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E PARLIAMO DELL’AGGIORNAMENTO DEI PROF


Dicono che noi insegnanti dobbiamo aggiornarci se vogliamo essere meritevoli del compito che ci viene affidato, ovvero di formare, educare e istruire le nuove generazioni che avranno un domani il potere sul mondo. Vabbè, questo forse è esagerato ma è inutile negare che il nostro è un ruolo prezioso perché noi docenti siamo donne e uomini che fanno ogni giorno della conoscenza un dono. Parole del ministro (ministra non lo scriverò mai!) Valeria Fedeli, pronunciate in occasione della Giornata Mondiale degli Insegnanti, istituita dall’UNESCO nel 1994, giornata che, diciamolo, non se la fila o almeno non l’è filata nessuno per molti anni. Solo ultimamente i media ci ricordano che esiste, che si celebra – oddio, celebra è una parola grossa – il 5 ottobre di ogni anno. E ogni 5 ottobre, da qualche tempo, gli insegnanti conquistano un posto d’onore, diciamo così, nel panorama della carta stampata e dei tiggì per poi ricadere nel dimenticatoio… anche dei ministri, ahimè.

Ma non è della Giornata Mondiale degli Insegnanti che volevo parlare. Il fatto è che in quella occasione i vari ministri non solo ci elevano agli onori, che per la categoria più bistrattata della Pubblica Amministrazione rimane una parola che non ha riscontri nella pratica di tutti i giorni, ma ci ricordano anche i vari oneri che non sono pochi. Tra questi l’aggiornamento. Così si esprimeva il ministro Fedeli il 5 ottobre scorso:

“L’educazione di qualità delle nuove generazioni è un fattore di sviluppo fondamentale e trasversale delle nostre società, come sottolinea anche l’Agenda 2030 dell’Onu. Il ruolo svolto dalle docenti e dai docenti è prezioso. La loro valorizzazione e il riconoscimento della dignità della loro professione è importante. È per questo che stiamo lavorando al rinnovo del loro contratto, bloccato ingiustamente per troppo tempo. Siamo impegnati a trovare le risorse in Legge di Bilancio per adeguare le loro retribuzioni. Indispensabili sono anche la loro formazione e il loro aggiornamento costante: c’è un Piano che è stato predisposto a tale scopo, perché vogliamo sostenerli nella guida delle studentesse e degli studenti di fronte ai mutamenti e ai cambiamenti repentini che attraversano le nostre società”.

Ora, vorrei lasciare da parte il discorso sul rinnovo del contratto perché la miseria di 85 € di aumento lordo promesso credo possa essere riconosciuto da tutti – anche da chi ci denigra – un insulto. Lo è soprattutto nei confronti di quegli insegnanti che lavorano con sacrificio e abnegazione, senza guardare la busta paga mensile. Questi sono sicuramente la maggioranza anche se una sparuta minoranza, costituita anche da poveri derelitti consumati dallo stress che ingiustamente non viene considerato malattia professionale (solo ora qualcosa si sta muovendo ed esclusivamente per le maestre della scuola dell’infanzia in previsione di poter usufruire dell’Ape Social), fa certamente più notizia.

Non voglio parlare del contratto, dicevo, e nemmeno della valorizzazione che, grazie al bonus per il merito, dovrebbe essere garantita ma le cifre che girano – almeno quelle che sono arrivate nelle mie tasche, pur ammazzandomi di lavoro – sono ridicole e costituiscono più un’offesa che il riconoscimento del merito. Mi soffermerò, invece, a parlare dell’aggiornamento che, a detta di Valeria Fedeli, è indispensabile per guidare i giovani che frequentano le nostre scuole, di fronte ai cambiamenti sociali repentini. Detta così, sembrerebbe prioritario stare al passo con i tempi soprattutto nella didattica, meglio se con l’ausilio delle cosiddette “nuove tecnologie” che non si sa bene cosa siano soprattutto per quel significato effimero dell’aggettivo “nuovo”, considerando che se compri uno smartphone oggi – è solo un esempio – domani è già vecchio.

Io mi sono sempre aggiornata, nei tempi e luoghi che ho ritenuto più opportuni. Non ho certamente bisogno che un ministro dell’Istruzione me lo dica. Anzi, per esperienza personale posso dire che l’obbligo, in quanto tale, spesso ottiene effetti catastrofici. In primo luogo, sentirsi obbligati a frequentare dei corsi di per sé non aumenta il valore dell’insegnamento perché spesso ciò che è coercitivo viene vissuto male. In secondo luogo, ogni volta che scatta l’obbligo di aggiornarsi (è successo più volte nei miei lunghi anni di insegnamento, anche legato allo scatto stipendiale, per poi decadere miseramente dopo aver inutilmente frequentato 200 ore di corsi) spuntano come funghi proposte di vario tipo, alcune di fatto irricevibili ma che importa, tanto la cosa fondamentale è “fare ore”. Insomma, la qualità delle proposte frequentemente lascia a desiderare.

Ultimamente ho frequentato due corsi, anche se quest’obbligo di ufficiale ha ben poco, soprattutto in relazione alla quantità di ore che dovremmo perdere, e lo dico non solo per provocazione ma perché spesso è davvero una perdita di tempo. Due esperienze diametralmente opposte, pur avendo in comune il tema, ovvero la didattica digitale, che cercherò di descrivere brevemente. Tengo a precisare che la frequenza era pomeridiana e non in orario di servizio.

Un corso è stato davvero interessante e posso dire di avere imparato tante cose che non conoscevo. La docente che ha tenuto il corso era preparatissima, coinvolgente, disponibilissima nel venire incontro alle esigenze di tutti i corsisti (una ventina più o meno). Si metteva davanti al pc, con alle spalle lo schermo su cui potevamo seguire passo passo le sue spiegazioni. Aveva predisposto un’infinità di materiali – anche troppi a mio parere – per poter dimostrare nella pratica ciò che avremmo potuto produrre attraverso varie piattaforme digitali. Noi discenti avevamo tutti una postazione con pc e potevamo seguire le istruzioni della formatrice per mettere in pratica senza inutili perdite di tempo, a provare e riprovare, ciò che veniva spiegato in teoria.

Un altro corso, che purtroppo per qualche settimana si è sovrapposto all’altro (quindi ero impegnata anche 8 ore a settimana), non mi ha dato assolutamente nulla e lasciato solo tanta rabbia per aver perso così tanto tempo inutilmente. Il docente formatore (titolo che, a parere di tutti i corsisti, rivestiva indegnamente) non ha spiegato nulla – non era nemmeno in grado di parlare un italiano corretto dal punto di vista grammaticale – né tanto meno ci ha guidati nell’esplorazione di piattaforme digitali che avremmo potuto utilizzare nella didattica. All’inizio di ogni incontro si limitava a esporre il programma della giornata, cioè tutto ciò che avremmo potuto provare a sperimentare da soli nelle 4 ore, senza tuttavia darci nessuna istruzione pratica. Nel programma che era esposto su una piattaforma di condivisione interna c’erano dei link che spesso non funzionavano o erano errati, che avrebbero dovuto rimandare alle piattaforme da sperimentare le quali spesso riportavano istruzioni in inglese, il che rendeva tutto più difficile mentre sarebbe stato molto più agevole essere guidati da lui tramite dimostrazione pratica. Verso chi richiedeva il suo aiuto era disponibile ma in una “classe” di più di 20 persone è evidente che la gestione diventava impossibile per poter accontentare tutti.
Io ho cercato di arrangiarmi ma perlopiù ho approfittato della situazione per scambiare quattro chiacchiere con i colleghi, alcuni sconosciuti fino a quel momento. Diciamo che per quanto riguarda la socializzazione l’esperienza è stata positiva ma a quel punto tanto valeva andare al bar davanti a un cappuccino fumante, senza perdere 18 ore in chiacchiere all’interno di un edificio scolastico.
Per quanto riguarda la maggior parte dei corsisti, erano impegnati nella correzione o preparazione di compiti, nella compilazione del registro elettronico e a rispondere a qualche e-mail. Qualcuno ne ha approfittato per leggere i quotidiani on line, per farsi un solitario o per prenotare la prossima vacanza su Tripadvisor. Insomma, qualche esperienza del digitale è stata fatta!

In conclusione posso dire che i due formatori erano entrambi nominati, attraverso titoli specifici da valutare per mezzo di un regolare bando, nell’ambito del PON (Programma Operativo Nazionale) del Miur, così descritto sul sito: «intitolato “Per la Scuola – competenze e ambienti per l’apprendimento” è un piano di interventi che punta a creare un sistema d’istruzione e di formazione di elevata qualità. È finanziato dai Fondi Strutturali Europei e ha una durata settennale, dal 2014 al 2020.» Compenso lordo orario per i formatori: 70 euro, cui si aggiungono i 35 per i cosiddetti tutor che in aula ho intravisto poche volte. Fate il calcolo per 18 ore… Certamente la formatrice del primo corso se li è sudati ma il sedicente formatore del secondo potrebbe essere quasi accusato di appropriazione indebita.

Ora considerate i due esempi riportati e chiedetevi come funziona la scuola italiana. C’è chi si suda e merita tutto ciò che gli/le viene dato, ma c’è anche chi, pur facendo poco o nulla, s’intasca il gruzzolo senza merito alcuno. I due sono stati pagati allo stesso modo quindi non mi vengano a parlare di merito e valorizzazione perché son tutte fandonie: c’è chi viene giustamente valorizzato e chi intasca il gruzzolo e basta.

[fonti: Orizzonte Scuola per i riferimenti al ministro fedeli; immagine da questo sito]

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HAI FATTO TROPPE ASSENZE? RISCHI LA BOCCIATURA

L’anno scolastico è ormai agli sgoccioli e gli studenti iniziano a temere, specialmente quelli che frequentano la scuola superiore, di non essere promossi. Ma al di là del profitto, c’è un’altra cosa da tener presente: il numero di assenze collezionate durante l’anno. Superare, infatti, il 25% di ore rispetto al curricolo totale può costare caro perché si rischia di non essere ammessi allo scrutinio finale. Vediamo meglio, punto per punto, cosa dice la Legge.

1. Non contano i giorni di assenza ma le ORE. Infatti, il Decreto del Presidente della Repubblica del 22 giugno 2009 n. 122, all’articolo 14, comma 7, stabilisce che «ai fini della validità degli anni scolastici – compreso l’ultimo anno di corso – per procedere alla valutazione finale di ciascuno studente, è richiesta la frequenza di almeno tre quarti dell’orario annuale personalizzato.» Ma cosa s’intende per orario annuale personalizzato?
Come il MIUR ha specificato nella Circolare n.20 del 4 marzo 2011 (Prot. n. 1483) bisogna tener presente il monte ore annuale delle lezioni, che consiste nell’orario complessivo di tutte le discipline e non nella quota oraria annuale di ciascuna disciplina. Nella stessa circolare citata si specifica quanto segue: «Le istituzioni scolastiche, in base all’ordinamento scolastico di appartenenza, vorranno definire preliminarmente il monte ore annuo di riferimento per ogni anno di corso, quale base di calcolo per la determinazione dei tre quarti di presenza richiesti dal Regolamento per la validità dell’anno, assumendo come orario di riferimento quello curricolare e obbligatorio.»

Quanto alla personalizzazione, si fa riferimento all’art. 11 del decreto legislativo n. 59/2004 e i richiamati articoli 2 e 14 del Regolamento che parlano espressamente di “orario annuale personalizzato”. «A riguardo è opportuno precisare che – si legge sempre nella suddetta circolare – tali riferimenti devono essere interpretati per la scuola secondaria di primo grado alla luce del nuovo assetto ordinamentale definito dal d.P.R. 20 marzo 2009 n. 89 (in particolare dall’art. 5) e, per la scuola secondaria di secondo grado, in relazione alla specificità dei piani di studio propri di ciascuno dei percorsi del nuovo o vecchio ordinamento presenti presso le istituzioni scolastiche.
L’intera questione della personalizzazione va, comunque, inquadrata per tutta la scuola secondaria nella cornice normativa del d.P.R. 275/99 e, in particolare, degli artt. 8 e 9 del predetto regolamento. Pertanto devono essere considerate, a tutti gli effetti, come rientranti nel monte ore annuale del curricolo di ciascun allievo tutte le attività oggetto di formale valutazione intermedia e finale da parte del consiglio di classe.»

2. MONTE ORE ANNUO. Va da sé che nel computo delle ore di assenza che, ripeto, non possono superare il 25% del monte ore annuo, vanno contemplate non solo le giornate di assenza ma anche le ore perse nel caso di entrate posticipate o uscite anticipate.
Il monte ore varia, ovviamente, a seconda dell’ordine e grado di scuola. Di seguito vengono date delle indicazioni di massima.

Scuola primaria (ex scuola elementare): vi possono essere classi funzionanti per 24 ore settimanali e classi con orario a 27 ore. In base alle disponibilità di organico di docenti, possono funzionare anche classi a 30 ore settimanali. Nel caso del tempo pieno, l’orario settimanale è di 40 ore ed è comprensivo della mensa scolastica. Per ottenere il monte ore annuo bisogna moltiplicare per 33, cioè il numero di settimane previsto di norma (ma a seconda delle scuole può essere anche più ampio).

Scuola secondaria di primo grado (ex scuola media): l’orario normale di lezione è di 30 ore settimanali ma può essere esteso da 36 fino a 40 ore per le classi a tempo prolungato. Anche in questo caso di norma si moltiplica l’orario settimanale per 33 e si ottiene il monte ore annuo.

Scuola secondaria di secondo grado (ex scuola superiore): in questo caso, vista la complessità dell’istruzione secondaria di secondo grado che si articola in istruzione professionale, tecnica e liceale, si veda il piano dettagliato a questo LINK.
Mi limito a riportare il monte ore annuo per i licei:

Per il liceo classico, il totale annuale è di 891 ore al biennio e di 1023 al triennio
Per il liceo scientifico, il totale annuale è di 891 ore al biennio e di 990 al triennio
Per il liceo linguistico, il totale annuale è di 891 ore al biennio e di 990 al triennio
Per il liceo artistico, il totale annuale è di 1122 ore e di 1155 al triennio
Per il liceo musicale e coreutico, il totale annuale è di 1056 ore
Per il liceo di scienze umane, il totale annuale è di 891 ore al biennio e di 990 al triennio

3. DEROGHE. Sono previste per casi eccezionali e vengono regolamentate dalle indicazioni date dal MIUR sempre nella circolare succitata in cui si legge: «È compito del consiglio di classe verificare, nel rispetto dei criteri definiti dal collegio dei docenti e delle indicazioni della presente nota, se il singolo allievo abbia superato il limite massimo consentito di assenze e se tali assenze, pur rientrando nelle deroghe previste dal collegio dei docenti, impediscano, comunque, di procedere alla fase valutativa, considerata la non sufficiente permanenza del rapporto educativo.»

In sintesi, indicativamente sono previste deroghe nei seguenti casi:

 gravi motivi di salute adeguatamente documentati;
 terapie e/o cure programmate;
 donazioni di sangue;
 partecipazione ad attività sportive e agonistiche organizzate da federazioni
riconosciute dal C.O.N.I.;
 adesione a confessioni religiose per le quali esistono specifiche intese che
considerano il sabato come giorno di riposo (cfr. Legge n. 516/1988 che recepisce
l’intesa con la Chiesa Cristiana Avventista del Settimo Giorno; Legge n. 101/1989
sulla regolazione dei rapporti tra lo Stato e l’Unione delle Comunità Ebraiche
Italiane, sulla base dell’intesa stipulata il 27 febbraio 1987).
 calamità o disastri naturali che coinvolgono determinate zone del territorio italiano (in tal caso sarà proprio il Miur a spostare il limite massimo di assenza consentite). Nell’anno scolastico 2016/2017, in seguito alle scosse di terremoto che hanno colpito il Centro Italia e alla successiva ondata di maltempo, il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto che stabilisce che: “Nelle scuole dei comuni colpiti dal sisma l’anno scolastico sarà valido anche con meno di 200 giorni di attività didattiche effettivamente svolte.” Secondo quanto si legge in un comunicato diffuso dal Ministero, inoltre, nella norma: “si prevede una deroga anche per i giorni di frequenza minima richiesti alle studentesse e agli studenti per poter essere ammessi agli scrutini finali.” (LINK)

Per quanto riguarda le assenze per malattia, il consiglio di classe ha facoltà di aumentare eccezionalmente il limite del 25% per alcuni studenti. Sono due le condizioni da rispettare per ottenere la deroga:

1. Avere delle comprovate e documentate motivazioni per le assenze
2. Possedere un numero di valutazioni sufficiente a poter accedere allo scrutinio

Per quanto concerne le assenze dovute alla partecipazione ad attività agonistiche, nella circolare si rimanda alla nota 2056/11 in cui è chiarito che tra le deroghe consentite alle singole istituzioni scolastiche vanno considerate anche quelle degli studenti che svolgono sport a livello agonistico sempre che sussistano i presupposti per poter valutare gli apprendimenti conseguiti in tutte le discipline di studio. Anche in questo caso, è indispensabile produrre la relativa documentazione e possedere comunque un numero di valutazioni sufficiente a poter portare a compimento l’anno.

[immagine da questo sito]

PERCHÉ STUDIARE (ANCORA) IL LATINO E IL GRECO?

In occasione dell’80esimo anniversario dalla morte di Antonio Gramsci, il 29 aprile scorso, il MIUR (Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca) ha invitato le scuole a riflettere sulla sua figura e sul suo pensiero, utili per comprendere la complessità del presente che viviamo e le sue radici storiche, per promuovere occasioni di studio, ricerca e approfondimento. (LINK)

Onestamente non ho mai approfondito lo studio di Gramsci, se non per un breve periodo all’università, grazie alla baldanzosa ammirazione che il mio docente di Letteratura Italiana nutriva per lui e per altri personaggi legati alla cultura marxista. Ricordo che allora quel professore – Giampaolo Borghello, per chi fosse curioso – non riuscì più di tanto a farmelo amare. Tuttavia, ci sono degli scritti di Gramsci che appaiono molto attuali. Uno di questi, tratto dai Quaderni dal carcere, riguarda lo studio delle lingue classiche e, facendo seguito all’invito del MIUR, ne riporto qualche stralcio – purtroppo in questo periodo a scuola il tempo è davvero tiranno ed è una lotta per portare a termine i programmi, o almeno tentare -, sperando che qualche allievo di buona volontà lo legga. Il grassetto è mio.

Non si impara il latino e il greco per parlare queste lingue, per fare i camerieri o gli interpreti o che so io. Si imparano per conoscere la civiltà dei due popoli, la cui vita si pone come base della cultura mondiale. La lingua latina o greca si impara secondo grammatica, un po’ meccanicamente: ma c’è molta esagerazione nell’accusa di meccanicità e aridità. Si ha che fare con dei ragazzetti, ai quali occorre far contrarre certe abitudini di diligenza, di esattezza, di compostezza fisica, di concentrazione psichica in determinati oggetti. Uno studioso di trenta-quarant’anni sarebbe capace di stare a tavolino sedici ore filate, se da bambino non avesse «coattivamente», per «coercizione meccanica» assunto le abitudini psicofisiche conformi? Se si vogliono allevare anche degli studiosi, occorre incominciare da lì e occorre premere su tutti per avere quelle migliaia, o centinaia, o anche solo dozzine di studiosi di gran nerbo, di cui ogni civiltà ha bisogno.

Il latino non si studia per imparare il latino, si studia per abituare i ragazzi a studiare, ad analizzare un corpo storico che si può trattare come un cadavere ma che continuamente si ricompone in vita. Naturalmente io non credo che il latino e il greco abbiano delle qualità taumaturgiche intrinseche: dico che in un dato ambiente, in una data cultura, con una data tradizione, lo studio così graduato dava quei determinati effetti. Si può sostituire il latino e il greco e li si sostituirà utilmente, ma occorrerà sapere disporre didatticamente la nuova materia o la nuova serie di materie, in modo da ottenere risultati equivalenti di educazione generale dell’uomo, partendo dal ragazzetto fino all’età della scelta professionale. In questo periodo lo studio o la parte maggiore dello studio deve essere disinteressato, cioè non avere scopi pratici immediati o troppo immediatamente mediati: deve essere formativo, anche se «istruttivo», cioè ricco di nozioni concrete. […]

Anche lo studio è un mestiere e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio anche nervoso-muscolare, oltre che intellettuale: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo e il dolore e la noia. La partecipazione di più larghe masse alla scuola media tende a rallentare la disciplina dello studio, a domandare facilitazioni. Molti pensano addirittura che la difficoltà sia artificiale, perché sono abituati a considerare lavoro e fatica solo il lavoro manuale. È una quistione complessa. Certo il ragazzo di una famiglia tradizionalmente di intellettuali supera più facilmente il processo di adattamento psicofisico: egli già entrando la prima volta in classe ha parecchi punti di vantaggio sugli altri scolari, ha un’ambientazione già acquisita per le abitudini famigliari. Così il figlio di un operaio di città soffre meno entrando in fabbrica di un ragazzo di contadini o di un contadino già sviluppato per la vita dei campi.

Ecco perché molti del popolo pensano che nella difficoltà dello studio ci sia un trucco a loro danno; vedono il signore compiere con scioltezza e con apparente facilità il lavoro che ai loro figli costa lacrime e sangue, e pensano ci sia un trucco. In una nuova situazione politica, queste quistioni diventeranno asprissime e occorrerà resistere alla tendenza di rendere facile ciò che non può esserlo senza essere snaturato. Se si vorrà creare un nuovo corpo di intellettuali, fino alle più alte cime, da uno strato sociale che tradizionalmente non ha sviluppato le attitudini psico-fisiche adeguate, si dovranno superare difficoltà inaudite.

[Quaderni dal Carcere, 4 [XIII], 55]

E ora qualche mia considerazione.

La prima riflessione – Non si impara il latino e il greco per parlare queste lingue – è quanto mai attuale. In particolare ci sono metodi didattici (spacciati per innovativi ma che hanno alle spalle qualche decina d’anni) che tendono proprio a privilegiare lo studio del latino – insegnando al liceo scientifico mi soffermo solo su questa lingua – secondo il cosiddetto “metodo natura”, vale a dire una didattica mutuata attraverso quella delle lingue moderne. Sto parlando, naturalmente, del metodo Ørberg, un linguista danese vissuto tra il 1920 e il 2010, che aveva sperimentato la didattica del latino riproducendo le condizioni normali e prevedibili in cui una persona del tutto ignara di latino si troverebbe se circondata solo da antichi Romani. Secondo lo studioso, in questo modo si supererebbe lo studio noioso delle regole grammaticali e lo sforzo inutile d’imparare a memoria lunghissime liste di vocaboli, contestualizzando in diverse “situazioni” l’apprendimento della lingua, come si fa appunto nella didattica delle lingue moderne. Attraverso il MN si arriverebbe all’utilizzo vivo della lingua per portare gli studenti ad una reale padronanza della lingua che stanno studiando, portandoli all’ “interno dei testi”, evitando di relegarli al ruolo di semplici spettatori di uno spettacolo che comprendono a stento (il testo latino d’autore). In altre parole, si arriva all’utilizzo del latino come lingua veicolare che comunque non potrebbero usare, come invece accade con le lingue moderne, al mercato o al ristorante … dell’antica Roma.

Non mi dilungo ma voglio far capire che già negli anni Trenta del Novecento Gramsci aveva capito che lo scopo della didattica del latino non è quello di parlare queste lingue, per fare i camerieri o gli interpreti. Vale a dire che già allora, sorprendentemente, si tendeva ad attribuire allo studio delle lingue classiche uno scopo non pratico. Oggi va di moda parlare del problem solving cui il latino, in modo insospettabile per molti, contribuisce non poco, abituando gli allievi a sviluppare la capacità logica per superare l’ostacolo, ovvero per comprendere e – solo successivamente – tradurre un testo di Cesare o Cicerone, ad esempio. Più problem solving di così!

Insomma, anche ai tempi di Gramsci lo studio delle “lingue morte” era accusato di eccessiva meccanicità e aridità. In più doveva essere parecchio noioso, classista e soprattutto costava molta fatica, troppa per alcuni. È evidente che oggi il discorso sulle classi sociali e sul vantaggio che deriverebbe a chi appartiene ad un ambito familiare colto nell’affrontare gli studi di un certo livello non è più valido. Soprattutto ora che l’Ocse ha eletto la scuola italiana reginetta dell’inclusività. Però è pur vero che molti degli stimoli devono arrivare, o almeno dovrebbero, dalle famiglie. Tuttavia, se proprio in famiglia si ritiene inutile lo studio delle lingue classiche e più in generale delle discipline umanistiche, il giovane allievo è portato a sopportare con grande sacrificio e a volte insofferenza lo studio di questa ed altre materie “inutili”.

Perché si studiano certe cose? È una domanda che, inutile negarlo, tutti ci siamo fatti (io per le scienze che la mia professoressa burbera, volgare e del tutto impreparata, mi aveva fatto odiare) ma fino a 20 anni fa lo studio, anche quello che non era particolarmente gradito, veniva considerato un dovere e l’ “utilità” non era misurata sulla base di una spendibilità immediata (a me, per esempio, le formule chimiche non sono mai servite nella vita!). L’obiettivo finale era quello di costruirsi una base culturale (perché, diciamolo, la scuola non ha mai avuto la pretesa di offrire la Cultura a 360 gradi) da approfondire con gli studi successivi e nel corso di tutta la vita da adulti. Un modo, insomma, per non sentirsi ignoranti.

Torniamo, dunque, alla riflessione di Gramsci: Anche lo studio è un mestiere e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio anche nervoso-muscolare, oltre che intellettuale: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo e il dolore e la noia.
In queste osservazioni ci sono delle parole “magiche” che tutti i nostri studenti dovrebbero annotare nel quadernetto della memoria: mestiere, faticoso, sforzo, dolore, noia.

Non voglio commentare questo passaggio, le parole parlano da sole. Dirò solo che nei nostri studenti manca lo spirito di adattamento, vogliono (vorrebbero?) che tutto sia facile, che nulla richieda sacrificio e fatica, che ogni cosa sia facilmente raggiungibile (la sufficienza, ad esempio) senza trovare ostacoli (dolore) e possibilmente senza annoiarsi troppo.

Bene, pare che anche gli studenti dell’età di Gramsci soffrissero di questo disturbo. Il mondo va avanti ma certe cose non cambiano. Viene da pensare che anche la scuola sia rimasta indietro – didattica del latino e del greco a prescindere – ma non è così. Il problema vero non riguarda la didattica che per forza di cose si deve rinnovare e innovare (vedi l’utilizzo delle nuove tecnologie, per esempio), non riguarda nemmeno i “programmi vecchi” perché ci sono discipline e intellettuali del passato che hanno ancora molto da insegnare alle nuove generazioni. Il problema vero è lo scarso valore che viene dato alla Cultura in generale e la convinzione errata che tutto debba essere alla portata di tutti.

Ci troviamo davanti alla generazione del fast food e della smart life. Ma la scuola non sarà mai né fastsmart… almeno non troppo!

È PIÙ IMPORTANTE AVERE UN MINISTRO CON LAUREA O UN MINISTRO CHE NE CAPISCA DI SCUOLA?

valeria-fedeliE così, dopo le dimissioni dell’ormai ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi, a seguito della schiacciante vittoria del NO al referendum sulle riforme costituzionali, a Viale Trastevere si è insediata la signora Valeria Fedeli. Il terzo ministro donna degli ultimi anni, dopo Maria Chiara Carrozza – governo Letta – e Stefania Giannini, artefice, assieme all’ex premier, della L. 107/2015, altrimenti detta #labuonascuola che ha visto l’opposizione massiccia di tutte le componenti scolastiche. Ma tant’è, almeno per il momento la disastrosa legge ce la dobbiamo tenere.

Il neo-ministro del MIUR Valeria Fedeli aveva già ricoperto il ruolo di vice-presidente del Senato e nel suo sito ufficiale si presenta così: SONO UNA SINDACALISTA PRAGMATICA. SONO FEMMINISTA, RIFORMISTA, DI SINISTRA. Nota – e oggi temuta, in veste di ministro dell’Istruzione – per aver strenuamente difeso la teoria gender da insegnare in tutte le scuole pubbliche italiane di ogni ordine e grado, vanta un’esperienza decennale, dal 2000 al 2010, in veste di segretaria generale della Filtea, la categoria tessile della Cgil.

Fino a due giorni fa il suo curriculum contemplava un fantomatico diploma di laurea in Scienze Sociali conseguito, finite le scuole (citazione dal sito personale), a Milano presso l’UNSAS. Non ci voleva certo l’occhio vigile del giornalista Mario Adinolfi, che ha sollevato il polverone, per capire che la storia del diploma di laurea puzzava, e molto. La signora Valeria, dal canto suo, ha fin da subito tentato di evitare il pubblico ludibrio, facendo riferimento ad una laurea triennale che certamente lei, nata nel 1949, non avrebbe mai potuto conseguire dato che le lauree triennali non esistevano ai tempi in cui avrebbe finito le scuole. Ha tentato, come si suol dire, di metterci una “pezza”, peggiorando le cose. Come può avere credibilità una persona del genere?

Veloce come un fulmine, dopo essersi pubblicamente scusata, non per aver millantato una laurea che non ha ma per essersi spiegata male, ha corretto il curriculum su cui ora si legge: «Finite le scuole mi sono trasferita a Milano dove ho conseguito il diploma per assistenti sociali, presso UNSAS

Pare, tuttavia, che la Fedeli non abbia nemmeno il diploma di maturità. Ed ecco spiegato il generico finite le scuole, altrimenti non avrebbe esitato a scrivere «dopo il conseguimento del diploma di maturità». Le scuole che avrebbe frequentato, infatti, si ridurrebbero a un corso triennale per conseguire il diploma di maestra d’asilo, attività che il neo-ministro ha ammesso di aver svolto per un certo periodo a Milano.

Dunque, riassumendo: abbiamo una ex maestra d’asilo, ex sindacalista nel reparto tessile, femminista e di sinistra. L’ennesimo ministro dell’Istruzione che della scuola sa poco o nulla. Ma, non dimentichiamolo, riformista.

Ora, il fatto che abbia millantato una laurea che non possiede e la mancanza addirittura di un diploma di maturità sarebbero motivi sufficienti per chiedere le dimissioni della signora Fedeli. Ma non è solo questo fatto che mi disturba, quanto la mancanza di esperienza nell’ambito della scuola pubblica. Se escludiamo, naturalmente, il fatto di averla frequentata – non così a lungo – e di aver lavorato come maestra d’asilo. Né mi consola minimamente il suo passato da sindacalista: abbiamo visto l’assoluta incapacità dei sindacati di dialogare con i governi negli ultimi anni. Grazie alla caduta di Renzi siamo riusciti, almeno momentaneamente, a sventare il pericolo di vederci appioppare un aumento di 85 euro lordi in busta paga con il rinnovo contrattuale.

Pensate forse che una ex sindacalista come la Fedeli possa davvero restituire dignità – e non solo attraverso un aumento dello stipendio – ai denigrati insegnanti italiani?

Io credo proprio di no.

[LINK della fonte]

E’ GIUSTO RIFIUTARE IL BONUS PER IL MERITO?

soldiUn argomento che fa discutere molto in questo periodo il mondo della scuola è quello relativo al bonus per il merito introdotto dalla Legge 107/2015, altrimenti detta #labuonascuola. Cerchiamo di capire di cosa si tratta.

Il Miur ha stanziato per la valorizzazione del merito del personale docente 200 milioni di euro annui, a decorrere dall’anno 2016, da distribuire a tutte le scuole di ogni ordine e grado, in proporzione alla dotazione organica dei docenti e considerando i fattori di complessità delle istituzioni scolastiche e delle aree soggette a maggiore rischio educativo (in media 23mila euro lordo stato per istituto). Ogni scuola, per assegnare questo bonus ai docenti meritevoli, ha istituito (o almeno avrebbe dovuto…) un comitato di valutazione ad hoc, composto dai rappresentanti di tutte le componenti (per gli istituti superiori è presente anche un rappresentante degli studenti), il Dirigente Scolastico che lo presiede e un membro esterno identificato dall’Ufficio Scolastico regionale competente. A questo comitato spetta il compito di definire dei criteri per l’assegnazione del bonus, anche se sarà completamente a discrezione del DS l’attribuzione dello stesso.

Come sappiamo, il programma de #labuonascuola è stato osteggiato dalla maggior parte dei docenti, con la “complicità” di genitori e studenti. Insomma, pur non piacendo a nessuno, la proposta è diventata legge.

Uno dei nodi più difficili da sciogliere è stato ed è, appunto, quello relativo alla valorizzazione del merito. In primo luogo, perché viene visto come un “contentino” per mettere a tacere gli insegnanti con il contratto scaduto dal 2009, in secondo luogo perché questo bonus, inevitabilmente, porta a una gerarchizzazione dei docenti, dividendoli tra “buoni” (meritevoli del bonus) e “cattivi” (esclusi dall’assegnazione della gratifica). Infatti, poiché il Miur ha raccomandato di non distribuire a pioggia questi premi (in realtà l’importo è davvero esiguo, quindi a ciascuno spetterebbe una manciata di euro, per una pizza o poco più), solo due terzi dei docenti sarà “premiato”.

In realtà, il problema vero è che l’assegnazione del bonus non garantisce che venga davvero premiato il merito, o per lo meno che questa somma di denaro, esigua o meno, compensi il buon lavoro dell’insegnante a livello didattico. Questa osservazione, che sembra paradossale, in verità ha dei fondamenti inoppugnabili.

Il terzo comma dell’articolo 11 della Legge 107/2015, infatti, prevede che vengano individuati i criteri per valutare «la qualità dell’insegnamento e il contributo al miglioramento dell’istituzione scolastica, nonché del successo formativo e scolastico degli studenti». Tuttavia, stabilire dei criteri oggettivi è molto difficile (quanto meno lo è nei tempi stretti concessi) ed è per questo che i comitati si orienteranno verso gli altri ambiti, ovvero quelli relativi ai «risultati ottenuti dal docente o dal gruppo di docenti in relazione al potenziamento delle competenze degli alunni e dell’innovazione didattica e metodologica, nonché della collaborazione alla ricerca didattica, alla documentazione e alla diffusione di buone pratiche didattiche» e alle «responsabilità assunte nel coordinamento organizzativo e didattico e nella formazione del personale».

In altre parole, verrà premiato chi partecipa a progetti, chi assume compiti organizzativi, chi ha degli incarichi specifici (ad esempio quello di coordinatore di classe) e chi si occupa di nuove tecnologie, interessanti ma non applicabili a tutte le discipline in ugual misura e comunque non garanti, di per sé, di una migliore qualità della didattica.

Non si tiene in alcun conto il fatto che, anche nell’insegnamento “ordinario”, c’è chi ha oneri di lavoro più pesanti (ad esempio chi, come me, insegna Lettere e deve valutare ogni materia con voti orali e scritti) e chi meno. Praticamente tutto il lavoro sommerso che non è quantificabile in termini di ore né verificabile in quanto si tratta di attività che ognuno svolge a casa, nei tempi e modi che ritiene più opportuni.

Proprio per questo motivo, ovvero per il fatto che questo bonus non valorizza il lavoro ordinario ma quello straordinario (già retribuito, anche se con somme modeste attraverso il fondo d’istituto), in Italia molte scuole si sono mobilitate e i docenti, non tutti ma la maggior parte di essi, hanno dichiarato la propria “indisponibilità a ricevere il bonus”. In qualche istituto non è stato nemmeno eletto il comitato di valutazione oppure in qualche caso alcune componenti hanno rifiutato l’elezione. Addirittura alcuni studenti si sono opposti all’elezione come rappresentanti nei comitati dei propri istituti.

I sindacati, da parte loro, minacciano di ricorrere ai tribunali. Il contenzioso nasce dal fatto che, essendo il bonus a tutti gli effetti uno stipendio accessorio che non prevede attività che i docenti sono obbligati a svolgere, deve essere oggetto di trattazione decentrata. In parole semplici, in ogni scuola il DS dovrebbe discutere con le RSU (rappresentanti sindacali) sulla destinazione di questi premi, cosa questa esclusa dalla Legge 107/2015 che, al contrario, prevede l’assoluta autonomia del dirigente in questo senso.

Ma qualora questi fondi non vengano utilizzati, è possibile che abbiano altre destinazioni? In qualche scuola si è pensato di dirottare queste somme su particolari progetti didattici a beneficio degli alunni più deboli. Nobile intento, davvero, ma non so quanto legittimo. C’è il rischio concreto che in questo modo il Miur non rinnovi la somma destinata alla valorizzazione del merito per i docenti negli anni a venire.

Insomma, la questione è molto confusa. Se da una parte è apprezzabile un atteggiamento di rifiuto, personalmente mi chiedo se non sia meglio mettere da parte l’orgoglio e anche la rabbia, accettando ciò che arriva, se arriva, in attesa che la questione oggi fumosa sia definita meglio in futuro.

Lo confesso: inizialmente mi ero rifiutata di concorrere per il bonus (nessuno, infatti, è obbligato a presentare l’autocertificazione per la definizione del punteggio, ma tutti i docenti sono potenziali destinatari del premio, pur non producendo alcunché), contraria a quella raccolta punti che in definitiva è diventata l’attribuzione del premio. Poi ho pensato che comunque vada, sarà sempre meglio che regalare la mia eventuale quota a chi è meno orgoglioso… e non necessariamente più bravo.

[immagine da questo sito]

QUALCHE CHIARIMENTO IN QUESTO POST

A COSA SERVE IL PROF POTENZIATO?

prof-potenziatoHo ripreso le pubblicazioni sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita”, dopo alcuni mesi di stop. Il post pubblicato oggi tratta dell’organico potenziato, un argomento molto seguito da chi s’interessa della scuola e soprattutto delle vicissitudini di quella #buonascuola molto pubblicizzata dall’attuale governo ma che di buono ha veramente poco o nulla.
Come sempre riporto in parte l’articolo e vi invito a leggerlo interamente sul sito del Corriere.it.

logo_blog-scuola-di-vita

Tutti sanno che uno dei fiori all’occhiello della Legge 107/2015 (la cosiddetta #buonascuola) è, almeno nelle intenzioni del governo Renzi, l’assunzione di un tot numero di docenti per decretare, anche se non subito, la fine della “supplentite”.

Già nel corrente anno scolastico sono stati assunti più di novantamila docenti in tutte le scuole di ogni ordine e grado. I numeri, tuttavia, seppure possano essere considerati una garanzia per abbattere, o almeno tentare, il precariato, sono alquanto lontani dalla cifra sbandierata durante l’estate scorsa: in realtà i docenti che dovrebbero essere assunti sono almeno il doppio.

L’urgenza, tuttavia, era quella di non incorrere nelle sanzioni in seguito alla condanna dell’Italia da parte della Corte di Giustizia europea che ha ritenuto illegittimo assumere i docenti all’inizio dell’anno scolastico, per poi licenziarli alla fine di giugno, per più di 36 mesi. Nella scuola italiana, infatti, si è costituito il cosiddetto “precariato storico” proprio per questo motivo, caso unico in tutta la UE.

Se queste assunzioni non sono il farmaco in grado di debellare la “supplentite”, almeno dobbiamo riconoscere lo sforzo fatto per procedere all’assunzione massiccia di docenti che, precari da anni e anni, finalmente possono sperare in una maggior sicurezza economica e stabilità del posto di lavoro.

Le assunzioni finora operate in seguito alla Legge 107/2015 hanno previsto tre fasi, l’ultima delle quali, la C, ha coinvolto 55mila insegnanti. Il Ministero dell’Istruzione ha proceduto alle nomine pensando ad un potenziamento dell’organico delle singole scuole: i nuovi insegnanti si sono aggiunti al personale ordinario per incrementare l’offerta formativa, secondo le necessità degli istituti. In realtà questi docenti, o almeno gran parte di essi, servono a coprire i buchi negli orari delle classi, girando per la scuola e sostituendo i colleghi assenti al mattino. I più fortunati possono essere impegnati in supplenze brevi, nel caso di assenze prolungate dei titolari.

Fin dalle prime nomine dei docenti dell’organico potenziato, sono fioccate lettere di protesta pubblicate sui siti delle redazioni che si occupano di scuola, in alcuni casi anche sulle maggior testate nazionali e locali.

Il motivo della protesta? L’essere trattati sostanzialmente come tappabuchi.

In realtà, come dicevo, quest’organico dovrebbe potenziare quello di fatto, venendo incontro alle necessità delle singole scuole, soprattutto per quanto riguarda progetti specifici (sostegno, recupero, attività extracurricolari…). Il problema è che, sin dal loro arrivo, i nuovi prof sono stati utilizzati per coprire le assenze, in alcuni casi hanno un orario flessibile (c’è qualcuno che protesta perché costretto ad essere “reperibile” ogni giorno ad ogni ora) e talvolta sono abilitati per una materia che nella scuola in cui prestano servizio non esiste nemmeno.

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[immagine dal sito linkato; logo blog “Scuola di Vita” © Corriere.it]

MA DAVVERO GLI STUDENTI ITALIANI FANNO TROPPI COMPITI?

diritto allo studioRecentemente sono usciti i risultati di un’indagine svolta dall’Ocse sui compiti a casa, dalla quale i nostri studenti sono risultati i più sgobboni, con le loro 9 ore di media di studio domestico, di conseguenza i più tartassati dai docenti. Ma davvero i quindicenni italiani – tale, infatti, è la fascia d’età presa in considerazione dall’Ocse – hanno troppi compiti da svolgere a casa?

Chiariamo subito che, come ho già avuto modo di dire altrove (LINK), le attività domestiche andrebbero calibrate in base alle reali necessità degli studenti senza essere abolite del tutto, specialmente quando i diretti interessati sono i ragazzi che frequentano le scuole superiori. I compiti a casa, infatti, hanno lo scopo di consolidare i contenuti appresi e di sviluppare le competenze attraverso attività di vario tipo: un’analisi del testo, una relazione di laboratorio, degli esercizi di matematica o fisica o chimica, una traduzione o un’esercitazione in cui vengano applicate le regole apprese durante la lezione mattutina. Di tutto questo c’è bisogno, ma i compiti a casa non devono sostituire il lavoro dell’insegnante. Quindi, non bisognerebbe assegnare come attività domestica lo studio autonomo di un capitolo di storia oppure di un autore di letteratura. Casomai va benissimo proporre una schematizzazione oppure una mappa concettuale in cui fissare i contenuti appresi, al fine di consolidare il metodo di studio.

Detto questo, i risultati dell’indagine Ocse, seppur meritevoli d’attenzione, non tengono conto del “tempo scuola” cui sono abituati i nostri studenti . Vale la pena ricordare che in Italia gli adolescenti iscritti alle scuole secondarie di II grado soggiornano nelle aule scolastiche per 1000 ore di media ad anno scolastico, contro la media europea attestata attorno alle 700 ore. Questo perché i nostri curricoli sono più “corposi” e soprattutto obbligatori, mentre in molti paesi europei solo una parte del curricolo è prestabilito, lasciando gli studenti liberi di scegliere come integrarlo. Non è difficile da comprendere, dunque, che il maggior carico di lavoro cui sono sottoposti gli studenti italiani – in teoria, in pratica molto spesso i compiti vengono svolti male se non addirittura copiati – dipende dal numero delle ore e delle discipline scolastiche presenti nel loro piano di studi.

C’è un’altra considerazione da fare: quando si parla di “compiti” non si può pensare ai soli esercizi da svolgere per rafforzare le competenze ma si deve far riferimento allo “studio” in senso lato. Anche dal punto di vista linguistico spesso si intende la parola come sinonimo di “dovere” – è compito tuo – quando invece la si dovrebbe interpretare seguendo l’etimologia che ci riporta al verbo latino completare (più esattamente complitare, che ha la stessa radice di compleo, “completare, portare a termine” ) ad indicare un’attività di “completamento”, appunto, rispetto al lavoro fatto a scuola.
Purtroppo i nostri studenti, specie quelli più grandi, sono convinti che i compiti siano assegnati per sfizio personale dell’insegnante e che li debbano svolgere, poco importa se male o bene, per farlo contento. Se a questa convinzione aggiungiamo il deleterio utilizzo di internet e il proliferare di siti cui attingere per svolgere agevolmente – diciamo pure copiare – i compiti assegnati, comprendiamo bene che questa attività serve a poco. Studiare, invece, è un’operazione che impegna lo studente in prima persona e soprattutto significa, sempre stando all’etimologia, impegno.

Alla luce di tutte queste considerazioni ben si comprende che le 9 ore di media sono adeguate al tipo di lavoro che lo studente deve svolgere. Certamente non è condivisibile l’opinione espressa dal ministro del MIUR Stefania Giannini che ha criticato “l’insana abitudine” di assegnare compiti a casa riconducendola ad una didattica frontale la quale, a suo dire, va superata. Ma che c’entra la didattica frontale, mi domando. Se, ad esempio, porto i ragazzi al cinema e poi chiedo, come attività domestica, di produrre una scheda d’analisi del film visto, non ho fatto didattica frontale. Se dopo una visita d’istruzione assegno una relazione sull’esperienza, il “compito” non è in relazione alla didattica frontale. Se un collega di Fisica richiede la stesura della relazione su un esperimento eseguito in laboratorio, la sua didattica è tutt’altro che frontale, visto che soggetti attivi sono i ragazzi stessi, pur seguendo le sue istruzioni.

Il ministro Giannini, inoltre, prospetta la fine dei compiti a casa grazie all’organico funzionale. In sintesi: dato che il ministero deve assumere almeno 150 precari – glielo chiede l’Europa, naturalmente, altrimenti se ne guarderebbe bene – e dato che con il riordino degli istituti di istruzione secondaria di II grado molte cattedre sono state tagliate, quindi non ci sarebbe bisogno di tutte queste assunzioni, qualcosa da far fare ai neoimmessi in ruolo bisogna pur trovarla. Ecco che la scuola potrebbe venire incontro ai ragazzi in difficoltà con delle lezioni supplementari, svolte di pomeriggio e gratuitamente dal surplus di personale docente, all’interno dello stesso istituto scolastico. La parola magica di questo governo è stata fin da subito “scuola aperta”. Apriti scuola al posto di Apriti Sesamo, insomma, peccato non ci sia alcun tesoro da scoprire. Bisognerebbe, poi, chiedere agli studenti quanto siano felici di barattare i compiti a casa con un maggior numero di ore da trascorrere a scuola

Secondo alcuni il progetto del ministro potrebbe servire ad abbattere quelle “disparità socio-economiche” che renderebbero, a detta dell’Ocse, l’assegnazione dei compiti a casa poco democratica. Personalmente non concordo con l’Ocse perché, per esperienza diretta, almeno per ciò che riguarda i quindicenni, posso affermare che spesso proprio i ragazzi meno avvantaggiati sono più bravi, hanno maggior senso del dovere, vogliono farcela e si applicano nello studio anche senza controlli da parte dei genitori, costretti a lasciarli soli a casa nel pomeriggio. I “figli di papà”, invece, trovano mille scuse per non fare i compiti, sono meno motivati e sanno che, nella peggiore delle ipotesi, possono contare sulla disponibilità dei genitori ad inscriverli in una scuola privata dove ottenere, senza troppa fatica, il sospirato diploma.
Ovviamente queste sono considerazioni generali perché i casi singoli possono essere molto diversi.

Rimanendo in tema, prima dell’inizio delle vacanze natalizie, giocando d’anticipo una dirigente ha “consigliato” ai docenti di non infierire, lasciando liberi i ragazzi di passare la pausa natalizia senza farli sentire ostaggio dei compiti. Ida Iannelli , a capo dell’istituto comprensivo “Salvemini” di Taranto, ha infatti pubblicato una circolare che recitava: “In occasione delle festività natalizie […] rivolgo l’invito di non assegnare compiti al fine di far trascorrere anche agli alunni e alle famiglie un periodo di tranquillità”.(LINK).

Non mi resta che rivolgere agli studenti e alle famiglie una domanda: le vacanze sono state davvero “un periodo di tranquillità”? In attesa, beninteso, di una ripresa delle lezioni piuttosto intensa, dato che nella maggior parte delle scuole il primo quadrimestre sta per concludersi.

MATURITA’ 2015: LE NUOVE MATERIE DELLA SECONDA PROVA SCRITTA

esame-di-maturitaNovità in arrivo all’esame di maturità che avrà inizio il prossimo 17 giugno con la prima prova, lo scritto di italiano che rimarrà invariato. Con quest’anno, infatti, va a regime il riordino dei licei, dell’istruzione tecnica e professionale varato dall’ex ministro del MIUR Mariastella Gelmini.

Le novità più rilevanti riguardano i nuovi corsi previsti dalla riforma, specialmente per ciò che concerne la seconda prova.

In sintesi:

Allo Scientifico (anche per l’opzione sportiva) saranno possibile oggetto della seconda prova Matematica e Fisica. Per l’indirizzo Scienze applicate il ministro potrà scegliere anche le Scienze Naturali.

La seconda prova del Liceo delle scienze umane verterà sulle Scienze Umane (Antropologia, Pedagogia, Sociologia) nell’indirizzo di base. Nell’opzione Economico Sociale si aggiunge alle Scienze Umane Diritto ed Economia Politica.

Al Liceo artistico, oltre alle prove degli indirizzi preesistenti, si aggiunge il Design.

Per la seconda prova del Linguistico cambia la modalità di scelta della lingua che sarà stabilita dal ministero.

Quest’anno debuttano alla Maturità anche i licei Musicali e Coreutici. Chi studia musica nella seconda prova dovrà cimentarsi con la Teoria, Analisi e Composizione della Musica o con le Tecnologie Musicali. Le Tecniche della danza saranno oggetto della seconda prova dell’Esame del Liceo coreutico. Le prove saranno articolate in due giornate.

Per i Tecnici e i Professionali si punta sulle Lingue e non solo su materie pratiche negli indirizzi che riguardano il Turismo.

PER LEGGERE LA NOTA DEL MIUR CLICCA QUI.

SCUOLA: LO STIPENDIO DIFFERENZIATO RIPAGHEREBBE DALLA FATICA GLI INSEGNANTI DI ITALIANO E LATINO

correzione compitiSi discute tanto, in quest’estate che sembra non avere pace, per quanto riguarda la scuola, sull’aumento del carico di lavoro dei docenti proposto dal sottosegretario all’Istruzione Roberto Reggi.
In realtà, fra i docenti c’è già chi, a parità di stipendio, lavora di più. Naturalmente si tratta di un lavoro non osservabile né quantificabile, in quanto sommerso. Potrebbe essere, comunque, valutabile sulla base dei risultati scolastici degli studenti, ma questo è un argomento che porterebbe via molto spazio e scatenerebbe, ne sono sicura, delle polemiche. Inutile mettere altra carne sul fuoco.

Il lavoro sommerso è una delle anomalie della nostra scuola. Sulla rivista on line OrizzonteScuola si è aperto un dibattito fra docenti che insegnano diverse discipline. Ognuno, com’è logico, tira l’acqua al suo mulino, affermando che quando si lavora con coscienza e passione, tutti lavorano tanto, indipendentemente dalla disciplina insegnata.

Io non concordo. Ho inviato una lettera sull’argomento ed è stata pubblicata. La riporto di seguito e spero che anche qui si possa aprire un dibattito.

Spett.le Redazione, ho letto con attenzione le repliche dei colleghi Lino Carravieri e Fulvio Mulas alla lettera inviata dalla professoressa Enza Ferro, docente di Latino e Greco, la quale propone una differenziazione dello stipendio a seconda della/e disciplina/e insegnata/e.

Io insegno Materie Letterarie al liceo scientifico (in prevalenza Latino e Italiano al biennio e al triennio) e non posso che concordare con la collega Ferro.

Pur rispettando il lavoro di tutti e pur ritenendo che le repliche in autodifesa dei professori che insegnano Educazione Fisica siano più che legittime, devo fare alcune considerazioni riguardo al lavoro che grava sulle spalle di una prof di Lettere rispetto a chi insegna Ed. Fisica.

Devo fare una premessa: lo stipendio non è mai stato differenziato a seconda dei titoli (lauree, concorsi a cattedra, specializzazioni …) posseduti da ognuno. Possiamo solo avere un punteggio aggiuntivo nella graduatoria d’istituto, il che ci può salvare da un eventuale trasferimento d’ufficio in quanto soprannumerari.

Lavorare in situazioni disagiate, pur essendo certamente un fattore che aggrava lo stress, non ha mai portato a differenziazioni dello stipendio. Giusto o sbagliato che sia. E nemmeno l’insegnamento di sostegno, anche se personalmente io ai docenti di sostegno darei lo stipendio doppio!

Veniamo, dunque, ai carichi di lavoro. È indubbio che tutti, a prescindere dalle materie insegnate, debbano preparare le lezioni, le verifiche, spesso adattandole ai diversi livelli di preparazione degli studenti e differenziandole in base agli specifici bisogni degli studenti, con certificazione o meno. È anche scontato che ognuno perda una parte del proprio tempo nell’autoaggiornamento.

Per quanto riguarda, invece, la correzione delle verifiche, avrei qualche obiezione.

Io insegno Italiano in tre classi e Latino in due. Il che significa che ho cinque materie con valutazione scritta e orale in tre classi, per un totale di 75 allievi. Le prove possono essere di diverso tipo: per l’Italiano “temi” (poi spiego perché uso le virgolette), prove di grammatica, di epica, di narrativa, di poesia con analisi del testo, di letteratura; per il Latino traduzione e analisi di un testo, prove di grammatica e di letteratura.

Non tutte queste prove prevedono lo stesso tempo di correzione. Per i “temi”, ad esempio, bisogna fare un distinguo: oltre ai classici elaborati, che tutti nella loro vita scolastica hanno svolto, al biennio propongo anche testi descrittivi, espositivi o argomentativi; al triennio sono costretta a proporre analisi del testo, saggio breve o articolo di giornale, tema storico e di ordine generale, le tipologie previste dalla prima prova dell’esame di Stato. Poi, visto che solitamente gli allievi possono scegliere tra tre o più tracce (al triennio a volte anche o 5-6), c’è da tenere nel debito conto che non tutti i compiti da correggere sono “uguali”, che ogni volta ci si deve concentrare sulla traccia proposta e valutare lo scritto in base alla coerenza e la coesione, l’adesione alla traccia scelta, controllare la sintassi, la punteggiatura, il lessico, l’ortografia.

A ciò si aggiunge la “decifrazione” di grafie a volte illeggibili oppure la necessità di proseguire la correzione sulla brutta copia, ancor meno decifrabile. Infine, un’ulteriore perdita di tempo comporta l’utilizzo della griglia di valutazione e la scrittura di un giudizio sintetico che accompagni il voto numerico.

I tempi di correzione vanno da un minimo di 20 minuti-mezzora per compito ad un massimo di un’ora. Gli elaborati del biennio a volte devono essere “riscritti” a margine perché scritti in modo del tutto inappropriato. Quelli del triennio portano via moltissimo tempo perché sono più lunghi ed articolati, oltreché più complessi dal punto di vista contenutistico, com’è logico che sia.

Proprio perché ci vuole una pazienza certosina, i “temi” li correggo con il contagocce, 3-4 ogni pomeriggio, considerando anche il fatto che sulle spalle grava la stanchezza di una mattinata a scuola e che ci sono altre incombenze, come la preparazione delle lezioni, la ricerca dei materiali ecc. Il tutto moltiplicato per 75, gli allievi, e ogni cinque settimane circa.

Per il Latino la correzione dei classici “compiti” va più spedita perché le prove sono tutte “uguali”, essendo unico il testo proposto per la traduzione. Tuttavia, bisogna porre l’attenzione sulla “resa” in italiano, oltreché sulla correttezza della versione, e accertarsi che qualcuno non abbia scaricato dal web la traduzione bell’ e pronta (cosa che capita, purtroppo, nonostante la sorveglianza assidua). Le prove di letteratura e l ’analisi del testo non comportano tempi di correzione lunghi quanto quelli dovuti ad un “tema” di italiano, in ogni caso personalmente correggo ogni compito almeno tre volte, compilando anche la griglia di valutazione e scrivendo, oltre al voto, pure un giudizio sintetico.

Onestamente non ho mai fatto i conti del tempo impiegato per correggere le 1000 prove di quest’anno scolastico. Probabilmente per non spaventarmi. Ma posso assicurare che ho lavorato tutti i pomeriggi, we compreso, a volte facendo le ore piccole specie quando dovevo presenziare a qualche riunione a scuola dopo le lezioni. Tra l’altro non ho mai corretto compiti durante i collegi docenti o altri incontri, come fanno molti colleghi, specie quelli che insegnano discipline scientifiche. Io non propongo mai test a crocette ma prove semi-strutturate perlopiù con quesiti a riposta aperta, anche se qualche esercizio può prevedere scelte multiple o vero/falso.

Venendo ai colleghi di Ed. Fisica, molti nel pomeriggio-sera lavorano nelle palestre come personal trainer o tengono lezioni di gruppo, alcuni sono proprietari o soci delle palestre stesse. Senza contare quelli impegnati a scuola in attività extracurricolari, pagati con il Fis oppure dagli stessi genitori. Poi ci sono anche quelli che tengono lezione all’università della Terza Età o enti analoghi, facendo volontariato (cosa nobilissima di per sé). Tutto questo mi fa supporre che non siano così occupati nel preparare lezioni, attività diversificate oppure nel correggere i compiti.

D’altra parte, si potrà obiettare che i docenti, come me, che insegnano Lettere arrotondano lo stipendio con le lezioni private pagate profumatamente (specie quelle di Latino e Greco), lavorando in nero ed evadendo il fisco. Personalmente non riesco nemmeno ad aiutare gratis i figli degli amici o dei parenti perché non ho tempo e sono troppo stanca. Non nego che ci siano professori che si arricchiscono con le ripetizioni ma
in questo caso ho dubbi fondati che riescano a fare seriamente il loro lavoro in classe e svolgere in modo adeguato tutto ciò che è connesso alla funzione docente.

Infine, sino a qualche anno fa non mi lamentavo per lo stipendio. Una volta noi di Lettere, proprio perché ci veniva riconosciuto un carico di lavoro differente rispetto ai docenti di altre discipline, avevamo cattedre di 14-15-16 o 17 ore (quella considerata la più impegnativa tant’è che l’anno successivo “respiravamo” con la cattedra da 14). Con la saturazione delle cattedre a 18 ore siamo gravati da carichi quasi doppi (anche relativamente alle riunioni, visto che prima avevamo al massimo 2 classi, ora ne possiamo avere anche 6) e lo stipendio è lo stesso, anzi, è diminuito a causa dei maggiori oneri fiscali.

Proprio in virtù di questo ragionamento trovo giusto che lo stipendio sia differenziato.

Insomma, a me pare che la scarsa opinione che la gente comune ha del nostro lavoro, non riconosciuto come attività altamente formativa, tra le altre cose, invece di vederci compatti stia scatenando una guerra tra poveri. E allo Stato conviene, evidentemente, che si scateni questa guerra così si potrà dire che chi vuole lavorare di più guadagnerà di più. Senza, però, mettere in nessun conto che alcuni lavorano già di più rispetto ad altri, pur non facendo nulla di extra.

[LINK all’articolo originale; immagine sotto il titolo da questo sito]

L’ORARIO DEI DOCENTI RADDOPPIA? L’INCUBO D’INIZIO ESTATE

peanuts-stipendio insegnanti
Ci risiamo: nonostante i buoni propositi del presidente del Consiglio Matteo Renzi, un altro macigno incombe sulla testa della scuola. Noi docenti, che già ci sentiamo continuamente minacciati dalla spada di Damocle dell’opinione pubblica, non avevamo bisogno di quest’altra mazzata.

Il piano per la scuola, che sarà presentato ufficialmente il 15 luglio e diverrà, almeno nelle intenzioni, una legge delega, prevede, tra le altre cose, di raddoppiare l’orario di lavoro dei docenti, da 18 a 36 ore, senza aumenti stipendiali ma con dei premi per chi lavora di più, prendendosi responsabilità e offrendo competenze specifiche. Questo è il “parto” delle menti eccelse del Miur, il ministro Giannini e il sottosegretario Reggi.

Gli scatti d’anzianità rimarrebbero invariati ma sarebbero previsti premi stipendiali fino al 30 per cento per i docenti impegnati in ruoli organizzativi (vicepresidi, docenti senior … cioè?) o attività specializzate (lingue e informatica … perché non altre? il CLIL, per esempio, oppure il teatro, il cinema, attività sportive). In cambio il ministero chiede agli insegnanti una maggiore disponibilità: più ore a scuole per un periodo più lungo. Non più solo 208 giorni di lezione (di cui obbligatori sarebbero 200 …) ma 230. Scuole aperte più a lungo (fino alle 16.30, all’inizio, ma l’intenzione è quella di un orario continuato fino alle 22) fino a tutto luglio.

Non è tutto. Con il prolungamento dell’orario a 36 ore le supplenze saranno richieste ai docenti già in cattedra nell’istituto senza riconoscimenti economici extra.

Ma non basta. Più potere ai dirigenti scolastici che potranno percepire aumenti stipendiali in base ai risultati dell’istituto che dirigono e decideranno a chi dare i bonus stipendiali.

Questa la proposta, di sapore montiano (d’altronde la Giannini milita nel suo partito, Lista Civica … con scarsissimo successo, tra l’altro, in occasione delle elezioni europee, tanto che molti hanno chiesto le sue dimissioni). Non ci potevamo aspettare nulla di buono ma direi che al peggio non c’è limite.

Ora non voglio fare la solita geremiade ma dimostrare, punto per punto, quanto sia dannosa e anche incoerente questa proposta.

1. Aumento dell’orario per i docenti. Se s’intendesse con le 36 ore far riemergere quel lavoro sommerso che tutti noi svolgiamo a casa e che non può essere quantificato (a meno che non ci mettano una telecamera a casa …), sarei d’accordo. Sono anni che chiedo di poter lavorare a scuola e di timbrare il cartellino tutti i giorni, senza consumare energia a casa, tra luce e pc, senza consumare l’inchiostro della stampante e senza pagare l’adsl di tasca mia, tornando a casa la sera e staccando dagli impegni scolastici, anche mentalmente, fino al mattino dopo.
Non mi pare, tuttavia, che l’intento del ministro sia questo, in ogni caso sarebbe inattuabile per mancanza di spazi: dove potrebbero lavorare decine di docenti nel pomeriggio, specie se le aule saranno occupate dagli studenti per occupare il tempo dei quali qualcosa si inventeranno?
Infatti, nella proposta si legge che i docenti dovranno accollarsi le supplenze che normalmente vengono affidate ai precari, entro il limite delle 36 ore.
Ora io non so quanti riescano a capire che più lavoro in classe = più lavoro a casa, meno energie e più stanchezza, un insegnamento che non può essere qualitativamente accettabile. Senza contare il rischio, più che concreto, dello SLC (Stress Lavoro correlato).
Farsi carico delle supplenze implica anche la disoccupazione dei precari, molti dei quali “storici”, con 10-15 anni di servizio all’attivo.
Non solo: ci sono classi di concorso in esubero (la mia, ad esempio, la A051, ormai è in soprannumero, non ci sono cattedre disponibili nemmeno per i docenti di ruolo), dovremmo supplire eventualmente i colleghi malati oppure quelli che hanno altri incarichi e si assentano per l’intero anno scolastico. Domanda: se siamo una ventina di docenti, come si attribuiranno le supplenze? In ordine di graduatoria? Verrà designato chi è più in alto perché ha più esperienza o chi è più in basso perché è più giovane (non è una regola fissa, ad ogni modo)?
In casi come questi, ne sono certa, salterebbero fuori i corsi di recupero gratis. Io qui non ci sto, come amava ripetere l’ex Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. I corsi, infatti, rientrano nella didattica extracurricolare e dovrebbero essere specialistici, affidati a docenti con alta professionalità. Uso il condizionale perché in realtà vengono affidati a chi si propone per la docenza, a volte persone con poca onestà, gente che non sa nemmeno insegnare nelle ore curricolari e che fa più danni che altro. Ma al MIUR cosa importa? Basta non sborsare i soldi che, lo ricordo, sono previsti da un decreto (articolo 10 del Decreto ministeriale n. 80, del 3 ottobre 2007) firmato da Fioroni.

2. Calendario scolastico allungato. 230 giorni di lezione corrispondono più o meno a 38 settimane (contro le attuali 33-34). Benissimo: avrei più tempo per svolgere i programmi, per interrogare, per il recupero in itinere, potrei fare anche qualche compito in più (oddio, ne ho corretti 1000 quest’anno, più di così …). E i ragazzi, sarebbero d’accordo? Io dico di no. Se già per molti – fortunatamente non per tutti – la permanenza a scuola equivale a una tortura, non credo che cinque settimane in più di scuola, specie quando le aule diventano dei forni, con il caldo estivo, sarebbero accolte con gioia. E che facciamo? Organizziamo giochi nel parco, magari facciamo costruire una piscina e ci facciamo sguazzare dentro i pargoli accaldati? Secondo me al MIUR pensano che la scuola sia un ricreatorio …
Allungare il calendario scolastico è, poi, in controtendenza rispetto al resto dei Paesi europei, come ho dimostrato QUI. Infatti, gli studenti italiani passano già più tempo in classe rispetto ai colleghi europei.
Insomma, si parla tanto di uniformarci agli standard europei – “Ce lo chiede l’Europa” sembra essere il motto del momento – e una volta che l’Europa non ci chiede nulla, noi dobbiamo fare i maestri? La media dei giorni di lezione nei Paesi europei è di 200 ma noi abbiamo le vacanze estive più lunghe per motivi climatici (e di ferie delle famiglie!). Vogliamo andare in classe anche in piena estate? Benissimo. Facciamo le pause lunghe durante l’anno, come nei Paesi nordici. Naturalmente sperando che ci forniscano un efficiente impianto di aria condizionata per affrontare il mese di luglio (e parte di giugno) nelle aule-fornaci.

3. Scuole aperte tutto il giorno. A parte il fatto che molte scuole italiane hanno i portoni aperti anche nel pomeriggio (il mio liceo chiude alla 19, il che significa quasi 12 ore di apertura, considerando che l’accoglienza degli allievi è possibile dalle 7.40 del mattino) per svolgere attività extracurricolari facoltative (sport, attività ludiche, corsi di lingua, teatro, coro e tutto ciò che rientra nell’offerta formativa), questa proposta è incoerente per quanto riguarda il risparmio. E’ evidente che, specie nella stagione fredda, tenere aperta la scuola ha dei costi.
Sempre più scuole in Italia propongono la settimana corta per chiudere il sabato, cercando di risparmiare sul riscaldamento che comunque non è il solo problema. Dobbiamo mettere in conto, infatti, i maggiori consumi elettrici e, se vogliamo offrire dei servizi ai ragazzi, dei computer, delle stampanti per fare delle ricerche, ad esempio.
Potrebbero essere più contente le famiglie con figli piccoli, ma penso che i genitori dei più grandi non gradirebbero la permanenza dei ragazzi a scuola fino alle 22. Senza contare quelli che non vivono nei pressi della scuola ma nell’immediata periferia o nei paesi limitrofi (qui a Udine la percentuale è altissima): come potrebbero, alle dieci di sera, ritornare a casa?
Non dimentichiamo, poi, che tenere aperto un istituto per così tante ore al giorno e per 11 mesi all’anno comporterebbe dei costi insostenibili per pagare il personale. Che facciamo, diamo direttamente le chiavi agli studenti?
Certamente si creerebbero nuovo posti di lavoro, almeno per gli ATA. Ma forse il ministero ha pensato ai tagli e non ai maggiori costi.

4. Più potere ai dirigenti. Oggi, sulla scia delle polemiche suscitate nell’immediatezza dal Piano per la scuola, Raggi chiarisce: “Toccherà al dirigente scolastico organizzare la disponibilità dei professori della sua scuola. Se qualcuno non potrà lavorare 36 ore allora potrà rinunciare a una parte degli incentivi” (LINK). A questo punto il “piano” diventa incomprensibile. Se prima avevamo ipotizzato per tutti le 36 ore senza alcun compenso, adesso pare che ci si possa anche rifiutare, rinunciando agli incentivi. Nell’arco di sole 24 ore, hanno già cambiato le carte in tavola. Mi perdoneranno, dunque, i lettori se non rivedo quanto scritto in precedenza (su questo post ho lavorato già ieri per tutto il pomeriggio), tanto credo che di revisioni ne vedremo molte fino al 15 luglio.
Ad ogni modo, se davvero il D.S. avrà più poteri, ciò potrebbe essere rischioso. Il dirigente, infatti, anche il più onesto e integerrimo, ha le sue preferenze. Che ne sarà di chi gli sta solo un po’ antipatico? Inoltre, in che modo può valutare il lavoro dei docenti? Attraverso i risultati delle classi oppure stando alle voci che provengono dalle famiglie?
Il rischio, non possiamo negarlo, è quello di un dilagare, da parte dei docenti, di una didattica mirata (training to the test) al superamento dei Test InValsi, qualora fossero lo strumento per valutare l’operato degli insegnanti, oppure dell’aiutino dato agli studenti per fare bella figura (cheating, di cui ho parlato più volte in questo blog). Se poi si guardasse al rendimento globale della classe (per le classi e le materie non oggetto di misurazione nazionale), allora i prof potrebbero essere portati ad elargire sufficienze immeritate pur di ottenere qualche soldino in più.
Insomma, sull’onestà e la trasparenza di tutti non metterei la mano sul fuoco.

Infine, la ciliegina sulla torta: il piano, rimanendo in tema di tagli, prevede l’accorciamento del corso di studi superiore (d’altronde, già la Gelmini suddividendo il quinquennio in due bienni e quinto anno covava questa idea funesta) di un anno. “Ce lo chiede l’Europa”, dicono. Ma a noi nessuno ha chiesto nulla, non sono stati interpellati i docenti, le famiglie, gli studenti, le parti sociali. Solo voci diffuse, perlopiù contrarie si sono levate al discreto ventilare della proposta.
Oggi, invece, si dà per certo che i ragazzi si diplomeranno a 18 anni, conformandosi alla maggior parte dei Pesi europei. Così sforneremo, probabilmente, dei ragazzi ancora meno competenti, meno preparati soprattutto ad affrontare la vita che li aspetta fuori da quel microcosmo protetto che è la scuola.

Una sola cosa l’Europa non è capace di chiederci: l’adeguamento dello stipendio degli insegnanti ai parametri europei. Naturalmente questo è un dettaglio insignificante.

N.B. Poiché nelle ultime 24 ore sono usciti numerosissimi articoli su questa proposta Giannini-Reggi, mi è impossibile citare tutte le fonti. Vi invito, dunque, a consultare la mia pagina Twitter dove potete trovare, tra i retweet e preferiti, un’ampia discussione. Se cinguettare anche voi, vi invito a usare l’hashtag #36oreascuola.

[immagine da questo sito]

ULTERIORI CHIARIMENTI (PER ORA!) A QUESTO LINK (della serie: le carte in tavola vengono cambiate in men che non si dica!)

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