministro Gelmini e poi a Profumo, di permettere ai docenti di dare lezioni private intramoenia, esattamente come è possibile che i medici in servizio in ospedale ricevano i pazienti all’interno della struttura pubblica in regime privato.

Ora questa proposta, che approvo pienamente, mi pare più che mai urgente.

Come si sa, nel 1995 vennero aboliti i cosiddetti esami di riparazione alle superiori. Allora questa decisione fu giustificata dalla volontà di mettere in crisi il mercato delle lezioni private e contrastare, quindi, il lavoro nero dei prof che le impartivano. Ma il Decreto ministeriale n. 80 del 3 ottobre 2007 (firmato dall’allora ministro dell’Istruzione Fioroni) che ha introdotto la “sospensione del giudizio” a giugno e l’obbligo di saldare i debiti formativi entro l’inizio del successivo anno scolastico, ha di fatto ripristinato l’antico. Cambia la forma ma non la sostanza.

Secondo quanto si legge in un articolo pubblicato sulla rivista specializzata La tecnica della Scuola, un sondaggio effettuato dalla Fondazione Einaudi sul mercato delle ripetizioni private, rivela un giro d’affari che si aggira intorno agli 810 milioni circa di euro e che grava sul bilancio di una famiglia italiana per 1620 euro all’anno. Infatti il 90% delle lezioni private non sono dichiarate al fisco.

Così conclude la relazione:

Come Fondazione Luigi Einaudi crediamo che le lezioni private devono essere regolarizzate, accompagnando la regolamentazione da un incentivo fiscale mirato.
Tuttavia, pur riconoscendo la libertà di scelta da parte di studenti e famiglie, crediamo che un numero così alto di studenti che prendono lezioni private nel tempo trascorso dopo l’attività scolastica regolare, dimostra il fallimento del sistema scolastico attuale e l’inadeguatezza della didattica, dei programmi, e spesso anche degli insegnanti.

Se da una parte appoggio la vecchia proposta del sindacato della scuola di regolamentare il “giro” di lezioni private facendole tenere dai docenti (ovviamente su libera adesione e non ai propri allievi, cosa vietata anche se, a volte, tollerata) nelle scuole stesse, dall’altra devo fare una riflessione su quanto dichiarato dalla Fondazione Einaudi circa l’inadeguatezza della didattica, dei programmi, e spesso anche degli insegnanti.

Prima domanda: perché le famiglie sono disposte a svenarsi, con la consapevolezza di favorire l’evasione fiscale da parte degli insegnanti, per mandare i propri figli a “ripetizione”?

Personalmente mi arrabbio quando vengo avvertita dai genitori che il proprio figlio è seguito da un insegnante privato. Tuttavia posso capire che nel rapporto “uno a uno” ci siano dei vantaggi che le classi numerose (26-28 allievi) precludono. Anche se si fa costantemente il ripasso dei contenuti, ci si esercita in classe e si cerca di venire incontro alle difficoltà di tutti, è ben difficile capire quali siano le difficoltà di ciascuno.

Spesso capita che un ragazzo insufficiente non abbia il coraggio di ammettere di non aver capito, rinunci a chiedere chiarimenti anche perché teme di essere preso in giro dagli altri, oppure ha paura di essere etichettato come “stupido” dall’insegnante stesso. E’ palese che ogni studente conosce il docente che ha di fronte e anche il clima che si respira in aula.
In casi come quello descritto, qualche lezione privata può essere risolutiva.

D’altro canto, se l’allievo insufficiente non si impegna, non sta attento in classe, non si esercita a casa, la presenza di un docente tutto per lui può sollecitare l’attenzione del momento, può anche risolvere qualche problema, ma se l’atteggiamento non muta, poco gioverà allo studente il sacrificio economico della famiglia.

Seconda domanda: perché mai, nonostante le scuole (mi riferisco ovviamente alle superiori) abbiano l’obbligo di organizzare attività di recupero durante l’anno, spesso affiancate da periodi di “pausa didattica” in cui ogni docente è tenuto ad intervenire in classe per colmare le lacune e venire incontro alle difficoltà degli allievi, molte famiglie rinunciano a questa opportunità preferendo mandare i ragazzi a ripetizione?

A volte può sembrare snobismo, altre semplicemente incuria. Se le condizioni economiche lo consentono, i genitori preferiscono affidare i figli alle cure di un insegnante privato (non sempre qualificato, tra l’altro). In altri casi, gli impegni extrascolastici dei figli (il più delle volte sportivi), oppure la lontananza della scuola dal proprio domicilio e la scomodità dei mezzi pubblici che hanno orari poco agevoli, spingono le famiglie a firmare le “liberatorie”, rinunciando al servizio offerto gratuitamente dagli istituti.

Parlo per esperienza, naturalmente, e mi riferisco alla realtà che conosco, insegnando in un liceo cittadino frequentato da molti studenti che vivono a distanza di molti chilometri dalla scuola, in paesini sperduti poco serviti dai trasporti pubblici.

Terza domanda: perché capita che i ragazzi che vengono indirizzati ai corsi o agli sportelli organizzati per il recupero, non ottengano i risultati sperati, costringendo le famiglie a porre rimedio ricorrendo alle ripetizioni private?

Sempre per esperienza posso dire che molto spesso succede che gli allievi frequentino i corsi e/o gli sportelli ma che mantengano lo stesso atteggiamento passivo, quando non di disturbo, che assumono in classe durante le ore curricolari. Giocherellano con il cellulare (che viene regolarmente ritirato e consegnato in presidenza, come avviene al mattino), parlottano, arrivano senza materiale (né libri né quaderni né fotocopie consegnate dall’insegnante) e senza aver svolto le attività assegnate.
I genitori di questi ragazzi li difendono osservando che, presentarsi a scuola nel pomeriggio, dopo un’intensa (?) mattinata di lezione, è molto faticoso e certamente non facilita la concentrazione. Le dimenticanze, poi, sono giustificate con la grande quantità di libri e quaderni che già devono portare per le lezioni mattutine, quindi lo zaino è stracolmo e non può contenere altro materiale. Sta di fatto che nella maggior parte dei casi, i libri e i quaderni li hanno già utilizzati la mattino e che le fotocopie di per sé non pesano tanto e occupano poco spazio.

Questi stessi genitori, poi, firmano le giustificazioni per le assenze pomeridiane e, adducendo come pretesto la scarsa efficacia delle attività di recupero (sic!), informano i docenti di essere stati costretti a mandare i figli a lezione. Inutile dire che, nella quasi totalità dei casi (in riferimento a quanto descritto sopra), quegli allievi non colmeranno comunque le lacune.

Detto questo, per tornare alla relazione della Fondazione Luigi Einaudi, io non credo che tutte le colpe debbano essere attribuite all’inadeguatezza della didattica, dei programmi, e spesso anche degli insegnanti. Non voglio assolvere tout court l’istituzione scolastica, perché sono consapevole che i programmi necessitino di una revisione, che la didattica in alcuni casi (non nella maggioranza, comunque!) lasci a desiderare e che ci siano insegnanti (anche qui credo non si tratti della maggior parte di essi) inadeguati. Tuttavia mi pare semplicistica la conclusione della Fondazione Einaudi, soprattutto perché ignora (o almeno credo) le dinamiche da me descritte. Come sempre, i conti non si devono fare senza l’oste.

[immagine da questo sito]

ESAME DI STATO 2016: LUNEDI’ LA TERZA PROVA. E CONTINUANO A CHIAMARLA “QUIZZONE”

Archiviate le prime due prove scritte (la prima d’italiano è uguale per tutte le scuole secondarie di II grado d’Italia mentre la seconda varia da istituto a istituto), per gli studenti “maturandi” si sta avvicinando il giorno della terza prova. Lunedì prossimo, dopo un week-end lungo giorni di riposo (almeno si spera, ma molto più facilmente staranno studiando come matti…), ritorneranno nelle scuole ormai trasformate in fornaci, considerato il notevole aumento delle temperature in tutta la penisola, per affrontare l’ultima prova scritta prima dell’orale.

Da quando, con la riforma dell’esame di maturità – che oggi si chiama Esame di Stato -, varata nel 1997, è stata introdotta la terza prova scritta, essa viene, impropriamente quizzone“. In realtà è tutt’altro che un quiz a crocette, almeno nella maggior parte dei casi. Una prova complessa considerato il numero delle materie e dei quesiti che possono riguardare il programma svolto nell’intero anno scolastico.

Ma vediamo, per chi non ne fosse ancora informato, di che cosa si tratta.

La terza prova scritta, a differenza delle prime due che sono ministeriali, è preparata autonomamente da ciascuna Commissione esaminatrice (costituita da tre commissari esterni, tre interni e un Presidente) che decide anche la tipologia degli esercizi da sottoporre agli studenti.
Anche se le possibilità sono varie, tra cui anche i quesiti a risposta multipla (da 30 a 40), in altre parole un test a crocette, la maggior parte delle commissioni propende per i quesiti aperti che richiedono una risposta sintetica. Possono essere proposti, inoltre, dei problemi scientifici a soluzione rapida (non più di 2), oppure, a seconda degli indirizzi di studio, si può richiedere la realizzazione di un progetto.

Insomma, tutt’altro che “quizzone”. Le discipline coinvolte possono essere quattro o cinque e il numero dei quesiti può variare da un minimo di 10 a un massimo di 15. Generalmente la terza prova è costruita prendendo spunto dalle simulazioni che vengono svolte dagli allievi durante l’anno scolastico, ma non si tratta di una regola ferrea. Ogni decisione, infatti, spetta ai membri della commissione che preparano le domande da sottoporre ai maturandi la mattina stessa della prova e non anticipano le materie coinvolte nella prova.

Annunciato con una certezza quasi assoluta già dall’anno scolastico 2014/15, il grande assente continua ad essere il test InValsi. Da anni, infatti, si parla di sostituire la terza prova scritta con un test a risposta multipla di tipo anglosassone simile a quello dell’Invalsi che viene proposto per l’esame di terza media. L’obiettivo primario sarebbe quello di avere un sistema di valutazione omogeneo per tutto il Paese e scongiurare quelle disparità di valutazione che annualmente si riscontrano tra le scuole nelle diverse parti della penisola. A partire dall’elargizione delle lodi, sempre troppo presenti al Sud, mentre al Nord, che nelle rilevazioni nazionali se la cava egregiamente (attestandosi sulle medie europee, quando non le supera, come nel caso del Nord-Est), sono di gran lunga meno numerose.

C’è chi parla, addirittura, di eliminare l’esame di Stato, oppure sostituire con un’unica prova tipo InValsi le tre attuali. In questo modo, dicono, si garantirebbe una maggior equità e oggettività nelle valutazioni. Rimane il fatto che, almeno per quanto riguarda i maturandi di oggi, la terza prova si fa ed è parecchio impegnativa. Magari fosse un quizzone!

Coraggio, ragazzi, un ultimo sforzo, anzi, penultimo (dato che c’è ancora l’orale che non è una passeggiata), prima di potervi godere le meritate vacanze.

Per chi volesse allenarsi, il Corriere.it ha pubblicato una serie di prove somministrate in passato e riguardanti le diverse discipline in vari indirizzi liceali. CLICCA QUI

LA BOCCIATURA NON PIACE? BASTA RIFARE LO SCRUTINIO

scrutinioLa notizia ha creato in me molto sconcerto. Il fatto è accaduto all’ITIS Feltrinelli di Milano dove quattro studenti, risultati non ammessi alla classe successiva sul tabellone esposto lunedì, magicamente in due giorni sono stati salvati – per il momento il giudizio è sospeso– e al posto della bocciatura hanno rimediato qualche debito da saldare entro fine estate.

Cos’è successo, in pratica? Due professori, di italiano e matematica, non hanno considerato la media matematica dei voti, suscitando le proteste degli studenti che hanno indotto la dirigente ad annullare quello scrutinio, rivalutando subito la classe. Ma non è tutto: nella stessa classe, una terza liceo scientifico, un “rimandato” è stato promosso e altri due studenti si sono ritrovati con il debito in una materia e non due come era stato deciso.

La cosa, a mio parere, più sconcertante è la giustificazione addotta dalla dirigente, Annamaria Indinimeo, per il doppio scrutinio: «Possibile e doveroso rimediare quando c’è un errore. I ragazzi hanno segnalato che non c’era corrispondenza con i voti sul registro elettronico e avevano ragione. Perché avrei dovuto aspettare il ricorso? Il Tar mi avrebbe chiesto di ripetere lo scrutinio, l’ho fatto direttamente».

Questo è uno dei risvolti negativi dell’adozione del registro elettronico, dirà qualcuno. In realtà le cose stanno diversamente. Cercherò di spiegarlo in modo semplice, anche per i non addetti ai lavori.

Il registro elettronico segnala la media matematica, senza tenere nel debito conto tutti quei fattori – partecipazione alle lezioni, interesse dimostrato nei confronti della materia, impegno nello studio, esecuzione delle attività domestiche, partecipazione alle attività di recupero organizzate dalla scuola… – che concorrono alla valutazione sommativa. Quest’ultima, infatti, non consiste nella mera media matematica ma deve tener conto dell’intero percorso. Certamente l’ago della bilancia penderà più da una parte o dall’altra nei casi di arrotondamento per eccesso o per difetto.

In questo caso, però, pare che i voti siano drasticamente scesi, forse di un punto intero. Infatti, come spiega la dirigente, «la proposta di voto dei due professori era discordante dalla media matematica perché gli insegnanti hanno riconosciuto un peso diverso ai singoli voti orali e scritti. I criteri della valutazione non erano stati comunicati alla classe quindi ai ragazzi i conti non tornavano».

Ecco, quindi, che l’errore non è del registro elettronico ma dell’uomo, in questo caso dei due professori.

La trasparenza è un dovere cui non ci si può sottrarre. Ecco quello che è stato deciso nel liceo in cui insegno: nella programmazione annuale ciascun docente scrive in modo chiaro che non sarà la media matematica a determinare il voto finale bensì quella ponderata che tiene conto, appunto, del diverso peso che possono avere differenti tipi di verifica.

Personalmente adotto un’altra strategia: nella valutazione di ogni singola prova fisso dei livelli di sufficienza differenti dal classico 60%, avvertendo preventivamente gli allievi. In questo modo ogni prova ha il giusto peso e la media è veritiera. L’aggiustamento della media finale, dunque, dipenderà dal merito – o demerito – di ogni studente.

A questo punto credo che la dirigente abbia avuto la coda di paglia: se è successo questo significa che non era presente al primo scrutinio oppure non aveva di fronte i voti della classe. Posso assicurare che la mia dirigente ha presenziato a tutti gli scrutini con davanti il registro elettronico e tutte le valutazioni del quadrimestre, materia per materia. Tutto ciò forse non salva da un ricorso al TAR ma offre ottime possibilità che i voti non vengano contestati. Almeno spero.

[fonte: Corriere.it; immagine da questo sito]

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