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I NATIVI DIGITALI? CE LI SIAMO INVENTATI NOI

tablet bambiniRiprendo a parlare dei giovani d’oggi, quelli che chiamiamo “nativi digitali” riferendoci al fatto che le nuove generazioni sono a contatto con la tecnologia digitale fin dalla più tenera età.

Anche a scuola il dibattito è acceso: dobbiamo adeguarci alle nuove richieste dei bambini e dei ragazzi? Una scuola innovativa non può prescindere dalla tecnologia: è giusto far usare il tablet, solo per fare un esempio, agli scolari della primaria? La scuola è noiosa: perché non venire incontro alle esigenze dei discenti con una didattica innovativa che faccia uso della LIM?

Tante domande che hanno risposte diverse. C’è chi incoraggia l’utilizzo di sussidi informatici per un apprendimento veloce e interessante, per loro ovviamente, e c’è chi sostiene che già a casa i ragazzi stiano per ore incollati al monitor di un pc o di un tablet, utilizzando i social network e applicazioni ludiche. Almeno per imparare qualcosa di valido e duraturo bisogna rimanere fedeli ai vecchi strumenti didattici: i libri di testo, rigorosamente cartacei, e tutt’al più qualche sussidio come film e power point per spiegazioni veloci.

Non si arriverà mai ad una posizione univoca, ad una soluzione condivisa.

Ma ci siamo mai chiesti cosa significhi davvero “nativi digitali”?
Una spiegazione esauriente la fornisce danah boyd – rigorosamente scritto minuscolo per adeguarsi alla scomparsa del maiuscolo dettata dall’utilizzo dei telefonini e dei social network – nel libro It’s complicated. The social lives of networked teens (YUP), uscito proprio in questi giorni negli Stati Uniti.

L’autrice rifiuta l’etichetta “nativi digitali” e lo spiega a chiare lettere:

Quando parliamo di “nativi digitali” non ci vogliamo prendere la responsabilità di aiutare i ragazzi. La retorica che circonda i “nativi” vuol far credere che i giovani siano per natura abili con la tecnologia in virtù dell’anno in cui sono nati. Mentre i dati che abbiamo, e non le impressioni, dimostrano che molti ragazzi non hanno neanche competenze tecnologiche di base.

Insomma, pensiamoci: abbiamo creato dei “mostri”. Personcine che prendono confidenza con l’informatica, senza capirne un acca dal punto di vista tecnico, solo perché vedono gli adulti che ne fanno un uso smodato, senza tener conto che è l’esempio che conta. Quale modello possono mai essere dei genitori incollati allo smartphone che rispondono distrattamente alle richieste dei più piccoli? Alla fine i figli crescono con l’idea che ciò che rapisce così tanto gli adulti debba essere per forza molto interessante.

I più giovani sanno usare la tecnologia meglio di tanti adulti, è vero. Ma, come sostiene la boyd, non nascono con il tablet nella culla al posto dei vecchi sonagli e pupazzetti di peluche. Siamo noi grandi a dare l’esempio e, rassegnati, li definiamo “nativi” quando dovremmo semplicemente chiamarli “malati digitali”.

[fonte: intervista a danah boyd su pagina99.it, segnalata da @tuttoprof; immagine da questo sito]

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I NOSTRI RAGAZZI: DA NATIVI DIGITALI A DEMENTI DIGITALI?

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Gli ultimi ministri dell’Istruzione, da Francesco Profumo a Maria Chiara Carrozza, hanno manifestato l’intenzione di digitalizzare la scuola, partendo proprio dalle aree che sembrano le cenerentole nel campo educativo: le scuole del sud.
Recentemente sono stati stanziati 15 milioni di euro per installare il WIFI in più di 1500 istituti nella nostra penisole. Il registro elettronico stenta a decollare ma pare che entro il prossimo anno scolastico ci si debba adeguare.

Per quanto riguarda i libri di testo, attualmente i docenti sono obbligati ad adottare i manuali misti. Una parte cartacea con l’espansione digitale che comprende vari tipi di materiali integrativi e di approfondimento, da utilizzare anche sulle LIM. Queste ultime, tuttavia, non sembrano aver sostituito le vecchie lavagne di ardesia con il gessetto, se non una minima parte e spesso le scuole sono costrette, volendo stare al passo con i tempi, ad arrivare a dei compromessi con le case editrici che “regalano” le lavagne multimediali se in cambio si acquistano i loro programmi.

Insomma, i nostri ragazzi sono dei nativi digitali e la scuola deve venire incontro alle loro esigenze.
Non tutti sono d’accordo, però.

Recentemente è uscito un libro scritto dallo psichiatra Manfred Spitzer che si dichiara contrario all’uso di tablet e altri sussidi informatici nelle scuole. Nel suo Demenza digitale (Corbaccio, pp. 342, euro 19,90) Spitzer fa una vera e propria denuncia: l’uso eccessivo di smartphone e computer interagisce negativamente con il cervello e porterebbe a dei danni seri a livello intellettivo: per il neuropsichiatra, infatti, questi frutti dell’avanzamento tecnologico riducono le nostre facoltà mentali e andrebbero tassati, come le sigarette.

Stando ai dati da cui parte Spitzer per arrivare alla sua pessimistica conclusione, l’allarmismo pare essere giustificato. Negli Stati Uniti i bambini e gli adolescenti di età compresa fra gli 8 e i 18 anni passano ormai in media 7,5 ore davanti a uno schermo, sia esso del cellulare, del tablet o del pc. In Italia la situazione non è più confortante: secondo l’11° rapporto Censis sulla comunicazione, il 12,5% dei giovani tra i 14 e i 29 anni usa i media digitali per più di 6 ore al giorno e un altro 15% si attesta fra le 3 e le 6 ore.

«Usare continuamente computer o smartphone – spiega Spitzer – ostacola lo sviluppo o il mantenimento di capacità come la memoria, l’autocontrollo, la concentrazione, la socialità, che possono rafforzarsi solo interagendo con il mondo reale. E non si dica che i media digitali aiutano l’apprendimento: molti studi dimostrano che l’introduzione a scuola di computer, tablet o lavagne elettroniche non porta a un miglioramento nelle competenze degli studenti. L’idea poi di utilizzare i media digitali anche per l’educazione e l’intrattenimento di bambini in età prescolare può sfociare in un disastro: a quell’età lo sviluppo cerebrale passa attraverso la manualità, i giochi collettivi, l’attività fisica, il canto e il disegno».

Queste osservazioni piuttosto catastrofiche sono derivate allo studioso da un’esperienza personale. Nel libro spiega: «Ero a San Francisco per lavoro, e mi spostavo per la città in auto, usando un navigatore satellitare. Un giorno mi fu rubato, ma, visto che avevo fatto quei percorsi diverse volte, ero sicuro di potermi orientare da solo. Invece mi persi, e solo allora mi resi conto che, affidandomi al gps, avevo compromesso la capacità del cervello di prendere nota dei punti di riferimento, come avrebbe fatto se avessi usato una cartina».

Pensate, forse, che il termine “demenza digitale” l’abbia coniato Spitzer? Niente affatto. Dal 2007 in Corea del Sud viene utilizzato per definire i casi estremi di dipendenza da internet, un disturbo che, a vari gradi di gravità, riguarda il 12 per cento degli studenti.
Il paese asiatico è in testa alle classifiche mondiali per quanto riguarda l’istruzione. È convinzione diffusa che buona parte della forte ripresa economica della Corea del Sud si debba alla solidità e all’efficienza del suo sistema educativo, che porta quasi tutti i suoi giovani al diploma di istruzione secondaria (97%) e due terzi degli under 30 alla laurea e ad altri titoli di istruzione superiore.

Se dobbiamo dar retta a Spitzer, questi giovani sud coreani arrivano alla laurea del tutto rincitrulliti?
Può darsi che l’adattamento del sistema educativo alle nuove tecnologie abbia un prezzo da pagare. Dobbiamo solo capire se sia meglio avere dei giovani più in gamba dal punto di vista tecnologico ma dementi anzitempo, oppure dei ragazzi intelligenti che hanno pochi stimoli e quindi sono meno competitivi rispetto ai coetanei di altre parti del mondo.

[LINK della fonte]

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